2026-01-26
Crolla il numero di ragazzi transessuali o «non binari». È il tramonto del gender?
Con le visualizzazioni sono fioccate, inevitabili, anche le critiche a Kaufmann, che nel merito sono essenzialmente state di due tipi. Al sociologo è stato rimproverato di non aver capito che «non binario non significa trans» e di non aver utilizzato dati ponderati. Due osservazioni alle quali l’autore di The decline of trans and queer identity - basato sui dati della Foundation for individual rights and expression (Fire), indagine che coinvolge oltre 50.000 studenti all’anno provenienti da quasi 250 atenei americani - ha efficacemente risposto. Anzitutto, il docente dell’Università di Buckingham ha rilevato che coloro che si identificano come trans hanno quasi 70 volte più probabilità di identificarsi come non binari rispetto a una persona che non si identifica come trans. «Una correlazione monumentale», ha commentato Kaufmann, il quale ha fatto anche notare come ponderare i dati, quando i sottogruppi sono così piccoli come gli intervistati trans di un campione, rischia di essere molto rischioso a fini interpretativi.
Come che sia, questo dibattito iniziato a fine ottobre 2025, di fatto non si è più chiuso; anche perché, nel frattempo, sono intervenuti pure altri studiosi. Un nome su tutti che merita di essere richiamato è quello di Jean Twenge, professoressa di psicologia alla San Diego State University, forse la massima ricercatrice quantitativa sulle tendenze giovanili degli Stati Uniti, la quale - a partire da un’altra fonte, il Cooperative Election Study (Ces), questa sì rappresentativa - ha concluso che sì, «tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 22 anni, l’identificazione transgender si è quasi dimezzata dal 2022 al 2024. L’identificazione non binaria è diminuita di oltre la metà tra il 2023 e il 2024».Più precisamente, se nel 2020 l’8,6% dei giovani tra i 18 e i 22 anni ha dichiarato di essere transgender, solo un anno dopo la quota è scesa al 5,6%, per crollare ulteriormente al 3,2% nel 2024: meno 5,4% in appena quattro anni non è un calo, bensì un crollo perfino peggiore di quello rilevato da Kaufmann. Come se non bastasse, un altro esperto di statistiche, Ryan Burge, ha deciso di vederci chiaro trovando un dato che non ha avuto alcuna risonanza sui media internazionali: il calo dell’identità fluida persino nelle fasce d’età più mature. «Ciò che colpisce è che anche tra le persone decisamente non “giovani”, si è registrato un calo notevole nell’identificazione transgender», ha osservato Burge, «ad esempio, tra gli intervistati nati negli anni Settanta, circa l’1,6% ha dichiarato di essere transgender nel 2020; entro il 2024, questa percentuale era scesa ad appena lo 0,3%.
Per i nati alla fine degli anni Ottanta, l’identificazione transgender è scesa dal 4,8% ad appena lo 0,9%. Quindi, questo non è un fenomeno limitato solo ai più giovani adulti: ci sono cali significativi anche tra le persone tra i 30 e i 40 anni».Suffraga l’arretramento dell’identità fluida anche l’esperienza dei detransitioners, ossia quanti, avviata o completata una transizione di genere, non solo desiderano tornare alla loro identità biologica originale ma, non di rado, fanno causa ai medici che troppo frettolosamente li hanno avviati a questo iter. Di quante persone si tratta? Difficile dirlo. Secondo Walt Heyer, forse tra i volti più noti di quanti hanno vissuto in un sesso (nel suo caso femminile) prima di tornare al proprio, essi ammontano addirittura al 20% dell’insieme dei trans. Gli studi scientifici fissano una forbice più contenuta, che varia dal 2 all’8%. C’è però da dire che questi casi non però semplici da intercettare, anche perché i pentiti della transizione vengono spesso bullizzati dalla comunità Lgbt, che li tratta come traditori della causa. Da uno studio uscito pubblicato su Archives of Sexual Behavior sappiamo che sono meno di un quarto - il 24%, per l’esattezza - i detransitioners che decidono di informare della loro scelta i medici. Molti semplicemente spariscono: non si fanno più vedere e basta.
Quel che è certo è che i detransitioners sono in aumento in tutto l’Occidente e certificano che sì, forse «l’identità di genere è non è più così “cool”». La cosa che colpisce è che un declino dell’ideologia gender oggi si intravede anche là dove, francamente, meno uno se lo aspetterebbe: nel mondo dei mass media. Secondo Where We Are on tv, l’ultimo rapporto Glaad - acronimo dell’associazione arcobaleno Gay and lesbian alliance against defamation - diffuso un paio di mesi fa, se durante la stagione televisiva 2023-2024 i personaggi transgender erano 24, nell’ultima, dove complessivamente sono stati rilevati 489 personaggi arcobaleno, quelli transgender sono saliti a 33. Eppure, sorpresa: appena quattro di questi 33 appartengono a show che torneranno per un’altra stagione; il resto, ha osservato Jorge Enrique Mújica per l’agenzia Zenit, è legato a produzioni che sono state cancellate o non saranno rinnovate. Troppo poco, forse, per parlare di trasformazione del mondo dei media, da decenni megafono dell’agenda progressista. Però è un segnale. D’altra parte, che l’eccessiva presenza gender anche sul mondo dei media e della pubblicità stia iniziando a stancare lo si sa da tempo. Almeno dalla primavera del 2023, quando la birra Bud Light, per farsi pubblicità, scelse di affidarsi all’attivista transgender Dylan Mulvaney. Risultato: il titolo in Borsa dell’azienda era repentinamente crollato, per un totale di perdite di circa oltre 4,5 miliardi di dollari di capitalizzazione.
Adesso Bud Light costa meno dell’acqua, aveva chiosato qualcuno commentando il tonfo. La stanchezza della gente comune per l’ideologia gender è tale che c’è chi attribuisce una parte non irrilevante della vittoria alle presidenziali del novembre 2024 di Donald Trump su Kamala Harris alla maxi sponsorizzazione sui social network che il tycoon fece d’un vecchio video del 2019 nel quale la candidata democratica affermava che avrebbe pagato con i fondi pubblici le operazioni per il «cambio di sesso» dei transessuali detenuti. Perfino Charlamagne tha God, popolarissimo conduttore radiofonico afroamericano con milioni di follower e apertamente progressista, se n’era sbottato: «Neanche io vorrei che i soldi delle mie tasse venissero spesi per gli interventi chirurgici delle persone transgender». Questo precedente è interessante perché fa capire che non sono stati Trump con i suoi ordini esecutivi che escludono le atlete trans dalle competizioni femminili o Elon Musk servendosi di X a generare una sorta di presunta «transfobia». Un malcontento c’era già. E probabilmente aleggia ora in tutto l’Occidente, benché i paladini del progressismo si ostinino a non vederlo.
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Negli Usa nella fascia tra 18 e 22 anni sono scesi dall’8,6 al 3,2% nell’ultimo quadriennio Pure tra i più maturi si registra un calo. E le serie tv con protagonisti «fluidi» fanno flop.«L’identità di genere è una tendenza e non è più così “cool”». Così scriveva lo scorso autunno, senza nascondere un certo entusiasmo, Sarah Holliday, giornalista del Washington Stand. Ad ispirare questo commento era stato The decline of trans and queer identity among young americans, studio di Eric Kaufmann, sociologo e direttore del Centre for Heterodox Social Science presso l’Università di Buckingham. Con questo lavoro di 27 pagine - di cui aveva dato notizia anche La Verità -, l’accademico aveva scoperto una inversione di tendenza, ovvero che la quota di studenti che si identificano con un genere diverso da maschile o femminile - ovvero come «non binari» - ha raggiunto il picco nel 2023 (6,8%) e si è dimezzata nei due anni dopo, fermandosi nel 2025 a 3,6%. Rilanciato Elon Musk, Donald Trump Jr. e Matt Walsh, il post su X contenente questo studio ha toccato le 20 milioni di visualizzazioni. Con le visualizzazioni sono fioccate, inevitabili, anche le critiche a Kaufmann, che nel merito sono essenzialmente state di due tipi. Al sociologo è stato rimproverato di non aver capito che «non binario non significa trans» e di non aver utilizzato dati ponderati. Due osservazioni alle quali l’autore di The decline of trans and queer identity - basato sui dati della Foundation for individual rights and expression (Fire), indagine che coinvolge oltre 50.000 studenti all’anno provenienti da quasi 250 atenei americani - ha efficacemente risposto. Anzitutto, il docente dell’Università di Buckingham ha rilevato che coloro che si identificano come trans hanno quasi 70 volte più probabilità di identificarsi come non binari rispetto a una persona che non si identifica come trans. «Una correlazione monumentale», ha commentato Kaufmann, il quale ha fatto anche notare come ponderare i dati, quando i sottogruppi sono così piccoli come gli intervistati trans di un campione, rischia di essere molto rischioso a fini interpretativi. Come che sia, questo dibattito iniziato a fine ottobre 2025, di fatto non si è più chiuso; anche perché, nel frattempo, sono intervenuti pure altri studiosi. Un nome su tutti che merita di essere richiamato è quello di Jean Twenge, professoressa di psicologia alla San Diego State University, forse la massima ricercatrice quantitativa sulle tendenze giovanili degli Stati Uniti, la quale - a partire da un’altra fonte, il Cooperative Election Study (Ces), questa sì rappresentativa - ha concluso che sì, «tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 22 anni, l’identificazione transgender si è quasi dimezzata dal 2022 al 2024. L’identificazione non binaria è diminuita di oltre la metà tra il 2023 e il 2024».Più precisamente, se nel 2020 l’8,6% dei giovani tra i 18 e i 22 anni ha dichiarato di essere transgender, solo un anno dopo la quota è scesa al 5,6%, per crollare ulteriormente al 3,2% nel 2024: meno 5,4% in appena quattro anni non è un calo, bensì un crollo perfino peggiore di quello rilevato da Kaufmann. Come se non bastasse, un altro esperto di statistiche, Ryan Burge, ha deciso di vederci chiaro trovando un dato che non ha avuto alcuna risonanza sui media internazionali: il calo dell’identità fluida persino nelle fasce d’età più mature. «Ciò che colpisce è che anche tra le persone decisamente non “giovani”, si è registrato un calo notevole nell’identificazione transgender», ha osservato Burge, «ad esempio, tra gli intervistati nati negli anni Settanta, circa l’1,6% ha dichiarato di essere transgender nel 2020; entro il 2024, questa percentuale era scesa ad appena lo 0,3%. Per i nati alla fine degli anni Ottanta, l’identificazione transgender è scesa dal 4,8% ad appena lo 0,9%. Quindi, questo non è un fenomeno limitato solo ai più giovani adulti: ci sono cali significativi anche tra le persone tra i 30 e i 40 anni».Suffraga l’arretramento dell’identità fluida anche l’esperienza dei detransitioners, ossia quanti, avviata o completata una transizione di genere, non solo desiderano tornare alla loro identità biologica originale ma, non di rado, fanno causa ai medici che troppo frettolosamente li hanno avviati a questo iter. Di quante persone si tratta? Difficile dirlo. Secondo Walt Heyer, forse tra i volti più noti di quanti hanno vissuto in un sesso (nel suo caso femminile) prima di tornare al proprio, essi ammontano addirittura al 20% dell’insieme dei trans. Gli studi scientifici fissano una forbice più contenuta, che varia dal 2 all’8%. C’è però da dire che questi casi non però semplici da intercettare, anche perché i pentiti della transizione vengono spesso bullizzati dalla comunità Lgbt, che li tratta come traditori della causa. Da uno studio uscito pubblicato su Archives of Sexual Behavior sappiamo che sono meno di un quarto - il 24%, per l’esattezza - i detransitioners che decidono di informare della loro scelta i medici. Molti semplicemente spariscono: non si fanno più vedere e basta. Quel che è certo è che i detransitioners sono in aumento in tutto l’Occidente e certificano che sì, forse «l’identità di genere è non è più così “cool”». La cosa che colpisce è che un declino dell’ideologia gender oggi si intravede anche là dove, francamente, meno uno se lo aspetterebbe: nel mondo dei mass media. Secondo Where We Are on tv, l’ultimo rapporto Glaad - acronimo dell’associazione arcobaleno Gay and lesbian alliance against defamation - diffuso un paio di mesi fa, se durante la stagione televisiva 2023-2024 i personaggi transgender erano 24, nell’ultima, dove complessivamente sono stati rilevati 489 personaggi arcobaleno, quelli transgender sono saliti a 33. Eppure, sorpresa: appena quattro di questi 33 appartengono a show che torneranno per un’altra stagione; il resto, ha osservato Jorge Enrique Mújica per l’agenzia Zenit, è legato a produzioni che sono state cancellate o non saranno rinnovate. Troppo poco, forse, per parlare di trasformazione del mondo dei media, da decenni megafono dell’agenda progressista. Però è un segnale. D’altra parte, che l’eccessiva presenza gender anche sul mondo dei media e della pubblicità stia iniziando a stancare lo si sa da tempo. Almeno dalla primavera del 2023, quando la birra Bud Light, per farsi pubblicità, scelse di affidarsi all’attivista transgender Dylan Mulvaney. Risultato: il titolo in Borsa dell’azienda era repentinamente crollato, per un totale di perdite di circa oltre 4,5 miliardi di dollari di capitalizzazione. Adesso Bud Light costa meno dell’acqua, aveva chiosato qualcuno commentando il tonfo. La stanchezza della gente comune per l’ideologia gender è tale che c’è chi attribuisce una parte non irrilevante della vittoria alle presidenziali del novembre 2024 di Donald Trump su Kamala Harris alla maxi sponsorizzazione sui social network che il tycoon fece d’un vecchio video del 2019 nel quale la candidata democratica affermava che avrebbe pagato con i fondi pubblici le operazioni per il «cambio di sesso» dei transessuali detenuti. Perfino Charlamagne tha God, popolarissimo conduttore radiofonico afroamericano con milioni di follower e apertamente progressista, se n’era sbottato: «Neanche io vorrei che i soldi delle mie tasse venissero spesi per gli interventi chirurgici delle persone transgender». Questo precedente è interessante perché fa capire che non sono stati Trump con i suoi ordini esecutivi che escludono le atlete trans dalle competizioni femminili o Elon Musk servendosi di X a generare una sorta di presunta «transfobia». Un malcontento c’era già. E probabilmente aleggia ora in tutto l’Occidente, benché i paladini del progressismo si ostinino a non vederlo.
Keir Starmer (Ansa)
Secondo un documento di due diligence consegnato a Downing Street nel novembre 2024, il premier britannico sarebbe stato al corrente che i rapporti tra Mandelson ed Epstein continuarono anche dopo la prima condanna di quest’ultimo nel 2008, e «proseguirono tra il 2009 e il 2011». Il file afferma che la relazione iniziò quando Mandelson era ministro del Commercio e continuò anche dopo la fine del governo laburista. Nel documento si legge inoltre che Mandelson «soggiornò nella casa di Epstein mentre questo era in prigione nel giugno 2009». Ciò significa che Starmer era stato avvertito dei legami personali tra Mandelson ed Epstein almeno fino al 2011, ma decise comunque di nominarlo.
Inoltre, il consigliere per la sicurezza nazionale del Regno Unito, Jonathan Powell, giudicò come «stranamente affrettata» la nomina politica ad ambasciatore negli Usa di Mandelson. La dichiarazione di Powell risulta dal resoconto di una telefonata avuta a suo tempo col consulente legale del primo ministro, Mike Ostheimer. Da un documento emerge poi che Mandelson suggerì a Starmer di usare il leader del partito Reform Uk, Nigel Farage, per «migliorare i collegamenti del Regno Unito con l’amministrazione Trump».
All’epoca dei fatti Starmer fu anche informato dei legami di Mandelson con la Russia prima della sua nomina ad ambasciatore. Nel dossier viene citato un articolo del Daily Mail che ricorda come Mandelson fosse direttore non esecutivo del conglomerato russo Sistema. La società è l’azionista di maggioranza di Rti, azienda di tecnologia militare che produce radar e sistemi di comunicazione satellitare per il sistema russo di allerta precoce dei missili terrestri. Il presidente del gruppo era Yevgeny Primakov, alleato del presidente russo, Vladimir Putin, ed ex primo ministro russo. Il documento sottolinea inoltre che Mandelson rimase nel consiglio fino a giugno 2017, anni dopo l’annessione della Crimea nel 2014. Queste informazioni erano state incluse nel dossier consegnato a Downing Street prima della decisione sulla nomina.
In un file, risalente a dicembre 2024, si cita Mandelson mentre afferma, contrariamente alla politica del governo britannico, che Farage «non si può ignorare, è un membro del Parlamento eletto» e «una testa di ponte sia verso il presidente Trump sia verso Elon Musk e altri». Mandelson avrebbe aggiunto che «l’interesse nazionale viene servito nei modi più strani e meravigliosi». Il documento menziona anche interrogativi sul suo rapporto con l’ex finanziere condannato per pedofilia e traffico sessuale.
Mandelson, avrebbe organizzato nel maggio 2002 un incontro tra Epstein, e l’allora premier britannico, Tony Blair. In un memo inviato prima dell’incontro del 14 maggio 2002, il segretario privato di Blair, Matthew Rycroft, descriveva Epstein come «molto ricco» e «vicino al Duca di York», ricordando che possedeva una casa da 30 milioni di dollari a New York, un ranch di 10.000 acri nel New Mexico e una villa a Palm Beach. Come si legge nel documento, «Peter dice che Epstein ora viaggia con Clinton e Clinton vuole che tu lo incontri», ritenendo utile discutere con lui di «scienza» e di «tendenze economiche e monetarie internazionali». La nota ricordava anche i legami di Epstein con il principe Andrea, incontrato tramite Ghislaine Maxwell, e le sue visite a Sandringham e Windsor.
Ma i colpi di scena potrebbero essere solo all’inizio e potrebbero arrivare anche da oltreoceano. Un hacker straniero avrebbe tentato una sorta di Epsteinleaks, cercando di accedere ai files originali (e non censurati) dell’indagine Fbi su Epstein. L'incursione informatica è avvenuta tre anni fa presso l’ufficio di New York del Federal Bureau, secondo una fonte informata e documenti del Dipartimento di Giustizia recentemente pubblicati e visionati da Reuters. In una dichiarazione, l’Fbi ha affermato che quello che ha definito un «cyber incident» è stato «un episodio isolato».
«L’Fbi ha limitato l’accesso all’attore malevolo e ha ripristinato la rete. L’indagine rimane in corso, quindi al momento non abbiamo ulteriori commenti da fornire», è la scarna dichiarazione trapelata, ma al momento non è chiaro se e quali files l’hacker abbia trafugato. Secondo la fonte, l’intrusione sembrerebbe essere stata opera di un cybercriminale piuttosto che di un governo straniero. «Chi non cercherebbe di mettere le mani sui file Epstein se fossi i russi o qualcuno interessato al kompromat?» Ha detto Jon Lindsay, ricercatore sulle tecnologie emergenti e la sicurezza globale al Georgia Institute of Technology.
L’hackeraggio sarebbe avvenuto dopo che un server del Child Exploitation Forensic Lab dell’ufficio Fbi di New York è stato involontariamente lasciato vulnerabile dall’agente speciale Aaron Spivack, mentre cercava di orientarsi nelle procedure dell’agenzia per la gestione delle prove digitali, secondo la fonte e i documenti. Una cronologia redatta dallo stesso Spivack, inclusa nel vasto archivio di documenti su Epstein pubblicati quest’anno, indica che l’intrusione è avvenuta il 12 febbraio 2023. La violazione sarebbe stata scoperta il giorno successivo, quando l’agente ha acceso il computer e ha trovato un file testuale che avvertiva che la rete era stata compromessa.
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Imola si prepara a un weekend di adrenalina pura. Dal 17 al 19 aprile, l’Autodromo Internazionale Enzo e Dino Ferrari ospiterà la FIA WEC 6 Hours of Imola 2026, che apre quest’anno il mondiale di endurance dopo il rinvio della tappa in Qatar. Saranno 14 le case costruttrici al via tra le categorie Hypercar e LMGT3, con Ferrari pronta a giocare in casa davanti ai propri tifosi, in una stagione che si annuncia tra le più competitive degli ultimi anni.
La presentazione ufficiale dell’evento si è svolta mercoledì a Milano, nella cornice della Rinascente di piazza Duomo, scelta simbolica per raccontare un progetto che vuole andare oltre il semplice evento sportivo e mettere insieme motori, territorio e Made in Italy. Così, per il terzo anno consecutivo, il circuito romagnolo sarà teatro di una delle tappe più attese del campionato. «Il WEC sta crescendo molto», ha spiegato il Ceo Frédéric Lequien, sottolineando come la categoria endurance stia attirando sempre più marchi automobilistici e pubblico. «Oggi abbiamo una presenza di costruttori che non si era mai vista prima nel motorsport». Il format delle gare di durata – con più classi di vetture in pista e numerosi sorpassi – contribuisce a rendere lo spettacolo accessibile anche ai nuovi appassionati. «Vogliamo restare una categoria popolare», ha aggiunto Lequien, ricordando che il prezzo medio dei biglietti resta contenuto proprio per favorire la partecipazione di famiglie e giovani.
Sul fronte sportivo, i piloti del team Proton Competition, Giammarco Levorato e Stefano Gattuso, hanno anticipato le sfide del weekend: dalle strategie di endurance alle soste e al cambio pilota, fino al lavoro di squadra che trasforma ogni gara in una prova di resistenza e precisione. «Correre a Imola è un’emozione unica – ha raccontato Levorato – il circuito combina tecnica e passione, e il pubblico italiano rende ogni giro ancora più intenso». Tra le grandi case protagoniste, la più attesa sarà sicuramente la Ferrari, reduce da una stagione 2025 straordinaria nel mondiale endurance. «È stata l’annata più bella di sempre per Ferrari nell’endurance», ha ricordato Antonello Coletta, Global Head of Ferrari Endurance and Corse Clienti, citando il titolo costruttori, il successo alla 24 Ore di Le Mans e la vittoria a Imola davanti al pubblico italiano. Tornare sul circuito intitolato a Enzo e Dino Ferrari, ha aggiunto Coletta, «sarà un’emozione speciale. Correre in casa significa avere una responsabilità in più, ma anche una motivazione enorme».
Tuttavia, l’appuntamento non si limiterà alla pista. Accanto alla gara, Imola ospiterà un ricco programma di iniziative pensate per coinvolgere cittadini e visitatori. Sul piano dell'intrattenimento, infatti, il circuito emiliano non è più solo una pista: è un palcoscenico globale dove sport, tecnologia e cultura italiana si intrecciano. Dentro il tracciato, la Fan zone accoglierà appassionati di tutte le età con attività, aree food e intrattenimento. Sabato sera, a incendiare l’atmosfera ci penserà il dj e producer francese Martin Solveig, protagonista di festival e club di tutto il mondo, con il suo sound house ed elettronico.
L'evento del 17-18-19 aprile coinvolgerà inoltre tutta la città e sarà preceduto, già dal pomeriggio di giovedì 16, dalla tradizionale presentazione dei piloti nel centro storico di Imola che si trasformerà in un teatro a cielo aperto. Un appuntamento che permette al pubblico di incontrare i protagonisti del mondiale. Dal venerdì alla domenica, l’Imola Fan City Experience proporrà concerti, dj set, laboratori, simulatori di guida, esposizioni di auto storiche e show car, tour guidati tra motori e cultura, installazioni artistiche e artigianato locale. Al centro, il Made in Italy, celebrato in tutte le sue forme, dal cibo alla moda, dall’arte ai motori. «Vogliamo che chi arriva a Imola viva un’esperienza completa», ha spiegato il direttore dell’autodromo Pietro Benvenuti, sottolineando il legame tra circuito e territorio. Per il sindaco Marco Panieri, l’obiettivo è ambizioso: rendere la tappa italiana la più partecipata dell’intero mondiale. «Non è solo una sfida per Imola, ma per tutto il Paese», ha detto. «Il motorsport è una parte fondamentale della nostra identità industriale e culturale».
La conferenza stampa di presentazione ha reso chiaro quanto la città e il circuito siano legati alla Motor Valley e all’orgoglio italiano nel motorsport. Con il prologo e la prima gara della stagione concentrati nello stesso weekend, Imola diventerà il centro del mondiale endurance. Tra Hypercar, tifosi e grandi marchi dell’automotive, la stagione 2026 partirà proprio dalla Motor Valley, dove la passione per i motori è parte dell’identità del territorio.
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Marco Cappato (Imagoeconomica)
I pm Tiziana Siciliano e Luca Gaglio, nel settembre 2023 chiedevano la non punibilità di Cappato perché aveva aiutato a suicidarsi due malati terminali «nel rispetto delle procedure», in quanto rifiutavano trattamenti di sostegno vitale. ll gip, che prima aveva sollevato la questione davanti alla Consulta, ha convenuto e archiviato. In entrambi i casi «il requisito del trattamento di sostegno vitale, nella portata precisata dalla Corte costituzionale, deve dirsi sussistente in quanto medicalmente previsto e prospettato e da entrambi rifiutato in quanto inutile, espressivo di un accanimento terapeutico secondo la scienza medica e da entrambi ritenuto non dignitoso secondo la propria sensibilità e percezione».
La signora Elena A. non accettava di sottoporsi a un nuovo ciclo di chemioterapia, l’ex giornalista Romano N. non voleva iniziare un trattamento di nutrizione-idratazione artificiale tramite Peg, procedura endoscopica che mediante una sonda collega la cavità gastrica all’esterno. Entrambi erano morti in Svizzera, nell’agosto e nel novembre 2022, accompagnati da Coppato.
Filomena Gallo, segretario nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, ha definito la decisione del giudice «un passaggio giuridico decisivo, già chiarito dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 135 del 2024 e ribadito con la n. 66 del 2025: non può esserci discriminazione tra chi è già sottoposto a un trattamento e chi, nelle stesse condizioni cliniche, sceglie legittimamente di rifiutarlo». Per l’avvocato Gallo, sarebbe la «conferma che la via indicata dalla Corte è già oggi giuridicamente praticabile: il rifiuto di trattamenti di sostegno vitale, quando siano prescritti dal medico ma non accettati dalla persona malata, non può escludere l’accesso all’area di non punibilità delineata dalla Consulta».
In realtà la Corte, intervenendo sulla questione della depenalizzazione dell’aiuto al suicidio in alcuni casi delimitati e a stringenti condizioni, con l’ultima sentenza del 2025 non allarga le maglie. Non è necessario, conferma, che ai fini dell’accesso al suicidio assistito, «il paziente sia tenuto a iniziare il trattamento», di sostegno vitale, «al solo scopo di poter poi essere aiutato a morire»; però ritiene «essenziale» il carattere «che rivestono i requisiti e le condizioni procedurali per la non punibilità dell’aiuto al suicidio».
I giudici costituzionali hanno ribadito che il suicidio assistito deve avvenire «nell’ambito di una seria assistenza medica», e che deve esserci «la concreta messa a disposizione di un percorso di cure palliative», prima di qualsiasi decisione che il paziente possa prendere. Questo, «anche nella prospettiva di prevenire e ridurre in misura molto rilevante la domanda di suicidio assistito».
L’altra condizione, evidenzia la Consulta, «è quella del necessario coinvolgimento del Servizio sanitario nazionale, a garanzia di un disinteressato accertamento della sussistenza dei requisiti di liceità dell’accesso alla procedura di suicidio assistito». Inoltre, è necessario il «parere del comitato etico territorialmente competente, funzionale anche alla specifica esigenza di ottenere un parere terzo in relazione alla domanda di accesso al suicidio assistito».
Non può passare dunque il concetto che, «nella perdurante assenza di una legislazione che disciplini la materia» e con la non punibilità dell’aiuto al suicidio, risulti tollerato anzi si incentivi, la trasferta all’estero per porre fine alla propria vita dopo aver rifiutato trattamenti vitali applicati o solo prospettati.
La Corte sottolinea le condizioni per accedere al suicidio assistito: se questo, per un verso, «amplia gli spazi riconosciuti all’autonomia della persona nel decidere liberamente sul proprio destino, crea - al tempo stesso - rischi che l’ordinamento ha il dovere di evitare, in adempimento del dovere di tutela della vita umana che, esso pure, discende dall’art. 2 della Costituzione».
La Consulta mette in guardia, inoltre, sulla possibilità che «in presenza di una legislazione permissiva non accompagnata dalle necessarie garanzie sostanziali e procedimentali, si crei una “pressione sociale indiretta” su altre persone malate o semplicemente anziane e sole», che decidano di togliersi di mezzo invece di avvertire la solidarietà collettiva.
Per questo, la Corte rinnova l’appello al legislatore «affinché dia corso a un adeguato sviluppo delle reti di cure palliative e di una effettiva presa in carico da parte del sistema sanitario e sociosanitario, al fine di evitare un ricorso improprio al suicidio assistito».
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