• Archiviate le posizioni di Giuseppe Conte, Matteo Salvini, Luigi Di Maio e Danilo Toninelli. Ma la nave è sempre lì. Il governo scrive all’Olanda, l’Ue latita e l’Onu ci attacca. E ne arrivano altri 81.
  • Oltre a respingere i ricorsi delle Regioni rosse contro il decreto Sicurezza, la Corte costituzionale ha bocciato i cosiddetti «superpoteri» dei prefetti, previsti nel medesimo testo. Ma si trattava di una norma di buonsenso.
  • Indagine dei parlamentari francesi sulla pubblica amministrazione L’islamismo è annidato in ogni settore, anche in quelli sensibili per la sicurezza E cacciare i radicalizzati è impossibile.

Lo speciale contiene tre articoli.

Mentre, con l’Europa che fa finta di non vedere e di non sentire, si consuma l’ennesimo braccio di ferro per la Sea Watch, il Tribunale dei ministri ha mandato definitivamente in archivio il fascicolo che ipotizzava il sequestro di persona per i 47 immigrati rimasti proprio su quella nave dal 24 al 30 gennaio. L’inchiesta, che era stata aperta dalla Procura di Catania con l’ipotesi di sequestro di persona, coinvolgeva il premier Giuseppe Conte, i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini e il ministro Danilo Toninelli. Ora però i giudici del Tribunale dei ministri sostengono che quello di Sea Watch fu un atto «unilaterale» di una nave straniera, entrata in acque italiane «senza le necessarie autorizzazioni della Guardia costiera».

La notizia è stata ufficializzata da Maurizio Gasparri, presidente della Giunta delle immunità parlamentari del Senato. «Non fu sequestro ma semplicemente richiesta di ordine e regole? Bene!», tuona Salvini. Che aggiunge: «Processi e indagini non mi fanno paura, ma sono felice che anche la magistratura confermi che si possono chiudere i porti alle navi pirata. Continuerò a difendere i confini». E per difenderli ha scritto ufficialmente al premier Conte, sollecitando una «energica nuova iniziativa di sensibilizzazione» nei confronti dell’Olanda, visto che la Sea Watch 3 batte bandiera olandese.

Nel documento, Salvini ribadisce che la Ong ha tenuto fin dall’inizio della vicenda una «condotta la cui gravità è resa palese dalla ferrea volontà di far rotta verso l’Italia» ma anche dal fatto di esser rimasta ferma davanti a Lampedusa per sette giorni «pur avendo richiesto sin dall’inizio un porto di sbarco anche al proprio Paese di bandiera, che avrebbe potuto raggiungere con una navigazione di durata inferiore».

Un atteggiamento, quello della Ong, che dimostrerebbe che la questione non è umana, ma politica. E infatti dalla nave continuano a lanciare appelli, anche attraverso i medici a bordo. Conte ha letto la comunicazione di Salvini durante i lavori del Consiglio europeo. Poi ha commentato: «L’Italia è intervenuta, come richiesto dal ministro dell’Interno, e adesso attendiamo una risposta». L’unica voce che si è alzata fino a ieri sera, però, è stata quella dell’Unhcr, l’Agenzia Onu per i rifugiati. La portavoce Babar Baloch ha rintuzzato il governo italiano: «L’Italia ha la responsabilità di far sbarcare queste persone e nessuno dovrebbe tornare nella Libia scossa dalla guerra». E ancora: «Questi disperati devono sbarcare, è un obbligo sancito dalle norme internazionali». Salvini ha subito ribattuto: «Con tutto il rispetto per l’Onu e i professoroni, le politiche su chi entra in Italia le decide il ministro dell’Interno. Possono richiamarmi fino a Natale, per me non cambia nulla. È una nave olandese e l’Olanda non è lontana. È di una Ong tedesca e, se vogliono andare a Rotterdam o Amburgo, facciano il giro». E proprio in Germania la stampa si occupa della questione giocando sui titoli e, sul quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung, la delicata questione della Sea Watch diventa il caso che vede opporsi «due capitani». Da un lato la comandante della Sea Watch 3, Carola Rackete, trentunenne di Hambuehren, in Bassa Sassonia, dall’altro, il leader del Carroccio, detto il Capitano. Le autorità tedesche, però, restano in silenzio. Twittano, invece, dalla Sea Watch, dove non è passato inosservato l’arrivo nel porto di Lampedusa di una motovedetta della Guardia costiera con 81 immigrati. L’ingresso in porto è stato seguito dall’alto da un velivolo di Frontex che aveva individuato il barchino già giovedì pomeriggio, mentre si trovava a 25 miglia da Lampedusa, lasciato in zona Sar maltese da un peschereccio battente bandiera libica che alcune ore dopo è stato fermato da una motovedetta della Guardia di finanza. Tra gli 81 ci sono sono anche quattro donne e tre bambini. Durante la loro identificazione hanno dichiarato di essere partiti dalla spiaggia libica di Al Zwara. Provengono da Bangladesh, Algeria, Siria, Senegal, Marocco, Tunisia e Libia. «Quanto deve durare questa ipocrita e disumana messinscena?», scrive in un tweet Sea Watch. Ieri sono arrivati a Lampedusa altri due natanti, con 19 persone a bordo, lasciati in mezzo al mare da un peschereccio di 15 metri che li trainava e che, subito dopo, ha fatto rotta verso la Libia. Quando i barchini entrano in acque territoriali italiane, le motovedette della Guardia costiera o della Guardia di finanza sono costretti a recuperarli.

L’operazione, questa volta, è andata male agli scafisti trafficanti di esseri umani. Il pattugliatore veloce Avallone della Guardia di finanza gli si è messo alle calcagna finché non ha raggiunto il peschereccio, che è stato sequestrato e trainato a Lampedusa. La Procura di Agrigento ha disposto il fermo dell’equipaggio composto da sette uomini di nazionalità libica ed egiziana. Il peschereccio è atteso nel porto di Licata, dove gli verranno apposti i sigilli in base alle disposizioni della magistratura. Individuati anche i due tunisini che avevano accompagnato i 43 migranti sbarcati a Lampedusa mercoledì. I magistrati della Procura di Agrigento hanno emesso anche per loro un decreto di fermo d’indiziato di delitto. Anche per loro è scattata l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.


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