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2022-05-26
Sui corridoi per il grano Mosca apre ma l’Ucraina si oppone alle trattative
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La possibile crisi alimentare globale dovuta al blocco delle esportazioni di grano dall’Ucraina non è più solo uno «spettro». Ormai il «fattore grano» è elemento concreto e decisivo per le azioni da intraprendere al fine di evitare il disastro mondiale. Paesi europei, africani e asiatici contano sulle forniture di Kiev e di Mosca per non ritrovarsi ridotti alla fame. L’export delle derrate, però, avviene per il 95% via mare e i porti ucraini non sono in condizione di poter operare: Mariupol e Berdiansk nel Mar d’Azov sono sotto il controllo dell’esercito russo. Lo stesso è per Kherson nel Mar Nero, dove si trova anche Mykolayev che ha subito ingenti danni. Odessa è bloccata, circondata da mine russe.
Scorte di grano restano dunque stoccate negli hangar portuali, dove si teme che possano finire in due modi: marcire o essere rubate dai russi. Polemiche e sospetti, su questo secondo punto, hanno creato alcune immagini che mostrerebbero due navi russe nel porto di Sebastopoli - in Crimea - mentre caricano quello che si ritiene possa essere grano ucraino rubato. Il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba, in merito, aveva dichiarato: «Non acquistate quel grano, non diventate complici dei crimini russi. Il furto non ha mai portato fortuna a nessuno».
In questo quadro, le teorie messe in campo per tentar di sbloccare lo stallo sono molteplici, ma una ha già subito la bocciatura di Mosca. Il Regno Unito sta discutendo con alcuni Paesi alleati a proposito della possibilità di inviare navi da guerra nel Mar Nero per proteggere le imbarcazioni mercantili che trasportano grano ucraino. La Russia ha gelato gli entusiasmi inglesi: il viceministro degli Esteri russo, Andrei Rudenko, ha chiarito che un’ipotesi del genere «aggraverebbe seriamente la situazione nel Mar Nero». Del resto, l’operazione implica un aspetto militare: si tratta di garantire la sicurezza dei porti da cui partono le imbarcazioni, il che solleva anche il tema della fornitura di armi necessarie a difendere le navi stesse da eventuali attacchi russi. Ma l’Unione europea insiste su questa strada. Il vicepresidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, ha parlato al Forum economico mondiale di Davos di una crisi alimentare creata «deliberatamente dalla Russia» e ha rilanciato l’ipotesi di «corridoi resi sicuri dall’assistenza militare» per assicurare l’export di cereali. Per l’Ue resta questo il metodo più veloce per sbloccare le forniture di Kiev.
I corridoi, che vengono bocciati da Mosca nella loro versione «militarizzata», vengono avversati anche dalla stessa Ucraina, pur se per motivi diversi. La Russia si è resa infatti disponibile ad aprire la strada ai cereali in uscita - senza però la presenza di navi militari straniere - in cambio della revoca di alcune sanzioni nei suoi confronti. «Qualsiasi politico o funzionario straniero che possa pensare di accettare questo gioco dovrebbe prima visitare le tombe dei bambini ucraini uccisi e parlare con i loro genitori», ha commentato il ministro ucraino Kuleba. Anche l’Onu spinge affinché i russi consentano l’esportazione sicura del grano e diano accesso pieno e illimitato di cibo e fertilizzanti prodotti dalla Russia ai mercati mondiali. «Sono in stretto contatto su questo tema con Russia, Ucraina, Turchia, Usa, Ue e altri Paesi chiave», ha assicurato il segretario generale delle Nazioni unite, Antonio Guterres.
Proprio il ruolo della Turchia sarebbe fondamentale per rompere il blocco navale russo e aprire un corridoio da Odessa attraverso il Bosforo. A queste strade se ne aggiunge un’altra, l’unica sulla quale Mosca non sembra avere preclusioni ma che non è certo agevole come lo sblocco dei porti. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, infatti, ha dichiarato che «la parte russa non sta impedendo all’Ucraina di trasportare il grano con il treno». Il primo treno merci con un carico di grano dall’Ucraina è arrivato infatti in Lituania passando attraverso la Polonia. La Lituania è un altro dei Paesi il cui ruolo si sta rivelando fondamentale. Oltre a dare appoggio per il trasporto via terra fino a Vilnius e poi di lì verso i porti baltici, sta animando il dibattito sulla protezione delle navi mercantili nel Mar Nero. Il ministro degli Esteri lituano, Gabrielius Landsbergis, è uno dei protagonisti del piano (come si è visto, contrastato dalla Russia) per la creazione di una coalizione che si occupi della protezione delle navi mercantili nel Mar Nero.
Al «brainstorming» su come evitare la crisi globale, si aggiunge infine la necessità di sminare le aree portuali, per evitare che il trasporto di grano si risolva in una catena di incidenti. Sul punto, Mosca tenta di essere rassicurante, comunicando che cinque navi straniere hanno lasciato il porto di Mariupol dopo che sono state completate le operazioni di sminamento. Si spera che lo schema possa essere applicato in futuro, raggiunti eventuali accordi.
Spighe d’oro, speculazione in corso
La balla del grano. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, parlando al World economic forum si è un po’ allargata sulle cifre. Ha detto che Vladimir Putin, tra le innumerevoli nefandezze, ruba il grano degli ucraini (si parla di una nave a Odessa con 400.000 tonnellate) e usa la fame come arma. Ha aggiunto che in Ucraina sono bloccate 20 milioni di tonnellate di grano. Però il grano andrebbe chiesto non a Putin, ma a Joe Biden.
L’Ucraina è solo il decimo produttore, con 26 milioni di tonnellate, che valgono il 10% del grano tenero mondiale. Le navi bloccate fanno venire meno le forniture ai Paesi che dipendono da questi semi. Però bisogna spiegare che dall’Ucraina comprano essenzialmente Egitto, Turchia, Tunisia e un altro paio di Paesi africani. Il grosso semmai viene dalla Russia. Ammesso e non concesso che la von der Leyen abbia ragione a dire che sono bloccate 20 milioni di tonnellate, significa affermare che da giugno scorso, quando si fa la mietitura, a oggi, l’Ucraina non ha venduto neppure un chicco di grano. Ma la stessa baronessa ha affermato che l’Ucraina fino a prima della guerra ha spedito 5 milioni di tonnellate al mese.
Se c’è del grano stoccato è perché si è voluto speculare: il prezzo del grano sale dal settembre scorso e quel grano è nelle mani degli oligarchi ucraini grandi elettori di Volodymyr Zelensky e delle società americane, al netto del 30%, che è dei cinesi. I primi dieci Paesi produttori sono: Cina 126 milioni di tonnellate, India 95 milioni (che ha bloccato l’export), Russia 60 milioni, Usa 55 milioni, Francia 39 milioni, Canada 29 milioni, Germania 28 milioni, Australia 29 milioni, Pakistan e Ucraina 26 milioni. In Europa ci sono due Paesi, Francia e Germania, che contano e l’Ucraina non è la soluzione della fame nel mondo. Il problema peraltro non è la scarsità di prodotto, ma il prezzo. Di questo ovviamente a Davos non si parla perché significa disturbare i manovratori. È vero però che sulle navi bloccate a Odessa ci sono almeno 3 milioni di tonnellate che se liberate potrebbero contribuire a raffreddare i prezzi. Darsi da fare per farle arrivare ai mercati è necessario. Certo, a bordo treno che al massimo porta 1.500 tonnellate è come svuotare il mare con un cucchiaio. E sia detto per inciso il trasporto via ferro del grano è uno studio della statunitense Cargill che nel 2015 ha ottimizzato il trasporto ferroviario dando come standard convogli da 100 vagoni. Che però non possono viaggiare in quella parte d’Europa perché lo scartamento dei binari è ancora quello sovietico.
Conviene consultare le statistiche dell’International grain council, che è una sorta di Onu delle spighe. Le ultime stime aggiornate al 19 maggio dicono che il totale atteso della produzione mondiale di cereali è di 2.251.000.000 di tonnellate, il frumento rappresenta circa il 35%. Le scorte sono pari a 580 milioni di tonnellate e il consumo totale atteso di cereali è di 2.279.000.00. Oltre la metà viene consumato per produrre bioenergia. Avremo quest’anno 769 milioni di tonnellate di grano (tra tenero e duro) e se ne consumeranno 780 milioni. Restano disponibili scorte per 271 milioni di tonnellate. Allora il problema della fame dove sta? Sta nel prezzo che è schizzato a settembre ben prima della guerra in Ucraina e che certo il conflitto ha acuito. È il prezzo che taglia fuori i Paesi del Nord e Centro Africa. E il prezzo chi lo fanno? Gli amici di Biden. Il commercio mondiale del grano, compreso quello ucraino, è in mano a quattro player che intermediano circa il 75%. Vale grosso modo 125 miliardi di dollari. Russia e Ucraina insieme fanno il 17% dell’export mondiale. Per il grano tenero la Russia è il primo esportatore con il 20%, l’Ucraina il quarto con poco meno del 10%. Le quattro sorelle della spiga - tre americane e una franco-belga - in totale fatturano 331 miliardi di dollari: Cargill (135 miliardi), Adm (86 miliardi), Bunge (60 miliardi) e Louis Dreyfus (50 miliardi). Forse anche a loro bisognerebbe chiedere uno sforzo per la fame nel mondo.
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Il Cremlino boccia l’idea inglese delle scorte alle navi però ipotizza vie condivise e chiede sconti sulle sanzioni. Poi annuncia: «Mariupol porto aperto». Gli invasi si indignano: «Nessun negoziato, pensate ai bimbi morti».Nonostante gli allarmi di Ursula von der Leyen, il problema dei cereali non è solo la guerra ma il boom dei prezzi. Causato dalle mosse dei quattro player mondiali (e tre sono Usa).Lo speciale contiene due articoli.La possibile crisi alimentare globale dovuta al blocco delle esportazioni di grano dall’Ucraina non è più solo uno «spettro». Ormai il «fattore grano» è elemento concreto e decisivo per le azioni da intraprendere al fine di evitare il disastro mondiale. Paesi europei, africani e asiatici contano sulle forniture di Kiev e di Mosca per non ritrovarsi ridotti alla fame. L’export delle derrate, però, avviene per il 95% via mare e i porti ucraini non sono in condizione di poter operare: Mariupol e Berdiansk nel Mar d’Azov sono sotto il controllo dell’esercito russo. Lo stesso è per Kherson nel Mar Nero, dove si trova anche Mykolayev che ha subito ingenti danni. Odessa è bloccata, circondata da mine russe. Scorte di grano restano dunque stoccate negli hangar portuali, dove si teme che possano finire in due modi: marcire o essere rubate dai russi. Polemiche e sospetti, su questo secondo punto, hanno creato alcune immagini che mostrerebbero due navi russe nel porto di Sebastopoli - in Crimea - mentre caricano quello che si ritiene possa essere grano ucraino rubato. Il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba, in merito, aveva dichiarato: «Non acquistate quel grano, non diventate complici dei crimini russi. Il furto non ha mai portato fortuna a nessuno». In questo quadro, le teorie messe in campo per tentar di sbloccare lo stallo sono molteplici, ma una ha già subito la bocciatura di Mosca. Il Regno Unito sta discutendo con alcuni Paesi alleati a proposito della possibilità di inviare navi da guerra nel Mar Nero per proteggere le imbarcazioni mercantili che trasportano grano ucraino. La Russia ha gelato gli entusiasmi inglesi: il viceministro degli Esteri russo, Andrei Rudenko, ha chiarito che un’ipotesi del genere «aggraverebbe seriamente la situazione nel Mar Nero». Del resto, l’operazione implica un aspetto militare: si tratta di garantire la sicurezza dei porti da cui partono le imbarcazioni, il che solleva anche il tema della fornitura di armi necessarie a difendere le navi stesse da eventuali attacchi russi. Ma l’Unione europea insiste su questa strada. Il vicepresidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, ha parlato al Forum economico mondiale di Davos di una crisi alimentare creata «deliberatamente dalla Russia» e ha rilanciato l’ipotesi di «corridoi resi sicuri dall’assistenza militare» per assicurare l’export di cereali. Per l’Ue resta questo il metodo più veloce per sbloccare le forniture di Kiev. I corridoi, che vengono bocciati da Mosca nella loro versione «militarizzata», vengono avversati anche dalla stessa Ucraina, pur se per motivi diversi. La Russia si è resa infatti disponibile ad aprire la strada ai cereali in uscita - senza però la presenza di navi militari straniere - in cambio della revoca di alcune sanzioni nei suoi confronti. «Qualsiasi politico o funzionario straniero che possa pensare di accettare questo gioco dovrebbe prima visitare le tombe dei bambini ucraini uccisi e parlare con i loro genitori», ha commentato il ministro ucraino Kuleba. Anche l’Onu spinge affinché i russi consentano l’esportazione sicura del grano e diano accesso pieno e illimitato di cibo e fertilizzanti prodotti dalla Russia ai mercati mondiali. «Sono in stretto contatto su questo tema con Russia, Ucraina, Turchia, Usa, Ue e altri Paesi chiave», ha assicurato il segretario generale delle Nazioni unite, Antonio Guterres. Proprio il ruolo della Turchia sarebbe fondamentale per rompere il blocco navale russo e aprire un corridoio da Odessa attraverso il Bosforo. A queste strade se ne aggiunge un’altra, l’unica sulla quale Mosca non sembra avere preclusioni ma che non è certo agevole come lo sblocco dei porti. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, infatti, ha dichiarato che «la parte russa non sta impedendo all’Ucraina di trasportare il grano con il treno». Il primo treno merci con un carico di grano dall’Ucraina è arrivato infatti in Lituania passando attraverso la Polonia. La Lituania è un altro dei Paesi il cui ruolo si sta rivelando fondamentale. Oltre a dare appoggio per il trasporto via terra fino a Vilnius e poi di lì verso i porti baltici, sta animando il dibattito sulla protezione delle navi mercantili nel Mar Nero. Il ministro degli Esteri lituano, Gabrielius Landsbergis, è uno dei protagonisti del piano (come si è visto, contrastato dalla Russia) per la creazione di una coalizione che si occupi della protezione delle navi mercantili nel Mar Nero. Al «brainstorming» su come evitare la crisi globale, si aggiunge infine la necessità di sminare le aree portuali, per evitare che il trasporto di grano si risolva in una catena di incidenti. Sul punto, Mosca tenta di essere rassicurante, comunicando che cinque navi straniere hanno lasciato il porto di Mariupol dopo che sono state completate le operazioni di sminamento. 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L’Ucraina è solo il decimo produttore, con 26 milioni di tonnellate, che valgono il 10% del grano tenero mondiale. Le navi bloccate fanno venire meno le forniture ai Paesi che dipendono da questi semi. Però bisogna spiegare che dall’Ucraina comprano essenzialmente Egitto, Turchia, Tunisia e un altro paio di Paesi africani. Il grosso semmai viene dalla Russia. Ammesso e non concesso che la von der Leyen abbia ragione a dire che sono bloccate 20 milioni di tonnellate, significa affermare che da giugno scorso, quando si fa la mietitura, a oggi, l’Ucraina non ha venduto neppure un chicco di grano. Ma la stessa baronessa ha affermato che l’Ucraina fino a prima della guerra ha spedito 5 milioni di tonnellate al mese. Se c’è del grano stoccato è perché si è voluto speculare: il prezzo del grano sale dal settembre scorso e quel grano è nelle mani degli oligarchi ucraini grandi elettori di Volodymyr Zelensky e delle società americane, al netto del 30%, che è dei cinesi. I primi dieci Paesi produttori sono: Cina 126 milioni di tonnellate, India 95 milioni (che ha bloccato l’export), Russia 60 milioni, Usa 55 milioni, Francia 39 milioni, Canada 29 milioni, Germania 28 milioni, Australia 29 milioni, Pakistan e Ucraina 26 milioni. In Europa ci sono due Paesi, Francia e Germania, che contano e l’Ucraina non è la soluzione della fame nel mondo. Il problema peraltro non è la scarsità di prodotto, ma il prezzo. Di questo ovviamente a Davos non si parla perché significa disturbare i manovratori. È vero però che sulle navi bloccate a Odessa ci sono almeno 3 milioni di tonnellate che se liberate potrebbero contribuire a raffreddare i prezzi. Darsi da fare per farle arrivare ai mercati è necessario. Certo, a bordo treno che al massimo porta 1.500 tonnellate è come svuotare il mare con un cucchiaio. E sia detto per inciso il trasporto via ferro del grano è uno studio della statunitense Cargill che nel 2015 ha ottimizzato il trasporto ferroviario dando come standard convogli da 100 vagoni. Che però non possono viaggiare in quella parte d’Europa perché lo scartamento dei binari è ancora quello sovietico. Conviene consultare le statistiche dell’International grain council, che è una sorta di Onu delle spighe. Le ultime stime aggiornate al 19 maggio dicono che il totale atteso della produzione mondiale di cereali è di 2.251.000.000 di tonnellate, il frumento rappresenta circa il 35%. Le scorte sono pari a 580 milioni di tonnellate e il consumo totale atteso di cereali è di 2.279.000.00. Oltre la metà viene consumato per produrre bioenergia. Avremo quest’anno 769 milioni di tonnellate di grano (tra tenero e duro) e se ne consumeranno 780 milioni. Restano disponibili scorte per 271 milioni di tonnellate. Allora il problema della fame dove sta? Sta nel prezzo che è schizzato a settembre ben prima della guerra in Ucraina e che certo il conflitto ha acuito. È il prezzo che taglia fuori i Paesi del Nord e Centro Africa. E il prezzo chi lo fanno? Gli amici di Biden. Il commercio mondiale del grano, compreso quello ucraino, è in mano a quattro player che intermediano circa il 75%. Vale grosso modo 125 miliardi di dollari. Russia e Ucraina insieme fanno il 17% dell’export mondiale. Per il grano tenero la Russia è il primo esportatore con il 20%, l’Ucraina il quarto con poco meno del 10%. Le quattro sorelle della spiga - tre americane e una franco-belga - in totale fatturano 331 miliardi di dollari: Cargill (135 miliardi), Adm (86 miliardi), Bunge (60 miliardi) e Louis Dreyfus (50 miliardi). Forse anche a loro bisognerebbe chiedere uno sforzo per la fame nel mondo.
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Il quadro resta favorevole anche per il comparto artigiano, che mostra continuità e resilienza: produzione in crescita dello 0,3%, fatturato al +0,2% e ordini esteri in aumento dello 0,7%. Numeri che confermano la capacità delle imprese lombarde, grandi e piccole, di generare valore anche in una fase segnata da tensioni geopolitiche, volatilità dei mercati e rincari delle materie prime.
Su base annua, la Lombardia continua a distinguersi per performance superiori alla media europea. La produzione industriale cresce del 2,4%, mentre l’artigianato segna un +2,0%. Ancora più significativa la dinamica del fatturato: +2,8% per l’industria e +1,9% per l’artigianato. L’export resta uno dei principali punti di forza, con il 38,9% del fatturato industriale realizzato sui mercati internazionali, mentre la domanda interna si rafforza con ordini industriali in aumento del 3,2% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Positivi anche i dati occupazionali: nell’industria il saldo tra ingressi e uscite torna favorevole (+0,4%), mentre nell’artigianato raggiunge il +0,8%. Resta contenuto il ricorso alla Cassa integrazione, a conferma della buona tenuta complessiva del sistema produttivo lombardo.
La crescita appare diffusa in diversi settori manifatturieri. Nell’industria spiccano mezzi di trasporto, legno-arredo, siderurgia, meccanica e sistema moda ad alto valore aggiunto. Nell’artigianato risultano in espansione alimentare, tessile, carta-stampa e manifatture innovative.
Restano, però, forti elementi di preoccupazione. «Teniamo duro ma non è facile», ha detto l’assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia, Guido Guidesi, «ora o c’è un cambiamento radicale rispetto ai vincoli europei e al protagonismo dei territori o rischiamo veramente di uscire dalla competitività».
Sulla stessa linea Gian Domenico Auricchio: «I numeri di questo primo trimestre confermano la tenuta e la forza del nostro sistema produttivo. In uno scenario internazionale complesso, la Lombardia continua a dimostrare competitività, capacità di esportazione e grande qualità manifatturiera».
Più cauto Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia, secondo cui «il 2026 per le imprese si prefigura duro e ricco di incognite». Pasini richiama l’attenzione su guerre, crisi permanenti, prezzi delle materie prime e costi energetici, sottolineando che «chi controlla l’energia e le materie prime controlla la crescita».
Dubbi condivisi anche dal mondo artigiano. «Le principali preoccupazioni degli artigiani, in questo momento, sono sicuramente l’impennata dei costi energetici e dei prezzi delle materie prime in questo contesto di crisi internazionali», ha dichiarato Stefano Fugazza, presidente Unione artigiani Lombardia.
Il quadro complessivo conferma, dunque, una Lombardia ancora forte, competitiva e proiettata sui mercati esteri, ma chiamata ad affrontare nodi strutturali decisivi: energia, materie prime, credito, competenze e ricambio generazionale.
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La Commissione Ue sta preparando l’ennesimo giro di vite sul tabacco con una revisione della direttiva europea (Tpd), il quadro normativo che disciplina sigarette e nuovi prodotti senza combustione. Il primo passo è stato già fatto, con l’avvio della consultazione pubblica. Il punto di partenza è però controverso. L’Evaluation Report pubblicato dalla Commissione, che dovrebbe fornire una valutazione oggettiva delle regole attuali, è stato oggetto di rilievi interni: il Regulatory Scrutiny Board ha infatti espresso un parere negativo su una sua versione preliminare, segnalando l’uso di evidenze incomplete e selettive. Il che fa sorgere il sospetto che dietro a questa partita le motivazioni siano più politiche che altro. A conferma di questo c’è l’assenza, nel dibattito europeo, della valutazione dell’impatto che misure più restrittive avrebbero su un settore pesante nell’economia dell’Unione. È quello che è accaduto quando si è dichiarata guerra all’auto a combustione senza mettere in conto che avrebbe annientato l’industria competitiva europea e aperto le porte ai giganti cinesi del motore elettrico.
Il protocollo è simile: più restrizioni e più divieti con l’aggravante di mettere sullo stesso piano prodotti diversi, con una omogeneità regolatoria. Nel dettaglio, la Commissione sembra orientata a trattare allo stesso modo le sigarette tradizionali, quelle che bruciano il tabacco e producono fumo e i prodotti alternativi come sigarette elettroniche, dispositivi a tabacco riscaldato o prodotti a base di nicotina orale, che non prevedono combustione e quindi presentano profili di rischio differenti. Le conseguenze di questa strategia sarebbero un boomerang per il settore. Il rischio è l’espansione del mercato illecito, già oggi un fenomeno massiccio: miliardi di sigarette illegali circolano ogni anno in Europa, con perdite fiscali stimate nell’ordine di decine di miliardi.
C’è anche un altro aspetto che i regolatori di Bruxelles non tengono presente, ovvero che i prodotti alternativi sono sempre più usati dai consumatori per abbandonare la dipendenza dalle sigarette tradizionali in modo anche totale. Eppure il dibattito europeo tende a non distinguere pienamente tra le diverse categorie di prodotti, mettendo in secondo piano il principio di proporzionalità basato sul rischio. Il rischio è di non centrare gli obiettivi dichiarati. La prevalenza del fumo nell’Ue resta intorno al 24,6% e, secondo le attuali proiezioni, è destinata a scendere solo gradualmente nei prossimi anni, restando ben lontana dal target del 5%. Non per mancanza di norme, ma per l’inefficacia di un approccio che non incide sulle dinamiche reali dei consumatori. C’è uno iato tra la politica di Bruxelles e la realtà del fumo.
In Europa c’è chi si muove diversamente e con risultati concreti. La Svezia ha adottato politiche che hanno consentito la diffusione di prodotti alternativi al consumo di sigarette e il numero di fumatori si è ridotto a livelli inferiori al 5%.
La Commissione però con l’avvio della consultazione, intende andare avanti. Resta da capire se sarà disposta a integrare realmente dati ed evidenze, oppure se la revisione della direttiva seguirà un percorso già tracciato, con il rischio di ripetere contraddizioni e limiti già emersi.
In Italia, tutta la filiera del tabacco è in allarme e anche la sinistra fa fronte comune con il governo sollecitando un intervento sulla Commissione Ue. Ieri si è riunito il tavolo permanente dell’Emilia-Romagna per il comparto tabacco (avviato l’anno corso su iniziativa del vicepresidente della Regione, Vincenzo Colla, e dell’assessore regionale al Lavoro, Giovanni Paglia) a cui partecipa la Regione, i sindacati e le imprese del settore, e al termine dell’incontro è partita una richiesta di presa di posizione decisa dell’Italia a Bruxelles, con un intervento urgente del governo con le istituzioni europee, affinché «venga scongiurata la presentazione di una proposta di revisione in una fase già segnata da una complessa congiuntura economica e internazionale». Tutti concordano sul fatto che «se la Commissione dovesse andare avanti in questa direzione, si metterebbe a rischio un comparto strategico, fatto di agricoltura, manifattura avanzata, ricerca e innovazione, con conseguenze su occupazione, investimenti ed export nazionali».
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Ecco #DimmiLaVerità del 26 maggio 2026. Con l'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti commentiamo gli sviluppi preoccupanti della guerra in Iran.
Il centrodestra isola il generale Roberto Vannacci e snobba i suoi sondaggi in crescita (il partito Futuro nazionale ha raggiunto quota 60.000 iscritti in tre mesi, un numero enorme). Così, però, Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia rischiano di regalargli voti e spianargli la strada per correre da solo. A meno che il loro obiettivo non sia imbarcare il poco affidabile Carlo Calenda.