- L’ad di Eni a ruota libera a Bruxelles: «Servono subito rigassificatori e liquefatori. Il Green deal è d’ostacolo alla transizione. C’è troppa incertezza sugli investimenti».
- Col regolamento sull’inquinamento atmosferico, l’Italia dovrà abbattere le emissioni non più del 30% ma del 43,7%. Lo stop al gasolio rischia di far saltare l’intero mercato.
Lo speciale contiene due articoli
Mentre a Bruxelles si prepara il confronto tra Commissione e Consiglio europeo sul price cap, ieri l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, è intervenuto all’evento «Zero carbon technology roadmap», organizzato dalla European House Ambrosetti proprio nella capitale belga. A margine dell’incontro il manager ha rilasciato una serie di dichiarazioni.
Sul price cap, il manager ha affermato che si tratta di uno strumento insufficiente per contenere i rincari. Quello che occorre è «diversificare le fonti di approvvigionamento e investire in infrastrutture: rigassificatori e liquefatori». «Occorre però capire qual è il ruolo del gas in Europa, perché se il gas non ci fosse in Europa nel prossimo futuro gli investimenti non si possono fare, dunque è un cane che si morde la coda» ha proseguito Descalzi.
Qui il riferimento è alle prospettive del Green deal in salsa europea, che punta ad eliminare totalmente il gas. Il paradosso attuale è evidente: per attuare il Green deal si è disincentivata l’offerta di idrocarburi, che però sono necessari per la transizione verso le emissioni zero. Ma se la prospettiva è idrocarburi zero, nessuno investe e l’offerta non copre la domanda neppure nel breve termine, con gli effetti che stiamo vedendo.
Si tratta di un’aporia da cui Bruxelles deve uscire al più presto. Negli Usa, ad esempio, si stanno costruendo alcuni impianti di liquefazione di gas con data di consegna 2025, insufficienti a coprire la domanda asiatica e la nuova domanda europea. Per fare nuovi impianti di liquefazione servono certezze per gli investitori, cioè contratti di lungo termine, a 20 anni. Ma quale azienda europea oggi si può legare con un contratto ventennale di acquisto di gas se poi il quadro normativo di Bruxelles ne vieterà presto il consumo?
In merito alle novità regolatorie che l’Unione europea sta studiando, Descalzi si è mostrato scettico sull’efficacia della costituenda piattaforma per gli acquisti comuni, su cui invece l’Ue punta molto. La piattaforma «probabilmente è uno dei possibili strumenti» utilizzabili, ma «ricordiamoci che si tratta di accordi fra privati non fra Stati». Un conto, afferma in sintesi Descalzi, è il modello russo, dove c’è uno Stato che vende gas a compagnie private (come fa anche il Qatar). «Ma tutto il resto del mondo sono compagnie che vendono gas ad altre compagnie; quindi, l’Europa dovrebbe costruire una piattaforma con competenze commerciali, contrattuali, conoscenze profonde del mercato non solo europeo ma mondiale ed entrare in un discorso di mediazione tra compagnie e non Stati», ha proseguito. «Non so come sarà concepita la piattaforma, ma se mette insieme delle compagnie che devono negoziare, queste compagnie sono in competizione». Dal tono delle dichiarazioni dell’ad di Eni, sembra di capire che ci sia ben poca voglia da parte dell’azienda italiana di partecipare al pool di acquisto. Di cui, del resto, né Eni né l’Italia hanno bisogno. Il forte scetticismo sullo strumento degli acquisti comuni mostrato da Descalzi è suffragato anche dalle difficoltà pratiche di un modello del genere. Il mercato europeo ha, ad esempio, degli spread di prezzo tra i vari hub nazionali: a quale hub dovrebbe avvenire la consegna di un acquisto comune? Lo spread sarebbe poi ripartito pro quota sugli acquirenti?
Piuttosto, afferma Descalzi, è indispensabile non tardare neppure di un giorno sulla messa a regime dei rigassificatori. «In Italia abbiamo sostituito parzialmente il gas russo dal 2023 con circa 7 miliardi di metri cubi da diverse parti del mondo attraverso Gnl. I nostri impianti di rigassificazione sono occupati fino al 2026 e questi 7 miliardi che dovrebbero rimpiazzare parzialmente il gas russo e riempire gli stock se non trovano rigassificatori vanno da altre parti. Questa è la criticità: rigassificatori immediatamente».
Infine, un accenno alla tassonomia green promossa dall’Ue per incentivare gli investimenti nella transizione energetica. «Con tutto il rispetto, ma l’inserimento del gas in tassonomia è uno scherzo. Non è possibile usarlo. I limiti imposti per gli impianti non sono soddisfacibili». Il riferimento è alla soglia massima di emissioni di CO2 che sono consentite agli impianti termoelettrici a gas dalla tassonomia approvata, un valore talmente basso da essere di fatto irraggiungibile.
Le parole di Claudio Descalzi, pronunciate non casualmente proprio a Bruxelles, suonano come una critica radicale, sia pure garbata, alle scelte dell’Unione europea. Acquisti comuni, price cap e tassonomia verde sono di fatto bocciati dall’ad di Eni, che stigmatizza anche l’incertezza conseguente alla scarsa lungimiranza della Commissione.
Non sembra casuale neppure la circostanza in cui queste affermazioni vengono fatte, cioè in un momento di passaggio, con il nuovo governo italiano che sta prendendo in mano i vari dossier. È stato grazie al pragmatismo di Descalzi che il precedente governo ha potuto stringere diversi accordi per ricevere gas liquido nei prossimi anni e sostituire così il gas russo dal 2024. Oggi, lo stesso pragmatismo sembra suggerire a Giorgia Meloni e al ministro della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin un approccio meno deferente e più oggettivo, per non dire più robusto, alla trattativa continua che si sviluppa a Bruxelles, in discontinuità con il governo precedente.
In conclusione, una nota su prezzi e consumi di gas. Con l’arrivo dei primi freddi i consumi civili di gas alzano la testa e i prezzi seguono. Le quotazioni del gas con consegna giornaliera in Italia sono tornate sopra i 90 €/MWh, in corrispondenza con l’aumento dei consumi per riscaldamento. Ieri sono stati consumati oltre 80 milioni di metri cubi di gas per usi civili, quasi il doppio di quanto si è consumato il 3 novembre. I dati consuntivi dei consumi di ottobre invece fanno segnare in Italia un complessivo –15% rispetto alla media dei quattro anni precedenti, con consumi industriali da piena recessione (-24%).
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