True
2024-11-08
Nei dem è l’ora della rappresaglia. Iniziato il processo interno a Obama
Michelle e Barack Obama (Ansa)
La sonora sconfitta di Kamala Harris ha gettato il Partito democratico americano nel caos. Secondo l’Associated Press, vari alti esponenti dell’Asinello, oltre ad alcuni membri della campagna della stessa Harris, hanno incolpato Joe Biden della débâcle verificatasi alle elezioni. In sostanza, la loro tesi è che il presidente si sarebbe ritirato troppo tardi dalla sfida contro Donald Trump, lasciando così al partito poco tempo per organizzarsi adeguatamente.
Ma non c’è soltanto lo scaricabarile su Biden. Qualcuno ha fatto un po’ più onestamente autocritica. Uno storico esponente della sinistra americana come Bernie Sanders ha accusato l’Asinello di aver «abbandonato» la classe operaia. «Dobbiamo smetterla di assecondare la base e dobbiamo iniziare ad ascoltare la gente, stufa dell’estremismo», ha rincarato la dose il deputato dem centrista, Tom Suozzi. D’altronde, già qualche giorno prima del voto, The Hill aveva riferito di scontri interni dovuti alle difficoltà in cui era incorsa la campagna.
Attenzione: quanto sta succedendo nel Partito democratico non è dovuto soltanto alla sconfitta della vicepresidente. Sarebbe forse più corretto dire che quella sconfitta ha fatto detonare tensioni e contraddizioni che covano da anni. E qui veniamo al punto. Le debolezze dei dem vengono da lontano. E, in particolare, da un establishment arroccato che, nonostante sia anacronistico e del tutto inadeguato, ha continuato a tenere per anni l’intero partito sotto il suo tallone: stiamo parlando dei Clinton, di Nancy Pelosi e degli Obama. Un gruppo di potere che, anziché lasciare una dialettica interna libera e fisiologica, l’ha sempre soffocata, imponendo di fatto delle scelte dall’alto.
Nel 2020, per intenderci, Biden era partito malissimo alle primarie. Poi, come rivelato da Nbc News, Obama lavorò dietro le quinte per convincere i suoi rivali a ritirarsi e a sostenerlo: l’obiettivo era quello di fermare Sanders e di avere eventualmente un presidente di «transizione» che, oltre a garantire la lottizzazione delle poltrone in una nuova amministrazione dem tra le varie correnti del partito, si ritirasse al «momento giusto» per essere sostituito da qualcuno di più competitivo. Le cose poi sono andate diversamente, visto che, spinto dai familiari, Biden ha resistito, fino al brutale siluramento di luglio.
A quel punto, Obama avrebbe probabilmente voluto puntare sul governatore della California, Gavin Newsom, che era stato, guarda caso, più volte elogiato, negli ultimi due anni, dall’ex senior advisor dello stesso Obama, David Axelrod. Tuttavia Newsom non ne ha voluto sapere di giocarsi la carriera, candidandosi a soli tre mesi dal voto. Anche gli altri «astri nascenti», il governatore della Pennsylvania, Josh Shapiro, e quella del Michigan, Gretchen Whitmer, si sono tirati indietro per lo stesso motivo. Ecco perché alla fine l’establishment ha optato per la Harris: trattata alla stregua di un agnello sacrificale, non senza sgambetti dall’interno.
Ma alla fine la colpa principale dell’attuale crisi dell’Asinello è proprio di Obama. Lui che, nel 2008, vinse contro le alte sfere dem che volevano silurarlo, si è alla fine lasciato assorbire da quell’establishment a cui aveva originariamente dichiarato guerra, appoggiando Hillary Clinton nel 2016, Biden nel 2020 e, per quanto obtorto collo, la Harris nel 2024. Un Obama che, all’inizio vicino alla working class della Rust Belt, si è sempre più spostato verso il progressismo liberal della West Coast, perdendosi per strada il sostegno dei colletti blu di Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. Non a caso, negli ultimi otto anni, l’ala «operaia» dei dem è spesso stata sacrificata e mortificata da quella «californiana» con i risultati deleteri che abbiamo visto alle presidenziali di martedì.
L’Asinello si trova adesso davanti a una traversata nel deserto che potrebbe usare per cercare finalmente di archiviare quello stesso establishment che lo ha portato alla rovina. Il punto è che non sarà facile. La Pelosi è appena stata rieletta alla Camera, mentre la presa di Obama e dei Clinton sul partito continua a essere profonda. Bisognerà vedere come si comporteranno gli «astri nascenti»: Newsom, Shapiro e la Whitmer. Avvieranno un dibattito franco e aperto in grado di favorire un rinnovamento della classe dirigente dem? Oppure si accontenteranno di rivelarsi pedine dell’establishment?
Resta tuttavia certo che Obama è uscito indebolito dalla sconfitta della Harris. Perché, nonostante non la volesse come candidata, alla fine l’ha comunque appoggiata. Sarà quindi più difficile per lui adesso tirare la volata a qualche suo beniamino nel 2028: sia che si tratti della moglie Michelle, sia che si tratti di Newsom. Si apre ora una crepa nel potere ufficioso dell’ex presidente in seno al partito. Riuscirà a mantenersi in sella? Oppure rimarrà travolto dalla resa dei conti interna appena iniziata?
Biden si finge triste ma non ci riesce
Era curiosamente di buon umore Joe Biden ieri, mentre teneva il suo primo discorso alla nazione dalla vittoria di Donald Trump. Acclamato da un piccolo pubblico davanti a sé, il presidente ha mostrato un sorriso smagliante sia prima di iniziare a parlare sia al termine dell’intervento. «Ho detto molte volte che non puoi amare il tuo Paese solo quando vinci, non puoi amare il tuo vicino solo quando sei d’accordo», ha detto. «Spero anche che possiamo mettere a tacere la questione sull’integrità del sistema elettorale americano. È onesto, è giusto, è trasparente e ci si può fidare, che si vinca o si perda», ha aggiunto in un’implicita stoccata a Trump per le sue accuse di brogli nel 2020. «Farò il mio dovere di presidente. Manterrò fede al mio giuramento e onorerò la costituzione. Il 20 gennaio, avremo un pacifico trasferimento di potere qui in America», ha continuato.
«Insieme, abbiamo cambiato l’America in meglio. Ora, abbiamo 74 giorni per finire il mandato, il nostro mandato. Facciamo in modo che ogni giorno conti», ha anche detto. «Gli insuccessi sono inevitabili, ma arrendersi è imperdonabile. Tutti veniamo buttati giù, ma la misura del nostro carattere, come direbbe mio padre, è la rapidità con cui ci rialziamo. Ricordate: una sconfitta non significa che siamo sconfitti». Biden ha quindi rivendicato quelli che considera i successi della sua presidenza. «So che è un momento difficile. State soffrendo. Vi sento e vi vedo, ma non dimenticate, non dimenticate tutto quello che abbiamo realizzato. È stata una presidenza storica», ha affermato.
Come detto, dal punto di vista dell’umore, Biden non sembrava particolarmente affranto. Si respirava un clima piuttosto diverso da quello del discorso con cui Kamala Harris, mercoledì, ha riconosciuto la sconfitta. In quell’occasione, molti tra il pubblico piangevano. E in lacrime sono apparsi anche il vice della candidata dem, Tim Walz, oltre a suo marito, Doug Emhoff. La stessa Harris, pur cercando di stemperare il clima di tristezza, è apparsa con il volto tirato durante alcune parti del suo intervento. Sempre mercoledì, la deputata dem, Alexandria Ocasio-Cortez, ha postato un video sui social in cui, serissima, ha accusato de facto Trump di autoritarismo. Ma non è tutto. L’allegria di Biden stride anche con il fatto che, secondo l’Associated Press, molti esponenti dem lo stanno accusando, più o meno dietro le quinte, di essere il responsabile della débâcle elettorale di martedì.
Del resto, non è un mistero che Biden avesse il dente avvelenato per come è stato silurato a luglio dall’establishment del suo stesso partito. Non a caso, c’è il fondato sospetto che alcune delle sue gaffe più recenti le abbia fatte apposta per boicottare la Harris. A settembre, si fece fotografare, tutto sorridente, con il cappellino di Trump, mentre, a pochi giorni dalle elezioni, se n’è uscito definendo «spazzatura» i sostenitori del tycoon. Insomma, a pensar male, si potrebbe quasi credere che Biden, tutto sommato, ieri fosse piuttosto contento. Ovviamente è solo un’ipotesi. Ma ricordiamoci sempre che, quando tenne il suo primo discorso dopo aver annunciato il ritiro della candidatura, volle precisare che avrebbe comunque meritato di svolgere un secondo mandato presidenziale. In agosto, parlando con la Cbs, ammise inoltre di aver subito pressioni dai dem per fare un passo indietro dalla corsa elettorale. D’altronde, diciamocelo: Biden probabilmente avrebbe perso. Ma, forse, in modo meno disastroso della Harris, essendo lui storicamente più competitivo nella Rust Belt.
Nel frattempo, secondo Politico, i consiglieri di Trump per la transizione presidenziale starebbero già valutando dei nomi per le nomine nella sua nuova amministrazione. Si parla del senatore Marco Rubio e di Robert Kennedy jr. Ron DeSantis starebbe inoltre chiedendo che venga preso in considerazione l’attuale responsabile della Sanità della Florida, Joseph Ladapo. Per il momento sembra esserci un clima di collaborazione con l’amministrazione Biden, anche se non si può escludere che il presidente uscente possa fare qualche scherzetto per mettere in difficoltà il successore. Nelle fasi di transizione presidenziale i «dispetti» talvolta capitano.
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Volano stracci nel partito dopo la débâcle. Bernie Sanders accusa i leader: «Gli operai sono stati abbandonati». Gli emergenti adesso potrebbero rottamare il club che ha governato dall’alto, stoppando anche le primarie.Joe Biden fa lo sportivo: «Non puoi amare il tuo Paese solo quando vinci». E rivendica i suoi «risultati storici». Promettendo un passaggio pacifico di consegne.Lo speciale contiene due articoli.La sonora sconfitta di Kamala Harris ha gettato il Partito democratico americano nel caos. Secondo l’Associated Press, vari alti esponenti dell’Asinello, oltre ad alcuni membri della campagna della stessa Harris, hanno incolpato Joe Biden della débâcle verificatasi alle elezioni. In sostanza, la loro tesi è che il presidente si sarebbe ritirato troppo tardi dalla sfida contro Donald Trump, lasciando così al partito poco tempo per organizzarsi adeguatamente. Ma non c’è soltanto lo scaricabarile su Biden. Qualcuno ha fatto un po’ più onestamente autocritica. Uno storico esponente della sinistra americana come Bernie Sanders ha accusato l’Asinello di aver «abbandonato» la classe operaia. «Dobbiamo smetterla di assecondare la base e dobbiamo iniziare ad ascoltare la gente, stufa dell’estremismo», ha rincarato la dose il deputato dem centrista, Tom Suozzi. D’altronde, già qualche giorno prima del voto, The Hill aveva riferito di scontri interni dovuti alle difficoltà in cui era incorsa la campagna. Attenzione: quanto sta succedendo nel Partito democratico non è dovuto soltanto alla sconfitta della vicepresidente. Sarebbe forse più corretto dire che quella sconfitta ha fatto detonare tensioni e contraddizioni che covano da anni. E qui veniamo al punto. Le debolezze dei dem vengono da lontano. E, in particolare, da un establishment arroccato che, nonostante sia anacronistico e del tutto inadeguato, ha continuato a tenere per anni l’intero partito sotto il suo tallone: stiamo parlando dei Clinton, di Nancy Pelosi e degli Obama. Un gruppo di potere che, anziché lasciare una dialettica interna libera e fisiologica, l’ha sempre soffocata, imponendo di fatto delle scelte dall’alto. Nel 2020, per intenderci, Biden era partito malissimo alle primarie. Poi, come rivelato da Nbc News, Obama lavorò dietro le quinte per convincere i suoi rivali a ritirarsi e a sostenerlo: l’obiettivo era quello di fermare Sanders e di avere eventualmente un presidente di «transizione» che, oltre a garantire la lottizzazione delle poltrone in una nuova amministrazione dem tra le varie correnti del partito, si ritirasse al «momento giusto» per essere sostituito da qualcuno di più competitivo. Le cose poi sono andate diversamente, visto che, spinto dai familiari, Biden ha resistito, fino al brutale siluramento di luglio. A quel punto, Obama avrebbe probabilmente voluto puntare sul governatore della California, Gavin Newsom, che era stato, guarda caso, più volte elogiato, negli ultimi due anni, dall’ex senior advisor dello stesso Obama, David Axelrod. Tuttavia Newsom non ne ha voluto sapere di giocarsi la carriera, candidandosi a soli tre mesi dal voto. Anche gli altri «astri nascenti», il governatore della Pennsylvania, Josh Shapiro, e quella del Michigan, Gretchen Whitmer, si sono tirati indietro per lo stesso motivo. Ecco perché alla fine l’establishment ha optato per la Harris: trattata alla stregua di un agnello sacrificale, non senza sgambetti dall’interno. Ma alla fine la colpa principale dell’attuale crisi dell’Asinello è proprio di Obama. Lui che, nel 2008, vinse contro le alte sfere dem che volevano silurarlo, si è alla fine lasciato assorbire da quell’establishment a cui aveva originariamente dichiarato guerra, appoggiando Hillary Clinton nel 2016, Biden nel 2020 e, per quanto obtorto collo, la Harris nel 2024. Un Obama che, all’inizio vicino alla working class della Rust Belt, si è sempre più spostato verso il progressismo liberal della West Coast, perdendosi per strada il sostegno dei colletti blu di Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. Non a caso, negli ultimi otto anni, l’ala «operaia» dei dem è spesso stata sacrificata e mortificata da quella «californiana» con i risultati deleteri che abbiamo visto alle presidenziali di martedì. L’Asinello si trova adesso davanti a una traversata nel deserto che potrebbe usare per cercare finalmente di archiviare quello stesso establishment che lo ha portato alla rovina. Il punto è che non sarà facile. La Pelosi è appena stata rieletta alla Camera, mentre la presa di Obama e dei Clinton sul partito continua a essere profonda. Bisognerà vedere come si comporteranno gli «astri nascenti»: Newsom, Shapiro e la Whitmer. Avvieranno un dibattito franco e aperto in grado di favorire un rinnovamento della classe dirigente dem? Oppure si accontenteranno di rivelarsi pedine dell’establishment? Resta tuttavia certo che Obama è uscito indebolito dalla sconfitta della Harris. Perché, nonostante non la volesse come candidata, alla fine l’ha comunque appoggiata. Sarà quindi più difficile per lui adesso tirare la volata a qualche suo beniamino nel 2028: sia che si tratti della moglie Michelle, sia che si tratti di Newsom. Si apre ora una crepa nel potere ufficioso dell’ex presidente in seno al partito. Riuscirà a mantenersi in sella? Oppure rimarrà travolto dalla resa dei conti interna appena iniziata?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dem-iniziato-processo-interno-obama-2669634743.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="biden-si-finge-triste-ma-non-ci-riesce" data-post-id="2669634743" data-published-at="1731049996" data-use-pagination="False"> Biden si finge triste ma non ci riesce Era curiosamente di buon umore Joe Biden ieri, mentre teneva il suo primo discorso alla nazione dalla vittoria di Donald Trump. Acclamato da un piccolo pubblico davanti a sé, il presidente ha mostrato un sorriso smagliante sia prima di iniziare a parlare sia al termine dell’intervento. «Ho detto molte volte che non puoi amare il tuo Paese solo quando vinci, non puoi amare il tuo vicino solo quando sei d’accordo», ha detto. «Spero anche che possiamo mettere a tacere la questione sull’integrità del sistema elettorale americano. È onesto, è giusto, è trasparente e ci si può fidare, che si vinca o si perda», ha aggiunto in un’implicita stoccata a Trump per le sue accuse di brogli nel 2020. «Farò il mio dovere di presidente. Manterrò fede al mio giuramento e onorerò la costituzione. Il 20 gennaio, avremo un pacifico trasferimento di potere qui in America», ha continuato. «Insieme, abbiamo cambiato l’America in meglio. Ora, abbiamo 74 giorni per finire il mandato, il nostro mandato. Facciamo in modo che ogni giorno conti», ha anche detto. «Gli insuccessi sono inevitabili, ma arrendersi è imperdonabile. Tutti veniamo buttati giù, ma la misura del nostro carattere, come direbbe mio padre, è la rapidità con cui ci rialziamo. Ricordate: una sconfitta non significa che siamo sconfitti». Biden ha quindi rivendicato quelli che considera i successi della sua presidenza. «So che è un momento difficile. State soffrendo. Vi sento e vi vedo, ma non dimenticate, non dimenticate tutto quello che abbiamo realizzato. È stata una presidenza storica», ha affermato. Come detto, dal punto di vista dell’umore, Biden non sembrava particolarmente affranto. Si respirava un clima piuttosto diverso da quello del discorso con cui Kamala Harris, mercoledì, ha riconosciuto la sconfitta. In quell’occasione, molti tra il pubblico piangevano. E in lacrime sono apparsi anche il vice della candidata dem, Tim Walz, oltre a suo marito, Doug Emhoff. La stessa Harris, pur cercando di stemperare il clima di tristezza, è apparsa con il volto tirato durante alcune parti del suo intervento. Sempre mercoledì, la deputata dem, Alexandria Ocasio-Cortez, ha postato un video sui social in cui, serissima, ha accusato de facto Trump di autoritarismo. Ma non è tutto. L’allegria di Biden stride anche con il fatto che, secondo l’Associated Press, molti esponenti dem lo stanno accusando, più o meno dietro le quinte, di essere il responsabile della débâcle elettorale di martedì. Del resto, non è un mistero che Biden avesse il dente avvelenato per come è stato silurato a luglio dall’establishment del suo stesso partito. Non a caso, c’è il fondato sospetto che alcune delle sue gaffe più recenti le abbia fatte apposta per boicottare la Harris. A settembre, si fece fotografare, tutto sorridente, con il cappellino di Trump, mentre, a pochi giorni dalle elezioni, se n’è uscito definendo «spazzatura» i sostenitori del tycoon. Insomma, a pensar male, si potrebbe quasi credere che Biden, tutto sommato, ieri fosse piuttosto contento. Ovviamente è solo un’ipotesi. Ma ricordiamoci sempre che, quando tenne il suo primo discorso dopo aver annunciato il ritiro della candidatura, volle precisare che avrebbe comunque meritato di svolgere un secondo mandato presidenziale. In agosto, parlando con la Cbs, ammise inoltre di aver subito pressioni dai dem per fare un passo indietro dalla corsa elettorale. D’altronde, diciamocelo: Biden probabilmente avrebbe perso. Ma, forse, in modo meno disastroso della Harris, essendo lui storicamente più competitivo nella Rust Belt. Nel frattempo, secondo Politico, i consiglieri di Trump per la transizione presidenziale starebbero già valutando dei nomi per le nomine nella sua nuova amministrazione. Si parla del senatore Marco Rubio e di Robert Kennedy jr. Ron DeSantis starebbe inoltre chiedendo che venga preso in considerazione l’attuale responsabile della Sanità della Florida, Joseph Ladapo. Per il momento sembra esserci un clima di collaborazione con l’amministrazione Biden, anche se non si può escludere che il presidente uscente possa fare qualche scherzetto per mettere in difficoltà il successore. Nelle fasi di transizione presidenziale i «dispetti» talvolta capitano.
Fabrizio Palermo (Imagoeconomica)
Dopo ISS, anche Glass Lewis si schiera per la lista del cda in vista dell’assemblea del 15 aprile che deciderà la nuova squadra di comando.
E già qui si intravede il paradosso: quando i proxy advisor sono d’accordo, il mercato tira un sospiro di sollievo. Quando non lo sono, ancora di più, perché almeno c’è un po’ di suspense.
Nel caso specifico, però, la suspense è durata poco. Glass Lewis, con l’aplomb di chi ha visto tutto e giudicato tutto, ha deciso che la lista del consiglio uscente è quella «meglio posizionata per offrire una cornice di governance bilanciata e stabile durante un periodo di transizione strategica». In altre parole: non è il momento di mettersi a fare esperimenti creativi con una banca che di esperimenti ne ha già fatti abbastanza.
Glass Lewis, l’attuale numero uno di Acea mostra «esperienza rilevante per l’attuale fase». Che è un modo elegante per dire: ha visto tempeste peggiori e, soprattutto, sa dove mettere le mani quando il quadro si complica. Operazioni complesse? Ok. Contesti istituzionali? Ok. Integrazione con Mediobanca? Vedremo, ma almeno sulla carta il curriculum regge.
Poi c’è Nicola Maione il presidente che fa parte del cda dal 2017. Qui la musica presenta qualche stecca. Perché se ISS aveva storto il naso sulla riconferma, Glass Lewis decide invece di premiare la continuità: meglio tenersi l’usato sicuro che rischiare il nuovo incerto. In fondo, «i benefici di mantenere l’esperienza nel ruolo superano le preoccupazioni sulla sua performance». Una frase meravigliosa, perché dentro ci sta tutto: il passato, il presente e anche un pizzico di indulgenza.
Per il resto va in onda la liturgia delle bocciature eccellenti su cui i due sacerdoti della governance di trovano d’accordo. Inviato a non votare Alessandro Caltagirone (figlio dell'azionista Francesco Gaetano Caltagirone), Elena De Simone (manager espressione del gruppo Caltagirone) e del presidente del comitato nomine, Domenico Lombardi. Bocciate anche le liste che presentano candidature «credibili ma non adatte al momento». Riferimento trasparente a quella dell’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio. Credibile, sì. Opportuno, no. Perché nelle fasi delicate la parola chiave non è talento, ma continuità. O, in alternativa, prevedibilità. Lovaglio, dopo essere stato costretto alle dimissioni, non si è dato per vinto candidandosi in una lista alternativa. Pierluigi Tortora, numero uno della holding Plt, in un'intervista pubblicata oggi su Milano Finanza, si è detto comunque fiducioso sulle possibilità di successo di Lovaglio. «Credo che il mercato possa premiare la bontà della lista, la trasparenza, la coerenza a un progetto sul quale il mercato si è già espresso Secondo me con il 20-22% ce la giochiamo».
A Siena, lato Fondazione Monte dei Paschi di Siena, si osserva la scena con quella miscela di nostalgia e apprensione che solo chi ha già dato (e perso) molto può permettersi. E qui la memoria torna impietosa: oltre cinque miliardi di patrimonio bruciati nel tentativo di mantenere il controllo. Un falò di sofferenze e di risorse.
La Fondazione Monte dei Paschi, ora teme che la sfida per la governance possa cambiare la visione dell’istituto. Che è un po’ come dire: abbiamo già visto cosa succede quando si cambia troppo, troppo in fretta. E non è stato un bello spettacolo.
Così il 15 aprile, a Siena, non si voterà solo un consiglio di amministrazione. Si voterà una linea di galleggiamento. Tra chi vuole ridisegnare la banca e chi, più prudentemente, preferisce tenerla dritta mentre attraversa l’ennesimo tratto di mare agitato. E, a giudicare dal coro dei proxy, il messaggio è chiaro: dopo il successo della scalata a Mediobanca occorre mettere ordine tra Siena e Milano. Anche se, in Italia, il pilota automatico ha spesso bisogno di qualcuno che controlli che funzioni davvero.
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Il giuramento del nuovo ministro del Turismo Gianmarco Mazzi davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella (Ansa)
Il segnale è chiaro: il governo è solido e procede senza tentennamenti. La squadra è concentrata sulle sue responsabilità, senza farsi distrarre dagli strepiti delle opposizioni e da gossip di vario genere. La scelta di Mazzi parla da sola. In tre anni e mezzo di lavoro, mentre al Mic si passava da Gennaro Sangiuliano ad Alessandro Giuli, con cambiamenti dei relativi staff, il neoministro non ha mai alimentato polemiche o attriti di alcun tipo.
«Il turismo è un mondo ricco di fascino e grandi professionalità che richiede cura attenta perché rappresenta un pilastro dell’economia italiana. Sono onorato di questo incarico e ringrazio il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio per la fiducia accordatami», ha detto Mazzi subito dopo il giuramento. La scelta dell’ex sottosegretario alla Cultura interrompe il totonomi che nei giorni scorsi aveva alimentato l’ipotesi della promozione del consigliere di Daniela Santanché, Gianluca Caramanna, grande conoscitore della macchina ministeriale, della candidatura di Giovanni Malagò, ex presidente del Coni ora in corsa per la poltrona della Fgci, e di Luca Zaia, il doge trevigiano con il solo neo di non appartenere a Fratelli d’Italia. La casella del Turismo, con il suo enorme impatto sul Pil italiano, doveva restare in quota al partito di maggioranza relativa. Immediate sono arrivate le congratulazioni di Santanché che ha definito quella di Mazzi «una scelta giusta, grazie alla quale l’industria turistica italiana potrà contare su una figura di assoluto spessore».
Veronese, 65 anni, sposato con Evelina Smarrito, schiva quanto lui, laureato in giurisprudenza con una tesi sull’«Intervento pubblico nel campo dello spettacolo fra promozione culturale e mercato», il neoministro ha alle spalle un lungo percorso come agente, manager e organizzatore di eventi di respiro internazionale. Poco più che ventenne, nel 1981 è promotore con Mogol, Gianni Morandi e Gianluca Pecchini della Nazionale cantanti. Il mondo dell’intrattenimento diventa il suo campo d’azione privilegiato. Da Caterina Caselli apprende i primi segreti del mestiere. Ma le collaborazioni importanti si susseguono: Fabrizio De André, i Pooh, Lucio Dalla. La più duratura è quella con Adriano Celentano, Claudia Mori e il Clan, «la mia famiglia», confida a Sette del Corriere della Sera. Nel 2000 con la Nazionale cantanti organizza all’Olimpico di Roma la «Partita del Cuore per la pace». Nella tribuna autorità ci sono il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, Shimon Peres e Yasser Arafat, oltre a personalità come Pelè, Michael Schumacher e Sean Connery. Nell’aprile 2003, con Morandi e Luca Barbarossa, in piena crisi con l’Iraq, porta a Baghdad gli aiuti umanitari della Croce Rossa italiana, iniziativa per la quale la delegazione riceverà un riconoscimento dei Nobel per la Pace, consegnato dal Dalai Lama e Mikhail Gorbaciov. Nei primi anni Duemila cura gli show di Celentano su Rai 1, Francamente me ne infischio, 125 milioni di caz…te e Rockpolitik, tra gli show più dirompenti della storia della televisione. Mazzi abbina intuizione, pazienza e doti manageriali che si rivelano risolutive nelle situazioni più complesse. Tra il 2006 e il 2012, affiancato da Lucio Presta, è per cinque volte direttore artistico del Festival di Sanremo. Cura l’organizzazione della cerimonia d’apertura di Expo 2015 dalla Piazza del Duomo di Milano. Seguono le collaborazioni con Riccardo Cocciante, Vasco Rossi, Dario Fo, Vasco Rossi e Massimo Giletti. Dal 2017 al 2022 porta l’Arena di Verona, di cui è direttore artistico, al centro del circuito dell’intrattenimento italiano e internazionale. Nel settembre 2022 viene eletto alla Camera con Fratelli d’Italia. Concreto e riservato, è il nuovo ministro del Turismo del governo Meloni.
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La scena, filmata con il telefonino di uno dei passeggeri che non sarebbe intervenuto perché gli aggressori «possedevano armi da taglio», mostra una povera donna ripetutamente colpita con furia bestiale, strattonata mentre si sente il suono tremendo delle strisce di cuoio che si abbattono su tutto il suo corpo.
Il raptus sarebbe scattato dopo «un semplice sguardo», hanno raccontato gli altri passeggeri a RadioGold News Alessandria che ha pubblicato il video. «La donna è salita sul bus insieme al figlio e a un certo punto uno degli aggressori si è rivolto a lei chiedendo che cosa avesse da guardare». I due si sono avvicinati e hanno iniziato a parlarle, a spintonare il ragazzino e quando la signora si è alzata per difenderlo dicendo di lasciare stare il figlio, contro di lei si è scatenato l’inferno.
Un maranza ha cominciato a sferrare cinghiate con ferocia inaudita, l’altro è sceso dal mezzo «per aprire lo zaino e prendere un’altra cintura» e usarla contro la donna che tentava inutilmente di difendersi da colpi rabbiosi sul volto e sul corpo. Il tutto, nell’immobilità di chi viaggiava su quell’autobus e che come massima reazione si è limitato a filmare il pestaggio.
Inevitabile pensare al tredicenne della scuola media Leonardo Da Vinci di Trescore Balneario, nella Bergamasca, che pur vedendo un suo coetaneo armato di coltello non ha esitato a prenderlo a calci, facendolo scappare e contribuendo così a salvare la vita dell’insegnante di francese Chiara Mocchi.
I due giovani sono fuggiti appena l’autista ha fermato il mezzo e chiamato il 112, la mamma è stata portata in ospedale ad Alessandria dove ha dovuto ricorrere a cure mediche. Che si trattasse di due maranza minorenni l’ha scoperto dopo poche ore la Squadra mobile anche grazie alle immagini delle telecamere sul bus. Diffuso online, il video ripreso dai social è stato commentato con parole di sdegno e di incredulità. «Non sembra che sia Italia», è stato il post che forse meglio spiega lo sconcerto dei cittadini davanti a una violenza inflitta a una donna da due minorenni nordafricani.
«L’aggressione avvenuta sul bus numero 5 è un fatto gravissimo, che scuote profondamente la nostra comunità. Una donna e suo figlio sono stati vittime di una violenza brutale, in pieno giorno, su un mezzo pubblico. Questo non è accettabile. Alessandria merita sicurezza, rispetto e protezione», ha commentato Davide Buzzi Langhi, consigliere comunale di Forza Italia.
Due maranza balordi, anzi delinquenti, come quelli che Concita De Gregorio ha provato a giustificare poche settimane fa, ospite del programma su Rete4 È sempre Cartabianca. Sarebbero vittime di un «Paese che non vuole questi ragazzi», secondo l’editorialista di Repubblica, un Paese che «li rifiuta, li respinge, li condanna all’origine che hanno. […] È razzismo».
Allora giustifichiamo il loro disagio che si manifesta con vili quanto feroci aggressioni, scatenate da motivi banali quali un semplice sguardo? Bisogna chinare il capo e dire poveretti, sono emarginati e si sfogano così? Vediamo quali attenuanti troverà il magistrato, per rimettere in libertà non un minorenne ma un uomo di 37 anni, di origini extracomunitarie e senza fissa dimora, con precedenti, arrestato nel Lazio dai carabinieri con l’ipotesi di reato di violenza sessuale aggravata su una minore di Leonessa.
A dare l’allarme è stata la mamma della ragazzina, segnalando che la figlia stava subendo molestie da uno sconosciuto mentre era su un autobus di linea diretto a Rieti. Lo straniero, incapace di frenare i suoi istinti, avrebbe importunato pesantemente la giovane, tentando inoltre di riprenderla con il proprio telefono cellulare. L’Arma, subito intervenuta, l’ha sottoposto a fermo.
Giovedì, a Treviso una signora di 79 anni che stava andando a fare la spesa in bicicletta è stata buttata a terra da uno straniero che l’aveva affiancata su un monopattino per rubarle la borsa nel cestino. La poveretta ha riportato ferite al ginocchio e alla mano, l’extracomunitario è riuscito a dileguarsi con il bottino malgrado l’inseguimento da parte di due giovani accorsi in aiuto della donna.
Sempre due giorni fa, un tunisino di 27 anni ha seminato il panico nel centro di Ravenna, danneggiando auto tra le quali un veicolo di proprietà del gruppo di volontariato e di Protezione civile, colpendo con pugni alla schiena un passante che stava camminando con il proprio cane, dopo avergli strappato il guinzaglio di mano. Inutili i tentativi di calmarlo, il giovane con numerosi precedenti ha reagito con violenza e tre agenti hanno riportato lesioni. Solo con l’intervento di rinforzi l’extracomunitario è stato arrestato. Già, perché se si reagisce con durezza la colpa è sempre delle forze dell’ordine.
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