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2019-07-05
Così toglievano i figli alle famiglie senza nemmeno fare le verifiche
Ansa
Una delle assistenti sociali ha addirittura ammesso, dopo aver descritto la casa di una delle famiglie alle quali sono stati sottratti illecitamente i bambini come fatiscente e inadeguata, di non essere mai stata nell'abitazione. Dalla carte dell'inchiesta «Angeli e demoni» della Procura di Reggio Emilia continuano a saltare fuori particolari inquietanti che descrivono quel sistema che ancora oggi qualcuno cerca di difendere. Un sistema che cercava a tutti i costi abusi sessuali che, in realtà, non c'erano mai stati.
«Vi sono una serie di elementi indiziari», sottolineano gli inquirenti, «che inducono a ritenere che vi fosse una consapevole volontà da parte del servizio sociale di spingere sulla dubbia situazione di dubbio di abuso sessuale, in modo da accreditarne l'effettività, a prescindere dalle prove esistenti». Una delle testimoni, infatti, ha riferito agli investigatori che «un'assistente sociale molto vicina alla Anghinolfi (Federica Anghinolfi, responsabile del servizio sociale integrato dell'Unione di Comuni della Val d'Enza, ndr) aveva chiesto alla madre di una delle bimbe di fare denuncia contro il papà». Ecco le sue parole: «Lo so perché eravamo presenti anche noi. Quando la donna è andata da loro da sola continuava a dire che i servizi sociali insistevano perché lei facesse la denuncia».
In un altro passaggio i magistrati scrivono: «Confermativi anche i ricordi sul punto della madre, in ordine alle istanze della Anghinolfi per sollecitare l'avvio di un procedimento penale riguardante i pretesi abusi sessuali». Ecco le parole della mamma: «La Anghinolfi ci ha chiesto come mai non avevamo fatto la denuncia riguardo alle dichiarazioni della bimba. Io le ho spiegato che ci era stato detto che la segnalazione avrebbe attivato un procedimento d'ufficio che sarebbe comunque andato avanti. La Anghinolfi mi disse che era grave che io non lo facessi e mi chiese se io credevo o no alle dichiarazioni della bambina. Lì i servizi sociali ci hanno chiesto di recarci da loro per notificarci l'altro decreto di allontanamento».
L'assistente sociale, a quel punto, secondo l'accusa, «era perfettamente consapevole che le frasi attribuite alla bambina erano artatamente modificate». In un altro caso, dopo la solita segnalazione, l'autorità giudiziaria per i minorenni delegò i servizi sociali a verificare le condizioni in cui viveva uno dei bimbi vittima d'allontanamento. Nella relazione gli assistenti sociali scrivono: «La casa appare spoglia e le operatrici non hanno visualizzato giocattoli». Quel documento ufficiale, però, come hanno verificato i carabinieri, presentava elementi di falsità. «In un sopralluogo di pochi mesi successivi, i militari rilevavano nel domicilio una condizione positiva e assolutamente diversa da quella riscontrata e descritta nella relazione del servizio sociale». Infatti c'erano giochi di società, videogiochi di ultima generazione, un piccolo calcio balilla e molte foto del bambino durante le sue fasi di crescita in compagnia dei genitori e dei nonni (anche loro demonizzati negli incartamenti degli assistenti sociali)».
Le relazioni sembrano una la fotocopia dell'altra. Si faceva leva sulle condizioni della casa, sulla salute dei bambini, sui litigi familiari e soprattutto sugli abusi sessuali. C'era una strategia, insomma, per scippare i bambini alle loro famiglie. Bugie create ad arte, come dimostrano anche i servizi mandati in onda l'altra sera da Chi l'ha visto?, tra i pochi, oltre alla Verità, a continuare a raccontare il caso. In un tweet, dall'account ufficiale, la redazione di Federica Sciarelli mostra un verbale d'interrogatorio di una delle assistenti sociali che ha ammesso davanti ai magistrati di aver riportato particolari falsi in una relazione di servizio.
Dall'altro lato, però, c'è chi critica il lavoro d'inchiesta. Dopo l'associazione dei magistrati per i minorenni e per la famiglia che ha descritto le notizia di stampa pubblicate nei giorni scorsi una «semplificazione dei fatti, non approfonditi né contestualizzati», è arrivato il commento del garante regionale dell'Emilia Romagna per l'infanzia e l'adolescenza Maria Clede Garavini. La difesa d'ufficio: «I servizi sociali e sanitari da tempo sono impegnati a tutelare e curare bambini e adolescenti al fine di favorire le condizioni necessarie al loro benessere e alla loro salute». In Emilia Romagna secondo la Garavini, «per affrontare queste situazioni così impegnative, la Regione ha emanato fin dal 2013 il documento sulle linee di indirizzo regionale per l'accoglienza e la cura di bambini e adolescenti vittime di maltrattamenti abuso, che indicano un percorso dettagliato di prevenzione, valutazione e presa in carico». E come se nulla fosse accaduto, difende «le competenze professionali maturate e sedimentate negli anni».
Le stesse messe in campo dai servizi sociali in Val d'Enza, supportate dalla Onlus Hansel e Gretel, e che sono crollate sotto l'inchiesta «Angeli e demoni».
Anche la Procura di Torino indaga. Si accelera sulla commissione
I metodi usati dalla Hansel e Gretel, la Onlus di Moncalieri al centro dell'inchiesta che a Reggio Emilia hanno ribattezzato «Angeli e demoni», non sono passati inosservati anche a Torino, dove in Procura hanno aperto un fascicolo. Sotto la lente degli investigatori è finita una consulenza della psicoterapeuta Nadia Bolognini, agli arresti domiciliari insieme al marito Claudio Foti, direttore scientifico e guru della Onlus (l'altro giorno si è difeso sostenendo che gli inquirenti hanno dato una lettura distorta dei fatti). Ma ora anche a Torino verificheranno se, come segnalato ai magistrati da alcuni avvocati, gli abusi venivano affibbiati con troppa nonchalance.
Da tempo, infatti, Procura e Tribunale di Torino non assegnano consulenze tecniche d'ufficio al guru di Hansel e Gretel e al suo pool. Il caso, riporta Repubblica sulla cronaca torinese, è stato affidato al pm Giulia Rizzo. La bestia nera del metodo Foti, che negli anni si è scontrata spesso nelle aule giudiziarie con gli strizzacervelli della Hansel e Gretel, è la penalista Elena Negri. A Reggio Emilia, invece, gli interrogatori di garanzia andranno avanti. Oggi hanno appuntamento col gip Imelda Bonaretti e Matteo Mossini, psicologi dell'Ausl reggiana, e Nadia Campani, responsabile dell'ufficio di piano dell'Unione Val d'Enza.
Con altri cinque indagati, il giudice si è trovato davanti un muro d'omertà. La coordinatrice dei servizi sociali della Val d'Enza, Marietta Veltri, la psicoterapeuta Bolognini, l'assistente sociale Annalisa Scalabrini, Fadia Bassmaji e Daniela Bedogni, le Lgbt che avevano in affidamento una bambina, poi allontanata dalla coppia, si sono avvalse della facoltà di non rispondere. Ma a contrastare i tentativi di proteggere il sistema Hansel e Gretel ora c'è anche una Commissione d'inchiesta sulle case famiglia. L'ha chiesta e ottenuta ieri mattina il presidente della commissione Giustizia del Senato, il leghista Andrea Ostellari.
Ostellari, in accordo con i ministri Matteo Salvini e Lorenzo Fontana, ha sollecitato il trasferimento in sede deliberante del disegno di legge, fortemente voluto da Fontana, per l'istituzione della Commissione parlamentare d'inchiesta sulle attività connesse alle comunità che accolgono minori. L'obiettivo, ha spiegato Ostellari, «è quello di far luce sui casi sospetti e garantire protezione dei minori e controlli mirati».
«Bene, non possiamo più aspettare. Dalle parole ai fatti. E conto di essere presto in provincia di Reggio Emilia, dove è successo un caso allucinante che non può e non deve ripetersi», ha annunciato Salvini.
«Avanti decisi e uniti con l'operazione trasparenza e per dare le massime garanzie di protezione e tutela a minori e famiglie», ha commentato soddisfatto Fontana.
E mentre oggi alle 12 Fratelli d'Italia sarà davanti al Comune di Bibbiano per tenere alta l'attenzione sullo scandalo, il presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Emilia, Giuseppe Spadaro, ha avviato un'indagine interna per rivalutare e riverificare da capo i casi di cinque bambini presi in carico dagli indagati.
«Il sindaco dem è indifendibile, si dimetta»
Maria Edera Spadoni, vicepresidente della Camera del Movimento 5 stelle, è nata a Montecchio Emilia, paese in provincia di Reggio Emilia tra i più importanti della Val d'Enza. In sostanza, è cresciuta proprio nel cuore di quel territorio che oggi viene scosso dall'inchiesta «Angeli e demoni» riguardante gli affidi illeciti e gli abusi sui minori.
Anche per questo motivo, nei giorni scorsi, la Spadoni, ha deciso di prendere di petto la vicenda, invitando i numerosi protagonisti a prendersi le proprie responsabilità, personali ma soprattutto politiche.
Spadoni, lei ha chiesto le dimissioni del sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, che però non è interdetto dai pubblici uffici.
«Io parto da quello che è scritto nell'ordinanza che lo riguarda. Certo, ciascuno è innocente fino a prova contraria, ma qui parliamo di uno che è agli arresti domiciliari. La giustizia deve fare il suo corso e sarà la magistratura a stabilire quali siano le sue responsabilità in questa storia. Ma secondo noi dovrebbe essere messo alla porta a livello politico».
In tutta questa vicenda sembra emergere un vero e proprio sistema a cui il Pd ha fatto da sponda politica. Che ne pensa?
«Sempre nell'ordinanza che riguarda Carletti c'è scritto che la sua “copertura politica" degli altri indagati era “continuativa e sistematica". Dunque che ci fosse un sistema non lo si può negare in alcun modo. Tra i 29 indagati, ricordiamo, c'è l'assistente sociale Federica Anghinolfi, che veniva presentata dal Pd come un modello durante le audizioni... Che ci fosse un sistema, ripeto, era evidente».
E che questo sistema non andasse lo si poteva capire anche prima, forse. No?
«Già la nostra Natascia Cersosimo, due anni fa, aveva sollevato dei dubbi sul numero di minori dati in affido in Val d'Enza. E infatti Carletti e l'Anghinolfi nel 2016 sono stati invitati in commissione per l'infanzia e l'adolescenza a parlare proprio di questo argomento. Come risulta dal resoconto stenografico, la Anghinolfi parlava di 900 minori seguiti dai sevizi sociali su 12.000 totali. È una percentuale allarmante. E invece di verificare quello che stava succedendo, lo hanno giustificato».
Federica Anghinolfi, però, è difesa dall'avvocato Rossella Ognibene, già candidata del Movimento a sindaco di Reggio Emilia.
«Infatti ha deciso di farsi da parte. Ovviamente è tutto lecito: lei può difendere chi vuole, ma la sua decisione cozzava con gli indirizzi politici del M5s. Io avrei preferito che rimanesse come consigliere comunale perché è professionale e molto attenta ai dettagli, ma nessuno può obbligare un avvocato a non difendere un cliente. Non lo nego: il dispiacere c'è. Da qui però a scrivere che ci siamo spaccati su questa storia...».
Il Movimento del Piemonte ha donato 195.000 euro a varie associazioni tra cui il centro Hansel e Gretel che è coinvolto nell'inchiesta.
«Siamo rimasti tutti un po' sconvolti. È stata una notizia che ci ha amareggiato. I consiglieri piemontesi hanno chiesto la restituzione della somma. Ma questo episodio deve permetterci di aprire una riflessione sulle restituzioni, cioè sui nostri soldi che non finiscono al partito ma al microcredito o altre iniziative utili».
Ovvero?
«Io da sola ho restituito oltre 200.000 euro. Dobbiamo aprire un confronto sulla destinazione di questi soldi. Noi li possiamo donare in buona fede a una Onlus, ma come facciamo a essere del tutto sicuri? Come facciamo a escludere che poi salti fuori un'inchiesta? Per questo serve iniziare una riflessione».
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Chi l'ha visto? mostra i metodi utilizzati per strappare i piccini ai genitori: «Fateci entrare, siamo delle protezione animali». A un genitore contestarono che la casa era sporca. Ma non l'avevano vista.Investigatori al lavoro sul centro Hansel e Gretel. Il Parlamento vota per l'inchiesta.La vicepresidente della Camera: «Donazioni a Hansel e Gretel? Dobbiamo valutare meglio a chi dare soldi».Lo speciale contiene tre articoli. Una delle assistenti sociali ha addirittura ammesso, dopo aver descritto la casa di una delle famiglie alle quali sono stati sottratti illecitamente i bambini come fatiscente e inadeguata, di non essere mai stata nell'abitazione. Dalla carte dell'inchiesta «Angeli e demoni» della Procura di Reggio Emilia continuano a saltare fuori particolari inquietanti che descrivono quel sistema che ancora oggi qualcuno cerca di difendere. Un sistema che cercava a tutti i costi abusi sessuali che, in realtà, non c'erano mai stati. «Vi sono una serie di elementi indiziari», sottolineano gli inquirenti, «che inducono a ritenere che vi fosse una consapevole volontà da parte del servizio sociale di spingere sulla dubbia situazione di dubbio di abuso sessuale, in modo da accreditarne l'effettività, a prescindere dalle prove esistenti». Una delle testimoni, infatti, ha riferito agli investigatori che «un'assistente sociale molto vicina alla Anghinolfi (Federica Anghinolfi, responsabile del servizio sociale integrato dell'Unione di Comuni della Val d'Enza, ndr) aveva chiesto alla madre di una delle bimbe di fare denuncia contro il papà». Ecco le sue parole: «Lo so perché eravamo presenti anche noi. Quando la donna è andata da loro da sola continuava a dire che i servizi sociali insistevano perché lei facesse la denuncia». In un altro passaggio i magistrati scrivono: «Confermativi anche i ricordi sul punto della madre, in ordine alle istanze della Anghinolfi per sollecitare l'avvio di un procedimento penale riguardante i pretesi abusi sessuali». Ecco le parole della mamma: «La Anghinolfi ci ha chiesto come mai non avevamo fatto la denuncia riguardo alle dichiarazioni della bimba. Io le ho spiegato che ci era stato detto che la segnalazione avrebbe attivato un procedimento d'ufficio che sarebbe comunque andato avanti. La Anghinolfi mi disse che era grave che io non lo facessi e mi chiese se io credevo o no alle dichiarazioni della bambina. Lì i servizi sociali ci hanno chiesto di recarci da loro per notificarci l'altro decreto di allontanamento». L'assistente sociale, a quel punto, secondo l'accusa, «era perfettamente consapevole che le frasi attribuite alla bambina erano artatamente modificate». In un altro caso, dopo la solita segnalazione, l'autorità giudiziaria per i minorenni delegò i servizi sociali a verificare le condizioni in cui viveva uno dei bimbi vittima d'allontanamento. Nella relazione gli assistenti sociali scrivono: «La casa appare spoglia e le operatrici non hanno visualizzato giocattoli». Quel documento ufficiale, però, come hanno verificato i carabinieri, presentava elementi di falsità. «In un sopralluogo di pochi mesi successivi, i militari rilevavano nel domicilio una condizione positiva e assolutamente diversa da quella riscontrata e descritta nella relazione del servizio sociale». Infatti c'erano giochi di società, videogiochi di ultima generazione, un piccolo calcio balilla e molte foto del bambino durante le sue fasi di crescita in compagnia dei genitori e dei nonni (anche loro demonizzati negli incartamenti degli assistenti sociali)». Le relazioni sembrano una la fotocopia dell'altra. Si faceva leva sulle condizioni della casa, sulla salute dei bambini, sui litigi familiari e soprattutto sugli abusi sessuali. C'era una strategia, insomma, per scippare i bambini alle loro famiglie. Bugie create ad arte, come dimostrano anche i servizi mandati in onda l'altra sera da Chi l'ha visto?, tra i pochi, oltre alla Verità, a continuare a raccontare il caso. In un tweet, dall'account ufficiale, la redazione di Federica Sciarelli mostra un verbale d'interrogatorio di una delle assistenti sociali che ha ammesso davanti ai magistrati di aver riportato particolari falsi in una relazione di servizio. Dall'altro lato, però, c'è chi critica il lavoro d'inchiesta. Dopo l'associazione dei magistrati per i minorenni e per la famiglia che ha descritto le notizia di stampa pubblicate nei giorni scorsi una «semplificazione dei fatti, non approfonditi né contestualizzati», è arrivato il commento del garante regionale dell'Emilia Romagna per l'infanzia e l'adolescenza Maria Clede Garavini. La difesa d'ufficio: «I servizi sociali e sanitari da tempo sono impegnati a tutelare e curare bambini e adolescenti al fine di favorire le condizioni necessarie al loro benessere e alla loro salute». In Emilia Romagna secondo la Garavini, «per affrontare queste situazioni così impegnative, la Regione ha emanato fin dal 2013 il documento sulle linee di indirizzo regionale per l'accoglienza e la cura di bambini e adolescenti vittime di maltrattamenti abuso, che indicano un percorso dettagliato di prevenzione, valutazione e presa in carico». E come se nulla fosse accaduto, difende «le competenze professionali maturate e sedimentate negli anni». 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Sotto la lente degli investigatori è finita una consulenza della psicoterapeuta Nadia Bolognini, agli arresti domiciliari insieme al marito Claudio Foti, direttore scientifico e guru della Onlus (l'altro giorno si è difeso sostenendo che gli inquirenti hanno dato una lettura distorta dei fatti). Ma ora anche a Torino verificheranno se, come segnalato ai magistrati da alcuni avvocati, gli abusi venivano affibbiati con troppa nonchalance. Da tempo, infatti, Procura e Tribunale di Torino non assegnano consulenze tecniche d'ufficio al guru di Hansel e Gretel e al suo pool. Il caso, riporta Repubblica sulla cronaca torinese, è stato affidato al pm Giulia Rizzo. La bestia nera del metodo Foti, che negli anni si è scontrata spesso nelle aule giudiziarie con gli strizzacervelli della Hansel e Gretel, è la penalista Elena Negri. A Reggio Emilia, invece, gli interrogatori di garanzia andranno avanti. Oggi hanno appuntamento col gip Imelda Bonaretti e Matteo Mossini, psicologi dell'Ausl reggiana, e Nadia Campani, responsabile dell'ufficio di piano dell'Unione Val d'Enza. Con altri cinque indagati, il giudice si è trovato davanti un muro d'omertà. La coordinatrice dei servizi sociali della Val d'Enza, Marietta Veltri, la psicoterapeuta Bolognini, l'assistente sociale Annalisa Scalabrini, Fadia Bassmaji e Daniela Bedogni, le Lgbt che avevano in affidamento una bambina, poi allontanata dalla coppia, si sono avvalse della facoltà di non rispondere. Ma a contrastare i tentativi di proteggere il sistema Hansel e Gretel ora c'è anche una Commissione d'inchiesta sulle case famiglia. L'ha chiesta e ottenuta ieri mattina il presidente della commissione Giustizia del Senato, il leghista Andrea Ostellari. Ostellari, in accordo con i ministri Matteo Salvini e Lorenzo Fontana, ha sollecitato il trasferimento in sede deliberante del disegno di legge, fortemente voluto da Fontana, per l'istituzione della Commissione parlamentare d'inchiesta sulle attività connesse alle comunità che accolgono minori. L'obiettivo, ha spiegato Ostellari, «è quello di far luce sui casi sospetti e garantire protezione dei minori e controlli mirati». «Bene, non possiamo più aspettare. Dalle parole ai fatti. E conto di essere presto in provincia di Reggio Emilia, dove è successo un caso allucinante che non può e non deve ripetersi», ha annunciato Salvini. «Avanti decisi e uniti con l'operazione trasparenza e per dare le massime garanzie di protezione e tutela a minori e famiglie», ha commentato soddisfatto Fontana. E mentre oggi alle 12 Fratelli d'Italia sarà davanti al Comune di Bibbiano per tenere alta l'attenzione sullo scandalo, il presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Emilia, Giuseppe Spadaro, ha avviato un'indagine interna per rivalutare e riverificare da capo i casi di cinque bambini presi in carico dagli indagati. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cosi-toglievano-i-figli-alle-famiglie-senza-nemmeno-fare-le-verifiche-2639084443.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-sindaco-dem-e-indifendibile-si-dimetta" data-post-id="2639084443" data-published-at="1779273969" data-use-pagination="False"> «Il sindaco dem è indifendibile, si dimetta» Maria Edera Spadoni, vicepresidente della Camera del Movimento 5 stelle, è nata a Montecchio Emilia, paese in provincia di Reggio Emilia tra i più importanti della Val d'Enza. In sostanza, è cresciuta proprio nel cuore di quel territorio che oggi viene scosso dall'inchiesta «Angeli e demoni» riguardante gli affidi illeciti e gli abusi sui minori. Anche per questo motivo, nei giorni scorsi, la Spadoni, ha deciso di prendere di petto la vicenda, invitando i numerosi protagonisti a prendersi le proprie responsabilità, personali ma soprattutto politiche. Spadoni, lei ha chiesto le dimissioni del sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, che però non è interdetto dai pubblici uffici. «Io parto da quello che è scritto nell'ordinanza che lo riguarda. Certo, ciascuno è innocente fino a prova contraria, ma qui parliamo di uno che è agli arresti domiciliari. La giustizia deve fare il suo corso e sarà la magistratura a stabilire quali siano le sue responsabilità in questa storia. Ma secondo noi dovrebbe essere messo alla porta a livello politico». In tutta questa vicenda sembra emergere un vero e proprio sistema a cui il Pd ha fatto da sponda politica. Che ne pensa? «Sempre nell'ordinanza che riguarda Carletti c'è scritto che la sua “copertura politica" degli altri indagati era “continuativa e sistematica". Dunque che ci fosse un sistema non lo si può negare in alcun modo. Tra i 29 indagati, ricordiamo, c'è l'assistente sociale Federica Anghinolfi, che veniva presentata dal Pd come un modello durante le audizioni... Che ci fosse un sistema, ripeto, era evidente». E che questo sistema non andasse lo si poteva capire anche prima, forse. No? «Già la nostra Natascia Cersosimo, due anni fa, aveva sollevato dei dubbi sul numero di minori dati in affido in Val d'Enza. E infatti Carletti e l'Anghinolfi nel 2016 sono stati invitati in commissione per l'infanzia e l'adolescenza a parlare proprio di questo argomento. Come risulta dal resoconto stenografico, la Anghinolfi parlava di 900 minori seguiti dai sevizi sociali su 12.000 totali. È una percentuale allarmante. E invece di verificare quello che stava succedendo, lo hanno giustificato». Federica Anghinolfi, però, è difesa dall'avvocato Rossella Ognibene, già candidata del Movimento a sindaco di Reggio Emilia. «Infatti ha deciso di farsi da parte. Ovviamente è tutto lecito: lei può difendere chi vuole, ma la sua decisione cozzava con gli indirizzi politici del M5s. Io avrei preferito che rimanesse come consigliere comunale perché è professionale e molto attenta ai dettagli, ma nessuno può obbligare un avvocato a non difendere un cliente. Non lo nego: il dispiacere c'è. Da qui però a scrivere che ci siamo spaccati su questa storia...». Il Movimento del Piemonte ha donato 195.000 euro a varie associazioni tra cui il centro Hansel e Gretel che è coinvolto nell'inchiesta. «Siamo rimasti tutti un po' sconvolti. È stata una notizia che ci ha amareggiato. I consiglieri piemontesi hanno chiesto la restituzione della somma. Ma questo episodio deve permetterci di aprire una riflessione sulle restituzioni, cioè sui nostri soldi che non finiscono al partito ma al microcredito o altre iniziative utili». Ovvero? «Io da sola ho restituito oltre 200.000 euro. Dobbiamo aprire un confronto sulla destinazione di questi soldi. Noi li possiamo donare in buona fede a una Onlus, ma come facciamo a essere del tutto sicuri? Come facciamo a escludere che poi salti fuori un'inchiesta? Per questo serve iniziare una riflessione».
Un momento della fiaccolata in memoria di Saman Abbas, uccisa dai suoi familiari a Novellara il 30 aprile 2021 per aver rifiutato un matrimonio combinato e aver rivendicato il proprio diritto alla libertà (Ansa)
Gli amministratori locali (stra)parlano di tentativo di una parte politica di lucrare sulla tragedia per soffiare sul fuoco del razzismo e della xenofobia, alimentando fake news sulle origini dell’attentatore (l’italianissimo Salim El Koudri), mentre la procura di Modena dice no all’aggravante terrorismo. «Insieme contro l’odio», invocano i sindaci: sì, ma quale? I crimini efferati degli ultimi tempi e i dati statistici sulla sicurezza pubblica documentano un’ostilità a senso unico, che non è quella denunciata dai primi cittadini, l’inefficacia delle politiche di integrazione regionali e l’approccio assistenziale. La storia della povera Saman Abbas, la ragazza pakistana di 18 anni uccisa dai suoi familiari a Novellara (Reggio Emilia) il 30 aprile 2021 per aver rifiutato un matrimonio combinato e aver rivendicato il proprio diritto alla libertà, è stato uno dei primi esempi del fallimento delle politiche di «inclusione» locali: il padre di Saman viveva in Emilia da 15 anni. Tra le brutali aggressioni fisiche, rapine e abusi sessuali perpetrati ad agosto 2017 a Rimini da una banda di extracomunitari minorenni a danno di passanti e turisti, fino alla tentata strage di Modena di sabato, In Emilia Romagna ci sono stati tanti altri crimini. La gestione dei minori (minori stranieri non accompagnati o Msna) è l’esempio più evidente del collasso strutturale delle politiche di accoglienza della regione: a novembre del 2023 una 15enne è rimasta vittima di una violenza sessuale in pieno giorno, a opera di due minori tunisini, sull’autobus che la stava portando a casa a Medicina (Bo). Ed è finita su tutti i giornali la vicenda della 66enne stuprata, riempita di botte e quasi uccisa da un 17enne tunisino a Formigine, in provincia di Modena, ad aprile del 2025. A Ravenna, a febbraio dello scorso anno, un agente della polizia municipale è stato ferito cercando di bloccare un cittadino marocchino che aveva aggredito un uomo con un coltello da cucina; ad agosto, nella stessa città, un immigrato irregolare proveniente dalla Guinea, ubriaco, ha attaccato il titolare di un bar sfregiandolo al volto con un coltello, per poi vandalizzare le auto in sosta e scagliarsi contro i Carabinieri. A Cesena, nell’ottobre del 2025, un bengalese ha aggredito una ragazza sul treno, ferendo poi uno dei carabinieri che aveva cercato di bloccarlo. Ad aprile del 2026 nel centro storico di Parma un nordafricano ha aggredito una donna in strada e colpito poi con i vetri di una bottiglia un uomo che era intervenuto per difenderla. Nello stesso mese, alla Darsena di Ravenna, un 29enne senegalese è stato ucciso con una coltellata mortale al collo da un 15enne originario del Mali dopo una discussione per un debito di 25 euro. E ancora ieri, veniva da Modena l’uomo originario del Gambia, con precedenti penali e un permesso di soggiorno scaduto, che è arrivato alla stazione di Milano armato di un machete.
Oltre ai fatti di cronaca, sono i dati ufficiali a smentire clamorosamente la narrazione dell’Emilia-Romagna come oasi felice di integrazione: secondo l’Indice della Criminalità elaborato con i dati ufficiali del Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno, le province di Bologna, Rimini e Modena occupano stabilmente le posizioni più alte in Italia per furti, rapine e violenze sessuali. Modena è al 17esimo posto in Italia su 107 province per tasso di criminalità complessivo; Bologna registra percentuali critiche sul fronte delle violenze sessuali (spesso seconda solo a Milano) e delle rapine. La surreale giustificazione degli amministratori locali è che l’alto posizionamento è proporzionale all’elevato numero di denunce da parte dei cittadini «che si fidano delle istituzioni», come se nelle altre regioni i reati restassero sommersi: la chiamano «propensione alla trasparenza», sic. Città come Modena, Parma e Reggio Emilia mostrano aree urbane interamente sottratte al controllo statale. Nei dati sulla criminalità, l’incidenza di reati attribuibili a cittadini stranieri, spesso minorenni, risulta sproporzionata rispetto alla loro presenza demografica. Inoltre, la saturazione delle strutture di accoglienza - con criticità particolari a Bologna - e la mancanza di solidi percorsi di integrazione hanno favorito la formazione di baby gang che controllano zone centrali e stazioni. Del resto, le comunità di accoglienza per minori e i centri diurni sono strutture aperte e non detentive, gli «educatori» non hanno poteri di polizia, non possono trattenere i ragazzi con la forza, perquisirli o impedirne l’uscita notturna. Molti giovani, di conseguenza, usano i centri solo come «alberghi», per poi dedicarsi al crimine sul territorio durante il giorno. La natura assistenziale del welfare emiliano romagnolo impedisce, di fatto, interventi sanzionatori efficaci, trasformando l’accoglienza in una zona franca per la microcriminalità e lo spaccio. L’approccio rimane dunque ideologico, come dimostra la sfilata buonista dei sindaci dopo i tragici fatti di Modena: la «tolleranza» e la «mediazione culturale» vengono sempre prima del rigore e del controllo del territorio. E gli appelli delle anime belle che siedono nei municipi della regione finiscono per incoraggiare chi rifiuta i valori fondamentali dello Stato.
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Monsignor Erio Castellucci (Ansa)
L’odio, per Avvenire, è quello di chi, dopo l’attentato di sabato scorso, dice che qualcosa è andato storto non solo nel seguire, nel corso degli anni, il disagio psicologico dell’attentatore, ma anche (e soprattutto) nel sistema dell’accoglienza e che quindi è bene correre ai ripari.
Per il quotidiano dei vescovi, quei corpi a terra nel centro di Modena sono frutto della «fragilità senza rete» provata da El Koudri. «La capitale italiana del volontariato 2026», scrive Avvenire, «sta reagendo, non ci sta a subire speculazioni politiche, a sentir parlare di jihadismo, di problemi di sicurezza e integrazione, di remigrazione, sentendo risuonare slogan fuori luogo come la proposta di togliere la cittadinanza a una persona di seconda generazione». Reagisce Modena e, ovviamente, ha gli «anticorpi per reagire a questa tragedia». Un’espressione, quella degli anticorpi, che va bene per tutte le stagioni. L’Italia ha gli anticorpi per salvarsi dal fascismo di ritorno. Gli italiani hanno gli anticorpi per salvare la magistratura minacciata dal governo. Ma la verità è che il nostro Paese gli anticorpi non li ha più da un pezzo quando si parla di immigrazione. Perché è fiacca. Perché ha paura di dire che così non si può più andare avanti e che c’è un problema di immigrazione. Chi osa farlo viene tacciato di razzismo o ridotto a macchietta.
La strage, secondo il quotidiano dei vescovi, sarebbe stata provocata unicamente dalla «follia». Anzi: da una «follia senza rete», visto che El Koudri sarebbe stato abbandonato. È la stessa tesi dell’arcivescovo di Modena-Nonantola, monsignor Erio Castellucci, interpellato ieri sia dal Corriere sia da Avvenire. Il presule ha spiegato che, per il momento, «il perno del dramma è la solitudine». Come se questa da sola bastasse a giustificare la volontà di uccidere e la disponibilità ad essere ucciso (questo il programma di El Koudri quando è salito sulla sua C3). Quella della solitudine, prosegue l’arcivescovo, «è una condizione purtroppo molto diffusa, alla quale si legano tanti disagi e tante reazioni negative, fino alle violenze. Spesso incolpiamo il Covid, che certamente ha un ruolo: ma dovremmo tutti incentivare il monitoraggio sociale». Più che il Covid sarebbe meglio dire le folli restrizioni prese durante la pandemia, che hanno lasciato ferite che, soprattutto i giovani, si portano appresso ancora oggi. Ma tutto questo non basta. Certo, il disagio è aumentato, così come le insicurezze e i problemi psichici. Ma per desiderare una strage simile ci vuole ben altro e provare a nascondere il problema non fa che peggiorare la situazione.
La realtà è molto diversa rispetto a quanto affermato da monsignor Castellucci e Avvenire. In questa vicenda le polemiche politiche c’entrano ben poco. Così come i problemi psichici dell’aspirante killer visto che gran parte delle persone che si trovano in queste condizioni non compiono attentati. E quello di Modena lo è. Certo, si può discutere sulla matrice, ma modalità e intenzione sono chiare. Così come è palese il disagio provato dallo stesso El Koudri di fronte a una società che, secondo lui, non gli dava ciò che gli spettava. Ed è proprio questo il grande inganno di una certa propaganda immigrazionista: far credere che qui si otterrà tutto e subito. Anche il lavoro vicino casa, come reclamava lo stesso attentatore. Ma non è così. Vittima dell’inganno ha trasformato il suo odio in altre vittime. Questa volta vere. E a brandelli.
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Nel riquadro Salim El Koudri, il trentunenne che sabato 16 maggio ha investito i passanti a Modena (Ansa)
Forse a tentare la strada delle criptovalute, considerato che, tra i vari scritti in arabo che sono stati sequestrati nella sua abitazione dagli inquirenti insieme ai tanti dispositivi elettronici e digitali, c’è anche quella che sembra essere una password criptata di un wallet elettronico.
Comunque sia, negli ultimi anni della vita di Salim El Koudri, classe 1995 di origine marocchina, nato a Bergamo e cresciuto a Ravarino, che sabato scorso si è messo a bordo della sua auto e ha tentato di compiere una strage lanciandosi a 100 chilometri orari sulle persone che passeggiavano nell’area pedonale del centro di Modena e colpendone otto di cui quattro ferite in modo gravissimo, ci sono parecchi buchi.
E data l’età (l’uomo ha 31 anni) è difficile immaginarli come semplici periodi di crisi di un giovane neolaureato alla ricerca del primo impiego.
Se è vero che nel paesino di 6.000 anime della profonda provincia modenese in cui abitava da anni nessuno lo conosceva se non per la sua scontrosità e per i comportamenti spesso molesti con le ragazze, chi lo frequentava dai tempi del liceo e aveva continuato a incontrarlo anche fuori dalle aule, ha raccontato di un ragazzo «normale» e persino «socievole ai tempi della scuola», che «era cambiato, soprattutto nell’ultimo anno e mezzo».
Dopo aver studiato presso il liceo Tassoni di Modena si era laureato in economia aziendale alla triennale Unimore e, nei mesi successivi, aveva lavorato presso diverse aziende del territorio, tra cui anche la Philip Morris di Crespellano. Magazziniere, spedizioniere, impiegato: tutti incarichi di breve durata che non gli avevano restituito quella immagine di sé e quei riconoscimenti che El Koudri riteneva gli spettassero di diritto. Da qui l’ormai nota mail del 2021, con la frase «Bastardi cristiani di merda voi e il vostro Gesù Cristo in croce lo brucio», indirizzata all’ateneo modenese, colpevole di non garantirgli un posto fisso e ben pagato. Tentata la strada della laurea magistrale (nello stesso anno si era iscritto al corso di International management per lasciare poi dopo il primo semestre), tra una ricerca e l’altra si era informato anche presso alcune basi Nato per sapere come fare per arruolarsi, chiedendo, tra le prime informazioni, quale fosse il menù riservato alle reclute. Nel 2022 si era spontaneamente rivolto al Centro di salute mentale di Castelfranco, dove gli era stato diagnosticato un disturbo schizoide di personalità (che molti emeriti psichiatri hanno pubblicamente chiarito, in questi giorni, non motiva in nessun modo il gesto compiuto da El Koudri), poi, dal 2024 a oggi, di lui nessuna traccia.
Salvo, probabilmente, nel Web: dai vari post cancellati da Meta perché ritenuti inappropriati (tra cui uno riguardante Chiara Ferragni, annoverata tra le «persone disoneste che fanno i soldi mentre chi fa sacrifici niente») alle attività che l’inchiesta dovrà appurare e che prevedevano evidentemente l’utilizzo di più pc e telefoni.
Quello che, comunque, sembra emergere come un filo conduttore tra le poche informazioni chiare raccolte fino a oggi sull’attentatore è che El Koudri era rimasto intimamente fedele alla sua cultura d’origine. Se è vero che non pareva frequentare assiduamente il centro islamico di Ravarino, la sua presenza era stata registrata presso la moschea di Crevalcore (importante realtà in provincia di Bologna che ha come motto all’ingresso: «Il migliore tra voi è chi impara il Corano e lo insegna»). Tra i pochi post recuperati dal suo profilo spicca la frase: «Vorrei capire la grammatica delle persone come capisco le lettere della lingua araba» (e non di quella italiana), mentre tra gli effetti personali sequestrati in casa del trentunenne, dagli inquirenti risultano quaderni e notes, con testi manoscritti in lingua araba, ancora da tradurre.
Per gli inquirenti, a prescindere dal movente, l’azione di El Koudri sarebbe inoltre stata «deliberata e preparata», prova ne sia anche il fatto che l’uomo si è messo in auto armato di coltello e convinto, per sua stessa ammissione, che quel giorno «sarebbe morto».
I genitori, dopo la strage di sabato scorso, hanno lasciato la casa di Ravarino in cui vivevano insieme al figlio. Nella giornata di ieri, a parlare è stata la sorella maggiore, residente a Sala Bolognese: «Di fronte a quello che è successo sabato è difficile trovare le parole per esprimere il dolore e l’enorme sofferenza che io e la mia famiglia proviamo», ha dichiarato tramite il suo legale. «È per noi qualcosa di inimmaginabile, pensando al ragazzo che è cresciuto con me, al fratellino studioso che non sgarrava mai», ha spiegato. «Io non so dove abbiamo sbagliato. Non avevamo capito la sua malattia e quanto fosse grave invece il male che covava dentro», ha aggiunto la madre. «Però, chissà perché queste persone italiane di seconda generazione, che a un certo punto impazziscono o hanno problemi psichiatrici e decidono di fare del male, guarda caso colpiscono solo ed esclusivamente occidentali...», si domanda con sagacia un utente Facebook, commentando proprio le parole dei genitori dell’assalitore. «Mi chiedo, perché non è andato vicino alla moschea per investire, per esempio, le tante persone che uscivano da lì?».
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