A Berlino devono avere la memoria corta. Appena otto mesi fa, Matteo Piantedosi annunciava di aver trovato proprio con la Germania una convergenza sul dossier immigrazione: le Ong impegnate nel Mediterraneo costituiscono spesso un «pull factor» per i clandestini.
La richiesta di Berlino sui “dublinanti”
Ora, però, il governo di Friedrich Merz pretende di rispedire in Italia i cosiddetti «dublinanti», cioè i richiedenti asilo entrati nell’Ue dal nostro Paese e poi trasferitisi in Germania. Ed è proprio su questa contraddizione che il Viminale ha deciso di dare battaglia.
Berlino ha messo le carte in tavola nel fine settimana. «Il funzionamento del sistema di Dublino è una condizione imprescindibile per il successo del Sistema europeo comune di asilo», ha spiegato un portavoce del ministero dell’Interno tedesco, aggiungendo che la Germania «si aspetta che, a partire da tale data, vengano nuovamente effettuati i trasferimenti verso l’Italia e la Grecia».
La data è il 12 giugno, quando sono diventate operative le nuove norme del Patto Ue su migrazione e asilo.
La risposta del Viminale e la compensazione per le Ong
Il Viminale, tuttavia, la vede in maniera diversa. Le pendenze precedenti al 12 giugno, fanno sapere fonti del ministero, sono state «azzerate» dagli accordi raggiunti con alcuni Paesi europei, Germania compresa.
Quanto ai nuovi casi, «è ancora prematuro immaginare che ci siano delle persone che, arrivate in Italia dopo tale data, siano attualmente in altri Paesi», perché «è passato ancora poco tempo per poterlo accertare».
Ma, soprattutto, Roma avverte che, se Berlino chiederà di riprendersi migranti arrivati dopo il 12 giugno, dovrà operare una «compensazione» con quelli sbarcati in Italia dalle navi delle Ong battenti bandiera di altri Paesi europei. Anche perché, specifica il Viminale, «la maggior parte sono proprio tedesche».
L’intesa di dicembre e le due versioni a confronto
In effetti, l’8 dicembre scorso, a Bruxelles Piantedosi aveva rivendicato l’intesa con Berlino esattamente su questo punto. «Con la Germania», spiegò il ministro italiano, «abbiamo condiviso un nuovo approccio verso le Ong, che abbiamo convenuto costituire spesso un fattore di pull factor per i flussi migratori irregolari».
Nella stessa occasione, peraltro, annunciò l’accordo sui dublinanti: con Germania e Francia era stata condivisa la scelta di «resettare completamente le vecchie regole» e annullare le procedure pendenti fino all’entrata in vigore del nuovo Patto. «Fino a giugno è tutto azzerato», precisò.
Il ministro dell’Interno tedesco, Alexander Dobrindt, raccontò però l’intesa da un’altra prospettiva: «Ci siamo accordati con Grecia e Italia affinché riprendano i migranti che sono entrati nell’Unione europea attraverso i loro Paesi», dichiarò alla Bild. Due letture che potevano convivere finché il nuovo sistema non era entrato davvero in funzione. Adesso il redde rationem è arrivato.
Il caso specifico e le nuove regole europee
Il primo caso potrebbe essere quello di Abdirisaq Warsame, somala di 22 anni arrivata in Germania dopo essere transitata dall’Italia, che Berlino vorrebbe trasferire nel nostro Paese il 19 agosto. Essendo arrivata prima del 12 giugno, però, per Roma la vicenda dovrebbe ricadere nel pregresso cancellato dall’accordo di dicembre.
Nel dettaglio, Berlino rivendica che le nuove regole europee stabiliscono che il richiedente asilo deve presentare domanda nel Paese di primo ingresso e restarvi finché non viene individuato lo Stato responsabile. E il fatto che lo sbarco sia avvenuto dopo un soccorso di una Ong tedesca non trasferisce automaticamente alla Germania la responsabilità della domanda.
La Commissione, inoltre, ha già contestato all’Italia di aver respinto 12 richieste di trasferimento, ricordando che lo Stato destinatario deve eventualmente proporre una data alternativa.
Il meccanismo di solidarietà e i precedenti nel Mediterraneo
È però lo stesso Patto a riconoscere che gli sbarchi ripetuti dopo operazioni di ricerca e soccorso esercitano una pressione particolare sui Paesi mediterranei: Italia, Grecia, Cipro e Spagna, infatti, sono tra gli Stati che possono beneficiare del meccanismo di solidarietà europeo. Ed è in questo spazio che Roma vuole inserire la questione delle Ong.
In Italia, del resto, la memoria delle Ong tedesche è ancora legata a Carola Rackete, la comandante della Sea Watch 3 che nel giugno 2019 entrò a Lampedusa nonostante il divieto delle autorità italiane e, durante l’attracco, finì per speronare una motovedetta della Gdf.
Il governo di Olaf Scholz arrivò poi a finanziare alcune Ong impegnate nel Mediterraneo, provocando le proteste di Meloni. Da parte sua, Merz ha cancellato quei finanziamenti nel giugno 2025, ma organizzazioni tedesche come Sea Watch continuano tuttora a operare lungo la rotta del Mediterraneo centrale (spesso a ridosso delle coste libiche) e a sbarcare i clandestini nei porti italiani.
Una disputa politica oltre che giuridica
È qui, insomma, che la disputa diventa politica prima ancora che giuridica. Berlino può invocare Dublino quanto vuole. Eppure, dopo aver convenuto con Roma che le Ong costituiscono un fattore di attrazione, è difficile far finta che quelle navi non esistano, soprattutto quando il conto degli sbarchi lo devono pagare gli italiani. Facile fare gli umanitari con le coste degli altri.
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