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2023-09-10
Il Covid si cura ma non vogliono dirlo
sarebbe ora di investire seriamente sulle terapie domiciliari. I protocolli esistono, di farmaci siamo pieni. Se gli anziani e i fragili, già stravaccinati, sono comunque in pericolo, bisogna schierare i medici di famiglia come soldati in battaglia. Organizzare una rete capillare e tempestiva di assistenza ai pazienti a rischio.
È questa l’arma per l’autunno e l’inverno, se davvero ci preoccupano il rialzo dei contagi e le nuove sottovarianti di Omicron. Non è una soluzione che esclude ulteriori richiami per le persone che li desiderino. Ma lo scenario, adesso, è cambiato: non è più tempo di rifilare a tutti la presunta panacea, per poi incolpare la minoranza di renitenti se, nonostante la profilassi di massa, le infezioni continuano ad aumentare e qualcuno finisce in ospedale. O, peggio, all’altro mondo.
Ieri, su Repubblica, Daniela Minerva s’è lasciata scappare quella che, da tabù impronunciabile, è diventata una verità sacrosanta: chi contrae il coronavirus va curato. La firma del quotidiano romano ha sottolineato che «i cittadini abbandonati a loro stessi si ammalano»; ha ricordato che si sono versati fiumi di parole, a proposito del «tentativo di creare delle strutture territoriali»; e ha lamentato che, nonostante le lunghe discussioni, «niente di quello che serve per portare le cure a casa degli italiani è stato realizzato». È vero. Lo è anche per colpa di chi, per mesi, per anni, ha finto che il Covid fosse intrattabile. Magari, perché l’unica preoccupazione era promuovere le dosi a mRna. Ricordate il ritornello? Le terapie domiciliari non sono alternative ai vaccini. Lo disse, tra gli altri, Pierpaolo Sileri, ex sottosegretario alla Salute. E si premurò di ribadirlo persino il professor Giuseppe Remuzzi, pioniere degli studi sugli antinfiammatori. Altri si sono resi protagonisti di ardite acrobazie. Matteo Bassetti era partito contestando l’immobilismo di Roberto Speranza - paracetamolo e vigile attesa. Poi, avviata la crociata contro i no vax, se l’è presa con «ciarlatani e mistificatori», rei di aver citato The Lancet: la prestigiosa rivista aveva appena pubblicato il lavoro della squadra di Remuzzi, sul facile ed economico trattamento precoce del Sars-Cov-2. Massimo Galli ha seguito una traiettoria ancora più stupefacente: a gennaio 2022, nonostante le tre dosi ricevute, fu salvato da una repentina somministrazione di monoclonali; cinque mesi dopo, ebbe il coraggio di affermare che le terapie mirate alla cura «non hanno senso».
Salti della quaglia e strafalcioni sono custoditi dagli implacabili archivi del Web. Intanto, per chi gestisce l’endemia, la priorità è un’altra. L’esecutivo può cedere alle prefiche delle mascherine, ai nostalgici dei lockdown. Tutte misure, dati alla mano, inutili nonché dannose. Per paura dei processi mediatici, può lasciarsi travolgere dall’ondata di terrore, che è il volano pubblicitario dell’ennesima tornata di punture. Oppure, può compiere il passo che gli elettori del centrodestra si aspettavano: puntare sulle terapie. Il loro lavoro, i vaccini lo hanno fatto. Se hanno funzionato, significa che il panico è ingiustificato; se, al contrario, siamo davvero in emergenza nonostante quattro o, in alcuni casi, cinque dosi, sarà meglio cambiare strategia. Anche perché, ormai, sappiamo come curare chi prende il Covid.
Senza addentrarci nelle diatribe sull’ivermectina, l’idrossiclorochina e gli integratori, citiamo una fonte incontestabile: il ministero. L’ultima circolare risale a febbraio 2022 e suggerisce di usare «farmaci antinfiammatori non steroidei - Fans - in caso di febbre o dolori articolari o muscolari», senza escludere il paracetamolo, «di utilità per il suo effetto antipiretico e analgesico»; prescrive, inoltre, appropriate idratazione e nutrizione; e invita a svolgere attività fisica a domicilio, nei limiti del possibile, per evitare il ricorso all’eparina. Lo step successivo presuppone l’accesso a «strutture abilitate alla prescrizione». Il medico curante, infatti, può valutare la «possibilità di trattamento precoce con anticorpi monoclonali o farmaci antivirali (nirmatrelvir/ritonavir, remdesivir, molnupiravir)». Gli antibiotici sono generalmente sconsigliati; tuttavia, l’azitromicina può servire a combattere eventuali infezioni polmonari batteriche. Tanto dovrebbe bastare per fare in modo che l’infettato non finisca in ospedale. Infine, per chi fosse alle prese con gli strascichi del contagio - il temuto long Covid - buone speranze arrivano da un’indagine tutta italiana: un mix di vecchi antistaminici e antiulcera mostra risultati promettenti.
I moventi di chi cavalca Eris e Pirola, rispolverando i bavagli, l’Amuchina e le iniezioni a raffica, sono chiari. Da un lato, il Covid è uno dei tanti alleati - insieme all’inflazione, all’Europa, agli sbarchi, alla cronaca nera - per picconare Giorgia Meloni; dall’altro, rinnegare i mantra del regime sanitario porterebbe a indesiderate confessioni. Ad esempio, che il green pass fu una violenta fesseria, o che sfruttare i non vaccinati come capro espiatorio fu un’operazione disonesta e riprovevole. Ci sarà tempo per le analisi retrospettive. Ma ora la palla ce l’ha il governo. Che fa? Va in porta? O si rifugia nel catenaccio?
«Altre dosi inutili agli under 75 sani»
La maggior parte delle persone di età inferiore ai 75 anni non ha bisogno di un altro richiamo di vaccino anti Covid. A dirlo è niente meno che il dottor Paul Allan Offit, pediatra americano e membro del comitato consultivo sui vaccini della Food and drug administration (Fda), già intervistato l’anno scorso dalla Verità quando votò contro l’autorizzazione dei bivalenti contro l’Omicron. Secondo il medico, la maggior parte dei suoi connazionali, cioè gli americani di mezza età oppure i giovani che non presentano malattie croniche, hanno un’immunità già sufficientemente forte grazie alle infezioni contratte in passato e alle precedenti dosi. I vaccini aggiornati, dunque, andrebbero destinati solo ai soggetti più fragili.
«Chi ha più di 75 anni, coloro che hanno problemi di salute tali da essere ad altissimo rischio di contrarre malattie gravi (come obesità, malattie croniche ai polmoni, malattie cardiache croniche e diabete), gli immunodepressi e le donne incinte». Questi gli individui che, secondo le dichiarazioni del dottor Offit al Daily Mail, dovrebbero sottoporsi alla vaccinazione. Tutti gli altri no. L’opinione, tra l’altro, è arrivata proprio mentre l’Fda si prepara ad approvare i nuovi richiami aggiornati di Pfizer e Moderna, concepiti per proteggere dalle nuove varianti. In molti pensano che Joe Biden approverà ancora una somministrazione indiscriminata su scala nazionale, invitando ogni cittadino al di sopra dei 5 anni a vaccinarsi. E questo nonostante altri Paesi come il Regno Unito abbiano indicato il richiamo solo agli adulti oltre i 65 anni, per dire - ancora una volta - di quanto la cosiddetta scienza sia in fin dei conti ben poco unanime.
I regali alle Big pharma, dunque, non si fermano. Pfizer e Moderna hanno annunciato che le nuovi dosi costeranno tra i 110 e i 130 dollari. Il governo americano non coprirà il costo dei richiami per tutti i cittadini, ma la maggior parte di essi potrà comunque ottenerli gratuitamente grazie alle assicurazioni sanitarie. Per i 28 milioni di americani non assicurati, invece, è già pronto un piano da oltre un miliardo di dollari. Tra l’altro, l’articolo online del Daily Mail riporta che la commissione di cui è membro il dottor Offit, composta - oltre che da lui - da altri 13 esperti, aveva votato contro il richiamo del vaccino Pfizer per tutti gli americani già a fine 2021, sostenendo che fosse necessario solo per i soggetti di età superiore ai 65 anni. In quell’occasione un comitato del Cdc (Centers for disease control and prevention) aveva seguito tale indicazione, ma il direttore dell’agenzia aveva poi sovvertito la decisione e imposto che l’inoculazione fosse offerta anche tutti gli adulti che lavoravano in ambienti ad alto rischio.
Ad ogni modo, il comitato del dottor Offit non sarà consultato quest’anno. Le raccomandazioni verranno nei prossimi giorni da un’altra commissione, interna al Cdc, che si occupa di immunizzazione. Già in passato, infatti, in un articolo apparso sul Wall Street Journal, il medico si era espresso in maniera critica riguardo all’approccio del governo sulla vaccinazione anti Covid. Ovviamente si era tirato addosso gli improperi dei sacerdoti del dogma vaccinale, a cui aveva reagito, nell’intervista rilasciata ad Alessandro Rico, con parole che quantomeno denotano una certa onestà intellettuale: «Se siamo così preoccupati di favorire le tesi dei no vax da non voler mettere in discussione nessuna decisione riguardante la salute pubblica, significa che abbiamo già perso». Ma la verità è che la scienza (quella vera) ha perso da tempo, perché l’inoculazione ormai non è un evento sanitario, bensì un rito per esorcizzare la paura, un’emozione che inibisce il pensiero.
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Rispuntano i «mostri» del green pass: giornali ed «esperti» pregustano il ritorno al regime della pandemia e alle sue imposizioni. Malgrado anni di bugie, di fronte a contagi in normale risalita servono solamente un medico e i farmaci. Che oggi ci sono: ecco quali.Il dottor Paul Allan Offit, membro di Fda, si era opposto all’autorizzazione dei bivalenti. Oggi sconsiglia i booster a chi non è un fragile: «C’è già la memoria immunitaria».Lo speciale contiene due articoli.sarebbe ora di investire seriamente sulle terapie domiciliari. I protocolli esistono, di farmaci siamo pieni. Se gli anziani e i fragili, già stravaccinati, sono comunque in pericolo, bisogna schierare i medici di famiglia come soldati in battaglia. Organizzare una rete capillare e tempestiva di assistenza ai pazienti a rischio. È questa l’arma per l’autunno e l’inverno, se davvero ci preoccupano il rialzo dei contagi e le nuove sottovarianti di Omicron. Non è una soluzione che esclude ulteriori richiami per le persone che li desiderino. Ma lo scenario, adesso, è cambiato: non è più tempo di rifilare a tutti la presunta panacea, per poi incolpare la minoranza di renitenti se, nonostante la profilassi di massa, le infezioni continuano ad aumentare e qualcuno finisce in ospedale. O, peggio, all’altro mondo.Ieri, su Repubblica, Daniela Minerva s’è lasciata scappare quella che, da tabù impronunciabile, è diventata una verità sacrosanta: chi contrae il coronavirus va curato. La firma del quotidiano romano ha sottolineato che «i cittadini abbandonati a loro stessi si ammalano»; ha ricordato che si sono versati fiumi di parole, a proposito del «tentativo di creare delle strutture territoriali»; e ha lamentato che, nonostante le lunghe discussioni, «niente di quello che serve per portare le cure a casa degli italiani è stato realizzato». È vero. Lo è anche per colpa di chi, per mesi, per anni, ha finto che il Covid fosse intrattabile. Magari, perché l’unica preoccupazione era promuovere le dosi a mRna. Ricordate il ritornello? Le terapie domiciliari non sono alternative ai vaccini. Lo disse, tra gli altri, Pierpaolo Sileri, ex sottosegretario alla Salute. E si premurò di ribadirlo persino il professor Giuseppe Remuzzi, pioniere degli studi sugli antinfiammatori. Altri si sono resi protagonisti di ardite acrobazie. Matteo Bassetti era partito contestando l’immobilismo di Roberto Speranza - paracetamolo e vigile attesa. Poi, avviata la crociata contro i no vax, se l’è presa con «ciarlatani e mistificatori», rei di aver citato The Lancet: la prestigiosa rivista aveva appena pubblicato il lavoro della squadra di Remuzzi, sul facile ed economico trattamento precoce del Sars-Cov-2. Massimo Galli ha seguito una traiettoria ancora più stupefacente: a gennaio 2022, nonostante le tre dosi ricevute, fu salvato da una repentina somministrazione di monoclonali; cinque mesi dopo, ebbe il coraggio di affermare che le terapie mirate alla cura «non hanno senso». Salti della quaglia e strafalcioni sono custoditi dagli implacabili archivi del Web. Intanto, per chi gestisce l’endemia, la priorità è un’altra. L’esecutivo può cedere alle prefiche delle mascherine, ai nostalgici dei lockdown. Tutte misure, dati alla mano, inutili nonché dannose. Per paura dei processi mediatici, può lasciarsi travolgere dall’ondata di terrore, che è il volano pubblicitario dell’ennesima tornata di punture. Oppure, può compiere il passo che gli elettori del centrodestra si aspettavano: puntare sulle terapie. Il loro lavoro, i vaccini lo hanno fatto. Se hanno funzionato, significa che il panico è ingiustificato; se, al contrario, siamo davvero in emergenza nonostante quattro o, in alcuni casi, cinque dosi, sarà meglio cambiare strategia. Anche perché, ormai, sappiamo come curare chi prende il Covid.Senza addentrarci nelle diatribe sull’ivermectina, l’idrossiclorochina e gli integratori, citiamo una fonte incontestabile: il ministero. L’ultima circolare risale a febbraio 2022 e suggerisce di usare «farmaci antinfiammatori non steroidei - Fans - in caso di febbre o dolori articolari o muscolari», senza escludere il paracetamolo, «di utilità per il suo effetto antipiretico e analgesico»; prescrive, inoltre, appropriate idratazione e nutrizione; e invita a svolgere attività fisica a domicilio, nei limiti del possibile, per evitare il ricorso all’eparina. Lo step successivo presuppone l’accesso a «strutture abilitate alla prescrizione». Il medico curante, infatti, può valutare la «possibilità di trattamento precoce con anticorpi monoclonali o farmaci antivirali (nirmatrelvir/ritonavir, remdesivir, molnupiravir)». Gli antibiotici sono generalmente sconsigliati; tuttavia, l’azitromicina può servire a combattere eventuali infezioni polmonari batteriche. Tanto dovrebbe bastare per fare in modo che l’infettato non finisca in ospedale. Infine, per chi fosse alle prese con gli strascichi del contagio - il temuto long Covid - buone speranze arrivano da un’indagine tutta italiana: un mix di vecchi antistaminici e antiulcera mostra risultati promettenti.I moventi di chi cavalca Eris e Pirola, rispolverando i bavagli, l’Amuchina e le iniezioni a raffica, sono chiari. Da un lato, il Covid è uno dei tanti alleati - insieme all’inflazione, all’Europa, agli sbarchi, alla cronaca nera - per picconare Giorgia Meloni; dall’altro, rinnegare i mantra del regime sanitario porterebbe a indesiderate confessioni. Ad esempio, che il green pass fu una violenta fesseria, o che sfruttare i non vaccinati come capro espiatorio fu un’operazione disonesta e riprovevole. Ci sarà tempo per le analisi retrospettive. Ma ora la palla ce l’ha il governo. Che fa? Va in porta? O si rifugia nel catenaccio?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/covid-cura-non-vogliono-dirlo-2665145242.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="altre-dosi-inutili-agli-under-75-sani" data-post-id="2665145242" data-published-at="1694284267" data-use-pagination="False"> «Altre dosi inutili agli under 75 sani» La maggior parte delle persone di età inferiore ai 75 anni non ha bisogno di un altro richiamo di vaccino anti Covid. A dirlo è niente meno che il dottor Paul Allan Offit, pediatra americano e membro del comitato consultivo sui vaccini della Food and drug administration (Fda), già intervistato l’anno scorso dalla Verità quando votò contro l’autorizzazione dei bivalenti contro l’Omicron. Secondo il medico, la maggior parte dei suoi connazionali, cioè gli americani di mezza età oppure i giovani che non presentano malattie croniche, hanno un’immunità già sufficientemente forte grazie alle infezioni contratte in passato e alle precedenti dosi. I vaccini aggiornati, dunque, andrebbero destinati solo ai soggetti più fragili. «Chi ha più di 75 anni, coloro che hanno problemi di salute tali da essere ad altissimo rischio di contrarre malattie gravi (come obesità, malattie croniche ai polmoni, malattie cardiache croniche e diabete), gli immunodepressi e le donne incinte». Questi gli individui che, secondo le dichiarazioni del dottor Offit al Daily Mail, dovrebbero sottoporsi alla vaccinazione. Tutti gli altri no. L’opinione, tra l’altro, è arrivata proprio mentre l’Fda si prepara ad approvare i nuovi richiami aggiornati di Pfizer e Moderna, concepiti per proteggere dalle nuove varianti. In molti pensano che Joe Biden approverà ancora una somministrazione indiscriminata su scala nazionale, invitando ogni cittadino al di sopra dei 5 anni a vaccinarsi. E questo nonostante altri Paesi come il Regno Unito abbiano indicato il richiamo solo agli adulti oltre i 65 anni, per dire - ancora una volta - di quanto la cosiddetta scienza sia in fin dei conti ben poco unanime. I regali alle Big pharma, dunque, non si fermano. Pfizer e Moderna hanno annunciato che le nuovi dosi costeranno tra i 110 e i 130 dollari. Il governo americano non coprirà il costo dei richiami per tutti i cittadini, ma la maggior parte di essi potrà comunque ottenerli gratuitamente grazie alle assicurazioni sanitarie. Per i 28 milioni di americani non assicurati, invece, è già pronto un piano da oltre un miliardo di dollari. Tra l’altro, l’articolo online del Daily Mail riporta che la commissione di cui è membro il dottor Offit, composta - oltre che da lui - da altri 13 esperti, aveva votato contro il richiamo del vaccino Pfizer per tutti gli americani già a fine 2021, sostenendo che fosse necessario solo per i soggetti di età superiore ai 65 anni. In quell’occasione un comitato del Cdc (Centers for disease control and prevention) aveva seguito tale indicazione, ma il direttore dell’agenzia aveva poi sovvertito la decisione e imposto che l’inoculazione fosse offerta anche tutti gli adulti che lavoravano in ambienti ad alto rischio. Ad ogni modo, il comitato del dottor Offit non sarà consultato quest’anno. Le raccomandazioni verranno nei prossimi giorni da un’altra commissione, interna al Cdc, che si occupa di immunizzazione. Già in passato, infatti, in un articolo apparso sul Wall Street Journal, il medico si era espresso in maniera critica riguardo all’approccio del governo sulla vaccinazione anti Covid. Ovviamente si era tirato addosso gli improperi dei sacerdoti del dogma vaccinale, a cui aveva reagito, nell’intervista rilasciata ad Alessandro Rico, con parole che quantomeno denotano una certa onestà intellettuale: «Se siamo così preoccupati di favorire le tesi dei no vax da non voler mettere in discussione nessuna decisione riguardante la salute pubblica, significa che abbiamo già perso». Ma la verità è che la scienza (quella vera) ha perso da tempo, perché l’inoculazione ormai non è un evento sanitario, bensì un rito per esorcizzare la paura, un’emozione che inibisce il pensiero.
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
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@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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