2018-04-06
Per Di Maio
resta Salvini l’alleato preferito
ANSA
La curiosità di vedere se Maurizio Martina si smarca da Matteo Renzi, certo, ma soprattutto la voglia di dimostrarsi aperti al dialogo tanto con la Lega quanto con il Pd. Nella convinzione che provare platealmente a spaccare il partito del Nazareno servirebbe solo a ricompattarlo. «Ci penseranno loro da soli, scannandosi per la segreteria», si ripetono i vertici del M5s. «Noi intanto dovremmo aver sventato soluzioni pasticciate», si dicono i pentastellati, dopo che Luigi Di Maio e i capogruppo Danilo Toninelli e Giulia Grillo sono scesi dal Quirinale per il primo, garbatissimo, round con il presidente Sergio Mattarella.
Che Di Maio e soci abbiano deciso di puntare tutto sulla propria compattezza è emerso chiaramente ieri pomeriggio. Dopo aver passato le ultime due settimane a trattare più o meno sottobanco con la Lega di Matteo Salvini, in attesa che le regionali del Friuli sanciscano il lancio dell'Opa finale del Carroccio su Forza Italia, ecco che Di Maio va a raccontare al presidente della Repubblica che, per il M5s, Pd o Lega pari sono. «Noi non siamo né di destra né di sinistra e quindi possiamo allearci con entrambi, in alternativa, a seconda dei programmi comuni», ha spiegato il candidato premier grillino. Che poi, uscito dall'incontro con l'uomo del Colle, ha fatto sapere ai dem: «Stiamo parlando di Pd nella sua interezza, perché noi non ci permettiamo di dividere nessuno». Il timore del M5s è che il Pd si ricompatti immediatamente, se solo percepisce di essere sotto attacco. Mentre «è chiaro che se Martina prende coraggio, Renzi magari se ne va da solo», riassume un senatore dei 5 stelle.
Ma basta guardare i numeri per vedere che un Pd che perdesse pezzi non sarebbe l'alleato ideale per una coalizione che voglia durare cinque anni, anche contando i deputati di Leu. Anche perché dall'altra parte, se si fa un governo con la Lega «alla fine ci staranno anche quelli di Fdi e chissà quanti forzisti, in fuga dal declino di Berlusconi». Insomma, con Salvini nascerebbe un esecutivo più solido e duraturo. E Di Maio è quello che preferirebbe. L'improvvisa apertura al Pd è servita soprattutto a rintuzzare possibili avance del Quirinale. «Sarebbe molto divertente sapere che cosa ha detto esattamente Giorgio Napolitano al suo successore», osservano nello stato maggiore del M5s, ma il sospetto grillino è che banche, finanza e partner europei tifino per un governo tecnico, che si regga sui voti di Forza Italia, Pd e grillini. E allora Di Maio a Mattarella ha detto molto chiaramente, invece, che non è disposto a partecipare ad alcun pateracchio, ovvero a governissimi, governi tecnici, governi di scopo o del presidente. E il leader 5 stelle impiegherà i prossimi giorni per incontrare (e stanare) tanto Salvini quanto Martina, prima di tornare al Colle. Ma il candidato premier pentastellato ha approfittato dell'inedita ribalta di ieri anche per mandare messaggi ai mercati e fuori dai confini nazionali, nella volontà di porsi come un punto di riferimento più moderato e in qualche modo più affidabile di Salvini, che per aver appoggiato l'Ungheria di Orban e la Russia di Vladimir Putin è indubbiamente guardato con maggior diffidenza, tanto a Bruxelles quanto a Washington. «Con noi al governo ci tengo a ribadire», ha scritto Di Maio sul blog delle Stelle, «che l'Italia manterrà gli impegni internazionali già assunti: resterà alleata dell'occidente, resterà nella Nato, nell'Unione europea e nell'unione monetaria». Un tributo necessario anche per non interrompere la buona predisposizione dei mercati, visto che dal 5 marzo a oggi la Borsa ha continuato a salire e il temuto spread con i titoli pubblici tedeschi è addirittura sceso da 134 a 125 punti base».
E a proposito di affari, il M5s è rimasto impressionato anche dalla rapidità con la quale si stanno muovendo le cose sul triangolo Mediaset-Telecom-Vivendi, con la Cassa depositi e prestiti che improvvisamente decide di scendere in campo per sbarrare la strada ai francesi nell'ex monopolista telefonico e Silvio Berlusconi che si allea con Sky e Rupert Murdoch. «Ci hanno avvisato? Sì, a cose fatte», dice sotto garanzia di anonimato uno degli uomini che segue le partite di potere economico per il M5s. E se ieri il Movimento è stato così netto nell'affermare che non vede Forza Italia come un interlocutore politico è stato anche per questo, perché, per dirla con il fondatore Beppe Grillo, «alla fine Berlusconi pensa solo alla roba sua». E ancora una volta il fattore Cavaliere, condannato per frode fiscale e sotto processo per corruzione giudiziaria, ha avuto peso nell'agenda esibita ieri dal M5s per provare a costruire un patto con Lega o Pd: «Ci sono soluzioni che aspettiamo da 30 anni, lotta alla corruzione, eliminazione dei privilegi e sprechi della politica, sburocratizzazione, riduzione delle tasse, gestione del fenomeno migratorio, lotta alla povertà e creazione di posti di lavoro». Il tutto mentre Grillo postava sul suo blog un lungo inno dedicato alla solidarietà e alla lotta contro la diseguaglianza economica, nel quale spiccava una citazione dell'anarchico russo Petrr Kopotkin, quello per il quale «il povero di oggi non può essere il povero di domani». Ma in politica il nemico di ieri può essere l'alleato di domani.
Napolitano fa le sue consultazioni e spinge il Pd nelle braccia del M5s
Giorgio Napolitano non molla. Dopo l'intervento a gamba tesa da presidente pro tempore del Senato, ora il novantaduenne presidente emerito della Repubblica ha iniziato a farsi sentire anche all'interno del Partito democratico in vista del secondo giro di consultazioni.
Del resto l'apertura del leader pentastellato Luigi Di Maio a tutto il Pd («Non ho mai voluto spaccare il Pd», ha detto ieri dal Colle), compreso quindi l'ex segretario Matteo Renzi, traccia forse un nuovo schema di gioco, dove i dem potrebbero tornare in partita dopo settimane di Aventino. A quanto pare l'obiettivo non dichiarato del vecchio dirigente del Pci è quello di stanare Matteo Renzi dall'ambiguo ruolo di questi ultimi giorni (le dimissioni sono vere o finte?), portando il Nazareno a dialogare con i grillini o con il centrodestra: magari costruire un percorso che possa portare alla formazione di un nuovo esecutivo. È il vecchio schema delle Botteghe Oscure, quello del cosiddetto senso dello Stato e delle istituzioni, ma soprattutto di come quando il Paese ne abbia bisogno sia più importante la sostanza rispetto alla forma.
Si tratta di una linea portata avanti in queste settimane dal ministro per i Beni culturali, Dario Franceschini, ma soprattutto dal ministro di Grazia e giustizia Andrea Orlando, da sempre in ottimi rapporti con l'ex capo dello Stato: fu lui a sponsorizzarlo come Guardasigilli nel governo di Enrico Letta. Sarebbe proprio Orlando in queste ore a capeggiare la fronda contro i renziani, fermi sulle loro posizioni, con l'ex premier convinto più che mai di restare all'opposizione. La linea è più o meno quella espressa ieri dal segretario reggente Maurizio Martina: «L'esito elettorale per noi negativo non ci consente di formulare ipotesi di governo che ci riguardino». Ma allo stesso tempo il ministro dell'Agricoltura uscente ha anche aperto a quattro punti, tra cui un reddito di cittadinanza rimodulato e a una forte impronta europeista. Il problema resta sempre Renzi.
Claudio Velardi, ex Pci, da tempo mente critica all'interno del Pd con la sua Fondazione Ottimisti & Razionali, dopo le aperture di Di Maio con un tweet invitava i dem a sfidare i grillini. «Il Pd metta subito nero su bianco 5-6 punti irrinunciabili di programma coerenti con le cose fatte e dette, e sfidi il M5s. Prima di sedersi a qualunque tavolo». Si tratta di un'ipotesi che potrebbe prendere in considerazione Renzi? Del resto, l'idea di una scissione interna ai democratici, con la possibilità di creare un En Marche nello stile del presidente francese Emanuel Macron, sembra in questo momento accantonata. «Renzi non vuole fare En marche», diceva appunto ieri la deputata dem Alessia Morani. E cosa vuole fare? Si domandano in tanti dentro e fuori il parito. Al momento non si sa, ma dopo il primo giro di consultazioni appare evidente che lo schema di gioco sta cambiando e che il tempo del galateo istituzionale è finito.
Napolitano dovrebbe incontrare per la seconda volta il capo dello Stato Sergio Mattarella la prossima settimana, prima del nuovo giro di colloqui con i partiti che dovrebbe essere decisivo per la formazione di un nuovo governo o per le elezioni anticipate. La visita di Napolitano a Mattarella è da prassi istituzionale, ma segnala il consueto interventismo da parte di Re Giorgio nelle dinamiche della politica italiana. D'altra parte dopo le sciabolate contro Renzi a Palazzo Madama («Il voto ha bocciato l'auto esaltazione dei governi»), nelle poche dichiarazioni rese in pubblico il due volte capo dello Stato ha fatto intendere subito che lo schema di gioco per nominare i presidenti di Camera e Senato, cioè l'intesa tra il leader leghista Matteo Salvini e Luigi Di Maio, non valeva per formare un nuovo governo («No, quella maggioranza é servita per le Camere, punto e basta») e soprattutto ha chiesto responsabilità al Pd. «In questo momento Renzi è il miglior alleato di Di Maio, perché stando fermo potrà far dire al Movimento 5 stelle che loro ci hanno provato ma non c'è stato nulla da fare. E così potrà addossare al Pd la responsabilità di un governo Lega-M5s», spiega un deputato di centrosinistra fuori dai microfoni.
Da sempre interprete del pensiero di Napolitano è il vecchio amico Emanuele Macaluso, storica firma dell'Unità, che da una settimana continua a bombardare il Pd sul ruolo che dovrebbe tenere durante questa fase di costruzione di un nuovo esecutivo. Proprio ieri nel suo consueto corsivo sottolineava quale ruolo avesse in questo momento Renzi, circondato dal suo Gglio magico e alternativo a un partito che ragiona in termini di collegialità. «Renzi c'è o non c'è?», si domanda Macaluso. Perché, ragiona, «c'è da chiedersi a questo punto come andranno le cose nel Pd e se sarà veramente in grado di condurre quell'opposizione di cui tutti parlano. Lo dico perché a me pare che la confusione e, soprattutto, le guerriglie tra i vari gruppi continuino senza tregua. E come notano molti che hanno guardato sempre con simpatia il centrosinistra e lo hanno sempre votato, l'anomalia più evidente è quella delle dimissioni date e non date da Matteo Renzi. Se non si chiarisce sino in fondo questa questione, anche nell'assemblea convocata per il 21 aprile, la situazione del Pd resterà confusa e il partito sarà impotente ad affrontare le nuove frontiere della politica così come sono state determinate dalle elezioni».
Alessandro Da Rold
Il Cav restituisce il veto ai grillini e si gode la situazione di stallo

LaPresse
Esce dall'incontro con Sergio Mattarella, sorridente, tranquillo, con l'aria di chi pensa: «Rieccomi, che pensavate?». Silvio Berlusconi non molla il centro del ring. L'uomo sa meglio di chiunque altro che l'immagine, in politica, è tutto, e bisogna ammettere che la «rivoluzione rosa» di Forza Italia, dal punto di vista comunicativo, funziona. I nuovi capigruppo di Camera e Senato, Mariastella Gelmini e Anna Maria Bernini, alla destra e alla sinistra del capo, premurose, attente, sobrie, consegnano alle telecamere e ai fotografi un quadro accattivante. Il poker di donne della nuova Forza Italia si completa con Elisabetta Alberti Casellati e Mara Carfagna; la prima, presidente del Senato, potrebbe ricevere, se le consultazioni andassero per le lunghe, un incarico esplorativo dal presidente Mattarella; la seconda, vicepresidente della Camera, è pronta per ricoprire il ruolo di terza carica dello Stato nel caso di una vittoria del centrodestra se si dovesse tornare presto alle urne. Il rinnovamento è completato dalla quinta carta in mano a Berlusconi: Antonio Tajani, presidente dell'Europarlamento, in procinto di assumere il ruolo di vice Silvio. Tajani è già in campo: domani sarà lui a presentare, a Campobasso, la lista di Forza Italia per le regionali in Molise del prossimo 22 aprile.
«Alle elezioni», sottolinea Berlusconi, «ha prevalso nettamente il voto basato sulla protesta, sul dispetto, sul malcontento, sulla delusione». Il veto del M5s su di lui viene rispedito al mittente: «Non siamo disponibili», sottolinea Berlusconi, «a soluzioni di governo nelle quali prevalgano l'invidia e l'odio sociale, il pauperismo e il giustizialismo». Un governo di questo tipo, aggiunge Berlusconi, «metterebbe in grave difficoltà il nostro Paese, in Europa, innescherebbe una spirale recessiva fatta di disoccupazione crescente, tasse elevate, fuga di imprese e capitali, di fallimenti a catena a partire dal settore bancario». Porte chiuse per Luigi Di Maio, al quale invece, un'ora dopo, si rivolgerà con toni opposti Matteo Salvini, ribadendo che per lui il M5s resta l'interlocutore privilegiato per cercare di formare un governo. Il leader di Forza Italia, invece, sembra rivolgersi al centrosinistra, quando fa appello agli europeisti. Nostalgia di Nazareno? «Per affrontare le urgenze del nostro Paese», dice Berlusconi, «è necessario un governo fondato su un programma coerente e in grado di lavorare, un governo che deve partire dalla coalizione che ha vinto le elezioni, il centrodestra, e dal leader della forza politica più votata nella coalizione, la Lega. Per poter governare abbiamo bisogno di una maggioranza e per raggiungerla siamo disposti al dialogo. Siamo disponibili», sottolinea Berlusconi, «a partecipare, con una presenza di alto profilo, a soluzioni serie basate su accordi chiari con altri soggetti politici, su cose concrete e fattibili, credibili in sede europea. Quell'Europa», aggiunge Berlusconi, «verso la quale è certamente necessario un atteggiamento fermo e autorevole per tutelare gli interessi italiani meglio di come è stato fatto finora, ma che non perdonerebbe certo populismi, dilettantismi e improvvisazioni». La «presenza di alto profilo» significa che, se Forza Italia parteciperà a un governo, lo farà da protagonista, con ministri politici e rappresentativi.
Chi pensa a «tecnici di area», a una presenza «nascosta» dei berluscones in un governo la cui maggioranza si reggesse però sui voti determinanti di Forza Italia, può rassegnarsi. Qualcuno nella Lega, infuriandosi, ha interpretato questa frase come l'apertura a un «governo del presidente». In realtà, Berlusconi è convinto che la soluzione alla quale si potrebbe approdare, dopo il prossimo giro di consultazioni, è un governo di larghe intese che tenga dentro tutti (pallino di Mattarella svelato dalla Verità), quindi anche la Lega, tranne il M5s. Il Pd? Accetterebbe di buon grado, secondo Berlusconi, di far parte di un esecutivo guidato dal leghista Giancarlo Giorgetti. Matteo Salvini ci starebbe? Non si sa. Quello che si sa è che i rapporti con l'alleato sono buoni, anche se non manca una buona dose di reciproca diffidenza. Berlusconi è convinto che se Salvini scaricasse Forza Italia per fare il vicepremier di Luigi Di Maio, o comunque il socio di minoranza di un governo M5s-Lega, si ritroverebbe in un vicolo cieco, non potendo realizzare nemmeno uno dei punti del programma sottoposto agli elettori. Intanto, il Berlusconi paladino dell'Europa sta sistemando nel modo migliore gli affari di famiglia. Il governo guidato da Paolo Gentiloni sta arginando l'influenza di Vivendi, colosso francese guidato da Vincent Bollorè, fiero avversario di Berlusconi, su Telecom Italia e su Mediaset. Bollorè è all'angolo, dopo l'accordo tra Sky e la stessa Mediaset. Amici influenti di Romano Prodi, a livello europeo, stanno lavorando con discrezione e efficacia per aiutare «l'amico Silvio». Il Cavaliere è tornato. Anzi, è sempre rimasto lì, al centro del ring.
Carlo Tarallo
Renzi freme per tornare in pista e si sente con il Colle
Matteo Renzi è pronto a cambiare linea per rispondere alla chiamata del Colle ma soltanto quando sarà chiaro a tutti, avversari interni ed esterni, che Luigi Di Maio e Matteo Salvini avranno fallito. Lo spiegano i fedelissimi del toscano neosenatore di Rignano che in queste ore hanno avuto modo di parlarci: «Ovvio che Matteo voglia tornare in pista, ma alle sue condizioni. Non può certo perdere la faccia accodandosi ad ogni costo ad un qualsivoglia governo di tutti come invece vorrebbero altri nel Pd. Ma non è questo che serve per il rilancio del Partito democratico», spiegano dalle parti del Giglio magico.
La verità è che tra il Pd e il Quirinale gli emissari si muovono ormai da giorni tanto che si parla di un «patto» tra Matteo Renzi e il capo dello Stato, Sergio Mattarella, per far rientrare in gioco il Pd: se il leader dei 5 stelle e quello del Carroccio dovessero fallire nella composizione di un esecutivo e ci fosse un richiamo alla responsabilità da parte del Colle, il centrodestra unito - con l'appoggio esterno del Pd - consentirebbe di dare avvio al governo. Magari con un premier che non sia Salvini. Perché in fin dei conti anche Matteo Renzi (che di fatto continua a dettare la linea al proprio partito) vorrebbe evitare di ricorrere nuovamente alle urne. Teme che continuerebbero ad intestargli un'eventuale ulteriore sconfitta anche senza essere più, almeno formalmente, il segretario del partito. «Nel partito il renzicidio non è ancora stato compiuto ed ogni mossa viene ancora vissuta come pro o contro l'ex segretario», spiegano fonti del Nazareno.
Quindi anche una futura sconfitta elettorale in eventuali elezioni anticipate rischierebbe di essere intestata al neosentaore di Rignano che peraltro ha ancora il pieno controllo dei gruppi parlamentari del partito e nel dibattito interno non intende mollare di un centimetro né ora né mai. E qualcuno teme addirittura che, con i tempi lunghi, potrebbe anche riprendersi il partito per cambiarne il dna, farne un movimento alla Emmanuel Macron, anzi alla Renzi, favorendo ulteriori fuoriuscite di avversari interni per poi tenersi solo i fedelissimi da unire magari a quel che, tra qualche tempo, resterà di Forza Italia. La scommessa del toscano di andare «oltre il Pd» risiede proprio in questo: non uscire dal partito ma cambiarlo dall'interno per capitalizzare al centro la nascita di un eventuale governo populista-sovranista Lega-5 stelle. Per questo un big come Walter Veltroni ha fatto sapere a stretto giro che sarebbe grave andare oltre il Pd: «Lo ritengo molto grave. Io invece penso che il Pd sia un punto di approdo decisivo per la lunga storia del centrosinistra italiano. E credo che il Pd vada rafforzato, ritrovando la sua ispirazione iniziale. Il Pd, la sua gente, sono molto di più di questo confuso balbettio e meritano molto di più. Spero, con tutto il cuore, che questo avvenga. Per il Pd e per il Paese».
Ma la tentazione del segretario dimissionario rimane forte. Anche dalle parti del presidente emerito, Giorgio Napolitano, si guarda con diffidenza ad un simile progetto renziano: «Sarebbe l'ennesimo tentativo velleitario», spiega chi gli è vicino, «come anche quello di lasciare la centenaria storia del Partito socialista europeo per seguire il partitino di Macron, una mera invenzione di marketing politico, che potrebbe scomparire da un momento all'altro».
Marco Antonellis
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Il grillino parla di dialogo con il Pd. Così placa le ansie del Quirinale mentre tratta con la Lega.Ma intanto Napolitano fa le sue consultazioni e spinge il Pd nelle braccia del M5s Berlusconi manda avanti il Carroccio, rimbalza il leader 5 stelle e tiene il punto su Forza Italia: «Al governo figure di alto profilo». In attesa che maturi la soluzione del «tutti dentro». E Renzi freme per tornare in pista e si sente con il Colle. Lo speciale contiene quattro articoli. La curiosità di vedere se Maurizio Martina si smarca da Matteo Renzi, certo, ma soprattutto la voglia di dimostrarsi aperti al dialogo tanto con la Lega quanto con il Pd. Nella convinzione che provare platealmente a spaccare il partito del Nazareno servirebbe solo a ricompattarlo. «Ci penseranno loro da soli, scannandosi per la segreteria», si ripetono i vertici del M5s. «Noi intanto dovremmo aver sventato soluzioni pasticciate», si dicono i pentastellati, dopo che Luigi Di Maio e i capogruppo Danilo Toninelli e Giulia Grillo sono scesi dal Quirinale per il primo, garbatissimo, round con il presidente Sergio Mattarella. Che Di Maio e soci abbiano deciso di puntare tutto sulla propria compattezza è emerso chiaramente ieri pomeriggio. Dopo aver passato le ultime due settimane a trattare più o meno sottobanco con la Lega di Matteo Salvini, in attesa che le regionali del Friuli sanciscano il lancio dell'Opa finale del Carroccio su Forza Italia, ecco che Di Maio va a raccontare al presidente della Repubblica che, per il M5s, Pd o Lega pari sono. «Noi non siamo né di destra né di sinistra e quindi possiamo allearci con entrambi, in alternativa, a seconda dei programmi comuni», ha spiegato il candidato premier grillino. Che poi, uscito dall'incontro con l'uomo del Colle, ha fatto sapere ai dem: «Stiamo parlando di Pd nella sua interezza, perché noi non ci permettiamo di dividere nessuno». Il timore del M5s è che il Pd si ricompatti immediatamente, se solo percepisce di essere sotto attacco. Mentre «è chiaro che se Martina prende coraggio, Renzi magari se ne va da solo», riassume un senatore dei 5 stelle. Ma basta guardare i numeri per vedere che un Pd che perdesse pezzi non sarebbe l'alleato ideale per una coalizione che voglia durare cinque anni, anche contando i deputati di Leu. Anche perché dall'altra parte, se si fa un governo con la Lega «alla fine ci staranno anche quelli di Fdi e chissà quanti forzisti, in fuga dal declino di Berlusconi». Insomma, con Salvini nascerebbe un esecutivo più solido e duraturo. E Di Maio è quello che preferirebbe. L'improvvisa apertura al Pd è servita soprattutto a rintuzzare possibili avance del Quirinale. «Sarebbe molto divertente sapere che cosa ha detto esattamente Giorgio Napolitano al suo successore», osservano nello stato maggiore del M5s, ma il sospetto grillino è che banche, finanza e partner europei tifino per un governo tecnico, che si regga sui voti di Forza Italia, Pd e grillini. E allora Di Maio a Mattarella ha detto molto chiaramente, invece, che non è disposto a partecipare ad alcun pateracchio, ovvero a governissimi, governi tecnici, governi di scopo o del presidente. E il leader 5 stelle impiegherà i prossimi giorni per incontrare (e stanare) tanto Salvini quanto Martina, prima di tornare al Colle. Ma il candidato premier pentastellato ha approfittato dell'inedita ribalta di ieri anche per mandare messaggi ai mercati e fuori dai confini nazionali, nella volontà di porsi come un punto di riferimento più moderato e in qualche modo più affidabile di Salvini, che per aver appoggiato l'Ungheria di Orban e la Russia di Vladimir Putin è indubbiamente guardato con maggior diffidenza, tanto a Bruxelles quanto a Washington. «Con noi al governo ci tengo a ribadire», ha scritto Di Maio sul blog delle Stelle, «che l'Italia manterrà gli impegni internazionali già assunti: resterà alleata dell'occidente, resterà nella Nato, nell'Unione europea e nell'unione monetaria». Un tributo necessario anche per non interrompere la buona predisposizione dei mercati, visto che dal 5 marzo a oggi la Borsa ha continuato a salire e il temuto spread con i titoli pubblici tedeschi è addirittura sceso da 134 a 125 punti base». E a proposito di affari, il M5s è rimasto impressionato anche dalla rapidità con la quale si stanno muovendo le cose sul triangolo Mediaset-Telecom-Vivendi, con la Cassa depositi e prestiti che improvvisamente decide di scendere in campo per sbarrare la strada ai francesi nell'ex monopolista telefonico e Silvio Berlusconi che si allea con Sky e Rupert Murdoch. «Ci hanno avvisato? Sì, a cose fatte», dice sotto garanzia di anonimato uno degli uomini che segue le partite di potere economico per il M5s. E se ieri il Movimento è stato così netto nell'affermare che non vede Forza Italia come un interlocutore politico è stato anche per questo, perché, per dirla con il fondatore Beppe Grillo, «alla fine Berlusconi pensa solo alla roba sua». E ancora una volta il fattore Cavaliere, condannato per frode fiscale e sotto processo per corruzione giudiziaria, ha avuto peso nell'agenda esibita ieri dal M5s per provare a costruire un patto con Lega o Pd: «Ci sono soluzioni che aspettiamo da 30 anni, lotta alla corruzione, eliminazione dei privilegi e sprechi della politica, sburocratizzazione, riduzione delle tasse, gestione del fenomeno migratorio, lotta alla povertà e creazione di posti di lavoro». Il tutto mentre Grillo postava sul suo blog un lungo inno dedicato alla solidarietà e alla lotta contro la diseguaglianza economica, nel quale spiccava una citazione dell'anarchico russo Petrr Kopotkin, quello per il quale «il povero di oggi non può essere il povero di domani». Ma in politica il nemico di ieri può essere l'alleato di domani. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/di-maio-salvini-alleato-consultazioni-2556491693.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="napolitano-fa-le-sue-consultazioni-e-spinge-il-pd-nelle-braccia-del-m5s" data-post-id="2556491693" data-published-at="1781266752" data-use-pagination="False"> Napolitano fa le sue consultazioni e spinge il Pd nelle braccia del M5s Giorgio Napolitano non molla. Dopo l'intervento a gamba tesa da presidente pro tempore del Senato, ora il novantaduenne presidente emerito della Repubblica ha iniziato a farsi sentire anche all'interno del Partito democratico in vista del secondo giro di consultazioni. Del resto l'apertura del leader pentastellato Luigi Di Maio a tutto il Pd («Non ho mai voluto spaccare il Pd», ha detto ieri dal Colle), compreso quindi l'ex segretario Matteo Renzi, traccia forse un nuovo schema di gioco, dove i dem potrebbero tornare in partita dopo settimane di Aventino. A quanto pare l'obiettivo non dichiarato del vecchio dirigente del Pci è quello di stanare Matteo Renzi dall'ambiguo ruolo di questi ultimi giorni (le dimissioni sono vere o finte?), portando il Nazareno a dialogare con i grillini o con il centrodestra: magari costruire un percorso che possa portare alla formazione di un nuovo esecutivo. È il vecchio schema delle Botteghe Oscure, quello del cosiddetto senso dello Stato e delle istituzioni, ma soprattutto di come quando il Paese ne abbia bisogno sia più importante la sostanza rispetto alla forma. Si tratta di una linea portata avanti in queste settimane dal ministro per i Beni culturali, Dario Franceschini, ma soprattutto dal ministro di Grazia e giustizia Andrea Orlando, da sempre in ottimi rapporti con l'ex capo dello Stato: fu lui a sponsorizzarlo come Guardasigilli nel governo di Enrico Letta. Sarebbe proprio Orlando in queste ore a capeggiare la fronda contro i renziani, fermi sulle loro posizioni, con l'ex premier convinto più che mai di restare all'opposizione. La linea è più o meno quella espressa ieri dal segretario reggente Maurizio Martina: «L'esito elettorale per noi negativo non ci consente di formulare ipotesi di governo che ci riguardino». Ma allo stesso tempo il ministro dell'Agricoltura uscente ha anche aperto a quattro punti, tra cui un reddito di cittadinanza rimodulato e a una forte impronta europeista. Il problema resta sempre Renzi. Claudio Velardi, ex Pci, da tempo mente critica all'interno del Pd con la sua Fondazione Ottimisti & Razionali, dopo le aperture di Di Maio con un tweet invitava i dem a sfidare i grillini. «Il Pd metta subito nero su bianco 5-6 punti irrinunciabili di programma coerenti con le cose fatte e dette, e sfidi il M5s. Prima di sedersi a qualunque tavolo». Si tratta di un'ipotesi che potrebbe prendere in considerazione Renzi? Del resto, l'idea di una scissione interna ai democratici, con la possibilità di creare un En Marche nello stile del presidente francese Emanuel Macron, sembra in questo momento accantonata. «Renzi non vuole fare En marche», diceva appunto ieri la deputata dem Alessia Morani. E cosa vuole fare? Si domandano in tanti dentro e fuori il parito. Al momento non si sa, ma dopo il primo giro di consultazioni appare evidente che lo schema di gioco sta cambiando e che il tempo del galateo istituzionale è finito. Napolitano dovrebbe incontrare per la seconda volta il capo dello Stato Sergio Mattarella la prossima settimana, prima del nuovo giro di colloqui con i partiti che dovrebbe essere decisivo per la formazione di un nuovo governo o per le elezioni anticipate. La visita di Napolitano a Mattarella è da prassi istituzionale, ma segnala il consueto interventismo da parte di Re Giorgio nelle dinamiche della politica italiana. D'altra parte dopo le sciabolate contro Renzi a Palazzo Madama («Il voto ha bocciato l'auto esaltazione dei governi»), nelle poche dichiarazioni rese in pubblico il due volte capo dello Stato ha fatto intendere subito che lo schema di gioco per nominare i presidenti di Camera e Senato, cioè l'intesa tra il leader leghista Matteo Salvini e Luigi Di Maio, non valeva per formare un nuovo governo («No, quella maggioranza é servita per le Camere, punto e basta») e soprattutto ha chiesto responsabilità al Pd. «In questo momento Renzi è il miglior alleato di Di Maio, perché stando fermo potrà far dire al Movimento 5 stelle che loro ci hanno provato ma non c'è stato nulla da fare. E così potrà addossare al Pd la responsabilità di un governo Lega-M5s», spiega un deputato di centrosinistra fuori dai microfoni. Da sempre interprete del pensiero di Napolitano è il vecchio amico Emanuele Macaluso, storica firma dell'Unità, che da una settimana continua a bombardare il Pd sul ruolo che dovrebbe tenere durante questa fase di costruzione di un nuovo esecutivo. Proprio ieri nel suo consueto corsivo sottolineava quale ruolo avesse in questo momento Renzi, circondato dal suo Gglio magico e alternativo a un partito che ragiona in termini di collegialità. «Renzi c'è o non c'è?», si domanda Macaluso. Perché, ragiona, «c'è da chiedersi a questo punto come andranno le cose nel Pd e se sarà veramente in grado di condurre quell'opposizione di cui tutti parlano. Lo dico perché a me pare che la confusione e, soprattutto, le guerriglie tra i vari gruppi continuino senza tregua. E come notano molti che hanno guardato sempre con simpatia il centrosinistra e lo hanno sempre votato, l'anomalia più evidente è quella delle dimissioni date e non date da Matteo Renzi. Se non si chiarisce sino in fondo questa questione, anche nell'assemblea convocata per il 21 aprile, la situazione del Pd resterà confusa e il partito sarà impotente ad affrontare le nuove frontiere della politica così come sono state determinate dalle elezioni». Alessandro Da Rold <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/di-maio-salvini-alleato-consultazioni-2556491693.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-cav-restituisce-il-veto-ai-grillini-e-si-gode-la-situazione-di-stallo" data-post-id="2556491693" data-published-at="1781266752" data-use-pagination="False"> Il Cav restituisce il veto ai grillini e si gode la situazione di stallo LaPresse Esce dall'incontro con Sergio Mattarella, sorridente, tranquillo, con l'aria di chi pensa: «Rieccomi, che pensavate?». Silvio Berlusconi non molla il centro del ring. L'uomo sa meglio di chiunque altro che l'immagine, in politica, è tutto, e bisogna ammettere che la «rivoluzione rosa» di Forza Italia, dal punto di vista comunicativo, funziona. I nuovi capigruppo di Camera e Senato, Mariastella Gelmini e Anna Maria Bernini, alla destra e alla sinistra del capo, premurose, attente, sobrie, consegnano alle telecamere e ai fotografi un quadro accattivante. Il poker di donne della nuova Forza Italia si completa con Elisabetta Alberti Casellati e Mara Carfagna; la prima, presidente del Senato, potrebbe ricevere, se le consultazioni andassero per le lunghe, un incarico esplorativo dal presidente Mattarella; la seconda, vicepresidente della Camera, è pronta per ricoprire il ruolo di terza carica dello Stato nel caso di una vittoria del centrodestra se si dovesse tornare presto alle urne. Il rinnovamento è completato dalla quinta carta in mano a Berlusconi: Antonio Tajani, presidente dell'Europarlamento, in procinto di assumere il ruolo di vice Silvio. Tajani è già in campo: domani sarà lui a presentare, a Campobasso, la lista di Forza Italia per le regionali in Molise del prossimo 22 aprile. «Alle elezioni», sottolinea Berlusconi, «ha prevalso nettamente il voto basato sulla protesta, sul dispetto, sul malcontento, sulla delusione». Il veto del M5s su di lui viene rispedito al mittente: «Non siamo disponibili», sottolinea Berlusconi, «a soluzioni di governo nelle quali prevalgano l'invidia e l'odio sociale, il pauperismo e il giustizialismo». Un governo di questo tipo, aggiunge Berlusconi, «metterebbe in grave difficoltà il nostro Paese, in Europa, innescherebbe una spirale recessiva fatta di disoccupazione crescente, tasse elevate, fuga di imprese e capitali, di fallimenti a catena a partire dal settore bancario». Porte chiuse per Luigi Di Maio, al quale invece, un'ora dopo, si rivolgerà con toni opposti Matteo Salvini, ribadendo che per lui il M5s resta l'interlocutore privilegiato per cercare di formare un governo. Il leader di Forza Italia, invece, sembra rivolgersi al centrosinistra, quando fa appello agli europeisti. Nostalgia di Nazareno? «Per affrontare le urgenze del nostro Paese», dice Berlusconi, «è necessario un governo fondato su un programma coerente e in grado di lavorare, un governo che deve partire dalla coalizione che ha vinto le elezioni, il centrodestra, e dal leader della forza politica più votata nella coalizione, la Lega. Per poter governare abbiamo bisogno di una maggioranza e per raggiungerla siamo disposti al dialogo. Siamo disponibili», sottolinea Berlusconi, «a partecipare, con una presenza di alto profilo, a soluzioni serie basate su accordi chiari con altri soggetti politici, su cose concrete e fattibili, credibili in sede europea. Quell'Europa», aggiunge Berlusconi, «verso la quale è certamente necessario un atteggiamento fermo e autorevole per tutelare gli interessi italiani meglio di come è stato fatto finora, ma che non perdonerebbe certo populismi, dilettantismi e improvvisazioni». La «presenza di alto profilo» significa che, se Forza Italia parteciperà a un governo, lo farà da protagonista, con ministri politici e rappresentativi. Chi pensa a «tecnici di area», a una presenza «nascosta» dei berluscones in un governo la cui maggioranza si reggesse però sui voti determinanti di Forza Italia, può rassegnarsi. Qualcuno nella Lega, infuriandosi, ha interpretato questa frase come l'apertura a un «governo del presidente». In realtà, Berlusconi è convinto che la soluzione alla quale si potrebbe approdare, dopo il prossimo giro di consultazioni, è un governo di larghe intese che tenga dentro tutti (pallino di Mattarella svelato dalla Verità), quindi anche la Lega, tranne il M5s. Il Pd? Accetterebbe di buon grado, secondo Berlusconi, di far parte di un esecutivo guidato dal leghista Giancarlo Giorgetti. Matteo Salvini ci starebbe? Non si sa. Quello che si sa è che i rapporti con l'alleato sono buoni, anche se non manca una buona dose di reciproca diffidenza. Berlusconi è convinto che se Salvini scaricasse Forza Italia per fare il vicepremier di Luigi Di Maio, o comunque il socio di minoranza di un governo M5s-Lega, si ritroverebbe in un vicolo cieco, non potendo realizzare nemmeno uno dei punti del programma sottoposto agli elettori. Intanto, il Berlusconi paladino dell'Europa sta sistemando nel modo migliore gli affari di famiglia. Il governo guidato da Paolo Gentiloni sta arginando l'influenza di Vivendi, colosso francese guidato da Vincent Bollorè, fiero avversario di Berlusconi, su Telecom Italia e su Mediaset. Bollorè è all'angolo, dopo l'accordo tra Sky e la stessa Mediaset. Amici influenti di Romano Prodi, a livello europeo, stanno lavorando con discrezione e efficacia per aiutare «l'amico Silvio». Il Cavaliere è tornato. Anzi, è sempre rimasto lì, al centro del ring. Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/di-maio-salvini-alleato-consultazioni-2556491693.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="renzi-freme-per-tornare-in-pista-e-si-sente-con-il-colle" data-post-id="2556491693" data-published-at="1781266752" data-use-pagination="False"> Renzi freme per tornare in pista e si sente con il Colle Matteo Renzi è pronto a cambiare linea per rispondere alla chiamata del Colle ma soltanto quando sarà chiaro a tutti, avversari interni ed esterni, che Luigi Di Maio e Matteo Salvini avranno fallito. Lo spiegano i fedelissimi del toscano neosenatore di Rignano che in queste ore hanno avuto modo di parlarci: «Ovvio che Matteo voglia tornare in pista, ma alle sue condizioni. Non può certo perdere la faccia accodandosi ad ogni costo ad un qualsivoglia governo di tutti come invece vorrebbero altri nel Pd. Ma non è questo che serve per il rilancio del Partito democratico», spiegano dalle parti del Giglio magico. La verità è che tra il Pd e il Quirinale gli emissari si muovono ormai da giorni tanto che si parla di un «patto» tra Matteo Renzi e il capo dello Stato, Sergio Mattarella, per far rientrare in gioco il Pd: se il leader dei 5 stelle e quello del Carroccio dovessero fallire nella composizione di un esecutivo e ci fosse un richiamo alla responsabilità da parte del Colle, il centrodestra unito - con l'appoggio esterno del Pd - consentirebbe di dare avvio al governo. Magari con un premier che non sia Salvini. Perché in fin dei conti anche Matteo Renzi (che di fatto continua a dettare la linea al proprio partito) vorrebbe evitare di ricorrere nuovamente alle urne. Teme che continuerebbero ad intestargli un'eventuale ulteriore sconfitta anche senza essere più, almeno formalmente, il segretario del partito. «Nel partito il renzicidio non è ancora stato compiuto ed ogni mossa viene ancora vissuta come pro o contro l'ex segretario», spiegano fonti del Nazareno. Quindi anche una futura sconfitta elettorale in eventuali elezioni anticipate rischierebbe di essere intestata al neosentaore di Rignano che peraltro ha ancora il pieno controllo dei gruppi parlamentari del partito e nel dibattito interno non intende mollare di un centimetro né ora né mai. E qualcuno teme addirittura che, con i tempi lunghi, potrebbe anche riprendersi il partito per cambiarne il dna, farne un movimento alla Emmanuel Macron, anzi alla Renzi, favorendo ulteriori fuoriuscite di avversari interni per poi tenersi solo i fedelissimi da unire magari a quel che, tra qualche tempo, resterà di Forza Italia. La scommessa del toscano di andare «oltre il Pd» risiede proprio in questo: non uscire dal partito ma cambiarlo dall'interno per capitalizzare al centro la nascita di un eventuale governo populista-sovranista Lega-5 stelle. Per questo un big come Walter Veltroni ha fatto sapere a stretto giro che sarebbe grave andare oltre il Pd: «Lo ritengo molto grave. Io invece penso che il Pd sia un punto di approdo decisivo per la lunga storia del centrosinistra italiano. E credo che il Pd vada rafforzato, ritrovando la sua ispirazione iniziale. Il Pd, la sua gente, sono molto di più di questo confuso balbettio e meritano molto di più. Spero, con tutto il cuore, che questo avvenga. Per il Pd e per il Paese». Ma la tentazione del segretario dimissionario rimane forte. Anche dalle parti del presidente emerito, Giorgio Napolitano, si guarda con diffidenza ad un simile progetto renziano: «Sarebbe l'ennesimo tentativo velleitario», spiega chi gli è vicino, «come anche quello di lasciare la centenaria storia del Partito socialista europeo per seguire il partitino di Macron, una mera invenzione di marketing politico, che potrebbe scomparire da un momento all'altro». Marco Antonellis
Vladimir Putin (Ansa)
Fatto sta che ieri, nelle sue comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio Ue del 18 e 19 giugno, il presidente del Consiglio, reduce dall’irritante esclusione dal vertice E3 con Volodymyr Zelensky, ha espresso chiaramente la sua preferenza per un’iniziativa diplomatica comune nei confronti di Mosca: «L’Unione europea», ha detto il premier, «deve essere pronta a guidare questo dialogo, mentre farebbe un errore a subirlo». Sia se a guidare le danze fossero gli Stati Uniti da soli, sia se, per le manie di protagonismo di certi leader nazionali, si procedesse «a tentoni, con formati variabili» che producono «frammentazione, confusione, debolezza». «Ma per farlo», ha aggiunto l’inquilina di Palazzo Chigi, «una volta stabilito quale sia, dal nostro punto di vista, l’obiettivo finale del negoziato, occorre individuare chi possa rappresentare gli interessi europei nel tavolo negoziale». È un aspetto su cui si registra una convergenza più rara che unica con Sergio Mattarella, secondo il quale è «molto opportuno che l’Unione europea, nei confronti dell’Ucraina e della Russia, si presenti con una voce sola». Opinione che, non a caso, il presidente ha espresso al pranzo di ieri con il premier. Ma ora che pure Francia, Germania e Regno Unito si sono decisi a intavolare una trattativa, tanto che, ieri, hanno spedito i loro ambasciatori al ministero degli Esteri russo, la sfida complicata è proprio quella di scegliere una figura adatta, che metta d’accordo tutti gli Stati membri dell’Ue e magari pure Londra.
È escluso che l’incarico possa essere ricoperto dall’Alto rappresentante di Bruxelles, Kaja Kallas. Oltranzista nei confronti del Cremlino, nonostante il passato sovietico della sua famiglia, adesso è ulteriormente delegittimata da chi briga per liquidarla, prendendo atto della sua irrilevanza. Il Financial Times ha infatti svelato che Parigi e Berlino, stizzite per l’«inefficacia» del servizio diplomatico Ue, sarebbero pronte a ritrasferire il grosso delle sue competenze alla Commissione, o in capo agli Stati membri. E, soprattutto, a sottrargli un budget da oltre un miliardo di euro. L’autorevolezza per andare da Vladimir Putin, la Kallas non ce l’ha affatto; anzi, la sua parabola certifica che l’Unione europea rimane priva di una politica estera. E questo è un ostacolo serio, se l’obiettivo è raggiungere un accordo ampio, superando le coalizioni ristrette.
A fine maggio, il quotidiano britannico aveva messo in cima alla lista dei potenziali mediatori il sempreverde «nonno» della Repubblica italiana: Mario Draghi. Affidargli un ruolo del genere potrebbe avere un qualche impatto anche sulla successione al Colle, nel 2029. L’ex banchiere potrebbe trovarsi impelagato in un lungo e difficile processo politico, che finirebbe per tenerlo lontano dal Quirinale. Il che lascerebbe campo più libero a un’alternativa più organica al centrodestra - ammettendo che il centrodestra si trovi, fra due anni e mezzo, nella posizione di dare le carte. Addirittura, un eventuale fallimento della mediazione potrebbe bruciare per la seconda volta l’ascesa di Draghi; la prima, era bastata la ricandidatura di Sergio Mattarella. Viceversa, un successo storico lo renderebbe la scelta naturale per subentrare all’attuale capo dello Stato. E la Meloni potrebbe intestarselo, facendo valere i buoni rapporti che ha intrattenuto con il suo predecessore.
Al di là dei risvolti e dei calcoli di politica interna, il limite alla missione di Draghi sarebbero le sue scarse credenziali nei confronti dello zar. La Federazione russa ha mandato segnali contraddittori. Ha biasimato l’Europa per la rinuncia al dialogo, ma poi ha bocciato ogni papabile interlocutore, a eccezione dell’ex cancelliere tedesco socialdemocratico, Gerhard Schröder, che ha il problema opposto: è troppo compromesso con Mosca per avere la fiducia dell’Ue.
Fermo restando che le intenzioni di Putin, come da tradizioni di Oltrecortina, non sono cristalline, e che la Russia potrebbe semplicemente considerare Bruxelles troppo ininfluente per sedersi a un tavolo che verrebbe gestito solo dalle grandi potenze imperiali, un altro ex capo del governo proveniente dalla Germania è stato più volte tirato in ballo: si tratta di Angela Merkel, la principale artefice del vecchio asse Berlino-Mosca, fondato sulle forniture energetiche a basso costo, ma anche responsabile e rea confessa del matrimonio infelice con un «nemico dell’Europa», come lei stessa definì lo zar nel 2024. La Russia, per di più, le rimprovera di aver propiziato gli accordi di Minsk, con cui si pose fine alla prima guerra nel Donbass, dodici anni fa: lungi dall’aver posto le basi per una pace duratura, quei patti, secondo Putin, consentirono a Kiev di beneficiare di una tregua tattica, che l’Ucraina ha utilizzato per prepararsi al successivo scontro con Mosca. Inoltre, meno di un mese fa, la stessa Merkel, pur dicendosi rammaricata perché l’Europa non stava «facendo sufficiente uso del suo potenziale diplomatico», aveva escluso di poter intervenire in prima persona: riferendosi al precedente negoziato, aveva precisato che esso era stato possibile «solo perché avevamo il potere politico, perché eravamo capi di governo. C’è bisogno di quel potere». Lei, ora, è fuori dai giochi.
Gli altri nomi circolati nelle ultime settimane sembrano di secondo piano. E se ciò, da un lato, li libera da eredità pesanti, dall’altro li rende poco credibili al cospetto di Putin: l’ex presidente finlandese, Sauli Niinistö, o il premier in carica, Alexander Stubb. L’inviato europeo, ha concluso ieri Antonio Tajani, «non lo decide né Putin né i Paesi da soli, ma tutta l’Unione europea».
Ci sarebbe, in effetti, da scongiurare l’ipotesi forse più indigeribile: che Emmanuel Macron, in uscita dall’Eliseo, ai giardinetti preferisca una dacia, pur di continuare a nutrire il suo ego.
Per il momento, se l’Ue non ha avuto il coraggio di dissociarsi dai volenterosi («In effetti i negoziati stanno avvenendo in diversi formati, in diversi luoghi, anche a diversi livelli», si è limitata a confermare ieri una portavoce della Commissione), la Russia li ha ricevuti per umiliarli: i membri dell’E3, ha tuonato Maria Zakharova, «stanno perseguendo una linea d’azione volta a impedire la creazione delle condizioni per i negoziati su una pace veramente globale, giusta e duratura». Sicuri ci si debba rammaricare che la Meloni sia uscita dal gruppo?
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Poiché il nodo della difesa aerea è fra i più importanti, l’Unione europea ha aperto al finanziamento dell’acquisto di missili antiaerei e antimissile americani Patriot, stando al portavoce della Commissione europea, Balazs Ujvari: «Se c’è interesse per attrezzature che vanno oltre i droni, siano sistemi antimissile o da difesa aerea, è una possibilità da mettere sul tavolo». A monte, i ripetuti appelli del presidente Volodymir Zelensky per aiuti in difesa aerea.
Fa pensare che, dopo i 6 miliardi di euro per i droni, l’Ue si prepari a pagare nuovi costosi Patriot, sebbene scarsi essendo dirottati nel Golfo Persico per contrastare i missili iraniani. Ma Kiev guarda anche a missili europei, come l’Aster 30 di fabbricazione franco-italiana, coprodotto da industrie fra cui Mbda e la nostra Avio. Un missile con raggio d’azione di 120 km e quota massima di 22 km, imbarcato anche su navi della Marina italiana.
Ne hanno parlato ieri il ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov e la ministra francese delle Forze armate, Catherine Vautrin. L’Ucraina, dalla notte all’alba, ha affrontato incursioni di 221 droni e due missili balistici Iskander lanciati dai russi. La difesa avrebbe «abbattuto 195 droni», ma molti dei velivoli telecomandati russi non erano Shahed d’attacco, ma tipi usati come esca, dunque per distrarre le difese, come Parodia e Italmas. Inoltre non sono stati intercettati i missili Iskander, che essendo balistici ipersonici sono ardui da fermare. Fra i bersagli, un deposito di locomotive nella regione di Sumy, dove il bombardamento ha ucciso una ferroviera e ha ferito quattro suoi colleghi. I russi affermano di aver conquistato due villaggi, Okhrimivka, nella regione di Kharkiv, e Rozkishne, in quella del Donetsk già per la maggior parte annessa alla Russia. Il sito di mappatura ucraino Deep State non ha finora confermato queste avanzate russe ed è difficile discriminare fra la vera occupazione integrale di un territorio e l’infiltrazione di avanguardie.
L’Ucraina ha colpito con droni l’ennesima raffineria russa, ad Afipsky, dove è scoppiato un incendio. Altri droni hanno ucciso due persone nella parte occupata dai russi della regione di Zaporizhzhia. Altro obiettivo è stato un convoglio di 50 camion militari russi carichi di carburante e munizioni ad Armyansk, in Crimea, dove le forze di Mosca hanno gettato ponti galleggianti. Kiev ha celebrato ieri per la prima volta una festa istituita da Zelensky, la Giornata delle Forze dei Sistemi a pilotaggio remoto. Per l’occasione il presidente ucraino ha affermato che «il 90% delle perdite russe sul campo di battaglia è dovuto ai droni».
E secondo il comandante della Forza droni ucraina, Robert Brovdi, detto «Madyar» («magiaro») perché d’origine ungherese, «dall’inizio del 2026 la forza droni ha ucciso 50.900 militari russi e colpito 176.500 obbiettivi». Brovdi ha spiegato alla Reuters che si sta bombardando l’autostrada Novorossiya per isolare la Crimea dalla Russia: «La campagna ha ridotto di due terzi, nell’ultimo mese, il traffico sull’autostrada Novorossiya, via di rifornimento russa che traversa l’Ucraina meridionale occupata fino alla Crimea. Entro un mese, l’Ucraina avrà il controllo della strada. Isoleremo la Crimea. Colpire i veicoli è facile come sparare alle pernici in un campo aperto». Se i droni sono l’ultimo grido, i vecchi razzi Grad di origine sovietica vengono ancora usati dai soldati di Zelensky, come ieri sul villaggio russo di Belaya Berezka, nella regione di Bryansk, dove è stato ucciso un civile. Installazioni della Marina Russa a Sebastopoli sono stati invece colpiti con missili Neptune di fabbricazione ucraina.
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