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2019-07-23
Depositate le intercettazioni su Siri. Incredibile: gli «omissis» si leggono
Ansa
Dalle carte dell'inchiesta sul professor Paolo Arata, ex deputato di Forza Italia, in affari con il re dell'eolico siciliano Vito Nicastri, che secondo gli investigatori sarebbe uno dei finanziatori della latitanza del superboss di Cosa nostra Matteo Messina Denaro, spuntano nuove intercettazioni che rimandano a nomi importanti in Vaticano. E non solo. E spuntano anche, in uno dei punti più delicati dell'inchiesta, quelli che bisognava maneggiare con grande cura, degli «omissis» farlocchi su Armando Siri. Nella relazione della Dia in versione digitale, infatti, basta cliccare su un quadratone rosso, piazzato posticcio per coprirne il testo, per scoprire quello che c'è sotto: le trascrizioni delle intercettazioni di Arata che parla di Siri. E finalmente c'è il testo ufficiale. Quello riportato qua e là dai giornaloni ogni volta con un virgolettato diverso.
La svista sull'omissis, involontaria, ma certamente evitabile, in realtà non cambia le carte in tavola. Si sapeva già che Arata parlava di un emendamento che gli interessava. E che c'erano stati scambi di informazioni su cosa fare per modificare il provvedimento (che alla fine non è stato neppure approvato). Il testo, insomma, è questo: «Per me quello che non mi fa dormire la notte è il fronte incentivi... la grande soluzione di tutti i problemi nostri è il fronte incentivi... allora... l'emendamento che non è stato fatto bene mi ha detto il viceministro, che mi ha chiamato prima, che gli do 30.000 euro tanto perché sia chiaro tra di noi... io ad Armando Siri ve lo dico gli do 30.000 euro». L'uomo con cui parla, il figlio del re dell'eolico, gli dice pure: «Sì, l'hai già detto». E lui rimarca: «Gli do 30.000 euro... però... è un amico come lo sei tu... però gli amici mi fai una cosa io ti pago... e quindi è più incentivato». I due, da quanto era emerso nelle precedenti carte dell'inchiesta, sapevano anche di essere sotto indagine e avevano trovato le microspie in un auto. Il voler sottolineare a tutti i costi la questione dei 30.000 euro appare sospetta. A conti fatti, comunque, le carte in tavola non cambiano. Arata parla di soldi da dare a Siri, dei quali non c'è traccia. E Siri, stando agli atti dell'inchiesta, non ne era a conoscenza. Ma gli omissis non sono saltati solo dalle pagine su Siri. Basta scalare qualche altra pagina e cliccare sul solito quadratone rosso per scoprire un'altra storia. Anche questa da maneggiare con cura. Arata e suo
figlio Federico tentarono di avvicinare, senza risultati, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, tramite l'ambasciatore americano. Dalle intercettazioni gli investigatori hanno ricostruito che gli indagati si stavano muovendo per sponsorizzare Siri per un incarico governativo.
Dalle 310 pagine della Dia che l'aggiunto della capitale, Paolo Ielo, e il pm Mario Palazzi, hanno depositato al gip Emanuela Attura in vista dell'incidente probatorio del prossimo 25 luglio salta fuori anche questo. Un aspetto delicatissimo che non poteva essere di certo nascosto con un semplice francobollo digitale. Di solito nelle inchiesta giudiziarie gli omissis vengono effettuati con un taglio netto del testo. Che invece c'è. Ed è questo: «Nella serata del 17 maggio 2018, Federico Arata chiama il padre Paolo», si legge nel documento, «dicendogli senza mezzi termini che Siri lo aveva chiamato poco prima chiedendogli di contattare l'ambasciatore americano in Italia (verosimilmente Lewis Michael Eisenberg) affinché costui intervenisse sul presidente Mattarella per sponsorizzarlo per un incarico governativo, poi aggiungeva che aveva provato a chiedere al cardinale Raymond Leo Burke (col quale si è anche sentito, ndr) di avvicinare il suddetto ambasciatore, senza ottenere l'effetto sperato, atteso che il cardinale gli aveva riferito di non avere rapporti con quel diplomatico». E addirittura si vantava di averne parlato direttamente con Salvini. Così diceva il 23 maggio 2018: «Salvini non sa dove mettere Armando, poi io gli ho detto che deve fare il viceministro con la delega all'energia e lui lo ha chiesto a Salvini e Salvini ha chiamato anche casa nostra ieri [...] voleva sapere quale delega voleva...». La Dia di Trapani precisa che «non sono state registrate interlocuzioni telefoniche fra Arata e Salvini». E anche questo dettaglio permette di pesare meglio e in modo complessivo le relazioni millantate dal professore. E di nomi pesanti ne escono diversi. Quasi uno per ogni capitolo dell'informativa: Gianni Letta e Silvio Berlusconi. «Armando l'ho fatto chiamare io da Berlusconi», si vanta ancora una volta Arata, «devo dire che Letta è sempre un amico». Nella girandola delirante di nomi e posizioni da coprire c'è anche un tentativo di infilare il figlio Federico agli Esteri, «come garanzia per tutti». Anche questo tentativo, ovviamente, non si è concretizzato.
Ma sul pateracchio che emerge dall'inchiesta il vicepremier Luigi Di Maio chiede chiarezza. Anche perché nelle intercettazioni si parla anche di lui. E su Facebook ha precisato: «Ho sentito, attraverso notizie di stampa, che c'è stato un momento, quando si stava formando il governo, in cui qualcuno, come Arata, ha dichiarato di volermi controllare, nominando un sottosegretario o uno nel mio gabinetto al ministero degli Esteri, perché si diceva che sarei andato alla Farnesina. Credo sia una cosa gravissima. Se qualcuno, esterno al governo, ha provato in qualche modo a orientare e manipolare scelte di governo, su questo si deve fare massima chiarezza».
E sui 30.000 euro avevamo ragione
Il bello dell'italiano, a differenza di altre lingue, è che è difficile confondersi. Ogni parola ha un suo specifico significato, ogni coniugazione verbale ha una sua logica, ogni parafrasi proietta un suo mondo. Per questo, le nuove rivelazioni nell'inchiesta per corruzione, in cui è indagato l'ex sottosegretario Armando Siri, sono la conferma di quel che La Verità ha scritto tre mesi fa a proposito delle «intercettazioni false» pubblicate, all'epoca, dai maggiori quotidiani.
Ieri, Repubblica e Corriere della Sera hanno riportato il contenuto di una conversazione registrata dagli inquirenti il 10 settembre scorso. Paolo Arata, imprenditore amico di Siri e socio occulto di Vito Nicastri, boss dell'eolico in Sicilia sospettato di legami con il superlatitante Matteo Messina Denaro, parlando col figlio Francesco e con Manlio Nicastri, «rampollo» di Vito, dice testuale: «Gli do 30.000 euro, perché sia chiaro tra di noi... io ad Armando Siri, ve lo dico...». Il riferimento alla somma, per gli investigatori, è legata all'attività di promozione che il politico della Lega avrebbe dovuto svolgere a favore di un emendamento di interesse dei Nicastri. Il senso di questa dichiarazione sarebbe stata poi confermata ai magistrati titolari del fascicolo, il pm Mario Palazzi e il procuratore aggiunto Paolo Ielo, proprio da padre e figlio. L'intercettazione del 10 settembre però continua a essere - grammaticalmente e sintatticamente - diversa da quelle che furono pubblicate all'esplosione dell'indagine, e che il nostro giornale - raccogliendo lo sfogo del procuratore aggiunto Ielo - definì «false». Non nel loro significante, come specificammo bene, ma nella forma che, come sanno gli operatori della legge, è sostanza. Soprattutto alla luce del fatto che si erano trasformate in titoli cubitali con tanto di virgolette che avevano innescato la bagarre politica. Ecco quelle trascritte ad aprile da Repubblica e attribuite a Francesco Arata: «Mi ci sono voluti 30.000 euro» e «questo affare mi è costato 30.000 euro». Frasi che non sono mai emerse, nel corso dei mesi, dai brogliacci del fascicolo semplicemente perché nessuno degli indagati le ha mai proferite. Frasi che sono diverse anche da quelle mandate in edicola ieri, e che offrono una chiave d'interpretazione della storia distorta perché il senso delle parole è di un affare chiuso, e non già di un possibile proponimento di un soggetto nei confronti di un terzo. Che Siri sia innocente o meno lo deciderà la magistratura, ma lo spunto di riflessione del nostro giornale nasceva da una considerazione che riproponiamo. «Quello che dà più fastidio agli inquirenti non è il senso delle frasi contenute tra i caporali, significato che, come nel caso di Siri, si può dedurre dai provvedimenti di perquisizione, ma è la decisione di trasformarlo nelle vive parole degli indagati: perché un conto è riportare le tesi dell'accusa, un altro è pubblicare frasi che non sono mai state pronunciate. A seccare ulteriormente i pm è anche il fatto che il virgolettato trasmette l'idea che chi dovrebbe custodire il segreto, l'abbia divulgato. Un sospetto grave». Nessuna violazione del segreto, per fortuna. Solo frasi letteralmente inventate.
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Nei nuovi dialoghi, Paolo Arata millanta pressioni su Silvio Berlusconi, Enrico Letta e il cardinal Raymond Leo Burke per piazzare il leghista. Ma nelle carte spunta la beffa: le parti da secretare, perché riguardano un senatore, si possono consultare. E sui 30.000 euro avevamo ragione. Anche nel materiale diffuso ieri non c'è traccia del virgolettato del boss dell'eolico riportato più volte dai media. Restano invece le solite vanterie dell'imprenditore. Lo speciale comprende due articli. Dalle carte dell'inchiesta sul professor Paolo Arata, ex deputato di Forza Italia, in affari con il re dell'eolico siciliano Vito Nicastri, che secondo gli investigatori sarebbe uno dei finanziatori della latitanza del superboss di Cosa nostra Matteo Messina Denaro, spuntano nuove intercettazioni che rimandano a nomi importanti in Vaticano. E non solo. E spuntano anche, in uno dei punti più delicati dell'inchiesta, quelli che bisognava maneggiare con grande cura, degli «omissis» farlocchi su Armando Siri. Nella relazione della Dia in versione digitale, infatti, basta cliccare su un quadratone rosso, piazzato posticcio per coprirne il testo, per scoprire quello che c'è sotto: le trascrizioni delle intercettazioni di Arata che parla di Siri. E finalmente c'è il testo ufficiale. Quello riportato qua e là dai giornaloni ogni volta con un virgolettato diverso. La svista sull'omissis, involontaria, ma certamente evitabile, in realtà non cambia le carte in tavola. Si sapeva già che Arata parlava di un emendamento che gli interessava. E che c'erano stati scambi di informazioni su cosa fare per modificare il provvedimento (che alla fine non è stato neppure approvato). Il testo, insomma, è questo: «Per me quello che non mi fa dormire la notte è il fronte incentivi... la grande soluzione di tutti i problemi nostri è il fronte incentivi... allora... l'emendamento che non è stato fatto bene mi ha detto il viceministro, che mi ha chiamato prima, che gli do 30.000 euro tanto perché sia chiaro tra di noi... io ad Armando Siri ve lo dico gli do 30.000 euro». L'uomo con cui parla, il figlio del re dell'eolico, gli dice pure: «Sì, l'hai già detto». E lui rimarca: «Gli do 30.000 euro... però... è un amico come lo sei tu... però gli amici mi fai una cosa io ti pago... e quindi è più incentivato». I due, da quanto era emerso nelle precedenti carte dell'inchiesta, sapevano anche di essere sotto indagine e avevano trovato le microspie in un auto. Il voler sottolineare a tutti i costi la questione dei 30.000 euro appare sospetta. A conti fatti, comunque, le carte in tavola non cambiano. Arata parla di soldi da dare a Siri, dei quali non c'è traccia. E Siri, stando agli atti dell'inchiesta, non ne era a conoscenza. Ma gli omissis non sono saltati solo dalle pagine su Siri. Basta scalare qualche altra pagina e cliccare sul solito quadratone rosso per scoprire un'altra storia. Anche questa da maneggiare con cura. Arata e suo figlio Federico tentarono di avvicinare, senza risultati, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, tramite l'ambasciatore americano. Dalle intercettazioni gli investigatori hanno ricostruito che gli indagati si stavano muovendo per sponsorizzare Siri per un incarico governativo. Dalle 310 pagine della Dia che l'aggiunto della capitale, Paolo Ielo, e il pm Mario Palazzi, hanno depositato al gip Emanuela Attura in vista dell'incidente probatorio del prossimo 25 luglio salta fuori anche questo. Un aspetto delicatissimo che non poteva essere di certo nascosto con un semplice francobollo digitale. Di solito nelle inchiesta giudiziarie gli omissis vengono effettuati con un taglio netto del testo. Che invece c'è. Ed è questo: «Nella serata del 17 maggio 2018, Federico Arata chiama il padre Paolo», si legge nel documento, «dicendogli senza mezzi termini che Siri lo aveva chiamato poco prima chiedendogli di contattare l'ambasciatore americano in Italia (verosimilmente Lewis Michael Eisenberg) affinché costui intervenisse sul presidente Mattarella per sponsorizzarlo per un incarico governativo, poi aggiungeva che aveva provato a chiedere al cardinale Raymond Leo Burke (col quale si è anche sentito, ndr) di avvicinare il suddetto ambasciatore, senza ottenere l'effetto sperato, atteso che il cardinale gli aveva riferito di non avere rapporti con quel diplomatico». E addirittura si vantava di averne parlato direttamente con Salvini. Così diceva il 23 maggio 2018: «Salvini non sa dove mettere Armando, poi io gli ho detto che deve fare il viceministro con la delega all'energia e lui lo ha chiesto a Salvini e Salvini ha chiamato anche casa nostra ieri [...] voleva sapere quale delega voleva...». La Dia di Trapani precisa che «non sono state registrate interlocuzioni telefoniche fra Arata e Salvini». E anche questo dettaglio permette di pesare meglio e in modo complessivo le relazioni millantate dal professore. E di nomi pesanti ne escono diversi. Quasi uno per ogni capitolo dell'informativa: Gianni Letta e Silvio Berlusconi. «Armando l'ho fatto chiamare io da Berlusconi», si vanta ancora una volta Arata, «devo dire che Letta è sempre un amico». Nella girandola delirante di nomi e posizioni da coprire c'è anche un tentativo di infilare il figlio Federico agli Esteri, «come garanzia per tutti». Anche questo tentativo, ovviamente, non si è concretizzato. Ma sul pateracchio che emerge dall'inchiesta il vicepremier Luigi Di Maio chiede chiarezza. Anche perché nelle intercettazioni si parla anche di lui. E su Facebook ha precisato: «Ho sentito, attraverso notizie di stampa, che c'è stato un momento, quando si stava formando il governo, in cui qualcuno, come Arata, ha dichiarato di volermi controllare, nominando un sottosegretario o uno nel mio gabinetto al ministero degli Esteri, perché si diceva che sarei andato alla Farnesina. Credo sia una cosa gravissima. Se qualcuno, esterno al governo, ha provato in qualche modo a orientare e manipolare scelte di governo, su questo si deve fare massima chiarezza». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/depositate-le-intercettazioni-su-siri-incredibile-gli-omissis-si-leggono-2639306690.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-sui-30-000-euro-avevamo-ragione" data-post-id="2639306690" data-published-at="1775831559" data-use-pagination="False"> E sui 30.000 euro avevamo ragione Il bello dell'italiano, a differenza di altre lingue, è che è difficile confondersi. Ogni parola ha un suo specifico significato, ogni coniugazione verbale ha una sua logica, ogni parafrasi proietta un suo mondo. Per questo, le nuove rivelazioni nell'inchiesta per corruzione, in cui è indagato l'ex sottosegretario Armando Siri, sono la conferma di quel che La Verità ha scritto tre mesi fa a proposito delle «intercettazioni false» pubblicate, all'epoca, dai maggiori quotidiani. Ieri, Repubblica e Corriere della Sera hanno riportato il contenuto di una conversazione registrata dagli inquirenti il 10 settembre scorso. Paolo Arata, imprenditore amico di Siri e socio occulto di Vito Nicastri, boss dell'eolico in Sicilia sospettato di legami con il superlatitante Matteo Messina Denaro, parlando col figlio Francesco e con Manlio Nicastri, «rampollo» di Vito, dice testuale: «Gli do 30.000 euro, perché sia chiaro tra di noi... io ad Armando Siri, ve lo dico...». Il riferimento alla somma, per gli investigatori, è legata all'attività di promozione che il politico della Lega avrebbe dovuto svolgere a favore di un emendamento di interesse dei Nicastri. Il senso di questa dichiarazione sarebbe stata poi confermata ai magistrati titolari del fascicolo, il pm Mario Palazzi e il procuratore aggiunto Paolo Ielo, proprio da padre e figlio. L'intercettazione del 10 settembre però continua a essere - grammaticalmente e sintatticamente - diversa da quelle che furono pubblicate all'esplosione dell'indagine, e che il nostro giornale - raccogliendo lo sfogo del procuratore aggiunto Ielo - definì «false». Non nel loro significante, come specificammo bene, ma nella forma che, come sanno gli operatori della legge, è sostanza. Soprattutto alla luce del fatto che si erano trasformate in titoli cubitali con tanto di virgolette che avevano innescato la bagarre politica. Ecco quelle trascritte ad aprile da Repubblica e attribuite a Francesco Arata: «Mi ci sono voluti 30.000 euro» e «questo affare mi è costato 30.000 euro». Frasi che non sono mai emerse, nel corso dei mesi, dai brogliacci del fascicolo semplicemente perché nessuno degli indagati le ha mai proferite. Frasi che sono diverse anche da quelle mandate in edicola ieri, e che offrono una chiave d'interpretazione della storia distorta perché il senso delle parole è di un affare chiuso, e non già di un possibile proponimento di un soggetto nei confronti di un terzo. Che Siri sia innocente o meno lo deciderà la magistratura, ma lo spunto di riflessione del nostro giornale nasceva da una considerazione che riproponiamo. «Quello che dà più fastidio agli inquirenti non è il senso delle frasi contenute tra i caporali, significato che, come nel caso di Siri, si può dedurre dai provvedimenti di perquisizione, ma è la decisione di trasformarlo nelle vive parole degli indagati: perché un conto è riportare le tesi dell'accusa, un altro è pubblicare frasi che non sono mai state pronunciate. A seccare ulteriormente i pm è anche il fatto che il virgolettato trasmette l'idea che chi dovrebbe custodire il segreto, l'abbia divulgato. Un sospetto grave». Nessuna violazione del segreto, per fortuna. Solo frasi letteralmente inventate.
Artemis II si prepara all’ammaraggio, previsto oggi al largo della costa di San Diego per le 20:07 circa (ora locale). Secondo l’astronauta Victor Glover, «lo scudo termico e i paracadute» della navicella Orion spacecraft consentiranno all’equipaggio di ammarare «dolcemente». «Non vediamo l’ora – ha aggiunto – di vedere la squadra di sommozzatori e la Marina che verranno a prenderci».
Piazza del Popolo, a Roma, si è tinta di blu per celebrare il 174° anniversario della fondazione della Polizia di Stato. «Comprendere il presente e riuscire a guardare nello stesso tempo il futuro. Questo il nostro compito», ha sottolineato il Capo della Polizia Vittorio Pisani.
Sulle note di «Giocondità», eseguita dalla Banda musicale della Polizia, si è svolta la cerimonia ufficiale. A rendere gli onori al Presidente del Senato, fermatosi davanti alla Bandiera della Polizia di Stato, uno schieramento composto da commissari della Scuola superiore di Polizia, allievi agenti dell’Istituto per ispettori di Nettuno e una formazione del Reparto a cavallo, preceduti dai motociclisti della Polizia stradale.
In tribuna era presente anche una rappresentanza di funzionari della Questura di Roma, con la sciarpa tricolore sugli abiti civili, simbolo della funzione di pubblica sicurezza e dell’impegno a garantire la tutela delle istituzioni democratiche e il corretto svolgimento della vita civile.
In apertura è stato letto il messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, inviato al Capo della Polizia per la ricorrenza.
Nel suo intervento, Pisani ha ricordato come la sicurezza sia un bene in continua evoluzione, che richiede impegno quotidiano e capacità di adattamento ai cambiamenti sociali e tecnologici. La Polizia di Stato, ha sottolineato, deve saper interpretare i nuovi bisogni dei cittadini con professionalità e sensibilità, rafforzandone la fiducia.
Il momento più toccante della cerimonia è stato il conferimento delle onorificenze e delle promozioni per merito straordinario. Quest’anno il Presidente della Repubblica ha concesso la Medaglia d’oro al Merito civile alla Bandiera della Polizia di Stato per l’attività svolta dagli agenti impegnati nei servizi di scorta e tutela, in Italia e all’estero. Nella motivazione si sottolinea il sacrificio quotidiano delle donne e degli uomini della Polizia, spesso esposti a gravi rischi per garantire la sicurezza e la libertà democratica.
A dare voce a questo impegno è stata l’agente Emanuela Loi, nipote e omonima della prima poliziotta di scorta caduta nella strage di via D’Amelio, che ha letto una poesia del poliziotto Wilhelm Longo.
Tra le storie ricordate, anche quella dell’assistente capo Aniello Scarpati e dell’agente scelto Ciro Cozzolino, travolti durante un servizio notturno a Torre del Greco nel 2025. A entrambi è stata conferita la Medaglia d’oro al Merito civile; per Scarpati l’onorificenza è stata ritirata dal figlio Daniel.
La cerimonia si è conclusa con l’Inno d’Italia eseguito dalla Banda musicale della Polizia e cantato dagli alunni della scuola elementare Mazzarello di Roma, mentre gli operatori del Nocs hanno srotolato il Tricolore dalla terrazza del Pincio.
Le celebrazioni proseguiranno fino a lunedì 13 aprile: Piazza del Popolo ospiterà lo «Spazio della legalità», aperto al pubblico con iniziative e attività per far conoscere da vicino il lavoro della Polizia di Stato. Eventi anche alla Galleria Alberto Sordi, dove è allestita la mostra interattiva «InsospettAbili» della Polizia postale, dedicata alla prevenzione delle frodi informatiche.
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Prezzi dei carburanti in una stazione di servizio in Germania (Getty Images)
La benzina a tre euro al litro forse non da tutti in Europa è vista come una tragedia.
Questa Europa e questa Commissione hanno un obiettivo strategico di fondo: ridurre le emissioni. Tutto il resto è sacrificabile e ogni scusa è una opportunità per raggiungere questo obiettivo. I razionamenti con riduzione dei consumi son quindi una benedizione per questa classe dirigente totalmente scollegata dalla realtà e profondamente sfavorevole se non contraria alle attività economiche imprenditoriali.
L’industria è un male da estirpare secondo il pensiero profondo di questa Unione europea.
Non si spiegano altrimenti le infinite misure che, attraverso Green deal e normative assurde, hanno distrutto intere filiere industriali e in generale l’industria manifatturiera europea.
Se guardiamo l’Italia la riduzione parte da lontano; dal 1980 ad oggi si è perso il 46,2% delle imprese artigiane manifatturiere. Non è ovviamente solo la richiesta di standard ambientali irraggiungibili ad aver causato questo tracollo, ma sicuramente negli ultimi anni l’esasperazione green europea ha spinto molti imprenditori a chiudere.
E questa esasperazione degli obiettivi «sostenibili» ha impattato forse ancora più pesantemente sulle imprese più grandi. Pensare di raggiungere la neutralità climatica (concetto demenziale) entro il 2050 non può che spingere imprese medio grandi a delocalizzare o a capitalizzare i propri asset prima del colpo finale.
Spostare la fiscalità dalla produzione ai consumi è sempre stato un obiettivo delle politiche green, come se abbattere i consumi non avesse effetti sulle imprese che di consumi vivono. I disastri della filiera dell’auto sono solo un esempio di ciò che è successo in questi anni e denotano la cultura che partorisce queste ideologie. La normativa contro la deforestazione, oggi in stand by ma non modificata nella sostanza, è un altro esempio di come questa Europa vede il futuro del continente e del mondo.
La Commissione desidera un mondo ideale, dove i bambini studiano felici, i lavoratori delle piantagioni di cacao o caffè sono pagati come un operaio della Ferrari, e dove siano egualmente distribuiti tra tutti i colori della pelle, così da non comunicare l’immagine di gerarchie tra le razze.
Probabilmente chi scrive queste normative non ha mai lasciato le stanze del Parlamento europeo e non ha mai visto una piantagione di olio di palma, di cacao, di pulp and paper in Indonesia, nell’Amazzonia brasiliana o in Costa d’Avorio. E soprattutto non ha idea di come si modificherebbero i prezzi dei prodotti finiti che arrivano nei nostri supermercati se un approccio di questo tipo venisse implementato fino in fondo.
L’utopia di un mondo senza diseguaglianze rischia di crearne sempre di più, visto che l’illusione europea è appunto solo qualcosa che non può essere realizzato se non a prezzo di una distruzione totale di molte filiere industriali, non solo agroalimentari, con conseguente disoccupazione di massa e povertà, sia nei Paesi di origine che nei Paesi di trasformazione.
La superiorità etica che la Commissione ritiene di avere è il problema culturale di fondo. Non gli è parso vero quindi di avere l’occasione di parlare immediatamente di razionamenti, targhe alterne, divieti, smart working, in una logica classista che penalizzerebbe in primis le fasce più deboli della popolazione. Ma il tutto ovviamente per il bene supremo, salvare il pianeta dalla deriva climatica. Sacrificare lo stile di vita e il welfare è un costo minimo da sostenere a fronte di un obiettivo superiore. La tregua nella guerra e la riapertura dello stretto di Hormuz, per questi fanatici green, è una iattura.
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