2018-04-06
Per Di Maio
resta Salvini l’alleato preferito
ANSA
La curiosità di vedere se Maurizio Martina si smarca da Matteo Renzi, certo, ma soprattutto la voglia di dimostrarsi aperti al dialogo tanto con la Lega quanto con il Pd. Nella convinzione che provare platealmente a spaccare il partito del Nazareno servirebbe solo a ricompattarlo. «Ci penseranno loro da soli, scannandosi per la segreteria», si ripetono i vertici del M5s. «Noi intanto dovremmo aver sventato soluzioni pasticciate», si dicono i pentastellati, dopo che Luigi Di Maio e i capogruppo Danilo Toninelli e Giulia Grillo sono scesi dal Quirinale per il primo, garbatissimo, round con il presidente Sergio Mattarella.
Che Di Maio e soci abbiano deciso di puntare tutto sulla propria compattezza è emerso chiaramente ieri pomeriggio. Dopo aver passato le ultime due settimane a trattare più o meno sottobanco con la Lega di Matteo Salvini, in attesa che le regionali del Friuli sanciscano il lancio dell'Opa finale del Carroccio su Forza Italia, ecco che Di Maio va a raccontare al presidente della Repubblica che, per il M5s, Pd o Lega pari sono. «Noi non siamo né di destra né di sinistra e quindi possiamo allearci con entrambi, in alternativa, a seconda dei programmi comuni», ha spiegato il candidato premier grillino. Che poi, uscito dall'incontro con l'uomo del Colle, ha fatto sapere ai dem: «Stiamo parlando di Pd nella sua interezza, perché noi non ci permettiamo di dividere nessuno». Il timore del M5s è che il Pd si ricompatti immediatamente, se solo percepisce di essere sotto attacco. Mentre «è chiaro che se Martina prende coraggio, Renzi magari se ne va da solo», riassume un senatore dei 5 stelle.
Ma basta guardare i numeri per vedere che un Pd che perdesse pezzi non sarebbe l'alleato ideale per una coalizione che voglia durare cinque anni, anche contando i deputati di Leu. Anche perché dall'altra parte, se si fa un governo con la Lega «alla fine ci staranno anche quelli di Fdi e chissà quanti forzisti, in fuga dal declino di Berlusconi». Insomma, con Salvini nascerebbe un esecutivo più solido e duraturo. E Di Maio è quello che preferirebbe. L'improvvisa apertura al Pd è servita soprattutto a rintuzzare possibili avance del Quirinale. «Sarebbe molto divertente sapere che cosa ha detto esattamente Giorgio Napolitano al suo successore», osservano nello stato maggiore del M5s, ma il sospetto grillino è che banche, finanza e partner europei tifino per un governo tecnico, che si regga sui voti di Forza Italia, Pd e grillini. E allora Di Maio a Mattarella ha detto molto chiaramente, invece, che non è disposto a partecipare ad alcun pateracchio, ovvero a governissimi, governi tecnici, governi di scopo o del presidente. E il leader 5 stelle impiegherà i prossimi giorni per incontrare (e stanare) tanto Salvini quanto Martina, prima di tornare al Colle. Ma il candidato premier pentastellato ha approfittato dell'inedita ribalta di ieri anche per mandare messaggi ai mercati e fuori dai confini nazionali, nella volontà di porsi come un punto di riferimento più moderato e in qualche modo più affidabile di Salvini, che per aver appoggiato l'Ungheria di Orban e la Russia di Vladimir Putin è indubbiamente guardato con maggior diffidenza, tanto a Bruxelles quanto a Washington. «Con noi al governo ci tengo a ribadire», ha scritto Di Maio sul blog delle Stelle, «che l'Italia manterrà gli impegni internazionali già assunti: resterà alleata dell'occidente, resterà nella Nato, nell'Unione europea e nell'unione monetaria». Un tributo necessario anche per non interrompere la buona predisposizione dei mercati, visto che dal 5 marzo a oggi la Borsa ha continuato a salire e il temuto spread con i titoli pubblici tedeschi è addirittura sceso da 134 a 125 punti base».
E a proposito di affari, il M5s è rimasto impressionato anche dalla rapidità con la quale si stanno muovendo le cose sul triangolo Mediaset-Telecom-Vivendi, con la Cassa depositi e prestiti che improvvisamente decide di scendere in campo per sbarrare la strada ai francesi nell'ex monopolista telefonico e Silvio Berlusconi che si allea con Sky e Rupert Murdoch. «Ci hanno avvisato? Sì, a cose fatte», dice sotto garanzia di anonimato uno degli uomini che segue le partite di potere economico per il M5s. E se ieri il Movimento è stato così netto nell'affermare che non vede Forza Italia come un interlocutore politico è stato anche per questo, perché, per dirla con il fondatore Beppe Grillo, «alla fine Berlusconi pensa solo alla roba sua». E ancora una volta il fattore Cavaliere, condannato per frode fiscale e sotto processo per corruzione giudiziaria, ha avuto peso nell'agenda esibita ieri dal M5s per provare a costruire un patto con Lega o Pd: «Ci sono soluzioni che aspettiamo da 30 anni, lotta alla corruzione, eliminazione dei privilegi e sprechi della politica, sburocratizzazione, riduzione delle tasse, gestione del fenomeno migratorio, lotta alla povertà e creazione di posti di lavoro». Il tutto mentre Grillo postava sul suo blog un lungo inno dedicato alla solidarietà e alla lotta contro la diseguaglianza economica, nel quale spiccava una citazione dell'anarchico russo Petrr Kopotkin, quello per il quale «il povero di oggi non può essere il povero di domani». Ma in politica il nemico di ieri può essere l'alleato di domani.
Napolitano fa le sue consultazioni e spinge il Pd nelle braccia del M5s
Giorgio Napolitano non molla. Dopo l'intervento a gamba tesa da presidente pro tempore del Senato, ora il novantaduenne presidente emerito della Repubblica ha iniziato a farsi sentire anche all'interno del Partito democratico in vista del secondo giro di consultazioni.
Del resto l'apertura del leader pentastellato Luigi Di Maio a tutto il Pd («Non ho mai voluto spaccare il Pd», ha detto ieri dal Colle), compreso quindi l'ex segretario Matteo Renzi, traccia forse un nuovo schema di gioco, dove i dem potrebbero tornare in partita dopo settimane di Aventino. A quanto pare l'obiettivo non dichiarato del vecchio dirigente del Pci è quello di stanare Matteo Renzi dall'ambiguo ruolo di questi ultimi giorni (le dimissioni sono vere o finte?), portando il Nazareno a dialogare con i grillini o con il centrodestra: magari costruire un percorso che possa portare alla formazione di un nuovo esecutivo. È il vecchio schema delle Botteghe Oscure, quello del cosiddetto senso dello Stato e delle istituzioni, ma soprattutto di come quando il Paese ne abbia bisogno sia più importante la sostanza rispetto alla forma.
Si tratta di una linea portata avanti in queste settimane dal ministro per i Beni culturali, Dario Franceschini, ma soprattutto dal ministro di Grazia e giustizia Andrea Orlando, da sempre in ottimi rapporti con l'ex capo dello Stato: fu lui a sponsorizzarlo come Guardasigilli nel governo di Enrico Letta. Sarebbe proprio Orlando in queste ore a capeggiare la fronda contro i renziani, fermi sulle loro posizioni, con l'ex premier convinto più che mai di restare all'opposizione. La linea è più o meno quella espressa ieri dal segretario reggente Maurizio Martina: «L'esito elettorale per noi negativo non ci consente di formulare ipotesi di governo che ci riguardino». Ma allo stesso tempo il ministro dell'Agricoltura uscente ha anche aperto a quattro punti, tra cui un reddito di cittadinanza rimodulato e a una forte impronta europeista. Il problema resta sempre Renzi.
Claudio Velardi, ex Pci, da tempo mente critica all'interno del Pd con la sua Fondazione Ottimisti & Razionali, dopo le aperture di Di Maio con un tweet invitava i dem a sfidare i grillini. «Il Pd metta subito nero su bianco 5-6 punti irrinunciabili di programma coerenti con le cose fatte e dette, e sfidi il M5s. Prima di sedersi a qualunque tavolo». Si tratta di un'ipotesi che potrebbe prendere in considerazione Renzi? Del resto, l'idea di una scissione interna ai democratici, con la possibilità di creare un En Marche nello stile del presidente francese Emanuel Macron, sembra in questo momento accantonata. «Renzi non vuole fare En marche», diceva appunto ieri la deputata dem Alessia Morani. E cosa vuole fare? Si domandano in tanti dentro e fuori il parito. Al momento non si sa, ma dopo il primo giro di consultazioni appare evidente che lo schema di gioco sta cambiando e che il tempo del galateo istituzionale è finito.
Napolitano dovrebbe incontrare per la seconda volta il capo dello Stato Sergio Mattarella la prossima settimana, prima del nuovo giro di colloqui con i partiti che dovrebbe essere decisivo per la formazione di un nuovo governo o per le elezioni anticipate. La visita di Napolitano a Mattarella è da prassi istituzionale, ma segnala il consueto interventismo da parte di Re Giorgio nelle dinamiche della politica italiana. D'altra parte dopo le sciabolate contro Renzi a Palazzo Madama («Il voto ha bocciato l'auto esaltazione dei governi»), nelle poche dichiarazioni rese in pubblico il due volte capo dello Stato ha fatto intendere subito che lo schema di gioco per nominare i presidenti di Camera e Senato, cioè l'intesa tra il leader leghista Matteo Salvini e Luigi Di Maio, non valeva per formare un nuovo governo («No, quella maggioranza é servita per le Camere, punto e basta») e soprattutto ha chiesto responsabilità al Pd. «In questo momento Renzi è il miglior alleato di Di Maio, perché stando fermo potrà far dire al Movimento 5 stelle che loro ci hanno provato ma non c'è stato nulla da fare. E così potrà addossare al Pd la responsabilità di un governo Lega-M5s», spiega un deputato di centrosinistra fuori dai microfoni.
Da sempre interprete del pensiero di Napolitano è il vecchio amico Emanuele Macaluso, storica firma dell'Unità, che da una settimana continua a bombardare il Pd sul ruolo che dovrebbe tenere durante questa fase di costruzione di un nuovo esecutivo. Proprio ieri nel suo consueto corsivo sottolineava quale ruolo avesse in questo momento Renzi, circondato dal suo Gglio magico e alternativo a un partito che ragiona in termini di collegialità. «Renzi c'è o non c'è?», si domanda Macaluso. Perché, ragiona, «c'è da chiedersi a questo punto come andranno le cose nel Pd e se sarà veramente in grado di condurre quell'opposizione di cui tutti parlano. Lo dico perché a me pare che la confusione e, soprattutto, le guerriglie tra i vari gruppi continuino senza tregua. E come notano molti che hanno guardato sempre con simpatia il centrosinistra e lo hanno sempre votato, l'anomalia più evidente è quella delle dimissioni date e non date da Matteo Renzi. Se non si chiarisce sino in fondo questa questione, anche nell'assemblea convocata per il 21 aprile, la situazione del Pd resterà confusa e il partito sarà impotente ad affrontare le nuove frontiere della politica così come sono state determinate dalle elezioni».
Alessandro Da Rold
Il Cav restituisce il veto ai grillini e si gode la situazione di stallo

LaPresse
Esce dall'incontro con Sergio Mattarella, sorridente, tranquillo, con l'aria di chi pensa: «Rieccomi, che pensavate?». Silvio Berlusconi non molla il centro del ring. L'uomo sa meglio di chiunque altro che l'immagine, in politica, è tutto, e bisogna ammettere che la «rivoluzione rosa» di Forza Italia, dal punto di vista comunicativo, funziona. I nuovi capigruppo di Camera e Senato, Mariastella Gelmini e Anna Maria Bernini, alla destra e alla sinistra del capo, premurose, attente, sobrie, consegnano alle telecamere e ai fotografi un quadro accattivante. Il poker di donne della nuova Forza Italia si completa con Elisabetta Alberti Casellati e Mara Carfagna; la prima, presidente del Senato, potrebbe ricevere, se le consultazioni andassero per le lunghe, un incarico esplorativo dal presidente Mattarella; la seconda, vicepresidente della Camera, è pronta per ricoprire il ruolo di terza carica dello Stato nel caso di una vittoria del centrodestra se si dovesse tornare presto alle urne. Il rinnovamento è completato dalla quinta carta in mano a Berlusconi: Antonio Tajani, presidente dell'Europarlamento, in procinto di assumere il ruolo di vice Silvio. Tajani è già in campo: domani sarà lui a presentare, a Campobasso, la lista di Forza Italia per le regionali in Molise del prossimo 22 aprile.
«Alle elezioni», sottolinea Berlusconi, «ha prevalso nettamente il voto basato sulla protesta, sul dispetto, sul malcontento, sulla delusione». Il veto del M5s su di lui viene rispedito al mittente: «Non siamo disponibili», sottolinea Berlusconi, «a soluzioni di governo nelle quali prevalgano l'invidia e l'odio sociale, il pauperismo e il giustizialismo». Un governo di questo tipo, aggiunge Berlusconi, «metterebbe in grave difficoltà il nostro Paese, in Europa, innescherebbe una spirale recessiva fatta di disoccupazione crescente, tasse elevate, fuga di imprese e capitali, di fallimenti a catena a partire dal settore bancario». Porte chiuse per Luigi Di Maio, al quale invece, un'ora dopo, si rivolgerà con toni opposti Matteo Salvini, ribadendo che per lui il M5s resta l'interlocutore privilegiato per cercare di formare un governo. Il leader di Forza Italia, invece, sembra rivolgersi al centrosinistra, quando fa appello agli europeisti. Nostalgia di Nazareno? «Per affrontare le urgenze del nostro Paese», dice Berlusconi, «è necessario un governo fondato su un programma coerente e in grado di lavorare, un governo che deve partire dalla coalizione che ha vinto le elezioni, il centrodestra, e dal leader della forza politica più votata nella coalizione, la Lega. Per poter governare abbiamo bisogno di una maggioranza e per raggiungerla siamo disposti al dialogo. Siamo disponibili», sottolinea Berlusconi, «a partecipare, con una presenza di alto profilo, a soluzioni serie basate su accordi chiari con altri soggetti politici, su cose concrete e fattibili, credibili in sede europea. Quell'Europa», aggiunge Berlusconi, «verso la quale è certamente necessario un atteggiamento fermo e autorevole per tutelare gli interessi italiani meglio di come è stato fatto finora, ma che non perdonerebbe certo populismi, dilettantismi e improvvisazioni». La «presenza di alto profilo» significa che, se Forza Italia parteciperà a un governo, lo farà da protagonista, con ministri politici e rappresentativi.
Chi pensa a «tecnici di area», a una presenza «nascosta» dei berluscones in un governo la cui maggioranza si reggesse però sui voti determinanti di Forza Italia, può rassegnarsi. Qualcuno nella Lega, infuriandosi, ha interpretato questa frase come l'apertura a un «governo del presidente». In realtà, Berlusconi è convinto che la soluzione alla quale si potrebbe approdare, dopo il prossimo giro di consultazioni, è un governo di larghe intese che tenga dentro tutti (pallino di Mattarella svelato dalla Verità), quindi anche la Lega, tranne il M5s. Il Pd? Accetterebbe di buon grado, secondo Berlusconi, di far parte di un esecutivo guidato dal leghista Giancarlo Giorgetti. Matteo Salvini ci starebbe? Non si sa. Quello che si sa è che i rapporti con l'alleato sono buoni, anche se non manca una buona dose di reciproca diffidenza. Berlusconi è convinto che se Salvini scaricasse Forza Italia per fare il vicepremier di Luigi Di Maio, o comunque il socio di minoranza di un governo M5s-Lega, si ritroverebbe in un vicolo cieco, non potendo realizzare nemmeno uno dei punti del programma sottoposto agli elettori. Intanto, il Berlusconi paladino dell'Europa sta sistemando nel modo migliore gli affari di famiglia. Il governo guidato da Paolo Gentiloni sta arginando l'influenza di Vivendi, colosso francese guidato da Vincent Bollorè, fiero avversario di Berlusconi, su Telecom Italia e su Mediaset. Bollorè è all'angolo, dopo l'accordo tra Sky e la stessa Mediaset. Amici influenti di Romano Prodi, a livello europeo, stanno lavorando con discrezione e efficacia per aiutare «l'amico Silvio». Il Cavaliere è tornato. Anzi, è sempre rimasto lì, al centro del ring.
Carlo Tarallo
Renzi freme per tornare in pista e si sente con il Colle
Matteo Renzi è pronto a cambiare linea per rispondere alla chiamata del Colle ma soltanto quando sarà chiaro a tutti, avversari interni ed esterni, che Luigi Di Maio e Matteo Salvini avranno fallito. Lo spiegano i fedelissimi del toscano neosenatore di Rignano che in queste ore hanno avuto modo di parlarci: «Ovvio che Matteo voglia tornare in pista, ma alle sue condizioni. Non può certo perdere la faccia accodandosi ad ogni costo ad un qualsivoglia governo di tutti come invece vorrebbero altri nel Pd. Ma non è questo che serve per il rilancio del Partito democratico», spiegano dalle parti del Giglio magico.
La verità è che tra il Pd e il Quirinale gli emissari si muovono ormai da giorni tanto che si parla di un «patto» tra Matteo Renzi e il capo dello Stato, Sergio Mattarella, per far rientrare in gioco il Pd: se il leader dei 5 stelle e quello del Carroccio dovessero fallire nella composizione di un esecutivo e ci fosse un richiamo alla responsabilità da parte del Colle, il centrodestra unito - con l'appoggio esterno del Pd - consentirebbe di dare avvio al governo. Magari con un premier che non sia Salvini. Perché in fin dei conti anche Matteo Renzi (che di fatto continua a dettare la linea al proprio partito) vorrebbe evitare di ricorrere nuovamente alle urne. Teme che continuerebbero ad intestargli un'eventuale ulteriore sconfitta anche senza essere più, almeno formalmente, il segretario del partito. «Nel partito il renzicidio non è ancora stato compiuto ed ogni mossa viene ancora vissuta come pro o contro l'ex segretario», spiegano fonti del Nazareno.
Quindi anche una futura sconfitta elettorale in eventuali elezioni anticipate rischierebbe di essere intestata al neosentaore di Rignano che peraltro ha ancora il pieno controllo dei gruppi parlamentari del partito e nel dibattito interno non intende mollare di un centimetro né ora né mai. E qualcuno teme addirittura che, con i tempi lunghi, potrebbe anche riprendersi il partito per cambiarne il dna, farne un movimento alla Emmanuel Macron, anzi alla Renzi, favorendo ulteriori fuoriuscite di avversari interni per poi tenersi solo i fedelissimi da unire magari a quel che, tra qualche tempo, resterà di Forza Italia. La scommessa del toscano di andare «oltre il Pd» risiede proprio in questo: non uscire dal partito ma cambiarlo dall'interno per capitalizzare al centro la nascita di un eventuale governo populista-sovranista Lega-5 stelle. Per questo un big come Walter Veltroni ha fatto sapere a stretto giro che sarebbe grave andare oltre il Pd: «Lo ritengo molto grave. Io invece penso che il Pd sia un punto di approdo decisivo per la lunga storia del centrosinistra italiano. E credo che il Pd vada rafforzato, ritrovando la sua ispirazione iniziale. Il Pd, la sua gente, sono molto di più di questo confuso balbettio e meritano molto di più. Spero, con tutto il cuore, che questo avvenga. Per il Pd e per il Paese».
Ma la tentazione del segretario dimissionario rimane forte. Anche dalle parti del presidente emerito, Giorgio Napolitano, si guarda con diffidenza ad un simile progetto renziano: «Sarebbe l'ennesimo tentativo velleitario», spiega chi gli è vicino, «come anche quello di lasciare la centenaria storia del Partito socialista europeo per seguire il partitino di Macron, una mera invenzione di marketing politico, che potrebbe scomparire da un momento all'altro».
Marco Antonellis
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Il grillino parla di dialogo con il Pd. Così placa le ansie del Quirinale mentre tratta con la Lega.Ma intanto Napolitano fa le sue consultazioni e spinge il Pd nelle braccia del M5s Berlusconi manda avanti il Carroccio, rimbalza il leader 5 stelle e tiene il punto su Forza Italia: «Al governo figure di alto profilo». In attesa che maturi la soluzione del «tutti dentro». E Renzi freme per tornare in pista e si sente con il Colle. Lo speciale contiene quattro articoli. La curiosità di vedere se Maurizio Martina si smarca da Matteo Renzi, certo, ma soprattutto la voglia di dimostrarsi aperti al dialogo tanto con la Lega quanto con il Pd. Nella convinzione che provare platealmente a spaccare il partito del Nazareno servirebbe solo a ricompattarlo. «Ci penseranno loro da soli, scannandosi per la segreteria», si ripetono i vertici del M5s. «Noi intanto dovremmo aver sventato soluzioni pasticciate», si dicono i pentastellati, dopo che Luigi Di Maio e i capogruppo Danilo Toninelli e Giulia Grillo sono scesi dal Quirinale per il primo, garbatissimo, round con il presidente Sergio Mattarella. Che Di Maio e soci abbiano deciso di puntare tutto sulla propria compattezza è emerso chiaramente ieri pomeriggio. Dopo aver passato le ultime due settimane a trattare più o meno sottobanco con la Lega di Matteo Salvini, in attesa che le regionali del Friuli sanciscano il lancio dell'Opa finale del Carroccio su Forza Italia, ecco che Di Maio va a raccontare al presidente della Repubblica che, per il M5s, Pd o Lega pari sono. «Noi non siamo né di destra né di sinistra e quindi possiamo allearci con entrambi, in alternativa, a seconda dei programmi comuni», ha spiegato il candidato premier grillino. Che poi, uscito dall'incontro con l'uomo del Colle, ha fatto sapere ai dem: «Stiamo parlando di Pd nella sua interezza, perché noi non ci permettiamo di dividere nessuno». Il timore del M5s è che il Pd si ricompatti immediatamente, se solo percepisce di essere sotto attacco. Mentre «è chiaro che se Martina prende coraggio, Renzi magari se ne va da solo», riassume un senatore dei 5 stelle. Ma basta guardare i numeri per vedere che un Pd che perdesse pezzi non sarebbe l'alleato ideale per una coalizione che voglia durare cinque anni, anche contando i deputati di Leu. Anche perché dall'altra parte, se si fa un governo con la Lega «alla fine ci staranno anche quelli di Fdi e chissà quanti forzisti, in fuga dal declino di Berlusconi». Insomma, con Salvini nascerebbe un esecutivo più solido e duraturo. E Di Maio è quello che preferirebbe. L'improvvisa apertura al Pd è servita soprattutto a rintuzzare possibili avance del Quirinale. «Sarebbe molto divertente sapere che cosa ha detto esattamente Giorgio Napolitano al suo successore», osservano nello stato maggiore del M5s, ma il sospetto grillino è che banche, finanza e partner europei tifino per un governo tecnico, che si regga sui voti di Forza Italia, Pd e grillini. E allora Di Maio a Mattarella ha detto molto chiaramente, invece, che non è disposto a partecipare ad alcun pateracchio, ovvero a governissimi, governi tecnici, governi di scopo o del presidente. E il leader 5 stelle impiegherà i prossimi giorni per incontrare (e stanare) tanto Salvini quanto Martina, prima di tornare al Colle. Ma il candidato premier pentastellato ha approfittato dell'inedita ribalta di ieri anche per mandare messaggi ai mercati e fuori dai confini nazionali, nella volontà di porsi come un punto di riferimento più moderato e in qualche modo più affidabile di Salvini, che per aver appoggiato l'Ungheria di Orban e la Russia di Vladimir Putin è indubbiamente guardato con maggior diffidenza, tanto a Bruxelles quanto a Washington. «Con noi al governo ci tengo a ribadire», ha scritto Di Maio sul blog delle Stelle, «che l'Italia manterrà gli impegni internazionali già assunti: resterà alleata dell'occidente, resterà nella Nato, nell'Unione europea e nell'unione monetaria». Un tributo necessario anche per non interrompere la buona predisposizione dei mercati, visto che dal 5 marzo a oggi la Borsa ha continuato a salire e il temuto spread con i titoli pubblici tedeschi è addirittura sceso da 134 a 125 punti base». E a proposito di affari, il M5s è rimasto impressionato anche dalla rapidità con la quale si stanno muovendo le cose sul triangolo Mediaset-Telecom-Vivendi, con la Cassa depositi e prestiti che improvvisamente decide di scendere in campo per sbarrare la strada ai francesi nell'ex monopolista telefonico e Silvio Berlusconi che si allea con Sky e Rupert Murdoch. «Ci hanno avvisato? Sì, a cose fatte», dice sotto garanzia di anonimato uno degli uomini che segue le partite di potere economico per il M5s. E se ieri il Movimento è stato così netto nell'affermare che non vede Forza Italia come un interlocutore politico è stato anche per questo, perché, per dirla con il fondatore Beppe Grillo, «alla fine Berlusconi pensa solo alla roba sua». E ancora una volta il fattore Cavaliere, condannato per frode fiscale e sotto processo per corruzione giudiziaria, ha avuto peso nell'agenda esibita ieri dal M5s per provare a costruire un patto con Lega o Pd: «Ci sono soluzioni che aspettiamo da 30 anni, lotta alla corruzione, eliminazione dei privilegi e sprechi della politica, sburocratizzazione, riduzione delle tasse, gestione del fenomeno migratorio, lotta alla povertà e creazione di posti di lavoro». Il tutto mentre Grillo postava sul suo blog un lungo inno dedicato alla solidarietà e alla lotta contro la diseguaglianza economica, nel quale spiccava una citazione dell'anarchico russo Petrr Kopotkin, quello per il quale «il povero di oggi non può essere il povero di domani». Ma in politica il nemico di ieri può essere l'alleato di domani. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/di-maio-salvini-alleato-consultazioni-2556491693.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="napolitano-fa-le-sue-consultazioni-e-spinge-il-pd-nelle-braccia-del-m5s" data-post-id="2556491693" data-published-at="1774131573" data-use-pagination="False"> Napolitano fa le sue consultazioni e spinge il Pd nelle braccia del M5s Giorgio Napolitano non molla. Dopo l'intervento a gamba tesa da presidente pro tempore del Senato, ora il novantaduenne presidente emerito della Repubblica ha iniziato a farsi sentire anche all'interno del Partito democratico in vista del secondo giro di consultazioni. Del resto l'apertura del leader pentastellato Luigi Di Maio a tutto il Pd («Non ho mai voluto spaccare il Pd», ha detto ieri dal Colle), compreso quindi l'ex segretario Matteo Renzi, traccia forse un nuovo schema di gioco, dove i dem potrebbero tornare in partita dopo settimane di Aventino. A quanto pare l'obiettivo non dichiarato del vecchio dirigente del Pci è quello di stanare Matteo Renzi dall'ambiguo ruolo di questi ultimi giorni (le dimissioni sono vere o finte?), portando il Nazareno a dialogare con i grillini o con il centrodestra: magari costruire un percorso che possa portare alla formazione di un nuovo esecutivo. È il vecchio schema delle Botteghe Oscure, quello del cosiddetto senso dello Stato e delle istituzioni, ma soprattutto di come quando il Paese ne abbia bisogno sia più importante la sostanza rispetto alla forma. Si tratta di una linea portata avanti in queste settimane dal ministro per i Beni culturali, Dario Franceschini, ma soprattutto dal ministro di Grazia e giustizia Andrea Orlando, da sempre in ottimi rapporti con l'ex capo dello Stato: fu lui a sponsorizzarlo come Guardasigilli nel governo di Enrico Letta. Sarebbe proprio Orlando in queste ore a capeggiare la fronda contro i renziani, fermi sulle loro posizioni, con l'ex premier convinto più che mai di restare all'opposizione. La linea è più o meno quella espressa ieri dal segretario reggente Maurizio Martina: «L'esito elettorale per noi negativo non ci consente di formulare ipotesi di governo che ci riguardino». Ma allo stesso tempo il ministro dell'Agricoltura uscente ha anche aperto a quattro punti, tra cui un reddito di cittadinanza rimodulato e a una forte impronta europeista. Il problema resta sempre Renzi. Claudio Velardi, ex Pci, da tempo mente critica all'interno del Pd con la sua Fondazione Ottimisti & Razionali, dopo le aperture di Di Maio con un tweet invitava i dem a sfidare i grillini. «Il Pd metta subito nero su bianco 5-6 punti irrinunciabili di programma coerenti con le cose fatte e dette, e sfidi il M5s. Prima di sedersi a qualunque tavolo». Si tratta di un'ipotesi che potrebbe prendere in considerazione Renzi? Del resto, l'idea di una scissione interna ai democratici, con la possibilità di creare un En Marche nello stile del presidente francese Emanuel Macron, sembra in questo momento accantonata. «Renzi non vuole fare En marche», diceva appunto ieri la deputata dem Alessia Morani. E cosa vuole fare? Si domandano in tanti dentro e fuori il parito. Al momento non si sa, ma dopo il primo giro di consultazioni appare evidente che lo schema di gioco sta cambiando e che il tempo del galateo istituzionale è finito. Napolitano dovrebbe incontrare per la seconda volta il capo dello Stato Sergio Mattarella la prossima settimana, prima del nuovo giro di colloqui con i partiti che dovrebbe essere decisivo per la formazione di un nuovo governo o per le elezioni anticipate. La visita di Napolitano a Mattarella è da prassi istituzionale, ma segnala il consueto interventismo da parte di Re Giorgio nelle dinamiche della politica italiana. D'altra parte dopo le sciabolate contro Renzi a Palazzo Madama («Il voto ha bocciato l'auto esaltazione dei governi»), nelle poche dichiarazioni rese in pubblico il due volte capo dello Stato ha fatto intendere subito che lo schema di gioco per nominare i presidenti di Camera e Senato, cioè l'intesa tra il leader leghista Matteo Salvini e Luigi Di Maio, non valeva per formare un nuovo governo («No, quella maggioranza é servita per le Camere, punto e basta») e soprattutto ha chiesto responsabilità al Pd. «In questo momento Renzi è il miglior alleato di Di Maio, perché stando fermo potrà far dire al Movimento 5 stelle che loro ci hanno provato ma non c'è stato nulla da fare. E così potrà addossare al Pd la responsabilità di un governo Lega-M5s», spiega un deputato di centrosinistra fuori dai microfoni. Da sempre interprete del pensiero di Napolitano è il vecchio amico Emanuele Macaluso, storica firma dell'Unità, che da una settimana continua a bombardare il Pd sul ruolo che dovrebbe tenere durante questa fase di costruzione di un nuovo esecutivo. Proprio ieri nel suo consueto corsivo sottolineava quale ruolo avesse in questo momento Renzi, circondato dal suo Gglio magico e alternativo a un partito che ragiona in termini di collegialità. «Renzi c'è o non c'è?», si domanda Macaluso. Perché, ragiona, «c'è da chiedersi a questo punto come andranno le cose nel Pd e se sarà veramente in grado di condurre quell'opposizione di cui tutti parlano. Lo dico perché a me pare che la confusione e, soprattutto, le guerriglie tra i vari gruppi continuino senza tregua. E come notano molti che hanno guardato sempre con simpatia il centrosinistra e lo hanno sempre votato, l'anomalia più evidente è quella delle dimissioni date e non date da Matteo Renzi. Se non si chiarisce sino in fondo questa questione, anche nell'assemblea convocata per il 21 aprile, la situazione del Pd resterà confusa e il partito sarà impotente ad affrontare le nuove frontiere della politica così come sono state determinate dalle elezioni». Alessandro Da Rold <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/di-maio-salvini-alleato-consultazioni-2556491693.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-cav-restituisce-il-veto-ai-grillini-e-si-gode-la-situazione-di-stallo" data-post-id="2556491693" data-published-at="1774131573" data-use-pagination="False"> Il Cav restituisce il veto ai grillini e si gode la situazione di stallo LaPresse Esce dall'incontro con Sergio Mattarella, sorridente, tranquillo, con l'aria di chi pensa: «Rieccomi, che pensavate?». Silvio Berlusconi non molla il centro del ring. L'uomo sa meglio di chiunque altro che l'immagine, in politica, è tutto, e bisogna ammettere che la «rivoluzione rosa» di Forza Italia, dal punto di vista comunicativo, funziona. I nuovi capigruppo di Camera e Senato, Mariastella Gelmini e Anna Maria Bernini, alla destra e alla sinistra del capo, premurose, attente, sobrie, consegnano alle telecamere e ai fotografi un quadro accattivante. Il poker di donne della nuova Forza Italia si completa con Elisabetta Alberti Casellati e Mara Carfagna; la prima, presidente del Senato, potrebbe ricevere, se le consultazioni andassero per le lunghe, un incarico esplorativo dal presidente Mattarella; la seconda, vicepresidente della Camera, è pronta per ricoprire il ruolo di terza carica dello Stato nel caso di una vittoria del centrodestra se si dovesse tornare presto alle urne. Il rinnovamento è completato dalla quinta carta in mano a Berlusconi: Antonio Tajani, presidente dell'Europarlamento, in procinto di assumere il ruolo di vice Silvio. Tajani è già in campo: domani sarà lui a presentare, a Campobasso, la lista di Forza Italia per le regionali in Molise del prossimo 22 aprile. «Alle elezioni», sottolinea Berlusconi, «ha prevalso nettamente il voto basato sulla protesta, sul dispetto, sul malcontento, sulla delusione». Il veto del M5s su di lui viene rispedito al mittente: «Non siamo disponibili», sottolinea Berlusconi, «a soluzioni di governo nelle quali prevalgano l'invidia e l'odio sociale, il pauperismo e il giustizialismo». Un governo di questo tipo, aggiunge Berlusconi, «metterebbe in grave difficoltà il nostro Paese, in Europa, innescherebbe una spirale recessiva fatta di disoccupazione crescente, tasse elevate, fuga di imprese e capitali, di fallimenti a catena a partire dal settore bancario». Porte chiuse per Luigi Di Maio, al quale invece, un'ora dopo, si rivolgerà con toni opposti Matteo Salvini, ribadendo che per lui il M5s resta l'interlocutore privilegiato per cercare di formare un governo. Il leader di Forza Italia, invece, sembra rivolgersi al centrosinistra, quando fa appello agli europeisti. Nostalgia di Nazareno? «Per affrontare le urgenze del nostro Paese», dice Berlusconi, «è necessario un governo fondato su un programma coerente e in grado di lavorare, un governo che deve partire dalla coalizione che ha vinto le elezioni, il centrodestra, e dal leader della forza politica più votata nella coalizione, la Lega. Per poter governare abbiamo bisogno di una maggioranza e per raggiungerla siamo disposti al dialogo. Siamo disponibili», sottolinea Berlusconi, «a partecipare, con una presenza di alto profilo, a soluzioni serie basate su accordi chiari con altri soggetti politici, su cose concrete e fattibili, credibili in sede europea. Quell'Europa», aggiunge Berlusconi, «verso la quale è certamente necessario un atteggiamento fermo e autorevole per tutelare gli interessi italiani meglio di come è stato fatto finora, ma che non perdonerebbe certo populismi, dilettantismi e improvvisazioni». La «presenza di alto profilo» significa che, se Forza Italia parteciperà a un governo, lo farà da protagonista, con ministri politici e rappresentativi. Chi pensa a «tecnici di area», a una presenza «nascosta» dei berluscones in un governo la cui maggioranza si reggesse però sui voti determinanti di Forza Italia, può rassegnarsi. Qualcuno nella Lega, infuriandosi, ha interpretato questa frase come l'apertura a un «governo del presidente». In realtà, Berlusconi è convinto che la soluzione alla quale si potrebbe approdare, dopo il prossimo giro di consultazioni, è un governo di larghe intese che tenga dentro tutti (pallino di Mattarella svelato dalla Verità), quindi anche la Lega, tranne il M5s. Il Pd? Accetterebbe di buon grado, secondo Berlusconi, di far parte di un esecutivo guidato dal leghista Giancarlo Giorgetti. Matteo Salvini ci starebbe? Non si sa. Quello che si sa è che i rapporti con l'alleato sono buoni, anche se non manca una buona dose di reciproca diffidenza. Berlusconi è convinto che se Salvini scaricasse Forza Italia per fare il vicepremier di Luigi Di Maio, o comunque il socio di minoranza di un governo M5s-Lega, si ritroverebbe in un vicolo cieco, non potendo realizzare nemmeno uno dei punti del programma sottoposto agli elettori. Intanto, il Berlusconi paladino dell'Europa sta sistemando nel modo migliore gli affari di famiglia. Il governo guidato da Paolo Gentiloni sta arginando l'influenza di Vivendi, colosso francese guidato da Vincent Bollorè, fiero avversario di Berlusconi, su Telecom Italia e su Mediaset. Bollorè è all'angolo, dopo l'accordo tra Sky e la stessa Mediaset. Amici influenti di Romano Prodi, a livello europeo, stanno lavorando con discrezione e efficacia per aiutare «l'amico Silvio». Il Cavaliere è tornato. Anzi, è sempre rimasto lì, al centro del ring. Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/di-maio-salvini-alleato-consultazioni-2556491693.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="renzi-freme-per-tornare-in-pista-e-si-sente-con-il-colle" data-post-id="2556491693" data-published-at="1774131573" data-use-pagination="False"> Renzi freme per tornare in pista e si sente con il Colle Matteo Renzi è pronto a cambiare linea per rispondere alla chiamata del Colle ma soltanto quando sarà chiaro a tutti, avversari interni ed esterni, che Luigi Di Maio e Matteo Salvini avranno fallito. Lo spiegano i fedelissimi del toscano neosenatore di Rignano che in queste ore hanno avuto modo di parlarci: «Ovvio che Matteo voglia tornare in pista, ma alle sue condizioni. Non può certo perdere la faccia accodandosi ad ogni costo ad un qualsivoglia governo di tutti come invece vorrebbero altri nel Pd. Ma non è questo che serve per il rilancio del Partito democratico», spiegano dalle parti del Giglio magico. La verità è che tra il Pd e il Quirinale gli emissari si muovono ormai da giorni tanto che si parla di un «patto» tra Matteo Renzi e il capo dello Stato, Sergio Mattarella, per far rientrare in gioco il Pd: se il leader dei 5 stelle e quello del Carroccio dovessero fallire nella composizione di un esecutivo e ci fosse un richiamo alla responsabilità da parte del Colle, il centrodestra unito - con l'appoggio esterno del Pd - consentirebbe di dare avvio al governo. Magari con un premier che non sia Salvini. Perché in fin dei conti anche Matteo Renzi (che di fatto continua a dettare la linea al proprio partito) vorrebbe evitare di ricorrere nuovamente alle urne. Teme che continuerebbero ad intestargli un'eventuale ulteriore sconfitta anche senza essere più, almeno formalmente, il segretario del partito. «Nel partito il renzicidio non è ancora stato compiuto ed ogni mossa viene ancora vissuta come pro o contro l'ex segretario», spiegano fonti del Nazareno. Quindi anche una futura sconfitta elettorale in eventuali elezioni anticipate rischierebbe di essere intestata al neosentaore di Rignano che peraltro ha ancora il pieno controllo dei gruppi parlamentari del partito e nel dibattito interno non intende mollare di un centimetro né ora né mai. E qualcuno teme addirittura che, con i tempi lunghi, potrebbe anche riprendersi il partito per cambiarne il dna, farne un movimento alla Emmanuel Macron, anzi alla Renzi, favorendo ulteriori fuoriuscite di avversari interni per poi tenersi solo i fedelissimi da unire magari a quel che, tra qualche tempo, resterà di Forza Italia. La scommessa del toscano di andare «oltre il Pd» risiede proprio in questo: non uscire dal partito ma cambiarlo dall'interno per capitalizzare al centro la nascita di un eventuale governo populista-sovranista Lega-5 stelle. Per questo un big come Walter Veltroni ha fatto sapere a stretto giro che sarebbe grave andare oltre il Pd: «Lo ritengo molto grave. Io invece penso che il Pd sia un punto di approdo decisivo per la lunga storia del centrosinistra italiano. E credo che il Pd vada rafforzato, ritrovando la sua ispirazione iniziale. Il Pd, la sua gente, sono molto di più di questo confuso balbettio e meritano molto di più. Spero, con tutto il cuore, che questo avvenga. Per il Pd e per il Paese». Ma la tentazione del segretario dimissionario rimane forte. Anche dalle parti del presidente emerito, Giorgio Napolitano, si guarda con diffidenza ad un simile progetto renziano: «Sarebbe l'ennesimo tentativo velleitario», spiega chi gli è vicino, «come anche quello di lasciare la centenaria storia del Partito socialista europeo per seguire il partitino di Macron, una mera invenzione di marketing politico, che potrebbe scomparire da un momento all'altro». Marco Antonellis
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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