Simonetta Carbone, Roberta Castellino, Donatella Cinzano, Roberta Dri, Patrizia Ghiazza, Giovanna Giordano, Adele Olivero: in rigoroso ordine alfabetico, sono le sette «madamin» che hanno organizzato, sabato scorso, la manifestazione #SiTav di Piazza Castello a Torino.
Lasciate perdere la contabilità dei presenti: esercizio sempre complicato. Erano davvero 40.000 persone? O forse c’è stata troppa fretta nel dare la cifra per favorire l’accostamento evocativo alla «marcia dei 40.000» che, nel 1980, chiuse la stagione dei picchettaggi, sconfisse un sindacato vecchio e ingessato, e diede un indubbio segnale di innovazione?
A occhio, il paragone pare eccessivo rispetto a 38 anni fa. Ma non c’è alcun dubbio sul fatto che la manifestazione sia stata un successo, che va riconosciuto e raccontato. Partecipazione elevatissima, nessuna bandiera di partito (per quanto fossero presenti molti militanti politici, dalla Lega a Fi, dal Pd a Fdi), e un sobrio ma sentito (e per tanti versi positivo) «vaffa» al grillismo deteriore, alla cultura del no, alla narrazione della decrescita.
Poteva essere (dalla coniugazione del verbo capite bene che le cose rischiano di prendere una piega diversa) un bel segnale. Utile alla maggioranza, per incoraggiare la Lega e la parte sviluppista del governo a fare argine rispetto al massimalismo M5s. E altrettanto utile alle opposizioni, affinché lascino il surreale grido «forza spread-forza Juncker-forza Moscovici» e scelgano invece un terreno positivo per incalzare la maggioranza.
E invece, in 48 ore, la solita storia. Prima il patetico tentativo del Pd di mettere il cappello sulla manifestazione, trasformandola in quello che non era, cioè un’adunata di parte. Poi, forse ancora più pericoloso, il mix tra l’azione avvolgente dei giornaloni e l’inevitabile protagonismo delle signore, convinte che la storia abbia loro affidato una missione.
Nasce così, sul quotidiano torinese La Stampa, il surreale titolo di ieri «La piazza apre al dialogo con Quirinale e governo». Tre sgrammaticature in un colpo solo: la «piazza» come soggetto politico (come nei mitici collegamenti esterni nei programmi di Michele Santoro: «Ruotolo, la piazza che dice?»); il Quirinale trasformato in una via di mezzo tra un ufficio reclami e una commissione parlamentare che fa le audizioni; e l’idea che sette signore della buona borghesia (con rispetto parlando) siano la «controparte» del governo.
Eppure La Stampa ci racconta proprio questo: «Gli organizzatori della manifestazione cercano un incontro con Mattarella e mettono pressione su Salvini. Le sette donne preparano un documento per il Colle». Insomma, le signore stilano il programma, si lanciano, rilasciano interviste (la Giordano a Repubblica). E ovviamente la situazione si aggrava con l’inevitabile intervista a Luciana Littizzetto («Se al governo ci fossero le donne, ci sarebbe molta meno fuffa»), l’alto monito di Vladimiro Zagrebelsky («Cittadini con il senso del dovere»), e altri commenti più stravaganti che arruolano d’imperio tutti i manifestanti di Torino (pure i leghisti?) in un «fronte repubblicano». Insomma, erano a Piazza Castello più o meno per Carlo Calenda, all’insaputa di tutti (dei manifestanti e dello stesso Calenda).
Anche Il Corriere della Sera non ha scherzato: «Le mosse delle 7 “madamin” corteggiate da mezza Italia: “Non c’è solo l’alta velocità”». E a seguire il racconto del «day after», non esattamente di lotta («…in un villino liberty affacciato sul parco del Valentino davanti a una tazza di tè e a una guantiera di pasticcini»), tra proposte di tournée e la vaga sensazione di una perdita di contatto con la realtà.
Così, le signore selezionano anche gli inviti: questo sì, questo no. Il sindaco di Torino, la grillina Chiara Appendino, ha scritto alle sette organizzatrici per invitarle a Palazzo Civico. E loro? Sui siti online, ieri pomeriggio, la risposta era: «Le “madamin” chiudono la porta ad Appendino: “Andremo al Quirinale”». Direte voi: la solita esagerazione giornalistica. E invece no: le sette signore fanno sapere di avere scritto al Colle e di attendere una risposta (bontà loro, non hanno precisato entro quanto tempo la pretendono): «Questa è la nostra priorità e il modo con cui vogliamo dare seguito alla mobilitazione che si è creata. Vedremo la Appendino, ma prima viene il presidente, l’unica figura di garanzia che riconosciamo». Quindi stabiliscono loro chi vedono prima, chi vedono dopo, chi non vedono proprio, chi è di garanzia e chi no. Avrebbe detto Totò: «Qui si esagera».
Voci più sagge (Paolo Madron su Lettera 43) hanno messo in guardia dalla «deleteria tentazione del partito della borghesia», spiegando bene che quando la borghesia «esce dai suoi confortevoli salotti con l’obiettivo di cavalcare la protesta e proporsi alla guida del Paese combina solo dei gran disastri». Impietosamente, Madron ha pure ricordato i flop di Scelta Civica e Italia Unica. Ma la sensazione è che invece una macchina sia partita. Incautamente.
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