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2023-09-10
Il Covid si cura ma non vogliono dirlo
sarebbe ora di investire seriamente sulle terapie domiciliari. I protocolli esistono, di farmaci siamo pieni. Se gli anziani e i fragili, già stravaccinati, sono comunque in pericolo, bisogna schierare i medici di famiglia come soldati in battaglia. Organizzare una rete capillare e tempestiva di assistenza ai pazienti a rischio.
È questa l’arma per l’autunno e l’inverno, se davvero ci preoccupano il rialzo dei contagi e le nuove sottovarianti di Omicron. Non è una soluzione che esclude ulteriori richiami per le persone che li desiderino. Ma lo scenario, adesso, è cambiato: non è più tempo di rifilare a tutti la presunta panacea, per poi incolpare la minoranza di renitenti se, nonostante la profilassi di massa, le infezioni continuano ad aumentare e qualcuno finisce in ospedale. O, peggio, all’altro mondo.
Ieri, su Repubblica, Daniela Minerva s’è lasciata scappare quella che, da tabù impronunciabile, è diventata una verità sacrosanta: chi contrae il coronavirus va curato. La firma del quotidiano romano ha sottolineato che «i cittadini abbandonati a loro stessi si ammalano»; ha ricordato che si sono versati fiumi di parole, a proposito del «tentativo di creare delle strutture territoriali»; e ha lamentato che, nonostante le lunghe discussioni, «niente di quello che serve per portare le cure a casa degli italiani è stato realizzato». È vero. Lo è anche per colpa di chi, per mesi, per anni, ha finto che il Covid fosse intrattabile. Magari, perché l’unica preoccupazione era promuovere le dosi a mRna. Ricordate il ritornello? Le terapie domiciliari non sono alternative ai vaccini. Lo disse, tra gli altri, Pierpaolo Sileri, ex sottosegretario alla Salute. E si premurò di ribadirlo persino il professor Giuseppe Remuzzi, pioniere degli studi sugli antinfiammatori. Altri si sono resi protagonisti di ardite acrobazie. Matteo Bassetti era partito contestando l’immobilismo di Roberto Speranza - paracetamolo e vigile attesa. Poi, avviata la crociata contro i no vax, se l’è presa con «ciarlatani e mistificatori», rei di aver citato The Lancet: la prestigiosa rivista aveva appena pubblicato il lavoro della squadra di Remuzzi, sul facile ed economico trattamento precoce del Sars-Cov-2. Massimo Galli ha seguito una traiettoria ancora più stupefacente: a gennaio 2022, nonostante le tre dosi ricevute, fu salvato da una repentina somministrazione di monoclonali; cinque mesi dopo, ebbe il coraggio di affermare che le terapie mirate alla cura «non hanno senso».
Salti della quaglia e strafalcioni sono custoditi dagli implacabili archivi del Web. Intanto, per chi gestisce l’endemia, la priorità è un’altra. L’esecutivo può cedere alle prefiche delle mascherine, ai nostalgici dei lockdown. Tutte misure, dati alla mano, inutili nonché dannose. Per paura dei processi mediatici, può lasciarsi travolgere dall’ondata di terrore, che è il volano pubblicitario dell’ennesima tornata di punture. Oppure, può compiere il passo che gli elettori del centrodestra si aspettavano: puntare sulle terapie. Il loro lavoro, i vaccini lo hanno fatto. Se hanno funzionato, significa che il panico è ingiustificato; se, al contrario, siamo davvero in emergenza nonostante quattro o, in alcuni casi, cinque dosi, sarà meglio cambiare strategia. Anche perché, ormai, sappiamo come curare chi prende il Covid.
Senza addentrarci nelle diatribe sull’ivermectina, l’idrossiclorochina e gli integratori, citiamo una fonte incontestabile: il ministero. L’ultima circolare risale a febbraio 2022 e suggerisce di usare «farmaci antinfiammatori non steroidei - Fans - in caso di febbre o dolori articolari o muscolari», senza escludere il paracetamolo, «di utilità per il suo effetto antipiretico e analgesico»; prescrive, inoltre, appropriate idratazione e nutrizione; e invita a svolgere attività fisica a domicilio, nei limiti del possibile, per evitare il ricorso all’eparina. Lo step successivo presuppone l’accesso a «strutture abilitate alla prescrizione». Il medico curante, infatti, può valutare la «possibilità di trattamento precoce con anticorpi monoclonali o farmaci antivirali (nirmatrelvir/ritonavir, remdesivir, molnupiravir)». Gli antibiotici sono generalmente sconsigliati; tuttavia, l’azitromicina può servire a combattere eventuali infezioni polmonari batteriche. Tanto dovrebbe bastare per fare in modo che l’infettato non finisca in ospedale. Infine, per chi fosse alle prese con gli strascichi del contagio - il temuto long Covid - buone speranze arrivano da un’indagine tutta italiana: un mix di vecchi antistaminici e antiulcera mostra risultati promettenti.
I moventi di chi cavalca Eris e Pirola, rispolverando i bavagli, l’Amuchina e le iniezioni a raffica, sono chiari. Da un lato, il Covid è uno dei tanti alleati - insieme all’inflazione, all’Europa, agli sbarchi, alla cronaca nera - per picconare Giorgia Meloni; dall’altro, rinnegare i mantra del regime sanitario porterebbe a indesiderate confessioni. Ad esempio, che il green pass fu una violenta fesseria, o che sfruttare i non vaccinati come capro espiatorio fu un’operazione disonesta e riprovevole. Ci sarà tempo per le analisi retrospettive. Ma ora la palla ce l’ha il governo. Che fa? Va in porta? O si rifugia nel catenaccio?
«Altre dosi inutili agli under 75 sani»
La maggior parte delle persone di età inferiore ai 75 anni non ha bisogno di un altro richiamo di vaccino anti Covid. A dirlo è niente meno che il dottor Paul Allan Offit, pediatra americano e membro del comitato consultivo sui vaccini della Food and drug administration (Fda), già intervistato l’anno scorso dalla Verità quando votò contro l’autorizzazione dei bivalenti contro l’Omicron. Secondo il medico, la maggior parte dei suoi connazionali, cioè gli americani di mezza età oppure i giovani che non presentano malattie croniche, hanno un’immunità già sufficientemente forte grazie alle infezioni contratte in passato e alle precedenti dosi. I vaccini aggiornati, dunque, andrebbero destinati solo ai soggetti più fragili.
«Chi ha più di 75 anni, coloro che hanno problemi di salute tali da essere ad altissimo rischio di contrarre malattie gravi (come obesità, malattie croniche ai polmoni, malattie cardiache croniche e diabete), gli immunodepressi e le donne incinte». Questi gli individui che, secondo le dichiarazioni del dottor Offit al Daily Mail, dovrebbero sottoporsi alla vaccinazione. Tutti gli altri no. L’opinione, tra l’altro, è arrivata proprio mentre l’Fda si prepara ad approvare i nuovi richiami aggiornati di Pfizer e Moderna, concepiti per proteggere dalle nuove varianti. In molti pensano che Joe Biden approverà ancora una somministrazione indiscriminata su scala nazionale, invitando ogni cittadino al di sopra dei 5 anni a vaccinarsi. E questo nonostante altri Paesi come il Regno Unito abbiano indicato il richiamo solo agli adulti oltre i 65 anni, per dire - ancora una volta - di quanto la cosiddetta scienza sia in fin dei conti ben poco unanime.
I regali alle Big pharma, dunque, non si fermano. Pfizer e Moderna hanno annunciato che le nuovi dosi costeranno tra i 110 e i 130 dollari. Il governo americano non coprirà il costo dei richiami per tutti i cittadini, ma la maggior parte di essi potrà comunque ottenerli gratuitamente grazie alle assicurazioni sanitarie. Per i 28 milioni di americani non assicurati, invece, è già pronto un piano da oltre un miliardo di dollari. Tra l’altro, l’articolo online del Daily Mail riporta che la commissione di cui è membro il dottor Offit, composta - oltre che da lui - da altri 13 esperti, aveva votato contro il richiamo del vaccino Pfizer per tutti gli americani già a fine 2021, sostenendo che fosse necessario solo per i soggetti di età superiore ai 65 anni. In quell’occasione un comitato del Cdc (Centers for disease control and prevention) aveva seguito tale indicazione, ma il direttore dell’agenzia aveva poi sovvertito la decisione e imposto che l’inoculazione fosse offerta anche tutti gli adulti che lavoravano in ambienti ad alto rischio.
Ad ogni modo, il comitato del dottor Offit non sarà consultato quest’anno. Le raccomandazioni verranno nei prossimi giorni da un’altra commissione, interna al Cdc, che si occupa di immunizzazione. Già in passato, infatti, in un articolo apparso sul Wall Street Journal, il medico si era espresso in maniera critica riguardo all’approccio del governo sulla vaccinazione anti Covid. Ovviamente si era tirato addosso gli improperi dei sacerdoti del dogma vaccinale, a cui aveva reagito, nell’intervista rilasciata ad Alessandro Rico, con parole che quantomeno denotano una certa onestà intellettuale: «Se siamo così preoccupati di favorire le tesi dei no vax da non voler mettere in discussione nessuna decisione riguardante la salute pubblica, significa che abbiamo già perso». Ma la verità è che la scienza (quella vera) ha perso da tempo, perché l’inoculazione ormai non è un evento sanitario, bensì un rito per esorcizzare la paura, un’emozione che inibisce il pensiero.
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Rispuntano i «mostri» del green pass: giornali ed «esperti» pregustano il ritorno al regime della pandemia e alle sue imposizioni. Malgrado anni di bugie, di fronte a contagi in normale risalita servono solamente un medico e i farmaci. Che oggi ci sono: ecco quali.Il dottor Paul Allan Offit, membro di Fda, si era opposto all’autorizzazione dei bivalenti. Oggi sconsiglia i booster a chi non è un fragile: «C’è già la memoria immunitaria».Lo speciale contiene due articoli.sarebbe ora di investire seriamente sulle terapie domiciliari. I protocolli esistono, di farmaci siamo pieni. Se gli anziani e i fragili, già stravaccinati, sono comunque in pericolo, bisogna schierare i medici di famiglia come soldati in battaglia. Organizzare una rete capillare e tempestiva di assistenza ai pazienti a rischio. È questa l’arma per l’autunno e l’inverno, se davvero ci preoccupano il rialzo dei contagi e le nuove sottovarianti di Omicron. Non è una soluzione che esclude ulteriori richiami per le persone che li desiderino. Ma lo scenario, adesso, è cambiato: non è più tempo di rifilare a tutti la presunta panacea, per poi incolpare la minoranza di renitenti se, nonostante la profilassi di massa, le infezioni continuano ad aumentare e qualcuno finisce in ospedale. O, peggio, all’altro mondo.Ieri, su Repubblica, Daniela Minerva s’è lasciata scappare quella che, da tabù impronunciabile, è diventata una verità sacrosanta: chi contrae il coronavirus va curato. La firma del quotidiano romano ha sottolineato che «i cittadini abbandonati a loro stessi si ammalano»; ha ricordato che si sono versati fiumi di parole, a proposito del «tentativo di creare delle strutture territoriali»; e ha lamentato che, nonostante le lunghe discussioni, «niente di quello che serve per portare le cure a casa degli italiani è stato realizzato». È vero. Lo è anche per colpa di chi, per mesi, per anni, ha finto che il Covid fosse intrattabile. Magari, perché l’unica preoccupazione era promuovere le dosi a mRna. Ricordate il ritornello? Le terapie domiciliari non sono alternative ai vaccini. Lo disse, tra gli altri, Pierpaolo Sileri, ex sottosegretario alla Salute. E si premurò di ribadirlo persino il professor Giuseppe Remuzzi, pioniere degli studi sugli antinfiammatori. Altri si sono resi protagonisti di ardite acrobazie. Matteo Bassetti era partito contestando l’immobilismo di Roberto Speranza - paracetamolo e vigile attesa. Poi, avviata la crociata contro i no vax, se l’è presa con «ciarlatani e mistificatori», rei di aver citato The Lancet: la prestigiosa rivista aveva appena pubblicato il lavoro della squadra di Remuzzi, sul facile ed economico trattamento precoce del Sars-Cov-2. Massimo Galli ha seguito una traiettoria ancora più stupefacente: a gennaio 2022, nonostante le tre dosi ricevute, fu salvato da una repentina somministrazione di monoclonali; cinque mesi dopo, ebbe il coraggio di affermare che le terapie mirate alla cura «non hanno senso». Salti della quaglia e strafalcioni sono custoditi dagli implacabili archivi del Web. Intanto, per chi gestisce l’endemia, la priorità è un’altra. L’esecutivo può cedere alle prefiche delle mascherine, ai nostalgici dei lockdown. Tutte misure, dati alla mano, inutili nonché dannose. Per paura dei processi mediatici, può lasciarsi travolgere dall’ondata di terrore, che è il volano pubblicitario dell’ennesima tornata di punture. Oppure, può compiere il passo che gli elettori del centrodestra si aspettavano: puntare sulle terapie. Il loro lavoro, i vaccini lo hanno fatto. Se hanno funzionato, significa che il panico è ingiustificato; se, al contrario, siamo davvero in emergenza nonostante quattro o, in alcuni casi, cinque dosi, sarà meglio cambiare strategia. Anche perché, ormai, sappiamo come curare chi prende il Covid.Senza addentrarci nelle diatribe sull’ivermectina, l’idrossiclorochina e gli integratori, citiamo una fonte incontestabile: il ministero. L’ultima circolare risale a febbraio 2022 e suggerisce di usare «farmaci antinfiammatori non steroidei - Fans - in caso di febbre o dolori articolari o muscolari», senza escludere il paracetamolo, «di utilità per il suo effetto antipiretico e analgesico»; prescrive, inoltre, appropriate idratazione e nutrizione; e invita a svolgere attività fisica a domicilio, nei limiti del possibile, per evitare il ricorso all’eparina. Lo step successivo presuppone l’accesso a «strutture abilitate alla prescrizione». Il medico curante, infatti, può valutare la «possibilità di trattamento precoce con anticorpi monoclonali o farmaci antivirali (nirmatrelvir/ritonavir, remdesivir, molnupiravir)». Gli antibiotici sono generalmente sconsigliati; tuttavia, l’azitromicina può servire a combattere eventuali infezioni polmonari batteriche. Tanto dovrebbe bastare per fare in modo che l’infettato non finisca in ospedale. Infine, per chi fosse alle prese con gli strascichi del contagio - il temuto long Covid - buone speranze arrivano da un’indagine tutta italiana: un mix di vecchi antistaminici e antiulcera mostra risultati promettenti.I moventi di chi cavalca Eris e Pirola, rispolverando i bavagli, l’Amuchina e le iniezioni a raffica, sono chiari. Da un lato, il Covid è uno dei tanti alleati - insieme all’inflazione, all’Europa, agli sbarchi, alla cronaca nera - per picconare Giorgia Meloni; dall’altro, rinnegare i mantra del regime sanitario porterebbe a indesiderate confessioni. Ad esempio, che il green pass fu una violenta fesseria, o che sfruttare i non vaccinati come capro espiatorio fu un’operazione disonesta e riprovevole. Ci sarà tempo per le analisi retrospettive. Ma ora la palla ce l’ha il governo. Che fa? Va in porta? O si rifugia nel catenaccio?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/covid-cura-non-vogliono-dirlo-2665145242.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="altre-dosi-inutili-agli-under-75-sani" data-post-id="2665145242" data-published-at="1694284267" data-use-pagination="False"> «Altre dosi inutili agli under 75 sani» La maggior parte delle persone di età inferiore ai 75 anni non ha bisogno di un altro richiamo di vaccino anti Covid. A dirlo è niente meno che il dottor Paul Allan Offit, pediatra americano e membro del comitato consultivo sui vaccini della Food and drug administration (Fda), già intervistato l’anno scorso dalla Verità quando votò contro l’autorizzazione dei bivalenti contro l’Omicron. Secondo il medico, la maggior parte dei suoi connazionali, cioè gli americani di mezza età oppure i giovani che non presentano malattie croniche, hanno un’immunità già sufficientemente forte grazie alle infezioni contratte in passato e alle precedenti dosi. I vaccini aggiornati, dunque, andrebbero destinati solo ai soggetti più fragili. «Chi ha più di 75 anni, coloro che hanno problemi di salute tali da essere ad altissimo rischio di contrarre malattie gravi (come obesità, malattie croniche ai polmoni, malattie cardiache croniche e diabete), gli immunodepressi e le donne incinte». Questi gli individui che, secondo le dichiarazioni del dottor Offit al Daily Mail, dovrebbero sottoporsi alla vaccinazione. Tutti gli altri no. L’opinione, tra l’altro, è arrivata proprio mentre l’Fda si prepara ad approvare i nuovi richiami aggiornati di Pfizer e Moderna, concepiti per proteggere dalle nuove varianti. In molti pensano che Joe Biden approverà ancora una somministrazione indiscriminata su scala nazionale, invitando ogni cittadino al di sopra dei 5 anni a vaccinarsi. E questo nonostante altri Paesi come il Regno Unito abbiano indicato il richiamo solo agli adulti oltre i 65 anni, per dire - ancora una volta - di quanto la cosiddetta scienza sia in fin dei conti ben poco unanime. I regali alle Big pharma, dunque, non si fermano. Pfizer e Moderna hanno annunciato che le nuovi dosi costeranno tra i 110 e i 130 dollari. Il governo americano non coprirà il costo dei richiami per tutti i cittadini, ma la maggior parte di essi potrà comunque ottenerli gratuitamente grazie alle assicurazioni sanitarie. Per i 28 milioni di americani non assicurati, invece, è già pronto un piano da oltre un miliardo di dollari. Tra l’altro, l’articolo online del Daily Mail riporta che la commissione di cui è membro il dottor Offit, composta - oltre che da lui - da altri 13 esperti, aveva votato contro il richiamo del vaccino Pfizer per tutti gli americani già a fine 2021, sostenendo che fosse necessario solo per i soggetti di età superiore ai 65 anni. In quell’occasione un comitato del Cdc (Centers for disease control and prevention) aveva seguito tale indicazione, ma il direttore dell’agenzia aveva poi sovvertito la decisione e imposto che l’inoculazione fosse offerta anche tutti gli adulti che lavoravano in ambienti ad alto rischio. Ad ogni modo, il comitato del dottor Offit non sarà consultato quest’anno. Le raccomandazioni verranno nei prossimi giorni da un’altra commissione, interna al Cdc, che si occupa di immunizzazione. Già in passato, infatti, in un articolo apparso sul Wall Street Journal, il medico si era espresso in maniera critica riguardo all’approccio del governo sulla vaccinazione anti Covid. Ovviamente si era tirato addosso gli improperi dei sacerdoti del dogma vaccinale, a cui aveva reagito, nell’intervista rilasciata ad Alessandro Rico, con parole che quantomeno denotano una certa onestà intellettuale: «Se siamo così preoccupati di favorire le tesi dei no vax da non voler mettere in discussione nessuna decisione riguardante la salute pubblica, significa che abbiamo già perso». Ma la verità è che la scienza (quella vera) ha perso da tempo, perché l’inoculazione ormai non è un evento sanitario, bensì un rito per esorcizzare la paura, un’emozione che inibisce il pensiero.
Federico Vecchioni (Ansa)
History Law & Economics dalla Lumsa, la Libera Università Maria Santissima Assunta. Il conferimento, approvato dal dipartimento di giurisprudenza, economia e comunicazione dell’ateneo - con successiva delibera del Senato Accademico - si deve al fatto che la figura professionale di Vecchioni rappresenta «un punto di riferimento di rilievo nel panorama dell’economia agroalimentare italiana e mediterranea, per la capacità di coniugare visione strategica, innovazione tecnologica e attenzione ai profili di sostenibilità economica, sociale e ambientale».
La cerimonia è stata introdotta dal professor Gabriele Carapezza Figlia, coordinatore del collegio dei docenti del dottorato di ricerca in Mediterranean Studies e la laudatio è stata curata dal professor Giovanni Battista Dagnino, ordinario di economia e gestione delle imprese. A conferire titolo e proclamazione, il professor Francesco Bonini, rettore dell’ateneo. Alla cerimonia è seguita la lectio magistralis di Vecchioni. «Ricevere questo dottorato honoris causa dalla Libera Università Maria Santissima Assunta», le parole pronunciate da Vecchioni, «rappresenta per me un grande onore e una grande responsabilità. Ho sempre creduto nel valore del dialogo tra impresa, istituzioni e mondo accademico come leva per generare sviluppo duraturo. Il Mediterraneo non è soltanto uno spazio geografico, ma un orizzonte culturale ed economico strategico, nel quale l’Italia può e deve esercitare un ruolo da protagonista attraverso innovazione, sostenibilità e cooperazione internazionale». «In quest’ottica», ha proseguito quindi il presidente di Bonifiche Ferraresi, «si inseriscono le iniziative internazionali portate avanti da Bf con l’obiettivo di creare la più importante riserva agricolo alimentare del Mediterraneo».
A completamento delle formalità si pone poi il discorso del rettore della Lumsa, professor Bonini, che ha voluto rimarcare l’importanza del conferimento accademico: «Il dottorato in Mediterranean Studies, basato nel nostro dipartimento di Palermo, traguarda anche l’importante investimento che l’Università Lumsa ha aperto con l’istituzione del nostro University Africa Center. Il conferimento del dottorato a una personalità come quella di Federico Vecchioni vuole essere esemplare per i nostri studenti e studentesse, e per un impegno di ricerca, sviluppo e collaborazione con le realtà vive della società che qualifica l’università e ne conferma l’ispirazione e l’impegno per il bene comune nella grande prospettiva globale».
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Mentre l’Italia tenta una timida risalita (+7,6% a marzo, con 185.367 immatricolazioni), il resto del continente (+1,7%) resta frenato da condizioni finanziarie restrittive: tassi elevati che la Bce fatica a ridurre, complice uno choc petrolifero che alimenta un’inflazione ancora persistente e comprime i redditi reali. In questo contesto, la domanda effettiva si contrae e il pricing power si deteriora.
La realtà è che l’ideologia politica in Europa ha preteso di ignorare le leggi della domanda: le aziende «vulnerabili», quelle che hanno puntato tutto su una transizione elettrica forzata, si ritrovano oggi con piazzali pieni e margini a picco. Parallelamente, la Cina ha cambiato ruolo: da mercato di sbocco a concorrente diretto e aggressivo. Marchi come Byd e Leapmotor registrano crescite a tre o quattro cifre anche in Italia, segnalando un vantaggio competitivo costruito su costi, integrazione verticale e velocità di esecuzione.
Il nesso per il portafoglio del risparmiatore è brutale. I dati appena pubblicati dal Gruppo Volkswagen per il primo trimestre 2026 confermano che il «mal di Cina» è diventato cronico e forse irreversibile. Le consegne globali sono calate del 4% (2,05 milioni di unità), ma è il tracollo delle elettriche a far tremare Wolfsburg: un pesantissimo -64% in Cina e -80% negli Stati Uniti. La tenuta europea (+12%) non basta a compensare la fine degli incentivi e l’inasprimento dei dazi americani.
Come osserva Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf: «Volkswagen sta vivendo il suo momento più buio: il mercato cinese, che un tempo garantiva profitti certi, oggi rigetta i modelli tedeschi. Il rischio per chi ha il titolo in portafoglio è di restare intrappolati in un gigante che fatica a ruotare la sua enorme stazza verso ciò che il cliente vuole davvero: auto accessibili, concrete e con motorizzazioni affidabili».
In questo scenario, Stellantis affronta una transizione manageriale critica. Il nuovo numero uno, Antonio Filosa, è chiamato a ricostruire un gruppo segnato dalla precedente gestione di Carlos Tavares, lodata per il cost-cutting ma accusata di aver compresso investimenti e qualità. «Filosa sta tentando di rimettere in carreggiata un’auto che rischiava il deragliamento», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente. «Ha ereditato una struttura dove l’ossessione per il bilancio a breve termine ha logorato la qualità e la fiducia della rete».
La delusione più fragorosa arriva però da Porsche. Nel primo trimestre 2026 le vendite globali sono scese del 15%, con un crollo in Cina da 68.000 unità nel primo trimestre 2022 a meno di 7.800. L’utile netto è crollato del 91,4% (da 3,6 miliardi nel 2024 a 310 milioni nel 2025), mentre il fatturato si è contratto a circa 36,3 miliardi.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Coldiretti la definisce «una svolta», in quanto difende un patrimonio che oggi vale 707 miliardi di euro e trova nella Dop economy la sua espressione più avanzata. «Questa legge giaceva nei cassetti da oltre dieci anni e nessuno aveva mai avuto il coraggio di farla diventare un provvedimento», ha spiegato Lollobrigida, sottolineando che introduce due nuovi reati, l’aggravante di agropirateria e sanzioni proporzionali alle dimensioni del fatturato delle imprese, «affinché siano un vero deterrente. Inoltre, istituzionalizza la cabina di regia per un efficientamento dei sistemi di controllo». La legge rafforza la trasparenza e la tracciabilità dei prodotti lungo tutta la filiera per fornire informazioni quanto più esaustive possibili al consumatore anche al fine di tutelare la salute.
Di conseguenza, vengono inseriti nel Codice penale due reati: la «frode alimentare» per punire chi commercializza alimenti o bevande che, a sua conoscenza, non sono genuini o che provengono da luoghi diversi rispetto a quelli indicati (prevista la reclusione da 2 mesi a 1 anno), e il «commercio di alimenti con segni mendaci» per punire chi utilizza segni distintivi o indicazioni per indurre in errore il compratore sulla qualità o sulla quantità degli alimenti (reclusione da 3 a 18 mesi). È inserita l’aggravante di agropirateria, quando l’attività illecita è realizzata in maniera organizzata e continuativa, l’aggravante «quantità e biologico» (se i prodotti sono commercializzati come biologici ma non lo sono). In questi tre casi le pene sono aumentate. La legge prevede per questi reati anche la confisca obbligatoria di prodotti, beni o cose oggetto o prodotto dei reati.
L’autorità giudiziaria avrà l’obbligo di distribuire i prodotti sequestrati, ma commestibili, a enti territoriali o caritatevoli per destinarli a persone bisognose o animali abbandonati.
È prevista la protezione delle Indicazioni geografiche, attività che secondo l’ultimo rapporto Ismea-Qualivita nel 2024 ha realizzato 20,7 miliardi di euro di fatturato di cui 12,3 miliardi di euro realizzati all’estero. Previste sanzioni più dure per il reato di contraffazione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine protetta.
La legge vieta poi l’utilizzo del termine «latte» e di prodotti lattiero-caseari per prodotti vegetali se non accompagnato dalla denominazione corretta (per esempio il latte di mandorla venduto come sostitutivo senza distinzione). A dimostrazione della necessità di una legge con questi contenuti, Coldiretti cita l’ultimo Rapporto elaborato insieme a Eurispes e Fondazione osservatorio agromafie, secondo il quale il volume d’affari dei crimini agroalimentari in Italia è salito a 25,2 miliardi, praticamente raddoppiato nel giro dell’ultimo decennio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 aprile 2026. La deputata della Lega Rebecca Frassini illustra i contenuti della manifestazione di sabato 18 a Milano.