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2019-07-23
Depositate le intercettazioni su Siri. Incredibile: gli «omissis» si leggono
Ansa
Dalle carte dell'inchiesta sul professor Paolo Arata, ex deputato di Forza Italia, in affari con il re dell'eolico siciliano Vito Nicastri, che secondo gli investigatori sarebbe uno dei finanziatori della latitanza del superboss di Cosa nostra Matteo Messina Denaro, spuntano nuove intercettazioni che rimandano a nomi importanti in Vaticano. E non solo. E spuntano anche, in uno dei punti più delicati dell'inchiesta, quelli che bisognava maneggiare con grande cura, degli «omissis» farlocchi su Armando Siri. Nella relazione della Dia in versione digitale, infatti, basta cliccare su un quadratone rosso, piazzato posticcio per coprirne il testo, per scoprire quello che c'è sotto: le trascrizioni delle intercettazioni di Arata che parla di Siri. E finalmente c'è il testo ufficiale. Quello riportato qua e là dai giornaloni ogni volta con un virgolettato diverso.
La svista sull'omissis, involontaria, ma certamente evitabile, in realtà non cambia le carte in tavola. Si sapeva già che Arata parlava di un emendamento che gli interessava. E che c'erano stati scambi di informazioni su cosa fare per modificare il provvedimento (che alla fine non è stato neppure approvato). Il testo, insomma, è questo: «Per me quello che non mi fa dormire la notte è il fronte incentivi... la grande soluzione di tutti i problemi nostri è il fronte incentivi... allora... l'emendamento che non è stato fatto bene mi ha detto il viceministro, che mi ha chiamato prima, che gli do 30.000 euro tanto perché sia chiaro tra di noi... io ad Armando Siri ve lo dico gli do 30.000 euro». L'uomo con cui parla, il figlio del re dell'eolico, gli dice pure: «Sì, l'hai già detto». E lui rimarca: «Gli do 30.000 euro... però... è un amico come lo sei tu... però gli amici mi fai una cosa io ti pago... e quindi è più incentivato». I due, da quanto era emerso nelle precedenti carte dell'inchiesta, sapevano anche di essere sotto indagine e avevano trovato le microspie in un auto. Il voler sottolineare a tutti i costi la questione dei 30.000 euro appare sospetta. A conti fatti, comunque, le carte in tavola non cambiano. Arata parla di soldi da dare a Siri, dei quali non c'è traccia. E Siri, stando agli atti dell'inchiesta, non ne era a conoscenza. Ma gli omissis non sono saltati solo dalle pagine su Siri. Basta scalare qualche altra pagina e cliccare sul solito quadratone rosso per scoprire un'altra storia. Anche questa da maneggiare con cura. Arata e suo
figlio Federico tentarono di avvicinare, senza risultati, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, tramite l'ambasciatore americano. Dalle intercettazioni gli investigatori hanno ricostruito che gli indagati si stavano muovendo per sponsorizzare Siri per un incarico governativo.
Dalle 310 pagine della Dia che l'aggiunto della capitale, Paolo Ielo, e il pm Mario Palazzi, hanno depositato al gip Emanuela Attura in vista dell'incidente probatorio del prossimo 25 luglio salta fuori anche questo. Un aspetto delicatissimo che non poteva essere di certo nascosto con un semplice francobollo digitale. Di solito nelle inchiesta giudiziarie gli omissis vengono effettuati con un taglio netto del testo. Che invece c'è. Ed è questo: «Nella serata del 17 maggio 2018, Federico Arata chiama il padre Paolo», si legge nel documento, «dicendogli senza mezzi termini che Siri lo aveva chiamato poco prima chiedendogli di contattare l'ambasciatore americano in Italia (verosimilmente Lewis Michael Eisenberg) affinché costui intervenisse sul presidente Mattarella per sponsorizzarlo per un incarico governativo, poi aggiungeva che aveva provato a chiedere al cardinale Raymond Leo Burke (col quale si è anche sentito, ndr) di avvicinare il suddetto ambasciatore, senza ottenere l'effetto sperato, atteso che il cardinale gli aveva riferito di non avere rapporti con quel diplomatico». E addirittura si vantava di averne parlato direttamente con Salvini. Così diceva il 23 maggio 2018: «Salvini non sa dove mettere Armando, poi io gli ho detto che deve fare il viceministro con la delega all'energia e lui lo ha chiesto a Salvini e Salvini ha chiamato anche casa nostra ieri [...] voleva sapere quale delega voleva...». La Dia di Trapani precisa che «non sono state registrate interlocuzioni telefoniche fra Arata e Salvini». E anche questo dettaglio permette di pesare meglio e in modo complessivo le relazioni millantate dal professore. E di nomi pesanti ne escono diversi. Quasi uno per ogni capitolo dell'informativa: Gianni Letta e Silvio Berlusconi. «Armando l'ho fatto chiamare io da Berlusconi», si vanta ancora una volta Arata, «devo dire che Letta è sempre un amico». Nella girandola delirante di nomi e posizioni da coprire c'è anche un tentativo di infilare il figlio Federico agli Esteri, «come garanzia per tutti». Anche questo tentativo, ovviamente, non si è concretizzato.
Ma sul pateracchio che emerge dall'inchiesta il vicepremier Luigi Di Maio chiede chiarezza. Anche perché nelle intercettazioni si parla anche di lui. E su Facebook ha precisato: «Ho sentito, attraverso notizie di stampa, che c'è stato un momento, quando si stava formando il governo, in cui qualcuno, come Arata, ha dichiarato di volermi controllare, nominando un sottosegretario o uno nel mio gabinetto al ministero degli Esteri, perché si diceva che sarei andato alla Farnesina. Credo sia una cosa gravissima. Se qualcuno, esterno al governo, ha provato in qualche modo a orientare e manipolare scelte di governo, su questo si deve fare massima chiarezza».
E sui 30.000 euro avevamo ragione
Il bello dell'italiano, a differenza di altre lingue, è che è difficile confondersi. Ogni parola ha un suo specifico significato, ogni coniugazione verbale ha una sua logica, ogni parafrasi proietta un suo mondo. Per questo, le nuove rivelazioni nell'inchiesta per corruzione, in cui è indagato l'ex sottosegretario Armando Siri, sono la conferma di quel che La Verità ha scritto tre mesi fa a proposito delle «intercettazioni false» pubblicate, all'epoca, dai maggiori quotidiani.
Ieri, Repubblica e Corriere della Sera hanno riportato il contenuto di una conversazione registrata dagli inquirenti il 10 settembre scorso. Paolo Arata, imprenditore amico di Siri e socio occulto di Vito Nicastri, boss dell'eolico in Sicilia sospettato di legami con il superlatitante Matteo Messina Denaro, parlando col figlio Francesco e con Manlio Nicastri, «rampollo» di Vito, dice testuale: «Gli do 30.000 euro, perché sia chiaro tra di noi... io ad Armando Siri, ve lo dico...». Il riferimento alla somma, per gli investigatori, è legata all'attività di promozione che il politico della Lega avrebbe dovuto svolgere a favore di un emendamento di interesse dei Nicastri. Il senso di questa dichiarazione sarebbe stata poi confermata ai magistrati titolari del fascicolo, il pm Mario Palazzi e il procuratore aggiunto Paolo Ielo, proprio da padre e figlio. L'intercettazione del 10 settembre però continua a essere - grammaticalmente e sintatticamente - diversa da quelle che furono pubblicate all'esplosione dell'indagine, e che il nostro giornale - raccogliendo lo sfogo del procuratore aggiunto Ielo - definì «false». Non nel loro significante, come specificammo bene, ma nella forma che, come sanno gli operatori della legge, è sostanza. Soprattutto alla luce del fatto che si erano trasformate in titoli cubitali con tanto di virgolette che avevano innescato la bagarre politica. Ecco quelle trascritte ad aprile da Repubblica e attribuite a Francesco Arata: «Mi ci sono voluti 30.000 euro» e «questo affare mi è costato 30.000 euro». Frasi che non sono mai emerse, nel corso dei mesi, dai brogliacci del fascicolo semplicemente perché nessuno degli indagati le ha mai proferite. Frasi che sono diverse anche da quelle mandate in edicola ieri, e che offrono una chiave d'interpretazione della storia distorta perché il senso delle parole è di un affare chiuso, e non già di un possibile proponimento di un soggetto nei confronti di un terzo. Che Siri sia innocente o meno lo deciderà la magistratura, ma lo spunto di riflessione del nostro giornale nasceva da una considerazione che riproponiamo. «Quello che dà più fastidio agli inquirenti non è il senso delle frasi contenute tra i caporali, significato che, come nel caso di Siri, si può dedurre dai provvedimenti di perquisizione, ma è la decisione di trasformarlo nelle vive parole degli indagati: perché un conto è riportare le tesi dell'accusa, un altro è pubblicare frasi che non sono mai state pronunciate. A seccare ulteriormente i pm è anche il fatto che il virgolettato trasmette l'idea che chi dovrebbe custodire il segreto, l'abbia divulgato. Un sospetto grave». Nessuna violazione del segreto, per fortuna. Solo frasi letteralmente inventate.
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Nei nuovi dialoghi, Paolo Arata millanta pressioni su Silvio Berlusconi, Enrico Letta e il cardinal Raymond Leo Burke per piazzare il leghista. Ma nelle carte spunta la beffa: le parti da secretare, perché riguardano un senatore, si possono consultare. E sui 30.000 euro avevamo ragione. Anche nel materiale diffuso ieri non c'è traccia del virgolettato del boss dell'eolico riportato più volte dai media. Restano invece le solite vanterie dell'imprenditore. Lo speciale comprende due articli. Dalle carte dell'inchiesta sul professor Paolo Arata, ex deputato di Forza Italia, in affari con il re dell'eolico siciliano Vito Nicastri, che secondo gli investigatori sarebbe uno dei finanziatori della latitanza del superboss di Cosa nostra Matteo Messina Denaro, spuntano nuove intercettazioni che rimandano a nomi importanti in Vaticano. E non solo. E spuntano anche, in uno dei punti più delicati dell'inchiesta, quelli che bisognava maneggiare con grande cura, degli «omissis» farlocchi su Armando Siri. Nella relazione della Dia in versione digitale, infatti, basta cliccare su un quadratone rosso, piazzato posticcio per coprirne il testo, per scoprire quello che c'è sotto: le trascrizioni delle intercettazioni di Arata che parla di Siri. E finalmente c'è il testo ufficiale. Quello riportato qua e là dai giornaloni ogni volta con un virgolettato diverso. La svista sull'omissis, involontaria, ma certamente evitabile, in realtà non cambia le carte in tavola. Si sapeva già che Arata parlava di un emendamento che gli interessava. E che c'erano stati scambi di informazioni su cosa fare per modificare il provvedimento (che alla fine non è stato neppure approvato). Il testo, insomma, è questo: «Per me quello che non mi fa dormire la notte è il fronte incentivi... la grande soluzione di tutti i problemi nostri è il fronte incentivi... allora... l'emendamento che non è stato fatto bene mi ha detto il viceministro, che mi ha chiamato prima, che gli do 30.000 euro tanto perché sia chiaro tra di noi... io ad Armando Siri ve lo dico gli do 30.000 euro». L'uomo con cui parla, il figlio del re dell'eolico, gli dice pure: «Sì, l'hai già detto». E lui rimarca: «Gli do 30.000 euro... però... è un amico come lo sei tu... però gli amici mi fai una cosa io ti pago... e quindi è più incentivato». I due, da quanto era emerso nelle precedenti carte dell'inchiesta, sapevano anche di essere sotto indagine e avevano trovato le microspie in un auto. Il voler sottolineare a tutti i costi la questione dei 30.000 euro appare sospetta. A conti fatti, comunque, le carte in tavola non cambiano. Arata parla di soldi da dare a Siri, dei quali non c'è traccia. E Siri, stando agli atti dell'inchiesta, non ne era a conoscenza. Ma gli omissis non sono saltati solo dalle pagine su Siri. Basta scalare qualche altra pagina e cliccare sul solito quadratone rosso per scoprire un'altra storia. Anche questa da maneggiare con cura. Arata e suo figlio Federico tentarono di avvicinare, senza risultati, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, tramite l'ambasciatore americano. Dalle intercettazioni gli investigatori hanno ricostruito che gli indagati si stavano muovendo per sponsorizzare Siri per un incarico governativo. Dalle 310 pagine della Dia che l'aggiunto della capitale, Paolo Ielo, e il pm Mario Palazzi, hanno depositato al gip Emanuela Attura in vista dell'incidente probatorio del prossimo 25 luglio salta fuori anche questo. Un aspetto delicatissimo che non poteva essere di certo nascosto con un semplice francobollo digitale. Di solito nelle inchiesta giudiziarie gli omissis vengono effettuati con un taglio netto del testo. Che invece c'è. Ed è questo: «Nella serata del 17 maggio 2018, Federico Arata chiama il padre Paolo», si legge nel documento, «dicendogli senza mezzi termini che Siri lo aveva chiamato poco prima chiedendogli di contattare l'ambasciatore americano in Italia (verosimilmente Lewis Michael Eisenberg) affinché costui intervenisse sul presidente Mattarella per sponsorizzarlo per un incarico governativo, poi aggiungeva che aveva provato a chiedere al cardinale Raymond Leo Burke (col quale si è anche sentito, ndr) di avvicinare il suddetto ambasciatore, senza ottenere l'effetto sperato, atteso che il cardinale gli aveva riferito di non avere rapporti con quel diplomatico». E addirittura si vantava di averne parlato direttamente con Salvini. Così diceva il 23 maggio 2018: «Salvini non sa dove mettere Armando, poi io gli ho detto che deve fare il viceministro con la delega all'energia e lui lo ha chiesto a Salvini e Salvini ha chiamato anche casa nostra ieri [...] voleva sapere quale delega voleva...». La Dia di Trapani precisa che «non sono state registrate interlocuzioni telefoniche fra Arata e Salvini». E anche questo dettaglio permette di pesare meglio e in modo complessivo le relazioni millantate dal professore. E di nomi pesanti ne escono diversi. Quasi uno per ogni capitolo dell'informativa: Gianni Letta e Silvio Berlusconi. «Armando l'ho fatto chiamare io da Berlusconi», si vanta ancora una volta Arata, «devo dire che Letta è sempre un amico». Nella girandola delirante di nomi e posizioni da coprire c'è anche un tentativo di infilare il figlio Federico agli Esteri, «come garanzia per tutti». Anche questo tentativo, ovviamente, non si è concretizzato. Ma sul pateracchio che emerge dall'inchiesta il vicepremier Luigi Di Maio chiede chiarezza. Anche perché nelle intercettazioni si parla anche di lui. E su Facebook ha precisato: «Ho sentito, attraverso notizie di stampa, che c'è stato un momento, quando si stava formando il governo, in cui qualcuno, come Arata, ha dichiarato di volermi controllare, nominando un sottosegretario o uno nel mio gabinetto al ministero degli Esteri, perché si diceva che sarei andato alla Farnesina. Credo sia una cosa gravissima. Se qualcuno, esterno al governo, ha provato in qualche modo a orientare e manipolare scelte di governo, su questo si deve fare massima chiarezza». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/depositate-le-intercettazioni-su-siri-incredibile-gli-omissis-si-leggono-2639306690.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-sui-30-000-euro-avevamo-ragione" data-post-id="2639306690" data-published-at="1770493167" data-use-pagination="False"> E sui 30.000 euro avevamo ragione Il bello dell'italiano, a differenza di altre lingue, è che è difficile confondersi. Ogni parola ha un suo specifico significato, ogni coniugazione verbale ha una sua logica, ogni parafrasi proietta un suo mondo. Per questo, le nuove rivelazioni nell'inchiesta per corruzione, in cui è indagato l'ex sottosegretario Armando Siri, sono la conferma di quel che La Verità ha scritto tre mesi fa a proposito delle «intercettazioni false» pubblicate, all'epoca, dai maggiori quotidiani. Ieri, Repubblica e Corriere della Sera hanno riportato il contenuto di una conversazione registrata dagli inquirenti il 10 settembre scorso. Paolo Arata, imprenditore amico di Siri e socio occulto di Vito Nicastri, boss dell'eolico in Sicilia sospettato di legami con il superlatitante Matteo Messina Denaro, parlando col figlio Francesco e con Manlio Nicastri, «rampollo» di Vito, dice testuale: «Gli do 30.000 euro, perché sia chiaro tra di noi... io ad Armando Siri, ve lo dico...». Il riferimento alla somma, per gli investigatori, è legata all'attività di promozione che il politico della Lega avrebbe dovuto svolgere a favore di un emendamento di interesse dei Nicastri. Il senso di questa dichiarazione sarebbe stata poi confermata ai magistrati titolari del fascicolo, il pm Mario Palazzi e il procuratore aggiunto Paolo Ielo, proprio da padre e figlio. L'intercettazione del 10 settembre però continua a essere - grammaticalmente e sintatticamente - diversa da quelle che furono pubblicate all'esplosione dell'indagine, e che il nostro giornale - raccogliendo lo sfogo del procuratore aggiunto Ielo - definì «false». Non nel loro significante, come specificammo bene, ma nella forma che, come sanno gli operatori della legge, è sostanza. Soprattutto alla luce del fatto che si erano trasformate in titoli cubitali con tanto di virgolette che avevano innescato la bagarre politica. Ecco quelle trascritte ad aprile da Repubblica e attribuite a Francesco Arata: «Mi ci sono voluti 30.000 euro» e «questo affare mi è costato 30.000 euro». Frasi che non sono mai emerse, nel corso dei mesi, dai brogliacci del fascicolo semplicemente perché nessuno degli indagati le ha mai proferite. Frasi che sono diverse anche da quelle mandate in edicola ieri, e che offrono una chiave d'interpretazione della storia distorta perché il senso delle parole è di un affare chiuso, e non già di un possibile proponimento di un soggetto nei confronti di un terzo. Che Siri sia innocente o meno lo deciderà la magistratura, ma lo spunto di riflessione del nostro giornale nasceva da una considerazione che riproponiamo. «Quello che dà più fastidio agli inquirenti non è il senso delle frasi contenute tra i caporali, significato che, come nel caso di Siri, si può dedurre dai provvedimenti di perquisizione, ma è la decisione di trasformarlo nelle vive parole degli indagati: perché un conto è riportare le tesi dell'accusa, un altro è pubblicare frasi che non sono mai state pronunciate. A seccare ulteriormente i pm è anche il fatto che il virgolettato trasmette l'idea che chi dovrebbe custodire il segreto, l'abbia divulgato. Un sospetto grave». Nessuna violazione del segreto, per fortuna. Solo frasi letteralmente inventate.
I risultati dell’ultima semestrale registrano ricavi per 74,3 miliardi di euro e perdite nette per 2,3 miliardi. L’utile operativo adjusted è stato di 500 milioni, il cash flow delle attività industriali è andato in negativo per 2,3 miliardi, mentre le consegne sono scese del 6% rispetto al medesimo periodo del 2024. Non è che le aspettative fossero molto migliori, ma Stellantis ha spiegato che anche per il 2026 sospenderà le previsioni, oltre a sospendere i dividendi. Qui gli analisti si aspettavano una cedola simbolica, ma non lo zero assoluto.
Il gruppo guidato da Antonio Filosa ha voluto fare pulizia e ha deciso di mettere a bilancio 22,5 miliardi di oneri di ristrutturazione. Di questi, ben 14 sono per rimettersi in carreggiata negli Stati Uniti, dove la dottrina Trump, che ha tolto gli incentivi all’elettrico e penalizza le delocalizzazioni dei colossi dell’auto, ha già portato Ford e Gm a «riconvertirsi» alle benzine e a riportare in patria le produzioni spostate in Messico e in Canada. Negli Stati Uniti, primo mercato di sbocco del gruppo, le consegne di Stellantis sono scese del 25% su base annua. Mentre in Europa, c’è stato un calo un calo del 6%, spiegato con problemi nella transizione dei vari modelli. Vanno bene, invece, i mercati di Medio Oriente e Africa (+30% entrambi) e il Sud America, che cresce del 20%.
Filosa però vede una ripresa del mercato, con le consegne cresciute del 9% nel terzo trimestre del 2025 e il portafoglio ordini Usa in forte ripresa (+150% nel 2025 sul 2024). Del resto Stellantis ha investito 13 miliardi di dollari negli Stati Uniti, proprio per adattarsi alle politiche di Donald Trump, e altri 10 miliardi in Europa, dove nell’ultimo anno ha lanciato dieci modelli nuovi.
Sono numeri che sembrano confermare la strategia per la quale è stato scelto, a metà dello scorso anno, un manager come Filosa: focalizzarsi sugli Usa e tenere le posizioni in Europa, ma chiarendo ai governi e a Bruxelles che, senza incentivi e regole certe, salta tutto. Il manager è stato esplicito anche ieri: «La principale differenza tra il mercato americano e quello europeo sta proprio nella regolamentazione. Noi continueremo a investire in Ue, ma potremmo fare di più ed è difficile, perché le regole imposte non sono chiare e penalizzano le case europee». Case europee, va ricordato, che però si sono già ampiamente tutelate con il ricorso a Pechino. I tedeschi di Audi, Volkswagen e Mercedes montano già componenti cinesi e Vw andrà in Cina a costruire auto, mentre chiude stabilimenti in Germania. Quanto a Stellantis, ha varato una joint venture con i cinesi di Leapmotor, che stanno invadendo il mercato italiano usando la rete vendite ex Fiat e con modelli clamorosamente simili (ma elettrici).
Filosa ha anche puntato il dito su «criticità pregresse» e su una «sovrastima del ritmo della transizione ecologica». E ha spiegato che in passato, «abbiamo tagliato costi in maniera eccessiva, licenziando ad esempio molti ingegneri che invece ci aiutano a sviluppare prodotti innovativi». Tanto che lui ha fatto subito assumere 2.000 ingegneri, ovviamente in gran parte negli Stati Uniti. Al netto della normale enfasi sugli errori dei predecessori, va ricordato che Tavares ha lasciato la guida di Stellantis il 3 dicembre 2024 con una liquidazione di quasi 80 milioni di euro e dopo aver riempito la famiglia Agnelli-Elkann di dividendi. Da allora il gruppo è stato gestito dal presidente John Elkann, che poi ha nominato Filosa il 28 maggio 2025. Elkann, che attraverso Exor controlla il 14% di Stellantis, oggi deve accettare una cura da cavallo che richiede un grosso sforzo negli Stati Uniti. Lo fa dopo aver puntato tutto su Trump, dal quale è andato in visita lo scorso primo aprile. Ora lo scherzetto anti elettrico del presidente Usa costa a Stellantis 14 miliardi negli Usa, il tutto dopo che negli anni scorsi la stessa Stellantis era stata tra le case automobilistiche più favorevoli alla transizione ecologica. Dalla nascita di Stellantis (2021) a oggi, Exor ha incassato cedole per oltre 2 miliardi, mentre nei quattro anni di Tavares (2021-2024) sono stati prodotti 55 miliardi di utili e distribuiti in totale 14 miliardi di dividendi. Per Exor (ieri -2,3% ad Amsterdam), questa semestrale è una brutta notizia, anche se molto meno di un tempo. A fine settembre, con il titolo poco sopra gli 8 euro, il valore netto di Stellantis era di 3,8 miliardi e pesava per il 10% sugli asset totali dei Exor. Oggi, con l’azione scesa a 6,2 euro, la capitalizzazione di mercato è sprofondata a 18,1 miliardi e si è dimezzata in un solo anno. Servirebbe forse un aumento di capitale, per Stellantis, ma per ora si è optato per un bond da 5 miliardi, perché i grandi soci non si vogliono diluirsi. Anche questo non deve essere piaciuto molto, in Borsa. Intanto, sembra avverarsi sempre più la profezia consegnata a Ferragosto a un settimanale portoghese da Tavares: «Alla fine l’auto la faranno solo gli Usa e la Cina». Dimenticò di dire che gli ha dato una bella mano.
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Il consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare lo schema di decreto legislativo che recepisce la direttiva 2023/970 del Parlamento europeo e del consiglio del 10 maggio 2023, sulla trasparenza salariale che mira a rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore, tramite la trasparenza retributiva e i relativi meccanismi di applicazione.
Secondo il ministro del Lavoro, Marina Calderone, il provvedimento «rafforza gli strumenti per rendere effettiva la parità salariale. Il testo potrà arricchirsi nel passaggio parlamentare e gli ulteriori confronti con le parti sociali, perché la valorizzazione del talento di tutte e di tutti è una condizione essenziale per un mondo del lavoro moderno e inclusivo».
L’obiettivo è eliminare il divario salariale di genere (gender pay gap) attraverso una maggiore trasparenza e strumenti di tutela. Si applica a datori di lavoro pubblici e privati e riguarda, salvo alcune esclusioni, i lavoratori subordinati (inclusi dirigenti e contratti a termine), estendendosi per alcuni aspetti anche ai candidati durante la fase di selezione. Secondo dati Eurostat del 2023 le donne guadagnano in media il 12% in meno rispetto agli uomini. Peraltro, questo divario ha ripercussioni trasformandosi in un gap pensionistico rilevante (oltre il 26% in media Ue secondo dati Eurostat del 2024). Se quindi il punto di partenza è condivisibile, quello che fa discutere sono gli strumenti e il rischio di indesiderati effetti collaterali. In base alle nuove norme i datori di lavoro avranno l’obbligo di fornire alle persone in cerca di occupazione informazioni sulla retribuzione iniziale e sulla fascia retributiva dei posti vacanti pubblicati. Ai datori di lavoro è fatto divieto di chiedere ai candidati informazioni sulle retribuzioni percepite nei precedenti rapporti professionali. Ma soprattutto, una volta assunti, i lavoratori avranno il diritto di chiedere ai loro datori di lavoro, informazioni sui livelli retributivi medi, ripartiti per sesso, delle categorie che svolgono analoghe attività o di pari valore. Potranno anche essere richiesti i criteri utilizzati per determinare la progressione retributiva e di carriera che devono essere, dice la direttiva Ue, oggettivi e neutri sotto il profilo del genere. Le imprese con più di 500 dipendenti dovranno riferire annualmente all’autorità nazionale competente, sul divario retributivo di genere all’interno. Per le imprese tra 100 e 250 dipendenti questa comunicazione avverrà ogni tre anni. Quando l’organico è sotto i 100 dipendenti non c’è obbligo di comunicazione. Se dovesse emergere un divario retributivo superiore al 5% non giustificato da criteri oggettivi e neutri dal punto di vista del genere, le imprese saranno obbligate a intervenire svolgendo una valutazione delle retribuzioni con i sindacati. I dipendenti che dovessero aver subito discriminazioni retributive potranno avere un risarcimento, compresi gli stipendi arretrati e i relativi bonus.
Questo significa un aggravio organizzativo importante per l’azienda che potrebbe dover fronteggiare una raffica di contestazioni. E soprattutto si apre il tema delle risorse necessarie per raggiungere l’obiettivo della parità salariale. Sarà interessante vedere se anche i contratti collettivi dovranno tenere conto del fatto che i rinnovi dovranno essere modulati per colmare il divario esistente. Al tempo stesso c’è il rischio che si scateni un vespaio di invidie e gelosie mettendo uomini e donne l’uno contro l’altro nella gestione degli incrementi salariali aziendali.
Per quelle aziende tenute alla comunicazione, nel caso emerga una differenza del livello retributivo tra uomini e donne pari o superiore al 5%, il datore di lavoro avrebbe sei mesi di tempo per rimediare.
Il tema è capire come dare le giuste risposte a una questione sulla quale tutti sono d’accordo in termini di principio ma che andrà gestita con attenzione ed equilibrio. C’è insomma da evitare il rischio di «eccesso di reazione», tema che si è posto all’attenzione in questi giorni con la notizia riportata dal New York Times secondo cui le iniziative dell’azienda Nike a favore della diversità potrebbero aver rappresentato una discriminazione a danno dei lavoratori bianchi. La Enoc (la commissione americana per le pari opportunità) sta indagando su «accuse sistemiche di discriminazione razziale intenzionale legate ai programmi di diversità, equità e inclusione «nei confronti dei dipendenti bianchi del gruppo di abbigliamento sportivo».
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Francesca Lollobrigida trionfa davanti alla canadese Valerie Maltais nella gara dei 3000 metri femminili di pattinaggio di velocità ai Giochi invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Milano-Cortina regala subito grandi emozioni all’Italia. Dopo le prime medaglie nello sci con l’argento di Giovanni Franzoni e il bronzo di Dominik Paris nella discesa libera maschile, arriva anche il primo oro della spedizione azzurra, grazie a Francesca Lollobrigida nel pattinaggio di velocità.
La pattinatrice laziale, nel giorno del suo 35° compleanno, ha conquistato la medaglia nei 3000 metri, stabilendo un nuovo record olimpico con il tempo di 3:54.28. La prova di Lollobrigida è stata straordinaria fin dalle prime manche: «Ultime due in gara per capire quale sarà il metallo della medaglia di Francesca Lollobrigida», si leggeva durante la gara, mentre lei continuava a segnare tempi inarrivabili per le avversarie. Alla fine, la canadese Valerie Maltais si è dovuta arrendere al miglior tempo della giornata, mentre l’argento è andato alla Norvegia e il bronzo al Canada. Subito dopo aver realizzato di aver conquistato il metallo più prezioso, Lollobrigida è corsa incontro al figlio di due anni e mezzo, Tommaso, per abbracciarlo e festeggiare insieme a lui. Una scena che si candida a entrare di diritto tra gli highlights più belli ed emozionanti di questi Giochi. Il trionfo di Lollobrigida completa una giornata intensa per l’Italia tra neve e ghiaccio. Nello sci maschile, Franzoni e Paris avevano già regalato due podi nella discesa libera di Bormio, rispettivamente argento e bronzo, con lo svizzero Franjo von Allmen sul gradino più alto del podio.
Tra le altre competizioni, nello slopestyle maschile a Livigno Snow Park Miro Tabanelli non è riuscito a qualificarsi per la finale, chiudendo diciassettesimo con 51.93 punti. La sessione è stata dominata dai norvegesi, con Birk Ruud e Tormod Frostad al comando.
Intanto, tra le donne dello sci alpino, Federica Brignone sarà al via della discesa libera di domani domenica 8 febbraio, accanto a Sofia Goggia, Nicol Delago e Laura Pirovano. «Per Brignone è la seconda discesa olimpica della carriera: nel 2018 a PyeongChang si ritirò. Goggia è invece alla terza esperienza dopo l’oro di PeyongChang 2018 e l’argento di Pechino 2022, così come Delago, mentre per Pirovano si tratta di una prima assoluta», si legge nelle note tecniche dello staff azzurro.
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