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2020-11-14
De Luca sbrocca e spara sul governo incassando pure gli applausi di Zinga
Vincenzo De Luca (Ansa)
Un Vincenzo De Luca letteralmente scatenato si scaglia contro il governo, il Pd, il M5s, Roberto Saviano e fa a fettine alcuni ministri pentastellati, in particolare Luigi Di Maio, che l'altro ieri aveva duramente attaccato la Regione sollecitando la collocazione della Campania in fascia rossa. Uno show pirotecnico, quello del governatore, che parte immediatamente all'attacco nel corso della consueta diretta Facebook del venerdì: «Fatti salvi tre, quattro ministri», ringhia De Luca, «questo non è un governo, non voglio dirvi che cosa è. Per quanto mi riguarda sarebbe cento volte meglio un governo di unità nazionale, di persone competenti. Un governo del presidente che non produca il caos. Ho avuto modo di dire a qualche esponente del Pd che, se bisogna stare al governo con questi personaggi, per quel che mi riguarda, sarebbe meglio mandare a casa questo governo. Non è tollerabile nessun rapporto di collaborazione quando ci sono nel governo ministri alla Spadafora». De Luca bombarda Palazzo Chigi proprio mentre Nicola Zingaretti, segretario del Pd e azionista di maggioranza dell'esecutivo giallorosso, lo elogia: «Da collega presidente di Regione a collega», dice il leader dei dem a Rai 1, «dico che De Luca nei mesi scorsi se vogliamo dirci la verità un merito lo ha avuto, quello di lanciare allarmi. Fino a 20 giorni fa c'era una narrazione di altri, sbagliata, secondo cui non c'era pericolo del virus».
Zingaretti ci prova, a stemperare la rabbia del «collega», ma De Luca è un personaggio politicamente assai atipico, che non ha mai avuto alcuna remora nell'attaccare il governo di cui il suo partito, il Pd, è uno dei due pilastri. «Alla lista degli sciacalli», argomenta De Luca, «si è aggiunto un nome illustre, tale Luigi Di Maio. Era fra quelli che facevano la campagna elettorale, un mese e mezzo fa, contestando alla Regione Campania il delitto di aver realizzato le terapie intensive, l'ospedale modulare, sprecando il denaro pubblico. Questo è un esponente di governo che avrebbe dovuto impegnarsi per far arrivare il personale che manca, questo è uno che voleva tenere il commissariamento della Campania. Provate a immaginare se», aggiunge il presidente, «in queste condizioni, avessimo avuto il commissario. Avremmo fatto una fine peggiore della Calabria. E parli! E parli! Mi voglio fermare perché il solo nome di questo soggetto, mi provoca reazioni d'istinto che vorrei controllare, almeno per le prossime ore. Ricordate che questo personaggio, Di Maio, l'ho sfidato a un dibattito pubblico, dove, come e quando vuole. Da anni. Rinnovo il mio invito a questo soggetto: un dibattito pubblico, purché in diretta televisiva. Spero non faccia il coniglio come ha fatto nei tre-quattro anni precedenti».
Il cortocircuito giallorosso è totale. De Luca è infuriato col governo, e il motivo è estremamente semplice: 15 giorni fa, quando aveva annunciato il lockdown per la Campania, Napoli fu messa a ferro e fuoco e l'esecutivo lasciò il governatore solo, assediato, senza alcun sostegno. De Luca fu costretto dai tumulti a ritirare la sua decisione. Ieri, dopo 15 giorni, si è ritrovato lo stesso in zona rossa. «Noi eravamo per chiudere tutto a ottobre», ricorda De Luca, «per un mese, per avere una operazione di fermo del contagio e che ci avrebbe fatto stare tranquilli a Natale. Da sempre abbiamo avuto una linea di rigore più degli altri, da soli. Il governo ha fatto un'altra scelta, ha deciso di fare iniziative progressive, di prendere provvedimenti sminuzzati, facendo la scelta della cosiddetta risposta proporzionale, più aumenta contagio più prendiamo provvedimenti. Una scelta totalmente sbagliata, perché il contagio non aumenta in modo lineare, ma esponenziale. Questa decisione del governo», incalza De Luca, «ha fatto perdere due mesi preziosi, nel corso dei quali abbiamo avuto un incremento drammatico di contagi e decessi. Considero scriteriata la divisione in zone dell'Italia».
Anche sulle scuole, che in Campania sono state chiuse già settimane fa, il presidente entra a gamba tesa contro il governo: «Il 15 ottobre abbiamo deciso la chiusura delle scuole, ricevendo polemiche e offese da parte del ministro Lucia Azzolina, del presidente del Consiglio e del governo che giudicavano esagerate quelle misure. Ma noi abbiamo chiuso perché i nostri esperti ci avevano detto di aumenti di nove volte del contagio nelle scuole. Il governo lo ha fatto un mese dopo», argomenta lo sceriffo, «senza avere la decenza di spiegare perché non lo aveva fatto un mese prima».
De Luca ne ha pure per Roberto Saviano: «Lo stesso invito», sottolinea il governatore, «rivolgo a qualche camorrologo di professione, ormai milionario, che però continua non solo a vestirsi come un carrettiere, perché fa tendenza, ma a parlare di cose di cui non capisce niente. Rivolgo anche a lui l'invito a fare un dibattito sui temi della sanità campana».
Campania e Toscana diventano rosse Beffate Emilia e Friuli
Gira la ruota dei colori, adesso solo cinque Regioni restano gialle: Veneto, Lazio, Sardegna, Molise, provincia autonoma di Trento. Diventano rosse dal 15 novembre anche Toscana e Campania (si aggiungono a Lombardia, Piemonte, Valle d'Aosta, Calabria, provincia autonoma dell'Alto Adige), mentre si trasformano in zona arancione Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia e Marche, classificate dal Cts «con rischio medio alto» al pari di Sicilia, Basilicata, Puglia, Abruzzo, Umbria, Liguria. L'ennesimo provvedimento, preso in base al monitoraggio dei dati della settimana dal 2 all'8 novembre effettuato dalla Cabina di regia dell'Istituto superiore di sanità e del ministero della Salute, allarga le restrizioni e insieme vanifica quanto tre Regioni avevano concordato per contenere la curva dei contagi, cercando di scongiurare il passaggio da zona gialla ad arancione. Stiamo parlando delle misure adottate dai governatori di Veneto, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia, con limitazioni condivise che riguardano prevalentemente le passeggiate nei centri storici e nelle zone abitate, la chiusura dei negozi nei fine settimana e la consumazione in bar e ristoranti. Una stretta per evitare il lockdown che è stata ignorata dal Comitato tecnico scientifico, attento solo ad analizzare i 21 indicatori su un report non aggiornato.
Nel giorno in cui Stefano Bonaccini, presidente della Conferenza delle Regioni, annunciava che gli avevano «diagnosticato una polmonite bilaterale a uno stadio iniziale» e invitava «al rispetto di tutti delle limitazioni», per fermare il contagio e rallentare i ricoveri, da Roma hanno pensato che le misure sue e del collega Massimiliano Fedriga fossero insufficienti. Le Regioni stanno tenendo dal punto di vista dell'organizzazione sanitaria, ma per i tecnici hanno un rischio 3 (scenario arancione) e Rt tra 1,25 e 1,50.
In base al monitoraggio settimanale, il fattore di replicazione dell'epidemia è sceso da 1,71 a 1,43 eppure non basterebbe, perché la situazione è «complessivamente e diffusamente molto grave sull'intero territorio nazionale con criticità ormai evidenti», scriveva ieri l'Iss. Aggiungeva: «Si riscontrano valori medi di Rt superiori a 1.25 nella maggior parte delle Regioni e superiori a uno in tutte Regioni e province autonome». Quindi per la Cabina di regia «è necessaria una drastica riduzione delle interazioni fisiche tra le persone in modo da alleggerire la pressione sui servizi sanitari». Via dunque a ulteriori restrizioni per cinque territori che cambiano colore. L'ordinanza, firmata dal ministro della Salute, Roberto Speranza, entrerà in vigore da domani mattina.
«Abbiamo due o tre settimane di tempo per valutare cosa avverrà: si potrebbe anche decidere di allentare queste misure, o di chiudere ulteriormente», avverte Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute. Restano invece zona gialla il Lazio, dove il governatore, Nicola Zingaretti, ha deciso la chiusura nei fine settimana dei centri commerciali e dei mercati, e la Sardegna malgrado in entrambe sia peggiorata la situazione epidemiologica. Nel Lazio i positivi sono cresciuti del 3,9% in un giorno, in Sardegna del 4,5%. Ieri, secondo i dati del ministero della Salute, i nuovi casi di Covid-19 registrati in Italia sono stati 40.902 (+3,84% rispetto al giorno precedente) su 254.908 tamponi eseguiti. Il dato sul tasso di positività era del 16,04%, in lievissimo calo. In terapia intensiva ci sono stati 60 ricoveri (in diminuzione rispetto agli 89 di giovedì), per un totale di 3.230, mentre quelli ordinari sono più che raddoppiati: altri 1.041, per un totale di 30.914. In isolamento domiciliare ci sono 629.782 persone. Le vittime Covid nell'arco di 24 ore sono state 550 (+1,26%), quasi 200 più di giovedì, ma per fortuna cresce anche il numero dei guariti: 11.480 (+2,96%), portando il totale a 399.238. Le Regioni dove è stato registrato il maggior numero di nuovi casi sono la Lombardia (10.634), il Piemonte (5.258), la Campania (4.079), il Veneto (3.605), il Lazio (2.925), Toscana (2.478) e l'Emilia Romagna (2.384).
In un videomessaggio, il direttore del dipartimento prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza, ha segnalato: «Si verifica un preoccupante aumento sia dei ricoveri ospedalieri sia dei ricoveri in terapia intensiva, questo chiaramente giustifica ulteriori misure restrittive che devono essere prese soprattutto nelle regioni che sono a rischio più elevato e naturalmente induce la popolazione a comportamenti prudenti». Il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, annunciando in un video postato su Facebook di aver sentito il ministro Speranza «che mi ha notiziato che la Campania è zona rossa», chiede «ristori economici immediati». Lo invocano anche mercatali e disoccupati napoletani, ieri in piazza a protestare in due manifestazioni, tra striscioni dove campeggiava la scritta «Non ci fermeremo mai».
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Il governatore campano si scatena e invoca un «esecutivo del presidente»: «Luigi Di Maio sciacallo. Non dimentico le offese di Giuseppe Conte e Lucia Azzolina». Il segretario pd va in cortocircuito e lo elogia: «Merito suo aver dato l'allarme»Inutili le misure di Stefano Bonaccini e Massimiliano Fedriga per evitare l'arancione Da domani restano gialle solo cinque regioni, tra cui il VenetoLo speciale contiene due articoliUn Vincenzo De Luca letteralmente scatenato si scaglia contro il governo, il Pd, il M5s, Roberto Saviano e fa a fettine alcuni ministri pentastellati, in particolare Luigi Di Maio, che l'altro ieri aveva duramente attaccato la Regione sollecitando la collocazione della Campania in fascia rossa. Uno show pirotecnico, quello del governatore, che parte immediatamente all'attacco nel corso della consueta diretta Facebook del venerdì: «Fatti salvi tre, quattro ministri», ringhia De Luca, «questo non è un governo, non voglio dirvi che cosa è. Per quanto mi riguarda sarebbe cento volte meglio un governo di unità nazionale, di persone competenti. Un governo del presidente che non produca il caos. Ho avuto modo di dire a qualche esponente del Pd che, se bisogna stare al governo con questi personaggi, per quel che mi riguarda, sarebbe meglio mandare a casa questo governo. Non è tollerabile nessun rapporto di collaborazione quando ci sono nel governo ministri alla Spadafora». De Luca bombarda Palazzo Chigi proprio mentre Nicola Zingaretti, segretario del Pd e azionista di maggioranza dell'esecutivo giallorosso, lo elogia: «Da collega presidente di Regione a collega», dice il leader dei dem a Rai 1, «dico che De Luca nei mesi scorsi se vogliamo dirci la verità un merito lo ha avuto, quello di lanciare allarmi. Fino a 20 giorni fa c'era una narrazione di altri, sbagliata, secondo cui non c'era pericolo del virus». Zingaretti ci prova, a stemperare la rabbia del «collega», ma De Luca è un personaggio politicamente assai atipico, che non ha mai avuto alcuna remora nell'attaccare il governo di cui il suo partito, il Pd, è uno dei due pilastri. «Alla lista degli sciacalli», argomenta De Luca, «si è aggiunto un nome illustre, tale Luigi Di Maio. Era fra quelli che facevano la campagna elettorale, un mese e mezzo fa, contestando alla Regione Campania il delitto di aver realizzato le terapie intensive, l'ospedale modulare, sprecando il denaro pubblico. Questo è un esponente di governo che avrebbe dovuto impegnarsi per far arrivare il personale che manca, questo è uno che voleva tenere il commissariamento della Campania. Provate a immaginare se», aggiunge il presidente, «in queste condizioni, avessimo avuto il commissario. Avremmo fatto una fine peggiore della Calabria. E parli! E parli! Mi voglio fermare perché il solo nome di questo soggetto, mi provoca reazioni d'istinto che vorrei controllare, almeno per le prossime ore. Ricordate che questo personaggio, Di Maio, l'ho sfidato a un dibattito pubblico, dove, come e quando vuole. Da anni. Rinnovo il mio invito a questo soggetto: un dibattito pubblico, purché in diretta televisiva. Spero non faccia il coniglio come ha fatto nei tre-quattro anni precedenti». Il cortocircuito giallorosso è totale. De Luca è infuriato col governo, e il motivo è estremamente semplice: 15 giorni fa, quando aveva annunciato il lockdown per la Campania, Napoli fu messa a ferro e fuoco e l'esecutivo lasciò il governatore solo, assediato, senza alcun sostegno. De Luca fu costretto dai tumulti a ritirare la sua decisione. Ieri, dopo 15 giorni, si è ritrovato lo stesso in zona rossa. «Noi eravamo per chiudere tutto a ottobre», ricorda De Luca, «per un mese, per avere una operazione di fermo del contagio e che ci avrebbe fatto stare tranquilli a Natale. Da sempre abbiamo avuto una linea di rigore più degli altri, da soli. Il governo ha fatto un'altra scelta, ha deciso di fare iniziative progressive, di prendere provvedimenti sminuzzati, facendo la scelta della cosiddetta risposta proporzionale, più aumenta contagio più prendiamo provvedimenti. Una scelta totalmente sbagliata, perché il contagio non aumenta in modo lineare, ma esponenziale. Questa decisione del governo», incalza De Luca, «ha fatto perdere due mesi preziosi, nel corso dei quali abbiamo avuto un incremento drammatico di contagi e decessi. Considero scriteriata la divisione in zone dell'Italia». Anche sulle scuole, che in Campania sono state chiuse già settimane fa, il presidente entra a gamba tesa contro il governo: «Il 15 ottobre abbiamo deciso la chiusura delle scuole, ricevendo polemiche e offese da parte del ministro Lucia Azzolina, del presidente del Consiglio e del governo che giudicavano esagerate quelle misure. Ma noi abbiamo chiuso perché i nostri esperti ci avevano detto di aumenti di nove volte del contagio nelle scuole. Il governo lo ha fatto un mese dopo», argomenta lo sceriffo, «senza avere la decenza di spiegare perché non lo aveva fatto un mese prima». De Luca ne ha pure per Roberto Saviano: «Lo stesso invito», sottolinea il governatore, «rivolgo a qualche camorrologo di professione, ormai milionario, che però continua non solo a vestirsi come un carrettiere, perché fa tendenza, ma a parlare di cose di cui non capisce niente. Rivolgo anche a lui l'invito a fare un dibattito sui temi della sanità campana». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/de-luca-sbrocca-e-spara-sul-governo-incassando-pure-gli-applausi-di-zinga-2648897310.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="campania-e-toscana-diventano-rosse-beffate-emilia-e-friuli" data-post-id="2648897310" data-published-at="1605304594" data-use-pagination="False"> Campania e Toscana diventano rosse Beffate Emilia e Friuli Gira la ruota dei colori, adesso solo cinque Regioni restano gialle: Veneto, Lazio, Sardegna, Molise, provincia autonoma di Trento. Diventano rosse dal 15 novembre anche Toscana e Campania (si aggiungono a Lombardia, Piemonte, Valle d'Aosta, Calabria, provincia autonoma dell'Alto Adige), mentre si trasformano in zona arancione Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia e Marche, classificate dal Cts «con rischio medio alto» al pari di Sicilia, Basilicata, Puglia, Abruzzo, Umbria, Liguria. L'ennesimo provvedimento, preso in base al monitoraggio dei dati della settimana dal 2 all'8 novembre effettuato dalla Cabina di regia dell'Istituto superiore di sanità e del ministero della Salute, allarga le restrizioni e insieme vanifica quanto tre Regioni avevano concordato per contenere la curva dei contagi, cercando di scongiurare il passaggio da zona gialla ad arancione. Stiamo parlando delle misure adottate dai governatori di Veneto, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia, con limitazioni condivise che riguardano prevalentemente le passeggiate nei centri storici e nelle zone abitate, la chiusura dei negozi nei fine settimana e la consumazione in bar e ristoranti. Una stretta per evitare il lockdown che è stata ignorata dal Comitato tecnico scientifico, attento solo ad analizzare i 21 indicatori su un report non aggiornato. Nel giorno in cui Stefano Bonaccini, presidente della Conferenza delle Regioni, annunciava che gli avevano «diagnosticato una polmonite bilaterale a uno stadio iniziale» e invitava «al rispetto di tutti delle limitazioni», per fermare il contagio e rallentare i ricoveri, da Roma hanno pensato che le misure sue e del collega Massimiliano Fedriga fossero insufficienti. Le Regioni stanno tenendo dal punto di vista dell'organizzazione sanitaria, ma per i tecnici hanno un rischio 3 (scenario arancione) e Rt tra 1,25 e 1,50. In base al monitoraggio settimanale, il fattore di replicazione dell'epidemia è sceso da 1,71 a 1,43 eppure non basterebbe, perché la situazione è «complessivamente e diffusamente molto grave sull'intero territorio nazionale con criticità ormai evidenti», scriveva ieri l'Iss. Aggiungeva: «Si riscontrano valori medi di Rt superiori a 1.25 nella maggior parte delle Regioni e superiori a uno in tutte Regioni e province autonome». Quindi per la Cabina di regia «è necessaria una drastica riduzione delle interazioni fisiche tra le persone in modo da alleggerire la pressione sui servizi sanitari». Via dunque a ulteriori restrizioni per cinque territori che cambiano colore. L'ordinanza, firmata dal ministro della Salute, Roberto Speranza, entrerà in vigore da domani mattina. «Abbiamo due o tre settimane di tempo per valutare cosa avverrà: si potrebbe anche decidere di allentare queste misure, o di chiudere ulteriormente», avverte Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute. Restano invece zona gialla il Lazio, dove il governatore, Nicola Zingaretti, ha deciso la chiusura nei fine settimana dei centri commerciali e dei mercati, e la Sardegna malgrado in entrambe sia peggiorata la situazione epidemiologica. Nel Lazio i positivi sono cresciuti del 3,9% in un giorno, in Sardegna del 4,5%. Ieri, secondo i dati del ministero della Salute, i nuovi casi di Covid-19 registrati in Italia sono stati 40.902 (+3,84% rispetto al giorno precedente) su 254.908 tamponi eseguiti. Il dato sul tasso di positività era del 16,04%, in lievissimo calo. In terapia intensiva ci sono stati 60 ricoveri (in diminuzione rispetto agli 89 di giovedì), per un totale di 3.230, mentre quelli ordinari sono più che raddoppiati: altri 1.041, per un totale di 30.914. In isolamento domiciliare ci sono 629.782 persone. Le vittime Covid nell'arco di 24 ore sono state 550 (+1,26%), quasi 200 più di giovedì, ma per fortuna cresce anche il numero dei guariti: 11.480 (+2,96%), portando il totale a 399.238. Le Regioni dove è stato registrato il maggior numero di nuovi casi sono la Lombardia (10.634), il Piemonte (5.258), la Campania (4.079), il Veneto (3.605), il Lazio (2.925), Toscana (2.478) e l'Emilia Romagna (2.384). In un videomessaggio, il direttore del dipartimento prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza, ha segnalato: «Si verifica un preoccupante aumento sia dei ricoveri ospedalieri sia dei ricoveri in terapia intensiva, questo chiaramente giustifica ulteriori misure restrittive che devono essere prese soprattutto nelle regioni che sono a rischio più elevato e naturalmente induce la popolazione a comportamenti prudenti». Il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, annunciando in un video postato su Facebook di aver sentito il ministro Speranza «che mi ha notiziato che la Campania è zona rossa», chiede «ristori economici immediati». Lo invocano anche mercatali e disoccupati napoletani, ieri in piazza a protestare in due manifestazioni, tra striscioni dove campeggiava la scritta «Non ci fermeremo mai».
Getty Images
Parto dalla fine della cerimonia funebre, quando si spengono le luci sulla commozione (autentica!) per le giovanissime vite perse o segnate per sempre. A questo punto si scatenano gli istinti animali di quelli che accusano e di quelli che si difendono. Di qui in avanti vale tutto. Altissima la posta in gioco, per una società ultra monetizzata come questa, dominata dal «chi deve pagare i danni»?
Ho intervistato due personaggi della società civile svizzera, due amici, un banchiere d’affari (XY) e uno psicanalista (XZ) facendo loro la stessa domanda: «Avete colto anche voi, in questo caso, appena avvenuto, la rapida tendenza degli adulti a colpevolizzare i comportamenti dei giovanissimi presenti (la serata era dedicata a loro) accusati di aver filmato invece di fuggire? Hanno rispolverato il noto «narcisismo digitale» come se la causa principale risiedesse, non nei comportamenti degli adulti (politici, legislatori, costruttori, gestori, controllori comunali e cantonali) ma in una patologia generazionale legata allo smartphone e alla sua cultura, che pure c’è ed è grave, ma che qua non centra nulla.»
Dice il banchiere d’affari: «Mi sono sentito emotivamente coinvolto, e come non potevo non esserlo quando vedi ragazzini di quindici anni avvolti dalle fiamme e la padrona del locale mettersi in salvo abbracciata alla cassa. La mia prima reazione fu di difesa della nostra cultura giuridica dagli attacchi scomposti giunti dalla stampa ideologizzata dei nostri vicini francesi e italiani, condividendo le precisazioni del nostro presidente Guy Parmelin “Siamo un Paese fondato su rigore e affidabilità che deve saper prevedere questo genere di rischi”. Precisazioni però giunte dieci giorni dopo l’evento! Quando, caro Riccardo, hai avuto la cortesia di presentare a me e ad altri amici svizzeri il grande lavoro fatto su IDEA e sui modelli organizzativi delle organizzazioni umane complesse, ero rimasto molto colpito dalla tua intuizione sull’esistenza dei Tabernacoli secondari. Quelli dove, dicevi, sono custodite le ostie «scadute» o peggio «andate a male». E aggiungevi come questo scenario fosse impossibile da descrivere con lo scritto, ma solo integrandolo, a voce, con esempi di vita vera, vissuta. Tra i tanti esempi che ci avevi fatto a voce, quelli di Fiat, di Alitalia, etc. c’era pure quello della vendita di un’azienda pubblica in cui l’acquirente pagava sì un certo prezzo ma doveva sottostare a protocolli formali rigidissimi in termini di controlli, tranquillizzando così Parlamento e opinione pubblica. La genialità (si scoprì poi criminogena) fu che il Contratto di vendita era addirittura il Tabernacolo, con un testo all’apparenza spietato sugli impegni formali, ma che in sede di controllo burocratico era congegnato in modo che i vincoli sarebbero stati bypassati facilmente con acconce modalità di execution. Per fortuna, la nostra ex consigliera federale Micheline Calmy-Rey (purtroppo ottantenne) declina così i tuoi Tabernacoli: «Basta agli accordi segreti e ai legami insani fra politica e interessi personali»! Sarà così anche nel caso del Le Constellation?
Lo psicanalista chiosa: «Dal punto di vista psicanalitico ricorrere al «narcisismo digitale» è una semplificazione difensiva. In certi casi, la psiche entra in uno stato di sospensione del senso di realtà, quindi tendiamo a ricercare segnali esterni che ci aiutino a interpretare la situazione. Segnali di norma provenienti dal mondo adulto o dalle istituzioni per cui quando questi sono assenti o inefficaci, noi ci troviamo soli con le nostre difese primitive. In questo senso l’atto di filmare diventa un tentativo di trasformare un problema in un’immagine da noi più controllabile. Chiediamoci come i giovani reagiscono ad adulti che faticano a esercitare il loro ruolo di genitori, di nonni, di docenti, affidandosi alla delega, alla tecnica, e non alla loro propria funzione simbolica. Quando una società finisce per chiedere ai più giovani di essere più maturi degli adulti, di certo il problema non è lo smartphone, ma negli adulti che, più o meno scientemente, si stanno ritirando dalla scena della vita vera dei figli.
Con le due interviste il mio contributo giornalistico dovrebbe finire qua, ma non per me. Questo evento, come un’infinità di altri da oltre trent’anni a questa parte (caduta del Muro) è figlio dei due grandi imbarazzanti compari che hanno segnato la mia vita, professionale prima e di studioso poi: il CEO capitalismo e il modello organizzativo patrizio dei Tabernacoli. Entrambi fortemente interconnessi e molto presenti in questa e in tutte le altre vicende di questo tipo.
Lo dico brutalmente, il falò umano di Crans Montana è stato semplicemente un omicidio ritardato da parte di imprenditori e di istituzioni (poco importa se corrotte o inette o maldestre: in termini di colpevolezza sono la stessa cosa).
Circa la critica fatta ai giovanissimi di voler filmare l’incendio anziché fuggire, siamo noi adulti occidentali, di ogni tendenza politico culturale, che abbiamo disegnato algoritmi concepiti per scegliere quali contenuti proporre e in base alla domanda ripeterli all’infinito. In altre parole, guardando di continuo frame o video del dramma di Crans Montana, lo smartphone continuerà a farcelo vedere, peggio, più lo richiediamo più lo ripeterà, avendolo così trasformato in un bene di largo consumo. Perché noi abbiamo affidato l’informazione ai markettari di ogni tipo e specie, cessando di essere non più persone ma miserabili consumatori.
Povera Gen Z quando si accorgerà che noi adulti per vivere le nostre esistenze al di sopra delle nostre effettive possibilità, non solo sottoscriviamo debito che loro dovranno onorare, ma gli abbiamo pure imbandito una tavola di saperi finti, di cibi finti, di luoghi finti, talmente stressati che prendono fuoco allo scoccare di una solitaria scintilla. La Gen Zeta sarà diventata adulta a Crans Montana solo se avrà capito di che pasta sono fatti gli adulti del mondo in cui sono capitati.
Un mondo dove l’imprenditore scappa con la cassa, il magistrato sceglie la cautela, dando la sensazione che preferirebbe non esserci, i politici locali e nazionali fanno lo gnorri, al massimo si definiscono maldestri, ma si capisce che nessuno vuole pagare pegno (anche in questo caso ci sarà un Tabernacolo protettivo?).
Il caso Crans Montana si è desolatamente chiuso con una cerimonia funebre sobria, struggente, perfetta, e dall’impeccabile scenografia svizzera. Qua erano presenti tutti i presidenti che dovevano esserci, tutti commossi, come da copione.
Zafferano.news
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Donatella Di Cesare (Imagoeconomica)
I due, negli anni scorsi, incontro dopo incontro, avrebbero raggiunto una complicità sempre più profonda, divenuta poi intimità. Giraudo, inizialmente iscritto sul registro degli indagati per molestie telefoniche, adesso è considerato dagli inquirenti una vittima: sarebbe stato ammaliato e calunniato dalla presunta Circe bergamasca che, evidentemente, nonostante il passare degli anni, non avrebbe perso il suo fascino.
Il pm Lorenzo Del Giudice contesta alla donna la «querela presentata» in una stazione dei carabinieri il 9 febbraio 2024 e le «successive dichiarazioni» raccolte in Procura davanti al magistrato e ai carabinieri il 20 marzo e il 12 aprile 2024, verbali in cui «riferiva che il colonnello Giraudo, dopo averla contattata per motivi di lavoro, le aveva inviato su Whatsapp messaggi dal contenuto sessuale esplicito e dal carattere molestatorio, proponendole incontri e pratiche sessuali estreme, generando nella stessa un profondo timore fino a indurla a bloccare l’utenza dell’uomo su Whatsapp». Per gli inquirenti, in questo modo, la Di Rosa «incolpava, sapendolo innocente, il colonnello Giraudo di porre in essere nei suoi confronti condotte persecutorie e moleste», portando all’iscrizione dello stesso sul registro degli indagati. Ma durante le indagini, dopo avere visionato il cellulare di Giraudo e quello di Lady Golpe, che inizialmente si era rifiutata di consegnare il proprio dispositivo, gli inquirenti sono giunti alla conclusione che la donna avrebbe alterato «le prove dell’innocenza» del colonnello, «poiché cancellava dal proprio telefono cellulare, nella chat con il Giraudo, circa 200 messaggi in modo da alterare il senso complessivo delle conversazioni intercorse tra loro, in particolare facendo apparire i messaggi del Giraudo - isolati dal reale contesto caratterizzato da affettuosità e confidenze reciproche e consensuali - molesti e imposti alla Di Rosa contro la sua volontà». Dunque nessuno stalking, ma solo scambi consensuali ad alto tasso erotico. Per questo la Procura, a settembre, ha chiesto l’archiviazione di Giraudo e ha inviato, a novembre, l’avviso di chiusura delle indagini alla Di Rosa, bollata come una calunniatrice seriale, contestandole «la recidiva reiterata specifica e infraquinquennale».
Nella richiesta di rinvio a giudizio non vengono mossi rilievi sulla gestione della testimone da parte del colonnello.
L’udienza preliminare inizierà il 14 maggio 2026 davanti al gup Francesca Ciranna. L’avvocato di Giraudo, Roberto De Vita, esulta: «Fallisce miseramente il tentativo di delegittimare uno dei più importanti investigatori italiani, protagonista di indagini di mafia e di stragi, a cui la storia recente della Repubblica deve moltissimo per la difesa della democrazia e della giustizia». Il legale definisce il suo cliente «un uomo devastato».
Certo, ci sarebbe da discutere sull’opportunità di quella relazione, considerata la delicatezza delle questioni che avevano portato Giraudo e la Di Rosa a incontrarsi e frequentarsi. Anche perché risulta difficile escludere a priori che «l’affettuosità» che avrebbe legato i due protagonisti non abbia rischiato di condizionare la genuinità delle dichiarazioni della donna.
Non sappiamo che cosa sia scattato nell’esperto colonnello e perché abbia iniziato a inviare messaggi e video hot alla «sua» testimone. Ma resta oscuro anche il movente che avrebbe portato Lady Golpe a costruire un castello di bugie per cercare di rovinare l’ufficiale: non aveva ottenuto la tanto agognata «riabilitazione» che, a suo dire, le era stata promessa? Le prossime fasi del procedimento serviranno a chiarire anche questo.
La Di Rosa, negli anni Novanta, aveva denunciato, come detto, insieme con il compagno, il tenente colonnello dell’Esercito Aldo Micchittu, un fantomatico colpo di Stato. La cornice era quella dei rapporti illeciti tra mondo militare e terrorismo di matrice neofascista. Una vicenda che aveva sullo sfondo le stragi di piazza Fontana a Milano e di piazza della Loggia a Brescia. Il militare patteggiò 1 anno e 4 mesi. La Di Rosa, invece, fu condannata in primo grado a 8 anni per calunnia, pena dimezzata dall’indulto.
Nel novembre del 2022 Giraudo, consulente nella nuova inchiesta su piazza della Loggia, l’avrebbe avvicinata per chiederle di testimoniare sui rapporti tra l’ex marito e i responsabili della strage.
Dopo 14 mesi, nel febbraio 2024, la Di Rosa decide di denunciare il colonnello.
Nella versione della donna, l’investigatore, già dopo il primo incontro, avrebbe manifestato un «comportamento particolarmente affettuoso e premuroso». Ma il rapporto di sarebbe rapidamente arroventato: «Dagli emoticon con cuoricini e bacini passò a rappresentarmi i suoi gusti sessuali spesso corredati da foto e video disgustosamente espliciti».
Nella denuncia la Di Rosa parlava anche di inviti a cena con annesse proposte indecenti, sdegnosamente respinte.
La donna si era detta incredula: «Non riuscivo a comprendere come colui che doveva interrogarmi e mi parlava di morti, di stragi e del mio dovere di far emergere la giustizia, mi potesse inviare foto, video e vocali che avrebbero fatto arrossire una prostituta e a cui io non potevo, non volevo ribellarmi. Lui aveva la mia vita in mano».
Giraudo le avrebbe proposto anche un paio di interviste, con una «giornalista di sua fiducia» dell’Espresso e con un inviato di Report, un servizio che avrebbe «costretto i magistrati ad ascoltarla».
Entrambi i cronisti sono stati sentiti in Procura, insieme a un altro testimone, l’avvocato Basilio Milio.
Ma in pochi sapevano che nelle chat che la Di Rosa mostrava mancassero 200 messaggi, che la donna avrebbe fraudolentemente cancellato.
A inizio 2025 quando escono le notizie della sua denuncia, Lady Golpe viene convocata a Brescia, su richiesta degli avvocati degli imputati, per deporre sui presunti discutibili metodi investigativi di Giraudo. Lei, adducendo motivi di salute, evita di presentarsi. Poi viene sentita in video collegamento e, secondo le cronache dell’epoca, «ridimensiona tutte le sue precedenti accuse messe anche per iscritto».
La Di Rosa, dopo avere letto gli articoli, invia una violenta smentita ai giornali bresciani, parlando di «strumentalizzazioni» e «delegittimazione»: «L’audizione in videoconferenza ha avuto problemi di audio e tutto ciò ha permesso l’ennesimo tentativo di manipolazione. Ma una cosa è certa: Massimo Giraudo nei miei confronti ha usato metodi che dovrebbero disgustare chiunque», scrive.
Ma adesso l’unica che rischia il processo è lei.
L’indagata, con La Verità, prova a ridimensionare la gravità delle accuse: «Vorrei proprio vedere quali siano questi messaggi mancanti. Io non so nulla della perizia e credo di non avere mai cancellato niente, tranne all’inizio i libri e altre cose così che mi mandava, che certo non distorcono il senso di nulla». Anche per il suo avvocato, Baldassare Lauria, la situazione non è compromessa: «Ritengo che la tesi dell’accusa sia molto ambiziosa e che riusciremo a chiarire ogni aspetto di questa spiacevole vicenda».
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