True
2022-05-26
Sui corridoi per il grano Mosca apre ma l’Ucraina si oppone alle trattative
Getty Images
La possibile crisi alimentare globale dovuta al blocco delle esportazioni di grano dall’Ucraina non è più solo uno «spettro». Ormai il «fattore grano» è elemento concreto e decisivo per le azioni da intraprendere al fine di evitare il disastro mondiale. Paesi europei, africani e asiatici contano sulle forniture di Kiev e di Mosca per non ritrovarsi ridotti alla fame. L’export delle derrate, però, avviene per il 95% via mare e i porti ucraini non sono in condizione di poter operare: Mariupol e Berdiansk nel Mar d’Azov sono sotto il controllo dell’esercito russo. Lo stesso è per Kherson nel Mar Nero, dove si trova anche Mykolayev che ha subito ingenti danni. Odessa è bloccata, circondata da mine russe.
Scorte di grano restano dunque stoccate negli hangar portuali, dove si teme che possano finire in due modi: marcire o essere rubate dai russi. Polemiche e sospetti, su questo secondo punto, hanno creato alcune immagini che mostrerebbero due navi russe nel porto di Sebastopoli - in Crimea - mentre caricano quello che si ritiene possa essere grano ucraino rubato. Il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba, in merito, aveva dichiarato: «Non acquistate quel grano, non diventate complici dei crimini russi. Il furto non ha mai portato fortuna a nessuno».
In questo quadro, le teorie messe in campo per tentar di sbloccare lo stallo sono molteplici, ma una ha già subito la bocciatura di Mosca. Il Regno Unito sta discutendo con alcuni Paesi alleati a proposito della possibilità di inviare navi da guerra nel Mar Nero per proteggere le imbarcazioni mercantili che trasportano grano ucraino. La Russia ha gelato gli entusiasmi inglesi: il viceministro degli Esteri russo, Andrei Rudenko, ha chiarito che un’ipotesi del genere «aggraverebbe seriamente la situazione nel Mar Nero». Del resto, l’operazione implica un aspetto militare: si tratta di garantire la sicurezza dei porti da cui partono le imbarcazioni, il che solleva anche il tema della fornitura di armi necessarie a difendere le navi stesse da eventuali attacchi russi. Ma l’Unione europea insiste su questa strada. Il vicepresidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, ha parlato al Forum economico mondiale di Davos di una crisi alimentare creata «deliberatamente dalla Russia» e ha rilanciato l’ipotesi di «corridoi resi sicuri dall’assistenza militare» per assicurare l’export di cereali. Per l’Ue resta questo il metodo più veloce per sbloccare le forniture di Kiev.
I corridoi, che vengono bocciati da Mosca nella loro versione «militarizzata», vengono avversati anche dalla stessa Ucraina, pur se per motivi diversi. La Russia si è resa infatti disponibile ad aprire la strada ai cereali in uscita - senza però la presenza di navi militari straniere - in cambio della revoca di alcune sanzioni nei suoi confronti. «Qualsiasi politico o funzionario straniero che possa pensare di accettare questo gioco dovrebbe prima visitare le tombe dei bambini ucraini uccisi e parlare con i loro genitori», ha commentato il ministro ucraino Kuleba. Anche l’Onu spinge affinché i russi consentano l’esportazione sicura del grano e diano accesso pieno e illimitato di cibo e fertilizzanti prodotti dalla Russia ai mercati mondiali. «Sono in stretto contatto su questo tema con Russia, Ucraina, Turchia, Usa, Ue e altri Paesi chiave», ha assicurato il segretario generale delle Nazioni unite, Antonio Guterres.
Proprio il ruolo della Turchia sarebbe fondamentale per rompere il blocco navale russo e aprire un corridoio da Odessa attraverso il Bosforo. A queste strade se ne aggiunge un’altra, l’unica sulla quale Mosca non sembra avere preclusioni ma che non è certo agevole come lo sblocco dei porti. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, infatti, ha dichiarato che «la parte russa non sta impedendo all’Ucraina di trasportare il grano con il treno». Il primo treno merci con un carico di grano dall’Ucraina è arrivato infatti in Lituania passando attraverso la Polonia. La Lituania è un altro dei Paesi il cui ruolo si sta rivelando fondamentale. Oltre a dare appoggio per il trasporto via terra fino a Vilnius e poi di lì verso i porti baltici, sta animando il dibattito sulla protezione delle navi mercantili nel Mar Nero. Il ministro degli Esteri lituano, Gabrielius Landsbergis, è uno dei protagonisti del piano (come si è visto, contrastato dalla Russia) per la creazione di una coalizione che si occupi della protezione delle navi mercantili nel Mar Nero.
Al «brainstorming» su come evitare la crisi globale, si aggiunge infine la necessità di sminare le aree portuali, per evitare che il trasporto di grano si risolva in una catena di incidenti. Sul punto, Mosca tenta di essere rassicurante, comunicando che cinque navi straniere hanno lasciato il porto di Mariupol dopo che sono state completate le operazioni di sminamento. Si spera che lo schema possa essere applicato in futuro, raggiunti eventuali accordi.
Spighe d’oro, speculazione in corso
La balla del grano. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, parlando al World economic forum si è un po’ allargata sulle cifre. Ha detto che Vladimir Putin, tra le innumerevoli nefandezze, ruba il grano degli ucraini (si parla di una nave a Odessa con 400.000 tonnellate) e usa la fame come arma. Ha aggiunto che in Ucraina sono bloccate 20 milioni di tonnellate di grano. Però il grano andrebbe chiesto non a Putin, ma a Joe Biden.
L’Ucraina è solo il decimo produttore, con 26 milioni di tonnellate, che valgono il 10% del grano tenero mondiale. Le navi bloccate fanno venire meno le forniture ai Paesi che dipendono da questi semi. Però bisogna spiegare che dall’Ucraina comprano essenzialmente Egitto, Turchia, Tunisia e un altro paio di Paesi africani. Il grosso semmai viene dalla Russia. Ammesso e non concesso che la von der Leyen abbia ragione a dire che sono bloccate 20 milioni di tonnellate, significa affermare che da giugno scorso, quando si fa la mietitura, a oggi, l’Ucraina non ha venduto neppure un chicco di grano. Ma la stessa baronessa ha affermato che l’Ucraina fino a prima della guerra ha spedito 5 milioni di tonnellate al mese.
Se c’è del grano stoccato è perché si è voluto speculare: il prezzo del grano sale dal settembre scorso e quel grano è nelle mani degli oligarchi ucraini grandi elettori di Volodymyr Zelensky e delle società americane, al netto del 30%, che è dei cinesi. I primi dieci Paesi produttori sono: Cina 126 milioni di tonnellate, India 95 milioni (che ha bloccato l’export), Russia 60 milioni, Usa 55 milioni, Francia 39 milioni, Canada 29 milioni, Germania 28 milioni, Australia 29 milioni, Pakistan e Ucraina 26 milioni. In Europa ci sono due Paesi, Francia e Germania, che contano e l’Ucraina non è la soluzione della fame nel mondo. Il problema peraltro non è la scarsità di prodotto, ma il prezzo. Di questo ovviamente a Davos non si parla perché significa disturbare i manovratori. È vero però che sulle navi bloccate a Odessa ci sono almeno 3 milioni di tonnellate che se liberate potrebbero contribuire a raffreddare i prezzi. Darsi da fare per farle arrivare ai mercati è necessario. Certo, a bordo treno che al massimo porta 1.500 tonnellate è come svuotare il mare con un cucchiaio. E sia detto per inciso il trasporto via ferro del grano è uno studio della statunitense Cargill che nel 2015 ha ottimizzato il trasporto ferroviario dando come standard convogli da 100 vagoni. Che però non possono viaggiare in quella parte d’Europa perché lo scartamento dei binari è ancora quello sovietico.
Conviene consultare le statistiche dell’International grain council, che è una sorta di Onu delle spighe. Le ultime stime aggiornate al 19 maggio dicono che il totale atteso della produzione mondiale di cereali è di 2.251.000.000 di tonnellate, il frumento rappresenta circa il 35%. Le scorte sono pari a 580 milioni di tonnellate e il consumo totale atteso di cereali è di 2.279.000.00. Oltre la metà viene consumato per produrre bioenergia. Avremo quest’anno 769 milioni di tonnellate di grano (tra tenero e duro) e se ne consumeranno 780 milioni. Restano disponibili scorte per 271 milioni di tonnellate. Allora il problema della fame dove sta? Sta nel prezzo che è schizzato a settembre ben prima della guerra in Ucraina e che certo il conflitto ha acuito. È il prezzo che taglia fuori i Paesi del Nord e Centro Africa. E il prezzo chi lo fanno? Gli amici di Biden. Il commercio mondiale del grano, compreso quello ucraino, è in mano a quattro player che intermediano circa il 75%. Vale grosso modo 125 miliardi di dollari. Russia e Ucraina insieme fanno il 17% dell’export mondiale. Per il grano tenero la Russia è il primo esportatore con il 20%, l’Ucraina il quarto con poco meno del 10%. Le quattro sorelle della spiga - tre americane e una franco-belga - in totale fatturano 331 miliardi di dollari: Cargill (135 miliardi), Adm (86 miliardi), Bunge (60 miliardi) e Louis Dreyfus (50 miliardi). Forse anche a loro bisognerebbe chiedere uno sforzo per la fame nel mondo.
Continua a leggereRiduci
Il Cremlino boccia l’idea inglese delle scorte alle navi però ipotizza vie condivise e chiede sconti sulle sanzioni. Poi annuncia: «Mariupol porto aperto». Gli invasi si indignano: «Nessun negoziato, pensate ai bimbi morti».Nonostante gli allarmi di Ursula von der Leyen, il problema dei cereali non è solo la guerra ma il boom dei prezzi. Causato dalle mosse dei quattro player mondiali (e tre sono Usa).Lo speciale contiene due articoli.La possibile crisi alimentare globale dovuta al blocco delle esportazioni di grano dall’Ucraina non è più solo uno «spettro». Ormai il «fattore grano» è elemento concreto e decisivo per le azioni da intraprendere al fine di evitare il disastro mondiale. Paesi europei, africani e asiatici contano sulle forniture di Kiev e di Mosca per non ritrovarsi ridotti alla fame. L’export delle derrate, però, avviene per il 95% via mare e i porti ucraini non sono in condizione di poter operare: Mariupol e Berdiansk nel Mar d’Azov sono sotto il controllo dell’esercito russo. Lo stesso è per Kherson nel Mar Nero, dove si trova anche Mykolayev che ha subito ingenti danni. Odessa è bloccata, circondata da mine russe. Scorte di grano restano dunque stoccate negli hangar portuali, dove si teme che possano finire in due modi: marcire o essere rubate dai russi. Polemiche e sospetti, su questo secondo punto, hanno creato alcune immagini che mostrerebbero due navi russe nel porto di Sebastopoli - in Crimea - mentre caricano quello che si ritiene possa essere grano ucraino rubato. Il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba, in merito, aveva dichiarato: «Non acquistate quel grano, non diventate complici dei crimini russi. Il furto non ha mai portato fortuna a nessuno». In questo quadro, le teorie messe in campo per tentar di sbloccare lo stallo sono molteplici, ma una ha già subito la bocciatura di Mosca. Il Regno Unito sta discutendo con alcuni Paesi alleati a proposito della possibilità di inviare navi da guerra nel Mar Nero per proteggere le imbarcazioni mercantili che trasportano grano ucraino. La Russia ha gelato gli entusiasmi inglesi: il viceministro degli Esteri russo, Andrei Rudenko, ha chiarito che un’ipotesi del genere «aggraverebbe seriamente la situazione nel Mar Nero». Del resto, l’operazione implica un aspetto militare: si tratta di garantire la sicurezza dei porti da cui partono le imbarcazioni, il che solleva anche il tema della fornitura di armi necessarie a difendere le navi stesse da eventuali attacchi russi. Ma l’Unione europea insiste su questa strada. Il vicepresidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, ha parlato al Forum economico mondiale di Davos di una crisi alimentare creata «deliberatamente dalla Russia» e ha rilanciato l’ipotesi di «corridoi resi sicuri dall’assistenza militare» per assicurare l’export di cereali. Per l’Ue resta questo il metodo più veloce per sbloccare le forniture di Kiev. I corridoi, che vengono bocciati da Mosca nella loro versione «militarizzata», vengono avversati anche dalla stessa Ucraina, pur se per motivi diversi. La Russia si è resa infatti disponibile ad aprire la strada ai cereali in uscita - senza però la presenza di navi militari straniere - in cambio della revoca di alcune sanzioni nei suoi confronti. «Qualsiasi politico o funzionario straniero che possa pensare di accettare questo gioco dovrebbe prima visitare le tombe dei bambini ucraini uccisi e parlare con i loro genitori», ha commentato il ministro ucraino Kuleba. Anche l’Onu spinge affinché i russi consentano l’esportazione sicura del grano e diano accesso pieno e illimitato di cibo e fertilizzanti prodotti dalla Russia ai mercati mondiali. «Sono in stretto contatto su questo tema con Russia, Ucraina, Turchia, Usa, Ue e altri Paesi chiave», ha assicurato il segretario generale delle Nazioni unite, Antonio Guterres. Proprio il ruolo della Turchia sarebbe fondamentale per rompere il blocco navale russo e aprire un corridoio da Odessa attraverso il Bosforo. A queste strade se ne aggiunge un’altra, l’unica sulla quale Mosca non sembra avere preclusioni ma che non è certo agevole come lo sblocco dei porti. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, infatti, ha dichiarato che «la parte russa non sta impedendo all’Ucraina di trasportare il grano con il treno». Il primo treno merci con un carico di grano dall’Ucraina è arrivato infatti in Lituania passando attraverso la Polonia. La Lituania è un altro dei Paesi il cui ruolo si sta rivelando fondamentale. Oltre a dare appoggio per il trasporto via terra fino a Vilnius e poi di lì verso i porti baltici, sta animando il dibattito sulla protezione delle navi mercantili nel Mar Nero. Il ministro degli Esteri lituano, Gabrielius Landsbergis, è uno dei protagonisti del piano (come si è visto, contrastato dalla Russia) per la creazione di una coalizione che si occupi della protezione delle navi mercantili nel Mar Nero. Al «brainstorming» su come evitare la crisi globale, si aggiunge infine la necessità di sminare le aree portuali, per evitare che il trasporto di grano si risolva in una catena di incidenti. Sul punto, Mosca tenta di essere rassicurante, comunicando che cinque navi straniere hanno lasciato il porto di Mariupol dopo che sono state completate le operazioni di sminamento. Si spera che lo schema possa essere applicato in futuro, raggiunti eventuali accordi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/corridoi-grano-mosca-ucraina-trattative-2657390664.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="spighe-doro-speculazione-in-corso" data-post-id="2657390664" data-published-at="1653505956" data-use-pagination="False"> Spighe d’oro, speculazione in corso La balla del grano. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, parlando al World economic forum si è un po’ allargata sulle cifre. Ha detto che Vladimir Putin, tra le innumerevoli nefandezze, ruba il grano degli ucraini (si parla di una nave a Odessa con 400.000 tonnellate) e usa la fame come arma. Ha aggiunto che in Ucraina sono bloccate 20 milioni di tonnellate di grano. Però il grano andrebbe chiesto non a Putin, ma a Joe Biden. L’Ucraina è solo il decimo produttore, con 26 milioni di tonnellate, che valgono il 10% del grano tenero mondiale. Le navi bloccate fanno venire meno le forniture ai Paesi che dipendono da questi semi. Però bisogna spiegare che dall’Ucraina comprano essenzialmente Egitto, Turchia, Tunisia e un altro paio di Paesi africani. Il grosso semmai viene dalla Russia. Ammesso e non concesso che la von der Leyen abbia ragione a dire che sono bloccate 20 milioni di tonnellate, significa affermare che da giugno scorso, quando si fa la mietitura, a oggi, l’Ucraina non ha venduto neppure un chicco di grano. Ma la stessa baronessa ha affermato che l’Ucraina fino a prima della guerra ha spedito 5 milioni di tonnellate al mese. Se c’è del grano stoccato è perché si è voluto speculare: il prezzo del grano sale dal settembre scorso e quel grano è nelle mani degli oligarchi ucraini grandi elettori di Volodymyr Zelensky e delle società americane, al netto del 30%, che è dei cinesi. I primi dieci Paesi produttori sono: Cina 126 milioni di tonnellate, India 95 milioni (che ha bloccato l’export), Russia 60 milioni, Usa 55 milioni, Francia 39 milioni, Canada 29 milioni, Germania 28 milioni, Australia 29 milioni, Pakistan e Ucraina 26 milioni. In Europa ci sono due Paesi, Francia e Germania, che contano e l’Ucraina non è la soluzione della fame nel mondo. Il problema peraltro non è la scarsità di prodotto, ma il prezzo. Di questo ovviamente a Davos non si parla perché significa disturbare i manovratori. È vero però che sulle navi bloccate a Odessa ci sono almeno 3 milioni di tonnellate che se liberate potrebbero contribuire a raffreddare i prezzi. Darsi da fare per farle arrivare ai mercati è necessario. Certo, a bordo treno che al massimo porta 1.500 tonnellate è come svuotare il mare con un cucchiaio. E sia detto per inciso il trasporto via ferro del grano è uno studio della statunitense Cargill che nel 2015 ha ottimizzato il trasporto ferroviario dando come standard convogli da 100 vagoni. Che però non possono viaggiare in quella parte d’Europa perché lo scartamento dei binari è ancora quello sovietico. Conviene consultare le statistiche dell’International grain council, che è una sorta di Onu delle spighe. Le ultime stime aggiornate al 19 maggio dicono che il totale atteso della produzione mondiale di cereali è di 2.251.000.000 di tonnellate, il frumento rappresenta circa il 35%. Le scorte sono pari a 580 milioni di tonnellate e il consumo totale atteso di cereali è di 2.279.000.00. Oltre la metà viene consumato per produrre bioenergia. Avremo quest’anno 769 milioni di tonnellate di grano (tra tenero e duro) e se ne consumeranno 780 milioni. Restano disponibili scorte per 271 milioni di tonnellate. Allora il problema della fame dove sta? Sta nel prezzo che è schizzato a settembre ben prima della guerra in Ucraina e che certo il conflitto ha acuito. È il prezzo che taglia fuori i Paesi del Nord e Centro Africa. E il prezzo chi lo fanno? Gli amici di Biden. Il commercio mondiale del grano, compreso quello ucraino, è in mano a quattro player che intermediano circa il 75%. Vale grosso modo 125 miliardi di dollari. Russia e Ucraina insieme fanno il 17% dell’export mondiale. Per il grano tenero la Russia è il primo esportatore con il 20%, l’Ucraina il quarto con poco meno del 10%. Le quattro sorelle della spiga - tre americane e una franco-belga - in totale fatturano 331 miliardi di dollari: Cargill (135 miliardi), Adm (86 miliardi), Bunge (60 miliardi) e Louis Dreyfus (50 miliardi). Forse anche a loro bisognerebbe chiedere uno sforzo per la fame nel mondo.
Nicole Minetti e Carlo Nordio (Getty Images)
Se esiste, il complotto però a me pare che lo abbiano fabbricato direttamente lassù sul Colle. Altro che barbe finte, missioni sotto copertura, provocazioni di potenze straniere: l’operazione Disgrazia è tutta farina del sacco del Quirinale. E se Mattarella è in imbarazzo, come dicono, deve ringraziare qualche suo collaboratore. Del resto, è stato lo stesso portavoce di Mattarella a chiarire i contorni della faccenda l’11 aprile, quando iniziarono le prime polemiche per il provvedimento che cancellava le pene inflitte all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi. «La concessione dell’atto di clemenza - in favore del quale si è espresso il competente procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere - si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati». Ora il concetto è stato ribadito da un nuovo commento rilasciato alle agenzie, in cui si sottolinea il ruolo della Procura generale. E, come ci ricordano ogni giorno i quirinalisti, ossia quella curiosa categoria di giornalisti che raccoglie ogni sospiro del presidente, il capo dello Stato è un fine giurista, ossia una persona che pesa le parole. Dunque, se ci fosse stato anche un lontanissimo sospetto che l’operazione Minetti fosse in qualche modo manovrata dall’esterno, il sempre cauto Mattarella non avrebbe certo autorizzato quella nota. Non solo: leggendo il comunicato balza all’occhio come si faccia riferimento non soltanto alle condizioni di salute del bambino adottato dalla coppia Minetti-Cipriani, ma soprattutto all’ampio parere del procuratore generale della Corte d’appello. Non si parla del ministero, dell’opinione di Nordio o dei suoi collaboratori, ma esclusivamente del via libera formulato dal giudice competente a esprimersi sulle richieste di grazia. Nei fatti, è così confermato che il ruolo del ministero, in questo ma anche in altre misure di clemenza, è assolutamente marginale, perché a via Arenula compete solo la consultazione del casellario, per evidenziare eventuali pendenze penali, e l’invio della pratica alla Procura, oltre che, nel caso questa tardi a rispondere entro i termini fissati, un eventuale sollecito per ottenere la risposta.
Nel tentativo di sviare la responsabilità del Colle che, come da sentenza della Corte costituzionale, è il solo titolare del potere di grazia, qualcuno ha pure provato ad alzare un polverone, sostenendo che il ministero avrebbe omesso, nel passare la pratica al procuratore generale, di richiedere indagini all’estero. In pratica, Nordio e compagni (alla giustizia operano molti esponenti di Magistratura democratica) si sarebbero «dimenticati» di ordinare le rogatorie per conoscere le «attività» estere della coppia Minetti-Cipriani, ovvero se in Uruguay l’ex consigliere regionale conducesse uno «stile di vita» (la definizione è della Procura generale) censurabile. Ma, come si fa notare al ministero, la richiesta di grazia non è un procedimento penale, bensì un atto amministrativo nella disponibilità del capo dello Stato. Dunque, non segue l’iter penale. E del resto, Nordio non ha al suo servizio la polizia giudiziaria (che, invece, è agli ordini dei pm) e quindi le richieste di approfondimento inviate a Milano sono le stesse che si formulano in questi casi, né più né meno. E se le risposte non piacevano, come fanno notare in tribunale a loro volta con una nota, il ministero e il Quirinale potevano rimandarle indietro e sollecitare un ulteriore approfondimento. Cosa che non è avvenuta.
In conclusione, nonostante ci sia chi prova a immaginare complottoni o depistaggi degli 007 stranieri, la faccenda nasce al Quirinale e si sviluppa con una serie di suggestioni giornalistiche tutte da dimostrare. Certo, se le informazioni alla base della storia sono come quelle di Sigfrido Ranucci sui viaggi del ministro della Giustizia, la questione non finisce qui.
Continua a leggereRiduci
Francesca Nanni (Ansa)
Ama la serenità bucolica dell’orto ma le patate bollenti finite sulla sua scrivania non le ha coltivate lei. Francesca Nanni, 66 anni, procuratore generale (preferisce il maschile anche se è la prima donna a ricoprire il ruolo a Milano) si è ritrovata davanti i due tuberi più esplosivi dell’anno, mediaticamente del decennio. Si sa quanto il processo mediatico solletichi la vanità dei pm d’assalto ma lei non lo è, tutt’altro. Preferirebbe continuare a rappresentare la Giustizia con la maiuscola, a far funzionare l’ufficio come un orologio svizzero e a concedersi Paradise dei Coldplay la sera nel momento del relax.
Tutto questo prima del terremoto: il tritacarne di Garlasco e la grazia avvelenata a Nicole Minetti. Una doppietta da emicrania, nodi intricati fra sciatterie e pasticci combinati da altri, ai quali deve porre rimedio non solo per chiudere i dossier in nome della verità. Ma anche per restituire credibilità alla magistratura agli occhi dell’opinione pubblica e pure del Quirinale. Due finali di Champions League: la prima per far luce all’omicidio di Chiara Poggi 19 anni dopo, con un condannato da scagionare (Alberto Stasi), un nuovo sospettato da valutare (Andrea Sempio) senza poter sbagliare niente. Nel ventennio della vergogna è stato già sbagliato tutto. Titolo: Sempio dopo lo scempio. Nanni ha già cambiato passo: «Non sarà uno studio né veloce né facile, ma un’analisi attenta, anche per valutare se chiedere ulteriori atti». Piedi di piombo prima di chiedere la revisione.
L’altra patata bollente è perfino più a rischio ustioni. C’è una grazia trasformata in disgrazia per carenza di indagini, c’è da approfondire la vita dell’ex igienista dentale in Uruguay con il compagno e il ranch multiuso. Gli investigatori hanno avuto un anno di tempo per non scoprire ciò che era sotto gli occhi di tutti: bastava leggere Chi. Ora tocca a Nanni rimediare, sono le seccature dei gradi. Ha già sottolineato: «Speriamo di poter chiarire nell’interesse di tutti. Magari non siamo stati perspicaci ma diligenti si. Quello che ci è stato detto di fare l’abbiamo fatto». Poi ha coinvolto l’Interpol «perché i fatti riportati dalla stampa sono molto gravi ma vanno verificati. Voglio accertarli prima come cittadina, poi come magistrata e infine come magistrata coinvolta nella vicenda».
Francesca Nanni è nata a Millesimo (Savona) da madre toscana e padre bolognese, è in magistratura dal 1986 e vanta una carriera di prim’ordine: pm a Sanremo, poi all’Antimafia a Genova, procuratore a Cuneo e a Cagliari prima del salto definitivo a Milano. Nella sua storia ci sono vittorie ottenute con l’applicazione e il lavoro; fa parte della generazione boomer, testa bassa e pedalare. A Cuneo smaschera un traffico illegale di cuccioli (operazione Nero Wolf). A Cagliari ha il merito di riaprire il caso di Beniamino Zuncheddu; è la prima a credere nell’innocenza dell’uomo in carcere da 32 anni, la più lunga «ingiusta detenzione» italiana.
Arrivata a Milano deve affrontare il possibile rientro di sette ex terroristi rossi dall’esilio dorato a Parigi grazie alla dottrina Mitterrand. «Questi signori vengano riportati in Italia e le pene siano eseguite, altre valutazioni sono fuori luogo». Quando l’estradizione viene negata si attiva invano per «valutare se nell’ordinamento francese c’è la possibilità di un’impugnazione». Nel tempo libero il Procuratore generale Nanni predilige la palestra (body pump, il sollevamento pesi a ritmo di musica) e qualche weekend nella casa in Liguria fra ortensie, ortaggi, frutteto e pesca d’altura al tonno.
Nel referendum è scesa in campo con il partito del No, fu lei a dire a Carlo Nordio: «Mi consenta signor ministro, questa riforma ha un carattere punitivo che non meritiamo». Plurale imprudente. Lei certamente no, ma le due patate incandescenti sulla scrivania di mogano mostrano un sistema giudiziario disarticolato, bisognoso di profonda revisione. E confermano l’emendamento Gino Bartali («Tutto sbagliato, tutto da rifare»). Che non era Nordio e neppure Piero Calamandrei ma di pedalate se ne intendeva.
Continua a leggereRiduci