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2018-04-27
Di Maio vuole «difendere» Salvini da Mediaset
. Il Cav: minaccia le tv
ANSA
Un «contratto al rialzo» per uscire dall'impasse e dare al Paese un nuovo governo. La nuova apertura di
Luigi Di Maio al Pd ha tutto il sapore di un tentativo (forse l'ultimo) prima di dichiarare naufragato ogni tentativo di dialogo tra il Movimento 5 stelle e i dem. Con la personale certezza, sottolinea Di Maio, che se le cose non dovessero andare bene, il M5s crescerà ancora.
Al termine del secondo giro di consultazioni con il presidente della Camera
Roberto Fico, il leader pentastellato prova a indossare i panni dell'equilibrista. Tornando ad aprire nei confronti di Matteo Salvini, ma di Forza Italia, e insistendo sulla necessità di una legge sul conflitto d'interessi: «Bisogna metterci mano. Penso al fatto che Berlusconi usando le sue tv continua a minacciare Salvini». Parole che il Cavaliere non lascia cadere senza colpo ferire. «Il linguaggio di Di Maio è preoccupante», replica a stretto giro il leader degli azzurri, «si vuole toccare un avversario politico nella sua attività privata e sul patrimonio, da esproprio proletario da anni Settanta, è un pericolo per la democrazia e la libertà».
Di Maio però non risponde e continua con il corteggiamento ai dem: «Capisco chi tra i nostri dice “mai col Pd", come chi tra gli elettori pd dice “mai con il M5s". Ma qui non si parla di andare con qualcuno. Non stiamo ragionando in un'ottica di schieramento». Salvo poi precisare: «Se si riescono a fare le cose bene, altrimenti si torna al voto. E se si torna al voto io sono convinto che il M5s ne uscirà rafforzato».
Nel frattempo, si tesse la tela: «Potevamo fare anche noi gli interessi di parte, come la Lega. Ma non vedo l'ora di mettermi al lavoro sui problemi delle persone», spiega il capo politico del M5s. «Credo», insiste, «che dal voto del 4 marzo siano uscite delle richieste sui pensionati rispetto alla legge Fornero, sul precariato rispetto alle leggi sul lavoro, sugli insegnanti che devono fare mille chilometri per andare a lavorare, e sulle grandi opere inutili». Tutti concetti ribaditi da
Danilo Toninelli, capogruppo dei pentastellati al Senato: «Valutiamo positivamente la disponibilità del Pd a parlare di cose concrete nell'interesse dei cittadini. M5s e Pd sono due forze alternative, dunque non è un'alleanza. Lavoriamo per scrivere un contratto per creare un governo nuovo». E rilanciati con un post da Giulia Grillo, presidente dei deputati del M5s: «Vogliamo dare un governo a questo Paese per migliorare la vita dei cittadini e renderli fieri di vivere qui. Per far questo, però, non siamo disposti a perdere i nostri princìpi e i nostri valori. Tra noi e il Pd ci sono profonde differenze ma se mettiamo il bene della nazione, noi ci siamo».
Le prove tecniche di dialogo vanno avanti, insomma. Certificate anche dalle parole di
Fico, che ha dichiarato chiuso «con esito positivo» il mandato esplorativo affidatogli da Mattarella. Ora non resta che attendere le decisioni che assumerà la direzione pd. Mai come questa volta in casa del M5s si guarderà con attenzione alla riunione in programma al Nazareno la prossima settimana.
Antonio Ricchio
Fico: «C’è dialogo». Mattarella dà tempo alla «fuitina» tra Pd e 5 stelle
Sono le 16 e 45 di ieri, quando il presidente della Camera, Roberto Fico, incontra il capo dello Stato, Sergio Mattarella, e gli riferisce che il mandato ricevuto, quello di esplorare la possibilità di un «innesco di trattativa» tra Partito democratico e Movimento 5 stelle, ha avuto «esito positivo». «Il dialogo tra il M5s e il Pd», dice Fico al termine dell'incontro con Mattarella, durato quindici minuti, «è avviato e in questi giorni ci sarà anche dialogo in seno alle due forze politiche, aspettando anche la direzione del Pd che si terrà la settimana prossima (il segretario dei democratici la fisserà poi in serata per giovedì 3 maggio, ndr). Il concetto fondamentale è che c'è un dialogo avviato. Io credo che sia importante, ragionevole e responsabile rimanere sui temi», aggiunge poi Fico, «e sui programmi che sono il centro vero del cambiamento del Paese nell'interesse di tutti gli italiani».
Mattarella prende atto dell'ottimismo di Fico, così come delle dichiarazioni della delegazione a cinque stelle e di quella dem al termine degli incontri con il presidente della Camera: concederà, ovviamente, altro tempo ai due partiti per verificare se il dialogo avviato proseguirà oppure no. Il primo vero ostacolo sulla strada di questo «matrimonio di interesse» è rappresentato dall'assemblea dei senatori del Pd, convocata dal renzianissimo capogruppo Andrea Marcucci per il prossimo 2 maggio, 24 ore prima della direzione dei dem che dovrà dire sì o no al proseguimento delle trattative con il M5s. Il segretario reggente (per la verità sempre più traballante) del Pd, Maurizio Martina, ha sentito Matteo Renzi, tentando di disinnescare questa mina. Niente da fare: la riunione dei senatori resta convocata, ed è evidente che il senatore Renzi, sempre convinto della fedeltà della stragrande maggioranza dei parlamentari dem, ne approfitterà per serrare i ranghi.
Lo stesso Marcucci, che ieri ha incontrato Fico insieme a Martina, al presidente del partito Matteo Orfini e al capogruppo alla Camera, Graziano Delrio, inizia a cannoneggiare l'ipotetico accordo poche ore dopo il colloquio con il presidente della Camera: «L'ottimismo del presidente Fico», attacca Marcucci, «è sorprendente. Con la logica del fatto compiuto non si va da nessuna parte. La direzione del Partito democratico, che è una cosa seria, dovrà decidere se aprire o meno un confronto con il Movimento 5 stelle. A questo proposito va ricordato che le distanze programmatiche erano e restano profonde». L'aggiunta finale dice più di mille analisi: «Se il dialogo partisse, la nostra base sarebbe il programma in 100 punti del Pd».
Mattarella non è per nulla ottimista rispetto alla effettiva possibilità che Matteo Renzi dia il via libera a un governo con il M5s. Anzi: sa benissimo che l'unica strada realmente percorribile sarebbe un appoggio esterno dei dem a un monocolore pentastellato, con Roberto Fico premier e un esponente del Pd che andrebbe a occupare la poltrona di presidente della Camera. Il capo dello Stato, quindi, aspetterà l'esito di questa trattativa preparando già i successivi passi, nel caso in cui il sottilissimo filo tra Pd e M5s si spezzasse definitivamente.
Prima di «arrendersi» e dare il via libera a elezioni a ottobre, Mattarella giocherà le ultime carte. La prima è quella di un accordo tra centrodestra e Pd, con l'incarico esplorativo affidato a un uomo della Lega (Matteo Salvini o il fidatissimo Giancarlo Giorgetti). È vero che Salvini ha sempre escluso questa possibilità, ma Mattarella, prima di archiviarla, avrà bisogno di un «no» esplicito e formale. La seconda ipotesi è che Salvini ceda alle insistenze di Silvio Berlusconi e di Giorgia Meloni, che continuano a chiedergli, da settimane, di andare in Parlamento a cercare i voti che mancano per sostenere un governo del centrodestra. Il gruppo misto, così come quello degli italiani eletti all'estero, sono contenitori pronti ad accogliere decine di neoeletti che pur di non tornarsene a casa voterebbero la fiducia a qualunque governo. Mattarella non sarebbe certo entusiasta di questa soluzione, ma non potrebbe fare altro che dare il via libera al tentativo se il centrodestra dimostrasse di poter agevolmente ottenere numeri sufficienti alla Camera e al Senato (dove mancano relativamente 50 deputati e 30 senatori). In quel caso, il presidente della Repubblica prenderebbe atto della situazione, soprattutto se nel frattempo nascesse qualche gruppo «responsabile» con un proprio ufficio di presidenza, formato da eletti nel misto, eletti all'estero, fuoriusciti dal Movimento 5 stelle e, perché no, qualche fuoriuscito dal Partito democratico, magari qualche esponente renziano, in nome dei bei vecchi tempi del patto del Nazareno.
Sergio Mattarella è tranquillissimo: si susseguono ormai da parte dei principali esponenti dei partiti dichiarazioni che aprono a un eventuale ritorno alle urne, una «soluzione finale» probabilissima e che non potrebbe in nessun caso essere addebitata dal volere o alle manovre del capo dello Stato. Non ci sarebbe bisogno nemmeno di un nuovo esecutivo che portasse l'Italia a nuove elezioni: Paolo Gentiloni potrebbe benissimo restare in sella come premier ancora per qualche altro mesetto. Il buon Gentiloni, del resto, non ha mai governato così serenamente: da due mesi infatti nessuno osa più criticarlo.
Carlo Tarallo
La doppia partita per i democratici

LaPresse
La direzione del Pd, al contrario delle apparenze, sarà più complessa d'una partita a scacchi. Nulla è come sembra, in primo luogo per via dei numeri. L'organo direttivo sovrano conta 214 componenti, la cui maggioranza è ancora a favore di Renzi. La direzione è stata modellata dal segretario nel momento del massimo potere politico. Per capire: oltre ai 120 componenti eletti, della platea fanno parte i membri di diritto, fotografia dell'organigramma ristretto: ex segretari di partito, segretari regionali tutti figli della stagione renziana (Maurizio Martina - per capirci - non ne ha ancora nominato uno), sindaci di capoluogo di provincia, governatori di regione (l'unico non renziano, fino a un mese fa, era Michele Emiliano). I 120 «eletti» - invece - sono stati scelti dall'assemblea nazionale quando Renzi aveva oltre il 60% del partito. La direzione avrà - oltre all'onere della scelta sulla trattativa per il governo - anche il compito di prendere la decisione più importante per il futuro del Pd: quello di votare (a maggioranza) il meccanismo con cui l'assemblea eleggerà il nuovo segretario. In pratica, la partita più importante. E c'è un problema: nessuno che sia esposto su una posizione schierata dopo la direzione potrebbe vincerla. D'accordo con il reggente Martina sul sì alla trattativa con i grillini - sulla carta - c'è un ristretto gruppo dirigente di vertice. In primo luogo le ex minoranze, con in testa lo stesso Emiliano, Gianni Cuperlo e Andrea Orlando.
Poi ci sono diversi quadri di grande peso come Anna Finocchiaro e Luigi Zanda. Quindi Dario Franceschini e Roberta Pinotti, con la loro componente, Area-Dem. Negli ultimi giorni, anche nel gruppo un tempo granitico che fa riferimento all'ex segretario si sono manifestate sfumature: ieri - per esempio - si è aggiunta quella di Roberto Giachetti, che pure a Roma duellò con Virginia Raggi, ma che oggi si dice non contrario a un approfondimento del dialogo. C'è poi Graziano Delrio (uno dei possibili candidati di Renzi) che ha pubblicamente detto di essere favorevole a una consultazione degli iscritti. E poi c'è anche Lorenzo Guerini (ex vicesegretario ai tempi del Giglio magico) che ha detto - con toni pacati - di ritenere giusto non rifiutare il confronto. Fra gli ex ministri - per esempio - mentre Maria Elena Boschi ha sposato con nettezza la linea dura, Marianna Madia ha detto di essere favorevole ad approfondimenti. Di contro, con grande visibilità sui social, il plotone dei «puri e duri» si è fatto sentire gridando il suo rabbioso #senzadime: il capo dei bersaglieri renziani è stato senza dubbio, anche per efficacia mediatica, l'ex portavoce Michele Anzaldi, seguito a ruota da Luca Lotti, Antonello Giacomelli, Silvia Fregolent, Alessia Rotta, Alessia Morani e Anna Ascani, vere e proprie Erinni della battaglia per il No. Poi c'è il commissario politico Matteo Orfini, che con i suoi primi piani atterriti, al fianco di Martina, è stato l'icona visibile del vertice lacerato.
Ecco perché, dentro quello che apparentemente si presenta come un monolite, l'ex maggioranza teoricamente ha i numeri per praticare un gioco delle parti tattico: da un lato massimizzare e capitalizzare l'opposizione per fare il pieno dei voti ultras. Dall'altro creare una posizione più dialogante per presidiare il centro del partito, quello da cui - dai tempi del vecchio Pci - si può governare. Ecco perché differenziare le posizioni è come puntare due fiches diverse al tavolo da gioco, in vista della mano di roulette sulla segreteria. Logorare Martina significa in primo luogo costringerlo a esporsi in questa battaglia per poi tenerlo in pugno stringendolo (tecnicamente) per le palle nel momento della trattativa, pronti a impallinarlo a ogni passo falso. Anche perché il problema politico di chi sposa la linea dura, il punto debole della guardia repubblicana renziana è uno solo, ma è un vero tallone d'Achille: sapere, cioè, che anche i più scatenati antigrillini sono convinti che in questo momento il partito non è in condizione di reggere la prova di un voto anticipato. Al Nazareno i primi calcoli dicono che se la flessione del Molise si proiettasse su scala nazionale il rischio sarebbe quello di conquistare il 60% dei collegi nominali in meno. E stando ai sondaggi veri, perdere almeno altri tre punti sul 17% delle politiche. Ecco perché il 3 - al di là degli hashtag e delle grancassa per i gonzi - anche a quelli che sognano la restaurazione renziana può convenire marciare divisi per poi colpire uniti al momento del voto sul segretario. Perché la vera partita del futuro, nel Pd si gioca tutta lì.
Luca Telese
Salvini irride l’idillio Pd-M5s e pensa al Friuli
«Da leader del centrodestra mi faccio garante del fatto che qualcuno nella coalizione la smetta di sobillare. Gli italiani hanno votato un programma e una squadra e io non tradisco». Matteo Salvini uscendo dal palazzo dei gruppi di Montecitorio, rassicura Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni. Il centrodestra resta unito. Del resto, a tre giorni dal voto in Friuli Venezia Giulia, non potrebbe essere altrimenti. «Io non chiudo la porta in faccia a nessuno», aggiunge Matteo Salvini, «spero che la telenovela tra Renzi e Di Maio non duri troppo e secondo me sarebbe un governo irrispettoso per gli italiani. Quando avranno finito il loro amoreggiamento, se gli andasse male come io penso, io ci sono. In questo momento stiamo parlando del surreale, che è questo raccapricciante governo Pd-M5s. Quando avranno finito con questa presa in giro nei confronti degli italiani», sottolinea Matteo Salvini, «io ci sono, perché, a differenza di altri, non mi ritengo il più bello, il più intelligente, e non chiudo la porta a nessuno. Gli italiani sono ostaggio dei litigi del Pd e delle ambizioni di potere dei 5 stelle, alla faccia del voto che ha premiato Lega e centrodestra».
Salvini continua a giocare con la fascia da capitano del centrodestra, e non della sola Lega, e ha le sue ottime ragioni per farlo. La sparata di Di Maio, al termine dell'incontro con il presidente della Camera, Roberto Fico, è considerata un segnale di estrema debolezza. «Fa specie», dice Di Maio, «vedere che Berlusconi utilizzi tv e giornale per mandare velate minacce a Salvini, qualora decidesse di sganciarsi. È arrivato il momento di metter mano a questo conflitto d'interessi e di dire che un politico non può essere proprietario di mezzi di informazione». «Di Maio mi ha difeso? Lo ringrazio», replica Salvini, «però sono in grado di difendermi da solo. Ora è il momento di parlare poco e cominciare a lavorare, senza pretendere posti e poltrone. Questo vale per tutti, per il M5s e il centrodestra. Vale per tutti».
Le parole di Di Maio, nel centrodestra, vengono lette come l'ennesimo appello a Salvini da parte dell'ala poltronista del M5s, quella legata al «capo politico», ormai esposta al ludibrio dei militanti e alle critiche dei parlamentari e dei dirigenti ortodossi, vicini a Roberto Fico, per le continue giravolte e la smania dello stesso Di Maio di sedersi sulla poltrona di premier. Il centrodestra, confortato dai sondaggi, è ingolosito dalle urne a ottobre per portare a casa il risultato pieno: vittoria in solitaria (che sarebbe possibile, secondo molti addetti ai lavori, anche con questa stessa legge elettorale, considerato il trend in fortissimo aumento della Lega, superiore al calo di Forza Italia) con Matteo Salvini premier. Il piano B invece, quello che continua ad essere lo scenario preferito da Giorgia Meloni, consiste nell'attendere il naufragio della trattativa tra Pd e M5s e cercare in Parlamento, tra i peones terrorizzati dal ritorno alle urne, i voti necessari a far partire già in questa legislatura un governo di centrodestra guidato dal leader del Carroccio.
Salvini oggi sarà al fianco del candidato alla presidenza del Friuli Venezia Giulia, il leghista Massimiliano Fedriga, per l'intera giornata di chiusura della campagna elettorale. Salvini in mattinata sarà a Spilimbergo, a Pordenone e a Fiume Veneto; nel pomeriggio, il leader della Lega ha in programma comizi a Gorizia e a Udine, prima di chiudere la campagna elettorale alle 18 e 30 a Trieste. Se, come previsto, il centrodestra stravincerà, strappando al Pd la seconda regione in due settimane dopo il Molise, far nascere un governo tra i dem e il M5s sarà ancora più difficile. Non solo: le elezioni in Friuli Venezia Giulia fotograferanno anche i rapporti di forza nel centrodestra, con la Lega che punta a triplicare o quadruplicare i voti di Forza Italia, con inevitabili ripercussioni nell'eterno braccio di ferro tra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi. Il Carroccio ha ormai in pugno la golden share del centrodestra, non solo al Nord: purtroppo per Berlusconi, Forza Italia al Sud continua a disperdere consensi, lacerata da beghe interne tra improponibili ras territoriali, che pensano solo a salvaguardare i propri orticelli, confidando in rapporti personali con quello che resta del «cerchio tragico» berlusconiano. Il capogruppo di Forza Italia nel consiglio regionale della Puglia, Nino Marmo, lancia un allarme disperato: «In Puglia», dice Marmo, «dal 4 marzo è in atto un continuo abbandono di Forza Italia a favore della Lega. Un vero e proprio smottamento della base e del personale politico che ha come unica destinazione la Lega e che comporterà non pochi problemi in vista delle prossime tornate elettorali. Il tutto sta avvenendo nell'indifferenza generale di chi dovrebbe coordinare Forza Italia. Berlusconi e Tajani intervengano, il partito va riorganizzato».
Ignazio Mangrano
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Il leader M5s attacca ancora Silvio Berlusconi, che replica: «Vuole l'esproprio». Intanto, il presidente della Camera dispensa ottimismo e passa la palla ai dem. Ok del Quirinale, ma si prepara un piano d'emergenza. Doppia partita per i democratici ma quella che conta è la segreteria. La nuova assemblea deciderà non soltanto l'asse con il M5s ma anche il leader. Centrodestra alla finestra. Il leghista: «La telenovela tra Di Maio e Renzi finirà, e dopo io ci sarò». Intanto si butta nel tour elettorale per la Regione. Dove è atteso sia un test nazionale per la coalizione sia quello per i rapporti tra Lega e pentastellati. Lo speciale contiene quattro articoli. Un «contratto al rialzo» per uscire dall'impasse e dare al Paese un nuovo governo. La nuova apertura di Luigi Di Maio al Pd ha tutto il sapore di un tentativo (forse l'ultimo) prima di dichiarare naufragato ogni tentativo di dialogo tra il Movimento 5 stelle e i dem. Con la personale certezza, sottolinea Di Maio, che se le cose non dovessero andare bene, il M5s crescerà ancora. Al termine del secondo giro di consultazioni con il presidente della Camera Roberto Fico, il leader pentastellato prova a indossare i panni dell'equilibrista. Tornando ad aprire nei confronti di Matteo Salvini, ma di Forza Italia, e insistendo sulla necessità di una legge sul conflitto d'interessi: «Bisogna metterci mano. Penso al fatto che Berlusconi usando le sue tv continua a minacciare Salvini». Parole che il Cavaliere non lascia cadere senza colpo ferire. «Il linguaggio di Di Maio è preoccupante», replica a stretto giro il leader degli azzurri, «si vuole toccare un avversario politico nella sua attività privata e sul patrimonio, da esproprio proletario da anni Settanta, è un pericolo per la democrazia e la libertà». Di Maio però non risponde e continua con il corteggiamento ai dem: «Capisco chi tra i nostri dice “mai col Pd", come chi tra gli elettori pd dice “mai con il M5s". Ma qui non si parla di andare con qualcuno. Non stiamo ragionando in un'ottica di schieramento». Salvo poi precisare: «Se si riescono a fare le cose bene, altrimenti si torna al voto. E se si torna al voto io sono convinto che il M5s ne uscirà rafforzato». Nel frattempo, si tesse la tela: «Potevamo fare anche noi gli interessi di parte, come la Lega. Ma non vedo l'ora di mettermi al lavoro sui problemi delle persone», spiega il capo politico del M5s. «Credo», insiste, «che dal voto del 4 marzo siano uscite delle richieste sui pensionati rispetto alla legge Fornero, sul precariato rispetto alle leggi sul lavoro, sugli insegnanti che devono fare mille chilometri per andare a lavorare, e sulle grandi opere inutili». Tutti concetti ribaditi da Danilo Toninelli, capogruppo dei pentastellati al Senato: «Valutiamo positivamente la disponibilità del Pd a parlare di cose concrete nell'interesse dei cittadini. M5s e Pd sono due forze alternative, dunque non è un'alleanza. Lavoriamo per scrivere un contratto per creare un governo nuovo». E rilanciati con un post da Giulia Grillo, presidente dei deputati del M5s: «Vogliamo dare un governo a questo Paese per migliorare la vita dei cittadini e renderli fieri di vivere qui. Per far questo, però, non siamo disposti a perdere i nostri princìpi e i nostri valori. Tra noi e il Pd ci sono profonde differenze ma se mettiamo il bene della nazione, noi ci siamo». Le prove tecniche di dialogo vanno avanti, insomma. Certificate anche dalle parole di Fico, che ha dichiarato chiuso «con esito positivo» il mandato esplorativo affidatogli da Mattarella. Ora non resta che attendere le decisioni che assumerà la direzione pd. 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Mattarella prende atto dell'ottimismo di Fico, così come delle dichiarazioni della delegazione a cinque stelle e di quella dem al termine degli incontri con il presidente della Camera: concederà, ovviamente, altro tempo ai due partiti per verificare se il dialogo avviato proseguirà oppure no. Il primo vero ostacolo sulla strada di questo «matrimonio di interesse» è rappresentato dall'assemblea dei senatori del Pd, convocata dal renzianissimo capogruppo Andrea Marcucci per il prossimo 2 maggio, 24 ore prima della direzione dei dem che dovrà dire sì o no al proseguimento delle trattative con il M5s. Il segretario reggente (per la verità sempre più traballante) del Pd, Maurizio Martina, ha sentito Matteo Renzi, tentando di disinnescare questa mina. Niente da fare: la riunione dei senatori resta convocata, ed è evidente che il senatore Renzi, sempre convinto della fedeltà della stragrande maggioranza dei parlamentari dem, ne approfitterà per serrare i ranghi. Lo stesso Marcucci, che ieri ha incontrato Fico insieme a Martina, al presidente del partito Matteo Orfini e al capogruppo alla Camera, Graziano Delrio, inizia a cannoneggiare l'ipotetico accordo poche ore dopo il colloquio con il presidente della Camera: «L'ottimismo del presidente Fico», attacca Marcucci, «è sorprendente. Con la logica del fatto compiuto non si va da nessuna parte. La direzione del Partito democratico, che è una cosa seria, dovrà decidere se aprire o meno un confronto con il Movimento 5 stelle. A questo proposito va ricordato che le distanze programmatiche erano e restano profonde». L'aggiunta finale dice più di mille analisi: «Se il dialogo partisse, la nostra base sarebbe il programma in 100 punti del Pd». Mattarella non è per nulla ottimista rispetto alla effettiva possibilità che Matteo Renzi dia il via libera a un governo con il M5s. Anzi: sa benissimo che l'unica strada realmente percorribile sarebbe un appoggio esterno dei dem a un monocolore pentastellato, con Roberto Fico premier e un esponente del Pd che andrebbe a occupare la poltrona di presidente della Camera. Il capo dello Stato, quindi, aspetterà l'esito di questa trattativa preparando già i successivi passi, nel caso in cui il sottilissimo filo tra Pd e M5s si spezzasse definitivamente. Prima di «arrendersi» e dare il via libera a elezioni a ottobre, Mattarella giocherà le ultime carte. La prima è quella di un accordo tra centrodestra e Pd, con l'incarico esplorativo affidato a un uomo della Lega (Matteo Salvini o il fidatissimo Giancarlo Giorgetti). È vero che Salvini ha sempre escluso questa possibilità, ma Mattarella, prima di archiviarla, avrà bisogno di un «no» esplicito e formale. La seconda ipotesi è che Salvini ceda alle insistenze di Silvio Berlusconi e di Giorgia Meloni, che continuano a chiedergli, da settimane, di andare in Parlamento a cercare i voti che mancano per sostenere un governo del centrodestra. Il gruppo misto, così come quello degli italiani eletti all'estero, sono contenitori pronti ad accogliere decine di neoeletti che pur di non tornarsene a casa voterebbero la fiducia a qualunque governo. Mattarella non sarebbe certo entusiasta di questa soluzione, ma non potrebbe fare altro che dare il via libera al tentativo se il centrodestra dimostrasse di poter agevolmente ottenere numeri sufficienti alla Camera e al Senato (dove mancano relativamente 50 deputati e 30 senatori). In quel caso, il presidente della Repubblica prenderebbe atto della situazione, soprattutto se nel frattempo nascesse qualche gruppo «responsabile» con un proprio ufficio di presidenza, formato da eletti nel misto, eletti all'estero, fuoriusciti dal Movimento 5 stelle e, perché no, qualche fuoriuscito dal Partito democratico, magari qualche esponente renziano, in nome dei bei vecchi tempi del patto del Nazareno. Sergio Mattarella è tranquillissimo: si susseguono ormai da parte dei principali esponenti dei partiti dichiarazioni che aprono a un eventuale ritorno alle urne, una «soluzione finale» probabilissima e che non potrebbe in nessun caso essere addebitata dal volere o alle manovre del capo dello Stato. Non ci sarebbe bisogno nemmeno di un nuovo esecutivo che portasse l'Italia a nuove elezioni: Paolo Gentiloni potrebbe benissimo restare in sella come premier ancora per qualche altro mesetto. 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Per capire: oltre ai 120 componenti eletti, della platea fanno parte i membri di diritto, fotografia dell'organigramma ristretto: ex segretari di partito, segretari regionali tutti figli della stagione renziana (Maurizio Martina - per capirci - non ne ha ancora nominato uno), sindaci di capoluogo di provincia, governatori di regione (l'unico non renziano, fino a un mese fa, era Michele Emiliano). I 120 «eletti» - invece - sono stati scelti dall'assemblea nazionale quando Renzi aveva oltre il 60% del partito. La direzione avrà - oltre all'onere della scelta sulla trattativa per il governo - anche il compito di prendere la decisione più importante per il futuro del Pd: quello di votare (a maggioranza) il meccanismo con cui l'assemblea eleggerà il nuovo segretario. In pratica, la partita più importante. E c'è un problema: nessuno che sia esposto su una posizione schierata dopo la direzione potrebbe vincerla. D'accordo con il reggente Martina sul sì alla trattativa con i grillini - sulla carta - c'è un ristretto gruppo dirigente di vertice. In primo luogo le ex minoranze, con in testa lo stesso Emiliano, Gianni Cuperlo e Andrea Orlando. Poi ci sono diversi quadri di grande peso come Anna Finocchiaro e Luigi Zanda. Quindi Dario Franceschini e Roberta Pinotti, con la loro componente, Area-Dem. Negli ultimi giorni, anche nel gruppo un tempo granitico che fa riferimento all'ex segretario si sono manifestate sfumature: ieri - per esempio - si è aggiunta quella di Roberto Giachetti, che pure a Roma duellò con Virginia Raggi, ma che oggi si dice non contrario a un approfondimento del dialogo. C'è poi Graziano Delrio (uno dei possibili candidati di Renzi) che ha pubblicamente detto di essere favorevole a una consultazione degli iscritti. E poi c'è anche Lorenzo Guerini (ex vicesegretario ai tempi del Giglio magico) che ha detto - con toni pacati - di ritenere giusto non rifiutare il confronto. Fra gli ex ministri - per esempio - mentre Maria Elena Boschi ha sposato con nettezza la linea dura, Marianna Madia ha detto di essere favorevole ad approfondimenti. Di contro, con grande visibilità sui social, il plotone dei «puri e duri» si è fatto sentire gridando il suo rabbioso #senzadime: il capo dei bersaglieri renziani è stato senza dubbio, anche per efficacia mediatica, l'ex portavoce Michele Anzaldi, seguito a ruota da Luca Lotti, Antonello Giacomelli, Silvia Fregolent, Alessia Rotta, Alessia Morani e Anna Ascani, vere e proprie Erinni della battaglia per il No. Poi c'è il commissario politico Matteo Orfini, che con i suoi primi piani atterriti, al fianco di Martina, è stato l'icona visibile del vertice lacerato. Ecco perché, dentro quello che apparentemente si presenta come un monolite, l'ex maggioranza teoricamente ha i numeri per praticare un gioco delle parti tattico: da un lato massimizzare e capitalizzare l'opposizione per fare il pieno dei voti ultras. Dall'altro creare una posizione più dialogante per presidiare il centro del partito, quello da cui - dai tempi del vecchio Pci - si può governare. Ecco perché differenziare le posizioni è come puntare due fiches diverse al tavolo da gioco, in vista della mano di roulette sulla segreteria. Logorare Martina significa in primo luogo costringerlo a esporsi in questa battaglia per poi tenerlo in pugno stringendolo (tecnicamente) per le palle nel momento della trattativa, pronti a impallinarlo a ogni passo falso. Anche perché il problema politico di chi sposa la linea dura, il punto debole della guardia repubblicana renziana è uno solo, ma è un vero tallone d'Achille: sapere, cioè, che anche i più scatenati antigrillini sono convinti che in questo momento il partito non è in condizione di reggere la prova di un voto anticipato. Al Nazareno i primi calcoli dicono che se la flessione del Molise si proiettasse su scala nazionale il rischio sarebbe quello di conquistare il 60% dei collegi nominali in meno. E stando ai sondaggi veri, perdere almeno altri tre punti sul 17% delle politiche. Ecco perché il 3 - al di là degli hashtag e delle grancassa per i gonzi - anche a quelli che sognano la restaurazione renziana può convenire marciare divisi per poi colpire uniti al momento del voto sul segretario. Perché la vera partita del futuro, nel Pd si gioca tutta lì. Luca Telese <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/di-maio-vuole-difendere-salvini-da-mediaset-2563605375.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-irride-lidillio-pd-m5s-e-pensa-al-friuli" data-post-id="2563605375" data-published-at="1774131580" data-use-pagination="False"> Salvini irride l’idillio Pd-M5s e pensa al Friuli «Da leader del centrodestra mi faccio garante del fatto che qualcuno nella coalizione la smetta di sobillare. Gli italiani hanno votato un programma e una squadra e io non tradisco». Matteo Salvini uscendo dal palazzo dei gruppi di Montecitorio, rassicura Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni. Il centrodestra resta unito. Del resto, a tre giorni dal voto in Friuli Venezia Giulia, non potrebbe essere altrimenti. «Io non chiudo la porta in faccia a nessuno», aggiunge Matteo Salvini, «spero che la telenovela tra Renzi e Di Maio non duri troppo e secondo me sarebbe un governo irrispettoso per gli italiani. Quando avranno finito il loro amoreggiamento, se gli andasse male come io penso, io ci sono. In questo momento stiamo parlando del surreale, che è questo raccapricciante governo Pd-M5s. Quando avranno finito con questa presa in giro nei confronti degli italiani», sottolinea Matteo Salvini, «io ci sono, perché, a differenza di altri, non mi ritengo il più bello, il più intelligente, e non chiudo la porta a nessuno. Gli italiani sono ostaggio dei litigi del Pd e delle ambizioni di potere dei 5 stelle, alla faccia del voto che ha premiato Lega e centrodestra». Salvini continua a giocare con la fascia da capitano del centrodestra, e non della sola Lega, e ha le sue ottime ragioni per farlo. La sparata di Di Maio, al termine dell'incontro con il presidente della Camera, Roberto Fico, è considerata un segnale di estrema debolezza. «Fa specie», dice Di Maio, «vedere che Berlusconi utilizzi tv e giornale per mandare velate minacce a Salvini, qualora decidesse di sganciarsi. È arrivato il momento di metter mano a questo conflitto d'interessi e di dire che un politico non può essere proprietario di mezzi di informazione». «Di Maio mi ha difeso? Lo ringrazio», replica Salvini, «però sono in grado di difendermi da solo. Ora è il momento di parlare poco e cominciare a lavorare, senza pretendere posti e poltrone. Questo vale per tutti, per il M5s e il centrodestra. Vale per tutti». Le parole di Di Maio, nel centrodestra, vengono lette come l'ennesimo appello a Salvini da parte dell'ala poltronista del M5s, quella legata al «capo politico», ormai esposta al ludibrio dei militanti e alle critiche dei parlamentari e dei dirigenti ortodossi, vicini a Roberto Fico, per le continue giravolte e la smania dello stesso Di Maio di sedersi sulla poltrona di premier. Il centrodestra, confortato dai sondaggi, è ingolosito dalle urne a ottobre per portare a casa il risultato pieno: vittoria in solitaria (che sarebbe possibile, secondo molti addetti ai lavori, anche con questa stessa legge elettorale, considerato il trend in fortissimo aumento della Lega, superiore al calo di Forza Italia) con Matteo Salvini premier. Il piano B invece, quello che continua ad essere lo scenario preferito da Giorgia Meloni, consiste nell'attendere il naufragio della trattativa tra Pd e M5s e cercare in Parlamento, tra i peones terrorizzati dal ritorno alle urne, i voti necessari a far partire già in questa legislatura un governo di centrodestra guidato dal leader del Carroccio. Salvini oggi sarà al fianco del candidato alla presidenza del Friuli Venezia Giulia, il leghista Massimiliano Fedriga, per l'intera giornata di chiusura della campagna elettorale. Salvini in mattinata sarà a Spilimbergo, a Pordenone e a Fiume Veneto; nel pomeriggio, il leader della Lega ha in programma comizi a Gorizia e a Udine, prima di chiudere la campagna elettorale alle 18 e 30 a Trieste. Se, come previsto, il centrodestra stravincerà, strappando al Pd la seconda regione in due settimane dopo il Molise, far nascere un governo tra i dem e il M5s sarà ancora più difficile. Non solo: le elezioni in Friuli Venezia Giulia fotograferanno anche i rapporti di forza nel centrodestra, con la Lega che punta a triplicare o quadruplicare i voti di Forza Italia, con inevitabili ripercussioni nell'eterno braccio di ferro tra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi. Il Carroccio ha ormai in pugno la golden share del centrodestra, non solo al Nord: purtroppo per Berlusconi, Forza Italia al Sud continua a disperdere consensi, lacerata da beghe interne tra improponibili ras territoriali, che pensano solo a salvaguardare i propri orticelli, confidando in rapporti personali con quello che resta del «cerchio tragico» berlusconiano. Il capogruppo di Forza Italia nel consiglio regionale della Puglia, Nino Marmo, lancia un allarme disperato: «In Puglia», dice Marmo, «dal 4 marzo è in atto un continuo abbandono di Forza Italia a favore della Lega. Un vero e proprio smottamento della base e del personale politico che ha come unica destinazione la Lega e che comporterà non pochi problemi in vista delle prossime tornate elettorali. Il tutto sta avvenendo nell'indifferenza generale di chi dovrebbe coordinare Forza Italia. Berlusconi e Tajani intervengano, il partito va riorganizzato». Ignazio Mangrano
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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