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2018-12-22
Le pagelle alla manovra. Che cosa è cambiato dopo l'accordo con la Ue
ANSA
La manovra che sarà ufficializzata con il maxiemendamento (in ritardo) atteso oggi al Senato è frutto di un compromesso. Dentro il governo e con l'Europa. Ma i «forza spread» che speravano potesse essere una legge Finanziaria in grado di mandare l'Italia a gambe all'aria dovranno ricredersi. I due pilastri del contratto di governo sono presenti. Sia quota 100 sia il reddito di cittadinanza partiranno, anche se con una serie di modifiche temporali. Vedranno la luce sicuramente nella seconda parte del 2019, in parte perché serviranno settimane per la gestione logistica e in parte perché lo slittamento stesso consentirà la riduzione del deficit. Meno spesa nel 2019, minore rapporto ai fini del Pil, anche se la crescita è stata rivista al ribasso. Chi critica il govenro in maniera preconcetta si perde il contenuto dei provvedimenti e pare vivere in un posto lontano dalla realtà e dalle necessità di chi non ha rendite né patrimoni ma si affida solo al proprio reddito da lavoro (quando c'è). È il caso del Pd, e di gran parte della sinistra e del partito mai nato dei Competenti. Per mesi hanno invocato la scure dei mercati perché le Borse e lo spread punissero i «cialtroni» e gli incapaci «scappati di casa». La goduria con cui si auto alimentavano le previsioni di disastro economico è stata proporzionale al timore di perdere per sempre poltrone, consulenze e fette di potere. Nulla che riguardasse i veri fondamentali del Paese. Ora che il governo è sceso parzialmente a compromessi con l'Ue (in ogni caso il deficit secondo la manovra firmata lo scorso anno da Pier Carlo Padoan sarebbe dovuto scendere dall'1,2% allo 0,8% e invece è al 2,04%), i critici anziché applaudire il passo indietro invocato fino a poco prima accusano il governo di essersi calato le braghe. O di aver soffocato il futuro del Paese per aver utilizzato le clausole di salvaguardia. Peccato che l'escamotage di utilizzare l'aumento Iva come garanzia di copertura per le spese future è utilizzato ininterrottamente dal 2011. Il democristiano Enrico Letta, tanto stimato a Bruxelles e a Parigi, ha inserito persino clausole di salvaguardia su gasolio e benzina. Però nessuno lo ha accusato di affossare il futuro dei giovani italiani. D'altronde, la mancanza di lucidità di molte critiche portano a dimenticare i fatti. Se siamo arrivati a penare tanto è per via di manovre pessime che si sono limitate a fare deficit senza impostare alcuna vera riforma. Nonostante le cure di Mario Monti e Paolo Gentiloni, il debito italiano è sempre salito. Segno che quelle ricette non funzionavano. Adesso bisogna provarne di nuove. E vedere se funzioneranno. Proseguire sulla vecchie strada sarebbe comunque stato un errore. Per il resto, non avendo alcun preconcetto, possiamo permetterci di prendere la manovra e sezionarla voce per voce.
Ci sono punti che meritano una convinta promozione. È il caso della pace fiscale e del saldo e stralcio delle cartelle di Equitalia-Riscossione. Tra i beneficiari ci sono contribuenti arrivati a livelli non più sostenibili. Un colpo di spugna stimola il gettito e consente una boccata d'ossigeno. Stesso discorso vale per la flat tax per le partite Iva. Vale al 15% fino ai 65.000 euro di imponibile e, dal 2020, al 20% dai 65.000 fino ai 100.000 euro. Si poteva fare di più? Certo, ma fino a oggi nessun governo aveva mai riservato la minima attenzione ai lavoratori autonomi. Nessuna tutela, nessun sostegno: solo maggiori tasse e prelievi contributivi. Per la prima volta si fa una partita Iva minima estesa e che non comprime la crescita. Si mostrano un po' ridicoli i politici che criticano l'intervento perché troppo mirato e riduttivo (riguarda 900.000 persone) quando prima non hanno mai fatto nulla.
Allo stesso modo sono da valutare positivamente gli interventi sulla cedolare secca e sulla gestione Imu dei capannoni. Dettagli? Per molti tessuti territoriali sono segnali importanti. Purtroppo la manovra è anche costellata di tasse e minori incentivi per le imprese e per gli azionisti che reinvestono in azienda. Come tutti i precedenti governi, l'attuale utilizza il comparto del gioco per favore cassa e - paradosso - fa campagna elettorale (ci riferiamo ai 5 stelle) sostenendo che lo Stato debba cancellare slot e altre amenità mentre le considera fondamentali per il proprio bilancio. Discutibile soprattutto l'intervento sulle «pensioni d'oro», che non distingue tra assegni contributivi e retributivi. Non fa alcuna selezione tra chi ha lavorato e chi no. L'unica distinzione è tra chi è ricco e meno ricco. E a entrambe le categorie l'anno prossimo sarà ridotto l'importo di adeguamento rispetto all'inflazione.
Noi, invece, apprezziamo lo Stato di diritto. Però sappiamo pure che che non si può volere tutto; e soprattutto, che le alternative politiche erano e restano peggiori di questa.
Flat tax e sgravi: ossigeno per professionisti ed emersione del nero

È la parte più coraggiosa della manovra, cambia la vita a 900.000 imprese e partite Iva. Si tratta del primo step dell'introduzione della flat tax: 15% di tasse per le partite Iva fino a 65.000 euro annui di fatturato, e 20% sopra quella soglia fino a 100.000 euro. Ma attenzione: nella manovra c'è già scritto che dal 1° gennaio 2020 l'aliquota del 15% sarà applicabile fino a un fatturato di 100.000 euro. Il vantaggio è duplice: non solo sul piano di una imposizione fiscale più accettabile, ma anche su quello degli oneri burocratici. I soggetti ricompresi in questo regime fiscale saranno infatti esonerati dalla tenuta di una contabilità rigida. Si tratta, come detto, di 900.000 imprese e partite Iva: artigiani, commercianti, professionisti. Un altro esperimento, limitato a un settore ma pur sempre interessante di flat tax, è quello per le ripetizioni scolastiche e le lezioni private, con l'obiettivo di attivare un potente incentivo all'emersione di attività spesso svolte in nero. Secondo la norma, dal primo gennaio 2019, «i titolari di cattedre nelle scuole di ogni ordine e grado» potranno chiedere l'applicazione di «un'imposta sostitutiva dell'imposta sul reddito delle persone fisiche e delle addizionali regionali e comunali pari al 15%, salva l'opzione per l'applicazione dell'imposta sul reddito nei modi ordinari». Secondo uno studio di 2 anni fa, curato da Lorenzo Castellani e Giacomo Bandini, attualmente metà degli studenti delle superiori si avvarrebbero di lezioni private; il giro d'affari sarebbe complessivamente di 800 milioni l'anno, e in 9 casi su 10 le ripetizioni avverrebbero senza dichiarazioni al fisco.
Clausole di salvaguardia: sull’Iva hanno preso tempo

Quella delle clausole di salvaguardia è da anni una spada di Damocle sulla testa di chiunque sia pro tempore al governo. Inutile girarci intorno: sono vere e proprie mine, bombe pronte a esplodere sotto forma di aumenti dell'Iva, e che rischiano di ipotecare gran parte dello spazio di agibilità delle leggi di bilancio successive. Prima di questa manovra, la pesante eredità lasciata dai governi del Pd prevedeva clausole della seguente entità: 12,5 miliardi nel 2019; 19,2 miliardi nel 2020; 19,6 miliardi nel 2021. Lungo tutta la campagna elettorale, sia Lega che M5s avevano assicurato al mondo produttivo (in particolare a Confcommercio e alle altre organizzazioni del settore) un impegno assoluto al disinnesco delle clausole per il 2019. Già tira in tutta Europa un vento di rallentamento, se non ancora di vera e propria recessione: far scattare le clausole sarebbe stata una mossa pericolosa. Il governo ha dunque mantenuto questo impegno. Infatti, già la prima stesura della manovra sterilizzava le clausole per il 2019 (quindi zero miliardi), e prevedeva 13,7 miliardi di clausole nel 2020 e 15,6 miliardi nel 2021. L'ultima stesura, successiva all'accordo con Bruxelles, prevede zero miliardi nel 2019, 23,1 miliardi nel 2020 (con l'Iva che balzerebbe al 25,2%) e 28,8 miliardi nel 2021 (Iva al 26,5%). Come si vede, un aumento di ulteriori 9,4 miliardi nel 2020 e di ulteriori 13,2 nel 2021. È evidente che un'eliminazione secca sarebbe stata preferibile. Ma, allo stato attuale, avrebbe richiesto una profonda operazione di spending review. Si è scelta l'opzione di uno slittamento in avanti, che indubbiamente crea preoccupazione rispetto alle prossime manovre: a settembre 2019, il primo compito sarà trovare risorse ancora più ingenti di quelle recuperate quest'anno. Tuttavia, appare irricevibile la polemica aspra che viene dagli esponenti del Pd: se ci troviamo in questa situazione, è anche e soprattutto per l'eredità lasciata dai governi di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Non si vede per quale ragione debba essere criminalizzata una maggioranza che ha fatto una scelta analoga ai suoi predecessori, e cioè calciare il pallone ancora più avanti. Resta comunque un giudizio assolutamente negativo verso Bruxelles almeno per due ragioni. Intanto perché le clausole aggravate e appesantite sono la cartina tornasole di un peggioramento della manovra dopo la trattativa con l'Ue. E poi perché non risulta che analoga richiesta di clausole di salvaguardia sia stata avanzata verso la Francia di Emmanuel Macron, che pure sforerà rispetto al deficit in misura molto maggiore (3,5%) rispetto al 2,04% italiano.
I due pilastri dell'impresa: reddito e quota 100 ci sono

È nero su bianco l'attuazione «Fondo per la revisione del sistema pensionistico attraverso l'introduzione di ulteriori forme di pensionamento anticipato e misure per incentivare l'assunzione di lavoratori giovani». Tradotto: quota 100. Al tempo stesso la manovra che è andata al voto nella notte istituisce pure il fondo per il reddito di cittadinanza che andrà a integrare e inglobare le attuali voci di spesa che vanno sotto il nome di Rei, (reddito di inclusione) e centri per l'impiego. Le due misure sono i pilastri del contratto di governo e al momento sono confermate per un budget complessivo di poco inferiore ai 14 miliardi. Per via della trattativa con la Ue sia l'abolizione della legge Fornero sia il riordino degli ammortizzatori sociali partiranno dopo aprile, e stando quanto risulta alla Verità finiranno in un decreto e in un disegno di legge. L'attuazione riguarderà la seconda metà del 2019 e di conseguenza la spesa tenderà a ridursi. In un caso anche dimezzarsi. Questa è la mediazione portata a casa da Giuseppe Conte, il che in ogni caso ci spinge a dare una valutazione positiva sull'idea di fondo dei provvedimenti. Nel primo caso, la necessità di riformare la legge Fornero ed evitare la distorsione della presenza e dell'andamento dei lavoratori over 50 sul mercato andava posta sul tavolo della politica. Va trovata una soluzione. Chi si oppone all'introduzione di quota 100, cioè alla possibilità di andare in pensione a 62 anni con 38 di contributi, sostiene nell'ordine: 1 Che la novità di matrice leghista sia troppo costosa e quindi spacchi i conti. 2 Che non garantisca la staffetta generazionale. 3 Che entro 20 anni avremo per ogni lavoratore un pensionato. Tutte le obiezioni non tengono però conto del fatto che la riforma Fornero aggiusta i conti sul lungo termine. Purtroppo il picco negativo di spesa pensionistica sarà nel 2037, quando gli italiani vivranno sulla propria pelle le storture delle baby pensioni. Il problema sta nel medio termine e nel miglioramento della produttività. Le modifiche introdotte dal governo Monti ingessano il mercato, come dimostrano i dati Istat. E affossano la produttività. Per questo è necessario trovare un sistema che favorisca il ricambio generazionale. L'altro pilastro del contratto tiene conto del fatto che il sistema degli ammortizzatori sociali è un colabrodo stratificato che non permette efficienza né risparmi. Soprattutto non ha mai permesso alle politiche attive di decollare. Non sappiamo se il reddito di cittadinanza si trasformerà in una mancia oppure sarà l'occasione per rivedere da capo i centri per l'impiego e, appunto, le politiche attive del governo. Noi speriamo la seconda opzione, ovviamente. Vedremo e monitoreremo.
Un bel segnale a Trump: meno finanziamenti all’Onu

Mossa trumpiana, coraggiosa, spiazzante, nascosta nelle pieghe della manovra, appena poche righe sulle quali nessuno finora si è soffermato: un taglio - piccolo ma simbolicamente significativo - al finanziamento italiano dell'Onu, e anche un cambio di paradigma nel rapporto con gli organismi sovranazionali. I critici parleranno di mossa isolazionista, antimultilateralismo, antiorganizzazioni sovranazionali. Ma forse l'Italia (non è mai troppo tardi) inizia a riprendersi il diritto di non contribuire al buio e a prescindere, e apre la strada per rinegoziare meglio il proprio contributo alle organizzazioni internazionali di cui siamo membri. Nella manovra si legge infatti che il contributo alle spese dell'Organizzazione delle Nazioni Unite si intende ridotto di circa 35 milioni di euro per l'anno 2019 e di altri 32 milioni di euro annui a decorrere dal 2020. Come si vede, si tratta di limature sul piano quantitativo, ma il segnale politico è importante. Di più: il ministero degli Esteri e della cooperazione internazionale provvede agli adempimenti necessari, anche sul piano internazionale, per rinegoziare i termini dell'accordo internazionale concernente la determinazione dei contributi alle organizzazioni internazionali di cui l'Italia è parte. Quindi non si tratta di un mini-taglio isolato, ma di un avvio di rinegoziazione più complessivo. Per troppi anni, in modo scontato, si era proceduto in modo diverso, non osando toccare questa voce. Questa norma, se resisterà alle ultime intese notturne, segna l'apertura di una pagina nuova.
Fiscalità aggressiva: più imposte sulle imprese. Spremute lotterie e slot

Tasse al 7% per i pensionati che vivono all'estero e che si trasferiscono al Sud. Nella bozza del maxiemendamento al ddl bilancio è contenuta la norma che consente alle persone titolari di redditi da pensione di fonte estera di accedere a un'imposta sostitutiva sui redditi se trasferiscono la propria residenza in una città con popolazione non superiore a 20.000 abitanti e posta in una delle seguenti regioni: Sicilia, Calabria, Sardegna, Campania, Basilicata, Abruzzo, Molise e Puglia. La nota positiva però è circondata da altre voci che si traducono in maggiori tasse per le aziende. La lista di maggiore gettito prevede l'abrogazione del credito d'imposta in favore ai soggetti passivi Irap che non impiegano lavoratori dipendenti; l'abrogazione del credito di imposta per chi investe sui beni strumentali e l'abrogazione dell'aliquota ridotta Ires in favore fino allo scorso anno agli enti non commerciali. Infine non poteva mancare un irrigidimento delle imposte sui giochi. Dalle slot machine fino alle lotterie. Un paradosso per la componente grillina del governo che ha fatto di tutto per penalizzare e vietare il gioco, salvo poi spremerlo ai fini del gettito. Sale all'1,4% l'aumento del Preu, il prelievo erariale unico, sugli apparecchi per il gioco. La percentuale destinata alle vincite (pay-out) passa dal 69 al 68% e dall'84,5 all'84%. Confermato l'aumento dell'imposta unica dovuta sui giochi a distanza (che dal 20% passa al 25% del margine), sulle scommesse a quota fissa su rete fisica e a distanza e sulle scommesse simulate. Resta la web tax, che prenderà forma dopo le direttive applicative del Mef.
Imu commerciale: gli sgravi sui capannoni possono dare nuovo slancio

È la parte meno evidenziata della manovra, e che la stessa maggioranza non è stata in grado di valorizzare adeguatamente nella sua comunicazione. Si poteva certamente fare di più, ma si tratta comunque di un complesso di norme significative e globalmente positive. Con l'emendamento sul superammortamento è stato confermato tutto il pacchetto industria 4.0. Quando fu presentato da Carlo Calenda, ci furono applausi scroscianti. È curioso che invece la conferma e la stabilizzazione della misura passi sotto silenzio. Confermate inoltre tutte le detrazioni fiscali su ristrutturazioni edili, acquisto di mobili, sistemazione delle aree verdi. Parte poi la sperimentazione della cedolare secca per le locazioni a uso non residenziale: può essere una spinta al rilancio del commercio specialmente nei centri storici. Altra buona notizia, forse tra le più rilevanti dell'intera manovra: raddoppio della deducibilità dell'Imu sui capannoni industriali e sugli altri immobili strumentali alle imprese: dal 20 al 40%. È un fatto notevole: pochi sanno che, negli scorsi anni, il gettito Imu-Tasi sugli immobili strumentali (capannoni, negozi, botteghe, studi professionali) è stato esagerato: 7,7 miliardi l'anno (per capirci, quasi il doppio della vecchia tassa sulla prima casa) secondo un'elaborazione dell'Ufficio Studi di Confcommercio. A un certo punto, sembrava addirittura che la deducibilità potesse salire al 50%, ma, dopo la trattativa con Bruxelles, ci si è fermati al 40. Un altro caso in cui, dopo l'intesa con la Commissione Ue, è arrivata una frenata di cui non si sentiva il bisogno.
Revisione all'acqua di rose: sui dipendenti pubblici si poteva fare di più

A seguito delle trattative con l'Ue, il governo in carica ha deciso di congelare ogni assunzione e ogni concorso in settori chiave della pubblica amministrazione per i quali erano già stati approntati - nel calibrare la legge di bilancio - estremi di assunzione. Nel testo è stato aggiunto un passaggio di quattro righe che dice: gli enti pubblici non economici, le agenzie fiscali e le Università non possono effettuare assunzioni di personale a tempo indeterminato «con decorrenza giuridica ed economica anteriore al 15 novembre 2019». Le università hanno deroghe di spesa inferiori ai 30 milioni. La motivazione è presto detta. L'entrata in vigore di quota 100 per gli statali è prevista solo dopo novembre, il blocco parziale del turnover serve a bilanciare i costi delle entrate e delle uscite. In generale ci sarà però, nella seconda parte del triennio, una sventagliata di assunzioni (con relativi stanziamenti di circa 1 miliardo nel periodo): dai 4.000 posti per i centri per l'impiego agli insegnanti, passando per l'ispettorato del lavoro, il Mef e il Mibac, la Corte dei Conti e l'Authority dell'energia. Voci che forse necessitavano di una revisione complessiva. Per questo il nostro giudizio sulle assunzioni del pubblico è da «rimandare a settembre». Segnaliamo infine che nel testo c'è il saldo e stralcio delle cartelle per i contribuenti in difficoltà economica. La sanatoria interessa i carichi affidati all'agente della riscossione dal primo gennaio 2000 al 31 dicembre 2017 e prevede diverse percentuali di pagamento, a seconda della situazione Isee.
Pensioni d'oro: il taglio indiscriminato penalizza chi ha lavorato

Sulle pensioni d'oro, a meno di sorprese maturate nell'ultima lunga notte di lavoro, la vittoria culturale del M5s appare schiacciante. Contrariamente a quanto era stato assicurato (a voce) per mesi, fino a ieri sera (leggendo i testi scritti) risultavano colpiti indistintamente tutti i trattamenti più elevati, senza distinzione o tutela per quelli frutto di contributi effettivamente versati dagli interessati. Di fatto, la soluzione maturata corrisponde all'emendamento di bandiera presentato in prima battuta dal capogruppo grillino al Senato, Stefano Patuanelli. Un taglio per 5 anni di tutti i trattamenti (tranne quelli d'invalidità o per le vittime del terrorismo) i cui importi complessivamente considerati superino la soglia dei 100.000 euro lordi su base annua. Oltre quell'asticella, sono stati stabiliti cinque scaglioni ai quali verranno applicate aliquote crescenti: taglio del 15% per la porzione di pensione compresa tra 100 e 130.000 euro; 25% da 130 a 200.000 euro; 30% per la parte da 200 fino a 350.000 euro; 35% per la parte da 350 a 500.000 euro: del 40% per la parte oltre i 500.000 euro. Peccato: se così fosse, sarebbe stata persa l'occasione di distinguere tra trattamenti ingiustificati (perché frutto di contributi non versati) e trattamenti certamente elevati, ma frutto della contribuzione e del lavoro di persone che non possono essere criminalizzate solo perché abbienti. «Anche i ricchi piangano» era uno slogan di Rifondazione comunista. Non sembra un buon viatico per il governo del cambiamento, se induce a colpire nel mucchio senza distinguere.
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Il governo porta a casa le sue misure simbolo: quota 100 e reddito di cittadinanza. Promosso anche per flat tax, pace fiscale, agevolazioni alle imprese e tagli all'Onu. Bocciatura invece per l'iniquo provvedimento sulle «pensioni d'oro». Un giudizio negativo pure per quanto riguarda le troppe tasse disseminate nel testo. Clausole di salvaguardia e assunzioni nel pubblico? Rimandato a settembre. Il maxi emendamento slitta e arriva solo oggi al Senato. Atteso voto di fiducia.Lo speciale contiene nove articoliLa manovra che sarà ufficializzata con il maxiemendamento (in ritardo) atteso oggi al Senato è frutto di un compromesso. Dentro il governo e con l'Europa. Ma i «forza spread» che speravano potesse essere una legge Finanziaria in grado di mandare l'Italia a gambe all'aria dovranno ricredersi. I due pilastri del contratto di governo sono presenti. Sia quota 100 sia il reddito di cittadinanza partiranno, anche se con una serie di modifiche temporali. Vedranno la luce sicuramente nella seconda parte del 2019, in parte perché serviranno settimane per la gestione logistica e in parte perché lo slittamento stesso consentirà la riduzione del deficit. Meno spesa nel 2019, minore rapporto ai fini del Pil, anche se la crescita è stata rivista al ribasso. Chi critica il govenro in maniera preconcetta si perde il contenuto dei provvedimenti e pare vivere in un posto lontano dalla realtà e dalle necessità di chi non ha rendite né patrimoni ma si affida solo al proprio reddito da lavoro (quando c'è). È il caso del Pd, e di gran parte della sinistra e del partito mai nato dei Competenti. Per mesi hanno invocato la scure dei mercati perché le Borse e lo spread punissero i «cialtroni» e gli incapaci «scappati di casa». La goduria con cui si auto alimentavano le previsioni di disastro economico è stata proporzionale al timore di perdere per sempre poltrone, consulenze e fette di potere. Nulla che riguardasse i veri fondamentali del Paese. Ora che il governo è sceso parzialmente a compromessi con l'Ue (in ogni caso il deficit secondo la manovra firmata lo scorso anno da Pier Carlo Padoan sarebbe dovuto scendere dall'1,2% allo 0,8% e invece è al 2,04%), i critici anziché applaudire il passo indietro invocato fino a poco prima accusano il governo di essersi calato le braghe. O di aver soffocato il futuro del Paese per aver utilizzato le clausole di salvaguardia. Peccato che l'escamotage di utilizzare l'aumento Iva come garanzia di copertura per le spese future è utilizzato ininterrottamente dal 2011. Il democristiano Enrico Letta, tanto stimato a Bruxelles e a Parigi, ha inserito persino clausole di salvaguardia su gasolio e benzina. Però nessuno lo ha accusato di affossare il futuro dei giovani italiani. D'altronde, la mancanza di lucidità di molte critiche portano a dimenticare i fatti. Se siamo arrivati a penare tanto è per via di manovre pessime che si sono limitate a fare deficit senza impostare alcuna vera riforma. Nonostante le cure di Mario Monti e Paolo Gentiloni, il debito italiano è sempre salito. Segno che quelle ricette non funzionavano. Adesso bisogna provarne di nuove. E vedere se funzioneranno. Proseguire sulla vecchie strada sarebbe comunque stato un errore. Per il resto, non avendo alcun preconcetto, possiamo permetterci di prendere la manovra e sezionarla voce per voce. Ci sono punti che meritano una convinta promozione. È il caso della pace fiscale e del saldo e stralcio delle cartelle di Equitalia-Riscossione. Tra i beneficiari ci sono contribuenti arrivati a livelli non più sostenibili. Un colpo di spugna stimola il gettito e consente una boccata d'ossigeno. Stesso discorso vale per la flat tax per le partite Iva. Vale al 15% fino ai 65.000 euro di imponibile e, dal 2020, al 20% dai 65.000 fino ai 100.000 euro. Si poteva fare di più? Certo, ma fino a oggi nessun governo aveva mai riservato la minima attenzione ai lavoratori autonomi. Nessuna tutela, nessun sostegno: solo maggiori tasse e prelievi contributivi. Per la prima volta si fa una partita Iva minima estesa e che non comprime la crescita. Si mostrano un po' ridicoli i politici che criticano l'intervento perché troppo mirato e riduttivo (riguarda 900.000 persone) quando prima non hanno mai fatto nulla. Allo stesso modo sono da valutare positivamente gli interventi sulla cedolare secca e sulla gestione Imu dei capannoni. Dettagli? Per molti tessuti territoriali sono segnali importanti. Purtroppo la manovra è anche costellata di tasse e minori incentivi per le imprese e per gli azionisti che reinvestono in azienda. Come tutti i precedenti governi, l'attuale utilizza il comparto del gioco per favore cassa e - paradosso - fa campagna elettorale (ci riferiamo ai 5 stelle) sostenendo che lo Stato debba cancellare slot e altre amenità mentre le considera fondamentali per il proprio bilancio. Discutibile soprattutto l'intervento sulle «pensioni d'oro», che non distingue tra assegni contributivi e retributivi. Non fa alcuna selezione tra chi ha lavorato e chi no. L'unica distinzione è tra chi è ricco e meno ricco. E a entrambe le categorie l'anno prossimo sarà ridotto l'importo di adeguamento rispetto all'inflazione. Noi, invece, apprezziamo lo Stato di diritto. Però sappiamo pure che che non si può volere tutto; e soprattutto, che le alternative politiche erano e restano peggiori di questa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem8" data-id="8" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosa-resta-di-buono-dopo-il-corpo-a-corpo-con-lue-2624086760.html?rebelltitem=8#rebelltitem8" data-basename="flat-tax-e-sgravi-ossigeno-per-professionisti-ed-emersione-del-nero" data-post-id="2624086760" data-published-at="1767832119" data-use-pagination="False"> Flat tax e sgravi: ossigeno per professionisti ed emersione del nero È la parte più coraggiosa della manovra, cambia la vita a 900.000 imprese e partite Iva. Si tratta del primo step dell'introduzione della flat tax: 15% di tasse per le partite Iva fino a 65.000 euro annui di fatturato, e 20% sopra quella soglia fino a 100.000 euro. Ma attenzione: nella manovra c'è già scritto che dal 1° gennaio 2020 l'aliquota del 15% sarà applicabile fino a un fatturato di 100.000 euro. Il vantaggio è duplice: non solo sul piano di una imposizione fiscale più accettabile, ma anche su quello degli oneri burocratici. I soggetti ricompresi in questo regime fiscale saranno infatti esonerati dalla tenuta di una contabilità rigida. Si tratta, come detto, di 900.000 imprese e partite Iva: artigiani, commercianti, professionisti. Un altro esperimento, limitato a un settore ma pur sempre interessante di flat tax, è quello per le ripetizioni scolastiche e le lezioni private, con l'obiettivo di attivare un potente incentivo all'emersione di attività spesso svolte in nero. Secondo la norma, dal primo gennaio 2019, «i titolari di cattedre nelle scuole di ogni ordine e grado» potranno chiedere l'applicazione di «un'imposta sostitutiva dell'imposta sul reddito delle persone fisiche e delle addizionali regionali e comunali pari al 15%, salva l'opzione per l'applicazione dell'imposta sul reddito nei modi ordinari». Secondo uno studio di 2 anni fa, curato da Lorenzo Castellani e Giacomo Bandini, attualmente metà degli studenti delle superiori si avvarrebbero di lezioni private; il giro d'affari sarebbe complessivamente di 800 milioni l'anno, e in 9 casi su 10 le ripetizioni avverrebbero senza dichiarazioni al fisco. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem7" data-id="7" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosa-resta-di-buono-dopo-il-corpo-a-corpo-con-lue-2624086760.html?rebelltitem=7#rebelltitem7" data-basename="clausole-di-salvaguardia-sulliva-hanno-preso-tempo" data-post-id="2624086760" data-published-at="1767832119" data-use-pagination="False"> Clausole di salvaguardia: sull’Iva hanno preso tempo Quella delle clausole di salvaguardia è da anni una spada di Damocle sulla testa di chiunque sia pro tempore al governo. Inutile girarci intorno: sono vere e proprie mine, bombe pronte a esplodere sotto forma di aumenti dell'Iva, e che rischiano di ipotecare gran parte dello spazio di agibilità delle leggi di bilancio successive. Prima di questa manovra, la pesante eredità lasciata dai governi del Pd prevedeva clausole della seguente entità: 12,5 miliardi nel 2019; 19,2 miliardi nel 2020; 19,6 miliardi nel 2021. Lungo tutta la campagna elettorale, sia Lega che M5s avevano assicurato al mondo produttivo (in particolare a Confcommercio e alle altre organizzazioni del settore) un impegno assoluto al disinnesco delle clausole per il 2019. Già tira in tutta Europa un vento di rallentamento, se non ancora di vera e propria recessione: far scattare le clausole sarebbe stata una mossa pericolosa. Il governo ha dunque mantenuto questo impegno. Infatti, già la prima stesura della manovra sterilizzava le clausole per il 2019 (quindi zero miliardi), e prevedeva 13,7 miliardi di clausole nel 2020 e 15,6 miliardi nel 2021. L'ultima stesura, successiva all'accordo con Bruxelles, prevede zero miliardi nel 2019, 23,1 miliardi nel 2020 (con l'Iva che balzerebbe al 25,2%) e 28,8 miliardi nel 2021 (Iva al 26,5%). Come si vede, un aumento di ulteriori 9,4 miliardi nel 2020 e di ulteriori 13,2 nel 2021. È evidente che un'eliminazione secca sarebbe stata preferibile. Ma, allo stato attuale, avrebbe richiesto una profonda operazione di spending review. Si è scelta l'opzione di uno slittamento in avanti, che indubbiamente crea preoccupazione rispetto alle prossime manovre: a settembre 2019, il primo compito sarà trovare risorse ancora più ingenti di quelle recuperate quest'anno. Tuttavia, appare irricevibile la polemica aspra che viene dagli esponenti del Pd: se ci troviamo in questa situazione, è anche e soprattutto per l'eredità lasciata dai governi di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Non si vede per quale ragione debba essere criminalizzata una maggioranza che ha fatto una scelta analoga ai suoi predecessori, e cioè calciare il pallone ancora più avanti. Resta comunque un giudizio assolutamente negativo verso Bruxelles almeno per due ragioni. Intanto perché le clausole aggravate e appesantite sono la cartina tornasole di un peggioramento della manovra dopo la trattativa con l'Ue. E poi perché non risulta che analoga richiesta di clausole di salvaguardia sia stata avanzata verso la Francia di Emmanuel Macron, che pure sforerà rispetto al deficit in misura molto maggiore (3,5%) rispetto al 2,04% italiano. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem6" data-id="6" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosa-resta-di-buono-dopo-il-corpo-a-corpo-con-lue-2624086760.html?rebelltitem=6#rebelltitem6" data-basename="i-due-pilastri-dell-impresa-reddito-e-quota-100-ci-sono" data-post-id="2624086760" data-published-at="1767832119" data-use-pagination="False"> I due pilastri dell'impresa: reddito e quota 100 ci sono È nero su bianco l'attuazione «Fondo per la revisione del sistema pensionistico attraverso l'introduzione di ulteriori forme di pensionamento anticipato e misure per incentivare l'assunzione di lavoratori giovani». Tradotto: quota 100. Al tempo stesso la manovra che è andata al voto nella notte istituisce pure il fondo per il reddito di cittadinanza che andrà a integrare e inglobare le attuali voci di spesa che vanno sotto il nome di Rei, (reddito di inclusione) e centri per l'impiego. Le due misure sono i pilastri del contratto di governo e al momento sono confermate per un budget complessivo di poco inferiore ai 14 miliardi. Per via della trattativa con la Ue sia l'abolizione della legge Fornero sia il riordino degli ammortizzatori sociali partiranno dopo aprile, e stando quanto risulta alla Verità finiranno in un decreto e in un disegno di legge. L'attuazione riguarderà la seconda metà del 2019 e di conseguenza la spesa tenderà a ridursi. In un caso anche dimezzarsi. Questa è la mediazione portata a casa da Giuseppe Conte, il che in ogni caso ci spinge a dare una valutazione positiva sull'idea di fondo dei provvedimenti. Nel primo caso, la necessità di riformare la legge Fornero ed evitare la distorsione della presenza e dell'andamento dei lavoratori over 50 sul mercato andava posta sul tavolo della politica. Va trovata una soluzione. Chi si oppone all'introduzione di quota 100, cioè alla possibilità di andare in pensione a 62 anni con 38 di contributi, sostiene nell'ordine: 1 Che la novità di matrice leghista sia troppo costosa e quindi spacchi i conti. 2 Che non garantisca la staffetta generazionale. 3 Che entro 20 anni avremo per ogni lavoratore un pensionato. Tutte le obiezioni non tengono però conto del fatto che la riforma Fornero aggiusta i conti sul lungo termine. Purtroppo il picco negativo di spesa pensionistica sarà nel 2037, quando gli italiani vivranno sulla propria pelle le storture delle baby pensioni. Il problema sta nel medio termine e nel miglioramento della produttività. Le modifiche introdotte dal governo Monti ingessano il mercato, come dimostrano i dati Istat. E affossano la produttività. Per questo è necessario trovare un sistema che favorisca il ricambio generazionale. L'altro pilastro del contratto tiene conto del fatto che il sistema degli ammortizzatori sociali è un colabrodo stratificato che non permette efficienza né risparmi. Soprattutto non ha mai permesso alle politiche attive di decollare. Non sappiamo se il reddito di cittadinanza si trasformerà in una mancia oppure sarà l'occasione per rivedere da capo i centri per l'impiego e, appunto, le politiche attive del governo. Noi speriamo la seconda opzione, ovviamente. Vedremo e monitoreremo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosa-resta-di-buono-dopo-il-corpo-a-corpo-con-lue-2624086760.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="un-bel-segnale-a-trump-meno-finanziamenti-allonu" data-post-id="2624086760" data-published-at="1767832119" data-use-pagination="False"> Un bel segnale a Trump: meno finanziamenti all’Onu Mossa trumpiana, coraggiosa, spiazzante, nascosta nelle pieghe della manovra, appena poche righe sulle quali nessuno finora si è soffermato: un taglio - piccolo ma simbolicamente significativo - al finanziamento italiano dell'Onu, e anche un cambio di paradigma nel rapporto con gli organismi sovranazionali. I critici parleranno di mossa isolazionista, antimultilateralismo, antiorganizzazioni sovranazionali. Ma forse l'Italia (non è mai troppo tardi) inizia a riprendersi il diritto di non contribuire al buio e a prescindere, e apre la strada per rinegoziare meglio il proprio contributo alle organizzazioni internazionali di cui siamo membri. Nella manovra si legge infatti che il contributo alle spese dell'Organizzazione delle Nazioni Unite si intende ridotto di circa 35 milioni di euro per l'anno 2019 e di altri 32 milioni di euro annui a decorrere dal 2020. Come si vede, si tratta di limature sul piano quantitativo, ma il segnale politico è importante. Di più: il ministero degli Esteri e della cooperazione internazionale provvede agli adempimenti necessari, anche sul piano internazionale, per rinegoziare i termini dell'accordo internazionale concernente la determinazione dei contributi alle organizzazioni internazionali di cui l'Italia è parte. Quindi non si tratta di un mini-taglio isolato, ma di un avvio di rinegoziazione più complessivo. Per troppi anni, in modo scontato, si era proceduto in modo diverso, non osando toccare questa voce. Questa norma, se resisterà alle ultime intese notturne, segna l'apertura di una pagina nuova. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosa-resta-di-buono-dopo-il-corpo-a-corpo-con-lue-2624086760.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="fiscalita-aggressiva-piu-imposte-sulle-imprese-spremute-lotterie-e-slot" data-post-id="2624086760" data-published-at="1767832119" data-use-pagination="False"> Fiscalità aggressiva: più imposte sulle imprese. Spremute lotterie e slot Tasse al 7% per i pensionati che vivono all'estero e che si trasferiscono al Sud. Nella bozza del maxiemendamento al ddl bilancio è contenuta la norma che consente alle persone titolari di redditi da pensione di fonte estera di accedere a un'imposta sostitutiva sui redditi se trasferiscono la propria residenza in una città con popolazione non superiore a 20.000 abitanti e posta in una delle seguenti regioni: Sicilia, Calabria, Sardegna, Campania, Basilicata, Abruzzo, Molise e Puglia. La nota positiva però è circondata da altre voci che si traducono in maggiori tasse per le aziende. La lista di maggiore gettito prevede l'abrogazione del credito d'imposta in favore ai soggetti passivi Irap che non impiegano lavoratori dipendenti; l'abrogazione del credito di imposta per chi investe sui beni strumentali e l'abrogazione dell'aliquota ridotta Ires in favore fino allo scorso anno agli enti non commerciali. Infine non poteva mancare un irrigidimento delle imposte sui giochi. Dalle slot machine fino alle lotterie. Un paradosso per la componente grillina del governo che ha fatto di tutto per penalizzare e vietare il gioco, salvo poi spremerlo ai fini del gettito. Sale all'1,4% l'aumento del Preu, il prelievo erariale unico, sugli apparecchi per il gioco. La percentuale destinata alle vincite (pay-out) passa dal 69 al 68% e dall'84,5 all'84%. Confermato l'aumento dell'imposta unica dovuta sui giochi a distanza (che dal 20% passa al 25% del margine), sulle scommesse a quota fissa su rete fisica e a distanza e sulle scommesse simulate. Resta la web tax, che prenderà forma dopo le direttive applicative del Mef. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosa-resta-di-buono-dopo-il-corpo-a-corpo-con-lue-2624086760.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="imu-commerciale-gli-sgravi-sui-capannoni-possono-dare-nuovo-slancio" data-post-id="2624086760" data-published-at="1767832119" data-use-pagination="False"> Imu commerciale: gli sgravi sui capannoni possono dare nuovo slancio È la parte meno evidenziata della manovra, e che la stessa maggioranza non è stata in grado di valorizzare adeguatamente nella sua comunicazione. Si poteva certamente fare di più, ma si tratta comunque di un complesso di norme significative e globalmente positive. Con l'emendamento sul superammortamento è stato confermato tutto il pacchetto industria 4.0. Quando fu presentato da Carlo Calenda, ci furono applausi scroscianti. È curioso che invece la conferma e la stabilizzazione della misura passi sotto silenzio. Confermate inoltre tutte le detrazioni fiscali su ristrutturazioni edili, acquisto di mobili, sistemazione delle aree verdi. Parte poi la sperimentazione della cedolare secca per le locazioni a uso non residenziale: può essere una spinta al rilancio del commercio specialmente nei centri storici. Altra buona notizia, forse tra le più rilevanti dell'intera manovra: raddoppio della deducibilità dell'Imu sui capannoni industriali e sugli altri immobili strumentali alle imprese: dal 20 al 40%. È un fatto notevole: pochi sanno che, negli scorsi anni, il gettito Imu-Tasi sugli immobili strumentali (capannoni, negozi, botteghe, studi professionali) è stato esagerato: 7,7 miliardi l'anno (per capirci, quasi il doppio della vecchia tassa sulla prima casa) secondo un'elaborazione dell'Ufficio Studi di Confcommercio. A un certo punto, sembrava addirittura che la deducibilità potesse salire al 50%, ma, dopo la trattativa con Bruxelles, ci si è fermati al 40. Un altro caso in cui, dopo l'intesa con la Commissione Ue, è arrivata una frenata di cui non si sentiva il bisogno. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosa-resta-di-buono-dopo-il-corpo-a-corpo-con-lue-2624086760.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="revisione-all-acqua-di-rose-sui-dipendenti-pubblici-si-poteva-fare-di-piu" data-post-id="2624086760" data-published-at="1767832119" data-use-pagination="False"> Revisione all'acqua di rose: sui dipendenti pubblici si poteva fare di più A seguito delle trattative con l'Ue, il governo in carica ha deciso di congelare ogni assunzione e ogni concorso in settori chiave della pubblica amministrazione per i quali erano già stati approntati - nel calibrare la legge di bilancio - estremi di assunzione. Nel testo è stato aggiunto un passaggio di quattro righe che dice: gli enti pubblici non economici, le agenzie fiscali e le Università non possono effettuare assunzioni di personale a tempo indeterminato «con decorrenza giuridica ed economica anteriore al 15 novembre 2019». Le università hanno deroghe di spesa inferiori ai 30 milioni. La motivazione è presto detta. L'entrata in vigore di quota 100 per gli statali è prevista solo dopo novembre, il blocco parziale del turnover serve a bilanciare i costi delle entrate e delle uscite. In generale ci sarà però, nella seconda parte del triennio, una sventagliata di assunzioni (con relativi stanziamenti di circa 1 miliardo nel periodo): dai 4.000 posti per i centri per l'impiego agli insegnanti, passando per l'ispettorato del lavoro, il Mef e il Mibac, la Corte dei Conti e l'Authority dell'energia. Voci che forse necessitavano di una revisione complessiva. Per questo il nostro giudizio sulle assunzioni del pubblico è da «rimandare a settembre». Segnaliamo infine che nel testo c'è il saldo e stralcio delle cartelle per i contribuenti in difficoltà economica. La sanatoria interessa i carichi affidati all'agente della riscossione dal primo gennaio 2000 al 31 dicembre 2017 e prevede diverse percentuali di pagamento, a seconda della situazione Isee. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosa-resta-di-buono-dopo-il-corpo-a-corpo-con-lue-2624086760.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pensioni-d-oro-il-taglio-indiscriminato-penalizza-chi-ha-lavorato" data-post-id="2624086760" data-published-at="1767832119" data-use-pagination="False"> Pensioni d'oro: il taglio indiscriminato penalizza chi ha lavorato Sulle pensioni d'oro, a meno di sorprese maturate nell'ultima lunga notte di lavoro, la vittoria culturale del M5s appare schiacciante. Contrariamente a quanto era stato assicurato (a voce) per mesi, fino a ieri sera (leggendo i testi scritti) risultavano colpiti indistintamente tutti i trattamenti più elevati, senza distinzione o tutela per quelli frutto di contributi effettivamente versati dagli interessati. Di fatto, la soluzione maturata corrisponde all'emendamento di bandiera presentato in prima battuta dal capogruppo grillino al Senato, Stefano Patuanelli. Un taglio per 5 anni di tutti i trattamenti (tranne quelli d'invalidità o per le vittime del terrorismo) i cui importi complessivamente considerati superino la soglia dei 100.000 euro lordi su base annua. Oltre quell'asticella, sono stati stabiliti cinque scaglioni ai quali verranno applicate aliquote crescenti: taglio del 15% per la porzione di pensione compresa tra 100 e 130.000 euro; 25% da 130 a 200.000 euro; 30% per la parte da 200 fino a 350.000 euro; 35% per la parte da 350 a 500.000 euro: del 40% per la parte oltre i 500.000 euro. Peccato: se così fosse, sarebbe stata persa l'occasione di distinguere tra trattamenti ingiustificati (perché frutto di contributi non versati) e trattamenti certamente elevati, ma frutto della contribuzione e del lavoro di persone che non possono essere criminalizzate solo perché abbienti. «Anche i ricchi piangano» era uno slogan di Rifondazione comunista. Non sembra un buon viatico per il governo del cambiamento, se induce a colpire nel mucchio senza distinguere.
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.