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2018-12-22
Le pagelle alla manovra. Che cosa è cambiato dopo l'accordo con la Ue
ANSA
La manovra che sarà ufficializzata con il maxiemendamento (in ritardo) atteso oggi al Senato è frutto di un compromesso. Dentro il governo e con l'Europa. Ma i «forza spread» che speravano potesse essere una legge Finanziaria in grado di mandare l'Italia a gambe all'aria dovranno ricredersi. I due pilastri del contratto di governo sono presenti. Sia quota 100 sia il reddito di cittadinanza partiranno, anche se con una serie di modifiche temporali. Vedranno la luce sicuramente nella seconda parte del 2019, in parte perché serviranno settimane per la gestione logistica e in parte perché lo slittamento stesso consentirà la riduzione del deficit. Meno spesa nel 2019, minore rapporto ai fini del Pil, anche se la crescita è stata rivista al ribasso. Chi critica il govenro in maniera preconcetta si perde il contenuto dei provvedimenti e pare vivere in un posto lontano dalla realtà e dalle necessità di chi non ha rendite né patrimoni ma si affida solo al proprio reddito da lavoro (quando c'è). È il caso del Pd, e di gran parte della sinistra e del partito mai nato dei Competenti. Per mesi hanno invocato la scure dei mercati perché le Borse e lo spread punissero i «cialtroni» e gli incapaci «scappati di casa». La goduria con cui si auto alimentavano le previsioni di disastro economico è stata proporzionale al timore di perdere per sempre poltrone, consulenze e fette di potere. Nulla che riguardasse i veri fondamentali del Paese. Ora che il governo è sceso parzialmente a compromessi con l'Ue (in ogni caso il deficit secondo la manovra firmata lo scorso anno da Pier Carlo Padoan sarebbe dovuto scendere dall'1,2% allo 0,8% e invece è al 2,04%), i critici anziché applaudire il passo indietro invocato fino a poco prima accusano il governo di essersi calato le braghe. O di aver soffocato il futuro del Paese per aver utilizzato le clausole di salvaguardia. Peccato che l'escamotage di utilizzare l'aumento Iva come garanzia di copertura per le spese future è utilizzato ininterrottamente dal 2011. Il democristiano Enrico Letta, tanto stimato a Bruxelles e a Parigi, ha inserito persino clausole di salvaguardia su gasolio e benzina. Però nessuno lo ha accusato di affossare il futuro dei giovani italiani. D'altronde, la mancanza di lucidità di molte critiche portano a dimenticare i fatti. Se siamo arrivati a penare tanto è per via di manovre pessime che si sono limitate a fare deficit senza impostare alcuna vera riforma. Nonostante le cure di Mario Monti e Paolo Gentiloni, il debito italiano è sempre salito. Segno che quelle ricette non funzionavano. Adesso bisogna provarne di nuove. E vedere se funzioneranno. Proseguire sulla vecchie strada sarebbe comunque stato un errore. Per il resto, non avendo alcun preconcetto, possiamo permetterci di prendere la manovra e sezionarla voce per voce.
Ci sono punti che meritano una convinta promozione. È il caso della pace fiscale e del saldo e stralcio delle cartelle di Equitalia-Riscossione. Tra i beneficiari ci sono contribuenti arrivati a livelli non più sostenibili. Un colpo di spugna stimola il gettito e consente una boccata d'ossigeno. Stesso discorso vale per la flat tax per le partite Iva. Vale al 15% fino ai 65.000 euro di imponibile e, dal 2020, al 20% dai 65.000 fino ai 100.000 euro. Si poteva fare di più? Certo, ma fino a oggi nessun governo aveva mai riservato la minima attenzione ai lavoratori autonomi. Nessuna tutela, nessun sostegno: solo maggiori tasse e prelievi contributivi. Per la prima volta si fa una partita Iva minima estesa e che non comprime la crescita. Si mostrano un po' ridicoli i politici che criticano l'intervento perché troppo mirato e riduttivo (riguarda 900.000 persone) quando prima non hanno mai fatto nulla.
Allo stesso modo sono da valutare positivamente gli interventi sulla cedolare secca e sulla gestione Imu dei capannoni. Dettagli? Per molti tessuti territoriali sono segnali importanti. Purtroppo la manovra è anche costellata di tasse e minori incentivi per le imprese e per gli azionisti che reinvestono in azienda. Come tutti i precedenti governi, l'attuale utilizza il comparto del gioco per favore cassa e - paradosso - fa campagna elettorale (ci riferiamo ai 5 stelle) sostenendo che lo Stato debba cancellare slot e altre amenità mentre le considera fondamentali per il proprio bilancio. Discutibile soprattutto l'intervento sulle «pensioni d'oro», che non distingue tra assegni contributivi e retributivi. Non fa alcuna selezione tra chi ha lavorato e chi no. L'unica distinzione è tra chi è ricco e meno ricco. E a entrambe le categorie l'anno prossimo sarà ridotto l'importo di adeguamento rispetto all'inflazione.
Noi, invece, apprezziamo lo Stato di diritto. Però sappiamo pure che che non si può volere tutto; e soprattutto, che le alternative politiche erano e restano peggiori di questa.
Flat tax e sgravi: ossigeno per professionisti ed emersione del nero

È la parte più coraggiosa della manovra, cambia la vita a 900.000 imprese e partite Iva. Si tratta del primo step dell'introduzione della flat tax: 15% di tasse per le partite Iva fino a 65.000 euro annui di fatturato, e 20% sopra quella soglia fino a 100.000 euro. Ma attenzione: nella manovra c'è già scritto che dal 1° gennaio 2020 l'aliquota del 15% sarà applicabile fino a un fatturato di 100.000 euro. Il vantaggio è duplice: non solo sul piano di una imposizione fiscale più accettabile, ma anche su quello degli oneri burocratici. I soggetti ricompresi in questo regime fiscale saranno infatti esonerati dalla tenuta di una contabilità rigida. Si tratta, come detto, di 900.000 imprese e partite Iva: artigiani, commercianti, professionisti. Un altro esperimento, limitato a un settore ma pur sempre interessante di flat tax, è quello per le ripetizioni scolastiche e le lezioni private, con l'obiettivo di attivare un potente incentivo all'emersione di attività spesso svolte in nero. Secondo la norma, dal primo gennaio 2019, «i titolari di cattedre nelle scuole di ogni ordine e grado» potranno chiedere l'applicazione di «un'imposta sostitutiva dell'imposta sul reddito delle persone fisiche e delle addizionali regionali e comunali pari al 15%, salva l'opzione per l'applicazione dell'imposta sul reddito nei modi ordinari». Secondo uno studio di 2 anni fa, curato da Lorenzo Castellani e Giacomo Bandini, attualmente metà degli studenti delle superiori si avvarrebbero di lezioni private; il giro d'affari sarebbe complessivamente di 800 milioni l'anno, e in 9 casi su 10 le ripetizioni avverrebbero senza dichiarazioni al fisco.
Clausole di salvaguardia: sull’Iva hanno preso tempo

Quella delle clausole di salvaguardia è da anni una spada di Damocle sulla testa di chiunque sia pro tempore al governo. Inutile girarci intorno: sono vere e proprie mine, bombe pronte a esplodere sotto forma di aumenti dell'Iva, e che rischiano di ipotecare gran parte dello spazio di agibilità delle leggi di bilancio successive. Prima di questa manovra, la pesante eredità lasciata dai governi del Pd prevedeva clausole della seguente entità: 12,5 miliardi nel 2019; 19,2 miliardi nel 2020; 19,6 miliardi nel 2021. Lungo tutta la campagna elettorale, sia Lega che M5s avevano assicurato al mondo produttivo (in particolare a Confcommercio e alle altre organizzazioni del settore) un impegno assoluto al disinnesco delle clausole per il 2019. Già tira in tutta Europa un vento di rallentamento, se non ancora di vera e propria recessione: far scattare le clausole sarebbe stata una mossa pericolosa. Il governo ha dunque mantenuto questo impegno. Infatti, già la prima stesura della manovra sterilizzava le clausole per il 2019 (quindi zero miliardi), e prevedeva 13,7 miliardi di clausole nel 2020 e 15,6 miliardi nel 2021. L'ultima stesura, successiva all'accordo con Bruxelles, prevede zero miliardi nel 2019, 23,1 miliardi nel 2020 (con l'Iva che balzerebbe al 25,2%) e 28,8 miliardi nel 2021 (Iva al 26,5%). Come si vede, un aumento di ulteriori 9,4 miliardi nel 2020 e di ulteriori 13,2 nel 2021. È evidente che un'eliminazione secca sarebbe stata preferibile. Ma, allo stato attuale, avrebbe richiesto una profonda operazione di spending review. Si è scelta l'opzione di uno slittamento in avanti, che indubbiamente crea preoccupazione rispetto alle prossime manovre: a settembre 2019, il primo compito sarà trovare risorse ancora più ingenti di quelle recuperate quest'anno. Tuttavia, appare irricevibile la polemica aspra che viene dagli esponenti del Pd: se ci troviamo in questa situazione, è anche e soprattutto per l'eredità lasciata dai governi di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Non si vede per quale ragione debba essere criminalizzata una maggioranza che ha fatto una scelta analoga ai suoi predecessori, e cioè calciare il pallone ancora più avanti. Resta comunque un giudizio assolutamente negativo verso Bruxelles almeno per due ragioni. Intanto perché le clausole aggravate e appesantite sono la cartina tornasole di un peggioramento della manovra dopo la trattativa con l'Ue. E poi perché non risulta che analoga richiesta di clausole di salvaguardia sia stata avanzata verso la Francia di Emmanuel Macron, che pure sforerà rispetto al deficit in misura molto maggiore (3,5%) rispetto al 2,04% italiano.
I due pilastri dell'impresa: reddito e quota 100 ci sono

È nero su bianco l'attuazione «Fondo per la revisione del sistema pensionistico attraverso l'introduzione di ulteriori forme di pensionamento anticipato e misure per incentivare l'assunzione di lavoratori giovani». Tradotto: quota 100. Al tempo stesso la manovra che è andata al voto nella notte istituisce pure il fondo per il reddito di cittadinanza che andrà a integrare e inglobare le attuali voci di spesa che vanno sotto il nome di Rei, (reddito di inclusione) e centri per l'impiego. Le due misure sono i pilastri del contratto di governo e al momento sono confermate per un budget complessivo di poco inferiore ai 14 miliardi. Per via della trattativa con la Ue sia l'abolizione della legge Fornero sia il riordino degli ammortizzatori sociali partiranno dopo aprile, e stando quanto risulta alla Verità finiranno in un decreto e in un disegno di legge. L'attuazione riguarderà la seconda metà del 2019 e di conseguenza la spesa tenderà a ridursi. In un caso anche dimezzarsi. Questa è la mediazione portata a casa da Giuseppe Conte, il che in ogni caso ci spinge a dare una valutazione positiva sull'idea di fondo dei provvedimenti. Nel primo caso, la necessità di riformare la legge Fornero ed evitare la distorsione della presenza e dell'andamento dei lavoratori over 50 sul mercato andava posta sul tavolo della politica. Va trovata una soluzione. Chi si oppone all'introduzione di quota 100, cioè alla possibilità di andare in pensione a 62 anni con 38 di contributi, sostiene nell'ordine: 1 Che la novità di matrice leghista sia troppo costosa e quindi spacchi i conti. 2 Che non garantisca la staffetta generazionale. 3 Che entro 20 anni avremo per ogni lavoratore un pensionato. Tutte le obiezioni non tengono però conto del fatto che la riforma Fornero aggiusta i conti sul lungo termine. Purtroppo il picco negativo di spesa pensionistica sarà nel 2037, quando gli italiani vivranno sulla propria pelle le storture delle baby pensioni. Il problema sta nel medio termine e nel miglioramento della produttività. Le modifiche introdotte dal governo Monti ingessano il mercato, come dimostrano i dati Istat. E affossano la produttività. Per questo è necessario trovare un sistema che favorisca il ricambio generazionale. L'altro pilastro del contratto tiene conto del fatto che il sistema degli ammortizzatori sociali è un colabrodo stratificato che non permette efficienza né risparmi. Soprattutto non ha mai permesso alle politiche attive di decollare. Non sappiamo se il reddito di cittadinanza si trasformerà in una mancia oppure sarà l'occasione per rivedere da capo i centri per l'impiego e, appunto, le politiche attive del governo. Noi speriamo la seconda opzione, ovviamente. Vedremo e monitoreremo.
Un bel segnale a Trump: meno finanziamenti all’Onu

Mossa trumpiana, coraggiosa, spiazzante, nascosta nelle pieghe della manovra, appena poche righe sulle quali nessuno finora si è soffermato: un taglio - piccolo ma simbolicamente significativo - al finanziamento italiano dell'Onu, e anche un cambio di paradigma nel rapporto con gli organismi sovranazionali. I critici parleranno di mossa isolazionista, antimultilateralismo, antiorganizzazioni sovranazionali. Ma forse l'Italia (non è mai troppo tardi) inizia a riprendersi il diritto di non contribuire al buio e a prescindere, e apre la strada per rinegoziare meglio il proprio contributo alle organizzazioni internazionali di cui siamo membri. Nella manovra si legge infatti che il contributo alle spese dell'Organizzazione delle Nazioni Unite si intende ridotto di circa 35 milioni di euro per l'anno 2019 e di altri 32 milioni di euro annui a decorrere dal 2020. Come si vede, si tratta di limature sul piano quantitativo, ma il segnale politico è importante. Di più: il ministero degli Esteri e della cooperazione internazionale provvede agli adempimenti necessari, anche sul piano internazionale, per rinegoziare i termini dell'accordo internazionale concernente la determinazione dei contributi alle organizzazioni internazionali di cui l'Italia è parte. Quindi non si tratta di un mini-taglio isolato, ma di un avvio di rinegoziazione più complessivo. Per troppi anni, in modo scontato, si era proceduto in modo diverso, non osando toccare questa voce. Questa norma, se resisterà alle ultime intese notturne, segna l'apertura di una pagina nuova.
Fiscalità aggressiva: più imposte sulle imprese. Spremute lotterie e slot

Tasse al 7% per i pensionati che vivono all'estero e che si trasferiscono al Sud. Nella bozza del maxiemendamento al ddl bilancio è contenuta la norma che consente alle persone titolari di redditi da pensione di fonte estera di accedere a un'imposta sostitutiva sui redditi se trasferiscono la propria residenza in una città con popolazione non superiore a 20.000 abitanti e posta in una delle seguenti regioni: Sicilia, Calabria, Sardegna, Campania, Basilicata, Abruzzo, Molise e Puglia. La nota positiva però è circondata da altre voci che si traducono in maggiori tasse per le aziende. La lista di maggiore gettito prevede l'abrogazione del credito d'imposta in favore ai soggetti passivi Irap che non impiegano lavoratori dipendenti; l'abrogazione del credito di imposta per chi investe sui beni strumentali e l'abrogazione dell'aliquota ridotta Ires in favore fino allo scorso anno agli enti non commerciali. Infine non poteva mancare un irrigidimento delle imposte sui giochi. Dalle slot machine fino alle lotterie. Un paradosso per la componente grillina del governo che ha fatto di tutto per penalizzare e vietare il gioco, salvo poi spremerlo ai fini del gettito. Sale all'1,4% l'aumento del Preu, il prelievo erariale unico, sugli apparecchi per il gioco. La percentuale destinata alle vincite (pay-out) passa dal 69 al 68% e dall'84,5 all'84%. Confermato l'aumento dell'imposta unica dovuta sui giochi a distanza (che dal 20% passa al 25% del margine), sulle scommesse a quota fissa su rete fisica e a distanza e sulle scommesse simulate. Resta la web tax, che prenderà forma dopo le direttive applicative del Mef.
Imu commerciale: gli sgravi sui capannoni possono dare nuovo slancio

È la parte meno evidenziata della manovra, e che la stessa maggioranza non è stata in grado di valorizzare adeguatamente nella sua comunicazione. Si poteva certamente fare di più, ma si tratta comunque di un complesso di norme significative e globalmente positive. Con l'emendamento sul superammortamento è stato confermato tutto il pacchetto industria 4.0. Quando fu presentato da Carlo Calenda, ci furono applausi scroscianti. È curioso che invece la conferma e la stabilizzazione della misura passi sotto silenzio. Confermate inoltre tutte le detrazioni fiscali su ristrutturazioni edili, acquisto di mobili, sistemazione delle aree verdi. Parte poi la sperimentazione della cedolare secca per le locazioni a uso non residenziale: può essere una spinta al rilancio del commercio specialmente nei centri storici. Altra buona notizia, forse tra le più rilevanti dell'intera manovra: raddoppio della deducibilità dell'Imu sui capannoni industriali e sugli altri immobili strumentali alle imprese: dal 20 al 40%. È un fatto notevole: pochi sanno che, negli scorsi anni, il gettito Imu-Tasi sugli immobili strumentali (capannoni, negozi, botteghe, studi professionali) è stato esagerato: 7,7 miliardi l'anno (per capirci, quasi il doppio della vecchia tassa sulla prima casa) secondo un'elaborazione dell'Ufficio Studi di Confcommercio. A un certo punto, sembrava addirittura che la deducibilità potesse salire al 50%, ma, dopo la trattativa con Bruxelles, ci si è fermati al 40. Un altro caso in cui, dopo l'intesa con la Commissione Ue, è arrivata una frenata di cui non si sentiva il bisogno.
Revisione all'acqua di rose: sui dipendenti pubblici si poteva fare di più

A seguito delle trattative con l'Ue, il governo in carica ha deciso di congelare ogni assunzione e ogni concorso in settori chiave della pubblica amministrazione per i quali erano già stati approntati - nel calibrare la legge di bilancio - estremi di assunzione. Nel testo è stato aggiunto un passaggio di quattro righe che dice: gli enti pubblici non economici, le agenzie fiscali e le Università non possono effettuare assunzioni di personale a tempo indeterminato «con decorrenza giuridica ed economica anteriore al 15 novembre 2019». Le università hanno deroghe di spesa inferiori ai 30 milioni. La motivazione è presto detta. L'entrata in vigore di quota 100 per gli statali è prevista solo dopo novembre, il blocco parziale del turnover serve a bilanciare i costi delle entrate e delle uscite. In generale ci sarà però, nella seconda parte del triennio, una sventagliata di assunzioni (con relativi stanziamenti di circa 1 miliardo nel periodo): dai 4.000 posti per i centri per l'impiego agli insegnanti, passando per l'ispettorato del lavoro, il Mef e il Mibac, la Corte dei Conti e l'Authority dell'energia. Voci che forse necessitavano di una revisione complessiva. Per questo il nostro giudizio sulle assunzioni del pubblico è da «rimandare a settembre». Segnaliamo infine che nel testo c'è il saldo e stralcio delle cartelle per i contribuenti in difficoltà economica. La sanatoria interessa i carichi affidati all'agente della riscossione dal primo gennaio 2000 al 31 dicembre 2017 e prevede diverse percentuali di pagamento, a seconda della situazione Isee.
Pensioni d'oro: il taglio indiscriminato penalizza chi ha lavorato

Sulle pensioni d'oro, a meno di sorprese maturate nell'ultima lunga notte di lavoro, la vittoria culturale del M5s appare schiacciante. Contrariamente a quanto era stato assicurato (a voce) per mesi, fino a ieri sera (leggendo i testi scritti) risultavano colpiti indistintamente tutti i trattamenti più elevati, senza distinzione o tutela per quelli frutto di contributi effettivamente versati dagli interessati. Di fatto, la soluzione maturata corrisponde all'emendamento di bandiera presentato in prima battuta dal capogruppo grillino al Senato, Stefano Patuanelli. Un taglio per 5 anni di tutti i trattamenti (tranne quelli d'invalidità o per le vittime del terrorismo) i cui importi complessivamente considerati superino la soglia dei 100.000 euro lordi su base annua. Oltre quell'asticella, sono stati stabiliti cinque scaglioni ai quali verranno applicate aliquote crescenti: taglio del 15% per la porzione di pensione compresa tra 100 e 130.000 euro; 25% da 130 a 200.000 euro; 30% per la parte da 200 fino a 350.000 euro; 35% per la parte da 350 a 500.000 euro: del 40% per la parte oltre i 500.000 euro. Peccato: se così fosse, sarebbe stata persa l'occasione di distinguere tra trattamenti ingiustificati (perché frutto di contributi non versati) e trattamenti certamente elevati, ma frutto della contribuzione e del lavoro di persone che non possono essere criminalizzate solo perché abbienti. «Anche i ricchi piangano» era uno slogan di Rifondazione comunista. Non sembra un buon viatico per il governo del cambiamento, se induce a colpire nel mucchio senza distinguere.
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Il governo porta a casa le sue misure simbolo: quota 100 e reddito di cittadinanza. Promosso anche per flat tax, pace fiscale, agevolazioni alle imprese e tagli all'Onu. Bocciatura invece per l'iniquo provvedimento sulle «pensioni d'oro». Un giudizio negativo pure per quanto riguarda le troppe tasse disseminate nel testo. Clausole di salvaguardia e assunzioni nel pubblico? Rimandato a settembre. Il maxi emendamento slitta e arriva solo oggi al Senato. Atteso voto di fiducia.Lo speciale contiene nove articoliLa manovra che sarà ufficializzata con il maxiemendamento (in ritardo) atteso oggi al Senato è frutto di un compromesso. Dentro il governo e con l'Europa. Ma i «forza spread» che speravano potesse essere una legge Finanziaria in grado di mandare l'Italia a gambe all'aria dovranno ricredersi. I due pilastri del contratto di governo sono presenti. Sia quota 100 sia il reddito di cittadinanza partiranno, anche se con una serie di modifiche temporali. Vedranno la luce sicuramente nella seconda parte del 2019, in parte perché serviranno settimane per la gestione logistica e in parte perché lo slittamento stesso consentirà la riduzione del deficit. Meno spesa nel 2019, minore rapporto ai fini del Pil, anche se la crescita è stata rivista al ribasso. Chi critica il govenro in maniera preconcetta si perde il contenuto dei provvedimenti e pare vivere in un posto lontano dalla realtà e dalle necessità di chi non ha rendite né patrimoni ma si affida solo al proprio reddito da lavoro (quando c'è). È il caso del Pd, e di gran parte della sinistra e del partito mai nato dei Competenti. Per mesi hanno invocato la scure dei mercati perché le Borse e lo spread punissero i «cialtroni» e gli incapaci «scappati di casa». La goduria con cui si auto alimentavano le previsioni di disastro economico è stata proporzionale al timore di perdere per sempre poltrone, consulenze e fette di potere. Nulla che riguardasse i veri fondamentali del Paese. Ora che il governo è sceso parzialmente a compromessi con l'Ue (in ogni caso il deficit secondo la manovra firmata lo scorso anno da Pier Carlo Padoan sarebbe dovuto scendere dall'1,2% allo 0,8% e invece è al 2,04%), i critici anziché applaudire il passo indietro invocato fino a poco prima accusano il governo di essersi calato le braghe. O di aver soffocato il futuro del Paese per aver utilizzato le clausole di salvaguardia. Peccato che l'escamotage di utilizzare l'aumento Iva come garanzia di copertura per le spese future è utilizzato ininterrottamente dal 2011. Il democristiano Enrico Letta, tanto stimato a Bruxelles e a Parigi, ha inserito persino clausole di salvaguardia su gasolio e benzina. Però nessuno lo ha accusato di affossare il futuro dei giovani italiani. D'altronde, la mancanza di lucidità di molte critiche portano a dimenticare i fatti. Se siamo arrivati a penare tanto è per via di manovre pessime che si sono limitate a fare deficit senza impostare alcuna vera riforma. Nonostante le cure di Mario Monti e Paolo Gentiloni, il debito italiano è sempre salito. Segno che quelle ricette non funzionavano. Adesso bisogna provarne di nuove. E vedere se funzioneranno. Proseguire sulla vecchie strada sarebbe comunque stato un errore. Per il resto, non avendo alcun preconcetto, possiamo permetterci di prendere la manovra e sezionarla voce per voce. Ci sono punti che meritano una convinta promozione. È il caso della pace fiscale e del saldo e stralcio delle cartelle di Equitalia-Riscossione. Tra i beneficiari ci sono contribuenti arrivati a livelli non più sostenibili. Un colpo di spugna stimola il gettito e consente una boccata d'ossigeno. Stesso discorso vale per la flat tax per le partite Iva. Vale al 15% fino ai 65.000 euro di imponibile e, dal 2020, al 20% dai 65.000 fino ai 100.000 euro. Si poteva fare di più? Certo, ma fino a oggi nessun governo aveva mai riservato la minima attenzione ai lavoratori autonomi. Nessuna tutela, nessun sostegno: solo maggiori tasse e prelievi contributivi. Per la prima volta si fa una partita Iva minima estesa e che non comprime la crescita. Si mostrano un po' ridicoli i politici che criticano l'intervento perché troppo mirato e riduttivo (riguarda 900.000 persone) quando prima non hanno mai fatto nulla. Allo stesso modo sono da valutare positivamente gli interventi sulla cedolare secca e sulla gestione Imu dei capannoni. Dettagli? Per molti tessuti territoriali sono segnali importanti. Purtroppo la manovra è anche costellata di tasse e minori incentivi per le imprese e per gli azionisti che reinvestono in azienda. Come tutti i precedenti governi, l'attuale utilizza il comparto del gioco per favore cassa e - paradosso - fa campagna elettorale (ci riferiamo ai 5 stelle) sostenendo che lo Stato debba cancellare slot e altre amenità mentre le considera fondamentali per il proprio bilancio. Discutibile soprattutto l'intervento sulle «pensioni d'oro», che non distingue tra assegni contributivi e retributivi. Non fa alcuna selezione tra chi ha lavorato e chi no. L'unica distinzione è tra chi è ricco e meno ricco. E a entrambe le categorie l'anno prossimo sarà ridotto l'importo di adeguamento rispetto all'inflazione. Noi, invece, apprezziamo lo Stato di diritto. Però sappiamo pure che che non si può volere tutto; e soprattutto, che le alternative politiche erano e restano peggiori di questa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem8" data-id="8" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosa-resta-di-buono-dopo-il-corpo-a-corpo-con-lue-2624086760.html?rebelltitem=8#rebelltitem8" data-basename="flat-tax-e-sgravi-ossigeno-per-professionisti-ed-emersione-del-nero" data-post-id="2624086760" data-published-at="1780589196" data-use-pagination="False"> Flat tax e sgravi: ossigeno per professionisti ed emersione del nero È la parte più coraggiosa della manovra, cambia la vita a 900.000 imprese e partite Iva. Si tratta del primo step dell'introduzione della flat tax: 15% di tasse per le partite Iva fino a 65.000 euro annui di fatturato, e 20% sopra quella soglia fino a 100.000 euro. Ma attenzione: nella manovra c'è già scritto che dal 1° gennaio 2020 l'aliquota del 15% sarà applicabile fino a un fatturato di 100.000 euro. Il vantaggio è duplice: non solo sul piano di una imposizione fiscale più accettabile, ma anche su quello degli oneri burocratici. I soggetti ricompresi in questo regime fiscale saranno infatti esonerati dalla tenuta di una contabilità rigida. Si tratta, come detto, di 900.000 imprese e partite Iva: artigiani, commercianti, professionisti. Un altro esperimento, limitato a un settore ma pur sempre interessante di flat tax, è quello per le ripetizioni scolastiche e le lezioni private, con l'obiettivo di attivare un potente incentivo all'emersione di attività spesso svolte in nero. Secondo la norma, dal primo gennaio 2019, «i titolari di cattedre nelle scuole di ogni ordine e grado» potranno chiedere l'applicazione di «un'imposta sostitutiva dell'imposta sul reddito delle persone fisiche e delle addizionali regionali e comunali pari al 15%, salva l'opzione per l'applicazione dell'imposta sul reddito nei modi ordinari». Secondo uno studio di 2 anni fa, curato da Lorenzo Castellani e Giacomo Bandini, attualmente metà degli studenti delle superiori si avvarrebbero di lezioni private; il giro d'affari sarebbe complessivamente di 800 milioni l'anno, e in 9 casi su 10 le ripetizioni avverrebbero senza dichiarazioni al fisco. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem7" data-id="7" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosa-resta-di-buono-dopo-il-corpo-a-corpo-con-lue-2624086760.html?rebelltitem=7#rebelltitem7" data-basename="clausole-di-salvaguardia-sulliva-hanno-preso-tempo" data-post-id="2624086760" data-published-at="1780589196" data-use-pagination="False"> Clausole di salvaguardia: sull’Iva hanno preso tempo Quella delle clausole di salvaguardia è da anni una spada di Damocle sulla testa di chiunque sia pro tempore al governo. Inutile girarci intorno: sono vere e proprie mine, bombe pronte a esplodere sotto forma di aumenti dell'Iva, e che rischiano di ipotecare gran parte dello spazio di agibilità delle leggi di bilancio successive. Prima di questa manovra, la pesante eredità lasciata dai governi del Pd prevedeva clausole della seguente entità: 12,5 miliardi nel 2019; 19,2 miliardi nel 2020; 19,6 miliardi nel 2021. Lungo tutta la campagna elettorale, sia Lega che M5s avevano assicurato al mondo produttivo (in particolare a Confcommercio e alle altre organizzazioni del settore) un impegno assoluto al disinnesco delle clausole per il 2019. Già tira in tutta Europa un vento di rallentamento, se non ancora di vera e propria recessione: far scattare le clausole sarebbe stata una mossa pericolosa. Il governo ha dunque mantenuto questo impegno. Infatti, già la prima stesura della manovra sterilizzava le clausole per il 2019 (quindi zero miliardi), e prevedeva 13,7 miliardi di clausole nel 2020 e 15,6 miliardi nel 2021. L'ultima stesura, successiva all'accordo con Bruxelles, prevede zero miliardi nel 2019, 23,1 miliardi nel 2020 (con l'Iva che balzerebbe al 25,2%) e 28,8 miliardi nel 2021 (Iva al 26,5%). Come si vede, un aumento di ulteriori 9,4 miliardi nel 2020 e di ulteriori 13,2 nel 2021. È evidente che un'eliminazione secca sarebbe stata preferibile. Ma, allo stato attuale, avrebbe richiesto una profonda operazione di spending review. Si è scelta l'opzione di uno slittamento in avanti, che indubbiamente crea preoccupazione rispetto alle prossime manovre: a settembre 2019, il primo compito sarà trovare risorse ancora più ingenti di quelle recuperate quest'anno. Tuttavia, appare irricevibile la polemica aspra che viene dagli esponenti del Pd: se ci troviamo in questa situazione, è anche e soprattutto per l'eredità lasciata dai governi di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Non si vede per quale ragione debba essere criminalizzata una maggioranza che ha fatto una scelta analoga ai suoi predecessori, e cioè calciare il pallone ancora più avanti. Resta comunque un giudizio assolutamente negativo verso Bruxelles almeno per due ragioni. Intanto perché le clausole aggravate e appesantite sono la cartina tornasole di un peggioramento della manovra dopo la trattativa con l'Ue. E poi perché non risulta che analoga richiesta di clausole di salvaguardia sia stata avanzata verso la Francia di Emmanuel Macron, che pure sforerà rispetto al deficit in misura molto maggiore (3,5%) rispetto al 2,04% italiano. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem6" data-id="6" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosa-resta-di-buono-dopo-il-corpo-a-corpo-con-lue-2624086760.html?rebelltitem=6#rebelltitem6" data-basename="i-due-pilastri-dell-impresa-reddito-e-quota-100-ci-sono" data-post-id="2624086760" data-published-at="1780589196" data-use-pagination="False"> I due pilastri dell'impresa: reddito e quota 100 ci sono È nero su bianco l'attuazione «Fondo per la revisione del sistema pensionistico attraverso l'introduzione di ulteriori forme di pensionamento anticipato e misure per incentivare l'assunzione di lavoratori giovani». Tradotto: quota 100. Al tempo stesso la manovra che è andata al voto nella notte istituisce pure il fondo per il reddito di cittadinanza che andrà a integrare e inglobare le attuali voci di spesa che vanno sotto il nome di Rei, (reddito di inclusione) e centri per l'impiego. Le due misure sono i pilastri del contratto di governo e al momento sono confermate per un budget complessivo di poco inferiore ai 14 miliardi. Per via della trattativa con la Ue sia l'abolizione della legge Fornero sia il riordino degli ammortizzatori sociali partiranno dopo aprile, e stando quanto risulta alla Verità finiranno in un decreto e in un disegno di legge. L'attuazione riguarderà la seconda metà del 2019 e di conseguenza la spesa tenderà a ridursi. In un caso anche dimezzarsi. Questa è la mediazione portata a casa da Giuseppe Conte, il che in ogni caso ci spinge a dare una valutazione positiva sull'idea di fondo dei provvedimenti. Nel primo caso, la necessità di riformare la legge Fornero ed evitare la distorsione della presenza e dell'andamento dei lavoratori over 50 sul mercato andava posta sul tavolo della politica. Va trovata una soluzione. Chi si oppone all'introduzione di quota 100, cioè alla possibilità di andare in pensione a 62 anni con 38 di contributi, sostiene nell'ordine: 1 Che la novità di matrice leghista sia troppo costosa e quindi spacchi i conti. 2 Che non garantisca la staffetta generazionale. 3 Che entro 20 anni avremo per ogni lavoratore un pensionato. Tutte le obiezioni non tengono però conto del fatto che la riforma Fornero aggiusta i conti sul lungo termine. Purtroppo il picco negativo di spesa pensionistica sarà nel 2037, quando gli italiani vivranno sulla propria pelle le storture delle baby pensioni. Il problema sta nel medio termine e nel miglioramento della produttività. Le modifiche introdotte dal governo Monti ingessano il mercato, come dimostrano i dati Istat. E affossano la produttività. Per questo è necessario trovare un sistema che favorisca il ricambio generazionale. L'altro pilastro del contratto tiene conto del fatto che il sistema degli ammortizzatori sociali è un colabrodo stratificato che non permette efficienza né risparmi. Soprattutto non ha mai permesso alle politiche attive di decollare. Non sappiamo se il reddito di cittadinanza si trasformerà in una mancia oppure sarà l'occasione per rivedere da capo i centri per l'impiego e, appunto, le politiche attive del governo. Noi speriamo la seconda opzione, ovviamente. Vedremo e monitoreremo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosa-resta-di-buono-dopo-il-corpo-a-corpo-con-lue-2624086760.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="un-bel-segnale-a-trump-meno-finanziamenti-allonu" data-post-id="2624086760" data-published-at="1780589196" data-use-pagination="False"> Un bel segnale a Trump: meno finanziamenti all’Onu Mossa trumpiana, coraggiosa, spiazzante, nascosta nelle pieghe della manovra, appena poche righe sulle quali nessuno finora si è soffermato: un taglio - piccolo ma simbolicamente significativo - al finanziamento italiano dell'Onu, e anche un cambio di paradigma nel rapporto con gli organismi sovranazionali. I critici parleranno di mossa isolazionista, antimultilateralismo, antiorganizzazioni sovranazionali. Ma forse l'Italia (non è mai troppo tardi) inizia a riprendersi il diritto di non contribuire al buio e a prescindere, e apre la strada per rinegoziare meglio il proprio contributo alle organizzazioni internazionali di cui siamo membri. Nella manovra si legge infatti che il contributo alle spese dell'Organizzazione delle Nazioni Unite si intende ridotto di circa 35 milioni di euro per l'anno 2019 e di altri 32 milioni di euro annui a decorrere dal 2020. Come si vede, si tratta di limature sul piano quantitativo, ma il segnale politico è importante. Di più: il ministero degli Esteri e della cooperazione internazionale provvede agli adempimenti necessari, anche sul piano internazionale, per rinegoziare i termini dell'accordo internazionale concernente la determinazione dei contributi alle organizzazioni internazionali di cui l'Italia è parte. Quindi non si tratta di un mini-taglio isolato, ma di un avvio di rinegoziazione più complessivo. Per troppi anni, in modo scontato, si era proceduto in modo diverso, non osando toccare questa voce. Questa norma, se resisterà alle ultime intese notturne, segna l'apertura di una pagina nuova. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosa-resta-di-buono-dopo-il-corpo-a-corpo-con-lue-2624086760.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="fiscalita-aggressiva-piu-imposte-sulle-imprese-spremute-lotterie-e-slot" data-post-id="2624086760" data-published-at="1780589196" data-use-pagination="False"> Fiscalità aggressiva: più imposte sulle imprese. Spremute lotterie e slot Tasse al 7% per i pensionati che vivono all'estero e che si trasferiscono al Sud. Nella bozza del maxiemendamento al ddl bilancio è contenuta la norma che consente alle persone titolari di redditi da pensione di fonte estera di accedere a un'imposta sostitutiva sui redditi se trasferiscono la propria residenza in una città con popolazione non superiore a 20.000 abitanti e posta in una delle seguenti regioni: Sicilia, Calabria, Sardegna, Campania, Basilicata, Abruzzo, Molise e Puglia. La nota positiva però è circondata da altre voci che si traducono in maggiori tasse per le aziende. La lista di maggiore gettito prevede l'abrogazione del credito d'imposta in favore ai soggetti passivi Irap che non impiegano lavoratori dipendenti; l'abrogazione del credito di imposta per chi investe sui beni strumentali e l'abrogazione dell'aliquota ridotta Ires in favore fino allo scorso anno agli enti non commerciali. Infine non poteva mancare un irrigidimento delle imposte sui giochi. Dalle slot machine fino alle lotterie. Un paradosso per la componente grillina del governo che ha fatto di tutto per penalizzare e vietare il gioco, salvo poi spremerlo ai fini del gettito. Sale all'1,4% l'aumento del Preu, il prelievo erariale unico, sugli apparecchi per il gioco. La percentuale destinata alle vincite (pay-out) passa dal 69 al 68% e dall'84,5 all'84%. Confermato l'aumento dell'imposta unica dovuta sui giochi a distanza (che dal 20% passa al 25% del margine), sulle scommesse a quota fissa su rete fisica e a distanza e sulle scommesse simulate. Resta la web tax, che prenderà forma dopo le direttive applicative del Mef. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosa-resta-di-buono-dopo-il-corpo-a-corpo-con-lue-2624086760.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="imu-commerciale-gli-sgravi-sui-capannoni-possono-dare-nuovo-slancio" data-post-id="2624086760" data-published-at="1780589196" data-use-pagination="False"> Imu commerciale: gli sgravi sui capannoni possono dare nuovo slancio È la parte meno evidenziata della manovra, e che la stessa maggioranza non è stata in grado di valorizzare adeguatamente nella sua comunicazione. Si poteva certamente fare di più, ma si tratta comunque di un complesso di norme significative e globalmente positive. Con l'emendamento sul superammortamento è stato confermato tutto il pacchetto industria 4.0. Quando fu presentato da Carlo Calenda, ci furono applausi scroscianti. È curioso che invece la conferma e la stabilizzazione della misura passi sotto silenzio. Confermate inoltre tutte le detrazioni fiscali su ristrutturazioni edili, acquisto di mobili, sistemazione delle aree verdi. Parte poi la sperimentazione della cedolare secca per le locazioni a uso non residenziale: può essere una spinta al rilancio del commercio specialmente nei centri storici. Altra buona notizia, forse tra le più rilevanti dell'intera manovra: raddoppio della deducibilità dell'Imu sui capannoni industriali e sugli altri immobili strumentali alle imprese: dal 20 al 40%. È un fatto notevole: pochi sanno che, negli scorsi anni, il gettito Imu-Tasi sugli immobili strumentali (capannoni, negozi, botteghe, studi professionali) è stato esagerato: 7,7 miliardi l'anno (per capirci, quasi il doppio della vecchia tassa sulla prima casa) secondo un'elaborazione dell'Ufficio Studi di Confcommercio. A un certo punto, sembrava addirittura che la deducibilità potesse salire al 50%, ma, dopo la trattativa con Bruxelles, ci si è fermati al 40. Un altro caso in cui, dopo l'intesa con la Commissione Ue, è arrivata una frenata di cui non si sentiva il bisogno. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosa-resta-di-buono-dopo-il-corpo-a-corpo-con-lue-2624086760.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="revisione-all-acqua-di-rose-sui-dipendenti-pubblici-si-poteva-fare-di-piu" data-post-id="2624086760" data-published-at="1780589196" data-use-pagination="False"> Revisione all'acqua di rose: sui dipendenti pubblici si poteva fare di più A seguito delle trattative con l'Ue, il governo in carica ha deciso di congelare ogni assunzione e ogni concorso in settori chiave della pubblica amministrazione per i quali erano già stati approntati - nel calibrare la legge di bilancio - estremi di assunzione. Nel testo è stato aggiunto un passaggio di quattro righe che dice: gli enti pubblici non economici, le agenzie fiscali e le Università non possono effettuare assunzioni di personale a tempo indeterminato «con decorrenza giuridica ed economica anteriore al 15 novembre 2019». Le università hanno deroghe di spesa inferiori ai 30 milioni. La motivazione è presto detta. L'entrata in vigore di quota 100 per gli statali è prevista solo dopo novembre, il blocco parziale del turnover serve a bilanciare i costi delle entrate e delle uscite. In generale ci sarà però, nella seconda parte del triennio, una sventagliata di assunzioni (con relativi stanziamenti di circa 1 miliardo nel periodo): dai 4.000 posti per i centri per l'impiego agli insegnanti, passando per l'ispettorato del lavoro, il Mef e il Mibac, la Corte dei Conti e l'Authority dell'energia. Voci che forse necessitavano di una revisione complessiva. Per questo il nostro giudizio sulle assunzioni del pubblico è da «rimandare a settembre». Segnaliamo infine che nel testo c'è il saldo e stralcio delle cartelle per i contribuenti in difficoltà economica. La sanatoria interessa i carichi affidati all'agente della riscossione dal primo gennaio 2000 al 31 dicembre 2017 e prevede diverse percentuali di pagamento, a seconda della situazione Isee. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosa-resta-di-buono-dopo-il-corpo-a-corpo-con-lue-2624086760.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pensioni-d-oro-il-taglio-indiscriminato-penalizza-chi-ha-lavorato" data-post-id="2624086760" data-published-at="1780589196" data-use-pagination="False"> Pensioni d'oro: il taglio indiscriminato penalizza chi ha lavorato Sulle pensioni d'oro, a meno di sorprese maturate nell'ultima lunga notte di lavoro, la vittoria culturale del M5s appare schiacciante. Contrariamente a quanto era stato assicurato (a voce) per mesi, fino a ieri sera (leggendo i testi scritti) risultavano colpiti indistintamente tutti i trattamenti più elevati, senza distinzione o tutela per quelli frutto di contributi effettivamente versati dagli interessati. Di fatto, la soluzione maturata corrisponde all'emendamento di bandiera presentato in prima battuta dal capogruppo grillino al Senato, Stefano Patuanelli. Un taglio per 5 anni di tutti i trattamenti (tranne quelli d'invalidità o per le vittime del terrorismo) i cui importi complessivamente considerati superino la soglia dei 100.000 euro lordi su base annua. Oltre quell'asticella, sono stati stabiliti cinque scaglioni ai quali verranno applicate aliquote crescenti: taglio del 15% per la porzione di pensione compresa tra 100 e 130.000 euro; 25% da 130 a 200.000 euro; 30% per la parte da 200 fino a 350.000 euro; 35% per la parte da 350 a 500.000 euro: del 40% per la parte oltre i 500.000 euro. Peccato: se così fosse, sarebbe stata persa l'occasione di distinguere tra trattamenti ingiustificati (perché frutto di contributi non versati) e trattamenti certamente elevati, ma frutto della contribuzione e del lavoro di persone che non possono essere criminalizzate solo perché abbienti. «Anche i ricchi piangano» era uno slogan di Rifondazione comunista. Non sembra un buon viatico per il governo del cambiamento, se induce a colpire nel mucchio senza distinguere.
Donald Trump (Getty Images)
Donald Trump sta cercando un difficile equilibrio sull’Intelligenza artificiale. Martedì, l’inquilino della Casa Bianca ha firmato un ordine esecutivo che introduce alcune regolamentazioni nel settore. In particolare, il decreto prevede che le società tecnologiche concedano al governo, su base volontaria, un periodo di 30 giorni per consentirgli di esaminare i nuovi modelli di Ia prima che vengano rilasciati. Viene inoltre stabilito che il segretario al Tesoro crei un «centro di coordinamento per la sicurezza informatica», che si occupi di studiare le eventuali vulnerabilità di sicurezza di questi nuovi modelli. Senza dubbio, il nuovo decreto impone delle regolamentazioni più blande rispetto al precedente: cassato a fine maggio poco prima della firma ufficiale, il testo di quell’ordine esecutivo stabiliva infatti che il periodo lasciato al governo per esaminare le nuove tecnologie fosse di 90 giorni.
Il punto è che, secondo Politico, il nuovo decreto ha di fatto creato un paradosso. A cantare vittoria per la sua approvazione sono infatti, nel mondo Maga, sia la corrente favorevole alla deregulation dell’IA sia quella che auspica limiti più severi al settore. A favore dell’ordine esecutivo si sono infatti espressi sia il consigliere per la tecnologia della Casa Bianca, David Sacks, sia Steve Bannon: se il primo, storicamente vicino a Peter Thiel e ad Elon Musk, è da sempre contrario a introdurre lacci e laccioli nel comparto dell’IA, per evitare di compromettere la competitività degli Usa nei confronti della Cina, il secondo esprime da tempo dubbi sull’opportunità di un’Intelligenza artificiale del tutto deregolamentata. Non a caso, il mese scorso, Bannon aveva cofirmato una lettera, in cui si chiedeva a Trump di agire per introdurre dei vincoli. Del resto, secondo Politico, all’interno dell’amministrazione statunitense, anche il capo dello staff della Casa Bianca, Susie Wiles, e il segretario al Tesoro, Scott Bessent, sarebbero storicamente favorevoli a porre dei paletti al settore dell’IA.
Insomma, il nuovo decreto segna una sorta di «tregua armata» tra le varie fazioni che si registrano sull’Intelligenza artificiale in seno al governo statunitense e al mondo Maga. Si tratta di un elemento interessante, soprattutto alla luce del fatto che, a maggio, era stato Sacks a far saltare la firma del precedente ordine esecutivo, esprimendo a Trump delle preoccupazioni in termini di competitività con Pechino. Ed è al centro di questo scontro (neanche troppo sotterraneo) che emerge la figura di JD Vance.
Se nel 2025 era apparso incline a sostenere la deregulation del settore dell’IA, a partire da febbraio scorso il vicepresidente ha iniziato a mutare parere, dicendosi preoccupato soprattutto per la questione della sorveglianza. Inoltre, a fine maggio, ha elogiato Magnifica Humanitas, e si è mostrato esplicitamente freddo verso l’impiego dell’Ia nel settore militare. Il punto è che in Vance confluiscono elementi contrastanti. Da una parte, il numero due della Casa Bianca è storicamente sponsorizzato da Thiel; dall’altra, oltre a essere cattolico, è anche espressione politico-elettorale di quella working class della Rust Belt che guarda con apprensione ai possibili impatti socioeconomici dell’IA.
Già un anno fa, Axios sottolineava come la deregolamentazione dell’Intelligenza artificiale potesse creare attriti tra l’amministrazione Trump e i colletti blu. Si tratta di un tema che il presidente non può certo permettersi di ignorare. E lo stesso riguarda Vance che nutre delle ambizioni presidenziali in vista del 2028. Infine emerge la questione cattolica. Tra gli ambienti più scettici sull’IA nel mondo Maga si registrano soprattutto i circoli cristiani, tanto evangelici quanto, per l’appunto, cattolici. Ora, non è un mistero che il voto dei fedeli alla Chiesa di Roma si sia rivelato fondamentale nelle scorse tornate elettorali statunitensi. In tal senso, il nuovo ordine esecutivo potrebbe essere letto (anche) come un lievissimo ramoscello d’ulivo della Casa Bianca nei confronti della Santa Sede, soprattutto dopo che Leone XIV, nella sua enciclica, si è espresso contro la totale deregolamentazione del settore dell’IA.
Certo, Trump deve bilanciare spinte e interessi contrastanti. E il tema della rivalità con Pechino è ineludibile. In tal senso, il nuovo ordine esecutivo cerca di trovare un primo compromesso tra le varie correnti. La questione è quindi destinata a ripresentarsi. Tuttavia, il presidente americano ha lasciato intendere di voler adottare un approccio pragmatico, che tenga conto della complessità dei temi in gioco.
L’Ue si rimangia il green per l’IA
La Ue lancia il piano per la sovranità tecnologica. Bruxelles ci ha abituati alla lentezza decisionale, affrontando in ritardo temi sui quali altri Paesi sono già competitivi, quindi non c’è da stupirsi se faccia lo stesso anche sul fronte dei semiconduttori, dell’intelligenza artificiale, del cloud e dell’open source. Ovvero per quelle tecnologie chiave che garantiscono il funzionamento degli ospedali, la stabilità delle reti energetiche e la sicurezza dei servizi. «Si tratta di proteggere i nostri cittadini, difendere i nostri interessi e fare le nostre scelte» ha detto la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, presentando il pacchetto sulla sovranità tecnologica, il Cloud and AI development act, per rafforzare la capacità dell’Europa su questi settori e potenziarne l’autonomia. L’iniziativa arriva però quando la dipendenza da fornitori extra-Ue è importante, a fronte di una domanda di capacità di calcolo in crescita per via dell’IA. Le gravi dipendenze strategiche espongono l’Ue al rischio per il controllo dei dati. L’obiettivo del piano è creare un quadro europeo di sovranità per i servizi cloud che sarà usato anche per orientare le scelte delle amministrazioni pubbliche. Saranno introdotti quattro livelli di garanzia, gli Union Assurance Levels, per classificare i servizi cloud in base al grado di protezione offerto rispetto a rischi quali accessi non autorizzati da Paesi terzi, interruzioni del servizio, perdita di autonomia operativa e compromissione dei dati sensibili. Il livello 1 è la soglia minima comune per il settore pubblico, mentre i livelli 2, 3 e 4 introducono requisiti più stringenti. Queste misure hanno l’ambizione di far diventare l’Europa un continente dell’IA, ampliando le opzioni tecnologiche per imprese e cittadini. La Commissione Ue punta a triplicare la capacità dei data center nei prossimi cinque-sette anni. Dando un calcio ai piani green considerato che le infrastrutture digitali richiedono una mole importante di energia e pannelli e pale eoliche non bastano.
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Il premier ungherese Péter Magyar (Ansa)
Per celebrare lo scongelamento di 16 miliardi di fondi Ue, Péter Magyar si era intestato il merito di una «svolta storica» per l’Ungheria. Ieri, Emmanuel Macron lo ha accolto all’Eliseo celebrando l’arrivo di una «nuova era». Non serve nemmeno sforzarsi per capire che, in realtà, il suo resta un «orbanismo», solo più gentile: era sufficiente leggere un’intervista uscita sulla Frankfürter Allgemeine Zeitung, nella lingua madre di Ursula von der Leyen. Giusto per accertarsi che anche lei la capisse.
Il presidente francese vorrebbe tirare Magyar dentro la fumosa coalizione dei volenterosi, in occasione del mega evento che organizzerà il 14 luglio, per commemorare la Rivoluzione. Eppure, sull’Ucraina, il nuovo premier magiaro dice cose simili al suo predecessore. Ad esempio, ha candidato Budapest a sede di eventuali colloqui di pace tra Mosca e Kiev. È vero che persino nei palazzi di Bruxelles, ultimamente, ci si era messi a ragionare su quale figura potesse portare avanti il dialogo con il Cremlino. Fatto sta che Magyar, come Viktor Orbán, non solo non ha problemi ad accreditare il suo Paese quale terreno neutro, ma è anche disponibile a «fornire assistenza diplomatica e umanitaria». Rispetto al passato, egli dimostra di aver affinato le tecniche di mercanteggiamento: mentre si discute dell’ingresso della nazione di Volodymyr Zelensky nell’Unione, un’ipotesi che finora il suo Paese aveva respinto, lui mette sul piatto «un accordo sul ripristino e la garanzia dei diritti linguistici, educativi e culturali dei 100.000 ungheresi che vivono in Ucraina. Dobbiamo chiarire», ha precisato Magyar, «alcune questioni riguardanti la nostra minoranza». Dopodiché, si potrà «aprire un nuovo capitolo» e, magari, concedere il nulla osta a un percorso di integrazione che, in ogni caso, si annuncia ancora lungo. Tutto sommato, se ciò dovesse contribuire ad ammorbidire la posizione di Bruxelles e, soprattutto, a farle allentare i cordoni della borsa, per Magyar sarebbe un punto di caduta vantaggioso: l’intesa sulla minoranza ungherese in Ucraina dovrà essere raggiunta «nei prossimi giorni»; affinché Kiev diventi membro dell’Ue a tutti gli effetti, invece, occorreranno anni.
Poi, c’è il nodo dei rapporti con la Russia. Il premier non intende perdere di vista gli interessi nazionali. Budapest dipende dal gas di Vladimir Putin e, ha ribadito Magyar alla Faz, «non possiamo cambiare questa situazione dall’oggi al domani. I nostri vicini», ha insistito, «dovrebbero capire che l’Ungheria è un Paese senza sbocco sul mare. Non abbiamo registrato crescita economica per anni e, per crescere, abbiamo bisogno di energia a prezzi accessibili. Certo, stiamo facendo tutto il possibile per diversificare le fonti energetiche, ma non possiamo permetterci che la competitività delle nostre aziende diminuisca ulteriormente e che la povertà energetica tra le famiglie ungheresi aumenti». Mettiamola così: sarebbe stato bello ascoltare dei discorsi simili dalle nostre classi dirigenti, già nel 2022. Adesso, dopo anni di condiscendenza ai diktat della Commissione, ci ritroviamo con Valdis Dombrovskis che ci prescrive come vivere. Anzi, di che morte morire.
Ma c’è di più. Manco fosse un Medvedev qualsiasi, Magyar ha aggiunto che, a suo avviso, «l’Europa tornerà parzialmente alle fonti energetiche russe e revocherà le sanzioni, poiché si tratta della competitività di tutta l’Europa e nessuno ha interesse a mantenere una nuova guerra fredda economica e politica in caso di futura pace. Perché ciò accada», ha specificato, «la guerra deve ovviamente finire». Ovviamente. Il messaggio, però, è chiaro: Budapest promuove ancora il disgelo con Mosca e, piuttosto che un irrevocabile divorzio dallo zar, propone un modesto «derisking». D’altronde, i numeri danno ragione al premier magiaro: a parte Ungheria e Slovacchia, anche Francia, Spagna e Belgio continuano a finanziare Putin, facendo incetta di gas liquido. Peggio: attraverso un sistema di matrioske finanziarie, le petroliere fantasma russe riescono ancora a farsi assicurare le spedizioni grazie alle risorse dei mercati del Vecchio continente.
Infine, occorre una buona fantasia per riscontrare la «svolta storica» nelle idee espresse da Magyar sulla governance dell’Unione. Il primo ministro non è «favorevole all’introduzione del voto a maggioranza anziché all’unanimità». Ha senso: l’Ungheria è piccola, la sua economia è debole rispetto a quella dei grandi Paesi Ue e l’unico modo che ha per far contare la propria voce è sfruttare le possibilità che le riservano i Trattati. Il cambiamento, al solito, è formale più che sostanziale: Orbán, ha commentato con la Faz Magyar, «diceva sempre che “dobbiamo sconfiggere Bruxelles”. Non credo che sia questo il punto. L’obiettivo è capirsi e persuadersi a vicenda». Poesia. Ma al netto delle carinerie, il premier ungherese non indietreggia: «Le persone», ha sottolineato, «vogliono un’Unione europea basata su Stati forti, non sugli Stati Uniti d’Europa».
Per sbloccare i finanziamenti negati a Orbán, Ursula si è accontentata della deferenza verbale. In teoria, le somme verranno erogate se Budapest completerà e documenterà le famigerate riforme entro il 31 agosto. Molti di quei soldi, comunque, erano bloccati per dissidi su questioni laterali: quelle che Bruxelles considera discriminazioni contro le persone Lgbtq+, la violazione delle procedure sull’asilo dei migranti, le limitazioni della libertà accademica, come nella vicenda dell’università dei Soros. Magyar, intanto, ha annunciato che chiederà di aderire alla Procura europea (Eppo), la quale potrà così indagare su eventuali frodi nell’uso dei fondi comunitari. E una formula scaltra per sciogliere il nodo dell’Ucraina nell’Ue l’ha trovata. Sul resto - l’essenziale - il ritornello rimane lo stesso. Anche se la Von der Leyen ha salutato l’avvento di «una nuova era», sostenendo che il governo ungherese, appena entrato in carica, sta già «agendo con rapidità e determinazione». Magyar statista a tempo di record. Lo diceva Patty Pravo: tutti quanti sono degli eroi quando vogliono qualcosa.
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Scontri tra monarchici e Polizia a Napoli nel giugno 1946 (Getty Images)
Dal 4 all’11 giugno 1946 l’Italia della transizione tra monarchia e repubblica visse la sua «settimana tragica» a causa delle tensioni generate dall’esito del referendum del 2 giugno precedente e dalle frizioni ancora esistenti nel Paese uscito da appena un anno dalla guerra. Nei giorni tra il voto e l’esilio di Umberto II, il «re di maggio» che regnò soltanto un mese, l’Italia allora guidata da Alcide de Gasperi assieme ai partiti espressione del Cln, rischiò una nuova guerra civile tra il Nord repubblicano ed il Sud profondamente legato all’istituzione monarchica. I motivi della divisione erano stati definiti dal diverso svolgersi degli eventi bellici e delle figure politiche a questi legate. Il Nord era stato il teatro della guerra civile fino all’ultimo giorno. In entrambe le parti in lotta, repubblichini e partigiani legati ai partiti che governeranno nel dopoguerra, la figura dei Savoia era stata pesantemente oscurata dopo la fuga del re a Brindisi, che aveva generato un diffuso sentimento antimonarchico. Nelle regioni meridionali, al contrario, la casa Savoia aveva seguito le sorti del mezzogiorno con l’effimero Regno del Sud controllato dagli Alleati, fatto che generò l’idea della continuità. A Napoli, in particolare, la monarchia sabauda si era sostituita a quella borbonica con una lunga opera di radicamento nella città (tanto che fu istituito il titolo di «Principe di Napoli» all’erede al trono). Quando l’Italia si recò alle urne il 2 giugno del 1946, le ferite della guerra erano ancora aperte. Le tensioni della guerra civile e della Campagna d’Italia dal 1943 al 1945 avevano lasciato un Paese allo stremo, con le vie di comunicazione e le industrie ridotte a macerie. La disoccupazione ed il carovita dovuto all’inflazione galoppante avevano contribuito ad alimentare rabbia e frustrazione, oltre ad avere lasciato un’Italia ancora una volta divisa tra Nord e Sud. Il referendum monarchia-repubblica era diventato un catalizzatore di tensioni, rese ancora più forti dai sospetti di brogli e dal fatto che la popolazione della Venezia Giulia, di Zara, Pola e Fiume oltre a quella della Provincia di Bolzano furono escluse dal voto a causa dell’occupazione straniera.
I lenti scrutini dei seggi evidenziarono sin da subito il divario tra le due italie, con il Sud a netta maggioranza favorevole ai Savoia. Il voto più eclatante fu quello di Napoli, dove l’80% degli elettori scelse la monarchia nel segno della continuità e non solamente per quella: la città partenopea, molto lontana idealmente dal «vento del Nord», era stata una delle più colpite durante il conflitto, con oltre 200 bombardamenti alleati, che avevano prostrato la popolazione riducendola alla fame. Decine di migliaia di napoletani vivevano ancora all’addiaccio in grotte o nei padiglioni della Mostra d’Oltremare, tormentati dalle epidemie e dalla mancanza di ogni tipo di servizio. Fresco era inoltre ancora il mito delle «Quattro giornate» del settembre 1943 quando la sollevazione popolare indusse i tedeschi a lasciare la città. Tutti questi elementi, uniti ad un generale risentimento contro i «partiti del Nord» accesero la miccia dei tumulti che dal 4 all’11 giugno 1946 insanguinarono Napoli.
Subito dopo il referendum, le voci che davano la repubblica in lieve vantaggio si unirono a quelle che condannavano i presunti brogli e il peso delle zone escluse dal voto e quelle di una presunta imminente visita di Umberto II a Napoli, notizia che accese ancora di più gli animi già infiammati. Nonostante l’ultimo re d’Italia non si fosse mai espresso nei confronti dei napoletani pronti alla rivolta, il tam-tam dei rioni fece materializzare per le strade l’idea che una ribellione di Napoli avrebbe potuto sfociare in una futura separazione del Sud dal resto d’Italia. Nei giorni tra il voto e l’esito definitivo delle urne, la Prefettura di Napoli chiese rinforzi all’allora ministro dell’Interno, il socialista Giuseppe Romita, che provvide all’invio di reparti della Celere a protezione dei luoghi sensibili come le sedi dei partiti e le caserme, prese di mira dai rivoltosi per procurare armi.
La sera del 4 giugno la radio divulgò la notizia del vantaggio della repubblica, e la città piombò in un silenzio carico di tensione, destinata a sfogarsi il giorno successivo quando il contemporaneo arrivo a Capodichino della principessa Maria Josè diede il «la» alle proteste di piazza. Già durante la mattinata si registrarono i primi tafferugli tra monarchici e comunisti, mentre Maria José veniva invitata dalle autorità a lasciare la città per Lisbona. Arginato a fatica dalla forza pubblica, il movimento spontaneo dei monarchici si riversò nelle strade di Capodimonte la mattina seguente, con camion imbandierati con lo stemma sabaudo. Ciò che la Prefettura aveva temuto nei giorni precedenti divenne realtà: gli insorti assalirono le caserme dei Carabinieri e dell’Esercito in cerca di armi (e della solidarietà dall’Arma, che non arrivò). Durante gli scontri con la Celere, Napoli ebbe il primo morto. Durante l’assedio della caserma dei Carabinieri di Capodimonte, il lancio di bombe a mano ferì mortalmente l’imbianchino 35enne Ciro Martino. La prima vittima tra i «lazzari» fu la premessa di quelle che furono le «Sette giornate di Napoli», una settimana in cui il fantasma della guerra civile si mostrò nuovamente agli occhi degli italiani. La rabbia si sfogò allora non solo contro i comunisti e i partiti del Nord, ma anche contro una Democrazia Cristiana accusata di ambiguità sulla questione della forma dello Stato e senza risparmiare il braccio del partito, il clero. Numerosi furono in quei giorni concitati gli episodi di violenza contro ecclesiastici, malmenati o scherniti per i vicoli della città per non avere apertamente sostenuto la scelta monarchica.
La situazione peggiorò rapidamente il giorno dopo, quando una folla di 5.000 persone si radunò a Vasto per raggiungere piazza del Plebiscito con l’intento simbolico di fare ammainare la bandiera repubblicana e issare nuovamente quella sabauda. Negli scontri con la Celere, i Carabinieri e l’esercito rimase un altro morto sul selciato: si trattava del sedicenne Gaetano d’Alessandro, colpito alla testa da una raffica di mitra. Lo stesso giorno moriva in ospedale un altro minorenne, il 14enne Carlo Russo, ferito il giorno prima negli scontri di piazza.
Il 9 giugno fu segnato dalle esequie del giovanissimo Russo, che aggiunsero rabbia alla rabbia, gettando le premesse di quello che sarà il giorno più nero della settimana dei tumulti di Napoli. Le fila dei sostenitori dei Savoia andavano aumentando con l’arrivo in città di monarchici provenienti da tutto il Meridione, mentre dalla parte delle forze dell’ordine furono chiamati rinforzi dal Nord, nei cui ranghi erano attivi diversi elementi provenienti dalla Resistenza, arruolati nella Celere dopo la guerra. L’11 giugno la protesta raggiunse il climax, alimentata dalla frustrazione per il rifiuto di Umberto II alla richiesta di porsi alla testa di una rivolta lealista e per gli effetti di un secondo funerale, quello dell’adolescente D’Alessandro. Quel giorno, dopo le esequie, la folla imbandierata con i simboli di Casa Savoia puntò alla sede del Partito Comunista di via Medina, in pieno centro cittadino. Lo scopo dei manifestanti era quello di strappare le bandiere della repubblica e quella rossa dalla facciata del palazzo, come già fatto in altre occasioni nei giorni precedenti, ma la situazione precipitò quasi subito, con la Polizia che sparò al primo manifestante che cercava di arrampicarsi per strappare i vessilli. Ne nacque un durissimo scontro a fuoco tra le barricate realizzate con due vetture tranviarie nella quale persero la vita 9 persone tra cui la diciannovenne Ida Cavalieri, investita da un automezzo della Celere mentre gridava, avvolta nella bandiera sabauda, «Viva ‘o rre!». Due furono i caduti tra le forze dell’ordine, decine i feriti. Durante gli scontri, i «luciani», pescatori di Santa Lucia, decisero di dare man forte ai manifestanti assalendo la sede del Comando Marina per impadronirsi delle armi, venendo respinti a fatica dai militari a guardia della caserma.
La strage di via Medina poteva essere l’ìnizio di una guerra tra il Sud e il Nord, vista la solidarietà espressa dai monarchici meridionali alle vittime delle pallottole del nascente Stato repubblicano. Tuttavia la partenza per l’esilio di Umberto II, avvenuta appena 48 ore dopo i fatti, fece sgonfiare i moti lealisti nati dal «ventre di Napoli». Il 18 giugno la Corte di Cassazione confermò la vittoria della repubblica. Ma l’eredità delle «Sette giornate» dei monarchici pesò sulle scelte successive dell’Italia repubblicana. Un illustre napoletano e monarchico, Enrico De Nicola, divenne Capo provvisorio dello Stato, mentre il primo sindaco eletto dopo l’amministrazione prefettizia della città fu l’avvocato Giuseppe Buonocore, anch’egli di ispirazione monarchica ma garante della transizione in quanto padre della Costituente. Mentre si consumavano gli scontri del giugno 1946, dietro le quinte lavorava l’armatore Achille Lauro, fervente sostenitore dei Savoia e futuro deputato per il Partito Nazionale Monarchico. In quei mesi durissimi del 1946 lavorò per ricostituire la sua flotta annientata dalla guerra grazie all’acquisto di naviglio americano residuato. In breve fu in grado di ricostruire un impero nella navigazione commerciale e nelle rotte atlantiche della seconda emigrazione italiana, sostituendosi, per così dire, alla figura del re nel lungo periodo chiamato «laurismo», quello dei mandati di sindaco di Napoli dal 1952 al 1957 e poi ancora nel 1961. Per citare il grande Eduardo de Filippo, «’A nuttata era passata», ma in quella settimana di ottant’anni fa Napoli e l’Italia si erano trovate avvolte da un buio pesto.
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