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«Covid, chiudersi in casa aumenta i contagi»

«Covid, chiudersi in casa aumenta i contagi»
Getty Images
  • Confessione choc dell’Oms: dopo aver obbligato mezzo mondo ai lockdown, ammette che la misura peggiora la diffusione del virus. Svelati i contratti di Pfizer & C.: l’Ue ci ha fatto pagare i vaccini il doppio del Sudafrica.
  • Svelati i contratti tra Città del Capo e Pfizer: le dosi sono costate 10 dollari, contro i 18,9 sborsati da Bruxelles. All’Unione africana ne hanno chiesti meno di 7. È il capolavoro degli acquisti centralizzati e dei negoziati via messaggio tra Ursula Von der Leyen e Albert Bourla.

Lo speciale contiene due articoli.


La verità, a volte, ti scappa anche se non vuoi. Ad esempio, capita che l’ennesima dimostrazione che i lockdown furono inutili - anzi, dannosi - emerga nel bel mezzo di un discorso sull’aumento dei contagi da Covid. Uno sproloquio sulle «tendenze preoccupanti» in vista dell’autunno e dell’inverno, per citare la formula usata da Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore dell’Oms.

Guardate cosa è spuntato tra le pieghe dei messaggi allarmistici che tornano a rimbalzare, guarda caso, in concomitanza con l’approvazione dei nuovi vaccini. Maria Van Kerkhove, responsabile tecnica dell’Organizzazione mondiale della sanità, l’altro giorno stava riferendo che l’agenzia Onu stima vi siano «centinaia di migliaia di persone ricoverate in ospedale», per colpa delle nuove varianti in circolazione, Pirola ed Eris, per ora dominante in Italia. Secondo l’esperta, «questo dato è preoccupante, perché, in alcuni Paesi, si verificheranno mesi più freddi». Proprio una bella scoperta, penserete: da ottobre in avanti, le temperature si abbassano e diventano più frequenti i classici malanni. Non serviva ce lo spiegasse l’Oms. Vero. Ma leggete quale sarebbe il problema: con il gelo, «le persone tenderanno a trascorrere più tempo in casa e i virus aerotrasportati come il Covid ne trarranno vantaggio».

Un momento: abbiamo capito bene? La stagione fredda moltiplicherà le infezioni poiché, anziché passare il tempo all’aperto, la gente rimarrà al calduccio fra quattro mura? Non vi suona un tantino bizzarro? A noi sì. Ricordate? All’inizio della pandemia, le disposizioni erano diverse: «State a casa». Era il motto del governo Conte, rilanciato dai Vip che filmavano la loro routine domestica, diffuso urbi et orbi sui canali social. Ci eravamo fidati: se i luminari sostengono che è meglio barricarsi, avranno delle buone ragioni. Gli italiani, atterriti dai bollettini quotidiani della Protezione civile e dalle drammatiche testimonianze che arrivavano dalle terapie intensive, furono uno dei popoli che con maggior sollecitudine si conformò all’ordine di confinamento. Adesso, con la stessa sicumera, i numi tutelari della sanità pubblica ci spiegano che, a tre anni e mezzo dal tampone sul paziente 1 di Codogno, dovremmo avere ancora paura. E come mai? Perché il freddo ci costringerà a fare esattamente la stessa cosa che ci chiedevano, o meglio, che ci imponevano di fare: tapparci in casa.

Qualche sospetto era sorto già mentre i reclusi strimpellavano dai balconi. A ogni comparsata televisiva, le autorità promettevano svolte nell’arco di due settimane; in realtà, la serrata iniziò a marzo 2020 e i casi di Covid non iniziarono a declinare prima di metà aprile, tanto che la «fase 2» partì solamente il 3 maggio. Vuoi vedere che riunire famiglie a volte numerose sotto uno stesso tetto, ossia in un luogo nel quale è impossibile adottare misure di distanziamento e isolamento, ha favorito la diffusione del virus, piuttosto che arrestarla? Chi coltivava il dubbio era trattato da negazionista. Poi, comparvero le parziali ammissioni. Si osservò che d’estate, con una vita meno sedentaria, le occasioni di contagio tendevano a ridursi. Con l’approssimarsi delle festività natalizie, all’improvviso, furono gli assembramenti in sala da pranzo a configurare l’emergenza da affrontare con finestre spalancate e mascherine tra una portata e l’altra. Insomma, i «competenti» rispolverarono i sempreverdi manuali di epidemiologia. Ormai, lo confessa persino l’Oms: al chiuso, le infezioni aumentano. Per arrivarci, sarebbe bastata un’infarinata sulle modalità di trasmissione aerea degli agenti patogeni. Fatto sta che l’ente delle Nazioni Unite, non volendo, inchioda alla loro assurdità le misure che ci venivano propinate come l’unica ancora di salvezza.

Peraltro, la sortita della Van Kerkhove segue a stretto giro lo studio dell’Irccs Gaslini di Genova, che ha certificato l’ennesimo effetto collaterale dei lockdown: un’impennata di casi di pubertà precoce, trainati dall’aumento di massa corporea nei mesi di immobilità forzata, specie tra le bambine. E non stiamo a rivangare ogni strascico esiziale dei diktat: visite e screening oncologici saltati, terapie mai eseguite… Ce n’è in abbondanza per confermare l’urgenza della commissione d’inchiesta. Come stanno le cose l’abbiamo capito, sì. Ma se a metterle nero su bianco fosse il Parlamento, otterremmo il crisma dell’ufficialità. Cominceremmo a organizzare in un resoconto sistematico e coerente la storia della gestione della pandemia. E, soprattutto, stabiliremmo in modo definitivo quali provvedimenti non andranno mai più adottati, qualora fossimo sorpresi da una nuova pandemia. In attesa che, a qualcuno, venga voglia di indagare a fondo sui vaccini.

Abbiamo pagato i vaccini più del Sudafrica

Il Sudafrica ha pagato il vaccino Pfizer quasi il 50% in meno di quanto contrattato dall’Europa. Al colosso farmaceutico diede 10 dollari a dose, rispetto ai 18,9 dollari versati dalla Ue.

Per carità, ben venga che Paesi terzi, soprattutto se a basso reddito, riescano ad accaparrarsi un farmaco a costi ridotti, però è singolare che l’unico membro africano del G20 (e con reddito medio alto), abbia speso di più per il vaccino Astrazeneca e per quello di Johnson & Johnson, mentre ha ottenuto un forte sconto là dove la nostra Ue ha miseramente fallito. Prima, con il negoziato condotto da Sandra Gallina della direzione generale Salute della Commissione europea, con i contratti di pre acquisto per i vaccini, e che ci fece pagare ogni dose di Pfizer 18,9 dollari (15,5 euro). Poi, quando nelle trattative subentrò il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen e i costi ebbero un’ulteriore impennata. Ricorderete lo scambio degli sms con il numero uno del colosso farmaceutico, Albert Bourla, svelato dal New York Times ad aprile 2021, e il cui contenuto è rimasto ignoto perché i messaggi «non si trovano più» e «non è stata tenuta alcuna registrazione», stando alle sconcertanti dichiarazioni della Commissione stessa. Quegli accordi confidenziali quanto influirono sul prezzo delle ulteriori dosi concordate? Sebbene l’Ue avesse già firmato due accordi per 600 milioni di dosi con Pfizer, a inizio 2021 furono ordinati altri 900 milioni di dosi di vaccino, con l’opzione di acquistare ulteriori 900 milioni, per un valore di 35 miliardi di euro.

Il costo lievitò da 15,5 euro (18,9 dollari) a 19,5 euro (23,15 dollari), grazie alle trattative contrattuali condotte direttamente dalla von der Leyen che chiedeva di riservare ancora 1,8 miliardi di dosi. Anche la Corte dei conti europea confermò che con quel contratto qualcosa «è andato diversamente». Un flop colossale della centralizzazione degli acquisti di vaccino, per il quale stanno ancora pagando i cittadini europei.

Il Sudafrica, invece, è riuscito a spuntare un costo quasi dimezzato. Lo si può vedere dai contratti non oscurati, che la Ong Health justice initiative è riuscita ad avere dal Dipartimento nazionale della sanità sudafricano, dopo il pronunciamento nei giorni scorsi dell’alta Corte di Pretoria. Tutti i contratti relativi al vaccino Covid-19 e i documenti relativi alle negoziazioni dovevano essere resi pubblici entro 10 giorni dalla sentenza.

In quei documenti, citati da Politico.eu, sono indicati i prezzi pagati al Serum Institute of India, produttore del vaccino Oxford/Astrazeneca (5,35 dollari per dose, contro 2,17 dollari versati dall’Ue. Circa due volte e mezzo in più) e a J&J per Janssen (10 dollari a dose, +15%).

L’organizzazione no profit denuncia anche le clausole secondo le quali il Sudafrica deve chiedere il permesso prima di cedere o vendere le dosi già acquistate da Astrazeneca, J&J e Pfizer. Dopo aver visionato il materiale, l’avvocato Fatima Hassan fondatrice della Health justice initiative ha parlato «di pernicioso bullismo farmaceutico e mano pesante». Ha aggiunto: «I termini e le condizioni di questi contratti e accordi sono così unilaterali e così a favore delle multinazionali, che sono incredibili».

Per quanto riguarda gli accordi fra Pfizer laboratories e il governo della Repubblica del Sudafrica, in base al contratto di produzione e fornitura stipulato attraverso il dipartimento nazionale della Salute il 30 marzo 2021, furono acquistati 20 milioni di dosi a 10 dollari l’una, per un totale di 200 milioni di dollari. Secondo la Ong, si trattava comunque di un prezzo superiore al prezzo di costo di 6,75 dollari che sarebbe stato addebitato all’Unione africana.

Il pagamento anticipato non superava i 40 milioni di dollari. Numeri bassissimi, rispetto alla spesa fatta dalla Ue in casa Pfizer, con il portafoglio dei contribuenti. A ottobre 2020, l’Unione europea dichiarò di aver pagato circa 1 miliardo di euro in acconti ad Astrazeneca, Sanofi e Johnson & Johnson per le loro vaccinazioni, con ulteriori 1,45 miliardi di euro stanziati per pagamenti anticipati a Pfizer-Biontech, Moderna e Curevac.

Dopo il terzo contratto con Pfizer, concordato in forma privata da von der Leyen con l’ad Bourla, a maggio 2021 il commissario Ue per la Salute e la sicurezza alimentare, Stella Kyriakides, proclamò: «Dobbiamo essere un passo avanti al virus. Ciò significa avere accesso a vaccini adattati per proteggerci dalla minaccia di varianti, vaccini di richiamo per prolungare l’immunità e proteggere la nostra popolazione più giovane».

Si è visto bene che così non è stato. E adesso si acquista un vaccino non aggiornato rispetto a varianti che mutano rapidamente, pur non risultando pericolose.

«Bossi era un buono ma disse: per il federalismo, mi alleerei col demonio»
Maura Locatelli con Umberto Bossi
Maura Locatelli, storica segretaria del Senatùr: «Battei a macchina il discorso del Ribaltone. Quando Umberto fu eletto, Andreotti gli offrì soldi per ritirare il simbolo: rifiutò».

«Mi spiace non essere riuscita a salutarlo per l’ultima volta». Maura Locatelli ha una voce sottile e i ricordi teneri come fotografie di famiglia. È stata la segretaria di Umberto Bossi per 15 anni, quelli ruggenti e decisivi, quelli della Lega di lotta e di governo. Oggi chiude gli occhi e vede tutti i Bossi possibili: il segretario indaffarato, il politico scaltro, soprattutto l’uomo del popolo che ha saputo interpretare i sogni della gente del Nord senza cravatta. La rossa di via Bellerio ha un’urgenza, «descrivere, a beneficio di chi non l’ha conosciuto, l’umanità di una persona speciale».

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Bossi e la sua spiegazione della devolution: «Lo Stato non può più “fognattare”»
Umberto Bossi (Ansa)
Nel salotto tv del nostro direttore, nel lontano 2003, il fondatore del Carroccio illustrò la sua visione: «Le Regioni devono gestirsi in autonomia denari e competenze. Il Nord è grande ma è un nano politico».

Riproponiamo un’intervista realizzata da Maurizio Belpietro a Umberto Bossi nel 2003 per la trasmissione L’Antipatico in onda sulle reti Mediaset. All’epoca il leghista era ministro per le Riforme istituzionali e la Devoluzione nel governo Berlusconi II.

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Referendum, pericolo brogli dai suffragi esteri. Astensione forzata per i fuorisede
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Giorgia Meloni: «Troppa caciara durante la campagna elettorale, è l’ora della meritocrazia».

Il premier ieri sera ha corso gli ultimi 100 metri della campagna referendaria da Bruno Vespa, a Cinque minuti, dove si è tolta diversi sassolini dalle scarpe: «Non è stata una bella campagna elettorale. C’è stato un tentativo di buttarla in caciara e individuare il nemico.

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Mario Fresa, consigliere di Cassazione, teorizzava la questione morale, ma è stato indagato per percosse su due donne. I colleghi l’hanno lasciato al suo posto. Ecco gli audio choc.

«Tua madre è la classica straniera morta di fame che viene in Italia, si sposa un ricco e famoso e dopodiché gli rovina la vita e si vuole fottere pure il patrimonio. Questo è mamma tua. Però con me purtroppo ha sbagliato». È l’1 novembre 2023 e questa è l’educazione poco siberiana e molto latina impartita al figlio di 5 anni da Mario Fresa, un magistrato considerato per anni uno dei campioni del progressismo in toga. Un uomo che appena tre mesi fa è uscito indenne, davanti al Csm, da una richiesta di trasferimento d’ufficio «per incompatibilità ambientale e/o funzionale». Una dolorosa vicenda che, di fronte agli audio che La Verità pubblica oggi sul suo sito, rischia di diventare la prova provata dell’inefficacia della giustizia disciplinare in house del Csm.

Clicca qui per ascoltare il secondo audio.

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