• Il grillino parla di dialogo con il Pd. Così placa le ansie del Quirinale mentre tratta con la Lega.
  • Ma intanto Napolitano fa le sue consultazioni e spinge il Pd nelle braccia del M5s
  • Berlusconi manda avanti il Carroccio, rimbalza il leader 5 stelle e tiene il punto su Forza Italia: «Al governo figure di alto profilo». In attesa che maturi la soluzione del «tutti dentro».
  • E Renzi freme per tornare in pista e si sente con il Colle.

Lo speciale contiene quattro articoli.

La curiosità di vedere se Maurizio Martina si smarca da Matteo Renzi, certo, ma soprattutto la voglia di dimostrarsi aperti al dialogo tanto con la Lega quanto con il Pd. Nella convinzione che provare platealmente a spaccare il partito del Nazareno servirebbe solo a ricompattarlo. «Ci penseranno loro da soli, scannandosi per la segreteria», si ripetono i vertici del M5s. «Noi intanto dovremmo aver sventato soluzioni pasticciate», si dicono i pentastellati, dopo che Luigi Di Maio e i capogruppo Danilo Toninelli e Giulia Grillo sono scesi dal Quirinale per il primo, garbatissimo, round con il presidente Sergio Mattarella.

Che Di Maio e soci abbiano deciso di puntare tutto sulla propria compattezza è emerso chiaramente ieri pomeriggio. Dopo aver passato le ultime due settimane a trattare più o meno sottobanco con la Lega di Matteo Salvini, in attesa che le regionali del Friuli sanciscano il lancio dell’Opa finale del Carroccio su Forza Italia, ecco che Di Maio va a raccontare al presidente della Repubblica che, per il M5s, Pd o Lega pari sono. «Noi non siamo né di destra né di sinistra e quindi possiamo allearci con entrambi, in alternativa, a seconda dei programmi comuni», ha spiegato il candidato premier grillino. Che poi, uscito dall’incontro con l’uomo del Colle, ha fatto sapere ai dem: «Stiamo parlando di Pd nella sua interezza, perché noi non ci permettiamo di dividere nessuno». Il timore del M5s è che il Pd si ricompatti immediatamente, se solo percepisce di essere sotto attacco. Mentre «è chiaro che se Martina prende coraggio, Renzi magari se ne va da solo», riassume un senatore dei 5 stelle.

Ma basta guardare i numeri per vedere che un Pd che perdesse pezzi non sarebbe l’alleato ideale per una coalizione che voglia durare cinque anni, anche contando i deputati di Leu. Anche perché dall’altra parte, se si fa un governo con la Lega «alla fine ci staranno anche quelli di Fdi e chissà quanti forzisti, in fuga dal declino di Berlusconi». Insomma, con Salvini nascerebbe un esecutivo più solido e duraturo. E Di Maio è quello che preferirebbe. L’improvvisa apertura al Pd è servita soprattutto a rintuzzare possibili avance del Quirinale. «Sarebbe molto divertente sapere che cosa ha detto esattamente Giorgio Napolitano al suo successore», osservano nello stato maggiore del M5s, ma il sospetto grillino è che banche, finanza e partner europei tifino per un governo tecnico, che si regga sui voti di Forza Italia, Pd e grillini. E allora Di Maio a Mattarella ha detto molto chiaramente, invece, che non è disposto a partecipare ad alcun pateracchio, ovvero a governissimi, governi tecnici, governi di scopo o del presidente. E il leader 5 stelle impiegherà i prossimi giorni per incontrare (e stanare) tanto Salvini quanto Martina, prima di tornare al Colle. Ma il candidato premier pentastellato ha approfittato dell’inedita ribalta di ieri anche per mandare messaggi ai mercati e fuori dai confini nazionali, nella volontà di porsi come un punto di riferimento più moderato e in qualche modo più affidabile di Salvini, che per aver appoggiato l’Ungheria di Orban e la Russia di Vladimir Putin è indubbiamente guardato con maggior diffidenza, tanto a Bruxelles quanto a Washington. «Con noi al governo ci tengo a ribadire», ha scritto Di Maio sul blog delle Stelle, «che l’Italia manterrà gli impegni internazionali già assunti: resterà alleata dell’occidente, resterà nella Nato, nell’Unione europea e nell’unione monetaria». Un tributo necessario anche per non interrompere la buona predisposizione dei mercati, visto che dal 5 marzo a oggi la Borsa ha continuato a salire e il temuto spread con i titoli pubblici tedeschi è addirittura sceso da 134 a 125 punti base».

E a proposito di affari, il M5s è rimasto impressionato anche dalla rapidità con la quale si stanno muovendo le cose sul triangolo Mediaset-Telecom-Vivendi, con la Cassa depositi e prestiti che improvvisamente decide di scendere in campo per sbarrare la strada ai francesi nell’ex monopolista telefonico e Silvio Berlusconi che si allea con Sky e Rupert Murdoch. «Ci hanno avvisato? Sì, a cose fatte», dice sotto garanzia di anonimato uno degli uomini che segue le partite di potere economico per il M5s. E se ieri il Movimento è stato così netto nell’affermare che non vede Forza Italia come un interlocutore politico è stato anche per questo, perché, per dirla con il fondatore Beppe Grillo, «alla fine Berlusconi pensa solo alla roba sua». E ancora una volta il fattore Cavaliere, condannato per frode fiscale e sotto processo per corruzione giudiziaria, ha avuto peso nell’agenda esibita ieri dal M5s per provare a costruire un patto con Lega o Pd: «Ci sono soluzioni che aspettiamo da 30 anni, lotta alla corruzione, eliminazione dei privilegi e sprechi della politica, sburocratizzazione, riduzione delle tasse, gestione del fenomeno migratorio, lotta alla povertà e creazione di posti di lavoro». Il tutto mentre Grillo postava sul suo blog un lungo inno dedicato alla solidarietà e alla lotta contro la diseguaglianza economica, nel quale spiccava una citazione dell’anarchico russo Petrr Kopotkin, quello per il quale «il povero di oggi non può essere il povero di domani». Ma in politica il nemico di ieri può essere l’alleato di domani.

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