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2019-07-05
Così toglievano i figli alle famiglie senza nemmeno fare le verifiche
Ansa
Una delle assistenti sociali ha addirittura ammesso, dopo aver descritto la casa di una delle famiglie alle quali sono stati sottratti illecitamente i bambini come fatiscente e inadeguata, di non essere mai stata nell'abitazione. Dalla carte dell'inchiesta «Angeli e demoni» della Procura di Reggio Emilia continuano a saltare fuori particolari inquietanti che descrivono quel sistema che ancora oggi qualcuno cerca di difendere. Un sistema che cercava a tutti i costi abusi sessuali che, in realtà, non c'erano mai stati.
«Vi sono una serie di elementi indiziari», sottolineano gli inquirenti, «che inducono a ritenere che vi fosse una consapevole volontà da parte del servizio sociale di spingere sulla dubbia situazione di dubbio di abuso sessuale, in modo da accreditarne l'effettività, a prescindere dalle prove esistenti». Una delle testimoni, infatti, ha riferito agli investigatori che «un'assistente sociale molto vicina alla Anghinolfi (Federica Anghinolfi, responsabile del servizio sociale integrato dell'Unione di Comuni della Val d'Enza, ndr) aveva chiesto alla madre di una delle bimbe di fare denuncia contro il papà». Ecco le sue parole: «Lo so perché eravamo presenti anche noi. Quando la donna è andata da loro da sola continuava a dire che i servizi sociali insistevano perché lei facesse la denuncia».
In un altro passaggio i magistrati scrivono: «Confermativi anche i ricordi sul punto della madre, in ordine alle istanze della Anghinolfi per sollecitare l'avvio di un procedimento penale riguardante i pretesi abusi sessuali». Ecco le parole della mamma: «La Anghinolfi ci ha chiesto come mai non avevamo fatto la denuncia riguardo alle dichiarazioni della bimba. Io le ho spiegato che ci era stato detto che la segnalazione avrebbe attivato un procedimento d'ufficio che sarebbe comunque andato avanti. La Anghinolfi mi disse che era grave che io non lo facessi e mi chiese se io credevo o no alle dichiarazioni della bambina. Lì i servizi sociali ci hanno chiesto di recarci da loro per notificarci l'altro decreto di allontanamento».
L'assistente sociale, a quel punto, secondo l'accusa, «era perfettamente consapevole che le frasi attribuite alla bambina erano artatamente modificate». In un altro caso, dopo la solita segnalazione, l'autorità giudiziaria per i minorenni delegò i servizi sociali a verificare le condizioni in cui viveva uno dei bimbi vittima d'allontanamento. Nella relazione gli assistenti sociali scrivono: «La casa appare spoglia e le operatrici non hanno visualizzato giocattoli». Quel documento ufficiale, però, come hanno verificato i carabinieri, presentava elementi di falsità. «In un sopralluogo di pochi mesi successivi, i militari rilevavano nel domicilio una condizione positiva e assolutamente diversa da quella riscontrata e descritta nella relazione del servizio sociale». Infatti c'erano giochi di società, videogiochi di ultima generazione, un piccolo calcio balilla e molte foto del bambino durante le sue fasi di crescita in compagnia dei genitori e dei nonni (anche loro demonizzati negli incartamenti degli assistenti sociali)».
Le relazioni sembrano una la fotocopia dell'altra. Si faceva leva sulle condizioni della casa, sulla salute dei bambini, sui litigi familiari e soprattutto sugli abusi sessuali. C'era una strategia, insomma, per scippare i bambini alle loro famiglie. Bugie create ad arte, come dimostrano anche i servizi mandati in onda l'altra sera da Chi l'ha visto?, tra i pochi, oltre alla Verità, a continuare a raccontare il caso. In un tweet, dall'account ufficiale, la redazione di Federica Sciarelli mostra un verbale d'interrogatorio di una delle assistenti sociali che ha ammesso davanti ai magistrati di aver riportato particolari falsi in una relazione di servizio.
Dall'altro lato, però, c'è chi critica il lavoro d'inchiesta. Dopo l'associazione dei magistrati per i minorenni e per la famiglia che ha descritto le notizia di stampa pubblicate nei giorni scorsi una «semplificazione dei fatti, non approfonditi né contestualizzati», è arrivato il commento del garante regionale dell'Emilia Romagna per l'infanzia e l'adolescenza Maria Clede Garavini. La difesa d'ufficio: «I servizi sociali e sanitari da tempo sono impegnati a tutelare e curare bambini e adolescenti al fine di favorire le condizioni necessarie al loro benessere e alla loro salute». In Emilia Romagna secondo la Garavini, «per affrontare queste situazioni così impegnative, la Regione ha emanato fin dal 2013 il documento sulle linee di indirizzo regionale per l'accoglienza e la cura di bambini e adolescenti vittime di maltrattamenti abuso, che indicano un percorso dettagliato di prevenzione, valutazione e presa in carico». E come se nulla fosse accaduto, difende «le competenze professionali maturate e sedimentate negli anni».
Le stesse messe in campo dai servizi sociali in Val d'Enza, supportate dalla Onlus Hansel e Gretel, e che sono crollate sotto l'inchiesta «Angeli e demoni».
Anche la Procura di Torino indaga. Si accelera sulla commissione
I metodi usati dalla Hansel e Gretel, la Onlus di Moncalieri al centro dell'inchiesta che a Reggio Emilia hanno ribattezzato «Angeli e demoni», non sono passati inosservati anche a Torino, dove in Procura hanno aperto un fascicolo. Sotto la lente degli investigatori è finita una consulenza della psicoterapeuta Nadia Bolognini, agli arresti domiciliari insieme al marito Claudio Foti, direttore scientifico e guru della Onlus (l'altro giorno si è difeso sostenendo che gli inquirenti hanno dato una lettura distorta dei fatti). Ma ora anche a Torino verificheranno se, come segnalato ai magistrati da alcuni avvocati, gli abusi venivano affibbiati con troppa nonchalance.
Da tempo, infatti, Procura e Tribunale di Torino non assegnano consulenze tecniche d'ufficio al guru di Hansel e Gretel e al suo pool. Il caso, riporta Repubblica sulla cronaca torinese, è stato affidato al pm Giulia Rizzo. La bestia nera del metodo Foti, che negli anni si è scontrata spesso nelle aule giudiziarie con gli strizzacervelli della Hansel e Gretel, è la penalista Elena Negri. A Reggio Emilia, invece, gli interrogatori di garanzia andranno avanti. Oggi hanno appuntamento col gip Imelda Bonaretti e Matteo Mossini, psicologi dell'Ausl reggiana, e Nadia Campani, responsabile dell'ufficio di piano dell'Unione Val d'Enza.
Con altri cinque indagati, il giudice si è trovato davanti un muro d'omertà. La coordinatrice dei servizi sociali della Val d'Enza, Marietta Veltri, la psicoterapeuta Bolognini, l'assistente sociale Annalisa Scalabrini, Fadia Bassmaji e Daniela Bedogni, le Lgbt che avevano in affidamento una bambina, poi allontanata dalla coppia, si sono avvalse della facoltà di non rispondere. Ma a contrastare i tentativi di proteggere il sistema Hansel e Gretel ora c'è anche una Commissione d'inchiesta sulle case famiglia. L'ha chiesta e ottenuta ieri mattina il presidente della commissione Giustizia del Senato, il leghista Andrea Ostellari.
Ostellari, in accordo con i ministri Matteo Salvini e Lorenzo Fontana, ha sollecitato il trasferimento in sede deliberante del disegno di legge, fortemente voluto da Fontana, per l'istituzione della Commissione parlamentare d'inchiesta sulle attività connesse alle comunità che accolgono minori. L'obiettivo, ha spiegato Ostellari, «è quello di far luce sui casi sospetti e garantire protezione dei minori e controlli mirati».
«Bene, non possiamo più aspettare. Dalle parole ai fatti. E conto di essere presto in provincia di Reggio Emilia, dove è successo un caso allucinante che non può e non deve ripetersi», ha annunciato Salvini.
«Avanti decisi e uniti con l'operazione trasparenza e per dare le massime garanzie di protezione e tutela a minori e famiglie», ha commentato soddisfatto Fontana.
E mentre oggi alle 12 Fratelli d'Italia sarà davanti al Comune di Bibbiano per tenere alta l'attenzione sullo scandalo, il presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Emilia, Giuseppe Spadaro, ha avviato un'indagine interna per rivalutare e riverificare da capo i casi di cinque bambini presi in carico dagli indagati.
«Il sindaco dem è indifendibile, si dimetta»
Maria Edera Spadoni, vicepresidente della Camera del Movimento 5 stelle, è nata a Montecchio Emilia, paese in provincia di Reggio Emilia tra i più importanti della Val d'Enza. In sostanza, è cresciuta proprio nel cuore di quel territorio che oggi viene scosso dall'inchiesta «Angeli e demoni» riguardante gli affidi illeciti e gli abusi sui minori.
Anche per questo motivo, nei giorni scorsi, la Spadoni, ha deciso di prendere di petto la vicenda, invitando i numerosi protagonisti a prendersi le proprie responsabilità, personali ma soprattutto politiche.
Spadoni, lei ha chiesto le dimissioni del sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, che però non è interdetto dai pubblici uffici.
«Io parto da quello che è scritto nell'ordinanza che lo riguarda. Certo, ciascuno è innocente fino a prova contraria, ma qui parliamo di uno che è agli arresti domiciliari. La giustizia deve fare il suo corso e sarà la magistratura a stabilire quali siano le sue responsabilità in questa storia. Ma secondo noi dovrebbe essere messo alla porta a livello politico».
In tutta questa vicenda sembra emergere un vero e proprio sistema a cui il Pd ha fatto da sponda politica. Che ne pensa?
«Sempre nell'ordinanza che riguarda Carletti c'è scritto che la sua “copertura politica" degli altri indagati era “continuativa e sistematica". Dunque che ci fosse un sistema non lo si può negare in alcun modo. Tra i 29 indagati, ricordiamo, c'è l'assistente sociale Federica Anghinolfi, che veniva presentata dal Pd come un modello durante le audizioni... Che ci fosse un sistema, ripeto, era evidente».
E che questo sistema non andasse lo si poteva capire anche prima, forse. No?
«Già la nostra Natascia Cersosimo, due anni fa, aveva sollevato dei dubbi sul numero di minori dati in affido in Val d'Enza. E infatti Carletti e l'Anghinolfi nel 2016 sono stati invitati in commissione per l'infanzia e l'adolescenza a parlare proprio di questo argomento. Come risulta dal resoconto stenografico, la Anghinolfi parlava di 900 minori seguiti dai sevizi sociali su 12.000 totali. È una percentuale allarmante. E invece di verificare quello che stava succedendo, lo hanno giustificato».
Federica Anghinolfi, però, è difesa dall'avvocato Rossella Ognibene, già candidata del Movimento a sindaco di Reggio Emilia.
«Infatti ha deciso di farsi da parte. Ovviamente è tutto lecito: lei può difendere chi vuole, ma la sua decisione cozzava con gli indirizzi politici del M5s. Io avrei preferito che rimanesse come consigliere comunale perché è professionale e molto attenta ai dettagli, ma nessuno può obbligare un avvocato a non difendere un cliente. Non lo nego: il dispiacere c'è. Da qui però a scrivere che ci siamo spaccati su questa storia...».
Il Movimento del Piemonte ha donato 195.000 euro a varie associazioni tra cui il centro Hansel e Gretel che è coinvolto nell'inchiesta.
«Siamo rimasti tutti un po' sconvolti. È stata una notizia che ci ha amareggiato. I consiglieri piemontesi hanno chiesto la restituzione della somma. Ma questo episodio deve permetterci di aprire una riflessione sulle restituzioni, cioè sui nostri soldi che non finiscono al partito ma al microcredito o altre iniziative utili».
Ovvero?
«Io da sola ho restituito oltre 200.000 euro. Dobbiamo aprire un confronto sulla destinazione di questi soldi. Noi li possiamo donare in buona fede a una Onlus, ma come facciamo a essere del tutto sicuri? Come facciamo a escludere che poi salti fuori un'inchiesta? Per questo serve iniziare una riflessione».
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Chi l'ha visto? mostra i metodi utilizzati per strappare i piccini ai genitori: «Fateci entrare, siamo delle protezione animali». A un genitore contestarono che la casa era sporca. Ma non l'avevano vista.Investigatori al lavoro sul centro Hansel e Gretel. Il Parlamento vota per l'inchiesta.La vicepresidente della Camera: «Donazioni a Hansel e Gretel? Dobbiamo valutare meglio a chi dare soldi».Lo speciale contiene tre articoli. Una delle assistenti sociali ha addirittura ammesso, dopo aver descritto la casa di una delle famiglie alle quali sono stati sottratti illecitamente i bambini come fatiscente e inadeguata, di non essere mai stata nell'abitazione. Dalla carte dell'inchiesta «Angeli e demoni» della Procura di Reggio Emilia continuano a saltare fuori particolari inquietanti che descrivono quel sistema che ancora oggi qualcuno cerca di difendere. Un sistema che cercava a tutti i costi abusi sessuali che, in realtà, non c'erano mai stati. «Vi sono una serie di elementi indiziari», sottolineano gli inquirenti, «che inducono a ritenere che vi fosse una consapevole volontà da parte del servizio sociale di spingere sulla dubbia situazione di dubbio di abuso sessuale, in modo da accreditarne l'effettività, a prescindere dalle prove esistenti». Una delle testimoni, infatti, ha riferito agli investigatori che «un'assistente sociale molto vicina alla Anghinolfi (Federica Anghinolfi, responsabile del servizio sociale integrato dell'Unione di Comuni della Val d'Enza, ndr) aveva chiesto alla madre di una delle bimbe di fare denuncia contro il papà». Ecco le sue parole: «Lo so perché eravamo presenti anche noi. Quando la donna è andata da loro da sola continuava a dire che i servizi sociali insistevano perché lei facesse la denuncia». In un altro passaggio i magistrati scrivono: «Confermativi anche i ricordi sul punto della madre, in ordine alle istanze della Anghinolfi per sollecitare l'avvio di un procedimento penale riguardante i pretesi abusi sessuali». Ecco le parole della mamma: «La Anghinolfi ci ha chiesto come mai non avevamo fatto la denuncia riguardo alle dichiarazioni della bimba. Io le ho spiegato che ci era stato detto che la segnalazione avrebbe attivato un procedimento d'ufficio che sarebbe comunque andato avanti. La Anghinolfi mi disse che era grave che io non lo facessi e mi chiese se io credevo o no alle dichiarazioni della bambina. Lì i servizi sociali ci hanno chiesto di recarci da loro per notificarci l'altro decreto di allontanamento». L'assistente sociale, a quel punto, secondo l'accusa, «era perfettamente consapevole che le frasi attribuite alla bambina erano artatamente modificate». In un altro caso, dopo la solita segnalazione, l'autorità giudiziaria per i minorenni delegò i servizi sociali a verificare le condizioni in cui viveva uno dei bimbi vittima d'allontanamento. Nella relazione gli assistenti sociali scrivono: «La casa appare spoglia e le operatrici non hanno visualizzato giocattoli». Quel documento ufficiale, però, come hanno verificato i carabinieri, presentava elementi di falsità. «In un sopralluogo di pochi mesi successivi, i militari rilevavano nel domicilio una condizione positiva e assolutamente diversa da quella riscontrata e descritta nella relazione del servizio sociale». Infatti c'erano giochi di società, videogiochi di ultima generazione, un piccolo calcio balilla e molte foto del bambino durante le sue fasi di crescita in compagnia dei genitori e dei nonni (anche loro demonizzati negli incartamenti degli assistenti sociali)». Le relazioni sembrano una la fotocopia dell'altra. Si faceva leva sulle condizioni della casa, sulla salute dei bambini, sui litigi familiari e soprattutto sugli abusi sessuali. C'era una strategia, insomma, per scippare i bambini alle loro famiglie. Bugie create ad arte, come dimostrano anche i servizi mandati in onda l'altra sera da Chi l'ha visto?, tra i pochi, oltre alla Verità, a continuare a raccontare il caso. In un tweet, dall'account ufficiale, la redazione di Federica Sciarelli mostra un verbale d'interrogatorio di una delle assistenti sociali che ha ammesso davanti ai magistrati di aver riportato particolari falsi in una relazione di servizio. Dall'altro lato, però, c'è chi critica il lavoro d'inchiesta. Dopo l'associazione dei magistrati per i minorenni e per la famiglia che ha descritto le notizia di stampa pubblicate nei giorni scorsi una «semplificazione dei fatti, non approfonditi né contestualizzati», è arrivato il commento del garante regionale dell'Emilia Romagna per l'infanzia e l'adolescenza Maria Clede Garavini. La difesa d'ufficio: «I servizi sociali e sanitari da tempo sono impegnati a tutelare e curare bambini e adolescenti al fine di favorire le condizioni necessarie al loro benessere e alla loro salute». In Emilia Romagna secondo la Garavini, «per affrontare queste situazioni così impegnative, la Regione ha emanato fin dal 2013 il documento sulle linee di indirizzo regionale per l'accoglienza e la cura di bambini e adolescenti vittime di maltrattamenti abuso, che indicano un percorso dettagliato di prevenzione, valutazione e presa in carico». E come se nulla fosse accaduto, difende «le competenze professionali maturate e sedimentate negli anni». 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Sotto la lente degli investigatori è finita una consulenza della psicoterapeuta Nadia Bolognini, agli arresti domiciliari insieme al marito Claudio Foti, direttore scientifico e guru della Onlus (l'altro giorno si è difeso sostenendo che gli inquirenti hanno dato una lettura distorta dei fatti). Ma ora anche a Torino verificheranno se, come segnalato ai magistrati da alcuni avvocati, gli abusi venivano affibbiati con troppa nonchalance. Da tempo, infatti, Procura e Tribunale di Torino non assegnano consulenze tecniche d'ufficio al guru di Hansel e Gretel e al suo pool. Il caso, riporta Repubblica sulla cronaca torinese, è stato affidato al pm Giulia Rizzo. La bestia nera del metodo Foti, che negli anni si è scontrata spesso nelle aule giudiziarie con gli strizzacervelli della Hansel e Gretel, è la penalista Elena Negri. A Reggio Emilia, invece, gli interrogatori di garanzia andranno avanti. Oggi hanno appuntamento col gip Imelda Bonaretti e Matteo Mossini, psicologi dell'Ausl reggiana, e Nadia Campani, responsabile dell'ufficio di piano dell'Unione Val d'Enza. Con altri cinque indagati, il giudice si è trovato davanti un muro d'omertà. La coordinatrice dei servizi sociali della Val d'Enza, Marietta Veltri, la psicoterapeuta Bolognini, l'assistente sociale Annalisa Scalabrini, Fadia Bassmaji e Daniela Bedogni, le Lgbt che avevano in affidamento una bambina, poi allontanata dalla coppia, si sono avvalse della facoltà di non rispondere. Ma a contrastare i tentativi di proteggere il sistema Hansel e Gretel ora c'è anche una Commissione d'inchiesta sulle case famiglia. L'ha chiesta e ottenuta ieri mattina il presidente della commissione Giustizia del Senato, il leghista Andrea Ostellari. Ostellari, in accordo con i ministri Matteo Salvini e Lorenzo Fontana, ha sollecitato il trasferimento in sede deliberante del disegno di legge, fortemente voluto da Fontana, per l'istituzione della Commissione parlamentare d'inchiesta sulle attività connesse alle comunità che accolgono minori. L'obiettivo, ha spiegato Ostellari, «è quello di far luce sui casi sospetti e garantire protezione dei minori e controlli mirati». «Bene, non possiamo più aspettare. Dalle parole ai fatti. E conto di essere presto in provincia di Reggio Emilia, dove è successo un caso allucinante che non può e non deve ripetersi», ha annunciato Salvini. «Avanti decisi e uniti con l'operazione trasparenza e per dare le massime garanzie di protezione e tutela a minori e famiglie», ha commentato soddisfatto Fontana. E mentre oggi alle 12 Fratelli d'Italia sarà davanti al Comune di Bibbiano per tenere alta l'attenzione sullo scandalo, il presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Emilia, Giuseppe Spadaro, ha avviato un'indagine interna per rivalutare e riverificare da capo i casi di cinque bambini presi in carico dagli indagati. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cosi-toglievano-i-figli-alle-famiglie-senza-nemmeno-fare-le-verifiche-2639084443.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-sindaco-dem-e-indifendibile-si-dimetta" data-post-id="2639084443" data-published-at="1779876684" data-use-pagination="False"> «Il sindaco dem è indifendibile, si dimetta» Maria Edera Spadoni, vicepresidente della Camera del Movimento 5 stelle, è nata a Montecchio Emilia, paese in provincia di Reggio Emilia tra i più importanti della Val d'Enza. In sostanza, è cresciuta proprio nel cuore di quel territorio che oggi viene scosso dall'inchiesta «Angeli e demoni» riguardante gli affidi illeciti e gli abusi sui minori. Anche per questo motivo, nei giorni scorsi, la Spadoni, ha deciso di prendere di petto la vicenda, invitando i numerosi protagonisti a prendersi le proprie responsabilità, personali ma soprattutto politiche. Spadoni, lei ha chiesto le dimissioni del sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, che però non è interdetto dai pubblici uffici. «Io parto da quello che è scritto nell'ordinanza che lo riguarda. Certo, ciascuno è innocente fino a prova contraria, ma qui parliamo di uno che è agli arresti domiciliari. La giustizia deve fare il suo corso e sarà la magistratura a stabilire quali siano le sue responsabilità in questa storia. Ma secondo noi dovrebbe essere messo alla porta a livello politico». In tutta questa vicenda sembra emergere un vero e proprio sistema a cui il Pd ha fatto da sponda politica. Che ne pensa? «Sempre nell'ordinanza che riguarda Carletti c'è scritto che la sua “copertura politica" degli altri indagati era “continuativa e sistematica". Dunque che ci fosse un sistema non lo si può negare in alcun modo. Tra i 29 indagati, ricordiamo, c'è l'assistente sociale Federica Anghinolfi, che veniva presentata dal Pd come un modello durante le audizioni... Che ci fosse un sistema, ripeto, era evidente». E che questo sistema non andasse lo si poteva capire anche prima, forse. No? «Già la nostra Natascia Cersosimo, due anni fa, aveva sollevato dei dubbi sul numero di minori dati in affido in Val d'Enza. E infatti Carletti e l'Anghinolfi nel 2016 sono stati invitati in commissione per l'infanzia e l'adolescenza a parlare proprio di questo argomento. Come risulta dal resoconto stenografico, la Anghinolfi parlava di 900 minori seguiti dai sevizi sociali su 12.000 totali. È una percentuale allarmante. E invece di verificare quello che stava succedendo, lo hanno giustificato». Federica Anghinolfi, però, è difesa dall'avvocato Rossella Ognibene, già candidata del Movimento a sindaco di Reggio Emilia. «Infatti ha deciso di farsi da parte. Ovviamente è tutto lecito: lei può difendere chi vuole, ma la sua decisione cozzava con gli indirizzi politici del M5s. Io avrei preferito che rimanesse come consigliere comunale perché è professionale e molto attenta ai dettagli, ma nessuno può obbligare un avvocato a non difendere un cliente. Non lo nego: il dispiacere c'è. Da qui però a scrivere che ci siamo spaccati su questa storia...». Il Movimento del Piemonte ha donato 195.000 euro a varie associazioni tra cui il centro Hansel e Gretel che è coinvolto nell'inchiesta. «Siamo rimasti tutti un po' sconvolti. È stata una notizia che ci ha amareggiato. I consiglieri piemontesi hanno chiesto la restituzione della somma. Ma questo episodio deve permetterci di aprire una riflessione sulle restituzioni, cioè sui nostri soldi che non finiscono al partito ma al microcredito o altre iniziative utili». Ovvero? «Io da sola ho restituito oltre 200.000 euro. Dobbiamo aprire un confronto sulla destinazione di questi soldi. Noi li possiamo donare in buona fede a una Onlus, ma come facciamo a essere del tutto sicuri? Come facciamo a escludere che poi salti fuori un'inchiesta? Per questo serve iniziare una riflessione».
Rocco Buttiglione (secondo da sinistra), durante la Messa dell'Epifania nella Basilica di San Pietro, celebrata da Papa Benedetto XVI il 6 gennaio 2013 (Getty Images)
Secondo Joseph Ratzinger, quello del filosofo Dietrich von Hildebrand (1889-1977) sarebbe diventato «il nome più eminente per la storia intellettuale della Chiesa cattolica del XX secolo». In occasione della Giornata di studio della Cattedra Hildebrand per il Personalismo Cristiano Amore e comunione nel pensiero di Dietrich von Hildebrand, tenutasi presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma, La Verità ha intervistato il professor Rocco Buttiglione, tra i principali interpreti contemporanei del personalismo cristiano e del pensiero di Karol Wojtyła.
Professor Buttiglione, il documento vaticano del 2005 Una caro ha riportato al centro del dibattito ecclesiale e culturale il tema dell’amore coniugale come comunione personale. Perché il pensiero di Dietrich von Hildebrand è attuale?
«Molte volte i cattolici hanno sviluppato una pedagogia del dovere. La parola di Dio, oppure la Legge naturale, oppure la Tradizione mi dicono cosa devo fare e io lo faccio. Disimpegno un ruolo sociale e assumo gli obblighi corrispondenti. L’energia della vita viene assorbita dall’adempimento del dovere. Fra il dovere ed il desiderio del cuore nasce un’ostilità, una contrapposizione. Il tipo di uomo che risulta da questa educazione è una persona “per bene”, che svolge responsabilmente il suo ruolo sociale ma è spento dentro, è noioso ed è annoiato. Gran parte delle energie della persona sono assorbite dal compito di controllare e tenere sottomesse le passioni dell’anima. Ogni tanto, o anche spesso, questa pressione viene sospesa e le passioni vengono soddisfatte, nella forma più rozza, più immediata e meno umana. Molti vivono da robot i giorni della settimana, e il sabato e la domenica si ubriacano fino a perdere la coscienza di sé o fino ad andare a letto con chi capita (in America questo si chiama binge drinking) oppure assumono droghe, o entrano nel giro del gioco virtuale. La pedagogia del dovere parte dalla convinzione che la passione sia cattiva. Von Hildebrand parte invece dalla convinzione che la passione sia buona, che ogni percezione di un oggetto sia accompagnata dalla intuizione di un valore proprio dell’oggetto percepito e che queste intuizioni di valore si dispongano naturalmente in una gerarchia di valori. Le passioni non hanno bisogno di essere represse per essere sottomesse al dominio della ragione. Hanno bisogno, se mai, di essere educate per fare in modo che la loro energia confluisca per intero nell’adempimento del compito della vita. Ognuno conosce la differenza fra un professore che svolge meccanicamente il compito di esporre una disciplina e uno che ama quello che fa, lo investe con tutta la passione della sua vita e in tal modo appassiona lo studente alla materia che insegna. Questo è il grande apporto di von Hildebrand alla filosofia contemporanea: la conciliazione, anzi il matrimonio fra dovere e passione».
Nel suo intervento lei parlera del “pensare a partire dal cuore” in dialogo con Hildebrand, Wojtyła e Giussani. In che senso il cuore può essere considerato un luogo autentico della conoscenza morale e non semplicemente della soggettività emotiva?
«La filosofia classica distingue nell’uomo due facoltà diverse, l’intelletto e la volontà. L’intelletto processa tutta la informazione disponibile e poi comunica il suo giudizio alla volontà che secondo tale giudizio è tenuta ad operare. La volontà deve obbedire all’intelletto e deve resistere alle passioni che tendono a trascinarla ad agire per la soddisfazione del momento e non secondo gli interessi di lungo periodo della persona. In modi diversi e convergenti von Hildebrand, Wojtyła e Giussani ci dicono che intelletto e volontà sono astrazioni, certo valide nel livello loro proprio ma lontane un passo dalla realtà. La realtà dell’uomo è il cuore che è il centro dinamico della persona. Dobbiamo imparare a pensare a partire dal cuore, cioè a partire dall’insieme di esigenze ed evidenze elementari che sono costitutive di ciascuno di noi. Pensare a partire dal cuore ci rivela anche la positività delle passioni che non devono essere represse, ma guidate verso il loro fine proprio. Questo è il compito della cultura».
Hildebrand insiste molto sul fatto che l’uomo non “costruisce” il valore, ma lo riconosce e vi risponde. Quanto questa impostazione può rappresentare oggi un’alternativa al relativismo contemporaneo?
«Io non mi sono fatto da solo. Io sono dato a me stesso. La prima lealtà del pensiero è il riconoscimento del dono. Ricevo da Dio il dono del mio essere. Ad un livello più prossimo ricevo il mio corpo dai miei genitori e modello il mio spirito nel dialogo con loro. Attraverso i genitori incontro il mondo della cultura al quale appartengo e che devo fare mio. Fare mio questo mondo non è però una operazione passiva. Qui la originaria passività si capovolge in attività. Devo creare il mio mondo interiore attraverso il dialogo con la Tradizione che mi precede. La originaria passività è la condizione della mia attività creativa. Per poter essere creativo devo prima di tutto accettare il dono di me che viene da un altro. Per essere padre devo accettare di essere figlio».
Nel dibattito pubblico contemporaneo sembra prevalere una concezione delle relazioni molto legata all’autorealizzazione individuale o alla soddisfazione reciproca. Che cosa può dire oggi il personalismo cristiano sul significato dell’amore come dono di sé? Lei ha dedicato, inoltre, gran parte della sua riflessione al rapporto tra verità e libertà. Ritiene che oggi esista ancora spazio, culturalmente, per parlare di verità sull’uomo senza essere immediatamente accusati di dogmatismo?
«È in gioco il senso della libertà. Posso giocare con la libertà immaginando di creare il mondo a partire da me stesso ed ignorando che ciò che sono l'ho ricevuto. Posso pensare la libertà come un “fare quello che pare e piace”. Questo è però un gioco demente ed il suo punto d’arrivo necessario è l’autoinganno, la disperazione e la follia. I nostri autori propongono un’altra visione della libertà. Per cominciare la libertà decide all’interno di un orizzonte di possibilità che mi è dato. Posso decidere solo all’interno di questo orizzonte che mi è dato dalla modalità concreta in cui ricevo il dono dell’essere. Facciamo un esempio: la esperienza più grande di libertà nella mia vita coincide con il momento in cui la ragazza di cui ero innamorato mi ha detto di sì. Per vivere questa esperienza la mia libertà non può fingersi sovrana, deve accettare di essere mendicante. Io chiedo il sì di un’altra libertà, che potrebbe anche dirmi di no. La libertà comporta, inevitabilmente, un rischio. L’incontro della mia libertà con la libertà dell’altro mi cambia. Non penso più il mondo a partire da me. Lo penso a partire da noi. Non posso definire il mio bene senza includere nel mio bene il bene dell’altro. È davvero un altro mondo».
Che cosa accomuna, a suo avviso, figure molto diverse come Hildebrand, Wojtyła e don Luigi Giussani? Le chiedo inoltre: nel contesto delle grandi trasformazioni antropologiche contemporanee - dalla crisi della famiglia alla solitudine sociale - quali aspetti del personalismo cristiano ritiene oggi più urgenti?
«La cosa più urgente è riscoprire l’amore. L’amore è quella “divina follia” che fa in modo che “due” divengano “uno”. Ogni qual volta un ragazzo ed una ragazza si innamorano e imparano a dire “noi”, la società liquida di cui parla Zygmunt Bauman si condensa e si risolidifica. Per fortuna i giovani continuano ad innamorarsi. Tutto il mondo, però, è contro di loro. Tutti dicono loro che non vale la pena, che il sesso è reale e l’amore invece no, che chi ama di più soffre di più, che nella vita bisogna accontentarsi, che non si può andare oltre il circolo ferreo dell’interesse individuale e che alla fine l’amore è destinato a perire. Così alle prime difficoltà si arrendono e rompono, in attesa di un altro amore che inizieranno già stanchi e sfiduciati, già convinti nel fondo che l’amore vero non esista. Convinti di avere esplorato la profondità dell’amore e di esserne delusi, non hanno in realtà neppure incominciato a capire che cosa sia. Von Hildebrand era soprannominato dai suoi amici “Doctor Amoris”. Di questo c’è bisogno. In un recente documento il Dicastero della dottrina della fede della Chiesa Cattolica ci offre un grande elogio dell’amore che attinge in gran parte al pensiero di von Hildebrand e di Wojtyła. È un segno di speranza. Di recente si è conclusa a Milano, con una celebrazione in Sant'Ambrogio, la fase diocesana del processo di beatificazione di don Giussani. Anche questo è un segno di speranza».
intervista realizzata da Elisa Grimi, Direttore della Cattedra per il Personalismo Cristiano, Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, Roma (Italia)
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