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2021-11-15
Così i ragazzini cadono nella Rete
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Trappola pericolosa o insostituibile risorsa? Specie per i giovanissimi, la rete può rivelarsi un luogo assai insidioso. Recentemente, il colosso dell'informatica Kaspersky ha commissionato a Educazione digitale un sondaggio per indagare sull'utilizzo di internet da parte dei più piccoli. Dalla rilevazione, che è stata condotta tra maggio e ottobre di quest'anno e ha coinvolto 1.800 bambini tra i 5 e i 10 anni di 55 istituti scolastici, è emerso che il 55% degli intervistati possiede un proprio dispositivo personale, e un quinto lo utilizza per più di due ore al giorno.
Ben il 40% fornirebbe informazioni personali agli amici virtuali incontrati online. E un terzo ha dichiarato che grazie a questi dispositivi «riesce a entrare in un mondo tutto loro nel quale si sentono bene e a proprio agio». È una realtà che spesso gli adulti faticano a comprendere, ma con la quale dovrebbero prendere maggiore dimestichezza. Il Web è disseminato di pericoli, e alcuni si annidano in giochi o passatempi che solo in apparenza sono innocenti. A ciò si aggiunge il rischio emulazione, che inevitabilmente accompagna gli anni della crescita dei ragazzini e degli adolescenti.
Per fare luce sul fenomeno abbiamo esaminato alcuni dei pericoli nei quali i nostri ragazzi potrebbero imbattersi durante la navigazione o l'utilizzo delle applicazioni installate sullo smartphone. Tre casi che poi sono il simbolo di tante altre situazioni: l'ormai famoso Squid game, serie tv coreana in streaming in cui vince chi uccide tutti gli altri; le sfide estreme, che tutti chiamano in inglese «challenge», nell'affrontare le quali non si rado può capitare di mettere in pericolo addirittura la vita; e infine lo streaming musicale. Ascoltare musica è un modo per immergersi nei brani dei propri cantanti preferiti, ma spesso i genitori ignorano i testi violenti o volgari che formano la mentalità dei ragazzi molto più delle prediche o dei rimproveri casalinghi. Con in più il rischio che le cuffie diventino un mezzo per isolarsi ancora di più dal mondo reale.
Marco Brusati: «Gli educatori sono troppo assenti. Occorre vigilanza»

Giovanissimi e internet, un rapporto complesso. Ne abbiamo discusso con Marco Brusati direttore di Hope, associazione attiva nel campo della comunicazione applicata ai processi educativi, pastorali ed ecclesiali, blogger, speaker e docente nel master in pubblicità istituzionale, comunicazione multimediale e creazioni di eventi dell'università di Firenze.
Che cosa non va nella rete?
«Il problema principale è la solitudine nella quale i giovanissimi vivono le relazioni nella realtà mediale, che finiscono per influenzare le relazioni che vivono nella realtà frontale, quella dell'io-tu. Le due “realtà", già di per sé indistricabili, per i giovanissimi sono sempre più indistinguibili».
Questa solitudine presuppone un'assenza. Di chi?
«Non mancano i coetanei, non mancano gli idoli mediali, ma spesso manca l'adulto, l'adulto educante. Si motiva l'assenza con il desiderio di tutelare la privacy dei ragazzi, o meglio dei bambini e dei preadolescenti, perché parliamo anche di persone di 8-10 anni. Talvolta i genitori, pensando di rispettare la riservatezza dei propri figli, si fermano “sulla soglia dello smartphone", mentre chi gestisce app e dispositivi in realtà può arrivare a conoscere i figli meglio di loro, grazie al monitoraggio più o meno forte delle azioni mediali. Manca, in altri termini, una guida del mondo educante accettata o almeno non esclusa a priori anche dai giovanissimi. Ed è questo un dato di fatto da cui partire».
E questo che conseguenze ha?
«È un percorso dai pericoli noti: cyberbullismo, adescamenti… Non c'è, per così dire, solo il ragazzo che prende in giro il compagno di banco e che poi ritorna sulle sue con adeguata presa di coscienza, ma pratiche come il sexting, ovvero la trasmissione di immagini sessualmente non neutre. In questo caso a rischio c'è la dignità oltre alla reputazione, perché quello che si invia anche privatamente attraverso la rete non va via da solo, da qualche parte resta e può sempre uscire. Inoltre, nei casi più gravi di cyberbullismo e come alcuni fatti di cronaca ci hanno evidenziato, si può arrivare anche a conseguenze estreme come il suicidio».
Si dice che la rete non dimentica.
«Io sono solito parlare di “eterno presente". Magari faccio una stupidaggine a 13 anni, me ne pento e invece no: rimarrà lì. Nelle chat private e nei gruppi gira un po' di tutto: sono come il vecchio muretto dove ci si confidava, con la differenza che la cosa non finisce quando si torna a casa e, se si è sbagliato qualcosa, non si può rimediare o almeno non facilmente. Questo fatto può anche generare fenomeni come il revenge porn, il body shaming, tutta la gamma di espressioni del cyberbullismo fino all'exclusion: non mi piaci più e ti escludo, ti chiudo fuori».
Un atteggiamento tipicamente infantile.
«È in realtà la cultura mediale a essere tipicamente “on/off". Se non mi vai bene come amico, ti posso spegnere con un click. La realtà frontale, per contro, è costituita da relazioni complesse, da vite che si intersecano. Anche il litigio, paradossalmente, apre a una mediazione che può anche finire per rinsaldare la relazione. Nella modalità “on/off", potendo spegnere o accendere relazioni senza la fatica della mediazione, si finisce per favorire la creazione di bolle di simili, dove posso convincermi che i miei interessi siano quelli di tutti, perché non vedo fuori dalla mia bolla e universalizzo il particolare».
Che spazio ha l'adulto in questo tipo di realtà?
«Poco e a volte non ne ha proprio: questo è un aspetto intrinseco e, di fatto, strutturale della realtà mediale dei giovanissimi. Pensi a come sono “targettizzati" i social network, che nascono e si trasformano per essere frequentati da una certa fascia d'età e con certi modelli di comportamento. Per esempio, su Tiktok ci sono anche adulti, ma per “una tiktoker" si intende una ragazza adolescente che si esibisce in balletti e movenze su musica. Se poi gli adulti sbarcano in massa su un certo social, i più giovani tendono ad andarsene altrove».
C'è stato un punto di non ritorno in questo fenomeno?
«Tutto va fatto partire intorno al 2005, con la fase di maturità dello smartphone e del tablet. Ormai siamo nella tarda maturità di quest'epoca, che apre già al metaverso e alla realtà non più digitalizzata ma interamente virtuale: nuove sfide ci attendono. Ma il principio resta ancora valido: lo smartphone ha reciso la necessità di un luogo fisico che collegasse la relazione tra adolescenti. Lo smartphone si è inserito nella relazione educante, e ha spesso abbassato il ruolo dell'adulto a vigilante poco o mal tollerato. Prima di quest'epoca, banalmente, per uscire di casa, andare a un concerto, o in qualsiasi altro luogo dovevo chiedere il permesso a papà e mamma o procurarmi i soldi. Oggi il mondo mi arriva in casa anche senza invito. È questa la rivoluzione, che va colta in tutta la sua essenzialità».
Quindi realtà «frontale» e «mediale» sono due rette parallele destinate a non incontrarsi?
«Se il mondo adulto prende consapevolezza delle responsabilità educante, i due mondi potranno incontrarsi. Manca la coscienza, nei meno giovani, che quello mediale non è “un" mondo, ma “il" mondo dei giovanissimi».
Che soluzione pratiche suggerisce?
«Servono patti di comunità, in cui le realtà locali come le famiglie, la scuola, la parrocchia, si mettono insieme e fissano regole comuni: attendere i 12 anni per avere uno smartphone, consegnare la password fino ai 14, monitorarne l'utilizzo successivo fino alla totale autonomia. L'idea è fare in modo che un gruppo faccia le stesse scelte. C'è un esempio di questo tipo a Gemona».
Non c'è il rischio che aggiungere altre regole allontani ulteriormente i giovani?
«Il rischio c'è, ma gli educatori non possono rinunciare al loro compito e certamente gli effetti positivi si faranno sentire».
Squid Game: Vince chi fa strage di avversari. Tutti lo guardano anche se è vietato
«Un, due, tre… stella!». Fino a poco tempo fa, all'udire questa esclamazione durante l'intervallo delle scuole o a margine di una tranquilla merenda pomeridiana organizzata da un gruppo di mamme, nessuno si sarebbe preoccupato. Oggi questa frase fa rabbrividire i genitori e perfino le forze dell'ordine, preoccupate dall'incontrollabile popolarità della sudcoreana Squid game, serie tv del momento trasmessa da Netflix (nella foto). Occorre precisare che la stessa piattaforma di streaming ha disposto di vietare la visione del contenuto ai minori di 14 anni. Limite di fatto del tutto inefficace in assenza di un parental control, il blocco della visione di certi contenuti inserito da un adulto. Ecco dunque che spetta ai genitori vigilare sul corretto utilizzo di Netflix da parte dei minori. Che sono un gruppo di telespettatori particolarmente sensibile e impressionabile, tra i quali Squid game si è diffuso anche dopo la pubblicazione su Youtube di spezzoni particolarmente cruenti. Non è solo la trama - 456 persone coinvolte in un gioco crudele per aggiudicarsi l'equivalente di 33 milioni di euro in palio - a preoccupare educatori e polizia, ma anche il contesto di povertà e degrado sociale, oltre ovviamente alle scene di violenza e morte. Tutti elementi, dunque, difficilmente «digeribili» dai più piccoli. «Mio figlio è tornato a casa con un livido sul braccio», ha raccontato una mamma di Palermo, «gli ho chiesto cosa fosse successo e mi ha spiegato che si è fatto male "giocando a Squid game"». A seguito di segnalazioni analoghe si è mossa la polizia postale, con un vademecum nel quale invita i genitori a vigilare e a parlare di questo fenomeno in famiglia, ricordando ai bambini che quella dipinta dalle scene è solo finzione. Sul tema è stata presentata un'interrogazione parlamentare da parte della deputata leghista Laura Cavandoli. Non è la prima volta che una serie fa scattare l'allarme emulazione. Era già capitato in passato, ad esempio, con Gomorra. Senza attenzione e regole chiare, capiterà senza dubbio di nuovo.
Challenge: Cappio al collo nella gara di resistenza. Bimba di 10 anni muore strangolata
Si scrive «challenge», si traduce sfida, si legge potenziale pericolo. Purtroppo negli ultimi anni la cronaca ha riportato con una certa frequenza episodi di giovani e giovanissimi caduti nel tranello di rischiose provocazioni. Si va dalle sfide solo apparentemente meno innocue ma che possono avere conseguenze serissime, come quella relativa al binge drinking, e cioè assumere quante più bevande alcoliche in un ristretto lasso di tempo. Oppure il batmanning, che prevede di appendersi a testa in giù finché non si cade rovinosamente per terra, magari con una spalla rotta o un trauma cranico. Salendo di qualche gradino in questa folle scala troviamo l'eyaballing, la folle moda di consumare vodka versandosela nelle orbite oculari, nata in Francia ormai un decennio fa. E poi il choking game, il cui obiettivo è «provocare volontariamente uno svenimento facendo ricorso all'iperventilazione, per poi bloccare l'affluenza del sangue al cervello mediante compressione della carotide», come ha spiegato tempo fa all'Adnkronos la psicologa e presidente dell'Osservatorio nazionale adolescenza Maura Manca. Fino alle 50 terribili regole della famigerata blue whale (nella foto), che avrebbe spinto decine di adolescenti russi a togliersi la vita. L'ultima minaccia arriva dalla blackout challenge, assurdo gioco che consiste nel resistere più tempo possibile con una cintura stretta intorno al collo. Si tratta di pericoli molto vicini a noi: per aver partecipato a questa sfida, all'inizio dell'anno una bambina palermitana di 10 anni è rimasta strangolata dalla cintura dell'accappatoio. Le challenge non nascono con i social network, ma le piattaforme - incluse quelle di messaggistica più difficili da tracciare, come Telegram - costituiscono una mortale cassa di risonanza in grado di amplificare a dismisura il pericoloso messaggio. Noia, voglia di trasgredire, desiderio di sentirsi accettati dal gruppo. Comportamenti e sensazioni perfettamente normali per una adolescente, che queste sfide rischiano però di condurre a estreme conseguenze.
Streaming musicale: Cuffie in testa e capo chino inebetiti sentendo parolacce e spot alla droga
Cuffie in testa e capo chino. Se prima la musica era sinonimo di condivisione, oggi l'ascolto delle canzoni sta diventando uno dei tanti modi di isolarsi in voga tra i giovani. Un processo, se vogliamo, iniziato con il walkman e cresciuto esponenzialmente grazie alla diffusione degli smartphone e delle piattaforme di streaming. Pochi euro al mese sono sufficienti per accomodarsi a un vero e proprio «all you can eat» musicale. Risultato? Non sempre si riesce a comprendere, e quando necessario a filtrare, i gusti musicali dei nostri ragazzi. Come accade per tutte le app di contenuti, esiste, sì, la possibilità di impostare una sorta di «parental control», un blocco per impedire l'ascolto di quelle che oltreoceano definiscono «explicit lyrics», cioè i cosiddetti «testi espliciti». Nei testi incriminati finisce di tutto, dal razzismo al sesso, fino alla droga e alla violenza. Non a caso, uno dei filoni più gettonati si chiama «trash rap», ovvero rap spazzatura meglio noto come trap. Il blogger e scrittore Emanuele Fardella ha stilato sul suo sito Oltrelamusicablog.com un'antologia dei testi shock. «Hey tipa, vieni in camera con me / quanto sei porca dopo una vodka (…) siete facili, vi finisco subito», canta l'idolo dei ragazzini Sfera Ebbasta. I Dark polo gang cantano: «Nella padella pollo e cocaina / trasformo pacchi in contanti in orologi / mamma conta bene i soldi / tr**a sta lontano dai miei sogni». E poi ci sono gli Fsk satellite che tirano in ballo le armi: «Con i soldi della droga, ah / ho comprato una pistola, ah / ho comprato un pistola, ah / sono settimana al caldo, oh / rischio settimane al gabbio, ah / con un buco in testa / per farti un buco in testa». Qualche anno fa un sedicenne della provincia di Venezia è finito in coma per aver fumato della polpa di pesca, su ispirazione di un testo di Achille Lauro (nella foto). Anche Flavio e Gianluca, adolescenti ternani di 16 e 15 anni, traendo ispirazione dal Web nel luglio 2020 hanno ingaggiato un pusher perché fornisse loro la codeina, la sostanza in voga negli ambienti trap. Era metadone, e loro purtroppo non ce l'hanno fatta.
Continua a leggereRiduci
Loro sono arciconvinti si tratti di uno strumento insostituibile per entrare in rapporto con gli altri e il mondo. Tuttavia per gli adolescenti il Web è anche un terreno disseminato di trappole delle quali gli stessi genitori sono inconsapevoli. I pericoli più gravi si annidano in giochi che sono innocenti soltanto in apparenza. Ecco i rischi maggiori e come imparare a tenersene alla larga.L'intervista a Marco Brusati: «Gli educatori sonotroppo assenti. Occorre vigilanza». L'esperto di multimedialità: «Più solitudine dai rapporti virtuali Errore non intervenire con la scusa di tutelare la riservatezza».Lo speciale comprende quattro articoli.Trappola pericolosa o insostituibile risorsa? Specie per i giovanissimi, la rete può rivelarsi un luogo assai insidioso. Recentemente, il colosso dell'informatica Kaspersky ha commissionato a Educazione digitale un sondaggio per indagare sull'utilizzo di internet da parte dei più piccoli. Dalla rilevazione, che è stata condotta tra maggio e ottobre di quest'anno e ha coinvolto 1.800 bambini tra i 5 e i 10 anni di 55 istituti scolastici, è emerso che il 55% degli intervistati possiede un proprio dispositivo personale, e un quinto lo utilizza per più di due ore al giorno. Ben il 40% fornirebbe informazioni personali agli amici virtuali incontrati online. E un terzo ha dichiarato che grazie a questi dispositivi «riesce a entrare in un mondo tutto loro nel quale si sentono bene e a proprio agio». È una realtà che spesso gli adulti faticano a comprendere, ma con la quale dovrebbero prendere maggiore dimestichezza. Il Web è disseminato di pericoli, e alcuni si annidano in giochi o passatempi che solo in apparenza sono innocenti. A ciò si aggiunge il rischio emulazione, che inevitabilmente accompagna gli anni della crescita dei ragazzini e degli adolescenti.Per fare luce sul fenomeno abbiamo esaminato alcuni dei pericoli nei quali i nostri ragazzi potrebbero imbattersi durante la navigazione o l'utilizzo delle applicazioni installate sullo smartphone. Tre casi che poi sono il simbolo di tante altre situazioni: l'ormai famoso Squid game, serie tv coreana in streaming in cui vince chi uccide tutti gli altri; le sfide estreme, che tutti chiamano in inglese «challenge», nell'affrontare le quali non si rado può capitare di mettere in pericolo addirittura la vita; e infine lo streaming musicale. Ascoltare musica è un modo per immergersi nei brani dei propri cantanti preferiti, ma spesso i genitori ignorano i testi violenti o volgari che formano la mentalità dei ragazzi molto più delle prediche o dei rimproveri casalinghi. Con in più il rischio che le cuffie diventino un mezzo per isolarsi ancora di più dal mondo reale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosi-i-ragazzini-cadono-nella-rete-2655549287.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="marco-brusati-gli-educatori-sono-troppo-assenti-occorre-vigilanza" data-post-id="2655549287" data-published-at="1636923281" data-use-pagination="False"> Marco Brusati: «Gli educatori sono troppo assenti. Occorre vigilanza» Giovanissimi e internet, un rapporto complesso. Ne abbiamo discusso con Marco Brusati direttore di Hope, associazione attiva nel campo della comunicazione applicata ai processi educativi, pastorali ed ecclesiali, blogger, speaker e docente nel master in pubblicità istituzionale, comunicazione multimediale e creazioni di eventi dell'università di Firenze. Che cosa non va nella rete? «Il problema principale è la solitudine nella quale i giovanissimi vivono le relazioni nella realtà mediale, che finiscono per influenzare le relazioni che vivono nella realtà frontale, quella dell'io-tu. Le due “realtà", già di per sé indistricabili, per i giovanissimi sono sempre più indistinguibili». Questa solitudine presuppone un'assenza. Di chi? «Non mancano i coetanei, non mancano gli idoli mediali, ma spesso manca l'adulto, l'adulto educante. Si motiva l'assenza con il desiderio di tutelare la privacy dei ragazzi, o meglio dei bambini e dei preadolescenti, perché parliamo anche di persone di 8-10 anni. Talvolta i genitori, pensando di rispettare la riservatezza dei propri figli, si fermano “sulla soglia dello smartphone", mentre chi gestisce app e dispositivi in realtà può arrivare a conoscere i figli meglio di loro, grazie al monitoraggio più o meno forte delle azioni mediali. Manca, in altri termini, una guida del mondo educante accettata o almeno non esclusa a priori anche dai giovanissimi. Ed è questo un dato di fatto da cui partire». E questo che conseguenze ha? «È un percorso dai pericoli noti: cyberbullismo, adescamenti… Non c'è, per così dire, solo il ragazzo che prende in giro il compagno di banco e che poi ritorna sulle sue con adeguata presa di coscienza, ma pratiche come il sexting, ovvero la trasmissione di immagini sessualmente non neutre. In questo caso a rischio c'è la dignità oltre alla reputazione, perché quello che si invia anche privatamente attraverso la rete non va via da solo, da qualche parte resta e può sempre uscire. Inoltre, nei casi più gravi di cyberbullismo e come alcuni fatti di cronaca ci hanno evidenziato, si può arrivare anche a conseguenze estreme come il suicidio». Si dice che la rete non dimentica. «Io sono solito parlare di “eterno presente". Magari faccio una stupidaggine a 13 anni, me ne pento e invece no: rimarrà lì. Nelle chat private e nei gruppi gira un po' di tutto: sono come il vecchio muretto dove ci si confidava, con la differenza che la cosa non finisce quando si torna a casa e, se si è sbagliato qualcosa, non si può rimediare o almeno non facilmente. Questo fatto può anche generare fenomeni come il revenge porn, il body shaming, tutta la gamma di espressioni del cyberbullismo fino all'exclusion: non mi piaci più e ti escludo, ti chiudo fuori». Un atteggiamento tipicamente infantile. «È in realtà la cultura mediale a essere tipicamente “on/off". Se non mi vai bene come amico, ti posso spegnere con un click. La realtà frontale, per contro, è costituita da relazioni complesse, da vite che si intersecano. Anche il litigio, paradossalmente, apre a una mediazione che può anche finire per rinsaldare la relazione. Nella modalità “on/off", potendo spegnere o accendere relazioni senza la fatica della mediazione, si finisce per favorire la creazione di bolle di simili, dove posso convincermi che i miei interessi siano quelli di tutti, perché non vedo fuori dalla mia bolla e universalizzo il particolare». Che spazio ha l'adulto in questo tipo di realtà? «Poco e a volte non ne ha proprio: questo è un aspetto intrinseco e, di fatto, strutturale della realtà mediale dei giovanissimi. Pensi a come sono “targettizzati" i social network, che nascono e si trasformano per essere frequentati da una certa fascia d'età e con certi modelli di comportamento. Per esempio, su Tiktok ci sono anche adulti, ma per “una tiktoker" si intende una ragazza adolescente che si esibisce in balletti e movenze su musica. Se poi gli adulti sbarcano in massa su un certo social, i più giovani tendono ad andarsene altrove». C'è stato un punto di non ritorno in questo fenomeno? «Tutto va fatto partire intorno al 2005, con la fase di maturità dello smartphone e del tablet. Ormai siamo nella tarda maturità di quest'epoca, che apre già al metaverso e alla realtà non più digitalizzata ma interamente virtuale: nuove sfide ci attendono. Ma il principio resta ancora valido: lo smartphone ha reciso la necessità di un luogo fisico che collegasse la relazione tra adolescenti. Lo smartphone si è inserito nella relazione educante, e ha spesso abbassato il ruolo dell'adulto a vigilante poco o mal tollerato. Prima di quest'epoca, banalmente, per uscire di casa, andare a un concerto, o in qualsiasi altro luogo dovevo chiedere il permesso a papà e mamma o procurarmi i soldi. Oggi il mondo mi arriva in casa anche senza invito. È questa la rivoluzione, che va colta in tutta la sua essenzialità». Quindi realtà «frontale» e «mediale» sono due rette parallele destinate a non incontrarsi? «Se il mondo adulto prende consapevolezza delle responsabilità educante, i due mondi potranno incontrarsi. Manca la coscienza, nei meno giovani, che quello mediale non è “un" mondo, ma “il" mondo dei giovanissimi». Che soluzione pratiche suggerisce? «Servono patti di comunità, in cui le realtà locali come le famiglie, la scuola, la parrocchia, si mettono insieme e fissano regole comuni: attendere i 12 anni per avere uno smartphone, consegnare la password fino ai 14, monitorarne l'utilizzo successivo fino alla totale autonomia. L'idea è fare in modo che un gruppo faccia le stesse scelte. C'è un esempio di questo tipo a Gemona». Non c'è il rischio che aggiungere altre regole allontani ulteriormente i giovani? «Il rischio c'è, ma gli educatori non possono rinunciare al loro compito e certamente gli effetti positivi si faranno sentire». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cosi-i-ragazzini-cadono-nella-rete-2655549287.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="squid-game-vince-chi-fa-strage-di-avversari-tutti-lo-guardano-anche-se-e-vietato" data-post-id="2655549287" data-published-at="1636923281" data-use-pagination="False"> Squid Game: Vince chi fa strage di avversari. Tutti lo guardano anche se è vietato «Un, due, tre… stella!». Fino a poco tempo fa, all'udire questa esclamazione durante l'intervallo delle scuole o a margine di una tranquilla merenda pomeridiana organizzata da un gruppo di mamme, nessuno si sarebbe preoccupato. Oggi questa frase fa rabbrividire i genitori e perfino le forze dell'ordine, preoccupate dall'incontrollabile popolarità della sudcoreana Squid game, serie tv del momento trasmessa da Netflix (nella foto). Occorre precisare che la stessa piattaforma di streaming ha disposto di vietare la visione del contenuto ai minori di 14 anni. Limite di fatto del tutto inefficace in assenza di un parental control, il blocco della visione di certi contenuti inserito da un adulto. Ecco dunque che spetta ai genitori vigilare sul corretto utilizzo di Netflix da parte dei minori. Che sono un gruppo di telespettatori particolarmente sensibile e impressionabile, tra i quali Squid game si è diffuso anche dopo la pubblicazione su Youtube di spezzoni particolarmente cruenti. Non è solo la trama - 456 persone coinvolte in un gioco crudele per aggiudicarsi l'equivalente di 33 milioni di euro in palio - a preoccupare educatori e polizia, ma anche il contesto di povertà e degrado sociale, oltre ovviamente alle scene di violenza e morte. Tutti elementi, dunque, difficilmente «digeribili» dai più piccoli. «Mio figlio è tornato a casa con un livido sul braccio», ha raccontato una mamma di Palermo, «gli ho chiesto cosa fosse successo e mi ha spiegato che si è fatto male "giocando a Squid game"». A seguito di segnalazioni analoghe si è mossa la polizia postale, con un vademecum nel quale invita i genitori a vigilare e a parlare di questo fenomeno in famiglia, ricordando ai bambini che quella dipinta dalle scene è solo finzione. Sul tema è stata presentata un'interrogazione parlamentare da parte della deputata leghista Laura Cavandoli. Non è la prima volta che una serie fa scattare l'allarme emulazione. Era già capitato in passato, ad esempio, con Gomorra. Senza attenzione e regole chiare, capiterà senza dubbio di nuovo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cosi-i-ragazzini-cadono-nella-rete-2655549287.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="challenge-cappio-al-collo-nella-gara-di-resistenza-bimba-di-10-anni-muore-strangolata" data-post-id="2655549287" data-published-at="1636923281" data-use-pagination="False"> Challenge: Cappio al collo nella gara di resistenza. Bimba di 10 anni muore strangolata Si scrive «challenge», si traduce sfida, si legge potenziale pericolo. Purtroppo negli ultimi anni la cronaca ha riportato con una certa frequenza episodi di giovani e giovanissimi caduti nel tranello di rischiose provocazioni. Si va dalle sfide solo apparentemente meno innocue ma che possono avere conseguenze serissime, come quella relativa al binge drinking, e cioè assumere quante più bevande alcoliche in un ristretto lasso di tempo. Oppure il batmanning, che prevede di appendersi a testa in giù finché non si cade rovinosamente per terra, magari con una spalla rotta o un trauma cranico. Salendo di qualche gradino in questa folle scala troviamo l'eyaballing, la folle moda di consumare vodka versandosela nelle orbite oculari, nata in Francia ormai un decennio fa. E poi il choking game, il cui obiettivo è «provocare volontariamente uno svenimento facendo ricorso all'iperventilazione, per poi bloccare l'affluenza del sangue al cervello mediante compressione della carotide», come ha spiegato tempo fa all'Adnkronos la psicologa e presidente dell'Osservatorio nazionale adolescenza Maura Manca. Fino alle 50 terribili regole della famigerata blue whale (nella foto), che avrebbe spinto decine di adolescenti russi a togliersi la vita. L'ultima minaccia arriva dalla blackout challenge, assurdo gioco che consiste nel resistere più tempo possibile con una cintura stretta intorno al collo. Si tratta di pericoli molto vicini a noi: per aver partecipato a questa sfida, all'inizio dell'anno una bambina palermitana di 10 anni è rimasta strangolata dalla cintura dell'accappatoio. Le challenge non nascono con i social network, ma le piattaforme - incluse quelle di messaggistica più difficili da tracciare, come Telegram - costituiscono una mortale cassa di risonanza in grado di amplificare a dismisura il pericoloso messaggio. Noia, voglia di trasgredire, desiderio di sentirsi accettati dal gruppo. Comportamenti e sensazioni perfettamente normali per una adolescente, che queste sfide rischiano però di condurre a estreme conseguenze. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cosi-i-ragazzini-cadono-nella-rete-2655549287.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="streaming-musicale-cuffie-in-testa-e-capo-chino-inebetiti-sentendo-parolacce-e-spot-alla-droga" data-post-id="2655549287" data-published-at="1636923281" data-use-pagination="False"> Streaming musicale: Cuffie in testa e capo chino inebetiti sentendo parolacce e spot alla droga Cuffie in testa e capo chino. Se prima la musica era sinonimo di condivisione, oggi l'ascolto delle canzoni sta diventando uno dei tanti modi di isolarsi in voga tra i giovani. Un processo, se vogliamo, iniziato con il walkman e cresciuto esponenzialmente grazie alla diffusione degli smartphone e delle piattaforme di streaming. Pochi euro al mese sono sufficienti per accomodarsi a un vero e proprio «all you can eat» musicale. Risultato? Non sempre si riesce a comprendere, e quando necessario a filtrare, i gusti musicali dei nostri ragazzi. Come accade per tutte le app di contenuti, esiste, sì, la possibilità di impostare una sorta di «parental control», un blocco per impedire l'ascolto di quelle che oltreoceano definiscono «explicit lyrics», cioè i cosiddetti «testi espliciti». Nei testi incriminati finisce di tutto, dal razzismo al sesso, fino alla droga e alla violenza. Non a caso, uno dei filoni più gettonati si chiama «trash rap», ovvero rap spazzatura meglio noto come trap. Il blogger e scrittore Emanuele Fardella ha stilato sul suo sito Oltrelamusicablog.com un'antologia dei testi shock. «Hey tipa, vieni in camera con me / quanto sei porca dopo una vodka (…) siete facili, vi finisco subito», canta l'idolo dei ragazzini Sfera Ebbasta. I Dark polo gang cantano: «Nella padella pollo e cocaina / trasformo pacchi in contanti in orologi / mamma conta bene i soldi / tr**a sta lontano dai miei sogni». E poi ci sono gli Fsk satellite che tirano in ballo le armi: «Con i soldi della droga, ah / ho comprato una pistola, ah / ho comprato un pistola, ah / sono settimana al caldo, oh / rischio settimane al gabbio, ah / con un buco in testa / per farti un buco in testa». Qualche anno fa un sedicenne della provincia di Venezia è finito in coma per aver fumato della polpa di pesca, su ispirazione di un testo di Achille Lauro (nella foto). Anche Flavio e Gianluca, adolescenti ternani di 16 e 15 anni, traendo ispirazione dal Web nel luglio 2020 hanno ingaggiato un pusher perché fornisse loro la codeina, la sostanza in voga negli ambienti trap. Era metadone, e loro purtroppo non ce l'hanno fatta.
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Dal diritto di Israele a esistere alla repressione dei dissidenti iraniani, fino alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz: le contraddizioni dell’Occidente e l’ambiguità europea davanti a Teheran.
Ci sono alcune scomode verità che raramente sono evocate nelle discussioni pubbliche nei salotti televisivi. La prima. La pace in Medio Oriente, cioè, non potrà essere raggiunta finché una parte continuerà a negare all’altra il diritto stesso di esistere. Finché insomma l’Iran e le sue articolazioni armate all’estero — Hamas, Hezbollah, Houthi — continueranno a proclamare, ufficialmente e pubblicamente, la distruzione dello Stato di Israele, ogni trattativa sarà destinata a produrre non la pace, ma solo una pausa, non una soluzione del conflitto, ma un semplice rinvio delle ostilità.
La seconda. La voce sofferente del popolo iraniano sembra essere svanita nel nulla! Un grido di dolore che è stato progressivamente soffocato, ignorato, archiviato. Un mare di lutti dimenticato. In Europa ci si mobilita — giustamente! — per la libertà dell’Ucraina. S’invocano principi sacrosanti e intangibili: democrazia, libertà, diritti umani. Ma quegli stessi principi sembrano improvvisamente diventare negoziabili quando si tratta dell’Iran, quando si mercanteggia con i Pasdaran. È una contraddizione che non può non colpire: si finisce per essere, di fatto, più indulgenti verso i Guardiani della Rivoluzione che verso un popolo assetato di libertà e terrorizzato da una repressione sanguinaria.
La terza. Lo Stretto di Hormuz è spesso considerato come se fosse una proprietà iraniana. Sappiamo invece che non lo è. Il diritto internazionale — sia convenzionale sia consuetudinario — è chiarissimo: nelle acque internazionali degli Stretti vige il principio del passaggio inoffensivo. Le navi di tutti i Paesi hanno diritto a transitare liberamente, salvo ovviamente le unità nemiche dei Paesi costieri in caso di conflitto. Teheran non può, dunque, imporre un blocco generalizzato. Farlo significa violare norme fondamentali su cui si regge l’intero sistema della navigazione globale.
Ma se quello Stretto è essenziale, vitale, per l’economia mondiale — e certamente lo è — perché la sua sicurezza dovrebbe essere garantita solo dopo la crisi, e magari con il consenso del Paese che pretende (senza basi giuridiche) di esercitarvi la propria sovranità? E se la crisi durasse anni? La presenza militare internazionale, in quell’area, non sarebbe in definitiva una provocazione. Sarebbe un sostegno all’economia globale del pianeta.
A questo punto tuttavia, l’obiezione arriva inevitabile: questo discorso non tiene, perché alla radice di tutto c’è l’intervento americano, da molti considerato illegittimo. È stato dunque Washington ad aver acceso la miccia e ad aver provocato una situazione dagli sviluppi imprevedibili. Si stava tanto bene prima! Prima che gli americani intervenissero. Con il governo iraniano che aveva ripreso i suoi progetti atomici, che eliminava migliaia di oppositori pacifici, che inviava regolarmente centinaia di missili sulla testa degli israeliani. Lo Stretto di Hormuz però era aperto! Gli iraniani, bontà loro, facevano passare il loro petrolio destinato ai nostri porti. Gli affari andavano bene. Insomma questi americani di che cosa s’impicciano?
È questa una lettura diffusa, prevalente, ma è anche una lettura parziale. Gli Stati Uniti — piaccia o no — non sono intervenuti nel vuoto, né per un capriccio geopolitico, né perché Trump sia pazzo. Il loro obiettivo dichiarato era impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. E qui il ragionamento si fa meno ideologico e più concreto. Un Iran nucleare, con la sua permanente minaccia contro Israele, non rappresenta un pericolo solo teorico, ma un rischio reale per la pace mondiale.
Il paradosso è tutto qui: si condanna l’intervento americano perché «illegittimo», ma si tende a ignorare lo scenario che quell’intervento mirava a evitare. Si contesta il mezzo, senza interrogarsi troppo sul fine.
E l’Europa in tutto questo? Divisa, esitante, spesso è apparsa più incline a prendere le distanze che a condividere responsabilità. Non solo non ha sostenuto politicamente le posizioni americane, ma in alcuni casi è apparsa addirittura ostile, più vicina alle ragioni di Teheran. Alla fine, tutto si riduce a una sola parola: coerenza! Non si può difendere la libertà a Kiev e ignorarla a Teheran. Non si può invocare il diritto internazionale (contro gli Usa) e poi relativizzarlo (in favore di Teheran) quando si parla dello Stretto di Hormuz. Non si può infine parlare seriamente di pace senza affrontare la questione pregiudiziale evocata all’inizio: il riconoscimento reciproco Iran/Israele. Senza questo passaggio, tutto il resto rischia di essere retorica.
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Alice Buonguerrieri, capogruppo Fdi in commissione Covid, spiega cosa non torna nelle ricostruzioni di Giuseppe Conte su lockdown e mascherine. E perché si rifiuta di presentarsi in aula a raccontare la verità.
I militari del Comando Provinciale della Guardia di finanza di Torino, coordinati dalla Procura della Repubblica, hanno eseguito un sequestro preventivo emesso dal Gip del Tribunale di Torino con riferimento a disponibilità per circa € 7 milioni relativi al profitto illecito derivato dall’indebito utilizzo di crediti d’imposta fittizi, generati attraverso frodi in materia di «Superbonus 110%».
Al centro delle vicende che hanno portato all’adozione del provvedimento cautelare è una società edile del capoluogo piemontese, la quale - in ipotesi di accusa - avrebbe emesso fatture per operazioni inesistenti a fronte di lavori di efficientamento energetico («Ecobonus») e di riduzione del rischio sismico («Sismabonus») su un condominio torinese e risultati in realtà mai effettuati. Ciò grazie all’utilizzo di false attestazioni e asseverazioni sottoscritte da professionisti riconducibili alla medesima società, che ha così potuto disporre di crediti per interventi energetici e sismici non eseguiti.
Le responsabilità per gli illeciti rilevati riguardano l’amministratore di fatto della società coinvolta e 4 professionisti (due architetti di Torino, un ingegnere di Milano e un commercialista di Napoli Nord), incaricati degli adempimenti connessi alla pratica edilizia per il beneficio del Superbonus, del rilascio delle occorrenti asseverazioni, della progettazione e della direzione dei lavori nonché degli adempimenti fiscali e del rilascio del visto di conformità. Nei loro confronti - fatta salva la presunzione di innocenza - sono a vario titolo contestati i delitti di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, emissione di fatture per operazioni inesistenti e riciclaggio. Contestualmente, alla società edile vengono contestate le relative responsabilità dipendenti dai reati commessi a suo vantaggio.
Gli approfondimenti investigativi svolti hanno consentito di rilevare, innanzitutto su basi documentali, come i soggetti responsabili abbiano prospettato ai condomini del complesso immobiliare torinese l’esecuzione di interventi edilizi «a costo zero» (mediante sconto in fattura e cessione alla società del credito da Superbonus), inducendoli a stipulare un contratto di appalto per lavori da concludersi entro il 31 dicembre 2023.
La mancata effettuazione dei lavori pattuiti nei termini previsti e i successivi tentativi di porvi rimedio, con l’incremento sproporzionato dell’importo complessivo delle opere, hanno poi indotto il condominio interessato ad assumere iniziative di giudiziarie.
Nonostante la mancata esecuzione dei lavori, la società edile ha comunque emesso le relative fatture nei confronti del condominio, con l'intento di indurre in errore l’Agenzia delle entrate circa la spettanza di crediti fiscali per quasi 7 milioni di euro.
Le condotte contestate sono state rese possibili anche grazie al concorso dei professionisti indagati, mediante: le false asseverazioni circa l’avvenuta esecuzione dei lavori, attraverso le quali la società ha potuto costituire i presupposti per la fraudolenta generazione e attribuzione dei crediti di imposta; il mendace visto di conformità sui presupposti che danno diritto all’agevolazione fiscale e la trasmissione all’Agenzia delle entrate della documentazione necessaria per il riconoscimento del contributo da Superbonus sotto forma di sconto in fattura.
I crediti di imposta falsi così generati, una volta entrati nel patrimonio della società, sono stati in parte ceduti a terzi e in parte sono rimasti nella sua disponibilità, per la successiva cessione o per l’utilizzo in compensazione con le imposte dovute.
Su queste basi il Giudice per le indagini preliminari ha disposto il sequestro preventivo, anche per equivalente, di beni della società (con prioritario riferimento ai crediti di imposta ancora nella sua disponibilità) e degli indagati per circa € 7 milioni complessivi, come profitto dei reati contestati.
L’esecuzione del provvedimento è stata curata dal Nucleo di polizia economico-finanziaria di Torino, che ha provveduto alla tempestiva e accurata ricostruzione dei crediti d’imposta ancora nella disponibilità della società coinvolta, in efficace raccordo con gli Uffici dell’Agenzia delle entrate.
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