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2024-11-08
Nei dem è l’ora della rappresaglia. Iniziato il processo interno a Obama
Michelle e Barack Obama (Ansa)
La sonora sconfitta di Kamala Harris ha gettato il Partito democratico americano nel caos. Secondo l’Associated Press, vari alti esponenti dell’Asinello, oltre ad alcuni membri della campagna della stessa Harris, hanno incolpato Joe Biden della débâcle verificatasi alle elezioni. In sostanza, la loro tesi è che il presidente si sarebbe ritirato troppo tardi dalla sfida contro Donald Trump, lasciando così al partito poco tempo per organizzarsi adeguatamente.
Ma non c’è soltanto lo scaricabarile su Biden. Qualcuno ha fatto un po’ più onestamente autocritica. Uno storico esponente della sinistra americana come Bernie Sanders ha accusato l’Asinello di aver «abbandonato» la classe operaia. «Dobbiamo smetterla di assecondare la base e dobbiamo iniziare ad ascoltare la gente, stufa dell’estremismo», ha rincarato la dose il deputato dem centrista, Tom Suozzi. D’altronde, già qualche giorno prima del voto, The Hill aveva riferito di scontri interni dovuti alle difficoltà in cui era incorsa la campagna.
Attenzione: quanto sta succedendo nel Partito democratico non è dovuto soltanto alla sconfitta della vicepresidente. Sarebbe forse più corretto dire che quella sconfitta ha fatto detonare tensioni e contraddizioni che covano da anni. E qui veniamo al punto. Le debolezze dei dem vengono da lontano. E, in particolare, da un establishment arroccato che, nonostante sia anacronistico e del tutto inadeguato, ha continuato a tenere per anni l’intero partito sotto il suo tallone: stiamo parlando dei Clinton, di Nancy Pelosi e degli Obama. Un gruppo di potere che, anziché lasciare una dialettica interna libera e fisiologica, l’ha sempre soffocata, imponendo di fatto delle scelte dall’alto.
Nel 2020, per intenderci, Biden era partito malissimo alle primarie. Poi, come rivelato da Nbc News, Obama lavorò dietro le quinte per convincere i suoi rivali a ritirarsi e a sostenerlo: l’obiettivo era quello di fermare Sanders e di avere eventualmente un presidente di «transizione» che, oltre a garantire la lottizzazione delle poltrone in una nuova amministrazione dem tra le varie correnti del partito, si ritirasse al «momento giusto» per essere sostituito da qualcuno di più competitivo. Le cose poi sono andate diversamente, visto che, spinto dai familiari, Biden ha resistito, fino al brutale siluramento di luglio.
A quel punto, Obama avrebbe probabilmente voluto puntare sul governatore della California, Gavin Newsom, che era stato, guarda caso, più volte elogiato, negli ultimi due anni, dall’ex senior advisor dello stesso Obama, David Axelrod. Tuttavia Newsom non ne ha voluto sapere di giocarsi la carriera, candidandosi a soli tre mesi dal voto. Anche gli altri «astri nascenti», il governatore della Pennsylvania, Josh Shapiro, e quella del Michigan, Gretchen Whitmer, si sono tirati indietro per lo stesso motivo. Ecco perché alla fine l’establishment ha optato per la Harris: trattata alla stregua di un agnello sacrificale, non senza sgambetti dall’interno.
Ma alla fine la colpa principale dell’attuale crisi dell’Asinello è proprio di Obama. Lui che, nel 2008, vinse contro le alte sfere dem che volevano silurarlo, si è alla fine lasciato assorbire da quell’establishment a cui aveva originariamente dichiarato guerra, appoggiando Hillary Clinton nel 2016, Biden nel 2020 e, per quanto obtorto collo, la Harris nel 2024. Un Obama che, all’inizio vicino alla working class della Rust Belt, si è sempre più spostato verso il progressismo liberal della West Coast, perdendosi per strada il sostegno dei colletti blu di Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. Non a caso, negli ultimi otto anni, l’ala «operaia» dei dem è spesso stata sacrificata e mortificata da quella «californiana» con i risultati deleteri che abbiamo visto alle presidenziali di martedì.
L’Asinello si trova adesso davanti a una traversata nel deserto che potrebbe usare per cercare finalmente di archiviare quello stesso establishment che lo ha portato alla rovina. Il punto è che non sarà facile. La Pelosi è appena stata rieletta alla Camera, mentre la presa di Obama e dei Clinton sul partito continua a essere profonda. Bisognerà vedere come si comporteranno gli «astri nascenti»: Newsom, Shapiro e la Whitmer. Avvieranno un dibattito franco e aperto in grado di favorire un rinnovamento della classe dirigente dem? Oppure si accontenteranno di rivelarsi pedine dell’establishment?
Resta tuttavia certo che Obama è uscito indebolito dalla sconfitta della Harris. Perché, nonostante non la volesse come candidata, alla fine l’ha comunque appoggiata. Sarà quindi più difficile per lui adesso tirare la volata a qualche suo beniamino nel 2028: sia che si tratti della moglie Michelle, sia che si tratti di Newsom. Si apre ora una crepa nel potere ufficioso dell’ex presidente in seno al partito. Riuscirà a mantenersi in sella? Oppure rimarrà travolto dalla resa dei conti interna appena iniziata?
Biden si finge triste ma non ci riesce
Era curiosamente di buon umore Joe Biden ieri, mentre teneva il suo primo discorso alla nazione dalla vittoria di Donald Trump. Acclamato da un piccolo pubblico davanti a sé, il presidente ha mostrato un sorriso smagliante sia prima di iniziare a parlare sia al termine dell’intervento. «Ho detto molte volte che non puoi amare il tuo Paese solo quando vinci, non puoi amare il tuo vicino solo quando sei d’accordo», ha detto. «Spero anche che possiamo mettere a tacere la questione sull’integrità del sistema elettorale americano. È onesto, è giusto, è trasparente e ci si può fidare, che si vinca o si perda», ha aggiunto in un’implicita stoccata a Trump per le sue accuse di brogli nel 2020. «Farò il mio dovere di presidente. Manterrò fede al mio giuramento e onorerò la costituzione. Il 20 gennaio, avremo un pacifico trasferimento di potere qui in America», ha continuato.
«Insieme, abbiamo cambiato l’America in meglio. Ora, abbiamo 74 giorni per finire il mandato, il nostro mandato. Facciamo in modo che ogni giorno conti», ha anche detto. «Gli insuccessi sono inevitabili, ma arrendersi è imperdonabile. Tutti veniamo buttati giù, ma la misura del nostro carattere, come direbbe mio padre, è la rapidità con cui ci rialziamo. Ricordate: una sconfitta non significa che siamo sconfitti». Biden ha quindi rivendicato quelli che considera i successi della sua presidenza. «So che è un momento difficile. State soffrendo. Vi sento e vi vedo, ma non dimenticate, non dimenticate tutto quello che abbiamo realizzato. È stata una presidenza storica», ha affermato.
Come detto, dal punto di vista dell’umore, Biden non sembrava particolarmente affranto. Si respirava un clima piuttosto diverso da quello del discorso con cui Kamala Harris, mercoledì, ha riconosciuto la sconfitta. In quell’occasione, molti tra il pubblico piangevano. E in lacrime sono apparsi anche il vice della candidata dem, Tim Walz, oltre a suo marito, Doug Emhoff. La stessa Harris, pur cercando di stemperare il clima di tristezza, è apparsa con il volto tirato durante alcune parti del suo intervento. Sempre mercoledì, la deputata dem, Alexandria Ocasio-Cortez, ha postato un video sui social in cui, serissima, ha accusato de facto Trump di autoritarismo. Ma non è tutto. L’allegria di Biden stride anche con il fatto che, secondo l’Associated Press, molti esponenti dem lo stanno accusando, più o meno dietro le quinte, di essere il responsabile della débâcle elettorale di martedì.
Del resto, non è un mistero che Biden avesse il dente avvelenato per come è stato silurato a luglio dall’establishment del suo stesso partito. Non a caso, c’è il fondato sospetto che alcune delle sue gaffe più recenti le abbia fatte apposta per boicottare la Harris. A settembre, si fece fotografare, tutto sorridente, con il cappellino di Trump, mentre, a pochi giorni dalle elezioni, se n’è uscito definendo «spazzatura» i sostenitori del tycoon. Insomma, a pensar male, si potrebbe quasi credere che Biden, tutto sommato, ieri fosse piuttosto contento. Ovviamente è solo un’ipotesi. Ma ricordiamoci sempre che, quando tenne il suo primo discorso dopo aver annunciato il ritiro della candidatura, volle precisare che avrebbe comunque meritato di svolgere un secondo mandato presidenziale. In agosto, parlando con la Cbs, ammise inoltre di aver subito pressioni dai dem per fare un passo indietro dalla corsa elettorale. D’altronde, diciamocelo: Biden probabilmente avrebbe perso. Ma, forse, in modo meno disastroso della Harris, essendo lui storicamente più competitivo nella Rust Belt.
Nel frattempo, secondo Politico, i consiglieri di Trump per la transizione presidenziale starebbero già valutando dei nomi per le nomine nella sua nuova amministrazione. Si parla del senatore Marco Rubio e di Robert Kennedy jr. Ron DeSantis starebbe inoltre chiedendo che venga preso in considerazione l’attuale responsabile della Sanità della Florida, Joseph Ladapo. Per il momento sembra esserci un clima di collaborazione con l’amministrazione Biden, anche se non si può escludere che il presidente uscente possa fare qualche scherzetto per mettere in difficoltà il successore. Nelle fasi di transizione presidenziale i «dispetti» talvolta capitano.
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Volano stracci nel partito dopo la débâcle. Bernie Sanders accusa i leader: «Gli operai sono stati abbandonati». Gli emergenti adesso potrebbero rottamare il club che ha governato dall’alto, stoppando anche le primarie.Joe Biden fa lo sportivo: «Non puoi amare il tuo Paese solo quando vinci». E rivendica i suoi «risultati storici». Promettendo un passaggio pacifico di consegne.Lo speciale contiene due articoli.La sonora sconfitta di Kamala Harris ha gettato il Partito democratico americano nel caos. Secondo l’Associated Press, vari alti esponenti dell’Asinello, oltre ad alcuni membri della campagna della stessa Harris, hanno incolpato Joe Biden della débâcle verificatasi alle elezioni. In sostanza, la loro tesi è che il presidente si sarebbe ritirato troppo tardi dalla sfida contro Donald Trump, lasciando così al partito poco tempo per organizzarsi adeguatamente. Ma non c’è soltanto lo scaricabarile su Biden. Qualcuno ha fatto un po’ più onestamente autocritica. Uno storico esponente della sinistra americana come Bernie Sanders ha accusato l’Asinello di aver «abbandonato» la classe operaia. «Dobbiamo smetterla di assecondare la base e dobbiamo iniziare ad ascoltare la gente, stufa dell’estremismo», ha rincarato la dose il deputato dem centrista, Tom Suozzi. D’altronde, già qualche giorno prima del voto, The Hill aveva riferito di scontri interni dovuti alle difficoltà in cui era incorsa la campagna. Attenzione: quanto sta succedendo nel Partito democratico non è dovuto soltanto alla sconfitta della vicepresidente. Sarebbe forse più corretto dire che quella sconfitta ha fatto detonare tensioni e contraddizioni che covano da anni. E qui veniamo al punto. Le debolezze dei dem vengono da lontano. E, in particolare, da un establishment arroccato che, nonostante sia anacronistico e del tutto inadeguato, ha continuato a tenere per anni l’intero partito sotto il suo tallone: stiamo parlando dei Clinton, di Nancy Pelosi e degli Obama. Un gruppo di potere che, anziché lasciare una dialettica interna libera e fisiologica, l’ha sempre soffocata, imponendo di fatto delle scelte dall’alto. Nel 2020, per intenderci, Biden era partito malissimo alle primarie. Poi, come rivelato da Nbc News, Obama lavorò dietro le quinte per convincere i suoi rivali a ritirarsi e a sostenerlo: l’obiettivo era quello di fermare Sanders e di avere eventualmente un presidente di «transizione» che, oltre a garantire la lottizzazione delle poltrone in una nuova amministrazione dem tra le varie correnti del partito, si ritirasse al «momento giusto» per essere sostituito da qualcuno di più competitivo. Le cose poi sono andate diversamente, visto che, spinto dai familiari, Biden ha resistito, fino al brutale siluramento di luglio. A quel punto, Obama avrebbe probabilmente voluto puntare sul governatore della California, Gavin Newsom, che era stato, guarda caso, più volte elogiato, negli ultimi due anni, dall’ex senior advisor dello stesso Obama, David Axelrod. Tuttavia Newsom non ne ha voluto sapere di giocarsi la carriera, candidandosi a soli tre mesi dal voto. Anche gli altri «astri nascenti», il governatore della Pennsylvania, Josh Shapiro, e quella del Michigan, Gretchen Whitmer, si sono tirati indietro per lo stesso motivo. Ecco perché alla fine l’establishment ha optato per la Harris: trattata alla stregua di un agnello sacrificale, non senza sgambetti dall’interno. Ma alla fine la colpa principale dell’attuale crisi dell’Asinello è proprio di Obama. Lui che, nel 2008, vinse contro le alte sfere dem che volevano silurarlo, si è alla fine lasciato assorbire da quell’establishment a cui aveva originariamente dichiarato guerra, appoggiando Hillary Clinton nel 2016, Biden nel 2020 e, per quanto obtorto collo, la Harris nel 2024. Un Obama che, all’inizio vicino alla working class della Rust Belt, si è sempre più spostato verso il progressismo liberal della West Coast, perdendosi per strada il sostegno dei colletti blu di Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. Non a caso, negli ultimi otto anni, l’ala «operaia» dei dem è spesso stata sacrificata e mortificata da quella «californiana» con i risultati deleteri che abbiamo visto alle presidenziali di martedì. L’Asinello si trova adesso davanti a una traversata nel deserto che potrebbe usare per cercare finalmente di archiviare quello stesso establishment che lo ha portato alla rovina. Il punto è che non sarà facile. La Pelosi è appena stata rieletta alla Camera, mentre la presa di Obama e dei Clinton sul partito continua a essere profonda. Bisognerà vedere come si comporteranno gli «astri nascenti»: Newsom, Shapiro e la Whitmer. Avvieranno un dibattito franco e aperto in grado di favorire un rinnovamento della classe dirigente dem? Oppure si accontenteranno di rivelarsi pedine dell’establishment? Resta tuttavia certo che Obama è uscito indebolito dalla sconfitta della Harris. Perché, nonostante non la volesse come candidata, alla fine l’ha comunque appoggiata. Sarà quindi più difficile per lui adesso tirare la volata a qualche suo beniamino nel 2028: sia che si tratti della moglie Michelle, sia che si tratti di Newsom. Si apre ora una crepa nel potere ufficioso dell’ex presidente in seno al partito. Riuscirà a mantenersi in sella? Oppure rimarrà travolto dalla resa dei conti interna appena iniziata?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dem-iniziato-processo-interno-obama-2669634743.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="biden-si-finge-triste-ma-non-ci-riesce" data-post-id="2669634743" data-published-at="1731049996" data-use-pagination="False"> Biden si finge triste ma non ci riesce Era curiosamente di buon umore Joe Biden ieri, mentre teneva il suo primo discorso alla nazione dalla vittoria di Donald Trump. Acclamato da un piccolo pubblico davanti a sé, il presidente ha mostrato un sorriso smagliante sia prima di iniziare a parlare sia al termine dell’intervento. «Ho detto molte volte che non puoi amare il tuo Paese solo quando vinci, non puoi amare il tuo vicino solo quando sei d’accordo», ha detto. «Spero anche che possiamo mettere a tacere la questione sull’integrità del sistema elettorale americano. È onesto, è giusto, è trasparente e ci si può fidare, che si vinca o si perda», ha aggiunto in un’implicita stoccata a Trump per le sue accuse di brogli nel 2020. «Farò il mio dovere di presidente. Manterrò fede al mio giuramento e onorerò la costituzione. Il 20 gennaio, avremo un pacifico trasferimento di potere qui in America», ha continuato. «Insieme, abbiamo cambiato l’America in meglio. Ora, abbiamo 74 giorni per finire il mandato, il nostro mandato. Facciamo in modo che ogni giorno conti», ha anche detto. «Gli insuccessi sono inevitabili, ma arrendersi è imperdonabile. Tutti veniamo buttati giù, ma la misura del nostro carattere, come direbbe mio padre, è la rapidità con cui ci rialziamo. Ricordate: una sconfitta non significa che siamo sconfitti». Biden ha quindi rivendicato quelli che considera i successi della sua presidenza. «So che è un momento difficile. State soffrendo. Vi sento e vi vedo, ma non dimenticate, non dimenticate tutto quello che abbiamo realizzato. È stata una presidenza storica», ha affermato. Come detto, dal punto di vista dell’umore, Biden non sembrava particolarmente affranto. Si respirava un clima piuttosto diverso da quello del discorso con cui Kamala Harris, mercoledì, ha riconosciuto la sconfitta. In quell’occasione, molti tra il pubblico piangevano. E in lacrime sono apparsi anche il vice della candidata dem, Tim Walz, oltre a suo marito, Doug Emhoff. La stessa Harris, pur cercando di stemperare il clima di tristezza, è apparsa con il volto tirato durante alcune parti del suo intervento. Sempre mercoledì, la deputata dem, Alexandria Ocasio-Cortez, ha postato un video sui social in cui, serissima, ha accusato de facto Trump di autoritarismo. Ma non è tutto. L’allegria di Biden stride anche con il fatto che, secondo l’Associated Press, molti esponenti dem lo stanno accusando, più o meno dietro le quinte, di essere il responsabile della débâcle elettorale di martedì. Del resto, non è un mistero che Biden avesse il dente avvelenato per come è stato silurato a luglio dall’establishment del suo stesso partito. Non a caso, c’è il fondato sospetto che alcune delle sue gaffe più recenti le abbia fatte apposta per boicottare la Harris. A settembre, si fece fotografare, tutto sorridente, con il cappellino di Trump, mentre, a pochi giorni dalle elezioni, se n’è uscito definendo «spazzatura» i sostenitori del tycoon. Insomma, a pensar male, si potrebbe quasi credere che Biden, tutto sommato, ieri fosse piuttosto contento. Ovviamente è solo un’ipotesi. Ma ricordiamoci sempre che, quando tenne il suo primo discorso dopo aver annunciato il ritiro della candidatura, volle precisare che avrebbe comunque meritato di svolgere un secondo mandato presidenziale. In agosto, parlando con la Cbs, ammise inoltre di aver subito pressioni dai dem per fare un passo indietro dalla corsa elettorale. D’altronde, diciamocelo: Biden probabilmente avrebbe perso. Ma, forse, in modo meno disastroso della Harris, essendo lui storicamente più competitivo nella Rust Belt. Nel frattempo, secondo Politico, i consiglieri di Trump per la transizione presidenziale starebbero già valutando dei nomi per le nomine nella sua nuova amministrazione. Si parla del senatore Marco Rubio e di Robert Kennedy jr. Ron DeSantis starebbe inoltre chiedendo che venga preso in considerazione l’attuale responsabile della Sanità della Florida, Joseph Ladapo. Per il momento sembra esserci un clima di collaborazione con l’amministrazione Biden, anche se non si può escludere che il presidente uscente possa fare qualche scherzetto per mettere in difficoltà il successore. Nelle fasi di transizione presidenziale i «dispetti» talvolta capitano.
Il direttore de «La Verità» Maurizio Belpietro e il ministro degli Esteri Antonio Tajani
La terza edizione de Il giorno della Verità si è aperta con l'intervista del direttore Maurizio Belpietro al ministro degli Esteri Antonio Tajani. In merito allo scontro degli ultimi giorni fra Meloni e Trump, Tajani ha ribadito come sia «inaccettabile che vi siano offese nei confronti della premier». Eppure, ha sottolineato che «dobbiamo preservare la nostra alleanza con gli Usa: non possiamo pensare di dividere l'Occidente, che deve essere sempre più unito di fronte alle sfide odierne con Russia, CIna, India. Altrimenti sarà difficile essere competitivi da soli. Anche gli Usa hanno bisogno di noi: ricordiamo che l'Italia è la seconda manifattura europea».
Sempre riguardo alla querelle con gli Stati Uniti, il ministro degli Esteri ritiene che «non bisogna fare la guerra a nessuno, ma dobbiamo farci rispettare. Abbiamo dato dei segnali politici forti, annullando la mia missione negli Usa. Continuiamo comunque a lavorare su tutti i dossier che riguardano le materie prime e la Nato. Guardiamo avanti come alleati».
Belpietro ha introdotto quindi la situazione del conflitto russo-ucraino, in vista di un possibile accordo di pace. «Bisogna trovare una figura che parli per tutti. Ma dobbiamo sceglierla noi, non Putin. E deve essere una figura credibile a livello istituzionale, possibilmente che abbia buone relazioni con il Cremlino», sostiene Tajani. Sul gas russo, l'Italia deve rimanere coerente con quanto ha scelto secondo il ministro degli Esteri: «Abbiamo fatto una scelta e dobbiamo essere coerenti, abbiamo alternative e le stiamo perseguendo. Lavoreremo anche sul nucleare. Ma se vogliamo spingere Putin a sedersi al tavolo, bisogna mandargli dei messaggi chiari. Non può valere la regola del più forte».
A livello geopolitico, Tajani ha ribadito con vigore la posizione in cui l'Italia si colloca sullo scacchiere geopolitico: «Non abbiamo alternativa all'Europa, non possiamo competere a livello globale con Cina, Usa, Russia. L'Europa, oltretutto, condivide le radici comuni cristiane. Il problema è che manca di una leadership forte. L'Italia, in questo contesto, è il Paese più stabile: si tratta del secondo governo più longevo di tutti i tempi. Per migliorare come Unione europea, dobbiamo creare un mercato unico dei capitali e dell'energia.»
Il soggetto si è poi spostato sulla politica interna, in particolare su Roberto Vannacci e il suo partito, Futuro nazionale, come nuovo soggetto politico: La coalizione di centrodestra si è sempre mostrata solida, anche se apparteniamo a famiglie diverse. Siamo un'alleanza strategica che offre all'elettorato opportunità e sfumature diverse con lo stesso obiettivo. Governiamo quindi bene insieme. Per quanto riguarda Vannacci, è lui che si è messo contro il centrodestra. Aveva detto che non avrebbe mai creato un nuovo partito, che era un'insinuazione di Conte e Schlein per dividere il centrodestra. Poi, invece, ha fatto tutto il contrario. È lui, quindi, che esclude qualsiasi alleanza con il centrodestra, perché fa il gioco della sinistra. Deve trovare un accordo con se stesso».
Il tema di un allargamento della coalizione verso il centro trova invece terreno fertile nella visione strategica di Forza Italia: «In alcuni casi è possibile, magari nelle grandi città. Aggregarsi aiuta a vincere le elezioni. Su alcune questioni abbiamo idee simili. Nello specifico, se a Milano ci fosse Cottarelli come civico potrebbe essere vincente, e mettere la sinistra all'opposizione dopo la pessima gestione dell'attuale giunta. Credo che nel capoluogo lombardo serva proprio un alleato civico che allarghi i confini del centrodestra».
Infine, il direttore della Verità chiama in causa il presunto conflitto di Tajani con la famiglia Berlusconi. «Assolutamente no, sono i giornali di sinistra che cercano di mettere in risalto qualsiasi cosa come se fosse una guerra civile. In realtà» spiega il ministro «non c'è mai stata nessuna polemica. Ascolto i loro consigli perché forniscono idee preziose, perché hanno a cuore Forza Italia. Ma il mio compito è far sì che il partito vada avanti, non sia legato alla storia. Io sono stato la guida in questa fase e continuerò a esserlo».
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