True
2024-11-08
Nei dem è l’ora della rappresaglia. Iniziato il processo interno a Obama
Michelle e Barack Obama (Ansa)
La sonora sconfitta di Kamala Harris ha gettato il Partito democratico americano nel caos. Secondo l’Associated Press, vari alti esponenti dell’Asinello, oltre ad alcuni membri della campagna della stessa Harris, hanno incolpato Joe Biden della débâcle verificatasi alle elezioni. In sostanza, la loro tesi è che il presidente si sarebbe ritirato troppo tardi dalla sfida contro Donald Trump, lasciando così al partito poco tempo per organizzarsi adeguatamente.
Ma non c’è soltanto lo scaricabarile su Biden. Qualcuno ha fatto un po’ più onestamente autocritica. Uno storico esponente della sinistra americana come Bernie Sanders ha accusato l’Asinello di aver «abbandonato» la classe operaia. «Dobbiamo smetterla di assecondare la base e dobbiamo iniziare ad ascoltare la gente, stufa dell’estremismo», ha rincarato la dose il deputato dem centrista, Tom Suozzi. D’altronde, già qualche giorno prima del voto, The Hill aveva riferito di scontri interni dovuti alle difficoltà in cui era incorsa la campagna.
Attenzione: quanto sta succedendo nel Partito democratico non è dovuto soltanto alla sconfitta della vicepresidente. Sarebbe forse più corretto dire che quella sconfitta ha fatto detonare tensioni e contraddizioni che covano da anni. E qui veniamo al punto. Le debolezze dei dem vengono da lontano. E, in particolare, da un establishment arroccato che, nonostante sia anacronistico e del tutto inadeguato, ha continuato a tenere per anni l’intero partito sotto il suo tallone: stiamo parlando dei Clinton, di Nancy Pelosi e degli Obama. Un gruppo di potere che, anziché lasciare una dialettica interna libera e fisiologica, l’ha sempre soffocata, imponendo di fatto delle scelte dall’alto.
Nel 2020, per intenderci, Biden era partito malissimo alle primarie. Poi, come rivelato da Nbc News, Obama lavorò dietro le quinte per convincere i suoi rivali a ritirarsi e a sostenerlo: l’obiettivo era quello di fermare Sanders e di avere eventualmente un presidente di «transizione» che, oltre a garantire la lottizzazione delle poltrone in una nuova amministrazione dem tra le varie correnti del partito, si ritirasse al «momento giusto» per essere sostituito da qualcuno di più competitivo. Le cose poi sono andate diversamente, visto che, spinto dai familiari, Biden ha resistito, fino al brutale siluramento di luglio.
A quel punto, Obama avrebbe probabilmente voluto puntare sul governatore della California, Gavin Newsom, che era stato, guarda caso, più volte elogiato, negli ultimi due anni, dall’ex senior advisor dello stesso Obama, David Axelrod. Tuttavia Newsom non ne ha voluto sapere di giocarsi la carriera, candidandosi a soli tre mesi dal voto. Anche gli altri «astri nascenti», il governatore della Pennsylvania, Josh Shapiro, e quella del Michigan, Gretchen Whitmer, si sono tirati indietro per lo stesso motivo. Ecco perché alla fine l’establishment ha optato per la Harris: trattata alla stregua di un agnello sacrificale, non senza sgambetti dall’interno.
Ma alla fine la colpa principale dell’attuale crisi dell’Asinello è proprio di Obama. Lui che, nel 2008, vinse contro le alte sfere dem che volevano silurarlo, si è alla fine lasciato assorbire da quell’establishment a cui aveva originariamente dichiarato guerra, appoggiando Hillary Clinton nel 2016, Biden nel 2020 e, per quanto obtorto collo, la Harris nel 2024. Un Obama che, all’inizio vicino alla working class della Rust Belt, si è sempre più spostato verso il progressismo liberal della West Coast, perdendosi per strada il sostegno dei colletti blu di Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. Non a caso, negli ultimi otto anni, l’ala «operaia» dei dem è spesso stata sacrificata e mortificata da quella «californiana» con i risultati deleteri che abbiamo visto alle presidenziali di martedì.
L’Asinello si trova adesso davanti a una traversata nel deserto che potrebbe usare per cercare finalmente di archiviare quello stesso establishment che lo ha portato alla rovina. Il punto è che non sarà facile. La Pelosi è appena stata rieletta alla Camera, mentre la presa di Obama e dei Clinton sul partito continua a essere profonda. Bisognerà vedere come si comporteranno gli «astri nascenti»: Newsom, Shapiro e la Whitmer. Avvieranno un dibattito franco e aperto in grado di favorire un rinnovamento della classe dirigente dem? Oppure si accontenteranno di rivelarsi pedine dell’establishment?
Resta tuttavia certo che Obama è uscito indebolito dalla sconfitta della Harris. Perché, nonostante non la volesse come candidata, alla fine l’ha comunque appoggiata. Sarà quindi più difficile per lui adesso tirare la volata a qualche suo beniamino nel 2028: sia che si tratti della moglie Michelle, sia che si tratti di Newsom. Si apre ora una crepa nel potere ufficioso dell’ex presidente in seno al partito. Riuscirà a mantenersi in sella? Oppure rimarrà travolto dalla resa dei conti interna appena iniziata?
Biden si finge triste ma non ci riesce
Era curiosamente di buon umore Joe Biden ieri, mentre teneva il suo primo discorso alla nazione dalla vittoria di Donald Trump. Acclamato da un piccolo pubblico davanti a sé, il presidente ha mostrato un sorriso smagliante sia prima di iniziare a parlare sia al termine dell’intervento. «Ho detto molte volte che non puoi amare il tuo Paese solo quando vinci, non puoi amare il tuo vicino solo quando sei d’accordo», ha detto. «Spero anche che possiamo mettere a tacere la questione sull’integrità del sistema elettorale americano. È onesto, è giusto, è trasparente e ci si può fidare, che si vinca o si perda», ha aggiunto in un’implicita stoccata a Trump per le sue accuse di brogli nel 2020. «Farò il mio dovere di presidente. Manterrò fede al mio giuramento e onorerò la costituzione. Il 20 gennaio, avremo un pacifico trasferimento di potere qui in America», ha continuato.
«Insieme, abbiamo cambiato l’America in meglio. Ora, abbiamo 74 giorni per finire il mandato, il nostro mandato. Facciamo in modo che ogni giorno conti», ha anche detto. «Gli insuccessi sono inevitabili, ma arrendersi è imperdonabile. Tutti veniamo buttati giù, ma la misura del nostro carattere, come direbbe mio padre, è la rapidità con cui ci rialziamo. Ricordate: una sconfitta non significa che siamo sconfitti». Biden ha quindi rivendicato quelli che considera i successi della sua presidenza. «So che è un momento difficile. State soffrendo. Vi sento e vi vedo, ma non dimenticate, non dimenticate tutto quello che abbiamo realizzato. È stata una presidenza storica», ha affermato.
Come detto, dal punto di vista dell’umore, Biden non sembrava particolarmente affranto. Si respirava un clima piuttosto diverso da quello del discorso con cui Kamala Harris, mercoledì, ha riconosciuto la sconfitta. In quell’occasione, molti tra il pubblico piangevano. E in lacrime sono apparsi anche il vice della candidata dem, Tim Walz, oltre a suo marito, Doug Emhoff. La stessa Harris, pur cercando di stemperare il clima di tristezza, è apparsa con il volto tirato durante alcune parti del suo intervento. Sempre mercoledì, la deputata dem, Alexandria Ocasio-Cortez, ha postato un video sui social in cui, serissima, ha accusato de facto Trump di autoritarismo. Ma non è tutto. L’allegria di Biden stride anche con il fatto che, secondo l’Associated Press, molti esponenti dem lo stanno accusando, più o meno dietro le quinte, di essere il responsabile della débâcle elettorale di martedì.
Del resto, non è un mistero che Biden avesse il dente avvelenato per come è stato silurato a luglio dall’establishment del suo stesso partito. Non a caso, c’è il fondato sospetto che alcune delle sue gaffe più recenti le abbia fatte apposta per boicottare la Harris. A settembre, si fece fotografare, tutto sorridente, con il cappellino di Trump, mentre, a pochi giorni dalle elezioni, se n’è uscito definendo «spazzatura» i sostenitori del tycoon. Insomma, a pensar male, si potrebbe quasi credere che Biden, tutto sommato, ieri fosse piuttosto contento. Ovviamente è solo un’ipotesi. Ma ricordiamoci sempre che, quando tenne il suo primo discorso dopo aver annunciato il ritiro della candidatura, volle precisare che avrebbe comunque meritato di svolgere un secondo mandato presidenziale. In agosto, parlando con la Cbs, ammise inoltre di aver subito pressioni dai dem per fare un passo indietro dalla corsa elettorale. D’altronde, diciamocelo: Biden probabilmente avrebbe perso. Ma, forse, in modo meno disastroso della Harris, essendo lui storicamente più competitivo nella Rust Belt.
Nel frattempo, secondo Politico, i consiglieri di Trump per la transizione presidenziale starebbero già valutando dei nomi per le nomine nella sua nuova amministrazione. Si parla del senatore Marco Rubio e di Robert Kennedy jr. Ron DeSantis starebbe inoltre chiedendo che venga preso in considerazione l’attuale responsabile della Sanità della Florida, Joseph Ladapo. Per il momento sembra esserci un clima di collaborazione con l’amministrazione Biden, anche se non si può escludere che il presidente uscente possa fare qualche scherzetto per mettere in difficoltà il successore. Nelle fasi di transizione presidenziale i «dispetti» talvolta capitano.
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Volano stracci nel partito dopo la débâcle. Bernie Sanders accusa i leader: «Gli operai sono stati abbandonati». Gli emergenti adesso potrebbero rottamare il club che ha governato dall’alto, stoppando anche le primarie.Joe Biden fa lo sportivo: «Non puoi amare il tuo Paese solo quando vinci». E rivendica i suoi «risultati storici». Promettendo un passaggio pacifico di consegne.Lo speciale contiene due articoli.La sonora sconfitta di Kamala Harris ha gettato il Partito democratico americano nel caos. Secondo l’Associated Press, vari alti esponenti dell’Asinello, oltre ad alcuni membri della campagna della stessa Harris, hanno incolpato Joe Biden della débâcle verificatasi alle elezioni. In sostanza, la loro tesi è che il presidente si sarebbe ritirato troppo tardi dalla sfida contro Donald Trump, lasciando così al partito poco tempo per organizzarsi adeguatamente. Ma non c’è soltanto lo scaricabarile su Biden. Qualcuno ha fatto un po’ più onestamente autocritica. Uno storico esponente della sinistra americana come Bernie Sanders ha accusato l’Asinello di aver «abbandonato» la classe operaia. «Dobbiamo smetterla di assecondare la base e dobbiamo iniziare ad ascoltare la gente, stufa dell’estremismo», ha rincarato la dose il deputato dem centrista, Tom Suozzi. D’altronde, già qualche giorno prima del voto, The Hill aveva riferito di scontri interni dovuti alle difficoltà in cui era incorsa la campagna. Attenzione: quanto sta succedendo nel Partito democratico non è dovuto soltanto alla sconfitta della vicepresidente. Sarebbe forse più corretto dire che quella sconfitta ha fatto detonare tensioni e contraddizioni che covano da anni. E qui veniamo al punto. Le debolezze dei dem vengono da lontano. E, in particolare, da un establishment arroccato che, nonostante sia anacronistico e del tutto inadeguato, ha continuato a tenere per anni l’intero partito sotto il suo tallone: stiamo parlando dei Clinton, di Nancy Pelosi e degli Obama. Un gruppo di potere che, anziché lasciare una dialettica interna libera e fisiologica, l’ha sempre soffocata, imponendo di fatto delle scelte dall’alto. Nel 2020, per intenderci, Biden era partito malissimo alle primarie. Poi, come rivelato da Nbc News, Obama lavorò dietro le quinte per convincere i suoi rivali a ritirarsi e a sostenerlo: l’obiettivo era quello di fermare Sanders e di avere eventualmente un presidente di «transizione» che, oltre a garantire la lottizzazione delle poltrone in una nuova amministrazione dem tra le varie correnti del partito, si ritirasse al «momento giusto» per essere sostituito da qualcuno di più competitivo. Le cose poi sono andate diversamente, visto che, spinto dai familiari, Biden ha resistito, fino al brutale siluramento di luglio. A quel punto, Obama avrebbe probabilmente voluto puntare sul governatore della California, Gavin Newsom, che era stato, guarda caso, più volte elogiato, negli ultimi due anni, dall’ex senior advisor dello stesso Obama, David Axelrod. Tuttavia Newsom non ne ha voluto sapere di giocarsi la carriera, candidandosi a soli tre mesi dal voto. Anche gli altri «astri nascenti», il governatore della Pennsylvania, Josh Shapiro, e quella del Michigan, Gretchen Whitmer, si sono tirati indietro per lo stesso motivo. Ecco perché alla fine l’establishment ha optato per la Harris: trattata alla stregua di un agnello sacrificale, non senza sgambetti dall’interno. Ma alla fine la colpa principale dell’attuale crisi dell’Asinello è proprio di Obama. Lui che, nel 2008, vinse contro le alte sfere dem che volevano silurarlo, si è alla fine lasciato assorbire da quell’establishment a cui aveva originariamente dichiarato guerra, appoggiando Hillary Clinton nel 2016, Biden nel 2020 e, per quanto obtorto collo, la Harris nel 2024. Un Obama che, all’inizio vicino alla working class della Rust Belt, si è sempre più spostato verso il progressismo liberal della West Coast, perdendosi per strada il sostegno dei colletti blu di Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. Non a caso, negli ultimi otto anni, l’ala «operaia» dei dem è spesso stata sacrificata e mortificata da quella «californiana» con i risultati deleteri che abbiamo visto alle presidenziali di martedì. L’Asinello si trova adesso davanti a una traversata nel deserto che potrebbe usare per cercare finalmente di archiviare quello stesso establishment che lo ha portato alla rovina. Il punto è che non sarà facile. La Pelosi è appena stata rieletta alla Camera, mentre la presa di Obama e dei Clinton sul partito continua a essere profonda. Bisognerà vedere come si comporteranno gli «astri nascenti»: Newsom, Shapiro e la Whitmer. Avvieranno un dibattito franco e aperto in grado di favorire un rinnovamento della classe dirigente dem? Oppure si accontenteranno di rivelarsi pedine dell’establishment? Resta tuttavia certo che Obama è uscito indebolito dalla sconfitta della Harris. Perché, nonostante non la volesse come candidata, alla fine l’ha comunque appoggiata. Sarà quindi più difficile per lui adesso tirare la volata a qualche suo beniamino nel 2028: sia che si tratti della moglie Michelle, sia che si tratti di Newsom. Si apre ora una crepa nel potere ufficioso dell’ex presidente in seno al partito. Riuscirà a mantenersi in sella? Oppure rimarrà travolto dalla resa dei conti interna appena iniziata?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dem-iniziato-processo-interno-obama-2669634743.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="biden-si-finge-triste-ma-non-ci-riesce" data-post-id="2669634743" data-published-at="1731049996" data-use-pagination="False"> Biden si finge triste ma non ci riesce Era curiosamente di buon umore Joe Biden ieri, mentre teneva il suo primo discorso alla nazione dalla vittoria di Donald Trump. Acclamato da un piccolo pubblico davanti a sé, il presidente ha mostrato un sorriso smagliante sia prima di iniziare a parlare sia al termine dell’intervento. «Ho detto molte volte che non puoi amare il tuo Paese solo quando vinci, non puoi amare il tuo vicino solo quando sei d’accordo», ha detto. «Spero anche che possiamo mettere a tacere la questione sull’integrità del sistema elettorale americano. È onesto, è giusto, è trasparente e ci si può fidare, che si vinca o si perda», ha aggiunto in un’implicita stoccata a Trump per le sue accuse di brogli nel 2020. «Farò il mio dovere di presidente. Manterrò fede al mio giuramento e onorerò la costituzione. Il 20 gennaio, avremo un pacifico trasferimento di potere qui in America», ha continuato. «Insieme, abbiamo cambiato l’America in meglio. Ora, abbiamo 74 giorni per finire il mandato, il nostro mandato. Facciamo in modo che ogni giorno conti», ha anche detto. «Gli insuccessi sono inevitabili, ma arrendersi è imperdonabile. Tutti veniamo buttati giù, ma la misura del nostro carattere, come direbbe mio padre, è la rapidità con cui ci rialziamo. Ricordate: una sconfitta non significa che siamo sconfitti». Biden ha quindi rivendicato quelli che considera i successi della sua presidenza. «So che è un momento difficile. State soffrendo. Vi sento e vi vedo, ma non dimenticate, non dimenticate tutto quello che abbiamo realizzato. È stata una presidenza storica», ha affermato. Come detto, dal punto di vista dell’umore, Biden non sembrava particolarmente affranto. Si respirava un clima piuttosto diverso da quello del discorso con cui Kamala Harris, mercoledì, ha riconosciuto la sconfitta. In quell’occasione, molti tra il pubblico piangevano. E in lacrime sono apparsi anche il vice della candidata dem, Tim Walz, oltre a suo marito, Doug Emhoff. La stessa Harris, pur cercando di stemperare il clima di tristezza, è apparsa con il volto tirato durante alcune parti del suo intervento. Sempre mercoledì, la deputata dem, Alexandria Ocasio-Cortez, ha postato un video sui social in cui, serissima, ha accusato de facto Trump di autoritarismo. Ma non è tutto. L’allegria di Biden stride anche con il fatto che, secondo l’Associated Press, molti esponenti dem lo stanno accusando, più o meno dietro le quinte, di essere il responsabile della débâcle elettorale di martedì. Del resto, non è un mistero che Biden avesse il dente avvelenato per come è stato silurato a luglio dall’establishment del suo stesso partito. Non a caso, c’è il fondato sospetto che alcune delle sue gaffe più recenti le abbia fatte apposta per boicottare la Harris. A settembre, si fece fotografare, tutto sorridente, con il cappellino di Trump, mentre, a pochi giorni dalle elezioni, se n’è uscito definendo «spazzatura» i sostenitori del tycoon. Insomma, a pensar male, si potrebbe quasi credere che Biden, tutto sommato, ieri fosse piuttosto contento. Ovviamente è solo un’ipotesi. Ma ricordiamoci sempre che, quando tenne il suo primo discorso dopo aver annunciato il ritiro della candidatura, volle precisare che avrebbe comunque meritato di svolgere un secondo mandato presidenziale. In agosto, parlando con la Cbs, ammise inoltre di aver subito pressioni dai dem per fare un passo indietro dalla corsa elettorale. D’altronde, diciamocelo: Biden probabilmente avrebbe perso. Ma, forse, in modo meno disastroso della Harris, essendo lui storicamente più competitivo nella Rust Belt. Nel frattempo, secondo Politico, i consiglieri di Trump per la transizione presidenziale starebbero già valutando dei nomi per le nomine nella sua nuova amministrazione. Si parla del senatore Marco Rubio e di Robert Kennedy jr. Ron DeSantis starebbe inoltre chiedendo che venga preso in considerazione l’attuale responsabile della Sanità della Florida, Joseph Ladapo. Per il momento sembra esserci un clima di collaborazione con l’amministrazione Biden, anche se non si può escludere che il presidente uscente possa fare qualche scherzetto per mettere in difficoltà il successore. Nelle fasi di transizione presidenziale i «dispetti» talvolta capitano.
Keir Starmer (Ansa)
Un rapporto del Parlamento britannico avverte che il Regno Unito entra in un'epoca di «radicale incertezza». Nel mirino Russia, Cina, guerre ibride e terrorismo. Cresce anche il timore di un futuro ridimensionamento del sostegno americano alla Nato.
Il Regno Unito si sta preparando a un cambiamento profondo del contesto internazionale. È questa la conclusione principale contenuta nel rapporto della Commissione mista per la Strategia di Sicurezza Nazionale del Parlamento britannico, che analizza la National Security Strategy 2025 e avverte che il Paese si trova di fronte a un'epoca caratterizzata da «radicale incertezza». Secondo il documento, i tradizionali presupposti che hanno garantito la sicurezza britannica negli ultimi decenni sono ormai in discussione. La crescente competizione tra grandi potenze, l'aumento delle guerre ibride, l'impiego di tecnologie emergenti come l'intelligenza artificiale e il progressivo deterioramento delle relazioni internazionali stanno creando un ambiente strategico molto più pericoloso rispetto al passato. La commissione parlamentare riconosce che il governo ha individuato correttamente le minacce principali, ma sottolinea l'esistenza di un divario significativo tra le ambizioni dichiarate e i meccanismi concreti necessari per realizzarle. In particolare, i parlamentari lamentano l'assenza di un piano dettagliato per sviluppare le cosiddette «capacità sovrane» e denunciano una scarsa chiarezza sulle responsabilità dei diversi ministeri chiamati ad attuare la strategia.
La National Security Strategy si fonda su tre pilastri
Il primo riguarda la sicurezza interna, il secondo il rafforzamento della posizione internazionale del Regno Unito e il terzo lo sviluppo di capacità industriali, tecnologiche e militari autonome. L'obiettivo dichiarato è ridurre le vulnerabilità britanniche in un contesto globale sempre più instabile e competitivo. Tra le minacce individuate emerge con forza la Russia. Mosca viene descritta come la principale fonte di rischio per la sicurezza britannica, non solo per la guerra in Ucraina ma anche per le attività di sabotaggio, interferenza e aggressione ibrida che stanno colpendo numerosi Paesi europei. Il rapporto invita il governo a mantenere alta la pressione sulla Federazione Russa e a continuare a imporre costi economici e politici crescenti finché proseguiranno le operazioni militari contro Kiev e le attività ostili nei confronti dell'Occidente. Grande attenzione viene dedicata anche alla Cina. Pur riconoscendo l'importanza dei rapporti economici con Pechino, la commissione afferma che il governo dovrebbe essere molto più trasparente nel valutare i rischi per la sicurezza nazionale derivanti dalle relazioni con il gigante asiatico. I parlamentari arrivano a chiedere che ogni nuovo accordo economico con la Cina sia accompagnato da una valutazione pubblica dell'impatto sulla sicurezza nazionale britannica. Un altro elemento di preoccupazione riguarda la crescente dipendenza da fornitori esteri per materie prime strategiche, tecnologie avanzate e componenti essenziali per la difesa. Secondo il rapporto, Londra dovrà ridurre progressivamente la propria esposizione sia nei confronti della Cina per quanto riguarda i minerali critici sia nei confronti degli Stati Uniti per alcuni aspetti della sicurezza e della condivisione delle informazioni di intelligence.
Il terrorismo resta una minaccia
Accanto alle minacce rappresentate dagli Stati ostili, il documento dedica attenzione anche al terrorismo, che continua a essere considerato un rischio concreto per la sicurezza nazionale britannica. Tuttavia, rispetto al passato, il fenomeno viene interpretato in modo diverso. Non sono più soltanto le organizzazioni strutturate come Al-Qaeda o lo Stato Islamico a preoccupare Londra, ma soprattutto gli individui radicalizzati online, spesso privi di collegamenti diretti con gruppi terroristici ma capaci di passare rapidamente all'azione. La strategia mette in guardia contro soggetti «ossessionati dalla violenza», influenzati da contenuti estremisti diffusi attraverso social network, piattaforme criptate e forum digitali. Secondo la commissione, il terrorismo moderno non può più essere analizzato separatamente dalle altre minacce. Criminalità organizzata, cybercrime, propaganda online e interferenze ostili da parte di Stati stranieri tendono sempre più a sovrapporsi. L'intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti potrebbero inoltre amplificare le capacità di reclutamento, radicalizzazione e diffusione della propaganda estremista, rendendo più complesso il lavoro delle agenzie di sicurezza.
Per questo motivo il rapporto sostiene che la risposta al terrorismo non debba limitarsi all'azione delle forze dell'ordine e dei servizi di intelligence. La prevenzione deve coinvolgere l'intera società, dalle scuole alle università, dagli enti locali alle aziende che gestiscono infrastrutture strategiche. Il concetto di resilienza nazionale diventa così centrale nella nuova visione britannica della sicurezza. Un altro timore riguarda la possibilità che gruppi terroristici o estremisti prendano di mira le infrastrutture nazionali critiche. Sistemi energetici, reti digitali, trasporti, ospedali e cavi sottomarini vengono considerati obiettivi vulnerabili che potrebbero essere colpiti sia con attacchi fisici sia attraverso operazioni informatiche. La crescente digitalizzazione della società rende infatti possibile una combinazione di attacchi tradizionali e cyberattacchi con effetti potenzialmente devastanti.
I timori per l’indebolimento della Nato
La commissione invita inoltre il governo a prepararsi a uno scenario fino a pochi anni fa considerato impensabile: una crisi internazionale nella quale l'Europa non possa più contare pienamente sul sostegno militare statunitense. Per questo motivo viene chiesto di rafforzare la leadership europea all'interno della NATO e di sviluppare nuove forme di cooperazione strategica con gli alleati del continente. Sul fronte interno, una delle priorità è rappresentata dalla protezione delle infrastrutture nazionali critiche. Oleodotti, reti energetiche, sistemi di comunicazione, trasporti, infrastrutture digitali e cavi sottomarini sono considerati bersagli privilegiati delle moderne operazioni ibride. I parlamentari chiedono quindi maggiori investimenti nella resilienza e nella sicurezza informatica, oltre a una migliore preparazione della popolazione civile in caso di crisi. Particolarmente interessante è il riferimento alla necessità di sviluppare un approccio che coinvolga «l'intera società». Secondo la commissione, la sicurezza nazionale non può più essere considerata esclusivamente una questione militare o governativa. Aziende private, amministrazioni locali, infrastrutture strategiche e cittadini dovranno essere maggiormente coinvolti nella preparazione alle emergenze e nella costruzione della resilienza nazionale.Il rapporto dedica inoltre ampio spazio al tema del soft power. I parlamentari esprimono preoccupazione per la riduzione degli stanziamenti destinati agli aiuti internazionali e avvertono che il ridimensionamento degli strumenti di influenza britannica potrebbe creare un vuoto destinato a essere colmato da Russia e Cina, soprattutto in Africa e nel cosiddetto Sud globale. Organizzazioni come il BBC World Service e il British Council vengono considerate asset strategici per la sicurezza nazionale al pari di molte capacità militari tradizionali. Tra le novità più rilevanti figura l'impegno assunto dal governo britannico nell'ambito degli accordi NATO a destinare entro il 2035 il 5% del PIL complessivo alla difesa e alla sicurezza. Di questa cifra, l'1,5% dovrebbe essere destinato specificamente alla sicurezza e alla resilienza nazionale. Tuttavia, la commissione osserva che non è ancora chiaro quali progetti e quali capacità verranno concretamente finanziati attraverso questo nuovo obiettivo di spesa. Nel complesso, il documento parlamentare fotografa un Regno Unito che percepisce il proprio ambiente strategico come sempre più ostile e imprevedibile. Russia, Cina, terrorismo, guerre ibride, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche e riduzione delle dipendenze strategiche rappresentano le priorità di una strategia che punta a preparare il Paese a un mondo nel quale la sicurezza non può più essere data per scontata. La sfida, secondo la commissione, sarà trasformare queste ambizioni in politiche concrete, dotate di risorse adeguate, responsabilità chiare e una visione di lungo periodo capace di affrontare le minacce del prossimo decennio.
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