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2018-12-22
Le pagelle alla manovra. Che cosa è cambiato dopo l'accordo con la Ue
ANSA
La manovra che sarà ufficializzata con il maxiemendamento (in ritardo) atteso oggi al Senato è frutto di un compromesso. Dentro il governo e con l'Europa. Ma i «forza spread» che speravano potesse essere una legge Finanziaria in grado di mandare l'Italia a gambe all'aria dovranno ricredersi. I due pilastri del contratto di governo sono presenti. Sia quota 100 sia il reddito di cittadinanza partiranno, anche se con una serie di modifiche temporali. Vedranno la luce sicuramente nella seconda parte del 2019, in parte perché serviranno settimane per la gestione logistica e in parte perché lo slittamento stesso consentirà la riduzione del deficit. Meno spesa nel 2019, minore rapporto ai fini del Pil, anche se la crescita è stata rivista al ribasso. Chi critica il govenro in maniera preconcetta si perde il contenuto dei provvedimenti e pare vivere in un posto lontano dalla realtà e dalle necessità di chi non ha rendite né patrimoni ma si affida solo al proprio reddito da lavoro (quando c'è). È il caso del Pd, e di gran parte della sinistra e del partito mai nato dei Competenti. Per mesi hanno invocato la scure dei mercati perché le Borse e lo spread punissero i «cialtroni» e gli incapaci «scappati di casa». La goduria con cui si auto alimentavano le previsioni di disastro economico è stata proporzionale al timore di perdere per sempre poltrone, consulenze e fette di potere. Nulla che riguardasse i veri fondamentali del Paese. Ora che il governo è sceso parzialmente a compromessi con l'Ue (in ogni caso il deficit secondo la manovra firmata lo scorso anno da Pier Carlo Padoan sarebbe dovuto scendere dall'1,2% allo 0,8% e invece è al 2,04%), i critici anziché applaudire il passo indietro invocato fino a poco prima accusano il governo di essersi calato le braghe. O di aver soffocato il futuro del Paese per aver utilizzato le clausole di salvaguardia. Peccato che l'escamotage di utilizzare l'aumento Iva come garanzia di copertura per le spese future è utilizzato ininterrottamente dal 2011. Il democristiano Enrico Letta, tanto stimato a Bruxelles e a Parigi, ha inserito persino clausole di salvaguardia su gasolio e benzina. Però nessuno lo ha accusato di affossare il futuro dei giovani italiani. D'altronde, la mancanza di lucidità di molte critiche portano a dimenticare i fatti. Se siamo arrivati a penare tanto è per via di manovre pessime che si sono limitate a fare deficit senza impostare alcuna vera riforma. Nonostante le cure di Mario Monti e Paolo Gentiloni, il debito italiano è sempre salito. Segno che quelle ricette non funzionavano. Adesso bisogna provarne di nuove. E vedere se funzioneranno. Proseguire sulla vecchie strada sarebbe comunque stato un errore. Per il resto, non avendo alcun preconcetto, possiamo permetterci di prendere la manovra e sezionarla voce per voce.
Ci sono punti che meritano una convinta promozione. È il caso della pace fiscale e del saldo e stralcio delle cartelle di Equitalia-Riscossione. Tra i beneficiari ci sono contribuenti arrivati a livelli non più sostenibili. Un colpo di spugna stimola il gettito e consente una boccata d'ossigeno. Stesso discorso vale per la flat tax per le partite Iva. Vale al 15% fino ai 65.000 euro di imponibile e, dal 2020, al 20% dai 65.000 fino ai 100.000 euro. Si poteva fare di più? Certo, ma fino a oggi nessun governo aveva mai riservato la minima attenzione ai lavoratori autonomi. Nessuna tutela, nessun sostegno: solo maggiori tasse e prelievi contributivi. Per la prima volta si fa una partita Iva minima estesa e che non comprime la crescita. Si mostrano un po' ridicoli i politici che criticano l'intervento perché troppo mirato e riduttivo (riguarda 900.000 persone) quando prima non hanno mai fatto nulla.
Allo stesso modo sono da valutare positivamente gli interventi sulla cedolare secca e sulla gestione Imu dei capannoni. Dettagli? Per molti tessuti territoriali sono segnali importanti. Purtroppo la manovra è anche costellata di tasse e minori incentivi per le imprese e per gli azionisti che reinvestono in azienda. Come tutti i precedenti governi, l'attuale utilizza il comparto del gioco per favore cassa e - paradosso - fa campagna elettorale (ci riferiamo ai 5 stelle) sostenendo che lo Stato debba cancellare slot e altre amenità mentre le considera fondamentali per il proprio bilancio. Discutibile soprattutto l'intervento sulle «pensioni d'oro», che non distingue tra assegni contributivi e retributivi. Non fa alcuna selezione tra chi ha lavorato e chi no. L'unica distinzione è tra chi è ricco e meno ricco. E a entrambe le categorie l'anno prossimo sarà ridotto l'importo di adeguamento rispetto all'inflazione.
Noi, invece, apprezziamo lo Stato di diritto. Però sappiamo pure che che non si può volere tutto; e soprattutto, che le alternative politiche erano e restano peggiori di questa.
Flat tax e sgravi: ossigeno per professionisti ed emersione del nero

È la parte più coraggiosa della manovra, cambia la vita a 900.000 imprese e partite Iva. Si tratta del primo step dell'introduzione della flat tax: 15% di tasse per le partite Iva fino a 65.000 euro annui di fatturato, e 20% sopra quella soglia fino a 100.000 euro. Ma attenzione: nella manovra c'è già scritto che dal 1° gennaio 2020 l'aliquota del 15% sarà applicabile fino a un fatturato di 100.000 euro. Il vantaggio è duplice: non solo sul piano di una imposizione fiscale più accettabile, ma anche su quello degli oneri burocratici. I soggetti ricompresi in questo regime fiscale saranno infatti esonerati dalla tenuta di una contabilità rigida. Si tratta, come detto, di 900.000 imprese e partite Iva: artigiani, commercianti, professionisti. Un altro esperimento, limitato a un settore ma pur sempre interessante di flat tax, è quello per le ripetizioni scolastiche e le lezioni private, con l'obiettivo di attivare un potente incentivo all'emersione di attività spesso svolte in nero. Secondo la norma, dal primo gennaio 2019, «i titolari di cattedre nelle scuole di ogni ordine e grado» potranno chiedere l'applicazione di «un'imposta sostitutiva dell'imposta sul reddito delle persone fisiche e delle addizionali regionali e comunali pari al 15%, salva l'opzione per l'applicazione dell'imposta sul reddito nei modi ordinari». Secondo uno studio di 2 anni fa, curato da Lorenzo Castellani e Giacomo Bandini, attualmente metà degli studenti delle superiori si avvarrebbero di lezioni private; il giro d'affari sarebbe complessivamente di 800 milioni l'anno, e in 9 casi su 10 le ripetizioni avverrebbero senza dichiarazioni al fisco.
Clausole di salvaguardia: sull’Iva hanno preso tempo

Quella delle clausole di salvaguardia è da anni una spada di Damocle sulla testa di chiunque sia pro tempore al governo. Inutile girarci intorno: sono vere e proprie mine, bombe pronte a esplodere sotto forma di aumenti dell'Iva, e che rischiano di ipotecare gran parte dello spazio di agibilità delle leggi di bilancio successive. Prima di questa manovra, la pesante eredità lasciata dai governi del Pd prevedeva clausole della seguente entità: 12,5 miliardi nel 2019; 19,2 miliardi nel 2020; 19,6 miliardi nel 2021. Lungo tutta la campagna elettorale, sia Lega che M5s avevano assicurato al mondo produttivo (in particolare a Confcommercio e alle altre organizzazioni del settore) un impegno assoluto al disinnesco delle clausole per il 2019. Già tira in tutta Europa un vento di rallentamento, se non ancora di vera e propria recessione: far scattare le clausole sarebbe stata una mossa pericolosa. Il governo ha dunque mantenuto questo impegno. Infatti, già la prima stesura della manovra sterilizzava le clausole per il 2019 (quindi zero miliardi), e prevedeva 13,7 miliardi di clausole nel 2020 e 15,6 miliardi nel 2021. L'ultima stesura, successiva all'accordo con Bruxelles, prevede zero miliardi nel 2019, 23,1 miliardi nel 2020 (con l'Iva che balzerebbe al 25,2%) e 28,8 miliardi nel 2021 (Iva al 26,5%). Come si vede, un aumento di ulteriori 9,4 miliardi nel 2020 e di ulteriori 13,2 nel 2021. È evidente che un'eliminazione secca sarebbe stata preferibile. Ma, allo stato attuale, avrebbe richiesto una profonda operazione di spending review. Si è scelta l'opzione di uno slittamento in avanti, che indubbiamente crea preoccupazione rispetto alle prossime manovre: a settembre 2019, il primo compito sarà trovare risorse ancora più ingenti di quelle recuperate quest'anno. Tuttavia, appare irricevibile la polemica aspra che viene dagli esponenti del Pd: se ci troviamo in questa situazione, è anche e soprattutto per l'eredità lasciata dai governi di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Non si vede per quale ragione debba essere criminalizzata una maggioranza che ha fatto una scelta analoga ai suoi predecessori, e cioè calciare il pallone ancora più avanti. Resta comunque un giudizio assolutamente negativo verso Bruxelles almeno per due ragioni. Intanto perché le clausole aggravate e appesantite sono la cartina tornasole di un peggioramento della manovra dopo la trattativa con l'Ue. E poi perché non risulta che analoga richiesta di clausole di salvaguardia sia stata avanzata verso la Francia di Emmanuel Macron, che pure sforerà rispetto al deficit in misura molto maggiore (3,5%) rispetto al 2,04% italiano.
I due pilastri dell'impresa: reddito e quota 100 ci sono

È nero su bianco l'attuazione «Fondo per la revisione del sistema pensionistico attraverso l'introduzione di ulteriori forme di pensionamento anticipato e misure per incentivare l'assunzione di lavoratori giovani». Tradotto: quota 100. Al tempo stesso la manovra che è andata al voto nella notte istituisce pure il fondo per il reddito di cittadinanza che andrà a integrare e inglobare le attuali voci di spesa che vanno sotto il nome di Rei, (reddito di inclusione) e centri per l'impiego. Le due misure sono i pilastri del contratto di governo e al momento sono confermate per un budget complessivo di poco inferiore ai 14 miliardi. Per via della trattativa con la Ue sia l'abolizione della legge Fornero sia il riordino degli ammortizzatori sociali partiranno dopo aprile, e stando quanto risulta alla Verità finiranno in un decreto e in un disegno di legge. L'attuazione riguarderà la seconda metà del 2019 e di conseguenza la spesa tenderà a ridursi. In un caso anche dimezzarsi. Questa è la mediazione portata a casa da Giuseppe Conte, il che in ogni caso ci spinge a dare una valutazione positiva sull'idea di fondo dei provvedimenti. Nel primo caso, la necessità di riformare la legge Fornero ed evitare la distorsione della presenza e dell'andamento dei lavoratori over 50 sul mercato andava posta sul tavolo della politica. Va trovata una soluzione. Chi si oppone all'introduzione di quota 100, cioè alla possibilità di andare in pensione a 62 anni con 38 di contributi, sostiene nell'ordine: 1 Che la novità di matrice leghista sia troppo costosa e quindi spacchi i conti. 2 Che non garantisca la staffetta generazionale. 3 Che entro 20 anni avremo per ogni lavoratore un pensionato. Tutte le obiezioni non tengono però conto del fatto che la riforma Fornero aggiusta i conti sul lungo termine. Purtroppo il picco negativo di spesa pensionistica sarà nel 2037, quando gli italiani vivranno sulla propria pelle le storture delle baby pensioni. Il problema sta nel medio termine e nel miglioramento della produttività. Le modifiche introdotte dal governo Monti ingessano il mercato, come dimostrano i dati Istat. E affossano la produttività. Per questo è necessario trovare un sistema che favorisca il ricambio generazionale. L'altro pilastro del contratto tiene conto del fatto che il sistema degli ammortizzatori sociali è un colabrodo stratificato che non permette efficienza né risparmi. Soprattutto non ha mai permesso alle politiche attive di decollare. Non sappiamo se il reddito di cittadinanza si trasformerà in una mancia oppure sarà l'occasione per rivedere da capo i centri per l'impiego e, appunto, le politiche attive del governo. Noi speriamo la seconda opzione, ovviamente. Vedremo e monitoreremo.
Un bel segnale a Trump: meno finanziamenti all’Onu

Mossa trumpiana, coraggiosa, spiazzante, nascosta nelle pieghe della manovra, appena poche righe sulle quali nessuno finora si è soffermato: un taglio - piccolo ma simbolicamente significativo - al finanziamento italiano dell'Onu, e anche un cambio di paradigma nel rapporto con gli organismi sovranazionali. I critici parleranno di mossa isolazionista, antimultilateralismo, antiorganizzazioni sovranazionali. Ma forse l'Italia (non è mai troppo tardi) inizia a riprendersi il diritto di non contribuire al buio e a prescindere, e apre la strada per rinegoziare meglio il proprio contributo alle organizzazioni internazionali di cui siamo membri. Nella manovra si legge infatti che il contributo alle spese dell'Organizzazione delle Nazioni Unite si intende ridotto di circa 35 milioni di euro per l'anno 2019 e di altri 32 milioni di euro annui a decorrere dal 2020. Come si vede, si tratta di limature sul piano quantitativo, ma il segnale politico è importante. Di più: il ministero degli Esteri e della cooperazione internazionale provvede agli adempimenti necessari, anche sul piano internazionale, per rinegoziare i termini dell'accordo internazionale concernente la determinazione dei contributi alle organizzazioni internazionali di cui l'Italia è parte. Quindi non si tratta di un mini-taglio isolato, ma di un avvio di rinegoziazione più complessivo. Per troppi anni, in modo scontato, si era proceduto in modo diverso, non osando toccare questa voce. Questa norma, se resisterà alle ultime intese notturne, segna l'apertura di una pagina nuova.
Fiscalità aggressiva: più imposte sulle imprese. Spremute lotterie e slot

Tasse al 7% per i pensionati che vivono all'estero e che si trasferiscono al Sud. Nella bozza del maxiemendamento al ddl bilancio è contenuta la norma che consente alle persone titolari di redditi da pensione di fonte estera di accedere a un'imposta sostitutiva sui redditi se trasferiscono la propria residenza in una città con popolazione non superiore a 20.000 abitanti e posta in una delle seguenti regioni: Sicilia, Calabria, Sardegna, Campania, Basilicata, Abruzzo, Molise e Puglia. La nota positiva però è circondata da altre voci che si traducono in maggiori tasse per le aziende. La lista di maggiore gettito prevede l'abrogazione del credito d'imposta in favore ai soggetti passivi Irap che non impiegano lavoratori dipendenti; l'abrogazione del credito di imposta per chi investe sui beni strumentali e l'abrogazione dell'aliquota ridotta Ires in favore fino allo scorso anno agli enti non commerciali. Infine non poteva mancare un irrigidimento delle imposte sui giochi. Dalle slot machine fino alle lotterie. Un paradosso per la componente grillina del governo che ha fatto di tutto per penalizzare e vietare il gioco, salvo poi spremerlo ai fini del gettito. Sale all'1,4% l'aumento del Preu, il prelievo erariale unico, sugli apparecchi per il gioco. La percentuale destinata alle vincite (pay-out) passa dal 69 al 68% e dall'84,5 all'84%. Confermato l'aumento dell'imposta unica dovuta sui giochi a distanza (che dal 20% passa al 25% del margine), sulle scommesse a quota fissa su rete fisica e a distanza e sulle scommesse simulate. Resta la web tax, che prenderà forma dopo le direttive applicative del Mef.
Imu commerciale: gli sgravi sui capannoni possono dare nuovo slancio

È la parte meno evidenziata della manovra, e che la stessa maggioranza non è stata in grado di valorizzare adeguatamente nella sua comunicazione. Si poteva certamente fare di più, ma si tratta comunque di un complesso di norme significative e globalmente positive. Con l'emendamento sul superammortamento è stato confermato tutto il pacchetto industria 4.0. Quando fu presentato da Carlo Calenda, ci furono applausi scroscianti. È curioso che invece la conferma e la stabilizzazione della misura passi sotto silenzio. Confermate inoltre tutte le detrazioni fiscali su ristrutturazioni edili, acquisto di mobili, sistemazione delle aree verdi. Parte poi la sperimentazione della cedolare secca per le locazioni a uso non residenziale: può essere una spinta al rilancio del commercio specialmente nei centri storici. Altra buona notizia, forse tra le più rilevanti dell'intera manovra: raddoppio della deducibilità dell'Imu sui capannoni industriali e sugli altri immobili strumentali alle imprese: dal 20 al 40%. È un fatto notevole: pochi sanno che, negli scorsi anni, il gettito Imu-Tasi sugli immobili strumentali (capannoni, negozi, botteghe, studi professionali) è stato esagerato: 7,7 miliardi l'anno (per capirci, quasi il doppio della vecchia tassa sulla prima casa) secondo un'elaborazione dell'Ufficio Studi di Confcommercio. A un certo punto, sembrava addirittura che la deducibilità potesse salire al 50%, ma, dopo la trattativa con Bruxelles, ci si è fermati al 40. Un altro caso in cui, dopo l'intesa con la Commissione Ue, è arrivata una frenata di cui non si sentiva il bisogno.
Revisione all'acqua di rose: sui dipendenti pubblici si poteva fare di più

A seguito delle trattative con l'Ue, il governo in carica ha deciso di congelare ogni assunzione e ogni concorso in settori chiave della pubblica amministrazione per i quali erano già stati approntati - nel calibrare la legge di bilancio - estremi di assunzione. Nel testo è stato aggiunto un passaggio di quattro righe che dice: gli enti pubblici non economici, le agenzie fiscali e le Università non possono effettuare assunzioni di personale a tempo indeterminato «con decorrenza giuridica ed economica anteriore al 15 novembre 2019». Le università hanno deroghe di spesa inferiori ai 30 milioni. La motivazione è presto detta. L'entrata in vigore di quota 100 per gli statali è prevista solo dopo novembre, il blocco parziale del turnover serve a bilanciare i costi delle entrate e delle uscite. In generale ci sarà però, nella seconda parte del triennio, una sventagliata di assunzioni (con relativi stanziamenti di circa 1 miliardo nel periodo): dai 4.000 posti per i centri per l'impiego agli insegnanti, passando per l'ispettorato del lavoro, il Mef e il Mibac, la Corte dei Conti e l'Authority dell'energia. Voci che forse necessitavano di una revisione complessiva. Per questo il nostro giudizio sulle assunzioni del pubblico è da «rimandare a settembre». Segnaliamo infine che nel testo c'è il saldo e stralcio delle cartelle per i contribuenti in difficoltà economica. La sanatoria interessa i carichi affidati all'agente della riscossione dal primo gennaio 2000 al 31 dicembre 2017 e prevede diverse percentuali di pagamento, a seconda della situazione Isee.
Pensioni d'oro: il taglio indiscriminato penalizza chi ha lavorato

Sulle pensioni d'oro, a meno di sorprese maturate nell'ultima lunga notte di lavoro, la vittoria culturale del M5s appare schiacciante. Contrariamente a quanto era stato assicurato (a voce) per mesi, fino a ieri sera (leggendo i testi scritti) risultavano colpiti indistintamente tutti i trattamenti più elevati, senza distinzione o tutela per quelli frutto di contributi effettivamente versati dagli interessati. Di fatto, la soluzione maturata corrisponde all'emendamento di bandiera presentato in prima battuta dal capogruppo grillino al Senato, Stefano Patuanelli. Un taglio per 5 anni di tutti i trattamenti (tranne quelli d'invalidità o per le vittime del terrorismo) i cui importi complessivamente considerati superino la soglia dei 100.000 euro lordi su base annua. Oltre quell'asticella, sono stati stabiliti cinque scaglioni ai quali verranno applicate aliquote crescenti: taglio del 15% per la porzione di pensione compresa tra 100 e 130.000 euro; 25% da 130 a 200.000 euro; 30% per la parte da 200 fino a 350.000 euro; 35% per la parte da 350 a 500.000 euro: del 40% per la parte oltre i 500.000 euro. Peccato: se così fosse, sarebbe stata persa l'occasione di distinguere tra trattamenti ingiustificati (perché frutto di contributi non versati) e trattamenti certamente elevati, ma frutto della contribuzione e del lavoro di persone che non possono essere criminalizzate solo perché abbienti. «Anche i ricchi piangano» era uno slogan di Rifondazione comunista. Non sembra un buon viatico per il governo del cambiamento, se induce a colpire nel mucchio senza distinguere.
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Il governo porta a casa le sue misure simbolo: quota 100 e reddito di cittadinanza. Promosso anche per flat tax, pace fiscale, agevolazioni alle imprese e tagli all'Onu. Bocciatura invece per l'iniquo provvedimento sulle «pensioni d'oro». Un giudizio negativo pure per quanto riguarda le troppe tasse disseminate nel testo. Clausole di salvaguardia e assunzioni nel pubblico? Rimandato a settembre. Il maxi emendamento slitta e arriva solo oggi al Senato. Atteso voto di fiducia.Lo speciale contiene nove articoliLa manovra che sarà ufficializzata con il maxiemendamento (in ritardo) atteso oggi al Senato è frutto di un compromesso. Dentro il governo e con l'Europa. Ma i «forza spread» che speravano potesse essere una legge Finanziaria in grado di mandare l'Italia a gambe all'aria dovranno ricredersi. I due pilastri del contratto di governo sono presenti. Sia quota 100 sia il reddito di cittadinanza partiranno, anche se con una serie di modifiche temporali. Vedranno la luce sicuramente nella seconda parte del 2019, in parte perché serviranno settimane per la gestione logistica e in parte perché lo slittamento stesso consentirà la riduzione del deficit. Meno spesa nel 2019, minore rapporto ai fini del Pil, anche se la crescita è stata rivista al ribasso. Chi critica il govenro in maniera preconcetta si perde il contenuto dei provvedimenti e pare vivere in un posto lontano dalla realtà e dalle necessità di chi non ha rendite né patrimoni ma si affida solo al proprio reddito da lavoro (quando c'è). È il caso del Pd, e di gran parte della sinistra e del partito mai nato dei Competenti. Per mesi hanno invocato la scure dei mercati perché le Borse e lo spread punissero i «cialtroni» e gli incapaci «scappati di casa». La goduria con cui si auto alimentavano le previsioni di disastro economico è stata proporzionale al timore di perdere per sempre poltrone, consulenze e fette di potere. Nulla che riguardasse i veri fondamentali del Paese. Ora che il governo è sceso parzialmente a compromessi con l'Ue (in ogni caso il deficit secondo la manovra firmata lo scorso anno da Pier Carlo Padoan sarebbe dovuto scendere dall'1,2% allo 0,8% e invece è al 2,04%), i critici anziché applaudire il passo indietro invocato fino a poco prima accusano il governo di essersi calato le braghe. O di aver soffocato il futuro del Paese per aver utilizzato le clausole di salvaguardia. Peccato che l'escamotage di utilizzare l'aumento Iva come garanzia di copertura per le spese future è utilizzato ininterrottamente dal 2011. Il democristiano Enrico Letta, tanto stimato a Bruxelles e a Parigi, ha inserito persino clausole di salvaguardia su gasolio e benzina. Però nessuno lo ha accusato di affossare il futuro dei giovani italiani. D'altronde, la mancanza di lucidità di molte critiche portano a dimenticare i fatti. Se siamo arrivati a penare tanto è per via di manovre pessime che si sono limitate a fare deficit senza impostare alcuna vera riforma. Nonostante le cure di Mario Monti e Paolo Gentiloni, il debito italiano è sempre salito. Segno che quelle ricette non funzionavano. Adesso bisogna provarne di nuove. E vedere se funzioneranno. Proseguire sulla vecchie strada sarebbe comunque stato un errore. Per il resto, non avendo alcun preconcetto, possiamo permetterci di prendere la manovra e sezionarla voce per voce. Ci sono punti che meritano una convinta promozione. È il caso della pace fiscale e del saldo e stralcio delle cartelle di Equitalia-Riscossione. Tra i beneficiari ci sono contribuenti arrivati a livelli non più sostenibili. Un colpo di spugna stimola il gettito e consente una boccata d'ossigeno. Stesso discorso vale per la flat tax per le partite Iva. Vale al 15% fino ai 65.000 euro di imponibile e, dal 2020, al 20% dai 65.000 fino ai 100.000 euro. Si poteva fare di più? Certo, ma fino a oggi nessun governo aveva mai riservato la minima attenzione ai lavoratori autonomi. Nessuna tutela, nessun sostegno: solo maggiori tasse e prelievi contributivi. Per la prima volta si fa una partita Iva minima estesa e che non comprime la crescita. Si mostrano un po' ridicoli i politici che criticano l'intervento perché troppo mirato e riduttivo (riguarda 900.000 persone) quando prima non hanno mai fatto nulla. Allo stesso modo sono da valutare positivamente gli interventi sulla cedolare secca e sulla gestione Imu dei capannoni. Dettagli? Per molti tessuti territoriali sono segnali importanti. Purtroppo la manovra è anche costellata di tasse e minori incentivi per le imprese e per gli azionisti che reinvestono in azienda. Come tutti i precedenti governi, l'attuale utilizza il comparto del gioco per favore cassa e - paradosso - fa campagna elettorale (ci riferiamo ai 5 stelle) sostenendo che lo Stato debba cancellare slot e altre amenità mentre le considera fondamentali per il proprio bilancio. Discutibile soprattutto l'intervento sulle «pensioni d'oro», che non distingue tra assegni contributivi e retributivi. Non fa alcuna selezione tra chi ha lavorato e chi no. L'unica distinzione è tra chi è ricco e meno ricco. E a entrambe le categorie l'anno prossimo sarà ridotto l'importo di adeguamento rispetto all'inflazione. Noi, invece, apprezziamo lo Stato di diritto. Però sappiamo pure che che non si può volere tutto; e soprattutto, che le alternative politiche erano e restano peggiori di questa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem8" data-id="8" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosa-resta-di-buono-dopo-il-corpo-a-corpo-con-lue-2624086760.html?rebelltitem=8#rebelltitem8" data-basename="flat-tax-e-sgravi-ossigeno-per-professionisti-ed-emersione-del-nero" data-post-id="2624086760" data-published-at="1778120286" data-use-pagination="False"> Flat tax e sgravi: ossigeno per professionisti ed emersione del nero È la parte più coraggiosa della manovra, cambia la vita a 900.000 imprese e partite Iva. Si tratta del primo step dell'introduzione della flat tax: 15% di tasse per le partite Iva fino a 65.000 euro annui di fatturato, e 20% sopra quella soglia fino a 100.000 euro. Ma attenzione: nella manovra c'è già scritto che dal 1° gennaio 2020 l'aliquota del 15% sarà applicabile fino a un fatturato di 100.000 euro. Il vantaggio è duplice: non solo sul piano di una imposizione fiscale più accettabile, ma anche su quello degli oneri burocratici. I soggetti ricompresi in questo regime fiscale saranno infatti esonerati dalla tenuta di una contabilità rigida. Si tratta, come detto, di 900.000 imprese e partite Iva: artigiani, commercianti, professionisti. Un altro esperimento, limitato a un settore ma pur sempre interessante di flat tax, è quello per le ripetizioni scolastiche e le lezioni private, con l'obiettivo di attivare un potente incentivo all'emersione di attività spesso svolte in nero. Secondo la norma, dal primo gennaio 2019, «i titolari di cattedre nelle scuole di ogni ordine e grado» potranno chiedere l'applicazione di «un'imposta sostitutiva dell'imposta sul reddito delle persone fisiche e delle addizionali regionali e comunali pari al 15%, salva l'opzione per l'applicazione dell'imposta sul reddito nei modi ordinari». Secondo uno studio di 2 anni fa, curato da Lorenzo Castellani e Giacomo Bandini, attualmente metà degli studenti delle superiori si avvarrebbero di lezioni private; il giro d'affari sarebbe complessivamente di 800 milioni l'anno, e in 9 casi su 10 le ripetizioni avverrebbero senza dichiarazioni al fisco. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem7" data-id="7" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosa-resta-di-buono-dopo-il-corpo-a-corpo-con-lue-2624086760.html?rebelltitem=7#rebelltitem7" data-basename="clausole-di-salvaguardia-sulliva-hanno-preso-tempo" data-post-id="2624086760" data-published-at="1778120286" data-use-pagination="False"> Clausole di salvaguardia: sull’Iva hanno preso tempo Quella delle clausole di salvaguardia è da anni una spada di Damocle sulla testa di chiunque sia pro tempore al governo. Inutile girarci intorno: sono vere e proprie mine, bombe pronte a esplodere sotto forma di aumenti dell'Iva, e che rischiano di ipotecare gran parte dello spazio di agibilità delle leggi di bilancio successive. Prima di questa manovra, la pesante eredità lasciata dai governi del Pd prevedeva clausole della seguente entità: 12,5 miliardi nel 2019; 19,2 miliardi nel 2020; 19,6 miliardi nel 2021. Lungo tutta la campagna elettorale, sia Lega che M5s avevano assicurato al mondo produttivo (in particolare a Confcommercio e alle altre organizzazioni del settore) un impegno assoluto al disinnesco delle clausole per il 2019. Già tira in tutta Europa un vento di rallentamento, se non ancora di vera e propria recessione: far scattare le clausole sarebbe stata una mossa pericolosa. Il governo ha dunque mantenuto questo impegno. Infatti, già la prima stesura della manovra sterilizzava le clausole per il 2019 (quindi zero miliardi), e prevedeva 13,7 miliardi di clausole nel 2020 e 15,6 miliardi nel 2021. L'ultima stesura, successiva all'accordo con Bruxelles, prevede zero miliardi nel 2019, 23,1 miliardi nel 2020 (con l'Iva che balzerebbe al 25,2%) e 28,8 miliardi nel 2021 (Iva al 26,5%). Come si vede, un aumento di ulteriori 9,4 miliardi nel 2020 e di ulteriori 13,2 nel 2021. È evidente che un'eliminazione secca sarebbe stata preferibile. Ma, allo stato attuale, avrebbe richiesto una profonda operazione di spending review. Si è scelta l'opzione di uno slittamento in avanti, che indubbiamente crea preoccupazione rispetto alle prossime manovre: a settembre 2019, il primo compito sarà trovare risorse ancora più ingenti di quelle recuperate quest'anno. Tuttavia, appare irricevibile la polemica aspra che viene dagli esponenti del Pd: se ci troviamo in questa situazione, è anche e soprattutto per l'eredità lasciata dai governi di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Non si vede per quale ragione debba essere criminalizzata una maggioranza che ha fatto una scelta analoga ai suoi predecessori, e cioè calciare il pallone ancora più avanti. Resta comunque un giudizio assolutamente negativo verso Bruxelles almeno per due ragioni. Intanto perché le clausole aggravate e appesantite sono la cartina tornasole di un peggioramento della manovra dopo la trattativa con l'Ue. E poi perché non risulta che analoga richiesta di clausole di salvaguardia sia stata avanzata verso la Francia di Emmanuel Macron, che pure sforerà rispetto al deficit in misura molto maggiore (3,5%) rispetto al 2,04% italiano. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem6" data-id="6" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosa-resta-di-buono-dopo-il-corpo-a-corpo-con-lue-2624086760.html?rebelltitem=6#rebelltitem6" data-basename="i-due-pilastri-dell-impresa-reddito-e-quota-100-ci-sono" data-post-id="2624086760" data-published-at="1778120286" data-use-pagination="False"> I due pilastri dell'impresa: reddito e quota 100 ci sono È nero su bianco l'attuazione «Fondo per la revisione del sistema pensionistico attraverso l'introduzione di ulteriori forme di pensionamento anticipato e misure per incentivare l'assunzione di lavoratori giovani». Tradotto: quota 100. Al tempo stesso la manovra che è andata al voto nella notte istituisce pure il fondo per il reddito di cittadinanza che andrà a integrare e inglobare le attuali voci di spesa che vanno sotto il nome di Rei, (reddito di inclusione) e centri per l'impiego. Le due misure sono i pilastri del contratto di governo e al momento sono confermate per un budget complessivo di poco inferiore ai 14 miliardi. Per via della trattativa con la Ue sia l'abolizione della legge Fornero sia il riordino degli ammortizzatori sociali partiranno dopo aprile, e stando quanto risulta alla Verità finiranno in un decreto e in un disegno di legge. L'attuazione riguarderà la seconda metà del 2019 e di conseguenza la spesa tenderà a ridursi. In un caso anche dimezzarsi. Questa è la mediazione portata a casa da Giuseppe Conte, il che in ogni caso ci spinge a dare una valutazione positiva sull'idea di fondo dei provvedimenti. Nel primo caso, la necessità di riformare la legge Fornero ed evitare la distorsione della presenza e dell'andamento dei lavoratori over 50 sul mercato andava posta sul tavolo della politica. Va trovata una soluzione. Chi si oppone all'introduzione di quota 100, cioè alla possibilità di andare in pensione a 62 anni con 38 di contributi, sostiene nell'ordine: 1 Che la novità di matrice leghista sia troppo costosa e quindi spacchi i conti. 2 Che non garantisca la staffetta generazionale. 3 Che entro 20 anni avremo per ogni lavoratore un pensionato. Tutte le obiezioni non tengono però conto del fatto che la riforma Fornero aggiusta i conti sul lungo termine. Purtroppo il picco negativo di spesa pensionistica sarà nel 2037, quando gli italiani vivranno sulla propria pelle le storture delle baby pensioni. Il problema sta nel medio termine e nel miglioramento della produttività. Le modifiche introdotte dal governo Monti ingessano il mercato, come dimostrano i dati Istat. E affossano la produttività. Per questo è necessario trovare un sistema che favorisca il ricambio generazionale. L'altro pilastro del contratto tiene conto del fatto che il sistema degli ammortizzatori sociali è un colabrodo stratificato che non permette efficienza né risparmi. Soprattutto non ha mai permesso alle politiche attive di decollare. Non sappiamo se il reddito di cittadinanza si trasformerà in una mancia oppure sarà l'occasione per rivedere da capo i centri per l'impiego e, appunto, le politiche attive del governo. Noi speriamo la seconda opzione, ovviamente. Vedremo e monitoreremo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosa-resta-di-buono-dopo-il-corpo-a-corpo-con-lue-2624086760.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="un-bel-segnale-a-trump-meno-finanziamenti-allonu" data-post-id="2624086760" data-published-at="1778120286" data-use-pagination="False"> Un bel segnale a Trump: meno finanziamenti all’Onu Mossa trumpiana, coraggiosa, spiazzante, nascosta nelle pieghe della manovra, appena poche righe sulle quali nessuno finora si è soffermato: un taglio - piccolo ma simbolicamente significativo - al finanziamento italiano dell'Onu, e anche un cambio di paradigma nel rapporto con gli organismi sovranazionali. I critici parleranno di mossa isolazionista, antimultilateralismo, antiorganizzazioni sovranazionali. Ma forse l'Italia (non è mai troppo tardi) inizia a riprendersi il diritto di non contribuire al buio e a prescindere, e apre la strada per rinegoziare meglio il proprio contributo alle organizzazioni internazionali di cui siamo membri. Nella manovra si legge infatti che il contributo alle spese dell'Organizzazione delle Nazioni Unite si intende ridotto di circa 35 milioni di euro per l'anno 2019 e di altri 32 milioni di euro annui a decorrere dal 2020. Come si vede, si tratta di limature sul piano quantitativo, ma il segnale politico è importante. Di più: il ministero degli Esteri e della cooperazione internazionale provvede agli adempimenti necessari, anche sul piano internazionale, per rinegoziare i termini dell'accordo internazionale concernente la determinazione dei contributi alle organizzazioni internazionali di cui l'Italia è parte. Quindi non si tratta di un mini-taglio isolato, ma di un avvio di rinegoziazione più complessivo. Per troppi anni, in modo scontato, si era proceduto in modo diverso, non osando toccare questa voce. Questa norma, se resisterà alle ultime intese notturne, segna l'apertura di una pagina nuova. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosa-resta-di-buono-dopo-il-corpo-a-corpo-con-lue-2624086760.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="fiscalita-aggressiva-piu-imposte-sulle-imprese-spremute-lotterie-e-slot" data-post-id="2624086760" data-published-at="1778120286" data-use-pagination="False"> Fiscalità aggressiva: più imposte sulle imprese. Spremute lotterie e slot Tasse al 7% per i pensionati che vivono all'estero e che si trasferiscono al Sud. Nella bozza del maxiemendamento al ddl bilancio è contenuta la norma che consente alle persone titolari di redditi da pensione di fonte estera di accedere a un'imposta sostitutiva sui redditi se trasferiscono la propria residenza in una città con popolazione non superiore a 20.000 abitanti e posta in una delle seguenti regioni: Sicilia, Calabria, Sardegna, Campania, Basilicata, Abruzzo, Molise e Puglia. La nota positiva però è circondata da altre voci che si traducono in maggiori tasse per le aziende. La lista di maggiore gettito prevede l'abrogazione del credito d'imposta in favore ai soggetti passivi Irap che non impiegano lavoratori dipendenti; l'abrogazione del credito di imposta per chi investe sui beni strumentali e l'abrogazione dell'aliquota ridotta Ires in favore fino allo scorso anno agli enti non commerciali. Infine non poteva mancare un irrigidimento delle imposte sui giochi. Dalle slot machine fino alle lotterie. Un paradosso per la componente grillina del governo che ha fatto di tutto per penalizzare e vietare il gioco, salvo poi spremerlo ai fini del gettito. Sale all'1,4% l'aumento del Preu, il prelievo erariale unico, sugli apparecchi per il gioco. La percentuale destinata alle vincite (pay-out) passa dal 69 al 68% e dall'84,5 all'84%. Confermato l'aumento dell'imposta unica dovuta sui giochi a distanza (che dal 20% passa al 25% del margine), sulle scommesse a quota fissa su rete fisica e a distanza e sulle scommesse simulate. Resta la web tax, che prenderà forma dopo le direttive applicative del Mef. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosa-resta-di-buono-dopo-il-corpo-a-corpo-con-lue-2624086760.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="imu-commerciale-gli-sgravi-sui-capannoni-possono-dare-nuovo-slancio" data-post-id="2624086760" data-published-at="1778120286" data-use-pagination="False"> Imu commerciale: gli sgravi sui capannoni possono dare nuovo slancio È la parte meno evidenziata della manovra, e che la stessa maggioranza non è stata in grado di valorizzare adeguatamente nella sua comunicazione. Si poteva certamente fare di più, ma si tratta comunque di un complesso di norme significative e globalmente positive. Con l'emendamento sul superammortamento è stato confermato tutto il pacchetto industria 4.0. Quando fu presentato da Carlo Calenda, ci furono applausi scroscianti. È curioso che invece la conferma e la stabilizzazione della misura passi sotto silenzio. Confermate inoltre tutte le detrazioni fiscali su ristrutturazioni edili, acquisto di mobili, sistemazione delle aree verdi. Parte poi la sperimentazione della cedolare secca per le locazioni a uso non residenziale: può essere una spinta al rilancio del commercio specialmente nei centri storici. Altra buona notizia, forse tra le più rilevanti dell'intera manovra: raddoppio della deducibilità dell'Imu sui capannoni industriali e sugli altri immobili strumentali alle imprese: dal 20 al 40%. È un fatto notevole: pochi sanno che, negli scorsi anni, il gettito Imu-Tasi sugli immobili strumentali (capannoni, negozi, botteghe, studi professionali) è stato esagerato: 7,7 miliardi l'anno (per capirci, quasi il doppio della vecchia tassa sulla prima casa) secondo un'elaborazione dell'Ufficio Studi di Confcommercio. A un certo punto, sembrava addirittura che la deducibilità potesse salire al 50%, ma, dopo la trattativa con Bruxelles, ci si è fermati al 40. Un altro caso in cui, dopo l'intesa con la Commissione Ue, è arrivata una frenata di cui non si sentiva il bisogno. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosa-resta-di-buono-dopo-il-corpo-a-corpo-con-lue-2624086760.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="revisione-all-acqua-di-rose-sui-dipendenti-pubblici-si-poteva-fare-di-piu" data-post-id="2624086760" data-published-at="1778120286" data-use-pagination="False"> Revisione all'acqua di rose: sui dipendenti pubblici si poteva fare di più A seguito delle trattative con l'Ue, il governo in carica ha deciso di congelare ogni assunzione e ogni concorso in settori chiave della pubblica amministrazione per i quali erano già stati approntati - nel calibrare la legge di bilancio - estremi di assunzione. Nel testo è stato aggiunto un passaggio di quattro righe che dice: gli enti pubblici non economici, le agenzie fiscali e le Università non possono effettuare assunzioni di personale a tempo indeterminato «con decorrenza giuridica ed economica anteriore al 15 novembre 2019». Le università hanno deroghe di spesa inferiori ai 30 milioni. La motivazione è presto detta. L'entrata in vigore di quota 100 per gli statali è prevista solo dopo novembre, il blocco parziale del turnover serve a bilanciare i costi delle entrate e delle uscite. In generale ci sarà però, nella seconda parte del triennio, una sventagliata di assunzioni (con relativi stanziamenti di circa 1 miliardo nel periodo): dai 4.000 posti per i centri per l'impiego agli insegnanti, passando per l'ispettorato del lavoro, il Mef e il Mibac, la Corte dei Conti e l'Authority dell'energia. Voci che forse necessitavano di una revisione complessiva. Per questo il nostro giudizio sulle assunzioni del pubblico è da «rimandare a settembre». Segnaliamo infine che nel testo c'è il saldo e stralcio delle cartelle per i contribuenti in difficoltà economica. La sanatoria interessa i carichi affidati all'agente della riscossione dal primo gennaio 2000 al 31 dicembre 2017 e prevede diverse percentuali di pagamento, a seconda della situazione Isee. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosa-resta-di-buono-dopo-il-corpo-a-corpo-con-lue-2624086760.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pensioni-d-oro-il-taglio-indiscriminato-penalizza-chi-ha-lavorato" data-post-id="2624086760" data-published-at="1778120286" data-use-pagination="False"> Pensioni d'oro: il taglio indiscriminato penalizza chi ha lavorato Sulle pensioni d'oro, a meno di sorprese maturate nell'ultima lunga notte di lavoro, la vittoria culturale del M5s appare schiacciante. Contrariamente a quanto era stato assicurato (a voce) per mesi, fino a ieri sera (leggendo i testi scritti) risultavano colpiti indistintamente tutti i trattamenti più elevati, senza distinzione o tutela per quelli frutto di contributi effettivamente versati dagli interessati. Di fatto, la soluzione maturata corrisponde all'emendamento di bandiera presentato in prima battuta dal capogruppo grillino al Senato, Stefano Patuanelli. Un taglio per 5 anni di tutti i trattamenti (tranne quelli d'invalidità o per le vittime del terrorismo) i cui importi complessivamente considerati superino la soglia dei 100.000 euro lordi su base annua. Oltre quell'asticella, sono stati stabiliti cinque scaglioni ai quali verranno applicate aliquote crescenti: taglio del 15% per la porzione di pensione compresa tra 100 e 130.000 euro; 25% da 130 a 200.000 euro; 30% per la parte da 200 fino a 350.000 euro; 35% per la parte da 350 a 500.000 euro: del 40% per la parte oltre i 500.000 euro. Peccato: se così fosse, sarebbe stata persa l'occasione di distinguere tra trattamenti ingiustificati (perché frutto di contributi non versati) e trattamenti certamente elevati, ma frutto della contribuzione e del lavoro di persone che non possono essere criminalizzate solo perché abbienti. «Anche i ricchi piangano» era uno slogan di Rifondazione comunista. Non sembra un buon viatico per il governo del cambiamento, se induce a colpire nel mucchio senza distinguere.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara