Il calcio deve fiorire lungo le strade. Salviamo i bambini dall’Anazionale

L’Anazionale. Se vogliamo capire cosa è successo e cosa succede ormai da tanti anni all’Italia degli Azzurri, partiamo dal ridefinire il nome. Il nome più consono è Anazionale, non nel senso romanesco né con grevi allusioni anali, ma Anazionale con l’alfa privativo davanti, per indicare qualcosa che manca, come si dice apolitico chi non ha una posizione politica, anonimo o afono chi è senza un nome o senza voce.
Dopo l’ultima sventura degli Azzurri con la Bosnia, e dopo l’ennesima esclusione dai campionati mondiali, è scattata subito la corsa al colpevole, al capro espiatorio. Ma quando poi vedi la sequenza dei fallimenti lungo gli anni, con responsabili sempre diversi, ti accorgi che sicuramente ci sono specifiche carenze e insufficienze a livello personale, per le quali è giusto che qualcuno poi risponda; ma il difetto è nel manico, è alle fonti. E allora se proprio vogliamo trovare il colpevole ve ne indico uno che per definizione è Innocente: il Bambino. Il colpevole è lui, a’ criatura, come dicono a Sud, o el puteo, come dicono in Veneto (e si potrebbe continuare nelle declinazioni locali). Perché il bambino è un disertore: diserta sin da piccolo la scuola dell’obbligo in cui nasce la passione del calcio, quel corso di teoria e prassi del calcio che si riassumeva ai tempi miei in due attività. In primis il gioco incessante al pallone per strada, nelle piazze, e per i più fortunati nei campetti di calcio. Ore di gioco, impazienza di uscire dopo i compiti o addirittura prima, taluni durante, pur di giocare; la caccia al pallone, la facile ricerca di complici e di sfidanti, la contesa coi vigili urbani che volevano impedirci di giocare negli spazi pubblici, le sfide senza quartiere, nel senso che i quartieri diventavano uno sfondo muto delle nostre partite. E poi le ginocchia ferite e gli indumenti impataccati, decorazioni sul campo al valor sportivo. Una passione che non vi dico. Ma oltre la prassi c’era anche la teoria e il culto del calcio. Ossia il corso di formazione, eccitazione e culto figurativo, estetico e feticistico che era l’album di figurine Panini. Era quello il nostro universo iconico, come oggi si dice, le immaginette venerabili, come quelle dei santi e le nostre devozioni per alcuni calciatori prediletti o più introvabili; e il fervore della ricerca, il consumismo elementare delle bustine da acquistare, la primordiale scoperta del mercato tramite lo scambio delle figurine davanti alle edicole, i primi conati di socialità e di interclassismo per i bambini per strada.
Voi dite, ma che c’entra con l’Anazionale? C’entra, eccome se c’entra. Era da quel fervore che nascevano i talenti del calcio; quel fervore alimentato poi con i quotidiani sportivi, con Tutto il calcio minuto per minuto alla radio e La Domenica Sportiva in tv (sono così antico che la seguivo quando la conduceva il mitico Enzo Tortora). Scusa Ameri, a te Ciotti, e sullo sfondo Bortoluzzi dallo studio. E in tv da Carosio a Martellini, fino a Pizzul, forse l’ultimo della dinastia.
Il calcio nasceva come un fiore selvatico sul cemento, non c’era bisogno di scuole o educazione, nasceva spontaneamente, per contagio, emulazione, ereditarietà, agonismo ed esuberanza fisica. Poi i privilegiati andavano allo stadio a vedere la squadra locale o lo squadrone di serie A. Ma il culmine per tutti, il Rito per eccellenza, in cui le Parti si riconoscevano nel Tutto, era la Nazionale, sintesi a priori di ogni differenza, direbbe Kant.
Intendiamoci, anche noi da bambini fummo traumatizzati da un’esclusione. Ricordo ancora come se fosse ieri quando da bambino patii l’esclusione della Nazionale nel mondiale del 1966 a opera della Corea, che diventò poi un modo di dire, un nome per evocare un’infamia, la Caporetto del calcio.
Ma ricordo anche la sollevazione di popolo contro quella nazionale, quel commissario tecnico (Fabbri); la rabbia, gli ortaggi, l’onta per l’orgoglio patrio ferito, che riaffiorava in quelle sconfitte. E poi con gli anni la gioventù mundial, la riscoperta del tricolore grazie alla vittoria del 1982, dopo 34 anni dalla celebre doppietta della Nazionale di Vittorio Pozzo ai mondiali, nel 1934 e nel 1938 (meglio tacere, epoca fascista).
Ora il calcio non alleva più i nostri bambini, non è più la prima palestra di vita e passione collettiva; si va in piscina, in palestra, a sciare, ora è esploso il tennis. Gli sport più seguiti sono individuali, ma non è un caso. È la nostra società che si è fatta più individualista, meno sociale; anche se individualisti siamo sempre stati e i social vanno oggi per la maggiore. Ma l’individualismo d’indole cresceva nella coralità, nella comunità famigliare, nella comitiva. E quella socialità era fatta di vita, di strada, di corpi, di passeggio, non da remoto e da smartphone. Se cercate un colpevole prendetevela col solito telefonino, con quell’intreccio di solitario e globale che caratterizza il nostro essere al mondo tramite quel totem portatile.
Certo, si può anche sfidare il fatalismo, cercare di andare controcorrente, e proporre - come sento in giro - nuove scuole di formazione dei ragazzini al calcio. Ma se non si coltiva il calcio da bambini non ha senso poi prendersela con la conseguenza, gonfiata dall’aspetto mercenario e commerciale del calcio, vale a dire lo shopping di calciatori dal resto del mondo. Non so se sia possibile a colpi di leggi, scuole e campagne promozionali contrastare la tendenza che sembra irreversibile allo scemare del calcio. Ma si può pure tentare. O in alternativa prendere atto che il calcio è finito, fu la passione del Novecento e poco oltre.
Restano alcuni problemi preliminari, che sono da un verso psicologici e culturali e dall’altro strutturali. Per rianimare la passione del calcio e poi reclutare nuovi talenti bisogna riaccendere almeno tre ingredienti di base. Il primo è vivere di più insieme, fare comitiva (non solo branco o clan rancoroso), vivere la dimensione corale dello sport, recuperare la naturale socievolezza che permetteva il formarsi spontaneo di squadre e di sfidanti. Il secondo è riattivare il gusto e la passione del marchio italiano; quel made in Italy che sta scomparendo in ogni settore, ormai colonizzato da marchi stranieri o reso apolide, transnazionale. Se non conta più il made in Italy e il calcio dei club è pieno di stranieri, poi non lamentatevi del calcio italiano. Infine, terzo ingrediente, è saper non solo formare ma anche selezionare i migliori: la società sembra voltare le spalle a questo criterio elementare, dal mondo del lavoro alla politica. Non nascono classi dirigenti e non si riconoscono e premiano i migliori, se non in ambiti spontanei, in alcuni risvolti del mercato e della ricerca, di solito lontani dai centri in cui dovrebbe avvenire: le scuole, le università, i centri di prima formazione.
In un Paese come il nostro che non si vuole bene, che sente l’amor patrio come un peso e una vergogna, che detesta tutto ciò che è nazionale e dall’altra parte sfugge a tutto ciò che esige dovere, sacrificio, responsabilità, riconoscimento dei talenti e delle gerarchie fondate sulla capacità e sul merito, da dove pensate che possa rinascere una fioritura del calcio? Il problema non è un presidente o un meccanismo burocratico, ma a monte, e a me pare quasi insormontabile. Intanto, se vi basta, consolatevi col dire che non ha perso l’Italia degli Azzurri, ha perso l’Anazionale.






