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2018-12-22
Le pagelle alla manovra. Che cosa è cambiato dopo l'accordo con la Ue
ANSA
La manovra che sarà ufficializzata con il maxiemendamento (in ritardo) atteso oggi al Senato è frutto di un compromesso. Dentro il governo e con l'Europa. Ma i «forza spread» che speravano potesse essere una legge Finanziaria in grado di mandare l'Italia a gambe all'aria dovranno ricredersi. I due pilastri del contratto di governo sono presenti. Sia quota 100 sia il reddito di cittadinanza partiranno, anche se con una serie di modifiche temporali. Vedranno la luce sicuramente nella seconda parte del 2019, in parte perché serviranno settimane per la gestione logistica e in parte perché lo slittamento stesso consentirà la riduzione del deficit. Meno spesa nel 2019, minore rapporto ai fini del Pil, anche se la crescita è stata rivista al ribasso. Chi critica il govenro in maniera preconcetta si perde il contenuto dei provvedimenti e pare vivere in un posto lontano dalla realtà e dalle necessità di chi non ha rendite né patrimoni ma si affida solo al proprio reddito da lavoro (quando c'è). È il caso del Pd, e di gran parte della sinistra e del partito mai nato dei Competenti. Per mesi hanno invocato la scure dei mercati perché le Borse e lo spread punissero i «cialtroni» e gli incapaci «scappati di casa». La goduria con cui si auto alimentavano le previsioni di disastro economico è stata proporzionale al timore di perdere per sempre poltrone, consulenze e fette di potere. Nulla che riguardasse i veri fondamentali del Paese. Ora che il governo è sceso parzialmente a compromessi con l'Ue (in ogni caso il deficit secondo la manovra firmata lo scorso anno da Pier Carlo Padoan sarebbe dovuto scendere dall'1,2% allo 0,8% e invece è al 2,04%), i critici anziché applaudire il passo indietro invocato fino a poco prima accusano il governo di essersi calato le braghe. O di aver soffocato il futuro del Paese per aver utilizzato le clausole di salvaguardia. Peccato che l'escamotage di utilizzare l'aumento Iva come garanzia di copertura per le spese future è utilizzato ininterrottamente dal 2011. Il democristiano Enrico Letta, tanto stimato a Bruxelles e a Parigi, ha inserito persino clausole di salvaguardia su gasolio e benzina. Però nessuno lo ha accusato di affossare il futuro dei giovani italiani. D'altronde, la mancanza di lucidità di molte critiche portano a dimenticare i fatti. Se siamo arrivati a penare tanto è per via di manovre pessime che si sono limitate a fare deficit senza impostare alcuna vera riforma. Nonostante le cure di Mario Monti e Paolo Gentiloni, il debito italiano è sempre salito. Segno che quelle ricette non funzionavano. Adesso bisogna provarne di nuove. E vedere se funzioneranno. Proseguire sulla vecchie strada sarebbe comunque stato un errore. Per il resto, non avendo alcun preconcetto, possiamo permetterci di prendere la manovra e sezionarla voce per voce.
Ci sono punti che meritano una convinta promozione. È il caso della pace fiscale e del saldo e stralcio delle cartelle di Equitalia-Riscossione. Tra i beneficiari ci sono contribuenti arrivati a livelli non più sostenibili. Un colpo di spugna stimola il gettito e consente una boccata d'ossigeno. Stesso discorso vale per la flat tax per le partite Iva. Vale al 15% fino ai 65.000 euro di imponibile e, dal 2020, al 20% dai 65.000 fino ai 100.000 euro. Si poteva fare di più? Certo, ma fino a oggi nessun governo aveva mai riservato la minima attenzione ai lavoratori autonomi. Nessuna tutela, nessun sostegno: solo maggiori tasse e prelievi contributivi. Per la prima volta si fa una partita Iva minima estesa e che non comprime la crescita. Si mostrano un po' ridicoli i politici che criticano l'intervento perché troppo mirato e riduttivo (riguarda 900.000 persone) quando prima non hanno mai fatto nulla.
Allo stesso modo sono da valutare positivamente gli interventi sulla cedolare secca e sulla gestione Imu dei capannoni. Dettagli? Per molti tessuti territoriali sono segnali importanti. Purtroppo la manovra è anche costellata di tasse e minori incentivi per le imprese e per gli azionisti che reinvestono in azienda. Come tutti i precedenti governi, l'attuale utilizza il comparto del gioco per favore cassa e - paradosso - fa campagna elettorale (ci riferiamo ai 5 stelle) sostenendo che lo Stato debba cancellare slot e altre amenità mentre le considera fondamentali per il proprio bilancio. Discutibile soprattutto l'intervento sulle «pensioni d'oro», che non distingue tra assegni contributivi e retributivi. Non fa alcuna selezione tra chi ha lavorato e chi no. L'unica distinzione è tra chi è ricco e meno ricco. E a entrambe le categorie l'anno prossimo sarà ridotto l'importo di adeguamento rispetto all'inflazione.
Noi, invece, apprezziamo lo Stato di diritto. Però sappiamo pure che che non si può volere tutto; e soprattutto, che le alternative politiche erano e restano peggiori di questa.
Flat tax e sgravi: ossigeno per professionisti ed emersione del nero

È la parte più coraggiosa della manovra, cambia la vita a 900.000 imprese e partite Iva. Si tratta del primo step dell'introduzione della flat tax: 15% di tasse per le partite Iva fino a 65.000 euro annui di fatturato, e 20% sopra quella soglia fino a 100.000 euro. Ma attenzione: nella manovra c'è già scritto che dal 1° gennaio 2020 l'aliquota del 15% sarà applicabile fino a un fatturato di 100.000 euro. Il vantaggio è duplice: non solo sul piano di una imposizione fiscale più accettabile, ma anche su quello degli oneri burocratici. I soggetti ricompresi in questo regime fiscale saranno infatti esonerati dalla tenuta di una contabilità rigida. Si tratta, come detto, di 900.000 imprese e partite Iva: artigiani, commercianti, professionisti. Un altro esperimento, limitato a un settore ma pur sempre interessante di flat tax, è quello per le ripetizioni scolastiche e le lezioni private, con l'obiettivo di attivare un potente incentivo all'emersione di attività spesso svolte in nero. Secondo la norma, dal primo gennaio 2019, «i titolari di cattedre nelle scuole di ogni ordine e grado» potranno chiedere l'applicazione di «un'imposta sostitutiva dell'imposta sul reddito delle persone fisiche e delle addizionali regionali e comunali pari al 15%, salva l'opzione per l'applicazione dell'imposta sul reddito nei modi ordinari». Secondo uno studio di 2 anni fa, curato da Lorenzo Castellani e Giacomo Bandini, attualmente metà degli studenti delle superiori si avvarrebbero di lezioni private; il giro d'affari sarebbe complessivamente di 800 milioni l'anno, e in 9 casi su 10 le ripetizioni avverrebbero senza dichiarazioni al fisco.
Clausole di salvaguardia: sull’Iva hanno preso tempo

Quella delle clausole di salvaguardia è da anni una spada di Damocle sulla testa di chiunque sia pro tempore al governo. Inutile girarci intorno: sono vere e proprie mine, bombe pronte a esplodere sotto forma di aumenti dell'Iva, e che rischiano di ipotecare gran parte dello spazio di agibilità delle leggi di bilancio successive. Prima di questa manovra, la pesante eredità lasciata dai governi del Pd prevedeva clausole della seguente entità: 12,5 miliardi nel 2019; 19,2 miliardi nel 2020; 19,6 miliardi nel 2021. Lungo tutta la campagna elettorale, sia Lega che M5s avevano assicurato al mondo produttivo (in particolare a Confcommercio e alle altre organizzazioni del settore) un impegno assoluto al disinnesco delle clausole per il 2019. Già tira in tutta Europa un vento di rallentamento, se non ancora di vera e propria recessione: far scattare le clausole sarebbe stata una mossa pericolosa. Il governo ha dunque mantenuto questo impegno. Infatti, già la prima stesura della manovra sterilizzava le clausole per il 2019 (quindi zero miliardi), e prevedeva 13,7 miliardi di clausole nel 2020 e 15,6 miliardi nel 2021. L'ultima stesura, successiva all'accordo con Bruxelles, prevede zero miliardi nel 2019, 23,1 miliardi nel 2020 (con l'Iva che balzerebbe al 25,2%) e 28,8 miliardi nel 2021 (Iva al 26,5%). Come si vede, un aumento di ulteriori 9,4 miliardi nel 2020 e di ulteriori 13,2 nel 2021. È evidente che un'eliminazione secca sarebbe stata preferibile. Ma, allo stato attuale, avrebbe richiesto una profonda operazione di spending review. Si è scelta l'opzione di uno slittamento in avanti, che indubbiamente crea preoccupazione rispetto alle prossime manovre: a settembre 2019, il primo compito sarà trovare risorse ancora più ingenti di quelle recuperate quest'anno. Tuttavia, appare irricevibile la polemica aspra che viene dagli esponenti del Pd: se ci troviamo in questa situazione, è anche e soprattutto per l'eredità lasciata dai governi di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Non si vede per quale ragione debba essere criminalizzata una maggioranza che ha fatto una scelta analoga ai suoi predecessori, e cioè calciare il pallone ancora più avanti. Resta comunque un giudizio assolutamente negativo verso Bruxelles almeno per due ragioni. Intanto perché le clausole aggravate e appesantite sono la cartina tornasole di un peggioramento della manovra dopo la trattativa con l'Ue. E poi perché non risulta che analoga richiesta di clausole di salvaguardia sia stata avanzata verso la Francia di Emmanuel Macron, che pure sforerà rispetto al deficit in misura molto maggiore (3,5%) rispetto al 2,04% italiano.
I due pilastri dell'impresa: reddito e quota 100 ci sono

È nero su bianco l'attuazione «Fondo per la revisione del sistema pensionistico attraverso l'introduzione di ulteriori forme di pensionamento anticipato e misure per incentivare l'assunzione di lavoratori giovani». Tradotto: quota 100. Al tempo stesso la manovra che è andata al voto nella notte istituisce pure il fondo per il reddito di cittadinanza che andrà a integrare e inglobare le attuali voci di spesa che vanno sotto il nome di Rei, (reddito di inclusione) e centri per l'impiego. Le due misure sono i pilastri del contratto di governo e al momento sono confermate per un budget complessivo di poco inferiore ai 14 miliardi. Per via della trattativa con la Ue sia l'abolizione della legge Fornero sia il riordino degli ammortizzatori sociali partiranno dopo aprile, e stando quanto risulta alla Verità finiranno in un decreto e in un disegno di legge. L'attuazione riguarderà la seconda metà del 2019 e di conseguenza la spesa tenderà a ridursi. In un caso anche dimezzarsi. Questa è la mediazione portata a casa da Giuseppe Conte, il che in ogni caso ci spinge a dare una valutazione positiva sull'idea di fondo dei provvedimenti. Nel primo caso, la necessità di riformare la legge Fornero ed evitare la distorsione della presenza e dell'andamento dei lavoratori over 50 sul mercato andava posta sul tavolo della politica. Va trovata una soluzione. Chi si oppone all'introduzione di quota 100, cioè alla possibilità di andare in pensione a 62 anni con 38 di contributi, sostiene nell'ordine: 1 Che la novità di matrice leghista sia troppo costosa e quindi spacchi i conti. 2 Che non garantisca la staffetta generazionale. 3 Che entro 20 anni avremo per ogni lavoratore un pensionato. Tutte le obiezioni non tengono però conto del fatto che la riforma Fornero aggiusta i conti sul lungo termine. Purtroppo il picco negativo di spesa pensionistica sarà nel 2037, quando gli italiani vivranno sulla propria pelle le storture delle baby pensioni. Il problema sta nel medio termine e nel miglioramento della produttività. Le modifiche introdotte dal governo Monti ingessano il mercato, come dimostrano i dati Istat. E affossano la produttività. Per questo è necessario trovare un sistema che favorisca il ricambio generazionale. L'altro pilastro del contratto tiene conto del fatto che il sistema degli ammortizzatori sociali è un colabrodo stratificato che non permette efficienza né risparmi. Soprattutto non ha mai permesso alle politiche attive di decollare. Non sappiamo se il reddito di cittadinanza si trasformerà in una mancia oppure sarà l'occasione per rivedere da capo i centri per l'impiego e, appunto, le politiche attive del governo. Noi speriamo la seconda opzione, ovviamente. Vedremo e monitoreremo.
Un bel segnale a Trump: meno finanziamenti all’Onu

Mossa trumpiana, coraggiosa, spiazzante, nascosta nelle pieghe della manovra, appena poche righe sulle quali nessuno finora si è soffermato: un taglio - piccolo ma simbolicamente significativo - al finanziamento italiano dell'Onu, e anche un cambio di paradigma nel rapporto con gli organismi sovranazionali. I critici parleranno di mossa isolazionista, antimultilateralismo, antiorganizzazioni sovranazionali. Ma forse l'Italia (non è mai troppo tardi) inizia a riprendersi il diritto di non contribuire al buio e a prescindere, e apre la strada per rinegoziare meglio il proprio contributo alle organizzazioni internazionali di cui siamo membri. Nella manovra si legge infatti che il contributo alle spese dell'Organizzazione delle Nazioni Unite si intende ridotto di circa 35 milioni di euro per l'anno 2019 e di altri 32 milioni di euro annui a decorrere dal 2020. Come si vede, si tratta di limature sul piano quantitativo, ma il segnale politico è importante. Di più: il ministero degli Esteri e della cooperazione internazionale provvede agli adempimenti necessari, anche sul piano internazionale, per rinegoziare i termini dell'accordo internazionale concernente la determinazione dei contributi alle organizzazioni internazionali di cui l'Italia è parte. Quindi non si tratta di un mini-taglio isolato, ma di un avvio di rinegoziazione più complessivo. Per troppi anni, in modo scontato, si era proceduto in modo diverso, non osando toccare questa voce. Questa norma, se resisterà alle ultime intese notturne, segna l'apertura di una pagina nuova.
Fiscalità aggressiva: più imposte sulle imprese. Spremute lotterie e slot

Tasse al 7% per i pensionati che vivono all'estero e che si trasferiscono al Sud. Nella bozza del maxiemendamento al ddl bilancio è contenuta la norma che consente alle persone titolari di redditi da pensione di fonte estera di accedere a un'imposta sostitutiva sui redditi se trasferiscono la propria residenza in una città con popolazione non superiore a 20.000 abitanti e posta in una delle seguenti regioni: Sicilia, Calabria, Sardegna, Campania, Basilicata, Abruzzo, Molise e Puglia. La nota positiva però è circondata da altre voci che si traducono in maggiori tasse per le aziende. La lista di maggiore gettito prevede l'abrogazione del credito d'imposta in favore ai soggetti passivi Irap che non impiegano lavoratori dipendenti; l'abrogazione del credito di imposta per chi investe sui beni strumentali e l'abrogazione dell'aliquota ridotta Ires in favore fino allo scorso anno agli enti non commerciali. Infine non poteva mancare un irrigidimento delle imposte sui giochi. Dalle slot machine fino alle lotterie. Un paradosso per la componente grillina del governo che ha fatto di tutto per penalizzare e vietare il gioco, salvo poi spremerlo ai fini del gettito. Sale all'1,4% l'aumento del Preu, il prelievo erariale unico, sugli apparecchi per il gioco. La percentuale destinata alle vincite (pay-out) passa dal 69 al 68% e dall'84,5 all'84%. Confermato l'aumento dell'imposta unica dovuta sui giochi a distanza (che dal 20% passa al 25% del margine), sulle scommesse a quota fissa su rete fisica e a distanza e sulle scommesse simulate. Resta la web tax, che prenderà forma dopo le direttive applicative del Mef.
Imu commerciale: gli sgravi sui capannoni possono dare nuovo slancio

È la parte meno evidenziata della manovra, e che la stessa maggioranza non è stata in grado di valorizzare adeguatamente nella sua comunicazione. Si poteva certamente fare di più, ma si tratta comunque di un complesso di norme significative e globalmente positive. Con l'emendamento sul superammortamento è stato confermato tutto il pacchetto industria 4.0. Quando fu presentato da Carlo Calenda, ci furono applausi scroscianti. È curioso che invece la conferma e la stabilizzazione della misura passi sotto silenzio. Confermate inoltre tutte le detrazioni fiscali su ristrutturazioni edili, acquisto di mobili, sistemazione delle aree verdi. Parte poi la sperimentazione della cedolare secca per le locazioni a uso non residenziale: può essere una spinta al rilancio del commercio specialmente nei centri storici. Altra buona notizia, forse tra le più rilevanti dell'intera manovra: raddoppio della deducibilità dell'Imu sui capannoni industriali e sugli altri immobili strumentali alle imprese: dal 20 al 40%. È un fatto notevole: pochi sanno che, negli scorsi anni, il gettito Imu-Tasi sugli immobili strumentali (capannoni, negozi, botteghe, studi professionali) è stato esagerato: 7,7 miliardi l'anno (per capirci, quasi il doppio della vecchia tassa sulla prima casa) secondo un'elaborazione dell'Ufficio Studi di Confcommercio. A un certo punto, sembrava addirittura che la deducibilità potesse salire al 50%, ma, dopo la trattativa con Bruxelles, ci si è fermati al 40. Un altro caso in cui, dopo l'intesa con la Commissione Ue, è arrivata una frenata di cui non si sentiva il bisogno.
Revisione all'acqua di rose: sui dipendenti pubblici si poteva fare di più

A seguito delle trattative con l'Ue, il governo in carica ha deciso di congelare ogni assunzione e ogni concorso in settori chiave della pubblica amministrazione per i quali erano già stati approntati - nel calibrare la legge di bilancio - estremi di assunzione. Nel testo è stato aggiunto un passaggio di quattro righe che dice: gli enti pubblici non economici, le agenzie fiscali e le Università non possono effettuare assunzioni di personale a tempo indeterminato «con decorrenza giuridica ed economica anteriore al 15 novembre 2019». Le università hanno deroghe di spesa inferiori ai 30 milioni. La motivazione è presto detta. L'entrata in vigore di quota 100 per gli statali è prevista solo dopo novembre, il blocco parziale del turnover serve a bilanciare i costi delle entrate e delle uscite. In generale ci sarà però, nella seconda parte del triennio, una sventagliata di assunzioni (con relativi stanziamenti di circa 1 miliardo nel periodo): dai 4.000 posti per i centri per l'impiego agli insegnanti, passando per l'ispettorato del lavoro, il Mef e il Mibac, la Corte dei Conti e l'Authority dell'energia. Voci che forse necessitavano di una revisione complessiva. Per questo il nostro giudizio sulle assunzioni del pubblico è da «rimandare a settembre». Segnaliamo infine che nel testo c'è il saldo e stralcio delle cartelle per i contribuenti in difficoltà economica. La sanatoria interessa i carichi affidati all'agente della riscossione dal primo gennaio 2000 al 31 dicembre 2017 e prevede diverse percentuali di pagamento, a seconda della situazione Isee.
Pensioni d'oro: il taglio indiscriminato penalizza chi ha lavorato

Sulle pensioni d'oro, a meno di sorprese maturate nell'ultima lunga notte di lavoro, la vittoria culturale del M5s appare schiacciante. Contrariamente a quanto era stato assicurato (a voce) per mesi, fino a ieri sera (leggendo i testi scritti) risultavano colpiti indistintamente tutti i trattamenti più elevati, senza distinzione o tutela per quelli frutto di contributi effettivamente versati dagli interessati. Di fatto, la soluzione maturata corrisponde all'emendamento di bandiera presentato in prima battuta dal capogruppo grillino al Senato, Stefano Patuanelli. Un taglio per 5 anni di tutti i trattamenti (tranne quelli d'invalidità o per le vittime del terrorismo) i cui importi complessivamente considerati superino la soglia dei 100.000 euro lordi su base annua. Oltre quell'asticella, sono stati stabiliti cinque scaglioni ai quali verranno applicate aliquote crescenti: taglio del 15% per la porzione di pensione compresa tra 100 e 130.000 euro; 25% da 130 a 200.000 euro; 30% per la parte da 200 fino a 350.000 euro; 35% per la parte da 350 a 500.000 euro: del 40% per la parte oltre i 500.000 euro. Peccato: se così fosse, sarebbe stata persa l'occasione di distinguere tra trattamenti ingiustificati (perché frutto di contributi non versati) e trattamenti certamente elevati, ma frutto della contribuzione e del lavoro di persone che non possono essere criminalizzate solo perché abbienti. «Anche i ricchi piangano» era uno slogan di Rifondazione comunista. Non sembra un buon viatico per il governo del cambiamento, se induce a colpire nel mucchio senza distinguere.
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Il governo porta a casa le sue misure simbolo: quota 100 e reddito di cittadinanza. Promosso anche per flat tax, pace fiscale, agevolazioni alle imprese e tagli all'Onu. Bocciatura invece per l'iniquo provvedimento sulle «pensioni d'oro». Un giudizio negativo pure per quanto riguarda le troppe tasse disseminate nel testo. Clausole di salvaguardia e assunzioni nel pubblico? Rimandato a settembre. Il maxi emendamento slitta e arriva solo oggi al Senato. Atteso voto di fiducia.Lo speciale contiene nove articoliLa manovra che sarà ufficializzata con il maxiemendamento (in ritardo) atteso oggi al Senato è frutto di un compromesso. Dentro il governo e con l'Europa. Ma i «forza spread» che speravano potesse essere una legge Finanziaria in grado di mandare l'Italia a gambe all'aria dovranno ricredersi. I due pilastri del contratto di governo sono presenti. Sia quota 100 sia il reddito di cittadinanza partiranno, anche se con una serie di modifiche temporali. Vedranno la luce sicuramente nella seconda parte del 2019, in parte perché serviranno settimane per la gestione logistica e in parte perché lo slittamento stesso consentirà la riduzione del deficit. Meno spesa nel 2019, minore rapporto ai fini del Pil, anche se la crescita è stata rivista al ribasso. Chi critica il govenro in maniera preconcetta si perde il contenuto dei provvedimenti e pare vivere in un posto lontano dalla realtà e dalle necessità di chi non ha rendite né patrimoni ma si affida solo al proprio reddito da lavoro (quando c'è). È il caso del Pd, e di gran parte della sinistra e del partito mai nato dei Competenti. Per mesi hanno invocato la scure dei mercati perché le Borse e lo spread punissero i «cialtroni» e gli incapaci «scappati di casa». La goduria con cui si auto alimentavano le previsioni di disastro economico è stata proporzionale al timore di perdere per sempre poltrone, consulenze e fette di potere. Nulla che riguardasse i veri fondamentali del Paese. Ora che il governo è sceso parzialmente a compromessi con l'Ue (in ogni caso il deficit secondo la manovra firmata lo scorso anno da Pier Carlo Padoan sarebbe dovuto scendere dall'1,2% allo 0,8% e invece è al 2,04%), i critici anziché applaudire il passo indietro invocato fino a poco prima accusano il governo di essersi calato le braghe. O di aver soffocato il futuro del Paese per aver utilizzato le clausole di salvaguardia. Peccato che l'escamotage di utilizzare l'aumento Iva come garanzia di copertura per le spese future è utilizzato ininterrottamente dal 2011. Il democristiano Enrico Letta, tanto stimato a Bruxelles e a Parigi, ha inserito persino clausole di salvaguardia su gasolio e benzina. Però nessuno lo ha accusato di affossare il futuro dei giovani italiani. D'altronde, la mancanza di lucidità di molte critiche portano a dimenticare i fatti. Se siamo arrivati a penare tanto è per via di manovre pessime che si sono limitate a fare deficit senza impostare alcuna vera riforma. Nonostante le cure di Mario Monti e Paolo Gentiloni, il debito italiano è sempre salito. Segno che quelle ricette non funzionavano. Adesso bisogna provarne di nuove. E vedere se funzioneranno. Proseguire sulla vecchie strada sarebbe comunque stato un errore. Per il resto, non avendo alcun preconcetto, possiamo permetterci di prendere la manovra e sezionarla voce per voce. Ci sono punti che meritano una convinta promozione. È il caso della pace fiscale e del saldo e stralcio delle cartelle di Equitalia-Riscossione. Tra i beneficiari ci sono contribuenti arrivati a livelli non più sostenibili. Un colpo di spugna stimola il gettito e consente una boccata d'ossigeno. Stesso discorso vale per la flat tax per le partite Iva. Vale al 15% fino ai 65.000 euro di imponibile e, dal 2020, al 20% dai 65.000 fino ai 100.000 euro. Si poteva fare di più? Certo, ma fino a oggi nessun governo aveva mai riservato la minima attenzione ai lavoratori autonomi. Nessuna tutela, nessun sostegno: solo maggiori tasse e prelievi contributivi. Per la prima volta si fa una partita Iva minima estesa e che non comprime la crescita. Si mostrano un po' ridicoli i politici che criticano l'intervento perché troppo mirato e riduttivo (riguarda 900.000 persone) quando prima non hanno mai fatto nulla. Allo stesso modo sono da valutare positivamente gli interventi sulla cedolare secca e sulla gestione Imu dei capannoni. Dettagli? Per molti tessuti territoriali sono segnali importanti. Purtroppo la manovra è anche costellata di tasse e minori incentivi per le imprese e per gli azionisti che reinvestono in azienda. Come tutti i precedenti governi, l'attuale utilizza il comparto del gioco per favore cassa e - paradosso - fa campagna elettorale (ci riferiamo ai 5 stelle) sostenendo che lo Stato debba cancellare slot e altre amenità mentre le considera fondamentali per il proprio bilancio. Discutibile soprattutto l'intervento sulle «pensioni d'oro», che non distingue tra assegni contributivi e retributivi. Non fa alcuna selezione tra chi ha lavorato e chi no. L'unica distinzione è tra chi è ricco e meno ricco. E a entrambe le categorie l'anno prossimo sarà ridotto l'importo di adeguamento rispetto all'inflazione. Noi, invece, apprezziamo lo Stato di diritto. Però sappiamo pure che che non si può volere tutto; e soprattutto, che le alternative politiche erano e restano peggiori di questa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem8" data-id="8" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosa-resta-di-buono-dopo-il-corpo-a-corpo-con-lue-2624086760.html?rebelltitem=8#rebelltitem8" data-basename="flat-tax-e-sgravi-ossigeno-per-professionisti-ed-emersione-del-nero" data-post-id="2624086760" data-published-at="1775716361" data-use-pagination="False"> Flat tax e sgravi: ossigeno per professionisti ed emersione del nero È la parte più coraggiosa della manovra, cambia la vita a 900.000 imprese e partite Iva. Si tratta del primo step dell'introduzione della flat tax: 15% di tasse per le partite Iva fino a 65.000 euro annui di fatturato, e 20% sopra quella soglia fino a 100.000 euro. Ma attenzione: nella manovra c'è già scritto che dal 1° gennaio 2020 l'aliquota del 15% sarà applicabile fino a un fatturato di 100.000 euro. Il vantaggio è duplice: non solo sul piano di una imposizione fiscale più accettabile, ma anche su quello degli oneri burocratici. I soggetti ricompresi in questo regime fiscale saranno infatti esonerati dalla tenuta di una contabilità rigida. Si tratta, come detto, di 900.000 imprese e partite Iva: artigiani, commercianti, professionisti. Un altro esperimento, limitato a un settore ma pur sempre interessante di flat tax, è quello per le ripetizioni scolastiche e le lezioni private, con l'obiettivo di attivare un potente incentivo all'emersione di attività spesso svolte in nero. Secondo la norma, dal primo gennaio 2019, «i titolari di cattedre nelle scuole di ogni ordine e grado» potranno chiedere l'applicazione di «un'imposta sostitutiva dell'imposta sul reddito delle persone fisiche e delle addizionali regionali e comunali pari al 15%, salva l'opzione per l'applicazione dell'imposta sul reddito nei modi ordinari». Secondo uno studio di 2 anni fa, curato da Lorenzo Castellani e Giacomo Bandini, attualmente metà degli studenti delle superiori si avvarrebbero di lezioni private; il giro d'affari sarebbe complessivamente di 800 milioni l'anno, e in 9 casi su 10 le ripetizioni avverrebbero senza dichiarazioni al fisco. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem7" data-id="7" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosa-resta-di-buono-dopo-il-corpo-a-corpo-con-lue-2624086760.html?rebelltitem=7#rebelltitem7" data-basename="clausole-di-salvaguardia-sulliva-hanno-preso-tempo" data-post-id="2624086760" data-published-at="1775716361" data-use-pagination="False"> Clausole di salvaguardia: sull’Iva hanno preso tempo Quella delle clausole di salvaguardia è da anni una spada di Damocle sulla testa di chiunque sia pro tempore al governo. Inutile girarci intorno: sono vere e proprie mine, bombe pronte a esplodere sotto forma di aumenti dell'Iva, e che rischiano di ipotecare gran parte dello spazio di agibilità delle leggi di bilancio successive. Prima di questa manovra, la pesante eredità lasciata dai governi del Pd prevedeva clausole della seguente entità: 12,5 miliardi nel 2019; 19,2 miliardi nel 2020; 19,6 miliardi nel 2021. Lungo tutta la campagna elettorale, sia Lega che M5s avevano assicurato al mondo produttivo (in particolare a Confcommercio e alle altre organizzazioni del settore) un impegno assoluto al disinnesco delle clausole per il 2019. Già tira in tutta Europa un vento di rallentamento, se non ancora di vera e propria recessione: far scattare le clausole sarebbe stata una mossa pericolosa. Il governo ha dunque mantenuto questo impegno. Infatti, già la prima stesura della manovra sterilizzava le clausole per il 2019 (quindi zero miliardi), e prevedeva 13,7 miliardi di clausole nel 2020 e 15,6 miliardi nel 2021. L'ultima stesura, successiva all'accordo con Bruxelles, prevede zero miliardi nel 2019, 23,1 miliardi nel 2020 (con l'Iva che balzerebbe al 25,2%) e 28,8 miliardi nel 2021 (Iva al 26,5%). Come si vede, un aumento di ulteriori 9,4 miliardi nel 2020 e di ulteriori 13,2 nel 2021. È evidente che un'eliminazione secca sarebbe stata preferibile. Ma, allo stato attuale, avrebbe richiesto una profonda operazione di spending review. Si è scelta l'opzione di uno slittamento in avanti, che indubbiamente crea preoccupazione rispetto alle prossime manovre: a settembre 2019, il primo compito sarà trovare risorse ancora più ingenti di quelle recuperate quest'anno. Tuttavia, appare irricevibile la polemica aspra che viene dagli esponenti del Pd: se ci troviamo in questa situazione, è anche e soprattutto per l'eredità lasciata dai governi di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Non si vede per quale ragione debba essere criminalizzata una maggioranza che ha fatto una scelta analoga ai suoi predecessori, e cioè calciare il pallone ancora più avanti. Resta comunque un giudizio assolutamente negativo verso Bruxelles almeno per due ragioni. Intanto perché le clausole aggravate e appesantite sono la cartina tornasole di un peggioramento della manovra dopo la trattativa con l'Ue. E poi perché non risulta che analoga richiesta di clausole di salvaguardia sia stata avanzata verso la Francia di Emmanuel Macron, che pure sforerà rispetto al deficit in misura molto maggiore (3,5%) rispetto al 2,04% italiano. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem6" data-id="6" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosa-resta-di-buono-dopo-il-corpo-a-corpo-con-lue-2624086760.html?rebelltitem=6#rebelltitem6" data-basename="i-due-pilastri-dell-impresa-reddito-e-quota-100-ci-sono" data-post-id="2624086760" data-published-at="1775716361" data-use-pagination="False"> I due pilastri dell'impresa: reddito e quota 100 ci sono È nero su bianco l'attuazione «Fondo per la revisione del sistema pensionistico attraverso l'introduzione di ulteriori forme di pensionamento anticipato e misure per incentivare l'assunzione di lavoratori giovani». Tradotto: quota 100. Al tempo stesso la manovra che è andata al voto nella notte istituisce pure il fondo per il reddito di cittadinanza che andrà a integrare e inglobare le attuali voci di spesa che vanno sotto il nome di Rei, (reddito di inclusione) e centri per l'impiego. Le due misure sono i pilastri del contratto di governo e al momento sono confermate per un budget complessivo di poco inferiore ai 14 miliardi. Per via della trattativa con la Ue sia l'abolizione della legge Fornero sia il riordino degli ammortizzatori sociali partiranno dopo aprile, e stando quanto risulta alla Verità finiranno in un decreto e in un disegno di legge. L'attuazione riguarderà la seconda metà del 2019 e di conseguenza la spesa tenderà a ridursi. In un caso anche dimezzarsi. Questa è la mediazione portata a casa da Giuseppe Conte, il che in ogni caso ci spinge a dare una valutazione positiva sull'idea di fondo dei provvedimenti. Nel primo caso, la necessità di riformare la legge Fornero ed evitare la distorsione della presenza e dell'andamento dei lavoratori over 50 sul mercato andava posta sul tavolo della politica. Va trovata una soluzione. Chi si oppone all'introduzione di quota 100, cioè alla possibilità di andare in pensione a 62 anni con 38 di contributi, sostiene nell'ordine: 1 Che la novità di matrice leghista sia troppo costosa e quindi spacchi i conti. 2 Che non garantisca la staffetta generazionale. 3 Che entro 20 anni avremo per ogni lavoratore un pensionato. Tutte le obiezioni non tengono però conto del fatto che la riforma Fornero aggiusta i conti sul lungo termine. Purtroppo il picco negativo di spesa pensionistica sarà nel 2037, quando gli italiani vivranno sulla propria pelle le storture delle baby pensioni. Il problema sta nel medio termine e nel miglioramento della produttività. Le modifiche introdotte dal governo Monti ingessano il mercato, come dimostrano i dati Istat. E affossano la produttività. Per questo è necessario trovare un sistema che favorisca il ricambio generazionale. L'altro pilastro del contratto tiene conto del fatto che il sistema degli ammortizzatori sociali è un colabrodo stratificato che non permette efficienza né risparmi. Soprattutto non ha mai permesso alle politiche attive di decollare. Non sappiamo se il reddito di cittadinanza si trasformerà in una mancia oppure sarà l'occasione per rivedere da capo i centri per l'impiego e, appunto, le politiche attive del governo. Noi speriamo la seconda opzione, ovviamente. Vedremo e monitoreremo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosa-resta-di-buono-dopo-il-corpo-a-corpo-con-lue-2624086760.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="un-bel-segnale-a-trump-meno-finanziamenti-allonu" data-post-id="2624086760" data-published-at="1775716361" data-use-pagination="False"> Un bel segnale a Trump: meno finanziamenti all’Onu Mossa trumpiana, coraggiosa, spiazzante, nascosta nelle pieghe della manovra, appena poche righe sulle quali nessuno finora si è soffermato: un taglio - piccolo ma simbolicamente significativo - al finanziamento italiano dell'Onu, e anche un cambio di paradigma nel rapporto con gli organismi sovranazionali. I critici parleranno di mossa isolazionista, antimultilateralismo, antiorganizzazioni sovranazionali. Ma forse l'Italia (non è mai troppo tardi) inizia a riprendersi il diritto di non contribuire al buio e a prescindere, e apre la strada per rinegoziare meglio il proprio contributo alle organizzazioni internazionali di cui siamo membri. Nella manovra si legge infatti che il contributo alle spese dell'Organizzazione delle Nazioni Unite si intende ridotto di circa 35 milioni di euro per l'anno 2019 e di altri 32 milioni di euro annui a decorrere dal 2020. Come si vede, si tratta di limature sul piano quantitativo, ma il segnale politico è importante. Di più: il ministero degli Esteri e della cooperazione internazionale provvede agli adempimenti necessari, anche sul piano internazionale, per rinegoziare i termini dell'accordo internazionale concernente la determinazione dei contributi alle organizzazioni internazionali di cui l'Italia è parte. Quindi non si tratta di un mini-taglio isolato, ma di un avvio di rinegoziazione più complessivo. Per troppi anni, in modo scontato, si era proceduto in modo diverso, non osando toccare questa voce. Questa norma, se resisterà alle ultime intese notturne, segna l'apertura di una pagina nuova. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosa-resta-di-buono-dopo-il-corpo-a-corpo-con-lue-2624086760.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="fiscalita-aggressiva-piu-imposte-sulle-imprese-spremute-lotterie-e-slot" data-post-id="2624086760" data-published-at="1775716361" data-use-pagination="False"> Fiscalità aggressiva: più imposte sulle imprese. Spremute lotterie e slot Tasse al 7% per i pensionati che vivono all'estero e che si trasferiscono al Sud. Nella bozza del maxiemendamento al ddl bilancio è contenuta la norma che consente alle persone titolari di redditi da pensione di fonte estera di accedere a un'imposta sostitutiva sui redditi se trasferiscono la propria residenza in una città con popolazione non superiore a 20.000 abitanti e posta in una delle seguenti regioni: Sicilia, Calabria, Sardegna, Campania, Basilicata, Abruzzo, Molise e Puglia. La nota positiva però è circondata da altre voci che si traducono in maggiori tasse per le aziende. La lista di maggiore gettito prevede l'abrogazione del credito d'imposta in favore ai soggetti passivi Irap che non impiegano lavoratori dipendenti; l'abrogazione del credito di imposta per chi investe sui beni strumentali e l'abrogazione dell'aliquota ridotta Ires in favore fino allo scorso anno agli enti non commerciali. Infine non poteva mancare un irrigidimento delle imposte sui giochi. Dalle slot machine fino alle lotterie. Un paradosso per la componente grillina del governo che ha fatto di tutto per penalizzare e vietare il gioco, salvo poi spremerlo ai fini del gettito. Sale all'1,4% l'aumento del Preu, il prelievo erariale unico, sugli apparecchi per il gioco. La percentuale destinata alle vincite (pay-out) passa dal 69 al 68% e dall'84,5 all'84%. Confermato l'aumento dell'imposta unica dovuta sui giochi a distanza (che dal 20% passa al 25% del margine), sulle scommesse a quota fissa su rete fisica e a distanza e sulle scommesse simulate. Resta la web tax, che prenderà forma dopo le direttive applicative del Mef. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosa-resta-di-buono-dopo-il-corpo-a-corpo-con-lue-2624086760.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="imu-commerciale-gli-sgravi-sui-capannoni-possono-dare-nuovo-slancio" data-post-id="2624086760" data-published-at="1775716361" data-use-pagination="False"> Imu commerciale: gli sgravi sui capannoni possono dare nuovo slancio È la parte meno evidenziata della manovra, e che la stessa maggioranza non è stata in grado di valorizzare adeguatamente nella sua comunicazione. Si poteva certamente fare di più, ma si tratta comunque di un complesso di norme significative e globalmente positive. Con l'emendamento sul superammortamento è stato confermato tutto il pacchetto industria 4.0. Quando fu presentato da Carlo Calenda, ci furono applausi scroscianti. È curioso che invece la conferma e la stabilizzazione della misura passi sotto silenzio. Confermate inoltre tutte le detrazioni fiscali su ristrutturazioni edili, acquisto di mobili, sistemazione delle aree verdi. Parte poi la sperimentazione della cedolare secca per le locazioni a uso non residenziale: può essere una spinta al rilancio del commercio specialmente nei centri storici. Altra buona notizia, forse tra le più rilevanti dell'intera manovra: raddoppio della deducibilità dell'Imu sui capannoni industriali e sugli altri immobili strumentali alle imprese: dal 20 al 40%. È un fatto notevole: pochi sanno che, negli scorsi anni, il gettito Imu-Tasi sugli immobili strumentali (capannoni, negozi, botteghe, studi professionali) è stato esagerato: 7,7 miliardi l'anno (per capirci, quasi il doppio della vecchia tassa sulla prima casa) secondo un'elaborazione dell'Ufficio Studi di Confcommercio. A un certo punto, sembrava addirittura che la deducibilità potesse salire al 50%, ma, dopo la trattativa con Bruxelles, ci si è fermati al 40. Un altro caso in cui, dopo l'intesa con la Commissione Ue, è arrivata una frenata di cui non si sentiva il bisogno. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosa-resta-di-buono-dopo-il-corpo-a-corpo-con-lue-2624086760.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="revisione-all-acqua-di-rose-sui-dipendenti-pubblici-si-poteva-fare-di-piu" data-post-id="2624086760" data-published-at="1775716361" data-use-pagination="False"> Revisione all'acqua di rose: sui dipendenti pubblici si poteva fare di più A seguito delle trattative con l'Ue, il governo in carica ha deciso di congelare ogni assunzione e ogni concorso in settori chiave della pubblica amministrazione per i quali erano già stati approntati - nel calibrare la legge di bilancio - estremi di assunzione. Nel testo è stato aggiunto un passaggio di quattro righe che dice: gli enti pubblici non economici, le agenzie fiscali e le Università non possono effettuare assunzioni di personale a tempo indeterminato «con decorrenza giuridica ed economica anteriore al 15 novembre 2019». Le università hanno deroghe di spesa inferiori ai 30 milioni. La motivazione è presto detta. L'entrata in vigore di quota 100 per gli statali è prevista solo dopo novembre, il blocco parziale del turnover serve a bilanciare i costi delle entrate e delle uscite. In generale ci sarà però, nella seconda parte del triennio, una sventagliata di assunzioni (con relativi stanziamenti di circa 1 miliardo nel periodo): dai 4.000 posti per i centri per l'impiego agli insegnanti, passando per l'ispettorato del lavoro, il Mef e il Mibac, la Corte dei Conti e l'Authority dell'energia. Voci che forse necessitavano di una revisione complessiva. Per questo il nostro giudizio sulle assunzioni del pubblico è da «rimandare a settembre». Segnaliamo infine che nel testo c'è il saldo e stralcio delle cartelle per i contribuenti in difficoltà economica. La sanatoria interessa i carichi affidati all'agente della riscossione dal primo gennaio 2000 al 31 dicembre 2017 e prevede diverse percentuali di pagamento, a seconda della situazione Isee. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cosa-resta-di-buono-dopo-il-corpo-a-corpo-con-lue-2624086760.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pensioni-d-oro-il-taglio-indiscriminato-penalizza-chi-ha-lavorato" data-post-id="2624086760" data-published-at="1775716361" data-use-pagination="False"> Pensioni d'oro: il taglio indiscriminato penalizza chi ha lavorato Sulle pensioni d'oro, a meno di sorprese maturate nell'ultima lunga notte di lavoro, la vittoria culturale del M5s appare schiacciante. Contrariamente a quanto era stato assicurato (a voce) per mesi, fino a ieri sera (leggendo i testi scritti) risultavano colpiti indistintamente tutti i trattamenti più elevati, senza distinzione o tutela per quelli frutto di contributi effettivamente versati dagli interessati. Di fatto, la soluzione maturata corrisponde all'emendamento di bandiera presentato in prima battuta dal capogruppo grillino al Senato, Stefano Patuanelli. Un taglio per 5 anni di tutti i trattamenti (tranne quelli d'invalidità o per le vittime del terrorismo) i cui importi complessivamente considerati superino la soglia dei 100.000 euro lordi su base annua. Oltre quell'asticella, sono stati stabiliti cinque scaglioni ai quali verranno applicate aliquote crescenti: taglio del 15% per la porzione di pensione compresa tra 100 e 130.000 euro; 25% da 130 a 200.000 euro; 30% per la parte da 200 fino a 350.000 euro; 35% per la parte da 350 a 500.000 euro: del 40% per la parte oltre i 500.000 euro. Peccato: se così fosse, sarebbe stata persa l'occasione di distinguere tra trattamenti ingiustificati (perché frutto di contributi non versati) e trattamenti certamente elevati, ma frutto della contribuzione e del lavoro di persone che non possono essere criminalizzate solo perché abbienti. «Anche i ricchi piangano» era uno slogan di Rifondazione comunista. Non sembra un buon viatico per il governo del cambiamento, se induce a colpire nel mucchio senza distinguere.
Ansa
Quasi a ridosso della scadenza dell’ultimatum imposto dalla Casa Bianca è stata raggiunta la tregua in Medio Oriente. Ma mentre tutti i protagonisti del conflitto cantavano vittoria, i raid non si sono fermati.
Ad annunciare il cessate il fuoco, dopo l’intensa attività di mediazione svolta soprattutto dal Pakistan, è stato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump: «Accetto di sospendere i bombardamenti e gli attacchi contro l’Iran per un periodo di due settimane. Si tratterà di un cessate il fuoco bilaterale». La condizione imposta dal tycoon a Teheran è «l’apertura completa, immediata e sicura dello Stretto di Hormuz». Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi ha accolto la richiesta: «Se gli attacchi nei confronti dell’Iran cessano, le nostre potenti forze armate fermeranno le operazioni difensive. Per un periodo di due settimane, sarà possibile il transito sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz in coordinamento con le forze armate dell’Iran». Poco dopo, anche Israele ha confermato di aver accettato la fine temporanea delle ostilità, escludendo però il Libano.
L’appuntamento tra Washington e Teheran per sedersi al tavolo delle delicate trattative per porre fine alla guerra è già stato deciso. Il vicepresidente degli Stati Uniti, J.D. Vance, che guiderà la delegazione americana, si incontrerà sabato a Islamabad con la delegazione iraniana.
Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha tuttavia affermato che «gli Stati Uniti hanno violato tre disposizioni fondamentali del cessate il fuoco ancor prima dell’inizio dei negoziati: l’invasione del Libano, la violazione dello spazio aereo iraniano e la negazione del diritto all’arricchimento dell’uranio. Dopo queste violazioni, un cessate il fuoco o negoziati bilaterali sono irragionevoli».
I raid israeliani nel territorio libanese sono uno degli scogli. Peraltro, dopo che le forze israeliane hanno danneggiato un mezzo militare italiano della missione Unifil, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha fatto convocare l’ambasciatore di Israele in Italia. L’altra spina nel fianco alle trattative sono stati gli attacchi in Iran, dopo la tregua. È stata infatti presa di mira una raffineria di petrolio nell’isola iraniana di Lavan e l’isola di Siri. Ma anche il regime iraniano non ha risparmiato i Paesi del Golfo. Il Financial Times ha rivelato che è stato colpito un oleodotto Est-Ovest dell’Arabia Saudita. In Kuwait, i droni iraniani hanno attaccato gli impianti petroliferi e le centrali elettriche. E anche gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar e il Bahrein hanno segnalato dei raid.
Nel frattempo, Aragchi si è mobilitato, facendo presente al capo dell’esercito pakistano, Asim Munir, le presunte violazioni del cessate il fuoco. Poco dopo, il Wall street journal ha riferito che Teheran avrebbe partecipato ai negoziati di Islamabad a patto che la tregua coinvolgesse anche il Libano. In caso contrario, il regime avrebbe rivisto la sua decisione sulla riapertura dello Stretto. A confermare, almeno in parte, l’indiscrezione è stato il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian: al premier pakistano, Shehbaz Sharif, ha riferito che la sicurezza dello Stretto è collegata alla «completa cessazione degli attacchi», anche nel territorio libanese. A confondere le acque, in serata, è stato il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, affermando che Teheran ha rinunciato alla precondizione del cessate il fuoco in Libano. Dalla Casa Bianca è stato poi reso noto che Beirut «non rientra nell’accordo per il cessate il fuoco».
Sullo Stretto, Trump ha comunicato: «Gli Stati Uniti aiuteranno a gestire il traffico nello Stretto di Hormuz. Si guadagneranno un sacco di soldi». Ma la visione iraniana resta piuttosto distante, con il regime che ha ribadito la necessità di ottenere «il permesso dalla Marina dei Pasdaran per attraversare lo Stretto». La confusione riguarda anche i 10 punti proposti dall’Iran. Inizialmente Trump ha comunicato che il piano iraniano è una «base praticabile su cui negoziare». Ma la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha smentito, sostenendo che la proposta iraniana è «ridicola, inaccettabile e completamente scartata da Trump». Quello su cui è al lavoro l’amministrazione americana «è un piano di pace modificato che rispecchierebbe una proposta di 15 punti avanzata settimane fa». Anche perché, secondo Axios, i 10 punti iraniani includerebbero anche il diritto di arricchire l’uranio. Questione su cui gli americani sono assolutamente contrari. Il tycoon ha infatti rassicurato che «non ci sarà alcun arricchimento dell’uranio» e anzi «gli Stati Uniti, in collaborazione con l’Iran, dissotterreranno e rimuoveranno tutta la polvere nucleare». E il capo del Pentagono Pete Hegseth ha già minacciato che se Teheran non consegnerà le sue scorte di uranio arricchito, gli Stati Uniti se lo andranno «a prendere». Il presidente degli Stati Uniti ha poi precisato che «c’è solo un gruppo di punti significativi che sono accettabili per gli Stati Uniti e ne discuteremo a porte chiuse».
Di certo, è chiaro che tutti siano voluti apparire come vincitori. Secondo il presidente americano, sono stati «raggiunti e superati tutti gli obiettivi militari». Dello stesso tenore sono state le affermazioni di Hegseth: «L’operazione Epic Fury è stata una vittoria storica e schiacciante sul campo di battaglia». A suo dire, Trump «ha fatto la storia». Dall’altra parte, anche il regime iraniano ha cantato vittoria. Il Supremo consiglio di sicurezza nazionale della Repubblica islamica ha dichiarato: «Ci congratuliamo con il popolo dell’Iran per questa vittoria e ribadiamo che funzionari e cittadini devono rimanere uniti e determinati».
Quello che resta è infatti un diffuso stato di allerta e sfiducia. Il capo dello stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, Dan Caine, ha sottolineato che se i negoziati falliranno, le forze americane riprenderanno la guerra. I pasdaran hanno già detto di avere «le mani sul grilletto», sbandierando che «qualsiasi aggressione riceverà una risposta di livello superiore». Tra l’altro, pare che a convincere l’Iran ad accettare la tregua, oltre alla Cina, sia stato l’ayatollah Mojtaba Khamenei. Diverse fonti hanno svelato ad Axios che «senza il suo via libera, non ci sarebbe stato alcun accordo».
Borse europee in ripresa, Milano fa +3,7%
La tregua temporanea tra Stati Uniti e Iran ha innescato un immediato saliscendi globale sui mercati, con una rapida compressione del premio per il rischio energetico e un riassorbimento della volatilità implicita su molte classi di investimento. Il mercato ha interpretato il cessate il fuoco (orizzonte di due settimane) come un segnale credibile di de-escalation nello snodo critico dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% dei flussi petroliferi globali, riducendo i rischi su inflazione e crescita e mettendo il segno più su molte piazze azionarie globali.
In Europa, il rialzo è stato diffuso e sincronizzato. Il Dax ha chiuso a +5,06%, il Cac 40 a +4,49%, l’Euro Stoxx 50 a +4,097, il Ftse 100 a +2,61% e il Ftse Mib a +3,70%, con volumi in aumento rispetto alla media degli ultimi 30 giorni. A livello settoriale, Stoxx Banks (+5,9% circa), Industrial Goods e Auto hanno guidato i rialzi, mentre quello Energy ha sottoperformato per effetto leva del petrolio.
Negli Stati Uniti, quando in Italia era tardo pomeriggio, l’S&P 500 ieri viaggiava a oltre +2,32%, Nasdaq Composite a +2,77% e Dow Jones +2,61%. Il Vix, l’indice che misura la volatilità dei mercati, ieri è sceso sotto area 15 (-10% circa), mentre gli indici di volatilità su Treasury (Move) hanno tirato il freno, segnalando minore incertezza macro. Hanno messo il turbo i semiconduttori e le società tecnologiche a grande capitalizzazione. In Asia, il Nikkei 225 ha chiuso a +5,39%, lo Shanghai Composite +2,69% e l’Hang Seng a +3,09%, con contributo positivo anche da export e immobiliare.
Sul mercato obbligazionario si è osservato un movimento piuttosto chiaro verso un allentamento delle pressioni sui rendimenti, soprattutto negli Stati Uniti. Il Treasury decennale è sceso al -1,24%, mentre il tratto a cinque anni si è posizionato intorno al 3,95% e il biennale al 3,7 (-1,3%). Non da meno è stato il rendimento del Btp a 10 anni che ieri è sceso dal 4 al 3,7% circa, con un crollo simile a quando Mario Draghi pronunciò il suo famoso «whatever it takes» (in quel caso il calo giornaliero fu da 6,35% a 6,1%).
Si tratta di una dinamica coerente con un ridimensionamento delle aspettative inflazionistiche, in particolare di quelle legate all’energia. In questa direzione si muovono anche i Tips, con il breakeven a 10 anni in discesa verso area 2,25%, segnale che il mercato sta rivedendo al ribasso le pressioni sui prezzi nel medio periodo.
In area euro, il quadro appare più stabile e meno direzionale. Il Bund decennale si attesta al 2,95% (+0,28 pb), mentre i rendimenti degli altri principali titoli sovrani restano su livelli contenuti: l’Oat francese intorno al 3,18% e il Bonos spagnolo al 3,34%. Il Btp decennale si è mantenuto al 3,717%, con uno spread rispetto al Bund di circa 77 punti base. Anche il differenziale Bonos-Bund resta a 44 punti base, indicando una sostanziale stabilità del rischio sovrano lungo tutta la struttura delle scadenze.
Anche sul fronte della politica monetaria il quadro resta impostato su toni comunque restrittivi. I contratti Euribor futures e gli OIS continuano infatti a prezzare un tasso sui depositi della Bce intorno in salita entro la fine dell’anno, segnalando che il mercato non si attende un allentamento imminente. Negli Stati Uniti, i Fed Funds futures indicano un percorso simile: il livello dei tassi resta elevato e gli eventuali tagli vengono visti come graduali e non immediati.
Il movimento più marcato della giornata si è comunque registrato ieri sulle materie prime, in particolare sull’energia. Il Wti è sceso a 94,64 dollari, con un calo del 16,21%, mentre il Brent si è portato a 95,73 dollari (-13,62%).
Anche il gas naturale ha seguito la stessa direzione, scendendo a 3,22 (-3,91%). Sul fronte dei metalli, il rame ha guadagnato il 3,92% a 5,7615, riflettendo un miglioramento delle aspettative cicliche, mentre l’alluminio ha registrato un rialzo più contenuto e il ferro si è mantenuto sostanzialmente stabile.
L’oro, in aumento a 4.786,37 (+2,17%), continua invece a beneficiare di una domanda di copertura ancora presente nei portafogli.
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Ansa
Processo di appello bis per il trentatreenne Alessandro Impagnatiello: la Cassazione ha accolto il ricorso della Procura generale circa l’aggravante della premeditazione nell’omicidio di Giulia Tramontano, compagna dell’imputato, da lui uccisa con 37 coltellate il 27 maggio 2023, mentre era al settimo mese di gravidanza, a Senago, nel Milanese, nell’abitazione della coppia. «Quello di Giulia Tramontano fu un agguato organizzato e premeditato», sostiene la Procura generale, che aveva richiesto un ulteriore processo di appello proprio per il riconoscimento dell’aggravante.
Secondo la ricostruzione della pg Elisabetta Ceniccola, gli elementi emersi delineano un quadro niente affatto compatibile con un impeto repentino. Troppi i dettagli ben pianificati: la rimozione del tappeto di casa, la scelta dell’arma, il tempo trascorso tra l’ideazione e l’esecuzione dell’omicidio sono indice di una volontà manifesta e organizzata. «Tra il progetto e l’azione c’è stato molto tempo per riflettere, l’imputato era arrivato alla conclusione di quella che sarebbe stata la propria azione omicidiaria», rimarca il magistrato. Nel giudizio di secondo grado, l’ex bartender dell’Armani Bamboo Bar di Milano era stato condannato all’ergastolo, ma la premeditazione non era stata inclusa tra le aggravanti. Quest’ultima era stata valutata in primo grado assieme a numerosi elementi, come il rapporto affettivo tra assassino e vittima, e la crudeltà dell’azione. Il dubbio sulla premeditazione era legato ai tentativi di Impagnatiello di interrompere la gravidanza della vittima somministrandole di nascosto veleno per topi, come testimoniano le ricerche effettuate online dall’imputato fin dal 2022. Per la Corte d’Appello, in una prima istanza, Impagnatiello avrebbe voluto provocare un aborto, ma uccidere la donna non era tra i suoi scopi primari. Ora si fa strada l’aggravante di una strategia delittuosa studiata a lungo. I giudici di secondo grado hanno anche respinto la richiesta dell’avvocato Giulia Gerardini, rappresentante della difesa, di accedere alla giustizia riparativa, sottolineando come l’imputato non abbia ancora «sviluppato una reale consapevolezza critica delle ragioni e degli impulsi alla base del gesto, né intrapreso un autentico percorso di responsabilizzazione e rielaborazione personale».
Per Nicodemo Gentile, avvocato dei Tramontano è «una decisione da accogliere con favore perché l’imputato è un uomo privo di empatia, caratterizzato da un evidente gelo interiore. Ha ucciso per spirito punitivo: una eliminazione lucidamente pianificata della compagna e del bambino che portava in grembo». La vicenda è tragica e ha monopolizzato le attenzioni della cronaca fin dal ritrovamento del cadavere di Giulia (che aveva 29 anni). Nata in provincia di Napoli, si era trasferita a Milano nel 2018 per svolgere il mestiere di mediatrice immobiliare e andare a vivere con Impagnatiello, già padre di un bambino di 6 anni avuto da una precedente relazione. Il 28 maggio 2023, il giorno successivo al delitto, il barman denunciò ai carabinieri la scomparsa di Giulia. Dichiarò di averla vista alla mattina sul letto, in pigiama, mentre lui usciva di casa per andare a lavorare, ma il suo racconto risultò subito contraddittorio. Venne escluso un allontanamento volontario, si mobilitò la trasmissione tv Chi l’ha visto?. Fino a scoprire che Giulia aveva da qualche tempo parlato con una collega del fidanzato, una donna Italo-inglese che le aveva raccontato di esserne da tempo l’amante e di aver abortito perché rimasta incinta di lui. Nell’auto di Impagnatiello vennero ritrovate tracce biologiche della Tramontano che spinsero gli inquirenti a indagarlo per omicidio.
Accusa ammessa dallo stesso indagato tra il 31 maggio e il primo giugno dello stesso anno. L’uomo fornì indicazioni per il ritrovamento del cadavere: Giulia risultò essere stata uccisa con 37 coltellate, nessuna delle quali però inferta su un punto vitale. La donna sarebbe dunque morta per dissanguamento. L’assassino improvvisò due tentativi di bruciare il suo corpo: prima nella vasca da bagno di casa, poi all’aperto, in un campo, con della benzina. Nella cronologia web di lui, emerse pure che aveva effettuato ricerche su come sbarazzarsi dei cadaveri e sulla quantità di veleno per topi necessaria a uccidere una persona. Proprio nel sangue della vittima furono riscontrate tracce di topicida, e alcune amiche di Giulia raccontarono di come, da molti mesi, lei lamentasse forti dolori allo stomaco. Il proposito a poco a poco è diventato chiaro: tentare di porre fine alla gravidanza della fidanzata perché d’intralcio alla sua carriera e alla sua relazione con l’amante, fino al punto di ammazzare la fidanzata stessa.
Ammazzò l’amante con il pancione. Condanna ridotta con la Cartabia
Quando il 9 luglio scorso la Corte d’assise di Treviso aveva condannato all’ergastolo il kosovaro Bujar Fandaj per l’omicidio della ventisettenne Vanessa Ballan i genitori della giovane, dopo essere scoppiati in un pianto liberatorio avevano commentato: «È fatta giustizia, ma non è una vittoria».
Ma adesso, in virtù di una norma introdotta dalla riforma Cartabia - che prevede una riduzione della pena qualora l’imputato già condannato in primo grado rinunci al ricorso per il successivo grado di giudizio - la pena pronunciata nel luglio dello scorso anno nei confronti di Fandaj è stata convertita in una detenzione di 26 anni e 10 mesi, grazie al raggiungimento di un’intesa tra le parti in occasione dell’apertura del processo d’appello.
L’omicidio, che aveva colpito per la sua particolare efferatezza, è avvenuto il 19 dicembre 2023 nell’abitazione della donna a Riese Pio X. Vanessa, che era in attesa del secondo figlio, venne sorpresa dal suo assassino che si era introdotto in casa e accoltellata a morte. All’uomo era stato contestato il reato di omicidio volontario con l’aggravante della premeditazione, della precedente relazione affettiva e del fatto che la vittima era incinta.
A inchiodare Fandaj, imbianchino edile residente ad Altivole, a pochi chilometri di distanza da Riese Pio X, erano stati anche i frame di un video di una telecamera di sicurezza di un’abitazione vicina a quella di Vanessa. Nelle immagini si vedeva un uomo, con gli abiti che indossava Fandaj quando è stato fermato, e con una corporatura compatibile, mentre si aggirava nella zona nella tarda mattinata del giorno dell’omicidio, gettando nel giardino un borsone nero, lo stesso sequestrato con attrezzi e strumenti di lavoro. All’interno c’era anche un martello con scritto il nome dell’azienda dove lavorava l’omicida, abbandonato sul luogo del delitto e usato per entrare nella casa rompendo il vetro di una portafinestra. In mano agli inquirenti c’era poi anche un coltello, con il manico di legno e con una lama di 20 centimetri, recuperato nel lavello della cucina, dove era stato in parte lavato.
La donna fu trovata priva di vita dal compagno al suo rientro a casa, con varie ferite di arma da taglio. I sospetti si erano concentrarti subito su Fandaj con il quale, in precedenza, Ballan aveva intrattenuto una relazione sentimentale clandestina, interrotta però nell’estate del 2023 per decisione della stessa.
Una scelta che l’uomo che poi diventerà il suo assassino non avrebbe accettato e per la quale si sarebbe vendicato inviando all’utenza telefonica del convivente della donna immagini esplicite del rapporto clandestino intercorso con la sua compagna.
Per questo Fandaj fu anche denunciato per stalking e revenge porn, iniziativa che riuscì a porre fine per qualche tempo agli atti persecutori, fino a quando l’uomo avrebbe scelto di «punirla» nel modo più cruento.
E proprio per questo, nei giorni successivi al delitto, dopo le ammissioni del procuratore di Treviso a proposito della sottovalutazione della situazione di pericolo per Vanessa (che aveva presentato una denuncia contro Fandaj, accompagnata dal marito e padre del loro bimbo di 4 anni), il ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva chiesto agli uffici del dicastero di via Arenula di acquisire una relazione dettagliata.
Al momento del delitto la Ballan, cassiera in un supermercato del posto e già madre di un bambino, aveva da poco iniziato un periodo di assenza per la seconda maternità. Entrato nell’abitazione della coppia forzando una porta finestra, Bujar aggredì la giovane colpendola con un coltello per otto volte prima di andarsene per cercare di organizzare un tentativo di allontanamento dall’Italia. L’uomo fu tuttavia fermato dai carabinieri poche ore dopo in casa sua e ammise le proprie responsabilità pur cercando, in seguito, di negare la premeditazione del gesto.
Durante la prima udienza del processo, iniziato a febbraio del 2025, l’imputato si era detto disponibile a seguire un percorso di giustizia riparativa che, con il consenso dei familiari della vittima, gli avrebbe consentito di accorciare la pena futura di circa un terzo. L’opzione era però stata respinta dai legali dei familiari di Vanessa.
Il pm però, nonostante l’efferatezza del delitto, non aveva chiesto l’ergastolo per Fandaj, ma una pena di 28 anni. I giudici tuttavia avevano deciso per il massimo della pena.
Adesso l’accordo tra la Procura generale di Venezia e il condannato ribalta tutto, e Fandaj sconterà una pena ancora più bassa di quella chiesta dall’accusa durante il processo di primo grado. Con non pochi vantaggi per il kosovaro.
Grazie i benefici previsti dall’ordinamento penitenziario per la buona condotta, Fandaj potrebbe già avere accesso alle misure alternative e alla libertà vigilata dopo aver scontato circa 10 anni di carcere.
I familiari e i legali di Vanessa, che non hanno avuto modo di incidere sull’accordo raggiunto fra accusa e difesa, non hanno commentato la decisione.
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Nel riquadro l'ex magistrato e giudice di Cassazione Carlo Maria Grillo (Imagoeconomica)
A conti rifatti, meno di due milioni di voti (su 28.300.000 di effettivi elettori) hanno separato i due schieramenti. Con circa un milione di voti in più di quelli ottenuti, quindi, il fronte del Sì avrebbe prevalso. Sarebbe stato sufficiente che i «musulmani d’Italia» che hanno votato (circa 1.200.000, a detta di Roberto Hamza Piccardo, figura apicale dell’islam italiano, e di suo figlio Davide, che ne segue la scia) non avessero fedelmente eseguito l’ordine di scuderia. E che fossero stati meno determinati i tifosi del reddito di cittadinanza, speranzosi di riottenerlo con la caduta dell’attuale governo, come dimostra il crollo del Sì nelle regioni meridionali (anche in quelle a guida centrodestra), nonostante i voti di malavitosi, pregiudicati e delinquenti vari.
Gli italiani «residui» dunque, e cioè i non islamici e redditieri (di cittadinanza) per intenderci, hanno invece chiaramente espresso - e a larga maggioranza - la disistima, se non la sfiducia, per questa magistratura e quindi per questa giustizia da essa rappresentata, con buona pace dei magistrati bellaciaoisti, palesemente indipendenti e apolitici, dunque sicuramente «affidabili».
Ecco perché è stata, a mio avviso, una «vittoria di Pirro». L’Associazione nazionale magistrati (Anm) - a sostanziale guida «democratica» anche se col paravento di un presidente amico, scelto tra i magistrati dell’opposta fazione - non può prescindere dai risultati di questo referendum, apparentemente stravinto: deve farsene invece una ragione e darsi finalmente una regolata, visto che nessun governo ci è finora riuscito.
Ma non ci fidiamo. E per fortuna non è il solo antidoto. Infatti, considerato che la cordata per il No è stata di fatto tirata proprio dall’Anm, per non rinunciare all’abituale «occupazione» del Consiglio superiore della magistratura (Csm) - attraverso l’elezione pilotata di esponenti delle correnti che la compongono (e perciò a loro volta pilotabili) - sarebbe sufficiente recidere tale liaison dangereuse, cioè il cordone ombelicale che lega l’Anm (sindacato unico dei magistrati, rappresentandone formalmente oltre il 95%) al Csm, organo di rilevanza costituzionale, presieduto dal presidente della Repubblica a garanzia dell’autonomia e indipendenza della magistratura. Occorre però muoversi non in ambito legislativo, percorso rivelatosi molto ostico, ma più callidamente. Operazione ardua, è vero, ma non impossibile.
Indicherò due vie alternative che ritengo entrambe percorribili. La prima l’ho personalmente imboccata nel 2015, con alcuni eroici colleghi giudici tributari. Pochi sanno che anche la giustizia tributaria (dal 1996) ha il proprio Consiglio superiore (ad imitazione del Csm per i magistrati ordinari) ma che, non essendo previsto in Costituzione, si chiama Consiglio di presidenza, come del resto quelli che governano la giustizia amministrativa e la giustizia contabile. Ebbene, giacché i cattivi esempi sono i più seguiti, alcuni importanti magistrati ordinari, che avevano già fatto parte del Csm, tutti in quota «Unità per la Costituzione», la premiata ditta Palamara per intenderci, costituirono l’Associazione magistrati tributari (Amt), sulle orme dell’Anm, occupando poi, attraverso essa e con la stessa sperimentata metodologia, il Consiglio di presidenza della giustizia tributaria (Cpgt). Con l’aggravante però che - a differenza dell’Anm, aperta a diverse correnti - l’Amt era di fatto espressione solo di quella sopra menzionata, con la ovvia conseguenza che chi non ne faceva parte non avrebbe mai avuto voce in capitolo, né potuto aspirare al «soglio» del Cpgt. Dopo aver tentato invano di far sentire voci dissenzienti all’interno dell’Amt, si rese inevitabile una scissione, dandosi vita ad una distinta associazione sindacale, l’Unione giudici tributari (Ugt) che, pur restando sempre minoritaria, ha fatto sentire tuttavia la propria voce sia a livello consultivo che propositivo, riuscendo anche a far eleggere propri esponenti in tutte le successive consiliature, compresa quella in corso.
Questa prima via, quantunque non agevole, la si è voluta ricordare e indicare proprio perché potrebbe essere intrapresa anche da quei magistrati ordinari che non si sentono rappresentati da questa Anm, geneticamente modificata ormai in soggetto politico, tanto da costituire e finanziare un Comitato per contrastare la proposta di una legge costituzionale ritualmente adottata dal Parlamento. Il potere giudiziario contro quello legislativo, pregiudicando il perfetto equilibrio tra i poteri dello Stato predicato da Montesquieu. La creazione di un’altra associazione, e non di un’ulteriore corrente dell’Anm - che col tempo si uniformerebbe alle esistenti, partecipando all’indegno e tristemente noto «mercato delle indulgenze» - è favorita anche dalla circostanza che solo il 25% circa dei magistrati iscritti all’Anm risulta aderire ad una delle quattro attuali correnti, forse perché non ne condividono appieno l’orientamento o per restare indipendenti, per non esporsi o altro.
Quindi la creazione di una diversa associazione di categoria potrebbe essere attrattiva per gli oltre 6.000 magistrati «agnostici», sempre che si munisse degli anticorpi per non diventare un duplicato dell’Anm con ogni sua negatività. Ci si riferisce soprattutto al «correntismo», degenerazione delle correnti, queste assolutamente indispensabili invece per assicurare la dialettica di idee e di valori. Sarebbe anche auspicabile che la costituenda associazione, per individuare i candidati al Consiglio superiore, facesse ricorso al tanto deprecato «sorteggio» in modo da fugare ogni tentazione di correntismo e di nepotismo. Ritengo, poi, molto importante che lo Statuto di tale nuovo soggetto - pur con le debite differenziazioni e peculiarità - esplicitasse la piena compatibilità e la non conflittualità con quello dell’Anm, rendendo così possibile l’appartenenza ad entrambe le associazioni. Ricordo, infine, che la presenza di due associazioni di categoria non è nuova per la nostra magistratura; infatti, quando vi ho fatto ingresso nel 1969, oltre all’Anm, era in vita, e lo è rimasta per quasi un decennio, anche l’Umi (Unione magistrati italiani), poi confluita nell’Anm.
La seconda possibilità di smuovere l’attuale critica situazione stagnante, in cui è adagiata la magistratura, prescinde dalla creazione di una seconda associazione di categoria, quindi appare a prima vista di più facile attuazione, ma invece è forse ancora maggiormente impegnativa sotto il profilo operativo, sebbene con l’attuale livello di informatizzazione e possibilità di incrociare dati, la ritengo tuttavia una strada percorribile. È un’utopia, ma potrebbe davvero recidere quel nefasto collegamento tra Anm e Csm, rispettando tuttavia l’art. 104 della Costituzione, che prescrive l’elettività dei componenti dello stesso. La considerazione di partenza è che non sono segreti né gli elenchi dei magistrati in servizio, né quelli dei magistrati iscritti all’Anm (da cui si possono evincere i non iscritti), così come quelli dei magistrati aderenti alle varie correnti. Tutti costoro infatti hanno autorizzato il ministero di Giustizia alle ritenute mensili sullo stipendio, relative alla quota d’iscrizione all’Anm e anche eventualmente ad una corrente. E allora, una volta raccolti i dati dei magistrati non iscritti all’Anm e di quelli iscritti ma non ufficialmente aderenti ad una corrente, ovviamente con ogni cautela per assicurare il rispetto della privacy, sarebbe sufficiente un interpello personale per sapere, innanzitutto, chi di essi acconsenta ad essere sorteggiato come candidato per il Csm; in secondo luogo, chi assicuri comunque di votare i candidati che risulteranno sorteggiati. Ovviamente il sorteggio dovrebbe essere assicurato con ogni garanzia e la massima trasparenza. Se si riuscisse a creare una banca dati ed effettuare un coordinamento del genere – ma, come ho detto, sembra utopico – una base di 5/6.000 magistrati assicurerebbe, con un’attenta regia di spartizione voti, l’elezione di quasi tutti e venti i componenti togati del Csm, espropriando così di fatto l’Anm della sua più importante funzione e di ogni prospettiva politica. E anche by-passando le «forche caudine» della legge costituzionale. Idee, suggestioni, forse utopie. Per non demordere.
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