
È finita come doveva finire, cioè con un accordo. Perché conveniva a tutti, prima di altri a Forza Italia. Il partito che venerdì sera sembrava orientato a mandare a monte ogni cosa, ritenendo che la scelta della Lega di votare per la presidenza del Senato la forzista Anna Maria Bernini fosse offensiva, in realtà dalla rottura aveva tutto da perdere. A Silvio Berlusconi sono bastate poche ore per far sbollire la rabbia di aver visto affondata la sua prima scelta, ossia Paolo Romani.
Il Cavaliere avrebbe voluto alla guida di Palazzo Madama il capogruppo dei suoi senatori e allo stesso tempo intendeva farsi legittimare dal Movimento 5 stelle come leader, sedendosi al tavolo delle trattative con pari dignità. Né l'una né l'altra cosa però gli è riuscita e sul momento, quando ha capito che non sarebbe stato lui a dare le carte, ha reagito parlando di fine dell'alleanza di centrodestra. Ma poi, placata l'irritazione, Berlusconi deve aver compreso che non aveva assi da giocare. Rompere con Salvini avrebbe significato una sola cosa: rimanere fuori dai giochi e passare all'opposizione, con il rischio di essere messo da parte e di perdere voti.Come abbiamo scritto nei giorni scorsi, quando per primi affacciammo l'idea di un accordo tra leghisti e pentastellati per blindare le Camere e rifare la legge elettorale in previsione di una prossima chiamata alle urne, 5 stelle e Lega insieme hanno i numeri per fare ciò che vogliono, sia a Palazzo Madama che a Montecitorio. Lo stesso non si può dire di Forza Italia e del Pd, che anche se unissero le forze non potrebbero fare nulla. Crediamo che, nella scelta del Cavaliere, abbiano poi pesato alcuni sondaggi post elezioni, che in caso di nuove elezioni assegnerebbero qualche punto in più ai grillini, facendoli arrivare al 35 per cento, molti in più alla Lega, che supererebbe il 23 e molti in meno a Forza Italia. Rompere, insomma, avrebbe voluto dire accettare l'idea di tornare a votare, con quel che ne consegue. E allora Berlusconi, che è un politico sì, ma anche un uomo pratico, ha scelto il male minore, ovvero accettare che il presidente del Senato non fosse Romani, puntando su un altro cavallo. Certo, la mossa di Salvini, che aveva scelto in casa d'altri il candidato, Anna Maria Bernini, che pure è nelle grazie del Cavaliere, non poteva essere mandata giù e allora ecco spuntare Maria Elisabetta Alberti Casellati, cioè una berlusconiana della prima ora, avvocato e già sottosegretaria e componente del Csm. Saltato Romani e digerito il nuovo nome, anche Riccardo Fraccaro, il candidato di Luigi Di Maio per Montecitorio, ha dovuto per par condicio essere sostituito con Roberto Fico, in modo che anche a Palazzo Grazioli potessero sostenere di aver messo delle condizioni prima di accettare l'accordo. Fico non appartiene al cerchio magico del candidato premier grillino, e dunque anche Berlusconi può dirsi soddisfatto e dichiarare che di Matteo Salvini si fida. In questa prima mano della partita i 5 stelle si portano dunque a casa la presidenza della Camera, mentre Forza Italia mette in cascina quella del Senato. E la Lega? In fondo ha più voti del partito del Cavaliere, e ci si sarebbe potuti aspettare che rivendicasse Palazzo Madama. In realtà, l'ex Carroccio porta a casa molto di più della presidenza di uno dei due rami del Parlamento. Innanzitutto Salvini, in questi giorni, si è fatto legittimare come il vero capo del centrodestra: pur avendo il 17 per cento del 37 incassato dalla coalizione, è lui a trattare per tutti ed è lui a imporre la linea mentre agli altri tocca seguire. E questo non solo non è poco, ma non era per nulla scontato 20 giorni fa, prima delle elezioni. È stato lui a stoppare qualsiasi ipotesi di intesa con il Pd e sempre lui a impostare la trattativa con i 5 stelle. Ha giocato duro, anche con Forza Italia, accettando il rischio della rottura della coalizione, ma ha vinto.Qualcuno, a questo punto, potrebbe pensare che la ricompensa per questa operazione sia la presidenza del Consiglio. Aspirazione legittima, ma molto difficile da realizzare. Se Salvini divenisse premier, a Di Maio toccherebbe la poltrona di vice e lo stesso varrebbe per Salvini, che se cedesse il passo ai grillini, si troverebbe retrocesso a numero due. Per questo è probabile che né l'uno né l'altro vadano a Palazzo Chigi, ma entrambi facciano un passo indietro. Dunque, Salvini avrebbe fatto tutto ciò non ottenendo nulla in cambio? Non proprio. Le ipotesi sul tavolo sono tre. La meno credibile è che 5 stelle e Lega accettino un premier non politico, con Di Maio e Salvini a fare i vicepremier. La seconda prevede che, dopo avere fatto l'accordo sulle Camere, i leader dei due partiti vincitori si accordino sulla legge elettorale e riportino gli italiani a votare. Nella terza invece si ipotizza un governo tra centrodestra e pentastellati con Giancarlo Giorgetti della Lega presidente. La numero due e la numero tre sono ipotesi che avevamo già affacciato nei giorni scorsi, ma oggi, dopo il blitz sulle Camere, se dovessimo scegliere scommetteremmo sull'ultima opzione. Ancora qualche giorno e vedremo.






