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2020-11-14
De Luca sbrocca e spara sul governo incassando pure gli applausi di Zinga
Vincenzo De Luca (Ansa)
Un Vincenzo De Luca letteralmente scatenato si scaglia contro il governo, il Pd, il M5s, Roberto Saviano e fa a fettine alcuni ministri pentastellati, in particolare Luigi Di Maio, che l'altro ieri aveva duramente attaccato la Regione sollecitando la collocazione della Campania in fascia rossa. Uno show pirotecnico, quello del governatore, che parte immediatamente all'attacco nel corso della consueta diretta Facebook del venerdì: «Fatti salvi tre, quattro ministri», ringhia De Luca, «questo non è un governo, non voglio dirvi che cosa è. Per quanto mi riguarda sarebbe cento volte meglio un governo di unità nazionale, di persone competenti. Un governo del presidente che non produca il caos. Ho avuto modo di dire a qualche esponente del Pd che, se bisogna stare al governo con questi personaggi, per quel che mi riguarda, sarebbe meglio mandare a casa questo governo. Non è tollerabile nessun rapporto di collaborazione quando ci sono nel governo ministri alla Spadafora». De Luca bombarda Palazzo Chigi proprio mentre Nicola Zingaretti, segretario del Pd e azionista di maggioranza dell'esecutivo giallorosso, lo elogia: «Da collega presidente di Regione a collega», dice il leader dei dem a Rai 1, «dico che De Luca nei mesi scorsi se vogliamo dirci la verità un merito lo ha avuto, quello di lanciare allarmi. Fino a 20 giorni fa c'era una narrazione di altri, sbagliata, secondo cui non c'era pericolo del virus».
Zingaretti ci prova, a stemperare la rabbia del «collega», ma De Luca è un personaggio politicamente assai atipico, che non ha mai avuto alcuna remora nell'attaccare il governo di cui il suo partito, il Pd, è uno dei due pilastri. «Alla lista degli sciacalli», argomenta De Luca, «si è aggiunto un nome illustre, tale Luigi Di Maio. Era fra quelli che facevano la campagna elettorale, un mese e mezzo fa, contestando alla Regione Campania il delitto di aver realizzato le terapie intensive, l'ospedale modulare, sprecando il denaro pubblico. Questo è un esponente di governo che avrebbe dovuto impegnarsi per far arrivare il personale che manca, questo è uno che voleva tenere il commissariamento della Campania. Provate a immaginare se», aggiunge il presidente, «in queste condizioni, avessimo avuto il commissario. Avremmo fatto una fine peggiore della Calabria. E parli! E parli! Mi voglio fermare perché il solo nome di questo soggetto, mi provoca reazioni d'istinto che vorrei controllare, almeno per le prossime ore. Ricordate che questo personaggio, Di Maio, l'ho sfidato a un dibattito pubblico, dove, come e quando vuole. Da anni. Rinnovo il mio invito a questo soggetto: un dibattito pubblico, purché in diretta televisiva. Spero non faccia il coniglio come ha fatto nei tre-quattro anni precedenti».
Il cortocircuito giallorosso è totale. De Luca è infuriato col governo, e il motivo è estremamente semplice: 15 giorni fa, quando aveva annunciato il lockdown per la Campania, Napoli fu messa a ferro e fuoco e l'esecutivo lasciò il governatore solo, assediato, senza alcun sostegno. De Luca fu costretto dai tumulti a ritirare la sua decisione. Ieri, dopo 15 giorni, si è ritrovato lo stesso in zona rossa. «Noi eravamo per chiudere tutto a ottobre», ricorda De Luca, «per un mese, per avere una operazione di fermo del contagio e che ci avrebbe fatto stare tranquilli a Natale. Da sempre abbiamo avuto una linea di rigore più degli altri, da soli. Il governo ha fatto un'altra scelta, ha deciso di fare iniziative progressive, di prendere provvedimenti sminuzzati, facendo la scelta della cosiddetta risposta proporzionale, più aumenta contagio più prendiamo provvedimenti. Una scelta totalmente sbagliata, perché il contagio non aumenta in modo lineare, ma esponenziale. Questa decisione del governo», incalza De Luca, «ha fatto perdere due mesi preziosi, nel corso dei quali abbiamo avuto un incremento drammatico di contagi e decessi. Considero scriteriata la divisione in zone dell'Italia».
Anche sulle scuole, che in Campania sono state chiuse già settimane fa, il presidente entra a gamba tesa contro il governo: «Il 15 ottobre abbiamo deciso la chiusura delle scuole, ricevendo polemiche e offese da parte del ministro Lucia Azzolina, del presidente del Consiglio e del governo che giudicavano esagerate quelle misure. Ma noi abbiamo chiuso perché i nostri esperti ci avevano detto di aumenti di nove volte del contagio nelle scuole. Il governo lo ha fatto un mese dopo», argomenta lo sceriffo, «senza avere la decenza di spiegare perché non lo aveva fatto un mese prima».
De Luca ne ha pure per Roberto Saviano: «Lo stesso invito», sottolinea il governatore, «rivolgo a qualche camorrologo di professione, ormai milionario, che però continua non solo a vestirsi come un carrettiere, perché fa tendenza, ma a parlare di cose di cui non capisce niente. Rivolgo anche a lui l'invito a fare un dibattito sui temi della sanità campana».
Campania e Toscana diventano rosse Beffate Emilia e Friuli
Gira la ruota dei colori, adesso solo cinque Regioni restano gialle: Veneto, Lazio, Sardegna, Molise, provincia autonoma di Trento. Diventano rosse dal 15 novembre anche Toscana e Campania (si aggiungono a Lombardia, Piemonte, Valle d'Aosta, Calabria, provincia autonoma dell'Alto Adige), mentre si trasformano in zona arancione Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia e Marche, classificate dal Cts «con rischio medio alto» al pari di Sicilia, Basilicata, Puglia, Abruzzo, Umbria, Liguria. L'ennesimo provvedimento, preso in base al monitoraggio dei dati della settimana dal 2 all'8 novembre effettuato dalla Cabina di regia dell'Istituto superiore di sanità e del ministero della Salute, allarga le restrizioni e insieme vanifica quanto tre Regioni avevano concordato per contenere la curva dei contagi, cercando di scongiurare il passaggio da zona gialla ad arancione. Stiamo parlando delle misure adottate dai governatori di Veneto, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia, con limitazioni condivise che riguardano prevalentemente le passeggiate nei centri storici e nelle zone abitate, la chiusura dei negozi nei fine settimana e la consumazione in bar e ristoranti. Una stretta per evitare il lockdown che è stata ignorata dal Comitato tecnico scientifico, attento solo ad analizzare i 21 indicatori su un report non aggiornato.
Nel giorno in cui Stefano Bonaccini, presidente della Conferenza delle Regioni, annunciava che gli avevano «diagnosticato una polmonite bilaterale a uno stadio iniziale» e invitava «al rispetto di tutti delle limitazioni», per fermare il contagio e rallentare i ricoveri, da Roma hanno pensato che le misure sue e del collega Massimiliano Fedriga fossero insufficienti. Le Regioni stanno tenendo dal punto di vista dell'organizzazione sanitaria, ma per i tecnici hanno un rischio 3 (scenario arancione) e Rt tra 1,25 e 1,50.
In base al monitoraggio settimanale, il fattore di replicazione dell'epidemia è sceso da 1,71 a 1,43 eppure non basterebbe, perché la situazione è «complessivamente e diffusamente molto grave sull'intero territorio nazionale con criticità ormai evidenti», scriveva ieri l'Iss. Aggiungeva: «Si riscontrano valori medi di Rt superiori a 1.25 nella maggior parte delle Regioni e superiori a uno in tutte Regioni e province autonome». Quindi per la Cabina di regia «è necessaria una drastica riduzione delle interazioni fisiche tra le persone in modo da alleggerire la pressione sui servizi sanitari». Via dunque a ulteriori restrizioni per cinque territori che cambiano colore. L'ordinanza, firmata dal ministro della Salute, Roberto Speranza, entrerà in vigore da domani mattina.
«Abbiamo due o tre settimane di tempo per valutare cosa avverrà: si potrebbe anche decidere di allentare queste misure, o di chiudere ulteriormente», avverte Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute. Restano invece zona gialla il Lazio, dove il governatore, Nicola Zingaretti, ha deciso la chiusura nei fine settimana dei centri commerciali e dei mercati, e la Sardegna malgrado in entrambe sia peggiorata la situazione epidemiologica. Nel Lazio i positivi sono cresciuti del 3,9% in un giorno, in Sardegna del 4,5%. Ieri, secondo i dati del ministero della Salute, i nuovi casi di Covid-19 registrati in Italia sono stati 40.902 (+3,84% rispetto al giorno precedente) su 254.908 tamponi eseguiti. Il dato sul tasso di positività era del 16,04%, in lievissimo calo. In terapia intensiva ci sono stati 60 ricoveri (in diminuzione rispetto agli 89 di giovedì), per un totale di 3.230, mentre quelli ordinari sono più che raddoppiati: altri 1.041, per un totale di 30.914. In isolamento domiciliare ci sono 629.782 persone. Le vittime Covid nell'arco di 24 ore sono state 550 (+1,26%), quasi 200 più di giovedì, ma per fortuna cresce anche il numero dei guariti: 11.480 (+2,96%), portando il totale a 399.238. Le Regioni dove è stato registrato il maggior numero di nuovi casi sono la Lombardia (10.634), il Piemonte (5.258), la Campania (4.079), il Veneto (3.605), il Lazio (2.925), Toscana (2.478) e l'Emilia Romagna (2.384).
In un videomessaggio, il direttore del dipartimento prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza, ha segnalato: «Si verifica un preoccupante aumento sia dei ricoveri ospedalieri sia dei ricoveri in terapia intensiva, questo chiaramente giustifica ulteriori misure restrittive che devono essere prese soprattutto nelle regioni che sono a rischio più elevato e naturalmente induce la popolazione a comportamenti prudenti». Il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, annunciando in un video postato su Facebook di aver sentito il ministro Speranza «che mi ha notiziato che la Campania è zona rossa», chiede «ristori economici immediati». Lo invocano anche mercatali e disoccupati napoletani, ieri in piazza a protestare in due manifestazioni, tra striscioni dove campeggiava la scritta «Non ci fermeremo mai».
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Il governatore campano si scatena e invoca un «esecutivo del presidente»: «Luigi Di Maio sciacallo. Non dimentico le offese di Giuseppe Conte e Lucia Azzolina». Il segretario pd va in cortocircuito e lo elogia: «Merito suo aver dato l'allarme»Inutili le misure di Stefano Bonaccini e Massimiliano Fedriga per evitare l'arancione Da domani restano gialle solo cinque regioni, tra cui il VenetoLo speciale contiene due articoliUn Vincenzo De Luca letteralmente scatenato si scaglia contro il governo, il Pd, il M5s, Roberto Saviano e fa a fettine alcuni ministri pentastellati, in particolare Luigi Di Maio, che l'altro ieri aveva duramente attaccato la Regione sollecitando la collocazione della Campania in fascia rossa. Uno show pirotecnico, quello del governatore, che parte immediatamente all'attacco nel corso della consueta diretta Facebook del venerdì: «Fatti salvi tre, quattro ministri», ringhia De Luca, «questo non è un governo, non voglio dirvi che cosa è. Per quanto mi riguarda sarebbe cento volte meglio un governo di unità nazionale, di persone competenti. Un governo del presidente che non produca il caos. Ho avuto modo di dire a qualche esponente del Pd che, se bisogna stare al governo con questi personaggi, per quel che mi riguarda, sarebbe meglio mandare a casa questo governo. Non è tollerabile nessun rapporto di collaborazione quando ci sono nel governo ministri alla Spadafora». De Luca bombarda Palazzo Chigi proprio mentre Nicola Zingaretti, segretario del Pd e azionista di maggioranza dell'esecutivo giallorosso, lo elogia: «Da collega presidente di Regione a collega», dice il leader dei dem a Rai 1, «dico che De Luca nei mesi scorsi se vogliamo dirci la verità un merito lo ha avuto, quello di lanciare allarmi. Fino a 20 giorni fa c'era una narrazione di altri, sbagliata, secondo cui non c'era pericolo del virus». Zingaretti ci prova, a stemperare la rabbia del «collega», ma De Luca è un personaggio politicamente assai atipico, che non ha mai avuto alcuna remora nell'attaccare il governo di cui il suo partito, il Pd, è uno dei due pilastri. «Alla lista degli sciacalli», argomenta De Luca, «si è aggiunto un nome illustre, tale Luigi Di Maio. Era fra quelli che facevano la campagna elettorale, un mese e mezzo fa, contestando alla Regione Campania il delitto di aver realizzato le terapie intensive, l'ospedale modulare, sprecando il denaro pubblico. Questo è un esponente di governo che avrebbe dovuto impegnarsi per far arrivare il personale che manca, questo è uno che voleva tenere il commissariamento della Campania. Provate a immaginare se», aggiunge il presidente, «in queste condizioni, avessimo avuto il commissario. Avremmo fatto una fine peggiore della Calabria. E parli! E parli! Mi voglio fermare perché il solo nome di questo soggetto, mi provoca reazioni d'istinto che vorrei controllare, almeno per le prossime ore. Ricordate che questo personaggio, Di Maio, l'ho sfidato a un dibattito pubblico, dove, come e quando vuole. Da anni. Rinnovo il mio invito a questo soggetto: un dibattito pubblico, purché in diretta televisiva. Spero non faccia il coniglio come ha fatto nei tre-quattro anni precedenti». Il cortocircuito giallorosso è totale. De Luca è infuriato col governo, e il motivo è estremamente semplice: 15 giorni fa, quando aveva annunciato il lockdown per la Campania, Napoli fu messa a ferro e fuoco e l'esecutivo lasciò il governatore solo, assediato, senza alcun sostegno. De Luca fu costretto dai tumulti a ritirare la sua decisione. Ieri, dopo 15 giorni, si è ritrovato lo stesso in zona rossa. «Noi eravamo per chiudere tutto a ottobre», ricorda De Luca, «per un mese, per avere una operazione di fermo del contagio e che ci avrebbe fatto stare tranquilli a Natale. Da sempre abbiamo avuto una linea di rigore più degli altri, da soli. Il governo ha fatto un'altra scelta, ha deciso di fare iniziative progressive, di prendere provvedimenti sminuzzati, facendo la scelta della cosiddetta risposta proporzionale, più aumenta contagio più prendiamo provvedimenti. Una scelta totalmente sbagliata, perché il contagio non aumenta in modo lineare, ma esponenziale. Questa decisione del governo», incalza De Luca, «ha fatto perdere due mesi preziosi, nel corso dei quali abbiamo avuto un incremento drammatico di contagi e decessi. Considero scriteriata la divisione in zone dell'Italia». Anche sulle scuole, che in Campania sono state chiuse già settimane fa, il presidente entra a gamba tesa contro il governo: «Il 15 ottobre abbiamo deciso la chiusura delle scuole, ricevendo polemiche e offese da parte del ministro Lucia Azzolina, del presidente del Consiglio e del governo che giudicavano esagerate quelle misure. Ma noi abbiamo chiuso perché i nostri esperti ci avevano detto di aumenti di nove volte del contagio nelle scuole. Il governo lo ha fatto un mese dopo», argomenta lo sceriffo, «senza avere la decenza di spiegare perché non lo aveva fatto un mese prima». De Luca ne ha pure per Roberto Saviano: «Lo stesso invito», sottolinea il governatore, «rivolgo a qualche camorrologo di professione, ormai milionario, che però continua non solo a vestirsi come un carrettiere, perché fa tendenza, ma a parlare di cose di cui non capisce niente. Rivolgo anche a lui l'invito a fare un dibattito sui temi della sanità campana». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/de-luca-sbrocca-e-spara-sul-governo-incassando-pure-gli-applausi-di-zinga-2648897310.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="campania-e-toscana-diventano-rosse-beffate-emilia-e-friuli" data-post-id="2648897310" data-published-at="1605304594" data-use-pagination="False"> Campania e Toscana diventano rosse Beffate Emilia e Friuli Gira la ruota dei colori, adesso solo cinque Regioni restano gialle: Veneto, Lazio, Sardegna, Molise, provincia autonoma di Trento. Diventano rosse dal 15 novembre anche Toscana e Campania (si aggiungono a Lombardia, Piemonte, Valle d'Aosta, Calabria, provincia autonoma dell'Alto Adige), mentre si trasformano in zona arancione Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia e Marche, classificate dal Cts «con rischio medio alto» al pari di Sicilia, Basilicata, Puglia, Abruzzo, Umbria, Liguria. L'ennesimo provvedimento, preso in base al monitoraggio dei dati della settimana dal 2 all'8 novembre effettuato dalla Cabina di regia dell'Istituto superiore di sanità e del ministero della Salute, allarga le restrizioni e insieme vanifica quanto tre Regioni avevano concordato per contenere la curva dei contagi, cercando di scongiurare il passaggio da zona gialla ad arancione. Stiamo parlando delle misure adottate dai governatori di Veneto, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia, con limitazioni condivise che riguardano prevalentemente le passeggiate nei centri storici e nelle zone abitate, la chiusura dei negozi nei fine settimana e la consumazione in bar e ristoranti. Una stretta per evitare il lockdown che è stata ignorata dal Comitato tecnico scientifico, attento solo ad analizzare i 21 indicatori su un report non aggiornato. Nel giorno in cui Stefano Bonaccini, presidente della Conferenza delle Regioni, annunciava che gli avevano «diagnosticato una polmonite bilaterale a uno stadio iniziale» e invitava «al rispetto di tutti delle limitazioni», per fermare il contagio e rallentare i ricoveri, da Roma hanno pensato che le misure sue e del collega Massimiliano Fedriga fossero insufficienti. Le Regioni stanno tenendo dal punto di vista dell'organizzazione sanitaria, ma per i tecnici hanno un rischio 3 (scenario arancione) e Rt tra 1,25 e 1,50. In base al monitoraggio settimanale, il fattore di replicazione dell'epidemia è sceso da 1,71 a 1,43 eppure non basterebbe, perché la situazione è «complessivamente e diffusamente molto grave sull'intero territorio nazionale con criticità ormai evidenti», scriveva ieri l'Iss. Aggiungeva: «Si riscontrano valori medi di Rt superiori a 1.25 nella maggior parte delle Regioni e superiori a uno in tutte Regioni e province autonome». Quindi per la Cabina di regia «è necessaria una drastica riduzione delle interazioni fisiche tra le persone in modo da alleggerire la pressione sui servizi sanitari». Via dunque a ulteriori restrizioni per cinque territori che cambiano colore. L'ordinanza, firmata dal ministro della Salute, Roberto Speranza, entrerà in vigore da domani mattina. «Abbiamo due o tre settimane di tempo per valutare cosa avverrà: si potrebbe anche decidere di allentare queste misure, o di chiudere ulteriormente», avverte Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute. Restano invece zona gialla il Lazio, dove il governatore, Nicola Zingaretti, ha deciso la chiusura nei fine settimana dei centri commerciali e dei mercati, e la Sardegna malgrado in entrambe sia peggiorata la situazione epidemiologica. Nel Lazio i positivi sono cresciuti del 3,9% in un giorno, in Sardegna del 4,5%. Ieri, secondo i dati del ministero della Salute, i nuovi casi di Covid-19 registrati in Italia sono stati 40.902 (+3,84% rispetto al giorno precedente) su 254.908 tamponi eseguiti. Il dato sul tasso di positività era del 16,04%, in lievissimo calo. In terapia intensiva ci sono stati 60 ricoveri (in diminuzione rispetto agli 89 di giovedì), per un totale di 3.230, mentre quelli ordinari sono più che raddoppiati: altri 1.041, per un totale di 30.914. In isolamento domiciliare ci sono 629.782 persone. Le vittime Covid nell'arco di 24 ore sono state 550 (+1,26%), quasi 200 più di giovedì, ma per fortuna cresce anche il numero dei guariti: 11.480 (+2,96%), portando il totale a 399.238. Le Regioni dove è stato registrato il maggior numero di nuovi casi sono la Lombardia (10.634), il Piemonte (5.258), la Campania (4.079), il Veneto (3.605), il Lazio (2.925), Toscana (2.478) e l'Emilia Romagna (2.384). In un videomessaggio, il direttore del dipartimento prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza, ha segnalato: «Si verifica un preoccupante aumento sia dei ricoveri ospedalieri sia dei ricoveri in terapia intensiva, questo chiaramente giustifica ulteriori misure restrittive che devono essere prese soprattutto nelle regioni che sono a rischio più elevato e naturalmente induce la popolazione a comportamenti prudenti». Il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, annunciando in un video postato su Facebook di aver sentito il ministro Speranza «che mi ha notiziato che la Campania è zona rossa», chiede «ristori economici immediati». Lo invocano anche mercatali e disoccupati napoletani, ieri in piazza a protestare in due manifestazioni, tra striscioni dove campeggiava la scritta «Non ci fermeremo mai».
@Alpine Cars
Anche per questo, il rapporto d’affari tra Gucci e la scuderia francese Alpine-Renault, reso noto ieri, non dovrebbe stupire. Il demiurgo dell’intesa attiva dalla stagione 2027, il manager milanese di origini pugliesi Luca De Meo, a capo del gruppo Kering che include Gucci, ha un passato fruttuoso da dirigente nel mondo delle automobili (è stato ceo di Alpine) e ha studiato l’ingresso del marchio di moda nella Formula 1 non lesinando sui dettagli.
Gucci, di Alpine, diventa «title partner»: non soltanto uno sponsor, ma parte attiva della scuderia nata nel 1955, il cui nome diventerà Gucci Racing Alpine Formula One Team. Cambieranno pure i colori delle monoposto. Invece della combinazione di rosa e blu, è stato scelto un mix nero-oro per far risaltare l’emblematica «G» a corredo delle livree dei piloti e di un insieme di prodotti pensati ad hoc. Se per Francesca Bellettini, presidente e amministratore delegato di Gucci, l’accordo sarebbe «un riflesso della nostra ambizione e del ruolo che vogliamo, una convergenza unica di performance, cultura e portata globale, e Alpine è il partner giusto per dare vita a questa visione», è impossibile non pensare pure all’ingresso di Lmvh (nella fattispecie Louis Vuitton) come sponsor ufficiale del Mondiale in corso. Lo scopo di Liberty media, a capo della gestione commerciale del circus dei motori, era ben chiaro fin dai tempi in cui raccontò il mondo delle monoposto, dei box e dei piloti promuovendo la docuserie Netflix Drive to survive, che forgiò un immaginario accessibile a milioni di spettatori, tutti utenti di Instagram e TikTok, e ovviamente tutti consumatori spendenti: trasformare le corse in un red carpet costante.
Tra i fan potenziali, è lievitata la componente femminile sotto i 35 anni, per statistica tra le più stimolate agli acquisti nella moda. Quasi a dire: maschi sui motori, donne su ciò che li abbellisce, o magari viceversa. Non scordando un aspetto essenziale, la fascinazione degli sceicchi arabi per il mondo delle gare, indizio di per sé gravido di sottintesi danarosi. Già dai tempi di Benetton - il cui team manager era Flavio Briatore, oggi consigliere esecutivo di Alpine - si puntò su analoghe convergenze. Canonizzate poi dal ferrarista Lewis Hamilton, pilota leggendario, icona dandy, presunto fidanzato dell’influencer Kim Kardashian, appassionato di alta moda al punto da diventare volto della campagna Pink PP per Valentino DI.Vas e co-produttore di F1 - Il film, con Brad Pitt. Luca De Meo rimarca il bacino gargantuesco a cui Gucci vorrebbe mirare: nel 2024 la Formula 1 avrebbe registrato 6,5 milioni di spettatori presenti ai Gran Premi, 1,6 miliardi di spettatori televisivi cumulati e 97 milioni di seguaci sui social media, a cui è bene aggiungere l’analisi dell’agenzia Karla Otto e della piattaforma Lefty, secondo cui sarebbe il secondo sport da tenere in considerazione per contributo all’Earned media value (Emv) del settore moda. L’Emv è la metrica che stima il valore della visibilità ottenuta gratis, senza investimenti. Una pesca a strascico con reti dorate. Forse è il destino di tutti gli sport popolari, e però inarrivabili: affiancare alla componente agonistica la sensazione dell’evento glamour, all’etica, l’estetica, insomma il caravanserraglio diveniente del presente permanente.
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Ma la finanza, si sa, ha bisogno di battezzare continuamente nuove tendenze. Così, dai Faang siamo passati ai «Magnifici 7» (Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla), fino all’ultimo arrivato dei circoli finanziari: i Batmmaan. In questa nuova sigla, il mantello del supereroe è indossato da Broadcom, unendosi ai soliti noti (Apple, Tesla, Microsoft, Meta, Amazon, Alphabet e Nvidia) per cavalcare l’onda dei chip e dell’Intelligenza artificiale. Tuttavia, dietro questa girandola di lettere si nasconde un’insidia che il risparmiatore non dovrebbe mai sottovalutare. «Bisogna prendere sempre con le pinze l’approccio basato su ricette facili e acronimi da replicare», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «perché ogni epoca ha i suoi campioni, ma la gloria è spesso effimera. Molte società cadono in disgrazia o escono dai favori degli investitori non appena i temi sottostanti cambiano. Investire scegliendo “sic et simpliciter”, i migliori titoli del passato, è una trappola: investire non è come giocare la schedina sapendo i risultati il lunedì successivo».
Nel maggio 2026, la compattezza di questi gruppi sta venendo meno. Se la capitalizzazione complessiva dei Magnifici 7 ha raggiunto la cifra astronomica di 20.000 miliardi di euro, le performance iniziano a divaricarsi. Mentre Alphabet segna un +117% annuo, titoli come Microsoft (-10,18%) e Meta (-6,9%) mostrano in alcuni casi segnali di stanchezza.
«Il problema è che il mercato seleziona i nomi quando sono già sulla bocca di tutti», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente, «ma oggi i criteri devono essere più sofisticati. La capacità di trasformare l’IA in flussi di cassa reali è l’unico driver che conta davvero, e non tutti i componenti di questi acronimi ci stanno riuscendo allo stesso modo». E un portafoglio di investimenti deve essere diversificato e profilato per ciascun investitore in base alla sua propensione al rischio e alla capacità di sostenere perdite che, riguardo i titoli «tech», possono arrivare anche a un’escursione avversa del -70%. Ha certo senso avere in portafoglio diversi di questi titoli, ma è bene conoscere le regole del «gioco» e non proiettare mai i rendimenti passati nel futuro.
Peraltro, secondo alcuni analisti il dominio tecnologico Usa non è più un dogma. L’ascesa di realtà cinesi come DeepSeek nel campo dell’IA ha dimostrato che la supremazia dei semiconduttori americani è attaccabile, provocando ondate di volatilità che colpiscono i portafogli troppo concentrati.
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Giacomo Biffi (Imagoeconomica)
C’è stato l’11 settembre, siamo in pieno scontro di civiltà e la minaccia della jihad si espande sull’Occidente. L’immigrazione, soprattutto da Sud a Nord, sta diventando ingestibile. In America c’è George W. Bush, in Cina Hu Jintao, in Russia comanda già Vladimir Putin. Nel 2001, dopo la strage delle Torri gemelle, la Nato invade l’Afghanistan nel tentativo di smantellare Al Qaeda di Osama Bin Laden. Nel 2003 inizia la seconda Guerra del golfo. E Giacomo Biffi, cardinale e arcivescovo di Bologna dal 1984, pubblica con Piemme questo Piccolo dizionario del cristianesimo. Quando si vivono momenti di crisi si è soliti cercare conforto nei grandi classici. Ma nella fattispecie non vale perché alla sua prima edizione questo testo prezioso ebbe un’accoglienza tiepida. Ora, grazie a Cantagalli che meritoriamente lo riedita con una nuova veste grafica e la cura della carmelitana scalza Emanuela Ghini, che nelle 80 voci, da Aborto a Vuotezza, ha inserito sottotitoli che ne aiutano la lettura, un saggio dimenticato svela tutta la sua forza e attualità.
In ordine alfabetico, la prima voce è «Aborto». Scrive Biffi, citando un ministro che per promuovere un provvedimento ha detto che non è «un’istigazione al matrimonio», «riteniamo iniqua la legge 194 - ipocritamente intitolata “per la tutela della maternità” - che autorizza e addirittura finanzia la soppressione delle creature umane prima della nascita. Questa sì che è una “istigazione”: è una istigazione a commettere quello che il Concilio Vaticano II chiama l’“abominevole delitto dell’aborto”».
Trattandosi, però, di un dizionario del cristianesimo è da questa voce che conviene iniziare. Biffi muove dalla consapevolezza di quale tesoro contenga la fede e, geloso delle sue peculiarità fuori da ogni catalogo, ne canta la potenza e la carica eversiva rispetto alla «mentalità di questo secolo» (San Paolo). Non piega il cristianesimo a pretesto per militanze politiche, a spunto per posizioni che non abbiano a cuore il destino ultimo dell’uomo e la preoccupazione esclusiva per il suo bene. È «inconfrontabile» con le altre religioni «perché nella sua realtà più autentica è una persona, la persona di Cristo, il Verbo che si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Si può anche dire «che tutte le religioni hanno del buono […] purché non si dimentichi che […] il cristianesimo è un fatto, e i fatti non si scelgono, “sono”. Include ovviamente delle idee circa la divinità, delle norme etiche, dei riti, come tutte le religioni; ma primariamente è un avvenimento, e come tale è unico e imparagonabile».
In alcuni passaggi si avverte l’eco della predicazione di monsignor Luigi Giussani, con il quale Biffi ha condiviso la formazione nel seminario di Venegono. Fede e ragione sono sorelle. La ragione cerca la fede. Si apre all’avvento della fede, la contempla come possibilità reale. Invece, a un certo punto si è cominciato a dire «che sono suocera e nuora», incompatibili. E l’uomo, pensando di diventare padrone autosufficiente, in realtà, si è perso. Ha cancellato Dio Padre. Ha cominciato a teorizzarne la morte. Trasformando il mondo in un gigantesco e «malinconico orfanotrofio», abitato da gente che ha come prospettiva quella di essere «figlia del caso». «Anche oggi», continua l’arcivescovo, «la questione prima e più decisiva per l’umanità è riscoprire la paternità di Dio». Non c’è scampo, scrive Biffi osservando la presa nell’opinione pubblica dei vari socialismi e solidarismi: «Se vogliamo vivere da fratelli e salvarci, dobbiamo ripartire dal Padre». Ma per far questo occorre rispondere all’imperativo che ci pone Cristo. O è il Figlio di Dio fatto uomo, e allora non resta che seguirlo, o è un impostore. Nessuno, «per quanto faccia l’indifferente o il disinteressato», può sfuggire a questo interrogativo. «Non è possibile rimanere neutrali [...], Gesù non è uno che mette d’accordo tutti… Non è un ansiolitico, è una sfida». Per aiutarci a raccoglierla il Padreterno ci ha lasciato la Chiesa, il «capolavoro compiuto da Dio con i deludenti materiali umani». Ecco l’ironia di Biffi. La sua lezione di umiltà, l’invito a non tirarcela, a non attribuirci troppi meriti, ma a riconoscere la benevolenza divina.
Il cardinale si rivolge allora alla Chiesa, esortandola a prendere il largo se vuole che «la pesca di uomini non riesca infruttuosa. Una Chiesa assimilata a quella che san Paolo chiama “la mentalità di questo secolo” non converte nessuno». «Non dare ascolto a chi, nell’intento di avvicinarti alle realtà della terra, in definitiva ti conduce a insabbiarti. Se ti insabbi diventi superflua, anzi inutile nella vicenda umana, perché sei fatta per navigare». In altre parti usa la metafora del sale «dolcificato». È l’urgenza dell’identità. «Nessun doveroso rispetto di chi ha opinioni diverse dalle nostre deve portarci a poco a poco allo stemperamento della fedeltà a colui che è il solo Maestro». Sbagliano i cattolici che, desiderosi di essere accolti, si assimilano alle ideologie prevalenti. Il sale, «che ha un sapore pungente», dolcificato non serve se non a essere gettato.
Oltre ai cristiani tiepidi, bersaglio dell’autore di Contro maestro Ciliegia (Jaca Book, 1977) è l’enfasi del progresso. Il mondo contemporaneo vive un’«angoscia» causata all’uomo «dalle sue stesse bravure». Il Novecento «era iniziato con una immensa speranza che il mito del progresso, i trionfi della scienza, l’affermazione della libertà individuale e della socialità […] garantissero un’epoca illimitata di pace e di serena fraternità tra i popoli». Ma invece è diventato il «secolo più insanguinato e più crudele della storia». Le guerre sono sempre state orrende ma, «prima che un culto enfatizzato e irrazionale della ragione spegnesse il senso cristiano dei nostri popoli», riguardavano i soldati di mestiere. Oggi «“le guerre totali” - dove non vengono risparmiati né le donne né i bambini né gli anziani - sono un apporto del così detto progresso. Davvero c’è da augurarsi che l’umanità non “progredisca” più in modo così perverso e insipiente».
Questo mito alimenta il proliferare di «troppe cattedre senza autorevolezza» protese più all’apparire che all’essere. «La “scena di questo mondo” sembra essere ciò che più di tutto viene ricercato e apprezzato», osserva Biffi. «L’immagine di un uomo, che occupi frequentemente gli schermi televisivi, diventa più importante dell’originalità dei suoi pensieri, della saggezza delle sue parole, della qualità morale del suo comportamento […]. Il messaggio è buono a misura non della positività del suo contenuto, ma del suo successo e dell’ampiezza della sua risonanza». E pazienza se genera «confusione» promuovendo relativismo e scetticismo. Più che mai affilato lo sguardo con cui il cardinale descrive la società contemporanea, priva di speranza. «Il nostro tempo ha saputo dare all’uomo tanti ritrovati mirabili: per esempio, la velocità negli spostamenti, la diffusione domiciliare delle notizie, i prodigi dell’informatica, nuove sorgenti di suoni e di frastuoni, nuove inesauste fabbriche di chimere e di sogni», comprese, potremmo aggiungere oggi, le mirabilie dell’Intelligenza artificiale. «La sola cosa che non ha saputo dare all’uomo è proprio la speranza, la quale anzi è andata nel mondo sempre più affievolendosi».
Gesù è venuto per salvare i peccatori. Questo è il contenuto dell’«evangelizzazione». Poi certo, i cristiani esorteranno alla solidarietà e si preoccuperanno della giustizia, ma senza dimenticare che lo scopo della missione in terra di Cristo è «la salvezza integrale e trascendente degli sventurati figli di Adamo». Non bastano, dunque, un solidarismo sentimentale o un amore delegato alle istituzioni. «Il Samaritano non è andato a interessare l’Unità sanitaria locale, si è piegato lui sul ferito». Perciò, «non è più possibile amare Dio senza amare il fratello; e non è più possibile amare il fratello senza amare Dio». Quando la testimonianza dei battezzati sbiadisce, «compaiono manifestazioni di razzismo e di sopraffazione di un gruppo sull’altro», ma non di rado, osserva Biffi, ci si imbatte in «qualche forma di razzismo culturale e ideologico, in cui capita che particolarmente si distinguano proprio coloro che a gran voce si conclamano antirazzisti».
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Il Crystal Palace festeggia la Conference League dopo la vittoria per 1-0 in finale contro il Rayo Vallecano (Ansa)
Gli inglesi battono 1-0 il Rayo Vallecano nella finale di Lipsia e conquistano il primo trofeo europeo della loro storia. Decide Mateta nella ripresa. Terzo titolo in un anno per la squadra di Glasner dopo FA Cup e Community Shield.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.
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