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2024-11-08
Nei dem è l’ora della rappresaglia. Iniziato il processo interno a Obama
Michelle e Barack Obama (Ansa)
La sonora sconfitta di Kamala Harris ha gettato il Partito democratico americano nel caos. Secondo l’Associated Press, vari alti esponenti dell’Asinello, oltre ad alcuni membri della campagna della stessa Harris, hanno incolpato Joe Biden della débâcle verificatasi alle elezioni. In sostanza, la loro tesi è che il presidente si sarebbe ritirato troppo tardi dalla sfida contro Donald Trump, lasciando così al partito poco tempo per organizzarsi adeguatamente.
Ma non c’è soltanto lo scaricabarile su Biden. Qualcuno ha fatto un po’ più onestamente autocritica. Uno storico esponente della sinistra americana come Bernie Sanders ha accusato l’Asinello di aver «abbandonato» la classe operaia. «Dobbiamo smetterla di assecondare la base e dobbiamo iniziare ad ascoltare la gente, stufa dell’estremismo», ha rincarato la dose il deputato dem centrista, Tom Suozzi. D’altronde, già qualche giorno prima del voto, The Hill aveva riferito di scontri interni dovuti alle difficoltà in cui era incorsa la campagna.
Attenzione: quanto sta succedendo nel Partito democratico non è dovuto soltanto alla sconfitta della vicepresidente. Sarebbe forse più corretto dire che quella sconfitta ha fatto detonare tensioni e contraddizioni che covano da anni. E qui veniamo al punto. Le debolezze dei dem vengono da lontano. E, in particolare, da un establishment arroccato che, nonostante sia anacronistico e del tutto inadeguato, ha continuato a tenere per anni l’intero partito sotto il suo tallone: stiamo parlando dei Clinton, di Nancy Pelosi e degli Obama. Un gruppo di potere che, anziché lasciare una dialettica interna libera e fisiologica, l’ha sempre soffocata, imponendo di fatto delle scelte dall’alto.
Nel 2020, per intenderci, Biden era partito malissimo alle primarie. Poi, come rivelato da Nbc News, Obama lavorò dietro le quinte per convincere i suoi rivali a ritirarsi e a sostenerlo: l’obiettivo era quello di fermare Sanders e di avere eventualmente un presidente di «transizione» che, oltre a garantire la lottizzazione delle poltrone in una nuova amministrazione dem tra le varie correnti del partito, si ritirasse al «momento giusto» per essere sostituito da qualcuno di più competitivo. Le cose poi sono andate diversamente, visto che, spinto dai familiari, Biden ha resistito, fino al brutale siluramento di luglio.
A quel punto, Obama avrebbe probabilmente voluto puntare sul governatore della California, Gavin Newsom, che era stato, guarda caso, più volte elogiato, negli ultimi due anni, dall’ex senior advisor dello stesso Obama, David Axelrod. Tuttavia Newsom non ne ha voluto sapere di giocarsi la carriera, candidandosi a soli tre mesi dal voto. Anche gli altri «astri nascenti», il governatore della Pennsylvania, Josh Shapiro, e quella del Michigan, Gretchen Whitmer, si sono tirati indietro per lo stesso motivo. Ecco perché alla fine l’establishment ha optato per la Harris: trattata alla stregua di un agnello sacrificale, non senza sgambetti dall’interno.
Ma alla fine la colpa principale dell’attuale crisi dell’Asinello è proprio di Obama. Lui che, nel 2008, vinse contro le alte sfere dem che volevano silurarlo, si è alla fine lasciato assorbire da quell’establishment a cui aveva originariamente dichiarato guerra, appoggiando Hillary Clinton nel 2016, Biden nel 2020 e, per quanto obtorto collo, la Harris nel 2024. Un Obama che, all’inizio vicino alla working class della Rust Belt, si è sempre più spostato verso il progressismo liberal della West Coast, perdendosi per strada il sostegno dei colletti blu di Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. Non a caso, negli ultimi otto anni, l’ala «operaia» dei dem è spesso stata sacrificata e mortificata da quella «californiana» con i risultati deleteri che abbiamo visto alle presidenziali di martedì.
L’Asinello si trova adesso davanti a una traversata nel deserto che potrebbe usare per cercare finalmente di archiviare quello stesso establishment che lo ha portato alla rovina. Il punto è che non sarà facile. La Pelosi è appena stata rieletta alla Camera, mentre la presa di Obama e dei Clinton sul partito continua a essere profonda. Bisognerà vedere come si comporteranno gli «astri nascenti»: Newsom, Shapiro e la Whitmer. Avvieranno un dibattito franco e aperto in grado di favorire un rinnovamento della classe dirigente dem? Oppure si accontenteranno di rivelarsi pedine dell’establishment?
Resta tuttavia certo che Obama è uscito indebolito dalla sconfitta della Harris. Perché, nonostante non la volesse come candidata, alla fine l’ha comunque appoggiata. Sarà quindi più difficile per lui adesso tirare la volata a qualche suo beniamino nel 2028: sia che si tratti della moglie Michelle, sia che si tratti di Newsom. Si apre ora una crepa nel potere ufficioso dell’ex presidente in seno al partito. Riuscirà a mantenersi in sella? Oppure rimarrà travolto dalla resa dei conti interna appena iniziata?
Biden si finge triste ma non ci riesce
Era curiosamente di buon umore Joe Biden ieri, mentre teneva il suo primo discorso alla nazione dalla vittoria di Donald Trump. Acclamato da un piccolo pubblico davanti a sé, il presidente ha mostrato un sorriso smagliante sia prima di iniziare a parlare sia al termine dell’intervento. «Ho detto molte volte che non puoi amare il tuo Paese solo quando vinci, non puoi amare il tuo vicino solo quando sei d’accordo», ha detto. «Spero anche che possiamo mettere a tacere la questione sull’integrità del sistema elettorale americano. È onesto, è giusto, è trasparente e ci si può fidare, che si vinca o si perda», ha aggiunto in un’implicita stoccata a Trump per le sue accuse di brogli nel 2020. «Farò il mio dovere di presidente. Manterrò fede al mio giuramento e onorerò la costituzione. Il 20 gennaio, avremo un pacifico trasferimento di potere qui in America», ha continuato.
«Insieme, abbiamo cambiato l’America in meglio. Ora, abbiamo 74 giorni per finire il mandato, il nostro mandato. Facciamo in modo che ogni giorno conti», ha anche detto. «Gli insuccessi sono inevitabili, ma arrendersi è imperdonabile. Tutti veniamo buttati giù, ma la misura del nostro carattere, come direbbe mio padre, è la rapidità con cui ci rialziamo. Ricordate: una sconfitta non significa che siamo sconfitti». Biden ha quindi rivendicato quelli che considera i successi della sua presidenza. «So che è un momento difficile. State soffrendo. Vi sento e vi vedo, ma non dimenticate, non dimenticate tutto quello che abbiamo realizzato. È stata una presidenza storica», ha affermato.
Come detto, dal punto di vista dell’umore, Biden non sembrava particolarmente affranto. Si respirava un clima piuttosto diverso da quello del discorso con cui Kamala Harris, mercoledì, ha riconosciuto la sconfitta. In quell’occasione, molti tra il pubblico piangevano. E in lacrime sono apparsi anche il vice della candidata dem, Tim Walz, oltre a suo marito, Doug Emhoff. La stessa Harris, pur cercando di stemperare il clima di tristezza, è apparsa con il volto tirato durante alcune parti del suo intervento. Sempre mercoledì, la deputata dem, Alexandria Ocasio-Cortez, ha postato un video sui social in cui, serissima, ha accusato de facto Trump di autoritarismo. Ma non è tutto. L’allegria di Biden stride anche con il fatto che, secondo l’Associated Press, molti esponenti dem lo stanno accusando, più o meno dietro le quinte, di essere il responsabile della débâcle elettorale di martedì.
Del resto, non è un mistero che Biden avesse il dente avvelenato per come è stato silurato a luglio dall’establishment del suo stesso partito. Non a caso, c’è il fondato sospetto che alcune delle sue gaffe più recenti le abbia fatte apposta per boicottare la Harris. A settembre, si fece fotografare, tutto sorridente, con il cappellino di Trump, mentre, a pochi giorni dalle elezioni, se n’è uscito definendo «spazzatura» i sostenitori del tycoon. Insomma, a pensar male, si potrebbe quasi credere che Biden, tutto sommato, ieri fosse piuttosto contento. Ovviamente è solo un’ipotesi. Ma ricordiamoci sempre che, quando tenne il suo primo discorso dopo aver annunciato il ritiro della candidatura, volle precisare che avrebbe comunque meritato di svolgere un secondo mandato presidenziale. In agosto, parlando con la Cbs, ammise inoltre di aver subito pressioni dai dem per fare un passo indietro dalla corsa elettorale. D’altronde, diciamocelo: Biden probabilmente avrebbe perso. Ma, forse, in modo meno disastroso della Harris, essendo lui storicamente più competitivo nella Rust Belt.
Nel frattempo, secondo Politico, i consiglieri di Trump per la transizione presidenziale starebbero già valutando dei nomi per le nomine nella sua nuova amministrazione. Si parla del senatore Marco Rubio e di Robert Kennedy jr. Ron DeSantis starebbe inoltre chiedendo che venga preso in considerazione l’attuale responsabile della Sanità della Florida, Joseph Ladapo. Per il momento sembra esserci un clima di collaborazione con l’amministrazione Biden, anche se non si può escludere che il presidente uscente possa fare qualche scherzetto per mettere in difficoltà il successore. Nelle fasi di transizione presidenziale i «dispetti» talvolta capitano.
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Volano stracci nel partito dopo la débâcle. Bernie Sanders accusa i leader: «Gli operai sono stati abbandonati». Gli emergenti adesso potrebbero rottamare il club che ha governato dall’alto, stoppando anche le primarie.Joe Biden fa lo sportivo: «Non puoi amare il tuo Paese solo quando vinci». E rivendica i suoi «risultati storici». Promettendo un passaggio pacifico di consegne.Lo speciale contiene due articoli.La sonora sconfitta di Kamala Harris ha gettato il Partito democratico americano nel caos. Secondo l’Associated Press, vari alti esponenti dell’Asinello, oltre ad alcuni membri della campagna della stessa Harris, hanno incolpato Joe Biden della débâcle verificatasi alle elezioni. In sostanza, la loro tesi è che il presidente si sarebbe ritirato troppo tardi dalla sfida contro Donald Trump, lasciando così al partito poco tempo per organizzarsi adeguatamente. Ma non c’è soltanto lo scaricabarile su Biden. Qualcuno ha fatto un po’ più onestamente autocritica. Uno storico esponente della sinistra americana come Bernie Sanders ha accusato l’Asinello di aver «abbandonato» la classe operaia. «Dobbiamo smetterla di assecondare la base e dobbiamo iniziare ad ascoltare la gente, stufa dell’estremismo», ha rincarato la dose il deputato dem centrista, Tom Suozzi. D’altronde, già qualche giorno prima del voto, The Hill aveva riferito di scontri interni dovuti alle difficoltà in cui era incorsa la campagna. Attenzione: quanto sta succedendo nel Partito democratico non è dovuto soltanto alla sconfitta della vicepresidente. Sarebbe forse più corretto dire che quella sconfitta ha fatto detonare tensioni e contraddizioni che covano da anni. E qui veniamo al punto. Le debolezze dei dem vengono da lontano. E, in particolare, da un establishment arroccato che, nonostante sia anacronistico e del tutto inadeguato, ha continuato a tenere per anni l’intero partito sotto il suo tallone: stiamo parlando dei Clinton, di Nancy Pelosi e degli Obama. Un gruppo di potere che, anziché lasciare una dialettica interna libera e fisiologica, l’ha sempre soffocata, imponendo di fatto delle scelte dall’alto. Nel 2020, per intenderci, Biden era partito malissimo alle primarie. Poi, come rivelato da Nbc News, Obama lavorò dietro le quinte per convincere i suoi rivali a ritirarsi e a sostenerlo: l’obiettivo era quello di fermare Sanders e di avere eventualmente un presidente di «transizione» che, oltre a garantire la lottizzazione delle poltrone in una nuova amministrazione dem tra le varie correnti del partito, si ritirasse al «momento giusto» per essere sostituito da qualcuno di più competitivo. Le cose poi sono andate diversamente, visto che, spinto dai familiari, Biden ha resistito, fino al brutale siluramento di luglio. A quel punto, Obama avrebbe probabilmente voluto puntare sul governatore della California, Gavin Newsom, che era stato, guarda caso, più volte elogiato, negli ultimi due anni, dall’ex senior advisor dello stesso Obama, David Axelrod. Tuttavia Newsom non ne ha voluto sapere di giocarsi la carriera, candidandosi a soli tre mesi dal voto. Anche gli altri «astri nascenti», il governatore della Pennsylvania, Josh Shapiro, e quella del Michigan, Gretchen Whitmer, si sono tirati indietro per lo stesso motivo. Ecco perché alla fine l’establishment ha optato per la Harris: trattata alla stregua di un agnello sacrificale, non senza sgambetti dall’interno. Ma alla fine la colpa principale dell’attuale crisi dell’Asinello è proprio di Obama. Lui che, nel 2008, vinse contro le alte sfere dem che volevano silurarlo, si è alla fine lasciato assorbire da quell’establishment a cui aveva originariamente dichiarato guerra, appoggiando Hillary Clinton nel 2016, Biden nel 2020 e, per quanto obtorto collo, la Harris nel 2024. Un Obama che, all’inizio vicino alla working class della Rust Belt, si è sempre più spostato verso il progressismo liberal della West Coast, perdendosi per strada il sostegno dei colletti blu di Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. Non a caso, negli ultimi otto anni, l’ala «operaia» dei dem è spesso stata sacrificata e mortificata da quella «californiana» con i risultati deleteri che abbiamo visto alle presidenziali di martedì. L’Asinello si trova adesso davanti a una traversata nel deserto che potrebbe usare per cercare finalmente di archiviare quello stesso establishment che lo ha portato alla rovina. Il punto è che non sarà facile. La Pelosi è appena stata rieletta alla Camera, mentre la presa di Obama e dei Clinton sul partito continua a essere profonda. Bisognerà vedere come si comporteranno gli «astri nascenti»: Newsom, Shapiro e la Whitmer. Avvieranno un dibattito franco e aperto in grado di favorire un rinnovamento della classe dirigente dem? Oppure si accontenteranno di rivelarsi pedine dell’establishment? Resta tuttavia certo che Obama è uscito indebolito dalla sconfitta della Harris. Perché, nonostante non la volesse come candidata, alla fine l’ha comunque appoggiata. Sarà quindi più difficile per lui adesso tirare la volata a qualche suo beniamino nel 2028: sia che si tratti della moglie Michelle, sia che si tratti di Newsom. Si apre ora una crepa nel potere ufficioso dell’ex presidente in seno al partito. Riuscirà a mantenersi in sella? Oppure rimarrà travolto dalla resa dei conti interna appena iniziata?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dem-iniziato-processo-interno-obama-2669634743.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="biden-si-finge-triste-ma-non-ci-riesce" data-post-id="2669634743" data-published-at="1731049996" data-use-pagination="False"> Biden si finge triste ma non ci riesce Era curiosamente di buon umore Joe Biden ieri, mentre teneva il suo primo discorso alla nazione dalla vittoria di Donald Trump. Acclamato da un piccolo pubblico davanti a sé, il presidente ha mostrato un sorriso smagliante sia prima di iniziare a parlare sia al termine dell’intervento. «Ho detto molte volte che non puoi amare il tuo Paese solo quando vinci, non puoi amare il tuo vicino solo quando sei d’accordo», ha detto. «Spero anche che possiamo mettere a tacere la questione sull’integrità del sistema elettorale americano. È onesto, è giusto, è trasparente e ci si può fidare, che si vinca o si perda», ha aggiunto in un’implicita stoccata a Trump per le sue accuse di brogli nel 2020. «Farò il mio dovere di presidente. Manterrò fede al mio giuramento e onorerò la costituzione. Il 20 gennaio, avremo un pacifico trasferimento di potere qui in America», ha continuato. «Insieme, abbiamo cambiato l’America in meglio. Ora, abbiamo 74 giorni per finire il mandato, il nostro mandato. Facciamo in modo che ogni giorno conti», ha anche detto. «Gli insuccessi sono inevitabili, ma arrendersi è imperdonabile. Tutti veniamo buttati giù, ma la misura del nostro carattere, come direbbe mio padre, è la rapidità con cui ci rialziamo. Ricordate: una sconfitta non significa che siamo sconfitti». Biden ha quindi rivendicato quelli che considera i successi della sua presidenza. «So che è un momento difficile. State soffrendo. Vi sento e vi vedo, ma non dimenticate, non dimenticate tutto quello che abbiamo realizzato. È stata una presidenza storica», ha affermato. Come detto, dal punto di vista dell’umore, Biden non sembrava particolarmente affranto. Si respirava un clima piuttosto diverso da quello del discorso con cui Kamala Harris, mercoledì, ha riconosciuto la sconfitta. In quell’occasione, molti tra il pubblico piangevano. E in lacrime sono apparsi anche il vice della candidata dem, Tim Walz, oltre a suo marito, Doug Emhoff. La stessa Harris, pur cercando di stemperare il clima di tristezza, è apparsa con il volto tirato durante alcune parti del suo intervento. Sempre mercoledì, la deputata dem, Alexandria Ocasio-Cortez, ha postato un video sui social in cui, serissima, ha accusato de facto Trump di autoritarismo. Ma non è tutto. L’allegria di Biden stride anche con il fatto che, secondo l’Associated Press, molti esponenti dem lo stanno accusando, più o meno dietro le quinte, di essere il responsabile della débâcle elettorale di martedì. Del resto, non è un mistero che Biden avesse il dente avvelenato per come è stato silurato a luglio dall’establishment del suo stesso partito. Non a caso, c’è il fondato sospetto che alcune delle sue gaffe più recenti le abbia fatte apposta per boicottare la Harris. A settembre, si fece fotografare, tutto sorridente, con il cappellino di Trump, mentre, a pochi giorni dalle elezioni, se n’è uscito definendo «spazzatura» i sostenitori del tycoon. Insomma, a pensar male, si potrebbe quasi credere che Biden, tutto sommato, ieri fosse piuttosto contento. Ovviamente è solo un’ipotesi. Ma ricordiamoci sempre che, quando tenne il suo primo discorso dopo aver annunciato il ritiro della candidatura, volle precisare che avrebbe comunque meritato di svolgere un secondo mandato presidenziale. In agosto, parlando con la Cbs, ammise inoltre di aver subito pressioni dai dem per fare un passo indietro dalla corsa elettorale. D’altronde, diciamocelo: Biden probabilmente avrebbe perso. Ma, forse, in modo meno disastroso della Harris, essendo lui storicamente più competitivo nella Rust Belt. Nel frattempo, secondo Politico, i consiglieri di Trump per la transizione presidenziale starebbero già valutando dei nomi per le nomine nella sua nuova amministrazione. Si parla del senatore Marco Rubio e di Robert Kennedy jr. Ron DeSantis starebbe inoltre chiedendo che venga preso in considerazione l’attuale responsabile della Sanità della Florida, Joseph Ladapo. Per il momento sembra esserci un clima di collaborazione con l’amministrazione Biden, anche se non si può escludere che il presidente uscente possa fare qualche scherzetto per mettere in difficoltà il successore. Nelle fasi di transizione presidenziale i «dispetti» talvolta capitano.
Dal Brasile arriva pollo contaminato da salmonella che invade il mercato europeo senza alcun controllo. Nella partita del Mercosur per l’Italia c’è anche un’aggravante, se così si può dire: aveva fatto fronte comune con gli altri Paesi per bloccarlo, ma alla fine ha detto sì al trattato di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay con annessa Bolivia. Il ministro per la Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, anche su consiglio di Giorgia Meloni, si era fatto convincere perché la Commissione Ue ha promosso l’applicazione della clausola di reciprocità: i prodotti agricoli importati dal Mercosur devono avere le stesse garanzie di salubrità e qualità di quelli europei.
Promessa immediatamente smentita da quanto è accaduto in Grecia: è sbarcato un carico di carne di pollo contaminato il 2 maggio, il giorno seguente all’entrata in vigore ufficiale del Mercosur. Ursula von der Leyen ha fatto il diavolo a quattro per far ratificare l’accordo il prima possibile, ha sfidato il Parlamento europeo che ha chiesto alla Corte di giustizia di verificare se l’accordo violi o meno i Trattati europei e lo ha fatto applicare in via provvisoria infischiandosene del pronunciamento dei giudici. Il che espone l’Ue, nel caso in cui la Corte di Lussemburgo sancisse l’illegittimità dell’accordo, a un contenzioso lungo e oneroso assai. Pur di vendere le vecchie Mercedes, le Bmw e le Audi ai brasiliani che ci rimpinzano di ogni schifezza agricola, la baronessa non è andata tanto per il sottile. Ma, come si dice, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. E la prima, gravissima conseguenza del Mercosur si è materializzata in Grecia, Paese che, dopo la batosta della crisi monetaria del 2009, di fatto è a trazione tedesca e il leader di Nea Democratia e premier, Kyriakos Mitsotakis, ha già pagato un prezzo alto in popolarità. Ha seguito la stessa traiettoria dell’Italia anche se i contadini greci sono tutt’ora sul piede di guerra, soprattutto i coltivatori di riso Ndel nord, gli allevatori del Peloponneso e gli olivicoltori e vignaioli di Creta dove ci sono state le proteste più violente.
E hanno ragione perché l’80% del primo carico di pollo congelato, pari a 3 tonnellate in totale, giunto in Grecia dal Brasile, era contaminato da salmonella. Lo ha rivelato la Federazione panellenica degli ingegneri geotecnici. Quanto accaduto solleva seri interrogativi sull’efficacia dei meccanismi di controllo dell’Ue sulla sicurezza degli alimenti importati. Secondo i risultati dei laboratori veterinari di Agia Paraskevi, nella periferia di Atene, 8 su 10 dei primi lotti analizzati sono risultati contaminati da salmonella e il presidente della Federazione panellenica degli ingegnergeotecnici pubblici, Nikos Kakavas, lo ha confermato esprimendo forti preoccupazioni circa l’adeguatezza dei controlli sui prodotti importati.
Nikos Kakavas ha denunciato peraltro le gravi ripercussioni sull’agricoltura greca a causa delle importazioni selvagge via Mercosur, in un Paese che, avendo solo il 40% dei tecnici che servirebbero, non è in grado di controllare la merce che arriva. Come direbbero i francesi: è solo l’inizio. In Italia la mobilitazione anti Mercosur, per chiedere controlli e lotta alle contraffazioni, non si è mai arrestata. Migliaia di agricoltori della Coldiretti si ritroveranno alla Fiera di Cagliari domani per protestare e con loro ci sarà anche il ministro Francesco Lollobrigida che sul Mercosur avrà forse da ridire.
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Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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