Il più grande pogrom su suolo europeo prima della Seconda guerra mondiale esplode nel quattordicesimo secolo: gli ebrei sono massacrati per l’accusa di aver causato la peste. Il 9 gennaio 1349 quasi tutta la popolazione ebraica di Basilea fu massacrata. Anche in Germania, Svizzera e Francia la popolazione ebraica fu accusata di aver avvelenato le fonti d’acqua e di aver causato una moria diffusa tra i cristiani. L’imperatore del Sacro romano impero Carlo IV aveva emanato un editto secondo il quale tutte le proprietà degli ebrei uccisi per il loro presunto coinvolgimento nella diffusione della peste potevano essere impunemente confiscate dai loro vicini cristiani. Lo sterminio degli ebrei si moltiplicò. A Strasburgo, il 10 febbraio 1349, fu rovesciato il governo comunale e istituito un cosiddetto governo del popolo. Gruppi di uomini armati e inferociti andarono il 14 a prelevare gli ebrei dalle loro case, dove erano riuniti per lo Shabat. Il giorno stesso sono stati bruciati su enormi roghi eretti nel cimitero ebraico, donne, uomini e ragazzi, un totale di circa 2.000 persone. Furono salvati solo i bambini più piccoli, consegnati poi a famiglie cristiane.
L’ultimo pogrom su suolo europeo si è avuto in Polonia nel 1946, un anno dopo la fine della Seconda guerra mondiale a Kielce, una quarantina di ebrei furono uccisi e una cinquantina feriti. Erano tutti reduci dai campi. Era tutto quello che era rimasto. Non è stato solo Hitler. L’odio mortale per l’ebreo è una costante della storia europea. Poi l’antisemitismo è stato sospeso: troppo disonorato da Hitler. È risorto dopo il 1974 sotto forma di antisionismo. Fino a 1974 sapevamo che gli israeliani erano i buoni. Tutti avevamo il tifo per loro nella Guerra dei sei giorni. Dopo la sconfitta della guerra del Kippur, visto che non potevano distruggere Israele militarmente, i signori del petrolio hanno puntato su una guerra diversa: le burocrazie dell’Onu e dell’Unione europea sono state comprate, fiumi di denaro sono stati investiti per giornalisti, scrittori, uomini politici per la beatificazione del terrorismo palestinese e la demonizzazione di Israele. Il terreno era fertile.
Era lo stesso mondo che aveva visto la Shoah, uno sterminio avvenuto su terre cristiane, ad opera di uomini al 95% battezzati. Dalla nascita dello stato di Israele c’è un tratto ricorrente, quasi strutturale, nella storia dell’antisemitismo europeo e mediorientale: l’idea che, qualunque cosa accada, gli ebrei possano sottrarsi all’accusa morale solo accettando la propria vulnerabilità fino all’annientamento. Il contenuto delle accuse cambia nel tempo, il linguaggio si aggiorna, i riferimenti simbolici si adattano alla sensibilità dell’epoca, ma l’esito del ragionamento resta sorprendentemente stabile. Se gli ebrei non vogliono «passare dalla parte del torto», devono rinunciare a difendersi.
Nel corso dei secoli, questo discorso ha assunto forme diverse, spesso internamente coerenti, talvolta persino persuasive per i contemporanei. Nel Medioevo cristiano, l’accusa centrale era quella di deicidio, un’accusa folle e demente. Dio non si può uccidere. Gesù è morto non per volontà del sinedrio, ma per volontà del Padre. Il popolo eletto che aveva custodito la Sua nascita, ha dovuto custodire la Sua morte, perché è la Sua morte il trionfo, è la Sua passione che ha sottratto l’umanità al demonio. Su questa accusa si fondavano le altre, una su tutte il contagio della peste. In età moderna, con l’emancipazione ebraica, l’ostilità si è tradotta in stereotipi economici e politici: l’ebreo usuraio, cosmopolita, cospiratore. Nel Novecento, l’antisemitismo razziale ha fornito una giustificazione «scientifica» allo sterminio. Ogni epoca ha prodotto il proprio apparato argomentativo, adeguato al clima culturale del tempo. Dopo la Shoah, sembrava che alcune forme di discorso fossero definitivamente screditate. L’antisemitismo esplicito, biologico o teologico, è diventato inaccettabile nello spazio pubblico occidentale. Ma il problema non è scomparso: si è trasformato.
Oggi, in larga parte del dibattito politico e mediatico, la questione ebraica riemerge quasi esclusivamente attraverso Israele. Ed è qui che il vecchio schema torna a funzionare. Nel contesto del conflitto israelo-palestinese, e in particolare dopo l’atrocità delle stragi compiute da Hamas, dopo che ostaggi anche bambini sono stati trascinati tra ali di «civili» festanti che li prendevano a calci e sputavano loro addosso, dopo che ostaggi, inclusi due bimbetti dai capelli rossi, sono stati torturati, affamati e assassinati nel tunnel, durante la guerra a Gaza, si è diffusa una narrazione secondo cui Israele, per non essere moralmente condannabile, dovrebbe rinunciare all’uso della forza anche quando subisce attacchi deliberati contro civili e rapimenti di massa.
Le vittime israeliane vengono rapidamente assorbite nello sfondo, mentre il centro del discorso si sposta sulle conseguenze delle operazioni militari israeliane sulla popolazione palestinese, in particolare sui bambini. Le sofferenze di Gaza enfatizzate con una potenza mediatica mai vista prima, diventano il perno morale attorno a cui si riorganizza l’intero giudizio. La legittima difesa israeliana viene resa concettualmente impossibile. Hamas può colpire civili, nascondersi tra la popolazione, usare infrastrutture civili per scopi militari; Israele, invece, sembra non avere alcuna opzione moralmente accettabile. Ogni risposta è definita come sproporzionata per definizione.
La conclusione implicita è sempre la stessa: se Israele vuole restare «dalla parte giusta della storia», deve subire. Questo meccanismo non è nuovo. Ci sono almeno due elementi che ricorrono costantemente nella lunga durata storica dell’antisemitismo. Il primo è la trasformazione di identità o qualifiche ebraiche in insulti. In passato, «ebreo» era sinonimo di avaro o infido nel linguaggio popolare europeo. Oggi, in molti contesti, «sionista» viene usato non come termine politico descrittivo, ma come etichetta morale negativa, equivalente a persona crudele, manipolatrice o intrinsecamente malvagia. È un passaggio significativo: si evita il riferimento diretto all’ebreo, ma se ne conserva la funzione stigmatizzante. Il secondo elemento è l’appropriazione selettiva di simboli ebraici che non possono essere facilmente delegittimati. Gesù viene presentato come palestinese e contrapposto ai «sionisti», la Shoah viene evocata per costruire analogie rovesciate, i bambini palestinesi diventano il fulcro di una retorica che richiama esplicitamente l’immaginario della persecuzione ebraica. Non si tratta semplicemente di empatia per le vittime civili, ma di una sostituzione simbolica: l’ebreo non è più la vittima archetipica, bensì il persecutore che ha usurpato quel ruolo. Le vittime civili sono fortunatamente poche, ma tutti prendono per buoni gli assurdi numeri di vittime forniti da Hamas, o, in molti casi, li aumentano.
In questo quadro, chi rifiuta di aderire completamente a questa narrazione viene rapidamente classificato come «disumano», privo di empatia, indifferente alla sofferenza dei civili. È un’accusa potente, perché non riguarda le analisi o le soluzioni politiche, ma il carattere morale della persona. E colpisce non solo chi agisce in malafede o per puro odio ideologico, ma anche persone sinceramente convinte di stare dalla parte dei diritti umani. Ed è forse questo l’aspetto più inquietante: la sensazione che, ancora una volta, il discorso sia costruito in modo quasi perfetto. Non grossolano, non apertamente antisemita, non facilmente smontabile con un richiamo ai precedenti storici. Un discorso che consente di sentirsi giusti, compassionevoli, solidali con gli oppressi - e che tuttavia produce, come risultato finale, la stessa conclusione di sempre: gli ebrei possono essere accettati solo come vittime passive. Nel momento in cui agiscono, nel momento in cui si difendono, diventano colpevoli.
La storia mostra che questo schema non è mai stato innocuo. Ogni volta che si è affermata l’idea che gli ebrei dovessero «abbozzare» per il bene superiore della società, il passo successivo è stato giustificare la loro esclusione, persecuzione o eliminazione. Le ragioni addotte cambiavano; la logica sottostante no. Occorre rifiutare un dispositivo morale che, ancora una volta, chiede a un popolo di dimostrare la propria innocenza rinunciando al diritto fondamentale di sopravvivere.
Il rilancio fino a livelli mortali del nuovo antisemitismo passa dal vittimismo palestinese. L’islamizzazione dell’Europa passa dal vittimismo palestinese. Una guerra risolvibile e già risolta da ottimi trattati di pace che avrebbero dato uno stato ai palestinesi diventa eterna grazie al vittimismo palestinese.