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2019-07-23
Depositate le intercettazioni su Siri. Incredibile: gli «omissis» si leggono
Ansa
Dalle carte dell'inchiesta sul professor Paolo Arata, ex deputato di Forza Italia, in affari con il re dell'eolico siciliano Vito Nicastri, che secondo gli investigatori sarebbe uno dei finanziatori della latitanza del superboss di Cosa nostra Matteo Messina Denaro, spuntano nuove intercettazioni che rimandano a nomi importanti in Vaticano. E non solo. E spuntano anche, in uno dei punti più delicati dell'inchiesta, quelli che bisognava maneggiare con grande cura, degli «omissis» farlocchi su Armando Siri. Nella relazione della Dia in versione digitale, infatti, basta cliccare su un quadratone rosso, piazzato posticcio per coprirne il testo, per scoprire quello che c'è sotto: le trascrizioni delle intercettazioni di Arata che parla di Siri. E finalmente c'è il testo ufficiale. Quello riportato qua e là dai giornaloni ogni volta con un virgolettato diverso.
La svista sull'omissis, involontaria, ma certamente evitabile, in realtà non cambia le carte in tavola. Si sapeva già che Arata parlava di un emendamento che gli interessava. E che c'erano stati scambi di informazioni su cosa fare per modificare il provvedimento (che alla fine non è stato neppure approvato). Il testo, insomma, è questo: «Per me quello che non mi fa dormire la notte è il fronte incentivi... la grande soluzione di tutti i problemi nostri è il fronte incentivi... allora... l'emendamento che non è stato fatto bene mi ha detto il viceministro, che mi ha chiamato prima, che gli do 30.000 euro tanto perché sia chiaro tra di noi... io ad Armando Siri ve lo dico gli do 30.000 euro». L'uomo con cui parla, il figlio del re dell'eolico, gli dice pure: «Sì, l'hai già detto». E lui rimarca: «Gli do 30.000 euro... però... è un amico come lo sei tu... però gli amici mi fai una cosa io ti pago... e quindi è più incentivato». I due, da quanto era emerso nelle precedenti carte dell'inchiesta, sapevano anche di essere sotto indagine e avevano trovato le microspie in un auto. Il voler sottolineare a tutti i costi la questione dei 30.000 euro appare sospetta. A conti fatti, comunque, le carte in tavola non cambiano. Arata parla di soldi da dare a Siri, dei quali non c'è traccia. E Siri, stando agli atti dell'inchiesta, non ne era a conoscenza. Ma gli omissis non sono saltati solo dalle pagine su Siri. Basta scalare qualche altra pagina e cliccare sul solito quadratone rosso per scoprire un'altra storia. Anche questa da maneggiare con cura. Arata e suo
figlio Federico tentarono di avvicinare, senza risultati, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, tramite l'ambasciatore americano. Dalle intercettazioni gli investigatori hanno ricostruito che gli indagati si stavano muovendo per sponsorizzare Siri per un incarico governativo.
Dalle 310 pagine della Dia che l'aggiunto della capitale, Paolo Ielo, e il pm Mario Palazzi, hanno depositato al gip Emanuela Attura in vista dell'incidente probatorio del prossimo 25 luglio salta fuori anche questo. Un aspetto delicatissimo che non poteva essere di certo nascosto con un semplice francobollo digitale. Di solito nelle inchiesta giudiziarie gli omissis vengono effettuati con un taglio netto del testo. Che invece c'è. Ed è questo: «Nella serata del 17 maggio 2018, Federico Arata chiama il padre Paolo», si legge nel documento, «dicendogli senza mezzi termini che Siri lo aveva chiamato poco prima chiedendogli di contattare l'ambasciatore americano in Italia (verosimilmente Lewis Michael Eisenberg) affinché costui intervenisse sul presidente Mattarella per sponsorizzarlo per un incarico governativo, poi aggiungeva che aveva provato a chiedere al cardinale Raymond Leo Burke (col quale si è anche sentito, ndr) di avvicinare il suddetto ambasciatore, senza ottenere l'effetto sperato, atteso che il cardinale gli aveva riferito di non avere rapporti con quel diplomatico». E addirittura si vantava di averne parlato direttamente con Salvini. Così diceva il 23 maggio 2018: «Salvini non sa dove mettere Armando, poi io gli ho detto che deve fare il viceministro con la delega all'energia e lui lo ha chiesto a Salvini e Salvini ha chiamato anche casa nostra ieri [...] voleva sapere quale delega voleva...». La Dia di Trapani precisa che «non sono state registrate interlocuzioni telefoniche fra Arata e Salvini». E anche questo dettaglio permette di pesare meglio e in modo complessivo le relazioni millantate dal professore. E di nomi pesanti ne escono diversi. Quasi uno per ogni capitolo dell'informativa: Gianni Letta e Silvio Berlusconi. «Armando l'ho fatto chiamare io da Berlusconi», si vanta ancora una volta Arata, «devo dire che Letta è sempre un amico». Nella girandola delirante di nomi e posizioni da coprire c'è anche un tentativo di infilare il figlio Federico agli Esteri, «come garanzia per tutti». Anche questo tentativo, ovviamente, non si è concretizzato.
Ma sul pateracchio che emerge dall'inchiesta il vicepremier Luigi Di Maio chiede chiarezza. Anche perché nelle intercettazioni si parla anche di lui. E su Facebook ha precisato: «Ho sentito, attraverso notizie di stampa, che c'è stato un momento, quando si stava formando il governo, in cui qualcuno, come Arata, ha dichiarato di volermi controllare, nominando un sottosegretario o uno nel mio gabinetto al ministero degli Esteri, perché si diceva che sarei andato alla Farnesina. Credo sia una cosa gravissima. Se qualcuno, esterno al governo, ha provato in qualche modo a orientare e manipolare scelte di governo, su questo si deve fare massima chiarezza».
E sui 30.000 euro avevamo ragione
Il bello dell'italiano, a differenza di altre lingue, è che è difficile confondersi. Ogni parola ha un suo specifico significato, ogni coniugazione verbale ha una sua logica, ogni parafrasi proietta un suo mondo. Per questo, le nuove rivelazioni nell'inchiesta per corruzione, in cui è indagato l'ex sottosegretario Armando Siri, sono la conferma di quel che La Verità ha scritto tre mesi fa a proposito delle «intercettazioni false» pubblicate, all'epoca, dai maggiori quotidiani.
Ieri, Repubblica e Corriere della Sera hanno riportato il contenuto di una conversazione registrata dagli inquirenti il 10 settembre scorso. Paolo Arata, imprenditore amico di Siri e socio occulto di Vito Nicastri, boss dell'eolico in Sicilia sospettato di legami con il superlatitante Matteo Messina Denaro, parlando col figlio Francesco e con Manlio Nicastri, «rampollo» di Vito, dice testuale: «Gli do 30.000 euro, perché sia chiaro tra di noi... io ad Armando Siri, ve lo dico...». Il riferimento alla somma, per gli investigatori, è legata all'attività di promozione che il politico della Lega avrebbe dovuto svolgere a favore di un emendamento di interesse dei Nicastri. Il senso di questa dichiarazione sarebbe stata poi confermata ai magistrati titolari del fascicolo, il pm Mario Palazzi e il procuratore aggiunto Paolo Ielo, proprio da padre e figlio. L'intercettazione del 10 settembre però continua a essere - grammaticalmente e sintatticamente - diversa da quelle che furono pubblicate all'esplosione dell'indagine, e che il nostro giornale - raccogliendo lo sfogo del procuratore aggiunto Ielo - definì «false». Non nel loro significante, come specificammo bene, ma nella forma che, come sanno gli operatori della legge, è sostanza. Soprattutto alla luce del fatto che si erano trasformate in titoli cubitali con tanto di virgolette che avevano innescato la bagarre politica. Ecco quelle trascritte ad aprile da Repubblica e attribuite a Francesco Arata: «Mi ci sono voluti 30.000 euro» e «questo affare mi è costato 30.000 euro». Frasi che non sono mai emerse, nel corso dei mesi, dai brogliacci del fascicolo semplicemente perché nessuno degli indagati le ha mai proferite. Frasi che sono diverse anche da quelle mandate in edicola ieri, e che offrono una chiave d'interpretazione della storia distorta perché il senso delle parole è di un affare chiuso, e non già di un possibile proponimento di un soggetto nei confronti di un terzo. Che Siri sia innocente o meno lo deciderà la magistratura, ma lo spunto di riflessione del nostro giornale nasceva da una considerazione che riproponiamo. «Quello che dà più fastidio agli inquirenti non è il senso delle frasi contenute tra i caporali, significato che, come nel caso di Siri, si può dedurre dai provvedimenti di perquisizione, ma è la decisione di trasformarlo nelle vive parole degli indagati: perché un conto è riportare le tesi dell'accusa, un altro è pubblicare frasi che non sono mai state pronunciate. A seccare ulteriormente i pm è anche il fatto che il virgolettato trasmette l'idea che chi dovrebbe custodire il segreto, l'abbia divulgato. Un sospetto grave». Nessuna violazione del segreto, per fortuna. Solo frasi letteralmente inventate.
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Nei nuovi dialoghi, Paolo Arata millanta pressioni su Silvio Berlusconi, Enrico Letta e il cardinal Raymond Leo Burke per piazzare il leghista. Ma nelle carte spunta la beffa: le parti da secretare, perché riguardano un senatore, si possono consultare. E sui 30.000 euro avevamo ragione. Anche nel materiale diffuso ieri non c'è traccia del virgolettato del boss dell'eolico riportato più volte dai media. Restano invece le solite vanterie dell'imprenditore. Lo speciale comprende due articli. Dalle carte dell'inchiesta sul professor Paolo Arata, ex deputato di Forza Italia, in affari con il re dell'eolico siciliano Vito Nicastri, che secondo gli investigatori sarebbe uno dei finanziatori della latitanza del superboss di Cosa nostra Matteo Messina Denaro, spuntano nuove intercettazioni che rimandano a nomi importanti in Vaticano. E non solo. E spuntano anche, in uno dei punti più delicati dell'inchiesta, quelli che bisognava maneggiare con grande cura, degli «omissis» farlocchi su Armando Siri. Nella relazione della Dia in versione digitale, infatti, basta cliccare su un quadratone rosso, piazzato posticcio per coprirne il testo, per scoprire quello che c'è sotto: le trascrizioni delle intercettazioni di Arata che parla di Siri. E finalmente c'è il testo ufficiale. Quello riportato qua e là dai giornaloni ogni volta con un virgolettato diverso. La svista sull'omissis, involontaria, ma certamente evitabile, in realtà non cambia le carte in tavola. Si sapeva già che Arata parlava di un emendamento che gli interessava. E che c'erano stati scambi di informazioni su cosa fare per modificare il provvedimento (che alla fine non è stato neppure approvato). Il testo, insomma, è questo: «Per me quello che non mi fa dormire la notte è il fronte incentivi... la grande soluzione di tutti i problemi nostri è il fronte incentivi... allora... l'emendamento che non è stato fatto bene mi ha detto il viceministro, che mi ha chiamato prima, che gli do 30.000 euro tanto perché sia chiaro tra di noi... io ad Armando Siri ve lo dico gli do 30.000 euro». L'uomo con cui parla, il figlio del re dell'eolico, gli dice pure: «Sì, l'hai già detto». E lui rimarca: «Gli do 30.000 euro... però... è un amico come lo sei tu... però gli amici mi fai una cosa io ti pago... e quindi è più incentivato». I due, da quanto era emerso nelle precedenti carte dell'inchiesta, sapevano anche di essere sotto indagine e avevano trovato le microspie in un auto. Il voler sottolineare a tutti i costi la questione dei 30.000 euro appare sospetta. A conti fatti, comunque, le carte in tavola non cambiano. Arata parla di soldi da dare a Siri, dei quali non c'è traccia. E Siri, stando agli atti dell'inchiesta, non ne era a conoscenza. Ma gli omissis non sono saltati solo dalle pagine su Siri. Basta scalare qualche altra pagina e cliccare sul solito quadratone rosso per scoprire un'altra storia. Anche questa da maneggiare con cura. Arata e suo figlio Federico tentarono di avvicinare, senza risultati, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, tramite l'ambasciatore americano. Dalle intercettazioni gli investigatori hanno ricostruito che gli indagati si stavano muovendo per sponsorizzare Siri per un incarico governativo. Dalle 310 pagine della Dia che l'aggiunto della capitale, Paolo Ielo, e il pm Mario Palazzi, hanno depositato al gip Emanuela Attura in vista dell'incidente probatorio del prossimo 25 luglio salta fuori anche questo. Un aspetto delicatissimo che non poteva essere di certo nascosto con un semplice francobollo digitale. Di solito nelle inchiesta giudiziarie gli omissis vengono effettuati con un taglio netto del testo. Che invece c'è. Ed è questo: «Nella serata del 17 maggio 2018, Federico Arata chiama il padre Paolo», si legge nel documento, «dicendogli senza mezzi termini che Siri lo aveva chiamato poco prima chiedendogli di contattare l'ambasciatore americano in Italia (verosimilmente Lewis Michael Eisenberg) affinché costui intervenisse sul presidente Mattarella per sponsorizzarlo per un incarico governativo, poi aggiungeva che aveva provato a chiedere al cardinale Raymond Leo Burke (col quale si è anche sentito, ndr) di avvicinare il suddetto ambasciatore, senza ottenere l'effetto sperato, atteso che il cardinale gli aveva riferito di non avere rapporti con quel diplomatico». E addirittura si vantava di averne parlato direttamente con Salvini. Così diceva il 23 maggio 2018: «Salvini non sa dove mettere Armando, poi io gli ho detto che deve fare il viceministro con la delega all'energia e lui lo ha chiesto a Salvini e Salvini ha chiamato anche casa nostra ieri [...] voleva sapere quale delega voleva...». La Dia di Trapani precisa che «non sono state registrate interlocuzioni telefoniche fra Arata e Salvini». E anche questo dettaglio permette di pesare meglio e in modo complessivo le relazioni millantate dal professore. E di nomi pesanti ne escono diversi. Quasi uno per ogni capitolo dell'informativa: Gianni Letta e Silvio Berlusconi. «Armando l'ho fatto chiamare io da Berlusconi», si vanta ancora una volta Arata, «devo dire che Letta è sempre un amico». Nella girandola delirante di nomi e posizioni da coprire c'è anche un tentativo di infilare il figlio Federico agli Esteri, «come garanzia per tutti». Anche questo tentativo, ovviamente, non si è concretizzato. Ma sul pateracchio che emerge dall'inchiesta il vicepremier Luigi Di Maio chiede chiarezza. Anche perché nelle intercettazioni si parla anche di lui. E su Facebook ha precisato: «Ho sentito, attraverso notizie di stampa, che c'è stato un momento, quando si stava formando il governo, in cui qualcuno, come Arata, ha dichiarato di volermi controllare, nominando un sottosegretario o uno nel mio gabinetto al ministero degli Esteri, perché si diceva che sarei andato alla Farnesina. Credo sia una cosa gravissima. Se qualcuno, esterno al governo, ha provato in qualche modo a orientare e manipolare scelte di governo, su questo si deve fare massima chiarezza». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/depositate-le-intercettazioni-su-siri-incredibile-gli-omissis-si-leggono-2639306690.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-sui-30-000-euro-avevamo-ragione" data-post-id="2639306690" data-published-at="1772188179" data-use-pagination="False"> E sui 30.000 euro avevamo ragione Il bello dell'italiano, a differenza di altre lingue, è che è difficile confondersi. Ogni parola ha un suo specifico significato, ogni coniugazione verbale ha una sua logica, ogni parafrasi proietta un suo mondo. Per questo, le nuove rivelazioni nell'inchiesta per corruzione, in cui è indagato l'ex sottosegretario Armando Siri, sono la conferma di quel che La Verità ha scritto tre mesi fa a proposito delle «intercettazioni false» pubblicate, all'epoca, dai maggiori quotidiani. Ieri, Repubblica e Corriere della Sera hanno riportato il contenuto di una conversazione registrata dagli inquirenti il 10 settembre scorso. Paolo Arata, imprenditore amico di Siri e socio occulto di Vito Nicastri, boss dell'eolico in Sicilia sospettato di legami con il superlatitante Matteo Messina Denaro, parlando col figlio Francesco e con Manlio Nicastri, «rampollo» di Vito, dice testuale: «Gli do 30.000 euro, perché sia chiaro tra di noi... io ad Armando Siri, ve lo dico...». Il riferimento alla somma, per gli investigatori, è legata all'attività di promozione che il politico della Lega avrebbe dovuto svolgere a favore di un emendamento di interesse dei Nicastri. Il senso di questa dichiarazione sarebbe stata poi confermata ai magistrati titolari del fascicolo, il pm Mario Palazzi e il procuratore aggiunto Paolo Ielo, proprio da padre e figlio. L'intercettazione del 10 settembre però continua a essere - grammaticalmente e sintatticamente - diversa da quelle che furono pubblicate all'esplosione dell'indagine, e che il nostro giornale - raccogliendo lo sfogo del procuratore aggiunto Ielo - definì «false». Non nel loro significante, come specificammo bene, ma nella forma che, come sanno gli operatori della legge, è sostanza. Soprattutto alla luce del fatto che si erano trasformate in titoli cubitali con tanto di virgolette che avevano innescato la bagarre politica. Ecco quelle trascritte ad aprile da Repubblica e attribuite a Francesco Arata: «Mi ci sono voluti 30.000 euro» e «questo affare mi è costato 30.000 euro». Frasi che non sono mai emerse, nel corso dei mesi, dai brogliacci del fascicolo semplicemente perché nessuno degli indagati le ha mai proferite. Frasi che sono diverse anche da quelle mandate in edicola ieri, e che offrono una chiave d'interpretazione della storia distorta perché il senso delle parole è di un affare chiuso, e non già di un possibile proponimento di un soggetto nei confronti di un terzo. Che Siri sia innocente o meno lo deciderà la magistratura, ma lo spunto di riflessione del nostro giornale nasceva da una considerazione che riproponiamo. «Quello che dà più fastidio agli inquirenti non è il senso delle frasi contenute tra i caporali, significato che, come nel caso di Siri, si può dedurre dai provvedimenti di perquisizione, ma è la decisione di trasformarlo nelle vive parole degli indagati: perché un conto è riportare le tesi dell'accusa, un altro è pubblicare frasi che non sono mai state pronunciate. A seccare ulteriormente i pm è anche il fatto che il virgolettato trasmette l'idea che chi dovrebbe custodire il segreto, l'abbia divulgato. Un sospetto grave». Nessuna violazione del segreto, per fortuna. Solo frasi letteralmente inventate.
L'amministratore delegato di Stellantis Antonio Filosa (Ansa)
Le parole di ieri dell’amministratore delegato Antonio Filosa, subentrato lo scorso maggio al dimissionario Carlos Tavares, lo riconoscono con chiarezza: «I nostri risultati riflettono il costo della sopravvalutazione del ritmo della transizione energetica e della necessità di reimpostare il nostro business mettendo al centro la libertà dei clienti di scegliere all’interno di una gamma completa di tecnologie: elettrica, ibrida e a combustione interna».
La correzione di rotta sull’elettrico e la decisione di cambiare strategia hanno comportato un onere straordinario di 25,4 miliardi. Stellantis ha chiuso il 2025 con 153,3 miliardi di euro di ricavi, in calo del 2% rispetto all’anno prima, ma, ha detto Filosa, «nella seconda metà dell’anno abbiamo iniziato a vedere i primi segnali positivi di progresso, grazie ai risultati iniziali delle azioni intraprese per migliorare la qualità, alla solida esecuzione dei lanci della nostra nuova ondata di prodotti e al ritorno alla crescita del fatturato». Parole che hanno sospinto in Borsa il titolo, che ha chiuso a 6,778 euro, in rialzo del 4,24% (da inizio anno il titolo ha perso il 30%, negli ultimi 12 mesi il 50%).
Intanto però il gruppo ha deciso che non ci saranno né dividendi per gli azionisti né bonus per i lavoratori, eccezion fatta per i dipendenti in Sudamerica, Nord Africa e Medio Oriente. «Questo conferma che, laddove l’azienda decida di investire, come sta facendo in Nord Africa, anche i salari delle lavoratrici e dei lavoratori ne traggono beneficio», ha commentato la Fiom, che vede in questa decisione una conferma della «chiara volontà» di Exor, azionista di riferimento di Stellantis, di «disimpegno delle attività industriali in Italia». In una nota unitaria, Fiom, Fim, Uilm e sigle sindacali minori hanno chiesto a Stellantis di «puntare con decisione sui modelli ibridi e di allocarli in tutte le fabbriche italiane», mentre hanno invitato l’Unione europea ad «adottare i principi di neutralità tecnologica e di libertà di scelta dei consumatori, nonché abolire immediatamente il famigerato sistema delle multe».
Per i lavoratori italiani il mancato bonus, che negli scorsi anni ammontava in media a circa 2.000 euro, rappresenta un danno notevole, considerando anche che più di un dipendente su due si trova in cassa integrazione o con un contratto di solidarietà. Con in sovrappiù la beffa di aver visto premiato un anno fa Tavares, il grande sostenitore della scommessa sull’elettrico, con una buonuscita di 12 milioni di euro, che il manager portoghese ha intascato nel 2025. Ieri lo stabilimento di Pomigliano si è fermato per uno sciopero e altri scioperi sono annunciati per oggi.
Se la linea sull’elettrico è stata bruscamente rettificata dalla nuova dirigenza di Stellantis, rimane invece confermato l’approccio orientato alla stretta collaborazione con il partner cinese Leapmotor. «Quella con Leapmotor», ha sottolineato ieri Filosa, «è una partnership forte dal punto di vista commerciale, grazie alla quale abbiamo aumentato la nostra copertura del mercato ma anche una partnership tecnica che ci porta a livelli superiori in materia di elettrificazione». Una collaborazione, ha aggiunto l’amministratore delegato, che «verrà migliorata sul piano tecnologico». Molti hanno letto in queste parole una conferma alle indiscrezioni secondo cui Stellantis sarebbe intenzionata a utilizzare la tecnologia di Leapmotor per i motori elettrici dei propri marchi europei.
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Imagoeconomica
È l’ennesimo atto di un percorso a ostacoli, in cui a cominciare dai sequestri ordinati dai giudici nel 2012, sono andati in fumo, secondo stime, circa 40 miliardi di euro, in larga parte come mancato Pil e mancato export, ai quali vanno aggiunti 1,5 miliardi tra risorse versate da Invitalia in Acciaierie d’Italia e assorbite dalla cig e 4 miliardi che ArcelorMittal sostiene di aver investito nel gruppo.
Ora il pronunciamento del Tribunale di Milano, genera forti preoccupazioni anche per il negoziato in corso per la vendita al fondo Flacks, nonché sulle sorti del prestito ponte autorizzato di recente dalla Commissione europea fino a un massimo di 390 milioni.
La decisione della magistratura già ha provocato la dura e immediata reazione di due parlamentari di Fratelli d’Italia, il deputato Silvio Giovine e il senatore Matteo Gelmetti. «Questa sentenza», ha dichiarato Giovine, «mette a rischio l’industria italiana che non potrà più approvvigionarsi dagli stabilimenti Ilva e fa saltare anche il piano straordinario di manutenzione». E Gelmetti dice che «sono a rischio ben 25.000 posti di lavoro tra diretti e indiretti».
Ma vediamo esattamente di cosa si tratta. Dopo la richiesta di residenti del comune di Taranto, il Tribunale civile di Milano ha ordinato, come si diceva, la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo, con una decisione nella quale si parla di «rischi attuali e di pregiudizi alla salute». Il decreto allo sato non è esecutivo e lo diventerà solo se non verrà impugnato. Più precisamente il Tribunale di Milano ha disapplicato parzialmente il provvedimento che autorizza l’attività produttiva dello stabilimento, cioè l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) del 2025. »La disapplicazione dell’Aia», scrivono i giudici, «è stata disposta con riferimento ad alcune prescrizioni»: in sostanza dovranno essere adottate misure che modifichino in modo sostanziale alcun condizioni produttive ritenute dannose per la salute. Il decreto spiega il Tribunale, è stato emesso non solo a tutela dei ricorrenti, ma anche dei residenti a Taranto, Statte e nei quartieri limitrofi allo stabilimento, «in applicazione di quanto previsto dalla sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 25 giugno 2024 a cui era stata rimessa la questione».
L’ordine di sospensione dell’attività produttiva cesserà di avere effetto quando la società siderurgica avrà adempiuto agli interventi indicati dal Tribunale di Milano. L’azienda avrebbe così sei mesi di tempo per scongiurare il rischio di blocco dell’impianto. È chiaro che a questo punto emergono una serie di interrogativi e di problemi. Da un lato i tempi concessi per gli interventi necessari ad evitare la chiusura, dall’altro soprattutto l’impatto della sentenza sul negoziato con il fondo Flacks. Secondo fonti vicine al dossier, citate dall’Agi, si teme che l’investitore possa defilarsi ritenendo il nuovo quadro mutato rispetto a quello sul quale si stava trattando. «Se la vendita dovesse eventualmente saltare e l’investitore dovesse manifestare il suo disimpegno perché il contesto complessivo è cambiato, non c’è nemmeno più la condizione per il prestito autorizzato dalla Ue, che è stato concesso a fronte di una trattativa con un potenziale acquirente» osservano sempre le fonti citate dall’Agi. Inoltre, si afferma, la richiesta di riscrittura di alcune prescrizioni Aia da parte del Tribunale di Milano, ha sicuramente un impatto di maggiori costi economici che adesso andrà valutato con molta attenzione, pone limiti più severi alla produzione di acciaio, ma soprattutto cambia le regole con una gara per la vendita in corso e che è stata lanciata ai primi di agosto proprio sulla base dell’Aia autorizzata dal Mase (ministero dell’Ambiente), i cui elementi erano noti.
Intanto i sindacati sono sul piede di guerra. Il ministero del Lavoro li ha convocati per discutere la proroga della cassa integrazione straordinaria richiesta da Acciaierie d’Italia, in amministrazione straordinaria, misura che riguarda 4.450 lavoratori di cui 3.800 nello stabilimento di Taranto a partire dal 1 marzo 2026 per una durata di 12 mesi. Ma i sindacati dei metalmeccanici, Fiom, Fim e Uilm, hanno chiesto di essere convocati dal governo per conoscere lo stato della discussione sul futuro di Taranto e sul destino complessivo dei 20.000 dipendenti del gruppo. Lamentano di non avere avuto risposta a questa richiesta e hanno deciso di auto convocarsi a Roma, a Palazzo Chigi, il 9 marzo. Per Valerio D’Alò, segretario nazionale Fim Cisl, «non c’è tempo da perdere: non basta discutere soltanto di ammortizzatori sociali».
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Christine Lagarde (Ansa)
E mentre le famiglie stringono i cordoni della borsa, i conti correnti del comitato esecutivo Bce sorridono. Come emerge dal bilancio dell’istituto nel 2025, lo stipendio di Christine Lagarde è salito a 492.204 euro, in aumento del 5,6% rispetto ai 466.092 euro del 2024. Considerando che l’inflazione è stata solo del 2% la signora presidente, sempre assai rigorosa in fatto di buste paga, si è concessa un bel bonus. Un aumento difficile da spiegare soprattutto considerando che la sua retribuzione è quattro volte più alta di quella del collega Jerome Powell che guida la Fed. Ma perchè questa differenza? C’è anche da dire che l’extra-large di Christine non è un caso isolato. Tutto il consiglio direttivo della banca si è fatto un bel regalo portando a 2,3 milioni di euro il totale dei compensi. Il vice presidente Luis de Guindos si accontenta di 421.908 euro; Piero Cipollone, Frank Elderson, Philip R. Lane e Isabel Schnabel si consolano con 351.576 euro ciascuno. La morale? Quando l’inflazione non morde, si aumenta lo stipendio. Quando morde, si alza la voce. Ma qui entra in gioco un dettaglio che merita un applauso ironico. Il nome di Christine Lagarde compare anche nelle conversazioni via mail di Jeffrey Epstein. Al finanziere pedofilo un mittente oscurato la descrive con grande sintesi e grande lusinga: «Really smart lady».
Sì, proprio così. Non «capace», non «competente», ma «proprio intelligente». E se qualcuno stava pensando a un complimento innocuo, aggiungiamo un contesto. Nelle mail di Peter Mandelson, esponente di punta del Partito laburista britannico finito in galera proprio per via dei su antichi rapporti con Epstein, il nome della Lagarde compare nella cabina di regia, insieme a Trichet e Sarkozy del cosiddetto «massacro della Grecia» del 2010. All’epoca era ministro dell’Economia in Francia. Poi, come direttore generale del Fmi, non ha certo brillato per interventi risolutivi. Eppure, il suo stipendio sale e il mondo guarda, tra ironia e incredulità, come se il tempo e i conti pubblici fossero concetti marginali rispetto al potere e alla reputazione.
Ah la Grecia. Nella sua mail di tanti anni fa Mandelson lo spiega senza mezzi termini: gli eurofans non si occupano per niente delle sofferenze della popolazione. Certi atteggiamenti non sembrano essere cambiati. Le «elite» guardano solo il loro ombelico.
«Avanti tutta», dice Lagarde, con il suo aumento del 5,6% appena approvato. La stabilità, per lei, significa crescita dei conti correnti del comitato esecutivo e continuità del proprio stipendio, mentre le famiglie contano ogni centesimo al supermercato e gli scaffali si svuotano. Un binomio perfetto tra realtà e percezione: l’inflazione «misurata» può scendere, quella «vissuta» resta in aumento.
E i file di Epstein? Non sono solo curiosità, ma un vero sigillo di intelligenza - almeno secondo il criminale che si ammantava di buone intenzioni e ospitava i potenti del mondo. «Really smart lady». Sì, ma mentre il mondo contava euro e debiti, Epstein annotava giudizi personali, che oggi risuonano quasi come una vignetta satirica in versione «noir» sulla politica europea.
Se i file di Epstein aggiungono ironia, le mail di Peter Mandelson aggiungono dramma. Lagarde, insieme a Trichet e Sarkozy, viene citata come regista del disastro greco. Un sipario tragico tra obbligazioni, piani fiscali e mercati pronti a scatenare il panico. Non solo numeri: responsabilità politica, scelte strategiche, effetti sul continente. Il tutto mentre il presidente della Bce aumenta il suo stipendio e sorride davanti alle telecamere, incurante di chi paga le conseguenze.
I cittadini europei vivono la spesa quotidiana come un campo minato: latte, pane, pasta, carne, tutto più caro di ieri. La presidente della Bce spiega che l’inflazione è diminuita, ma la percezione resta alta. È il paradosso della politica monetaria: misurata e vissuta non coincidono mai. E mentre le famiglie sospirano, Lagarde firma il proprio aumento e guarda avanti, con l’aria di chi sa di essere davvero intelligente
Così Christine Lagarde avanza sul palcoscenico europeo: stipendio in crescita, famiglie in difficoltà, Grecia al centro del dramma, file di Epstein e mail di Mandelson a testimoniare un ruolo da protagonista, silenziosa e potente. E il mondo osserva, tra ironia, incredulità e un po’ di sbalordimento: perché nella finanza internazionale, come in una commedia tragica, ci sono eroi, cattivi, spettatori e, naturalmente, «really smart ladies».
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