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2018-09-20
Di Maio chiede «un po’ di deficit» per placare la base del Movimento
Ansa
Dopo il vertice di pochi giorni fa a Palazzo Chigi e i malumori che ne sono nati tra Lega e Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio ha deciso di iniziare la sua offensiva. Il concetto è semplice: le risorse per la prossima legge di bilancio si possono trovare attingendo un po' al deficit, facendo poi rientrare il debito nei prossimi due-tre anni.
Il vicepremier e ministro del Lavoro Luigi Di Maio, incontrando i giornalisti nella sua visita cinese a Chengdu, ha spiegato chiaramente che questa è la soluzione che propone. Il ministro ha spiegato che «un governo serio che ha fatto delle promesse, i fondi li trova. Li troviamo dai tagli, ma qualora non si dovessero trovare tutti i soldi dai tagli, sappiamo che nei prossimi anni potremo tagliare tanti altri sprechi, ma non possiamo aspettare anni per mantenere le promesse e per questo si attinge un po' al deficit per far rientrare il debito nei prossimi anni, tenendo i conti in ordine senza fare una manovra distruttiva». Di Maio ha poi precisato che «l'obiettivo di una legge di bilancio non è rassicurare i mercati, ma migliorare la vita degli italiani. Dobbiamo fare il nostro dovere, cioè mantenere le promesse». Il vicepremier ha anche ribadito che flat tax, reddito di cittadinanza, superamento della legge Fornero «sono priorità e saranno nella legge di bilancio».
Per quanto riguarda le tensioni all'interno del governo sulla prossima manovra, Di Maio ha poi voluto puntualizzare (dopo alcune indiscrezioni secondo cui il vicepremier aveva invitato Giovanni Tria a lasciare il governo se non avesse trovato le risorse per il reddito di cittadinanza) di avere «piena fiducia nel ministro dell'Economia in quello che sta facendo e nel gioco di squadra che stiamo facendo come governo». Le tensioni però non sembrano del tutto sopite e una frase di Matteo Salvini è parsa sibillina. Alla domanda se Tria potesse dormire sonni tranquilli ha risposto: «Gli italiani possono dormire sonni tranquilli».
Di certo, insomma, in questo momento la preoccupazione non manca tra gli esponenti del Movimento 5 stelle. Tanto che ieri il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha voluto incontrare i capigruppo del M5s, Francesco D'Uva e Stefano Patuanelli per gettare acqua sul fuoco. «Al centro del nostro colloquio», ha scritto il premier sulla sua pagina Facebook, «c'è stato un aggiornamento sulle attività parlamentari e sulle prossime iniziative che dobbiamo portare avanti per offrire risposte alle urgenze che ci segnalano i cittadini. Abbiamo ragionato anche della necessità che la riforma del reddito di cittadinanza che sarà inserita nella manovra economica abbia un impatto significativo sul piano sociale, in modo da alleviare la condizione di tutti coloro che vivono in condizione di povertà assoluta».
Anche Matteo Salvini, ministro dell'Interno e vicepremier, ha voluto mostrare ottimismo sulla legge di bilancio, precisando che «abbiamo le idee chiare, sono assolutamente sicuro che si troverà un equilibrio tra vincoli di bilancio e diritto dei cittadini alla qualità della vita, alla salute». Nella legge di bilancio, aggiunge, «ci sarà quota 100, ci sarà la riduzione fiscale e ci sarà la chiusura di milioni di cartelle di Equitalia».
Proprio su quota 100, in effetti, un po' di chiarezza va fatta. Ieri l'Huffington Post spiegava che i tecnici del Carroccio starebbero pensando di inserire un tetto minimo per l'uscita anticipata: 35 anni di contributi e 65 anni di età. Una fonte contattata dalla Verità ha però smentito questa indiscrezione. «Si potrebbe fare solo attraverso la partecipazione dei fondi privati di categoria. Diversamente non ci sarebbero le coperture», ha detto.
Proprio sulle pensioni ieri è stato presentato alla Camera un nuovo testo simile a quello già presentato ad agosto che propone un «tetto» a 4.500 euro netti al mese (mediazione tra i 4.000 voluti dai 5 Stelle e i 5.000 della Lega) , soglia sotto la quale non ci sarà nessun ricalcolo a livello previdenziale. Nel testo c'è anche una stretta contro gli assegni pensionistici dei sindacalisti: via la norma del 1996 che permette di incrementare la pensione attraverso il versamento di una quota di contribuzione aggiuntiva poco prima di lasciare il lavoro al sindacato.
Sempre ieri, inoltre, Lega e Movimento 5 stelle hanno presentato una proposta di legge dal titolo «Misure di semplificazione fiscale, sostegno all'economia reale e contrasto all'evasione fiscale», un insieme di norme che dovrebbe rendere più facile la burocrazia italiana in materia fiscale.
La manovra, dunque, sta smuovendo molte acque all'interno della maggioranza. Lega e 5 stelle hanno bene in mente cosa vogliono portare all'interno del Def. Ma le risorse non ci sono per accontentare tutti. Qualcuno, per forza, dovrà fare un passo indietro.
Il Pd prigioniero di «forza Equitalia»
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Il vicepremier dalla Cina: «Si può rientrare dal debito in due o tre anni». Su Giovanni Tria la tensione, sotto traccia, resta. Giuseppe Conte ai capigruppo M5s: «Reddito di cittadinanza in manovra». Pensioni, nel nuovo testo tagli sopra i 4.500 euro.Dopo aver tifato spread, Europa ed Emmanuel Macron, i dem contestano la pace fiscale promessa. L'ennesimo scollamento dalla realtà in nome di un principio: stangare il contribuente.Lo speciale contiene due articoli.Dopo il vertice di pochi giorni fa a Palazzo Chigi e i malumori che ne sono nati tra Lega e Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio ha deciso di iniziare la sua offensiva. Il concetto è semplice: le risorse per la prossima legge di bilancio si possono trovare attingendo un po' al deficit, facendo poi rientrare il debito nei prossimi due-tre anni.Il vicepremier e ministro del Lavoro Luigi Di Maio, incontrando i giornalisti nella sua visita cinese a Chengdu, ha spiegato chiaramente che questa è la soluzione che propone. Il ministro ha spiegato che «un governo serio che ha fatto delle promesse, i fondi li trova. Li troviamo dai tagli, ma qualora non si dovessero trovare tutti i soldi dai tagli, sappiamo che nei prossimi anni potremo tagliare tanti altri sprechi, ma non possiamo aspettare anni per mantenere le promesse e per questo si attinge un po' al deficit per far rientrare il debito nei prossimi anni, tenendo i conti in ordine senza fare una manovra distruttiva». Di Maio ha poi precisato che «l'obiettivo di una legge di bilancio non è rassicurare i mercati, ma migliorare la vita degli italiani. Dobbiamo fare il nostro dovere, cioè mantenere le promesse». Il vicepremier ha anche ribadito che flat tax, reddito di cittadinanza, superamento della legge Fornero «sono priorità e saranno nella legge di bilancio».Per quanto riguarda le tensioni all'interno del governo sulla prossima manovra, Di Maio ha poi voluto puntualizzare (dopo alcune indiscrezioni secondo cui il vicepremier aveva invitato Giovanni Tria a lasciare il governo se non avesse trovato le risorse per il reddito di cittadinanza) di avere «piena fiducia nel ministro dell'Economia in quello che sta facendo e nel gioco di squadra che stiamo facendo come governo». Le tensioni però non sembrano del tutto sopite e una frase di Matteo Salvini è parsa sibillina. Alla domanda se Tria potesse dormire sonni tranquilli ha risposto: «Gli italiani possono dormire sonni tranquilli».Di certo, insomma, in questo momento la preoccupazione non manca tra gli esponenti del Movimento 5 stelle. Tanto che ieri il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha voluto incontrare i capigruppo del M5s, Francesco D'Uva e Stefano Patuanelli per gettare acqua sul fuoco. «Al centro del nostro colloquio», ha scritto il premier sulla sua pagina Facebook, «c'è stato un aggiornamento sulle attività parlamentari e sulle prossime iniziative che dobbiamo portare avanti per offrire risposte alle urgenze che ci segnalano i cittadini. Abbiamo ragionato anche della necessità che la riforma del reddito di cittadinanza che sarà inserita nella manovra economica abbia un impatto significativo sul piano sociale, in modo da alleviare la condizione di tutti coloro che vivono in condizione di povertà assoluta». Anche Matteo Salvini, ministro dell'Interno e vicepremier, ha voluto mostrare ottimismo sulla legge di bilancio, precisando che «abbiamo le idee chiare, sono assolutamente sicuro che si troverà un equilibrio tra vincoli di bilancio e diritto dei cittadini alla qualità della vita, alla salute». Nella legge di bilancio, aggiunge, «ci sarà quota 100, ci sarà la riduzione fiscale e ci sarà la chiusura di milioni di cartelle di Equitalia». Proprio su quota 100, in effetti, un po' di chiarezza va fatta. Ieri l'Huffington Post spiegava che i tecnici del Carroccio starebbero pensando di inserire un tetto minimo per l'uscita anticipata: 35 anni di contributi e 65 anni di età. Una fonte contattata dalla Verità ha però smentito questa indiscrezione. «Si potrebbe fare solo attraverso la partecipazione dei fondi privati di categoria. Diversamente non ci sarebbero le coperture», ha detto.Proprio sulle pensioni ieri è stato presentato alla Camera un nuovo testo simile a quello già presentato ad agosto che propone un «tetto» a 4.500 euro netti al mese (mediazione tra i 4.000 voluti dai 5 Stelle e i 5.000 della Lega) , soglia sotto la quale non ci sarà nessun ricalcolo a livello previdenziale. Nel testo c'è anche una stretta contro gli assegni pensionistici dei sindacalisti: via la norma del 1996 che permette di incrementare la pensione attraverso il versamento di una quota di contribuzione aggiuntiva poco prima di lasciare il lavoro al sindacato. Sempre ieri, inoltre, Lega e Movimento 5 stelle hanno presentato una proposta di legge dal titolo «Misure di semplificazione fiscale, sostegno all'economia reale e contrasto all'evasione fiscale», un insieme di norme che dovrebbe rendere più facile la burocrazia italiana in materia fiscale.La manovra, dunque, sta smuovendo molte acque all'interno della maggioranza. Lega e 5 stelle hanno bene in mente cosa vogliono portare all'interno del Def. Ma le risorse non ci sono per accontentare tutti. Qualcuno, per forza, dovrà fare un passo indietro. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/di-maio-chiede-un-po-di-deficit-per-placare-la-base-del-movimento-2606306851.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pd-prigioniero-di-forza-equitalia" data-post-id="2606306851" data-published-at="1767732984" data-use-pagination="False"> Il Pd prigioniero di «forza Equitalia» Quando si parla di tasse, è più che mai valido il detto secondo cui il diavolo si nasconde nei dettagli. Quindi, per giudicare davvero la pace fiscale promessa dal governo, occorrerà attendere il testo ed esaminarlo virgola per virgola. Ciò che invece può essere giudicato subito, e nel modo più severo, è l'atteggiamento isterico della sinistra. Si può ben dire che proprio le reazioni preventive del Pd stiano mostrando la sinistra «al naturale», sotto il velo del trucco: il solito partito delle tasse e del pregiudizio contro imprese e autonomi. Ripercorrendo questa lunga estate, la sinistra ha saputo dire solo quattro cose, una più assurda dell'altra: forza spread, forza Europa, forza Macron, forza Diciotti. E adesso aggiunge: forza Equitalia. Se questo è il livello di perdita di contatto con la situazione reale degli italiani, poi non c'è da sorprendersi se i sondaggi fotografano un Pd ai minimi storici. Ma davvero la sinistra pensa di poter trattare come criminali tutti quelli che hanno un contenzioso con il fisco? Eppure basterebbe un pochino di buon senso per sapere due cose. Primo: una parte rilevante delle situazioni aperte con l'Agenzia delle entrate riguarda quelle piccolissime imprese che, negli anni più duri della crisi, non hanno licenziato ma avevano denaro sufficiente solo per pagare gli stipendi, e non anche i contributi. Morale: in molti casi si è venuto accumulando un pesante ritardo contributivo, con gli imprenditori che si sono (direi meritoriamente, in quel contesto) caricati oneri e rischi su di sé. Vogliamo forse impiccarli? Secondo: anche quando sono in gioco le imposte vere e proprie, c'è un fenomeno che tanti vogliono negare, eppure esiste. Si chiama evasione di necessità. Hai dichiarato il giusto, ma, in tempi di crisi drammatica, ti sei trovato costretto a scegliere: pagare tutte le tasse oppure pagare il mutuo di casa, pagare tutte le tasse oppure non arrivare a fine mese. Questa realtà va compresa, non criminalizzata. Nella prima parte della scorsa legislatura, per iniziativa parlamentare, si ottennero alcuni primi e parziali risultati a favore dei contribuenti, un minimo di civiltà contro le aggressioni di Equitalia: impignorabilità della prima casa, della seconda casa, dei beni aziendali. Fino al 2013 venivano pignorati pure i macchinari con cui un artigiano avrebbe dovuto lavorare e quindi pagare il suo debito con il fisco. Dal 2015, in epoca nazarena, il governo e la maggioranza si fermarono anziché andare avanti, e anzi misero nel mirino in Parlamento chi aveva voluto quelle conquiste. Oggi la maggioranza gialloblù ha l'opportunità di riprendere un cammino. Non si tratta solo di onorare un punto del contratto tra Lega e M5s, o solo di recuperare risorse. È l'occasione per un ripensamento complessivo di un sistema (le rate Equitalia) che, anche quando funziona, determina un effetto perverso di prosciugamento della liquidità. Poniamo il caso di un cittadino a cui venga accordata una rateizzazione di 72 mesi: se riuscirà a rispettarla, alla fine l'Erario avrà certo ottenuto delle somme, ma per altro verso quella persona con la sua famiglia - per sei lunghi anni - vedrà una parte consistente del suo stipendio mangiata, anzi divorata da Equitalia. La vedrà passare davanti al naso, ogni mese, senza poterla toccare. Tutti soldi sottratti ai consumi, a quella domanda interna che è elemento essenziale di una crescita sostenuta, ben oltre gli «zero virgola». Ecco perché l'idea di una «pace» che consenta di pagare qualcosa una volta per tutte (pochi, maledetti e subito) va guardata senza pregiudizi, e anzi con un cenno di incoraggiamento. A patto che sia la premessa per la vera misura anti evasione: un abbassamento strutturale delle tasse.
«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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Tim Walz (Getty Images)
Secondo tre esponenti del partito a conoscenza delle sue valutazioni, Klobuchar starebbe seriamente considerando una candidatura. La senatrice ha incontrato Walz domenica, hanno confermato fonti istituzionali. «Dopo aver riflettuto a lungo con la mia famiglia e con il mio team durante le festività, sono arrivato alla conclusione di non poter garantire l’impegno totale che una campagna elettorale richiede», ha spiegato Walz in una dichiarazione. «Ogni minuto speso a difendere la mia posizione politica sarebbe un minuto sottratto alla difesa dei cittadini del Minnesota dai criminali che sfruttano la nostra generosità e da chi specula cinicamente sulle nostre divisioni. Per questo ho scelto di fare un passo indietro e di concentrarmi esclusivamente sul lavoro di governo».
Come scrive il Wall Street Journal l’inchiesta sulle frodi, ancora in piena evoluzione e di dimensioni crescenti, ha rappresentato una distrazione costante per Walz e per l’intero Partito democratico del Minnesota, in una fase in cui i dem faticano a ritrovare una leadership nazionale e un peso reale a Washington. Lo scandalo è diventato rapidamente anche uno strumento di attacco per i repubblicani, che lo hanno utilizzato per dipingere il Minnesota e il suo governatore come l’emblema nazionale dello spreco di denaro pubblico e della cattiva amministrazione democratica. Dall’amministrazione Trump sono arrivate critiche quasi quotidiane, accompagnate dalla diffusione sistematica di video e contenuti ostili. Per il presidente Trump, Walz è entrato a pieno titolo nel suo personale «tour di rivincite politiche». Durante i 91 giorni trascorsi sulla scena nazionale come candidato alla vicepresidenza, il governatore aveva assunto il ruolo tradizionale di «cane da guardia», attaccando duramente gli avversari repubblicani e continuando a colpire Trump anche dopo la fine della campagna. Intanto, in Minnesota il clima si è fatto sempre più teso. Sdegno e imbarazzo si sono diffusi ben oltre i confini dello Stato. Influencer conservatori hanno raggiunto il territorio per realizzare video sul caso e mercoledì è prevista un’audizione al Congresso dedicata allo scandalo.
Il passo indietro di Walz innesca ora una corsa interna tra i democratici per individuare un nuovo candidato alla guida di uno Stato che tende storicamente a sinistra, ma che presenta una legislatura quasi perfettamente divisa tra i due schieramenti. Tra i possibili contendenti figurano il segretario di Stato Steve Simon e il procuratore generale Keith Ellison. Tuttavia, Klobuchar resta la figura con il profilo più solido: il maggiore consenso personale, una macchina organizzativa collaudata e una rete politica capillare. Sul fronte opposto, nonostante i repubblicani non conquistino una carica statale in Minnesota dal 2006, circa una dozzina di candidati si preparano alle primarie di agosto per contendersi l’accesso alle elezioni generali di novembre. Tra loro figurano il presidente della Camera statale Lisa Demuth, l’amministratore delegato di MyPillow Mike Lindell, l’imprenditore Kendall Qualls, l’avvocato di Minneapolis Chris Madel e l’ex candidato del 2022 Scott Jensen. Il Partito Repubblicano dispone di un ampio arsenale politico grazie agli sviluppi giudiziari: circa 60 persone sono già state condannate e oltre 90 incriminate in quello che viene descritto come il più grande schema di corruzione dell’era Covid negli Stati Uniti.
La maggior parte degli imputati è di origine somala. Le indagini, coordinate dall’ufficio del procuratore federale del Minnesota, rientrano in un più ampio sforzo del Dipartimento di Giustizia per smascherare i furti ai danni dei programmi di assistenza pubblica. Anche se alcune irregolarità risalgano a periodi precedenti al mandato di Walz, le frodi più estese emerse finora riguardano l’organizzazione no-profit Feeding Our Future, accusata di aver sfruttato un programma federale di nutrizione infantile. I primi 47 imputati sono stati incriminati nel 2022, verso la fine del primo mandato di Walz e durante la presidenza di Joe Biden. Secondo i procuratori, parte dei fondi sarebbe stata utilizzata per acquistare auto di lusso, immobili, gioielli e viaggi internazionali. L’ammontare complessivo delle somme sottratte attraverso frodi legate a pasti, alloggi, Medicaid e altri servizi resta oggetto di stime divergenti. Il Minnesota Star Tribune ha documentato, sulla base degli atti giudiziari, oltre 200 milioni di dollari, mentre funzionari federali e lo stesso presidente hanno ipotizzato cifre che potrebbero raggiungere diversi miliardi.
Martedì, l’amministrazione Trump ha annunciato il congelamento dei fondi federali destinati all’assistenza all’infanzia in Minnesota, citando nuove accuse di frode che coinvolgerebbero asili nido e che sono state rilanciate da un video divenuto virale. Le principali testate locali hanno però contestato alcune delle affermazioni contenute nel filmato. Le pressioni su Walz non sono arrivate solo dai repubblicani. In uno Stato che ha sempre rivendicato standard elevati di buon governo, anche voci autorevoli del mondo dell’informazione hanno chiesto un passo indietro. David Nimmer, giornalista di lungo corso e dirigente editoriale in pensione, ha invocato le dimissioni del governatore in una lettera pubblicata dallo Star Tribune. «Governatore, il tempo è scaduto: è il momento di farsi da parte. La burocrazia della sua amministrazione ha fallito in modo grave», ha scritto. «Che si parli di milioni o di miliardi, la frode al welfare resta comunque uno scandalo».
Negli ultimi mesi, Walz ha tentato di reagire nominando un ex giudice con un passato nell’FBI e alla guida della principale agenzia anticrimine statale per rafforzare la prevenzione delle frodi. Ha inoltre chiuso un programma considerato vulnerabile e ordinato una revisione esterna della fatturazione Medicaid. «È un problema che mi riguarda direttamente. Ne sono responsabile», ha dichiarato ai giornalisti. «Ma soprattutto, sarò io a risolverlo». Sessantunenne, Walz ha progressivamente spostato la propria azione di governo su posizioni più progressiste, dopo essere stato eletto nel 2018 come figura moderata. La sua esperienza nella campagna presidenziale del 2024, come candidato vicepresidente accanto a Kamala Harris, ha però messo in luce anche una propensione a imprecisioni ed esagerazioni nel racconto del proprio percorso personale e professionale, elementi che hanno ulteriormente indebolito la sua credibilità politica.
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Brigitte Macron (Ansa)
Dei commenti malevoli nei confronti della first lady transalpina circolavano già poco tempo dopo la prima elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo, nel 2017. Poi, nel 2021, su Youtube, è stato pubblicato un video che faceva insinuazioni nei confronti di Brigitte Macron. L’autrice del video, della durata di quattro ore, è Delphine J., conosciuta sui social con lo pseudonimo di Amandine Roy. Il video, successivamente cancellato, insinuava che Brigitte Macron non sarebbe mai esistita. Al suo posto ci sarebbe stato invece il fratello, Jean-Michel Trogneux. Sempre secondo queste illazioni, l’uomo avrebbe cambiato sesso e dato vita all’identità della première dame. Come riportato dalla tv pubblica France info, Delphine J. aveva dichiarato in un’udienza precedente che «in quanto donna anatomica» si era sentita «attaccata» dalla presunta identità transgender della moglie del presidente francese. Ieri, dopo la lettura della sentenza, la youtuber non ha rilasciato dichiarazioni ai giornalisti, ma ha preferito lasciar parlare una delle sue sostenitrici che ha dichiarato: «Siamo in un sistema monarchico».
Bertrand Scholler, presentato come «gallerista» da vari media transalpini, tra i quali Bfm tv e Le Monde, è stato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per un fotomontaggio di Brigitte Macron, realizzato nel 2024. La reazione del condannato non si è fatta attendere. Uscendo dall’aula del tribunale Scholler ha dichiarato che «se ciò che dite non piace» allora «sarete condannati. È un fatto del principe!». E ancora che «in Francia non si ha più il diritto di pensare!»
Delphine J. e Scholler erano i soli imputati presenti ieri in tribunale. Mancava invece Aurélien Poirson-Atlan, noto sui social come Zoé Sagan e ritenuto colpevole per aver pubblicato dei testi su X riguardanti la moglie del presidente francese. Nelle fasi precedenti del processo, ha ricordato ancora il canale pubblico, Poirson-Atlan aveva affermato che esisteva un «segreto di Stato scioccante» che implicava «una pedofilia tollerata dallo Stato».
Come Poirson-Atlan mancavano dall’aula anche tutti gli altri imputati. In primo luogo Jean-Christophe P., condannato a sei mesi di carcere «puri» anche in relazione alla sua assenza all’udienza. Un quasi omonimo, Jean-Christophe D., è stato invece condannato semplicemente a partecipare ad uno stage di sensibilizzazione sui comportamenti da tenere su internet. Quest’ultimo era stato l’unico a presentare delle scuse a Brigitte Macron. Gli altri imputati, che hanno ottenuto la condizionale, erano Christelle L., Philippe D., Jean-Luc M., Jérôme A. e Jérôme C.
Come ricordato da Le Monde, il processo conclusosi con la sentenza di ieri non ha riguardato il giornalista Xavier Poussard, il cui caso è stato separato perché risiede a Milano. Il quotidiano francese ha scritto che Poussard, autore del best seller Becoming Brigitte (che tradotto in italiano significa «diventando Brigitte») è «l’altro grande istigatore della fake news di portata mondiale» contro la première dame. Tra l’altro, alcuni dei condannati di ieri avevano ripreso delle pubblicazioni di Poussard. I media francesi hanno ricordato anche la denuncia presentata da Macron e dalla moglie negli Stati Uniti contro l’influencer americana Candace Owens.
Domenica sera, Brigitte Macron era intervenuta al tg della prima rete privata francese, Tf1, per parlare di un’iniziativa solidale. La conduttrice le ha però posto delle domande sul processo, alle quali la première dame ha risposto: «mi batto costantemente. Voglio aiutare gli adolescenti a battersi contro il bullismo». La moglie del presidente ha anche detto che nessuno «toccherà la mia genealogia» perché «con questo non si scherza».
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