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2023-09-10
Il Covid si cura ma non vogliono dirlo
sarebbe ora di investire seriamente sulle terapie domiciliari. I protocolli esistono, di farmaci siamo pieni. Se gli anziani e i fragili, già stravaccinati, sono comunque in pericolo, bisogna schierare i medici di famiglia come soldati in battaglia. Organizzare una rete capillare e tempestiva di assistenza ai pazienti a rischio.
È questa l’arma per l’autunno e l’inverno, se davvero ci preoccupano il rialzo dei contagi e le nuove sottovarianti di Omicron. Non è una soluzione che esclude ulteriori richiami per le persone che li desiderino. Ma lo scenario, adesso, è cambiato: non è più tempo di rifilare a tutti la presunta panacea, per poi incolpare la minoranza di renitenti se, nonostante la profilassi di massa, le infezioni continuano ad aumentare e qualcuno finisce in ospedale. O, peggio, all’altro mondo.
Ieri, su Repubblica, Daniela Minerva s’è lasciata scappare quella che, da tabù impronunciabile, è diventata una verità sacrosanta: chi contrae il coronavirus va curato. La firma del quotidiano romano ha sottolineato che «i cittadini abbandonati a loro stessi si ammalano»; ha ricordato che si sono versati fiumi di parole, a proposito del «tentativo di creare delle strutture territoriali»; e ha lamentato che, nonostante le lunghe discussioni, «niente di quello che serve per portare le cure a casa degli italiani è stato realizzato». È vero. Lo è anche per colpa di chi, per mesi, per anni, ha finto che il Covid fosse intrattabile. Magari, perché l’unica preoccupazione era promuovere le dosi a mRna. Ricordate il ritornello? Le terapie domiciliari non sono alternative ai vaccini. Lo disse, tra gli altri, Pierpaolo Sileri, ex sottosegretario alla Salute. E si premurò di ribadirlo persino il professor Giuseppe Remuzzi, pioniere degli studi sugli antinfiammatori. Altri si sono resi protagonisti di ardite acrobazie. Matteo Bassetti era partito contestando l’immobilismo di Roberto Speranza - paracetamolo e vigile attesa. Poi, avviata la crociata contro i no vax, se l’è presa con «ciarlatani e mistificatori», rei di aver citato The Lancet: la prestigiosa rivista aveva appena pubblicato il lavoro della squadra di Remuzzi, sul facile ed economico trattamento precoce del Sars-Cov-2. Massimo Galli ha seguito una traiettoria ancora più stupefacente: a gennaio 2022, nonostante le tre dosi ricevute, fu salvato da una repentina somministrazione di monoclonali; cinque mesi dopo, ebbe il coraggio di affermare che le terapie mirate alla cura «non hanno senso».
Salti della quaglia e strafalcioni sono custoditi dagli implacabili archivi del Web. Intanto, per chi gestisce l’endemia, la priorità è un’altra. L’esecutivo può cedere alle prefiche delle mascherine, ai nostalgici dei lockdown. Tutte misure, dati alla mano, inutili nonché dannose. Per paura dei processi mediatici, può lasciarsi travolgere dall’ondata di terrore, che è il volano pubblicitario dell’ennesima tornata di punture. Oppure, può compiere il passo che gli elettori del centrodestra si aspettavano: puntare sulle terapie. Il loro lavoro, i vaccini lo hanno fatto. Se hanno funzionato, significa che il panico è ingiustificato; se, al contrario, siamo davvero in emergenza nonostante quattro o, in alcuni casi, cinque dosi, sarà meglio cambiare strategia. Anche perché, ormai, sappiamo come curare chi prende il Covid.
Senza addentrarci nelle diatribe sull’ivermectina, l’idrossiclorochina e gli integratori, citiamo una fonte incontestabile: il ministero. L’ultima circolare risale a febbraio 2022 e suggerisce di usare «farmaci antinfiammatori non steroidei - Fans - in caso di febbre o dolori articolari o muscolari», senza escludere il paracetamolo, «di utilità per il suo effetto antipiretico e analgesico»; prescrive, inoltre, appropriate idratazione e nutrizione; e invita a svolgere attività fisica a domicilio, nei limiti del possibile, per evitare il ricorso all’eparina. Lo step successivo presuppone l’accesso a «strutture abilitate alla prescrizione». Il medico curante, infatti, può valutare la «possibilità di trattamento precoce con anticorpi monoclonali o farmaci antivirali (nirmatrelvir/ritonavir, remdesivir, molnupiravir)». Gli antibiotici sono generalmente sconsigliati; tuttavia, l’azitromicina può servire a combattere eventuali infezioni polmonari batteriche. Tanto dovrebbe bastare per fare in modo che l’infettato non finisca in ospedale. Infine, per chi fosse alle prese con gli strascichi del contagio - il temuto long Covid - buone speranze arrivano da un’indagine tutta italiana: un mix di vecchi antistaminici e antiulcera mostra risultati promettenti.
I moventi di chi cavalca Eris e Pirola, rispolverando i bavagli, l’Amuchina e le iniezioni a raffica, sono chiari. Da un lato, il Covid è uno dei tanti alleati - insieme all’inflazione, all’Europa, agli sbarchi, alla cronaca nera - per picconare Giorgia Meloni; dall’altro, rinnegare i mantra del regime sanitario porterebbe a indesiderate confessioni. Ad esempio, che il green pass fu una violenta fesseria, o che sfruttare i non vaccinati come capro espiatorio fu un’operazione disonesta e riprovevole. Ci sarà tempo per le analisi retrospettive. Ma ora la palla ce l’ha il governo. Che fa? Va in porta? O si rifugia nel catenaccio?
«Altre dosi inutili agli under 75 sani»
La maggior parte delle persone di età inferiore ai 75 anni non ha bisogno di un altro richiamo di vaccino anti Covid. A dirlo è niente meno che il dottor Paul Allan Offit, pediatra americano e membro del comitato consultivo sui vaccini della Food and drug administration (Fda), già intervistato l’anno scorso dalla Verità quando votò contro l’autorizzazione dei bivalenti contro l’Omicron. Secondo il medico, la maggior parte dei suoi connazionali, cioè gli americani di mezza età oppure i giovani che non presentano malattie croniche, hanno un’immunità già sufficientemente forte grazie alle infezioni contratte in passato e alle precedenti dosi. I vaccini aggiornati, dunque, andrebbero destinati solo ai soggetti più fragili.
«Chi ha più di 75 anni, coloro che hanno problemi di salute tali da essere ad altissimo rischio di contrarre malattie gravi (come obesità, malattie croniche ai polmoni, malattie cardiache croniche e diabete), gli immunodepressi e le donne incinte». Questi gli individui che, secondo le dichiarazioni del dottor Offit al Daily Mail, dovrebbero sottoporsi alla vaccinazione. Tutti gli altri no. L’opinione, tra l’altro, è arrivata proprio mentre l’Fda si prepara ad approvare i nuovi richiami aggiornati di Pfizer e Moderna, concepiti per proteggere dalle nuove varianti. In molti pensano che Joe Biden approverà ancora una somministrazione indiscriminata su scala nazionale, invitando ogni cittadino al di sopra dei 5 anni a vaccinarsi. E questo nonostante altri Paesi come il Regno Unito abbiano indicato il richiamo solo agli adulti oltre i 65 anni, per dire - ancora una volta - di quanto la cosiddetta scienza sia in fin dei conti ben poco unanime.
I regali alle Big pharma, dunque, non si fermano. Pfizer e Moderna hanno annunciato che le nuovi dosi costeranno tra i 110 e i 130 dollari. Il governo americano non coprirà il costo dei richiami per tutti i cittadini, ma la maggior parte di essi potrà comunque ottenerli gratuitamente grazie alle assicurazioni sanitarie. Per i 28 milioni di americani non assicurati, invece, è già pronto un piano da oltre un miliardo di dollari. Tra l’altro, l’articolo online del Daily Mail riporta che la commissione di cui è membro il dottor Offit, composta - oltre che da lui - da altri 13 esperti, aveva votato contro il richiamo del vaccino Pfizer per tutti gli americani già a fine 2021, sostenendo che fosse necessario solo per i soggetti di età superiore ai 65 anni. In quell’occasione un comitato del Cdc (Centers for disease control and prevention) aveva seguito tale indicazione, ma il direttore dell’agenzia aveva poi sovvertito la decisione e imposto che l’inoculazione fosse offerta anche tutti gli adulti che lavoravano in ambienti ad alto rischio.
Ad ogni modo, il comitato del dottor Offit non sarà consultato quest’anno. Le raccomandazioni verranno nei prossimi giorni da un’altra commissione, interna al Cdc, che si occupa di immunizzazione. Già in passato, infatti, in un articolo apparso sul Wall Street Journal, il medico si era espresso in maniera critica riguardo all’approccio del governo sulla vaccinazione anti Covid. Ovviamente si era tirato addosso gli improperi dei sacerdoti del dogma vaccinale, a cui aveva reagito, nell’intervista rilasciata ad Alessandro Rico, con parole che quantomeno denotano una certa onestà intellettuale: «Se siamo così preoccupati di favorire le tesi dei no vax da non voler mettere in discussione nessuna decisione riguardante la salute pubblica, significa che abbiamo già perso». Ma la verità è che la scienza (quella vera) ha perso da tempo, perché l’inoculazione ormai non è un evento sanitario, bensì un rito per esorcizzare la paura, un’emozione che inibisce il pensiero.
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Rispuntano i «mostri» del green pass: giornali ed «esperti» pregustano il ritorno al regime della pandemia e alle sue imposizioni. Malgrado anni di bugie, di fronte a contagi in normale risalita servono solamente un medico e i farmaci. Che oggi ci sono: ecco quali.Il dottor Paul Allan Offit, membro di Fda, si era opposto all’autorizzazione dei bivalenti. Oggi sconsiglia i booster a chi non è un fragile: «C’è già la memoria immunitaria».Lo speciale contiene due articoli.sarebbe ora di investire seriamente sulle terapie domiciliari. I protocolli esistono, di farmaci siamo pieni. Se gli anziani e i fragili, già stravaccinati, sono comunque in pericolo, bisogna schierare i medici di famiglia come soldati in battaglia. Organizzare una rete capillare e tempestiva di assistenza ai pazienti a rischio. È questa l’arma per l’autunno e l’inverno, se davvero ci preoccupano il rialzo dei contagi e le nuove sottovarianti di Omicron. Non è una soluzione che esclude ulteriori richiami per le persone che li desiderino. Ma lo scenario, adesso, è cambiato: non è più tempo di rifilare a tutti la presunta panacea, per poi incolpare la minoranza di renitenti se, nonostante la profilassi di massa, le infezioni continuano ad aumentare e qualcuno finisce in ospedale. O, peggio, all’altro mondo.Ieri, su Repubblica, Daniela Minerva s’è lasciata scappare quella che, da tabù impronunciabile, è diventata una verità sacrosanta: chi contrae il coronavirus va curato. La firma del quotidiano romano ha sottolineato che «i cittadini abbandonati a loro stessi si ammalano»; ha ricordato che si sono versati fiumi di parole, a proposito del «tentativo di creare delle strutture territoriali»; e ha lamentato che, nonostante le lunghe discussioni, «niente di quello che serve per portare le cure a casa degli italiani è stato realizzato». È vero. Lo è anche per colpa di chi, per mesi, per anni, ha finto che il Covid fosse intrattabile. Magari, perché l’unica preoccupazione era promuovere le dosi a mRna. Ricordate il ritornello? Le terapie domiciliari non sono alternative ai vaccini. Lo disse, tra gli altri, Pierpaolo Sileri, ex sottosegretario alla Salute. E si premurò di ribadirlo persino il professor Giuseppe Remuzzi, pioniere degli studi sugli antinfiammatori. Altri si sono resi protagonisti di ardite acrobazie. Matteo Bassetti era partito contestando l’immobilismo di Roberto Speranza - paracetamolo e vigile attesa. Poi, avviata la crociata contro i no vax, se l’è presa con «ciarlatani e mistificatori», rei di aver citato The Lancet: la prestigiosa rivista aveva appena pubblicato il lavoro della squadra di Remuzzi, sul facile ed economico trattamento precoce del Sars-Cov-2. Massimo Galli ha seguito una traiettoria ancora più stupefacente: a gennaio 2022, nonostante le tre dosi ricevute, fu salvato da una repentina somministrazione di monoclonali; cinque mesi dopo, ebbe il coraggio di affermare che le terapie mirate alla cura «non hanno senso». Salti della quaglia e strafalcioni sono custoditi dagli implacabili archivi del Web. Intanto, per chi gestisce l’endemia, la priorità è un’altra. L’esecutivo può cedere alle prefiche delle mascherine, ai nostalgici dei lockdown. Tutte misure, dati alla mano, inutili nonché dannose. Per paura dei processi mediatici, può lasciarsi travolgere dall’ondata di terrore, che è il volano pubblicitario dell’ennesima tornata di punture. Oppure, può compiere il passo che gli elettori del centrodestra si aspettavano: puntare sulle terapie. Il loro lavoro, i vaccini lo hanno fatto. Se hanno funzionato, significa che il panico è ingiustificato; se, al contrario, siamo davvero in emergenza nonostante quattro o, in alcuni casi, cinque dosi, sarà meglio cambiare strategia. Anche perché, ormai, sappiamo come curare chi prende il Covid.Senza addentrarci nelle diatribe sull’ivermectina, l’idrossiclorochina e gli integratori, citiamo una fonte incontestabile: il ministero. L’ultima circolare risale a febbraio 2022 e suggerisce di usare «farmaci antinfiammatori non steroidei - Fans - in caso di febbre o dolori articolari o muscolari», senza escludere il paracetamolo, «di utilità per il suo effetto antipiretico e analgesico»; prescrive, inoltre, appropriate idratazione e nutrizione; e invita a svolgere attività fisica a domicilio, nei limiti del possibile, per evitare il ricorso all’eparina. Lo step successivo presuppone l’accesso a «strutture abilitate alla prescrizione». Il medico curante, infatti, può valutare la «possibilità di trattamento precoce con anticorpi monoclonali o farmaci antivirali (nirmatrelvir/ritonavir, remdesivir, molnupiravir)». Gli antibiotici sono generalmente sconsigliati; tuttavia, l’azitromicina può servire a combattere eventuali infezioni polmonari batteriche. Tanto dovrebbe bastare per fare in modo che l’infettato non finisca in ospedale. Infine, per chi fosse alle prese con gli strascichi del contagio - il temuto long Covid - buone speranze arrivano da un’indagine tutta italiana: un mix di vecchi antistaminici e antiulcera mostra risultati promettenti.I moventi di chi cavalca Eris e Pirola, rispolverando i bavagli, l’Amuchina e le iniezioni a raffica, sono chiari. Da un lato, il Covid è uno dei tanti alleati - insieme all’inflazione, all’Europa, agli sbarchi, alla cronaca nera - per picconare Giorgia Meloni; dall’altro, rinnegare i mantra del regime sanitario porterebbe a indesiderate confessioni. Ad esempio, che il green pass fu una violenta fesseria, o che sfruttare i non vaccinati come capro espiatorio fu un’operazione disonesta e riprovevole. Ci sarà tempo per le analisi retrospettive. Ma ora la palla ce l’ha il governo. Che fa? Va in porta? O si rifugia nel catenaccio?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/covid-cura-non-vogliono-dirlo-2665145242.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="altre-dosi-inutili-agli-under-75-sani" data-post-id="2665145242" data-published-at="1694284267" data-use-pagination="False"> «Altre dosi inutili agli under 75 sani» La maggior parte delle persone di età inferiore ai 75 anni non ha bisogno di un altro richiamo di vaccino anti Covid. A dirlo è niente meno che il dottor Paul Allan Offit, pediatra americano e membro del comitato consultivo sui vaccini della Food and drug administration (Fda), già intervistato l’anno scorso dalla Verità quando votò contro l’autorizzazione dei bivalenti contro l’Omicron. Secondo il medico, la maggior parte dei suoi connazionali, cioè gli americani di mezza età oppure i giovani che non presentano malattie croniche, hanno un’immunità già sufficientemente forte grazie alle infezioni contratte in passato e alle precedenti dosi. I vaccini aggiornati, dunque, andrebbero destinati solo ai soggetti più fragili. «Chi ha più di 75 anni, coloro che hanno problemi di salute tali da essere ad altissimo rischio di contrarre malattie gravi (come obesità, malattie croniche ai polmoni, malattie cardiache croniche e diabete), gli immunodepressi e le donne incinte». Questi gli individui che, secondo le dichiarazioni del dottor Offit al Daily Mail, dovrebbero sottoporsi alla vaccinazione. Tutti gli altri no. L’opinione, tra l’altro, è arrivata proprio mentre l’Fda si prepara ad approvare i nuovi richiami aggiornati di Pfizer e Moderna, concepiti per proteggere dalle nuove varianti. In molti pensano che Joe Biden approverà ancora una somministrazione indiscriminata su scala nazionale, invitando ogni cittadino al di sopra dei 5 anni a vaccinarsi. E questo nonostante altri Paesi come il Regno Unito abbiano indicato il richiamo solo agli adulti oltre i 65 anni, per dire - ancora una volta - di quanto la cosiddetta scienza sia in fin dei conti ben poco unanime. I regali alle Big pharma, dunque, non si fermano. Pfizer e Moderna hanno annunciato che le nuovi dosi costeranno tra i 110 e i 130 dollari. Il governo americano non coprirà il costo dei richiami per tutti i cittadini, ma la maggior parte di essi potrà comunque ottenerli gratuitamente grazie alle assicurazioni sanitarie. Per i 28 milioni di americani non assicurati, invece, è già pronto un piano da oltre un miliardo di dollari. Tra l’altro, l’articolo online del Daily Mail riporta che la commissione di cui è membro il dottor Offit, composta - oltre che da lui - da altri 13 esperti, aveva votato contro il richiamo del vaccino Pfizer per tutti gli americani già a fine 2021, sostenendo che fosse necessario solo per i soggetti di età superiore ai 65 anni. In quell’occasione un comitato del Cdc (Centers for disease control and prevention) aveva seguito tale indicazione, ma il direttore dell’agenzia aveva poi sovvertito la decisione e imposto che l’inoculazione fosse offerta anche tutti gli adulti che lavoravano in ambienti ad alto rischio. Ad ogni modo, il comitato del dottor Offit non sarà consultato quest’anno. Le raccomandazioni verranno nei prossimi giorni da un’altra commissione, interna al Cdc, che si occupa di immunizzazione. Già in passato, infatti, in un articolo apparso sul Wall Street Journal, il medico si era espresso in maniera critica riguardo all’approccio del governo sulla vaccinazione anti Covid. Ovviamente si era tirato addosso gli improperi dei sacerdoti del dogma vaccinale, a cui aveva reagito, nell’intervista rilasciata ad Alessandro Rico, con parole che quantomeno denotano una certa onestà intellettuale: «Se siamo così preoccupati di favorire le tesi dei no vax da non voler mettere in discussione nessuna decisione riguardante la salute pubblica, significa che abbiamo già perso». Ma la verità è che la scienza (quella vera) ha perso da tempo, perché l’inoculazione ormai non è un evento sanitario, bensì un rito per esorcizzare la paura, un’emozione che inibisce il pensiero.
Il 22enne Jaggay Naber è stato fermato dagli uomini della Digos di Reggio Emilia (Polizia di Stato)
Stando alla ricostruzione degli inquirenti voleva compiere un attentato, proprio a Reggio, in una affollata serata di festa. Ma, a contrario di quanto accaduto con El Koudri, è stato fermato in tempo. Naggay era già noto alle forze dell’ordine che da due anni ne monitoravano i suoi movimenti. Più volte, infatti, si era dichiarato sostenitore dello Stato islamico e pronto a organizzare un attentato. La Germania pesa enormemente nel racconto giudiziario. Naggay viene descritto come un ragazzo ossessionato dall’universo jihadista già dal 2019, quando mostrava ai compagni «video di decapitazioni». Poi arrivano gli episodi sempre più inquietanti: falsi allarmi bomba, minacce di attentati nelle stazioni ferroviarie, lettere dal carcere in cui rivendica simpatia per Hamas e Isis, fantasie di ostaggi e martirio. Arrivato in Italia, dopo la sua espulsione da soggetto «pericoloso», è stato seguito dal Centro di salute mentale reggiano, poi ha interrotto il percorso e giovedì scorso, a pochi giorni dall’attentato di Modena, secondo l’accusa, sarebbe stato anche lui pronto a colpire. È stata la madre a segnalare alla polizia le intenzioni del ragazzo, dopo che questi le aveva aveva mandato un messaggio valutato come inequivocabile, nel quale dichiarava di «andare in centro con un coltello a picchiare le persone». E Reggio Emilia, giovedì scorso, già dal pomeriggio era più affollata del solito, perché al palazzetto era prevista una importante partita di pallacanestro: Reggiana Basket contro Olimpia Milano mentre in centro era in corso anche uno spettacolo musicale. Naggay è stato fermato dalla polizia mentre si dirigeva a piedi, da solo, proprio nell’area della movida. Ora è gravemente indiziato del reato di arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale e per lui, ieri, il gip ha confermato la custodia cautelare in carcere. Il problema non sarebbe l’appartenenza formale a una cellula terroristica, bensì la disponibilità soggettiva all’azione violenta. È qui che entra in gioco il comma quattro dell’articolo 270 del codice penale. Non serve il soldato inserito nella gerarchia del Califfato. Basta un’adesione concreta e individuale alla prospettiva terroristica. Una prospettiva che proverrebbe dritta dal suo recente passato. Dal 2024, quando era stato arrestato in Germania e condannato a 20 mesi per «simulazione di reato» e «disturbo della quiete pubblica mediante la minaccia di commettere un reato». Nel gennaio 2022, mentre si trovava alla stazione di Friburgo, era stato fermato per un controllo dalla polizia e in quell’occasione ha dichiarato di avere con sé un’arma «per commettere un attentato in nome dello Stato Islamico». Nell’aprile dello stesso anno aveva spontaneamente chiamato la stazione di polizia di Villingen, comunicando che stava per commettere un attentato dinamitardo, aggiungendo di aver «ricevuto da un siriano, conosciuto tramite un gruppo Telegram, uno zaino con all’interno una bomba collegata a distanza che avrebbe depositato nella stazione ferroviaria». A seguito di questa chiamata, le stazioni di Offenburg e Lahr erano state chiuse per diverse ore con il blocco totale della circolazione. Nel giugno dello stesso anno è stato arrestato, dichiarato socialmente pericoloso sottoposto a visita psichiatrica, per poi finire nel penitenziario minorile di Adelsheim. E anche lì avrebbe ribadito più volte la sua volontà di agire. Un giorno, per esempio, come riportato nell’ordinanza, avrebbe chiesto al responsabile dell’area lavoro della struttura di poter cercare su internet il sito di un negozio di bricolage. Una volta trovato, aveva digitato sul sito della catena la parola «ascia» e ne aveva poi selezionata una tra quelle offerte in vendita. Alla richiesta di spiegazioni, aveva dichiarato di volersi «recare alla stazione ferroviaria di Mosbach-Neckarelz per compiere una vendetta per l’uccisione da parte dei tedeschi di Abu Talha Al-Almani», un rapper, morto nel gennaio 2018 in Siria dove aveva raggiunto lo Stato islamico. E per mostrarsi più credibile Naggay avrebbe aggiunto i dettagli dell’operazione che stava pianificando: «Dato che tra quattro mesi sarò rilasciato, comincio subito a pianificare il tutto. Lo faccio per l’Isis perché per me la Germania non è uno Stato finché non sarà islamica e governata dall’Isis». Poi avrebbe affermato a più riprese che «la violenza è un mezzo legittimo per manifestare le proprie convinzioni religiose».
Atteggiamenti che gli sono costati perizie e cure psichiatriche. Poi c’è la chat di Telegram, il vero detonatore dell’inchiesta italiana. Con al centro una conversazione che il giudice interpreta come un dialogo con un possibile reclutatore o intermediario dell’Isis. L’interlocutore usa termini tipici del gergo jihadista: «Lone wolf (lupo solitario, ndr)» e «gruppo specializzato». Si parla di video di adesione al Daesh, di soldi, di «produzione di tossine» e di «lezioni di manifattura». Il giudice insiste soprattutto su un elemento: l’altro interlocutore pretende «prove» della fedeltà ideologica di Naggay prima di aiutarlo. «Qualsiasi cosa che dimostri che sei un sostenitore». Una provocazione alla quale l’indagato replica con una promessa: «Registrerò un video in cui dichiarerò di essere sostenitore dell’Isis». L’istigatore, però, chiede altre conferme: «Quando puoi girarlo? Fino ad allora non posso aiutarti (economicamente)». Ed è a quel punto che fornisce all’allievo un inquietante suggerimento: quello di assumere l’identità di un «lone wolf». Un lupo solitario.
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Simone Venturini (Ansa)
Il più giovane tra i candidati nella corsa a Ca’ Farsetti ha superato il diretto avversario del campo largo, Andrea Martella, 58 anni, segretario regionale del Pd, assestando un sonoro schiaffone alla sinistra che non è andata oltre al 40%. Non c’è bisogno di ballottaggio, e quello che è accaduto in Laguna è un test politico importante. «Sarebbe una grande gioia», era stato il primo commento di Giorgia Meloni al risultato che si prospettava, riferito dal senatore di Fdi Raffaele Speranzon.
Qualcuno ha fatto notare che a Venezia il No al referendum costituzionale sulla giustizia aveva preso il 55% dei voti, eppure questo non si è affatto tradotto in uno spostamento a sinistra dell’elettorato. «La stagione buona», che univa Pd, M5s, Avs, Italia Viva, Psi, +Europa, Radicali e Rifondazione Comunista non ha convinto gli elettori. E nemmeno sono bastati i voti degli islamici, cercati da Martella mettendo in lista ben sei esponenti della comunità bengalese che da tempo chiedono una moschea a Mestre.
Il candidato della mega coalizione «da sindaco darà a Venezia quel cambiamento che Venezia domanda», prometteva sul palco in piazza Ferretto la segretaria nazionale del Pd, Elly Schlein, in chiusura di campagna elettorale. Previsione sbagliata, i desideri dei veneziani non sono stati intercettati a sinistra. A Cà Farsetti siederà Venturini. «È un risultato importante e un apprezzamento personale», ha commentato il neo sindaco a caldo, mentre si faceva festa in Galleria Matteotti a Mestre, suo quartier generale assieme alla sede elettorale di Campo Santa Marina, nel centro storico di Venezia, che ad aprile venne imbrattata con cartelli offensivi e intimidatori.
«Un risultato che arriva dopo due mesi impegnativi, ma dopo undici anni di storia personale al servizio della città», ha precisato Venturini. «In questa campagna mi sono sempre presentato come Simone, un ragazzo che da Marghera è partito, ha fatto la gavetta, si è impegnato nel territorio, si è presentato con una civica supportato dal centrodestra e oggi sta ricevendo un buon risultato».
Laureato in giurisprudenza, nato e cresciuto a Marghera, ora residente nella città storica, a 22 anni risultò il più giovane eletto nel Consiglio comunale veneziano. Nel 2015 scese in campo con la lista civica «fucsia» di Brugnaro, fu il più votato e diventò assessore con la delega a Coesione Sociale, Lavoro, Infrastrutture e Sviluppo economico.
Nel corso del mandato 2015-2020 aveva ricoperto ulteriori incarichi all’interno di commissioni e organismi locali e nazionali, nel 2020 venne rieletto sempre nella lista dell’ex sindaco. Ieri, con la lista civica «gialla» sostenuta dal centrodestra ha dimostrato di saper conoscere gli abitanti della sua città. Tra gli obiettivi, vuole una Venezia a misura di giovani «anche in chiave residenziale», come aveva dichiarato alla Verità.
Alla chiusura dei seggi l’affluenza definitiva nel comune di Venezia, con tutte le 256 sezioni conteggiate, è stata del 55,87%, sei punti percentuali in meno rispetto al 2020 (62,23%). Hanno votato 112.701 elettori su 201.713 iscritti (55,87%). Erano otto, tutti uomini, i candidati alla carica di primo cittadino alle elezioni comunali di Venezia.
Oltre a Venturini e a Martella, in grande distacco gli altri nomi in lista, che erano con «Prima il Veneto» Pierangelo Del Zotto, 63 anni, ex assessore al Bilancio della provincia di Venezia; con le liste civiche «Abc-Ambiente Bene Comune» e «Venezia Pace Lavoro» Giovanni Andrea Martini, 70 anni, docente in pensione e già presidente della Municipalità di Venezia-Murano-Burano; con «Ora!» Michele Boldrin, 69 anni, economista e docente universitario alla Washington University in Saint Louis, che è risultato tra i più votati tra i «minori». Con la lista civica «Città vive» Claudio Vernier, 49 anni, titolare del caffè al Todaro di piazza San Marco; Roberto Agirmo, 58 anni, imprenditore turistico, era il candidato di «Resistere Veneto» mentre Luigi Corò, 62 anni, ex assessore di An a Mirano, esponente di Futuro Nazionale, si presentava con la lista «Futuro per Venezia Mestre». Tutti hanno portato a casa manciate di voti.
«Per le elezioni comunali di Venezia non mi aspettavo un risultato di questo tipo: era difficile immaginare una débâcle così pesante per il centrosinistra. L’astensione sembra aver colpito soprattutto un elettorato giovane, che non si è riconosciuto nella candidatura di Andrea Martella. Proprio quei giovani che poche settimane fa avevano fatto sentire la propria voce in occasione del referendum sulla giustizia, questa volta sono mancati del tutto», ha dichiarato il filosofo Massimo Cacciari, due volte sindaco di Venezia.
Si è votato anche in due Comuni della città metropolitana Venezia. A Cavallino-Treporti, dove è stata riconfermata Roberta Nesto con la sua civica orientata verso il centro destra e a Torre di Mosto dove è stato eletto Andrea Marchesin, sostenuto dal centrodestra (Fi, Fdi, Lega, Udc, Torre di Mosto).
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Geopolitica, intelligenza artificiale e industria: a Trento economisti, imprenditori e politici esaminano i nuovi assetti mondiali.
Innovazione, sostenibilità, tecnologia e, soprattutto, trasformazioni geopolitiche ridefiniscono oggi gli equilibri economici globali. Un contesto in cui le imprese italiane sono chiamate a compiere l'ennesimo salto di qualità: trasformare la complessità in valore strategico. Questo numero di Industria analizza, a partire dai protagonisti del Festival dell'Economia di Trento, i «nuovi poteri» - dall’intelligenza artificiale alla ridefinizione delle filiere produttive, fino alle sfide della sicurezza e del lavoro del futuro – interpretando reazioni e ripercussioni su sistema economico e produzione industriale. È proprio in questo scenario che si inserisce il contributo di Gieffe Research, piattaforma integrata di trasferimento tecnologico e advisory industriale. «Lavoriamo per creare connessioni concrete tra innovazione, organizzazione aziendale e strategia industriale, aiutando le imprese a trasformare gli investimenti tecnologici in vantaggi competitivi reali», sottolinea il fondatore di Gieffe Research, Fabio Glave. «Oggi il mercato richiede una capacità di lettura multidimensionale dei processi industriali: non basta introdurre nuove tecnologie, bisogna saperle integrare all’interno di una governance efficiente e orientata alla crescita strutturata». Il vicepresidente di Confindustria, Marco Nocivelli, si concentra invece su criticità e prospettive della manifattura italiana, dalla crescita di export e made in Italy al rafforzamento delle Pmi.
Lavoro e sicurezza, le voci del governo. Innovazione e intelligenza artificiale stanno già modificando professioni e competenze, imponendo nuovi modelli organizzativi e investimenti continui nella formazione. Su scuola e lavoro intervengono Paola Frassinetti, sottosegretario al ministero dell’Istruzione e del merito, e Marina Calderone, ministro del Lavoro, che commenta il recente Dl 1° maggio, un provvedimento che «guarda in particolare all’inclusione lavorativa dei disoccupati di lunga durata, alle giuste retribuzioni e a un patto di responsabilità con le parti sociali per la qualificazione dell’occupazione in Italia». A concepire la sicurezza come visione integrata, dal contrasto alla criminalità al riutilizzo dei beni confiscati, è il sottosegretario dell'Interno, Wanda Ferro: «Il governo sta lavorando su una strategia complessiva che tiene insieme controllo del territorio, rigenerazione urbana, legalità e prevenzione sociale, dove si inseriscono anche operazioni come «Strade Sicure», «Stazioni Sicure» e il modello Caivano», che segna il ritorno dello Stato nei territori più difficili.
Il modello Trento. Trento, capitale dell'economia durante la kermesse dello Scoiattolo, punta ad alzare l'asticella in termini di sostenibilità e inclusione. Il sindaco Franco Ianeselli non nasconde le sfide: espansione della rete ciclabile, nuovo hub intermodale, circonvallazione ferroviaria, incremento del verde umano, progetti di edilizia a canone moderato, incentivi agli affitti a lungo termine e azzeramento delle liste di attesa per gli asili nido. Dal canto suo, l'Università degli Studi di Trento si propone come luogo capace non solo di trasmettere conoscenze, ma di aiutare i giovani a interpretare un mondo sempre più complesso. Il rettore Flavio Deflorian sottolinea l’importanza di una didattica partecipativa, alimentata dal dialogo continuo tra studenti e docenti, con l’obiettivo di «dare un senso alla conoscenza». Per mantenere alta la qualità della ricerca e della formazione, l’Ateneo deve continuare a investire in infrastrutture, servizi, internazionalizzazione e capacità di attrarre talenti.
Un nuovo ordine internazionale. Il Festival dell'Economia di Trento (20-24 maggio) si conferma osservatorio privilegiato sulle traiettorie del cambiamento, con oltre 700 relatori tra Premi Nobel, economisti, imprenditori e rappresentanti delle istituzioni. Quest'anno il tema è «Dal mercato ai nuovi poteri. Le speranze dei giovani». Da un lato si prendono in esame i nuovi centri di potere come le Big Tech, che detengono le chiavi dell’intelligenza artificiale, e le autarchie di Russia e Cina; dall’altro, le paure e le aspettative dei giovani. In primo piano c'è la geopolitica. Saranno ben 14 i panel targati Ispi. «La vera trasformazione è che economia e sicurezza sono ormai inseparabili», spiega Paolo Magri, presidente del Comitato scientifico dell’Ispi e membro dell’advisory board del Festival. «Conta chi domina le tecnologie avanzate, i semiconduttori, l’intelligenza artificiale, i dati, l’energia, le terre rare, le rotte marittime, le infrastrutture di gitali e finanziarie». L’economista Alessandro Terzulli (presidente GEI) anticipa a Industria il contenuto del panel «Commercio internazionale e potere dei dazi», con l’evoluzione delle barriere commerciali dal 2009 alle presidenze Trump. «Osserviamo la Weaponisation del commercio internazionale, sempre più un’arma geopolitica», che esercita un forte impatto inevitabilmente anche sulle imprese. Al Festival dell'Economia parteciperà anche Giulio Sapelli, il cui panel si concentrerà sul ruolo strategico dell’India e sul nuovo assetto globale. «Si sta consolidando l’intera area dell’Indo-Pacifico, una regione che negli ultimi anni è diventata il centro strategico delle nuove dinamiche economiche e geopolitiche mondiali».
Anche la cultura è un'infrastruttura economica cruciale per il Paese. Dalla tutela del diritto d’autore alla rigenerazione degli attrattori culturali diffusi, fino al ruolo della cultura come nuovo «soft power» italiano, Luigi Abete, presidente di Confindustria Cultura Italia, traccia una prospettiva che unisce impresa, territorio e identità. Tra i volti della manifestazione c'è anche quello di Giovanni Malagò, reduce dai successi delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina e ufficialmente candidato alla presidenza della Figc.
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