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2020-06-06
Conte mette i nostri figli in una teca di plastica
Ansa
Giornata caldissima quella di ieri alla Camera. La maggioranza ha assolutamente bisogno di convertire entro domani il decreto legge sulla scuola, per evitare che decada, ma le opposizioni danno battaglia a colpi di emendamenti, e per il ministro alla Pubblica istruzione, Lucia Azzolina, è notte fonda. L'altro ieri la Camera ha votato, con 305 voti favorevoli e 221 voti contrari, la questione di fiducia posta dal governo sul provvedimento, identico a quello approvato dal Senato, ma il regolamento di Montecitorio prevede comunque un voto finale. Lega e Fratelli d'Italia adottano la tattica dell'ostruzionismo parlamentare, come da manuale, per allungare a dismisura i tempi dell'approvazione e far decadere il decreto. Polemiche a raffica, con il centrodestra che contesta la decisione dei giallorossi di mettere ai voti la «seduta fiume», cioè senza interruzioni. Ben 193 ordini del giorno, dei quali circa 150 presentati dall'opposizione, da proporre e votare allungano i tempi della discussione mentre per le dichiarazioni di voto finali si iscrivono a parlare 172 deputati, in maggioranza leghisti e in parte di Fdi, ciascuno dei quali ha dieci minuti a disposizione. Intorno a mezzogiorno, in aula fa capolino la Azzolina. Alle 14 e 30, i lavori vengono sospesi per la sanificazione dell'aula, e riprendono alle 17 e 30. La seduta è stata sspesa anche durante la serata a causa della bagarre scppiata in Aula: i deputati della Lega hanno alzato uno striscione con la scritta «Azzolina bocciata».
Tra le proposte illustrate in videoconferenza ai sindacati dalla Azzolina e dal premier Giuseppe Conte, c'è quella di utilizzare visiere al posto delle mascherine per mantenere la socialità e garantire gli studenti disabili, ma anche l'installazione di pannelli di plexiglass per mantenere il distanziamento tra i banchi. Mentre alla Camera prosegue il dibattito, le organizzazioni sindacali della scuola, Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda, attaccano il governo e confermano lo sciopero per lunedì prossimo 8 giugno: «Riunione inconcludente», scrivono i sindacati, «voluta dalla ministra Azzolina con la presenza del presidente del Consiglio. Un incontro che ha messo in evidenza la sostanziale inconsistenza dell'azione di governo sulla scuola; a oggi non si va oltre alle generiche intenzioni di tornare alle attività in presenza, ma senza alcun progetto definito e concretamente praticabile. Certamente», aggiungono i sindacati, «non poteva scaturire dalla conferenza che ha visto oltre 50 partecipanti, espressione variamente articolata di rappresentanze del mondo civile e della scuola. Non sono emerse idee risolutive rispetto al lungo elenco di problemi ancora una volta prodotto».
Alle 18, Vito Crimi, reggente del M5s, nervosissimo, attacca l'opposizione su Facebook: «Irresponsabili. E capaci di danneggiare pesantemente studenti, famiglie e mondo della scuola per fare propaganda politica. È inconcepibile», scrive Crimi, «l'atteggiamento di Lega e Fratelli d'Italia che alla Camera dei Deputati cercano di far saltare la conversione in legge del decreto scuola. È questo il senso di responsabilità di cui tanto si vantano?». Crimi però rimedia una figuraccia: «È una grande panzana», replica il senatore Mario Pittoni, presidente della commissione Cultura a palazzo Madama e responsabile Istruzione della Lega, «che in caso di mancata approvazione del decreto scuola salti l'assunzione di 16.000 docenti. È infatti il decreto rilancio a prevedere l'assegnazione di ulteriori 16.000 posti alle procedure ordinarie e straordinarie bandite ai sensi della legge 159/2019.
«Pensare di chiudere i bimbi in classi differenziate e distanziati con il plexiglass è follia», attacca il leader della Lega, Matteo Salvini. «Abbiamo un ministro dell'Istruzione non all'altezza», aggiunge Salvini, «e prima se ne va, magari a lavorare per un'industria di plexiglass, meglio è. Siamo l'unico Paese che non sa ancora quando riapre la scuola, e stiamo discutendo un decreto che è una follia, come anche solo pensare di chiudere i bambini nel plexiglass, che è roba da tso».
Con un post su Facebook, anche l'assessore all'Edilizia scolastica del Comune di Milano, Paolo Limonta, si schiera contro l'idea della Azzolina: «Sento cose che noi maestre e maestri non possiamo sentire. Sento e leggo proposte che prefigurano una scuola in presenza, ma distante. Una scuola», argomenta Limonta, «dove bambini e ragazzi, ancora una volta, sono spettatori passivi e non protagonisti. Io non ci sto. Io continuo a lottare per una scuola aperta, centro vitale dei territori, ricca di cuore e passione. Io voglio una scuola sconfinata. Io non mi farò rinchiudere in un contenitore di plexiglass».
Intanto, alcune scuole di Bergamo si preparano alle nuove regole del distanziamento: tra queste il liceo artistico Giacomo e Pio Manzù, dove sono stati già collocati dei divisori chiari in plexiglass attorno a ciascun banco.
Il voto finale avverrà stamattina alle 11.30.
L'obbligo di mascherina per i bimbi può produrre anche effetti nocivi
Ingabbiare gli studenti nelle teche farà loro più danni del contagio
Ma voi pensate sul serio che dovremo comprare 10 milioni di campane di vetroresina per metterci dentro gli studenti? Ma siete cretini, fate i cretini o ci credete cretini? E voi pappagalli, che nei media riferite seri e precisi i dettagli della gigantesca operazione di tumulazione in massa degli studenti in bare trasparenti, siete dementi, lavorate per dementi o considerate dementi i vostri lettori e spettatori, anzi i cittadini tutti? Ma avete pensato solo un attimo a quel che state dicendo e scrivendo, illustrandolo perfino con foto, progetti e disegni di queste cabine per immunostudenti; non avvertite l'ala sovrana dell'imbecillità avvolgere voi tutti, la scuola, il governo, i commissari, il ministro Lucia Azzolina e l'Italia intera?
Pensate, solo un attimo, per favore, non vi nuocerà alla salute farlo, almeno per un istante. Un paese che in tre mesi non è stato in grado di coprire il fabbisogno (a pagamento) di mascherine, cioè della cosa più piccola e banale che si potesse produrre, dovrebbe ora in un lasso di tempo uguale se non inferiore, dotare tutte le scuole italiane - le fatiscenti scuole italiane dove non si trovano i soldi per riparare un tubo - di una decina di milioni di campane di vetro, e della relativa manutenzione, sanificazione quotidiana. Anche il milione d'insegnanti sarà ricoverato in un astuccio di plexiglass e si muoverà tra gli studenti dentro una navicella trasparente che dovrà essere disinfettata a ogni cambio d'ora. Il sottinteso inquietante di tutto questo investimento massiccio e marziano è che quelle campane di plexiglass dovranno essere usate in permanenza nella scuola di oggi e di domani.
Non sarebbe infatti pensabile allestire questi cimiteri viventi in tutte le scuole di ogni ordine e grado, intubare milioni di ragazzi e docenti sani, compiere un'operazione finanziaria e strutturale così gigantesca, solo per fronteggiare l'eventuale rischio stagionale che il virus torni in autunno. No, evidentemente si sta pensando di convivere stabilmente con la paura della pandemia e la sua profilassi; i ragazzi verranno confezionati in barattolo come i cetriolini sottaceto e i carciofini sottolio, per tutto il loro corso di studi. Altrimenti dovrei dire che si pensa a questo investimento pazzesco e fugace solo per dare soldi a qualcuno e riceverli sottobanco - è il caso di dire - da qualcuno...
Ora ricapitoliamo i dati per tornare alla realtà e per rassicurarci che non stiamo in qualche film comico di fantascienza. Stanno pensando di riaprire le scuole in presenza e in sicurezza.
Per realizzare questo progetto si mettono al lavoro imponenti comitati tecnico-scientifici, task force, aziende di consulenza che producono prototipi, sciami di amministratori e commissari governativi, più la ministra dalle labbra rosse, evoluzione hard della maestrina dalla penna rossa. Si studiano le proposte più strane, caschi permanenti o perlomeno visiere, pannelli parafiato e parasputi in plexiglass, corridoi umanitari per accedere alle scuole in sicurezza, tunnel di vetroresina come quelli che collegano gli spogliatoi ai campi da gioco, grembiulini per alieni, cabine come ai tempi dei telefoni a gettoni...
L'unico precedente che io ricordi di una cosa del genere è Rischiatutto, il quiz di Mike Bongiorno degli anni Settanta, dove i concorrenti dovevano entrare in una campana di vetro per rispondere al quiz. La definizione di Rischiatutto mi pare peraltro la più appropriata per descrivere il rischio sanitario e la sua profilassi. Qui però non si vince niente, non sono in gioco i soldi ma solo la salute; soprattutto mentale. Naturalmente la storia dei concorrenti televisivi sotto vetro risale agli albori della televisione, da Lascia o Raddoppia a Campanile sera.
La realtà, la scuola, sta diventando un'imitazione tardona della televisione.
La cosa più bella della scuola di ieri erano i banchi condivisi con un compagno, poi quello davanti, quello di dietro, quello di fianco con cui trescare, chiacchierare, scambiarsi informazioni e compiti; la cosa più bella era alzarsi, incontrarsi, toccarsi, avvicinarsi alla cattedra, senza essere respinti come appestati, vivere insieme l'avventura quotidiana della scuola. Guardarsi negli occhi, parlarsi viso a viso senza sentirsi nel parlatorio dei carcerati o allo sportello delle poste. Non si può andare a scuola equipaggiati da astronauti, da sommozzatori, da contagiati. Non si può andare a scuola pensando che la priorità non sia studiare, sapere, capire, ma proteggersi dal prossimo, tenersi a distanza, temere il docente più per il contagio che per il giudizio. Scansare non le interrogazioni ma gli sputi della docente e dei compagni di vetro-classe. Non si può insegnare, imparare, vivere, comunicare, in quelle condizioni. Per favore, diteci che ci state prendendo in giro, che avete allestito uno scherzo per coglionarci in massa, per prendervi gioco di noi. Perché non si può pensare davvero che un Paese, un governo, un intero sistema scolastico, un ministero della pubblica istruzione possano con serietà occuparsi di queste costosissime minchiate (lo dico a scopo didattico nel gergo originario della ministra sicula).
Perché poi alla fine, dopo aver distrutto la società, i rapporti umani, il lavoro, l'economia, la scuola, l'istruzione, uno è costretto a dire che il rischio eventuale di un virus diventa a questo punto il minore dei mali, e comunque solo ipotetico. Mentre tutti gli altri mali elencati sono reali, effettivi e decisamente più incurabili. Nelle campane di vetro lasciateci santi e madonne.
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La maratona d'aula prosegue durante la notte, oggi voto finale I deputati di Lega e Fdi danno battaglia a colpi di emendamenti. Genitori e associazioni chiedono chiarezza: « È un potenziale veicolo di infezione». Mentre le scuole cadono a pezzi, dal ministero arriva l'idea di chiudere in campane di plexiglass gli alunni. Così i ragazzi perderanno l'esperienza della condivisione e ci si arrenderà alla paura della pandemia. Lo speciale contiene tre articoli. Giornata caldissima quella di ieri alla Camera. La maggioranza ha assolutamente bisogno di convertire entro domani il decreto legge sulla scuola, per evitare che decada, ma le opposizioni danno battaglia a colpi di emendamenti, e per il ministro alla Pubblica istruzione, Lucia Azzolina, è notte fonda. L'altro ieri la Camera ha votato, con 305 voti favorevoli e 221 voti contrari, la questione di fiducia posta dal governo sul provvedimento, identico a quello approvato dal Senato, ma il regolamento di Montecitorio prevede comunque un voto finale. Lega e Fratelli d'Italia adottano la tattica dell'ostruzionismo parlamentare, come da manuale, per allungare a dismisura i tempi dell'approvazione e far decadere il decreto. Polemiche a raffica, con il centrodestra che contesta la decisione dei giallorossi di mettere ai voti la «seduta fiume», cioè senza interruzioni. Ben 193 ordini del giorno, dei quali circa 150 presentati dall'opposizione, da proporre e votare allungano i tempi della discussione mentre per le dichiarazioni di voto finali si iscrivono a parlare 172 deputati, in maggioranza leghisti e in parte di Fdi, ciascuno dei quali ha dieci minuti a disposizione. Intorno a mezzogiorno, in aula fa capolino la Azzolina. Alle 14 e 30, i lavori vengono sospesi per la sanificazione dell'aula, e riprendono alle 17 e 30. La seduta è stata sspesa anche durante la serata a causa della bagarre scppiata in Aula: i deputati della Lega hanno alzato uno striscione con la scritta «Azzolina bocciata». Tra le proposte illustrate in videoconferenza ai sindacati dalla Azzolina e dal premier Giuseppe Conte, c'è quella di utilizzare visiere al posto delle mascherine per mantenere la socialità e garantire gli studenti disabili, ma anche l'installazione di pannelli di plexiglass per mantenere il distanziamento tra i banchi. Mentre alla Camera prosegue il dibattito, le organizzazioni sindacali della scuola, Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda, attaccano il governo e confermano lo sciopero per lunedì prossimo 8 giugno: «Riunione inconcludente», scrivono i sindacati, «voluta dalla ministra Azzolina con la presenza del presidente del Consiglio. Un incontro che ha messo in evidenza la sostanziale inconsistenza dell'azione di governo sulla scuola; a oggi non si va oltre alle generiche intenzioni di tornare alle attività in presenza, ma senza alcun progetto definito e concretamente praticabile. Certamente», aggiungono i sindacati, «non poteva scaturire dalla conferenza che ha visto oltre 50 partecipanti, espressione variamente articolata di rappresentanze del mondo civile e della scuola. Non sono emerse idee risolutive rispetto al lungo elenco di problemi ancora una volta prodotto». Alle 18, Vito Crimi, reggente del M5s, nervosissimo, attacca l'opposizione su Facebook: «Irresponsabili. E capaci di danneggiare pesantemente studenti, famiglie e mondo della scuola per fare propaganda politica. È inconcepibile», scrive Crimi, «l'atteggiamento di Lega e Fratelli d'Italia che alla Camera dei Deputati cercano di far saltare la conversione in legge del decreto scuola. È questo il senso di responsabilità di cui tanto si vantano?». Crimi però rimedia una figuraccia: «È una grande panzana», replica il senatore Mario Pittoni, presidente della commissione Cultura a palazzo Madama e responsabile Istruzione della Lega, «che in caso di mancata approvazione del decreto scuola salti l'assunzione di 16.000 docenti. È infatti il decreto rilancio a prevedere l'assegnazione di ulteriori 16.000 posti alle procedure ordinarie e straordinarie bandite ai sensi della legge 159/2019. «Pensare di chiudere i bimbi in classi differenziate e distanziati con il plexiglass è follia», attacca il leader della Lega, Matteo Salvini. «Abbiamo un ministro dell'Istruzione non all'altezza», aggiunge Salvini, «e prima se ne va, magari a lavorare per un'industria di plexiglass, meglio è. Siamo l'unico Paese che non sa ancora quando riapre la scuola, e stiamo discutendo un decreto che è una follia, come anche solo pensare di chiudere i bambini nel plexiglass, che è roba da tso». Con un post su Facebook, anche l'assessore all'Edilizia scolastica del Comune di Milano, Paolo Limonta, si schiera contro l'idea della Azzolina: «Sento cose che noi maestre e maestri non possiamo sentire. Sento e leggo proposte che prefigurano una scuola in presenza, ma distante. Una scuola», argomenta Limonta, «dove bambini e ragazzi, ancora una volta, sono spettatori passivi e non protagonisti. Io non ci sto. Io continuo a lottare per una scuola aperta, centro vitale dei territori, ricca di cuore e passione. Io voglio una scuola sconfinata. Io non mi farò rinchiudere in un contenitore di plexiglass». Intanto, alcune scuole di Bergamo si preparano alle nuove regole del distanziamento: tra queste il liceo artistico Giacomo e Pio Manzù, dove sono stati già collocati dei divisori chiari in plexiglass attorno a ciascun banco. Il voto finale avverrà stamattina alle 11.30. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/decreto-a-rischio-il-governo-non-riesce-a-riaprire-le-scuole-2646155982.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-obbligo-di-mascherina-per-i-bimbi-puo-produrre-anche-effetti-nocivi" data-post-id="2646155982" data-published-at="1591385785" data-use-pagination="False"> L'obbligo di mascherina per i bimbi può produrre anche effetti nocivi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/decreto-a-rischio-il-governo-non-riesce-a-riaprire-le-scuole-2646155982.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ingabbiare-gli-studenti-nelle-teche-fara-loro-piu-danni-del-contagio" data-post-id="2646155982" data-published-at="1591385785" data-use-pagination="False"> Ingabbiare gli studenti nelle teche farà loro più danni del contagio Ma voi pensate sul serio che dovremo comprare 10 milioni di campane di vetroresina per metterci dentro gli studenti? Ma siete cretini, fate i cretini o ci credete cretini? E voi pappagalli, che nei media riferite seri e precisi i dettagli della gigantesca operazione di tumulazione in massa degli studenti in bare trasparenti, siete dementi, lavorate per dementi o considerate dementi i vostri lettori e spettatori, anzi i cittadini tutti? Ma avete pensato solo un attimo a quel che state dicendo e scrivendo, illustrandolo perfino con foto, progetti e disegni di queste cabine per immunostudenti; non avvertite l'ala sovrana dell'imbecillità avvolgere voi tutti, la scuola, il governo, i commissari, il ministro Lucia Azzolina e l'Italia intera? Pensate, solo un attimo, per favore, non vi nuocerà alla salute farlo, almeno per un istante. Un paese che in tre mesi non è stato in grado di coprire il fabbisogno (a pagamento) di mascherine, cioè della cosa più piccola e banale che si potesse produrre, dovrebbe ora in un lasso di tempo uguale se non inferiore, dotare tutte le scuole italiane - le fatiscenti scuole italiane dove non si trovano i soldi per riparare un tubo - di una decina di milioni di campane di vetro, e della relativa manutenzione, sanificazione quotidiana. Anche il milione d'insegnanti sarà ricoverato in un astuccio di plexiglass e si muoverà tra gli studenti dentro una navicella trasparente che dovrà essere disinfettata a ogni cambio d'ora. Il sottinteso inquietante di tutto questo investimento massiccio e marziano è che quelle campane di plexiglass dovranno essere usate in permanenza nella scuola di oggi e di domani. Non sarebbe infatti pensabile allestire questi cimiteri viventi in tutte le scuole di ogni ordine e grado, intubare milioni di ragazzi e docenti sani, compiere un'operazione finanziaria e strutturale così gigantesca, solo per fronteggiare l'eventuale rischio stagionale che il virus torni in autunno. No, evidentemente si sta pensando di convivere stabilmente con la paura della pandemia e la sua profilassi; i ragazzi verranno confezionati in barattolo come i cetriolini sottaceto e i carciofini sottolio, per tutto il loro corso di studi. Altrimenti dovrei dire che si pensa a questo investimento pazzesco e fugace solo per dare soldi a qualcuno e riceverli sottobanco - è il caso di dire - da qualcuno... Ora ricapitoliamo i dati per tornare alla realtà e per rassicurarci che non stiamo in qualche film comico di fantascienza. Stanno pensando di riaprire le scuole in presenza e in sicurezza. Per realizzare questo progetto si mettono al lavoro imponenti comitati tecnico-scientifici, task force, aziende di consulenza che producono prototipi, sciami di amministratori e commissari governativi, più la ministra dalle labbra rosse, evoluzione hard della maestrina dalla penna rossa. Si studiano le proposte più strane, caschi permanenti o perlomeno visiere, pannelli parafiato e parasputi in plexiglass, corridoi umanitari per accedere alle scuole in sicurezza, tunnel di vetroresina come quelli che collegano gli spogliatoi ai campi da gioco, grembiulini per alieni, cabine come ai tempi dei telefoni a gettoni... L'unico precedente che io ricordi di una cosa del genere è Rischiatutto, il quiz di Mike Bongiorno degli anni Settanta, dove i concorrenti dovevano entrare in una campana di vetro per rispondere al quiz. La definizione di Rischiatutto mi pare peraltro la più appropriata per descrivere il rischio sanitario e la sua profilassi. Qui però non si vince niente, non sono in gioco i soldi ma solo la salute; soprattutto mentale. Naturalmente la storia dei concorrenti televisivi sotto vetro risale agli albori della televisione, da Lascia o Raddoppia a Campanile sera. La realtà, la scuola, sta diventando un'imitazione tardona della televisione. La cosa più bella della scuola di ieri erano i banchi condivisi con un compagno, poi quello davanti, quello di dietro, quello di fianco con cui trescare, chiacchierare, scambiarsi informazioni e compiti; la cosa più bella era alzarsi, incontrarsi, toccarsi, avvicinarsi alla cattedra, senza essere respinti come appestati, vivere insieme l'avventura quotidiana della scuola. Guardarsi negli occhi, parlarsi viso a viso senza sentirsi nel parlatorio dei carcerati o allo sportello delle poste. Non si può andare a scuola equipaggiati da astronauti, da sommozzatori, da contagiati. Non si può andare a scuola pensando che la priorità non sia studiare, sapere, capire, ma proteggersi dal prossimo, tenersi a distanza, temere il docente più per il contagio che per il giudizio. Scansare non le interrogazioni ma gli sputi della docente e dei compagni di vetro-classe. Non si può insegnare, imparare, vivere, comunicare, in quelle condizioni. Per favore, diteci che ci state prendendo in giro, che avete allestito uno scherzo per coglionarci in massa, per prendervi gioco di noi. Perché non si può pensare davvero che un Paese, un governo, un intero sistema scolastico, un ministero della pubblica istruzione possano con serietà occuparsi di queste costosissime minchiate (lo dico a scopo didattico nel gergo originario della ministra sicula). Perché poi alla fine, dopo aver distrutto la società, i rapporti umani, il lavoro, l'economia, la scuola, l'istruzione, uno è costretto a dire che il rischio eventuale di un virus diventa a questo punto il minore dei mali, e comunque solo ipotetico. Mentre tutti gli altri mali elencati sono reali, effettivi e decisamente più incurabili. Nelle campane di vetro lasciateci santi e madonne.
Giorgia Meloni (Ansa)
A margine dell’incontro, il capo di Stato maggiore delle forze armate ucraine, Andriy Gnatov, ha reso noto che Kiev e Washington hanno raggiunto un accordo bilaterale sul futuro sostegno all’esercito ucraino. Nel documento vengono descritte «le modalità di supporto all’Ucraina, alle forze armate, al loro approvvigionamento, alla loro modernizzazione». Nel frattempo, il presidente americano, Donald Trump, ha espresso tutta la sua frustrazione nei confronti dello zar russo: «Non mi entusiasma Putin. Non sono contento. Sta uccidendo troppe persone».
In ogni caso, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, dopo la riunione a Kiev, ha scritto su X: «Il lavoro con i consiglieri continua. Stiamo preparando gli incontri in Europa la prossima settimana» e anche quelli «con gli Stati Uniti». Il prossimo appuntamento, a livello di leader, sarà infatti il 6 gennaio quando è previsto a Parigi il vertice della Coalizione dei Volenterosi. A prendere parte all’incontro sarà anche il presidente del consiglio, Giorgia Meloni.
E in vista del summit di Parigi, Zelensky si è anche sentito telefonicamente con il premier britannico, Keir Starmer, per «discutere i dettagli». Ma non solo: i due hanno anche parlato «della necessità di una giusta decisione riguardo ai proventi congelati derivanti dalla vendita del Chelsea». Si tratta di «2,5 miliardi di sterline che possono e devono contribuire in modo significativo a proteggere le vite umane e sostenere la ripresa dell’Ucraina dopo tutti gli attacchi russi» ha scritto Zelensky su X. Solamente un paio di settimane fa, Starmer ha minacciato l’ex proprietario della squadra di calcio, Roman Abramovich, di ricorrere ad azioni legali qualora l’oligarca russo si rifiuti di donare i proventi della vendita a Kiev. Tornando alla telefonata, una nota di Downing Street ha aggiunto che Zelensky «ha discusso del lavoro in corso per garantire il dispiegamento di una forza multinazionale in Ucraina nei giorni successivi al cessate il fuoco».
Oltre alle trattative di pace, il presidente ucraino prosegue con il rimpasto dopo lo scandalo sulla corruzione: ha proposto l’ex primo ministro Denys Shmyhal, che è stato alla guida del ministero della Difesa per meno di sei mesi, come nuovo ministro dell’Energia e primo viceministro. A prendere il posto di Shmyhal al dicastero della Difesa sarà l’ormai ex ministro alla Transizione digitale, Mykhailo Fedorov. Nel motivare quest’ultima decisione, il leader di Kiev ha dichiarato che Fedorov sarà «in grado di attuare cambiamenti nel settore della difesa» visto che è stato già «profondamente impegnato nel lavoro sui droni». Inoltre, Zelensky ha annunciato su X che cambierà i vertici in cinque regioni, ovvero a «Vinnytsia, Dnipro, Poltava, Ternopil e Chernivtsi».
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Ansa
Arrivano le prime certezze dalla Svizzera. «Tre delle vittime sono italiane. Le famiglie sono state avvertite»: ad annunciarlo, in tarda serata, è stato l’ambasciatore Gian Domenico Cornado. I dispersi sono, dunque, tre. Sempre ieri, infatti, in serata, è stata diffusa la notizia dell’identificazione ufficiale, da parte delle autorità elvetiche, del primo morto italiano nella strage di Crans-Montana: si tratta di Giovanni Tamburi , 16 anni di Bologna, che si aggiunge alla probabile morte del golfista genovese, Emanuele Galeppini, e quella di Chiara Costanzo, 15 anni. È il padre di quest’ultima a spegnere ogni speranza una volta saputo che i feriti non identificati sono tutti maschi.
Una giornata, quella di ieri, scandita dalla rabbia delle famiglie. Una risposta al dolore, la loro, spiegano gli psicologi che li assistono. «È una rabbia legata all’attesa e permette di non sentire il dolore e la tristezza. Una risposta fisiologica» che va compresa «senza controreagire», spiegano gli esperti. E chi li cura aggiunge: «Hanno bisogno di sapere e lo stato di attesa è peggiore di una certezza anche terribile».
Chiunque abbia figli ha provato a immaginare quel dolore, è impossibile, eppure la rabbia non monta solo tra i diretti coinvolti perché iniziano a farsi largo le domande che tutte puntualmente, restano senza risposte. Come è potuto succedere? Di chi sono le responsabilità? Possibile che non si riesca a capire chi è morto e chi è vivo? E nelle stesse ore un’altra penosa polemica ha preso piede nei dibattiti televisivi e sui social. Alcuni, senza che ancora si sia messo un punto all’emergenza e alle identificazioni, ha pensato di giudicare quei ragazzi che, presi dall’ingenuità, nei primi momenti dell’emergenza riprendevano le fiamme. Quasi fosse loro la colpa della loro disgrazia. Mancano le risposte ma manca anche il rispetto.
«L’operazione non è affatto conclusa fino a quando l’ultimo dei nostri ragazzi sarà tornato a casa», ha detto l’assessore al Welfare lombardo, Guido Bertolaso, che sta gestendo l’emergenza. «In questi giorni abbiamo fatto oltre venti voli verso la Svizzera per andare a prendere i ragazzi, 40 ore di volo in condizioni meteorologiche non ottimali e attraversando le Alpi. È un gioco di squadra italiano di cui siamo orgogliosi, e non ci fermiamo qui».
Non solo Milano, anche il Villa Scassi di Genova accoglierà una paziente ferita a Crans-Montana. Si tratterebbe di una persona adulta, non è certo se italiana o straniera. L’arrivo in elicottero è previsto intorno alle 15 di oggi, l’ospedale ha messo a disposizione ulteriori quattro posti letto. I pazienti trasferiti dalla Svizzera al Niguarda di Milano, intanto, sono diventati nove e sono tutti in «buone condizioni cliniche», come riferito nell’ultimo bollettino. Nella tarda mattinata di ieri è arrivata un’altra quindicenne, Sofia. Era ricoverata all’ospedale di Losanna «sicuramente la paziente in questo momento più grave», ha detto Bertolaso. Almeno fino a quando non c’è stato un altro arrivo precedentemente non previsto. Contrariamente a quanto comunicato al mattino, infatti, nel pomeriggio è arrivata nell’ospedale del capoluogo lombardo una nuova paziente. Ha 16 anni, era proveniente da Zurigo ed era stata definita in precedenza «non trasportabile». Si tratta di Francesca, anche lei milanese, considerata la paziente più grave e già operata due volte in Svizzera.
Francesca e Sofia frequentano il liceo Virgilio, con loro ci sono altri due ragazzi coinvolti nella tragedia del locale svizzero, tutti e quattro frequentavano la terza D del liceo di Milano che in questi giorni vive momenti di angoscia. Gli altri due, Leonardo, promessa del calcio e Kean, sono ricoverati in Svizzera e, per il momento, non possono essere trasportati. Erano tutti ospiti nella casa a Crans dei genitori di Francesca. Insieme a loro dovevano partire per la vacanza altri due studenti del Virgilio, due amici anche loro invitati dalla famiglia di Francesca, ma all’ultimo hanno rinunciato al viaggio, uno perché malato. Lo ha confermato all’Ansa il preside dell’istituto, Roberto Garrone: inizialmente, infatti, «dovevano partire in sei».
«Poi ci sono due ragazzi nostri, sembrano essere nostri perché non sono ancora stati identificati con certezza», ha detto Bertolaso in uno degli ultimi punti stampa, «sono i due casi più gravi e si trovano al centro grandi ustioni in Zurigo. Abbiamo la ragionevole speranza che si tratti di due ragazzi italiani ma dobbiamo ancora fare le prove del Dna. Hanno il volto completamente coperto da tutte le medicazioni perché, avendo avuto ustioni sul volto, il primo intervento che hanno fatto i sanitari elvetici è stato quello di curare la parte della faccia e, quindi, non possiamo sciogliere quelle che sono le medicazioni per andare a vedere se si tratta di uno piuttosto che di un altro. Ovviamente sono intubati, quindi non sono in grado di parlare e per cui bisogna attendere la possibilità di una identificazione certa».
Una tragedia per le famiglie, ma per un’intera comunità. Il 7 gennaio riaprirà il Virgilio, così come le altre scuole italiane, ma quegli studenti dovranno affrontare questo terribile trauma. Per questo è stato già predisposto l’arrivo di una squadra di psicologi ha spiegato il preside: «la sera dello stesso giorno probabilmente ci sarà un incontro di supporto dedicato ai docenti e ai genitori con degli specialisti». Storie di vite spezzate, tra chi è morto, chi è sopravvissuto e chi per affetto è vicino a queste vittime, nulla sarà più lo stesso.
Indagati i titolari del locale-trappola. Erano senza licenza per la discoteca
Sono indagati per «omicidio, lesioni personali e incendio a titolo colposo per negligenza» Jessica e Jacques Moretti, i titolari di Le Constellation, il locale nella via centrale di Crans-Montana che, la notte di Capodanno, si è trasformato in una trappola senza scampo per 40 giovani bruciati vivi e altri 121 gravemente feriti.
A dare, finalmente, la notizia - che a dire il vero per le logiche della giustizia italiana risultava scontata, se non addirittura in ritardo rispetto all’enormità della tragedia - è stata la Procura cantonale del Vallese che, due giorni fa, aveva annunciato con una conferenza stampa l’avvio di un inchiesta sulle cause del rogo, causato - ormai con pochi dubbi - dalle candele scintillanti accese sulle bottiglie di champagne e finite troppo vicine al soffitto, ricoperto con materiale fonoassorbente evidentemente non ignifugo. In ossequio alla prudenza svizzera, tuttavia, le stesse autorità, ci hanno tenuto a puntualizzare che «la presunzione di innocenza si applica fino alla pronuncia della condanna definitiva» e che, per il momento, a carico della coppia non sono previste misure cautelari in carcere, né ai domiciliari.
Mentre le ore trascorrono - lentissime per le tante famiglie colpite dalla tragedia - le domande senza risposta, su come e con quali logiche, quel locale, aperto ai più giovani, fosse realmente gestito dalla coppia di corsi, sono sempre più numerose e inquietanti. Le misure di sicurezza evidentemente non adeguate, una porta di uscita sul retro che alcuni soccorritori sostengono di aver trovato chiusa a chiave, l’abitudine consolidata di utilizzare giochi pirotecnici in un seminterrato e quella schiuma insonorizzante a tappezzare il soffitto che ha preso fuoco in un attimo e che lascia, legittimamente, aperti tutti i dubbi possibili sull’adeguatezza degli spazi alle norme antincendio.
Eppure, la chiave per capire come sia possibile che, nella precisa Svizzera, un locale così pericoloso fosse accessibile e frequentato, potrebbe nascondersi proprio nella destinazione d’uso degli spazi, ricavati nei sotterranei del palazzo di Rue Central 35 a Crans-Montana. Le Constellation, infatti, era stato autorizzato con la funzione di bar e non di discoteca e non sarebbe mai dovuto essere adibito a sala da ballo. E, forse, proprio qui, si nasconde l’inghippo.
A rendere nota l’incongruenza è l’agenzia di stampa Agi che è entrata in possesso della visura camerale del locale, nella quale è riportato chiaramente che la licenza riguarda attività di «ristorazione, vendita di bevande e commercio dei vini in generale», senza alcuna menzione ad attività di discoteca. Effettivamente, anche guardando semplicemente ai claim promozionali di Le Constellation, arriva la conferma: la scritta all’esterno del locale indica «longue bar» e «cocktail bar» e anche le recensioni su Tripadvisor, sospese dopo la tragedia, non nominano mai locali da ballo: «Pranzo, cena, aperto fino a tardi, bevande da asporto e al tavolo» sono i servizi promossi sul sito per turisti, e niente altro. Ed è chiaro che le norme di sicurezza per servire un cocktail ad avventori seduti a tavolino non sono le stesse che si applicano ad una serata scatenata in pista con centinaia di adolescenti.
Sotto accusa - soprattutto per chi conosceva la storia del locale - ci sono i lavori di ristrutturazione realizzati nel 2015, a quanto pare, direttamente da Jacques Moretti nel tempo record di 100 giorni, ovvero tre mesi, nei quali l’uomo - lavorando instancabilmente - aveva trasformato il seminterrato abbandonato in uno spazio con il permesso di ospitare fino a 300 persone. «Sono stati fatti tre controlli in dieci anni ed era sempre tutto a posto», ha dichiarato più volte lo stesso Moretti e mentre si spera che i risultati di quei controlli siano già al vaglio degli inquirenti elvetici, resta da capire per quale finalità d’uso degli spazi quei controlli erano stati predisposti.
Per esempio quella schiuma insonorizzante in materiale plastico nero, che rivestiva il soffitto - ben visibile in diverse immagini diffuse sui social e nei video drammatici delle prime fiamme - era stato validato come rivestimento per un tranquillo cocktail bar o era stato ritenuto idoneo anche a ricoprire le pareti di una discoteca? Molte ricostruzioni dell’accaduto riportate sui social dagli avventori abituali di Le Constellation sottolineano la vetustà dello stabile e alcune ipotizzano addirittura che durante la ristrutturazione, avvenuta nel 2015, il vano scale che collega i due piani - il terra e il seminterrato - sia stato ridotto per il posizionamento degli arredi.
Comunque sia, la piantina degli ambienti sembra evidenziare una carenza di uscite soprattutto in relazione al numero di persone ammesse, almeno secondo gli standard del nostro Paese. In Italia, infatti, è obbligatorio. per ottenere il via libera a qualsiasi inaugurazione di attività aperta al pubblico. presentare il «piano di sicurezza» formulato e sottoscritto da esperti che basano le autorizzazioni proprio sul rapporto tra il numero e l’ampiezza delle vie di fuga, la capienza delle persone e il tipo di attività previste.
«Non sono in grado di fare paragoni con l’Italia ma quello che posso dire è che in Italia esistono servizi di vigilanza interna, c’è del personale e non oso immaginare un locale notturno gestito in questo modo nel nostro Paese dove abbiamo procedure molto severe», ha dichiarato l’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, interpellato sulla questione.
Truffa e squillo nella vita di Jacques
Lui ex carcerato, finito dentro per sfruttamento della prostituzione, lei imprenditrice rampante, figlia - per beffa del destino - di un vigile del fuoco. Sembrano i protagonisti di un brutto film Jaques Moretti e Jessica Maric, i proprietari del locale Le Constellation, nel centro di Crans-Monatana, all’interno del quale hanno perso la vita, arsi vivi, 40 giovanissimi che festeggiavano lì la notte di Capodanno e che non sono riusciti a fuggire dalle fiamme mentre Jessica Maric, presente, è uscita praticamente illesa dal rogo.
A rivelare il passato dell’uomo è il quotidiano Le Parisien che spiega come Moretti, soprannominato «il corso» e originario di Ghisonaccia, un piccolo paese dell’isola francese, oggi 49 anni, non sarebbe affatto uno sconosciuto per il sistema giudiziario francese. L’uomo, tra la metà degli anni Novanta e il 2005, sarebbe stato processato e poi condannato a un periodo di carcere, scontato nelle galere della Savoia, per reati non banali: truffa, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona. Moretti, tuttavia, dopo aver pagato il suo debito con la giustizia, era uscito dal giro tanto che la polizia francese - sempre secondo Le Parisien - lo ritiene un soggetto ormai «lontano dallo spettro della criminalità organizzata».
Pochi anni dopo, l’incontro con Jessica, allora giovane intraprendente con un curriculum di studi di tutto rispetto. Il profilo di Jessica Maric, oggi 40 anni, è quello di una donna benestante a cui la famiglia ha dato la possibilità di formarsi una solida base culturale. Originaria della Corsica, la donna ha vissuto in Costa Azzurra per molti anni e precisamente a Cannes dove il padre, Jean-Paul Maric, è stato vigile del fuoco nel comparto cittadino e lo zio, Jean-Pierre Maric, presidente del comitato municipale degli incendi forestali ad Auribeau-sur-Siagne.
Dopo gli studi superiori in un istituto di Antibes, Jessica ha frequentato l’Università di Glamorgan, nel Galles meridionale, per poi completare la sua formazione all’Università internazionale di Monaco e alla Montpelier Business School in Francia. Tutte esperienze che dovevano prepararla a un futuro nel commercio e nell’impresa. Oltre che sulla formazione di Jessica, tuttavia, la coppia ha, con ogni probabilità, potuto contare anche su solide basi economiche per arrivare a diventare proprietaria di ben tre locali di livello medio alto, in una delle località sciistiche più rinomate dell’arco alpino. L’idea di investire a Crans Montana sarebbe arrivata proprio dopo una vacanza sulla neve e - detto fatto - da quel momento i due avrebbero intrapreso attività a tal punto efficaci da renderli titolari e gestori in pochi anni, oltre che di Le Constellation, aperto nel 2015, anche del bar ristorante Le Senso e del locale Le vieux Chalet, nel Comune di Lens, specializzato nel servire piatti tipici della Corsica.
La coppia che, a quanto risulta, ha un figlio, la residenza in Corsica e una proprietà immobiliare in Costa Azzurra, a Crans-Montana è molto conosciuta ma non sempre di buona fama. Mentre alcuni ricordano la «cattiva reputazione» di Jaques, altri lo definiscono «un gran lavoratore». Su di lui Le Parisien riporta, tra gli altri, un racconto inquietante. Un anziano del posto, che sostiene di conoscere da tempo Moretti, intervistato dal quotidiano francese ha riferito che l’uomo, in una occasione, gli avrebbe chiesto «di portare dei contanti in Corsica nelle sue valigie quando stava programmando una vacanza lì» e che la stessa proposta sarebbe stata avanzata da parte di Moretti anche ad altri del posto.
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Ogni volta che un’area del mondo si infiamma, Bitcoin si ripresenta come l’oro dei tempi moderni, ma senza miniere, senza cave e soprattutto senza bandiere. Non è una valuta, non è un asset rifugio tradizionale, non è nemmeno più una ribellione: è un riflesso del mercato quando la politica decide di alzare la voce. Subito dietro, con passo più lento ma con la solennità di chi sa di essere eterno, arriva l’oro. Che in realtà non arriva: c’era già. L’oro viaggia sui massimi, attorno ai 4.500 dollari l’oncia, e guarda il mondo con l’aria di chi ha già visto imperi cadere, presidenti rovesciati e guerre annunciate come «interventi chirurgici». Gli acquisti sono previsti, attesi, quasi scontati. Perché quando la geopolitica tossisce, l’oro non si ammala: ingrassa. E poi c’è il petrolio, che in queste storie gioca sempre una doppia partita. Nel breve periodo, il copione è noto: tensioni, rischio geopolitico, qualche spunto rialzista. Basta evocare il Venezuela, basta ricordare che lì sotto la terra ci sono le maggiori riserve di greggio del pianeta, per far tremare le quotazioni. Ma attenzione, perché sul lungo periodo il film potrebbe ribaltarsi. Se davvero il petrolio venezuelano dovesse tornare sul mercato in modo strutturale, con volumi significativi, l’effetto potrebbe essere l’opposto: più offerta, più concorrenza, prezzi sotto pressione. Insomma, oggi il petrolio sale per paura, domani potrebbe scendere per abbondanza. È la schizofrenia tipica delle materie prime quando la politica internazionale decide di rimettere mano alla mappa.
Nel frattempo, mentre Bitcoin corre, l’oro brilla e il petrolio tentenna, c’è un settore che ringrazia in silenzio e incassa. È quello della difesa. Perché ogni volta che il mondo si complica, qualcuno deve pur vendere ordine, sicurezza, deterrenza. E possibilmente fatturare. Titoli come Leonardo, Rheinmetall o Fincantieri sono i veri beneficiari di questa confusione globale. Non perché amino la guerra - almeno ufficialmente - ma perché prosperano nella sua possibilità permanente. Non serve il conflitto aperto: basta l’idea, l’ipotesi, il rischio. È il paradosso dei mercati moderni: più cresce l’instabilità, più aumenta il valore di chi promette stabilità armata. Le borse lo sanno, gli investitori anche. E così, mentre i comunicati ufficiali parlano di «preoccupazione» e «monitoraggio della situazione», i listini fanno esattamente l’opposto: scelgono, puntano, scommettono. Alla fine, il blitz Usa su Maduro è l’ennesimo promemoria di una verità scomoda: la geopolitica non è solo diplomazia e carri armati, è anche un gigantesco market mover. E i mercati, come sempre, non giudicano. Reagiscono. Con cinismo, con rapidità, con memoria corta. Oggi Bitcoin, oro e difesa. Domani chissà. Ma una cosa è certa: quando la storia accelera, la finanza non resta mai ferma a guardare. Anzi, corre. E spesso arriva prima.
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