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2020-11-14
De Luca sbrocca e spara sul governo incassando pure gli applausi di Zinga
Vincenzo De Luca (Ansa)
Un Vincenzo De Luca letteralmente scatenato si scaglia contro il governo, il Pd, il M5s, Roberto Saviano e fa a fettine alcuni ministri pentastellati, in particolare Luigi Di Maio, che l'altro ieri aveva duramente attaccato la Regione sollecitando la collocazione della Campania in fascia rossa. Uno show pirotecnico, quello del governatore, che parte immediatamente all'attacco nel corso della consueta diretta Facebook del venerdì: «Fatti salvi tre, quattro ministri», ringhia De Luca, «questo non è un governo, non voglio dirvi che cosa è. Per quanto mi riguarda sarebbe cento volte meglio un governo di unità nazionale, di persone competenti. Un governo del presidente che non produca il caos. Ho avuto modo di dire a qualche esponente del Pd che, se bisogna stare al governo con questi personaggi, per quel che mi riguarda, sarebbe meglio mandare a casa questo governo. Non è tollerabile nessun rapporto di collaborazione quando ci sono nel governo ministri alla Spadafora». De Luca bombarda Palazzo Chigi proprio mentre Nicola Zingaretti, segretario del Pd e azionista di maggioranza dell'esecutivo giallorosso, lo elogia: «Da collega presidente di Regione a collega», dice il leader dei dem a Rai 1, «dico che De Luca nei mesi scorsi se vogliamo dirci la verità un merito lo ha avuto, quello di lanciare allarmi. Fino a 20 giorni fa c'era una narrazione di altri, sbagliata, secondo cui non c'era pericolo del virus».
Zingaretti ci prova, a stemperare la rabbia del «collega», ma De Luca è un personaggio politicamente assai atipico, che non ha mai avuto alcuna remora nell'attaccare il governo di cui il suo partito, il Pd, è uno dei due pilastri. «Alla lista degli sciacalli», argomenta De Luca, «si è aggiunto un nome illustre, tale Luigi Di Maio. Era fra quelli che facevano la campagna elettorale, un mese e mezzo fa, contestando alla Regione Campania il delitto di aver realizzato le terapie intensive, l'ospedale modulare, sprecando il denaro pubblico. Questo è un esponente di governo che avrebbe dovuto impegnarsi per far arrivare il personale che manca, questo è uno che voleva tenere il commissariamento della Campania. Provate a immaginare se», aggiunge il presidente, «in queste condizioni, avessimo avuto il commissario. Avremmo fatto una fine peggiore della Calabria. E parli! E parli! Mi voglio fermare perché il solo nome di questo soggetto, mi provoca reazioni d'istinto che vorrei controllare, almeno per le prossime ore. Ricordate che questo personaggio, Di Maio, l'ho sfidato a un dibattito pubblico, dove, come e quando vuole. Da anni. Rinnovo il mio invito a questo soggetto: un dibattito pubblico, purché in diretta televisiva. Spero non faccia il coniglio come ha fatto nei tre-quattro anni precedenti».
Il cortocircuito giallorosso è totale. De Luca è infuriato col governo, e il motivo è estremamente semplice: 15 giorni fa, quando aveva annunciato il lockdown per la Campania, Napoli fu messa a ferro e fuoco e l'esecutivo lasciò il governatore solo, assediato, senza alcun sostegno. De Luca fu costretto dai tumulti a ritirare la sua decisione. Ieri, dopo 15 giorni, si è ritrovato lo stesso in zona rossa. «Noi eravamo per chiudere tutto a ottobre», ricorda De Luca, «per un mese, per avere una operazione di fermo del contagio e che ci avrebbe fatto stare tranquilli a Natale. Da sempre abbiamo avuto una linea di rigore più degli altri, da soli. Il governo ha fatto un'altra scelta, ha deciso di fare iniziative progressive, di prendere provvedimenti sminuzzati, facendo la scelta della cosiddetta risposta proporzionale, più aumenta contagio più prendiamo provvedimenti. Una scelta totalmente sbagliata, perché il contagio non aumenta in modo lineare, ma esponenziale. Questa decisione del governo», incalza De Luca, «ha fatto perdere due mesi preziosi, nel corso dei quali abbiamo avuto un incremento drammatico di contagi e decessi. Considero scriteriata la divisione in zone dell'Italia».
Anche sulle scuole, che in Campania sono state chiuse già settimane fa, il presidente entra a gamba tesa contro il governo: «Il 15 ottobre abbiamo deciso la chiusura delle scuole, ricevendo polemiche e offese da parte del ministro Lucia Azzolina, del presidente del Consiglio e del governo che giudicavano esagerate quelle misure. Ma noi abbiamo chiuso perché i nostri esperti ci avevano detto di aumenti di nove volte del contagio nelle scuole. Il governo lo ha fatto un mese dopo», argomenta lo sceriffo, «senza avere la decenza di spiegare perché non lo aveva fatto un mese prima».
De Luca ne ha pure per Roberto Saviano: «Lo stesso invito», sottolinea il governatore, «rivolgo a qualche camorrologo di professione, ormai milionario, che però continua non solo a vestirsi come un carrettiere, perché fa tendenza, ma a parlare di cose di cui non capisce niente. Rivolgo anche a lui l'invito a fare un dibattito sui temi della sanità campana».
Campania e Toscana diventano rosse Beffate Emilia e Friuli
Gira la ruota dei colori, adesso solo cinque Regioni restano gialle: Veneto, Lazio, Sardegna, Molise, provincia autonoma di Trento. Diventano rosse dal 15 novembre anche Toscana e Campania (si aggiungono a Lombardia, Piemonte, Valle d'Aosta, Calabria, provincia autonoma dell'Alto Adige), mentre si trasformano in zona arancione Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia e Marche, classificate dal Cts «con rischio medio alto» al pari di Sicilia, Basilicata, Puglia, Abruzzo, Umbria, Liguria. L'ennesimo provvedimento, preso in base al monitoraggio dei dati della settimana dal 2 all'8 novembre effettuato dalla Cabina di regia dell'Istituto superiore di sanità e del ministero della Salute, allarga le restrizioni e insieme vanifica quanto tre Regioni avevano concordato per contenere la curva dei contagi, cercando di scongiurare il passaggio da zona gialla ad arancione. Stiamo parlando delle misure adottate dai governatori di Veneto, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia, con limitazioni condivise che riguardano prevalentemente le passeggiate nei centri storici e nelle zone abitate, la chiusura dei negozi nei fine settimana e la consumazione in bar e ristoranti. Una stretta per evitare il lockdown che è stata ignorata dal Comitato tecnico scientifico, attento solo ad analizzare i 21 indicatori su un report non aggiornato.
Nel giorno in cui Stefano Bonaccini, presidente della Conferenza delle Regioni, annunciava che gli avevano «diagnosticato una polmonite bilaterale a uno stadio iniziale» e invitava «al rispetto di tutti delle limitazioni», per fermare il contagio e rallentare i ricoveri, da Roma hanno pensato che le misure sue e del collega Massimiliano Fedriga fossero insufficienti. Le Regioni stanno tenendo dal punto di vista dell'organizzazione sanitaria, ma per i tecnici hanno un rischio 3 (scenario arancione) e Rt tra 1,25 e 1,50.
In base al monitoraggio settimanale, il fattore di replicazione dell'epidemia è sceso da 1,71 a 1,43 eppure non basterebbe, perché la situazione è «complessivamente e diffusamente molto grave sull'intero territorio nazionale con criticità ormai evidenti», scriveva ieri l'Iss. Aggiungeva: «Si riscontrano valori medi di Rt superiori a 1.25 nella maggior parte delle Regioni e superiori a uno in tutte Regioni e province autonome». Quindi per la Cabina di regia «è necessaria una drastica riduzione delle interazioni fisiche tra le persone in modo da alleggerire la pressione sui servizi sanitari». Via dunque a ulteriori restrizioni per cinque territori che cambiano colore. L'ordinanza, firmata dal ministro della Salute, Roberto Speranza, entrerà in vigore da domani mattina.
«Abbiamo due o tre settimane di tempo per valutare cosa avverrà: si potrebbe anche decidere di allentare queste misure, o di chiudere ulteriormente», avverte Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute. Restano invece zona gialla il Lazio, dove il governatore, Nicola Zingaretti, ha deciso la chiusura nei fine settimana dei centri commerciali e dei mercati, e la Sardegna malgrado in entrambe sia peggiorata la situazione epidemiologica. Nel Lazio i positivi sono cresciuti del 3,9% in un giorno, in Sardegna del 4,5%. Ieri, secondo i dati del ministero della Salute, i nuovi casi di Covid-19 registrati in Italia sono stati 40.902 (+3,84% rispetto al giorno precedente) su 254.908 tamponi eseguiti. Il dato sul tasso di positività era del 16,04%, in lievissimo calo. In terapia intensiva ci sono stati 60 ricoveri (in diminuzione rispetto agli 89 di giovedì), per un totale di 3.230, mentre quelli ordinari sono più che raddoppiati: altri 1.041, per un totale di 30.914. In isolamento domiciliare ci sono 629.782 persone. Le vittime Covid nell'arco di 24 ore sono state 550 (+1,26%), quasi 200 più di giovedì, ma per fortuna cresce anche il numero dei guariti: 11.480 (+2,96%), portando il totale a 399.238. Le Regioni dove è stato registrato il maggior numero di nuovi casi sono la Lombardia (10.634), il Piemonte (5.258), la Campania (4.079), il Veneto (3.605), il Lazio (2.925), Toscana (2.478) e l'Emilia Romagna (2.384).
In un videomessaggio, il direttore del dipartimento prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza, ha segnalato: «Si verifica un preoccupante aumento sia dei ricoveri ospedalieri sia dei ricoveri in terapia intensiva, questo chiaramente giustifica ulteriori misure restrittive che devono essere prese soprattutto nelle regioni che sono a rischio più elevato e naturalmente induce la popolazione a comportamenti prudenti». Il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, annunciando in un video postato su Facebook di aver sentito il ministro Speranza «che mi ha notiziato che la Campania è zona rossa», chiede «ristori economici immediati». Lo invocano anche mercatali e disoccupati napoletani, ieri in piazza a protestare in due manifestazioni, tra striscioni dove campeggiava la scritta «Non ci fermeremo mai».
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Il governatore campano si scatena e invoca un «esecutivo del presidente»: «Luigi Di Maio sciacallo. Non dimentico le offese di Giuseppe Conte e Lucia Azzolina». Il segretario pd va in cortocircuito e lo elogia: «Merito suo aver dato l'allarme»Inutili le misure di Stefano Bonaccini e Massimiliano Fedriga per evitare l'arancione Da domani restano gialle solo cinque regioni, tra cui il VenetoLo speciale contiene due articoliUn Vincenzo De Luca letteralmente scatenato si scaglia contro il governo, il Pd, il M5s, Roberto Saviano e fa a fettine alcuni ministri pentastellati, in particolare Luigi Di Maio, che l'altro ieri aveva duramente attaccato la Regione sollecitando la collocazione della Campania in fascia rossa. Uno show pirotecnico, quello del governatore, che parte immediatamente all'attacco nel corso della consueta diretta Facebook del venerdì: «Fatti salvi tre, quattro ministri», ringhia De Luca, «questo non è un governo, non voglio dirvi che cosa è. Per quanto mi riguarda sarebbe cento volte meglio un governo di unità nazionale, di persone competenti. Un governo del presidente che non produca il caos. Ho avuto modo di dire a qualche esponente del Pd che, se bisogna stare al governo con questi personaggi, per quel che mi riguarda, sarebbe meglio mandare a casa questo governo. Non è tollerabile nessun rapporto di collaborazione quando ci sono nel governo ministri alla Spadafora». De Luca bombarda Palazzo Chigi proprio mentre Nicola Zingaretti, segretario del Pd e azionista di maggioranza dell'esecutivo giallorosso, lo elogia: «Da collega presidente di Regione a collega», dice il leader dei dem a Rai 1, «dico che De Luca nei mesi scorsi se vogliamo dirci la verità un merito lo ha avuto, quello di lanciare allarmi. Fino a 20 giorni fa c'era una narrazione di altri, sbagliata, secondo cui non c'era pericolo del virus». Zingaretti ci prova, a stemperare la rabbia del «collega», ma De Luca è un personaggio politicamente assai atipico, che non ha mai avuto alcuna remora nell'attaccare il governo di cui il suo partito, il Pd, è uno dei due pilastri. «Alla lista degli sciacalli», argomenta De Luca, «si è aggiunto un nome illustre, tale Luigi Di Maio. Era fra quelli che facevano la campagna elettorale, un mese e mezzo fa, contestando alla Regione Campania il delitto di aver realizzato le terapie intensive, l'ospedale modulare, sprecando il denaro pubblico. Questo è un esponente di governo che avrebbe dovuto impegnarsi per far arrivare il personale che manca, questo è uno che voleva tenere il commissariamento della Campania. Provate a immaginare se», aggiunge il presidente, «in queste condizioni, avessimo avuto il commissario. Avremmo fatto una fine peggiore della Calabria. E parli! E parli! Mi voglio fermare perché il solo nome di questo soggetto, mi provoca reazioni d'istinto che vorrei controllare, almeno per le prossime ore. Ricordate che questo personaggio, Di Maio, l'ho sfidato a un dibattito pubblico, dove, come e quando vuole. Da anni. Rinnovo il mio invito a questo soggetto: un dibattito pubblico, purché in diretta televisiva. Spero non faccia il coniglio come ha fatto nei tre-quattro anni precedenti». Il cortocircuito giallorosso è totale. De Luca è infuriato col governo, e il motivo è estremamente semplice: 15 giorni fa, quando aveva annunciato il lockdown per la Campania, Napoli fu messa a ferro e fuoco e l'esecutivo lasciò il governatore solo, assediato, senza alcun sostegno. De Luca fu costretto dai tumulti a ritirare la sua decisione. Ieri, dopo 15 giorni, si è ritrovato lo stesso in zona rossa. «Noi eravamo per chiudere tutto a ottobre», ricorda De Luca, «per un mese, per avere una operazione di fermo del contagio e che ci avrebbe fatto stare tranquilli a Natale. Da sempre abbiamo avuto una linea di rigore più degli altri, da soli. Il governo ha fatto un'altra scelta, ha deciso di fare iniziative progressive, di prendere provvedimenti sminuzzati, facendo la scelta della cosiddetta risposta proporzionale, più aumenta contagio più prendiamo provvedimenti. Una scelta totalmente sbagliata, perché il contagio non aumenta in modo lineare, ma esponenziale. Questa decisione del governo», incalza De Luca, «ha fatto perdere due mesi preziosi, nel corso dei quali abbiamo avuto un incremento drammatico di contagi e decessi. Considero scriteriata la divisione in zone dell'Italia». Anche sulle scuole, che in Campania sono state chiuse già settimane fa, il presidente entra a gamba tesa contro il governo: «Il 15 ottobre abbiamo deciso la chiusura delle scuole, ricevendo polemiche e offese da parte del ministro Lucia Azzolina, del presidente del Consiglio e del governo che giudicavano esagerate quelle misure. Ma noi abbiamo chiuso perché i nostri esperti ci avevano detto di aumenti di nove volte del contagio nelle scuole. Il governo lo ha fatto un mese dopo», argomenta lo sceriffo, «senza avere la decenza di spiegare perché non lo aveva fatto un mese prima». De Luca ne ha pure per Roberto Saviano: «Lo stesso invito», sottolinea il governatore, «rivolgo a qualche camorrologo di professione, ormai milionario, che però continua non solo a vestirsi come un carrettiere, perché fa tendenza, ma a parlare di cose di cui non capisce niente. 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Diventano rosse dal 15 novembre anche Toscana e Campania (si aggiungono a Lombardia, Piemonte, Valle d'Aosta, Calabria, provincia autonoma dell'Alto Adige), mentre si trasformano in zona arancione Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia e Marche, classificate dal Cts «con rischio medio alto» al pari di Sicilia, Basilicata, Puglia, Abruzzo, Umbria, Liguria. L'ennesimo provvedimento, preso in base al monitoraggio dei dati della settimana dal 2 all'8 novembre effettuato dalla Cabina di regia dell'Istituto superiore di sanità e del ministero della Salute, allarga le restrizioni e insieme vanifica quanto tre Regioni avevano concordato per contenere la curva dei contagi, cercando di scongiurare il passaggio da zona gialla ad arancione. Stiamo parlando delle misure adottate dai governatori di Veneto, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia, con limitazioni condivise che riguardano prevalentemente le passeggiate nei centri storici e nelle zone abitate, la chiusura dei negozi nei fine settimana e la consumazione in bar e ristoranti. Una stretta per evitare il lockdown che è stata ignorata dal Comitato tecnico scientifico, attento solo ad analizzare i 21 indicatori su un report non aggiornato. Nel giorno in cui Stefano Bonaccini, presidente della Conferenza delle Regioni, annunciava che gli avevano «diagnosticato una polmonite bilaterale a uno stadio iniziale» e invitava «al rispetto di tutti delle limitazioni», per fermare il contagio e rallentare i ricoveri, da Roma hanno pensato che le misure sue e del collega Massimiliano Fedriga fossero insufficienti. Le Regioni stanno tenendo dal punto di vista dell'organizzazione sanitaria, ma per i tecnici hanno un rischio 3 (scenario arancione) e Rt tra 1,25 e 1,50. In base al monitoraggio settimanale, il fattore di replicazione dell'epidemia è sceso da 1,71 a 1,43 eppure non basterebbe, perché la situazione è «complessivamente e diffusamente molto grave sull'intero territorio nazionale con criticità ormai evidenti», scriveva ieri l'Iss. Aggiungeva: «Si riscontrano valori medi di Rt superiori a 1.25 nella maggior parte delle Regioni e superiori a uno in tutte Regioni e province autonome». Quindi per la Cabina di regia «è necessaria una drastica riduzione delle interazioni fisiche tra le persone in modo da alleggerire la pressione sui servizi sanitari». Via dunque a ulteriori restrizioni per cinque territori che cambiano colore. L'ordinanza, firmata dal ministro della Salute, Roberto Speranza, entrerà in vigore da domani mattina. «Abbiamo due o tre settimane di tempo per valutare cosa avverrà: si potrebbe anche decidere di allentare queste misure, o di chiudere ulteriormente», avverte Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute. Restano invece zona gialla il Lazio, dove il governatore, Nicola Zingaretti, ha deciso la chiusura nei fine settimana dei centri commerciali e dei mercati, e la Sardegna malgrado in entrambe sia peggiorata la situazione epidemiologica. Nel Lazio i positivi sono cresciuti del 3,9% in un giorno, in Sardegna del 4,5%. Ieri, secondo i dati del ministero della Salute, i nuovi casi di Covid-19 registrati in Italia sono stati 40.902 (+3,84% rispetto al giorno precedente) su 254.908 tamponi eseguiti. Il dato sul tasso di positività era del 16,04%, in lievissimo calo. In terapia intensiva ci sono stati 60 ricoveri (in diminuzione rispetto agli 89 di giovedì), per un totale di 3.230, mentre quelli ordinari sono più che raddoppiati: altri 1.041, per un totale di 30.914. In isolamento domiciliare ci sono 629.782 persone. Le vittime Covid nell'arco di 24 ore sono state 550 (+1,26%), quasi 200 più di giovedì, ma per fortuna cresce anche il numero dei guariti: 11.480 (+2,96%), portando il totale a 399.238. Le Regioni dove è stato registrato il maggior numero di nuovi casi sono la Lombardia (10.634), il Piemonte (5.258), la Campania (4.079), il Veneto (3.605), il Lazio (2.925), Toscana (2.478) e l'Emilia Romagna (2.384). In un videomessaggio, il direttore del dipartimento prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza, ha segnalato: «Si verifica un preoccupante aumento sia dei ricoveri ospedalieri sia dei ricoveri in terapia intensiva, questo chiaramente giustifica ulteriori misure restrittive che devono essere prese soprattutto nelle regioni che sono a rischio più elevato e naturalmente induce la popolazione a comportamenti prudenti». Il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, annunciando in un video postato su Facebook di aver sentito il ministro Speranza «che mi ha notiziato che la Campania è zona rossa», chiede «ristori economici immediati». Lo invocano anche mercatali e disoccupati napoletani, ieri in piazza a protestare in due manifestazioni, tra striscioni dove campeggiava la scritta «Non ci fermeremo mai».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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