Le correnti e la sinistra tengono ancora in ostaggio la magistratura
L'Assemblea plenaria del Consiglio superiore della magistratura (Ansa)
Il sistema raccontato da Luca Palamara è sempre attivo e continua a condizionare le assegnazioni degli incarichi. Il Consiglio superiore andrebbe sciolto. Cosa farà il Quirinale? Si accontenterà di nuovo di poche dimissioni?

Il Consiglio superiore della magistratura è di nuovo nella bufera. Ma non perché una consigliera laica ha incontrato una giudice sotto procedimento disciplinare, rivelandole i segreti della camera di consiglio, come si vorrebbe lasciare intendere. No, se l’organo di autogoverno delle toghe è un’altra volta nella tempesta, è perché dietro l’episodio delle rivelazioni d’ufficio si intravede un sistema di pressioni e spartizioni che qualche volta sembra sconfinare nelle minacce se non addirittura nei ricatti.

La vicenda è quella raccontata dai nostri Amadori e Amendolara ieri e oggi. Mentre il Csm è impegnato nel sanzionare magistrati che hanno deragliato dal loro compito, ecco spuntare uno strano incontro, dove una penalista eletta nel Consiglio e chiamata a far parte della sezione disciplinare si lascia andare a confidenze, ma anche a suggerimenti non richiesti, con una toga sottoposta a procedimento sanzionatorio. Una rivelazione di segreti e una frequentazione non compatibili con un ruolo super partes che si addice a chi fa parte dell’organo di autocontrollo. Probabilmente i fatti sarebbero rimasti riservati, limitati al massimo a qualche pettegolezzo dentro Palazzo dei Marescialli, ma la giudice sottoposta al giudizio disciplinare ha registrato il colloquio, rendendolo poi noto proprio durante l’udienza in cui doveva essere passato al vaglio il suo comportamento.

Fin qui sembrerebbe una bega tra una toga e chi avrebbe dovuto valutare il suo comportamento. Ma in realtà la faccenda è un po’ meno banale di come sembra, perché è la stessa giudice sotto procedimento del Csm a parlare di una specie di do ut des, cioè di uno scambio per tacere di fatti «scandalosi» che riguardano altre toghe. Cioè, a lei sarebbe stato offerto un trattamento riservato che avrebbe limitato i danni se in cambio avesse ritirato alcune accuse nei confronti di una collega. Già questo appare più di una rivelazione di segreti d’ufficio. Ma anche l’esponente laico del Csm ha qualche cosa da aggiungere e fa capire che a lei è stato praticamente impedito di partecipare a una votazione, dietro minaccia di rivelare in diretta radio il colloquio avuto con la giudice sotto procedimento. Insomma, uno sgambetto, che per puro caso ha favorito la nomina di un esponente della corrente di sinistra della magistratura alla guida della Procura di Catania. In pratica, invece di un magistrato della corrente moderata, a capo dell’ufficio giudiziario siciliano è finita un’altra toga, ritenuta più progressista.

Le rivelazioni dei giudizi in corso in pratica si incrociano con le nomine, che da sempre sono oggetto di inciuci e trattative sottobanco, ma che dalle intercettazioni dell’Hotel Champagne in poi (quelle che inguaiarono l’ex presidente dell’Anm, Luca Palamara e anche il deputato del Pd, Luca Lotti), cioè da quando sono divenute note anche all’opinione pubblica, sono criticate da tutti ma, nonostante ciò, praticate da ogni corrente della stessa magistratura. Altro che scelta dei migliori giudici, in base a criteri di anzianità e competenza. Il requisito più richiesto è l’appartenza a una fazione piuttosto che all’altra. È questo che fa avanzare o ritardare una carriera. Luca Palamara, ma solo quando è stato inghiottito da quelle stesse pratiche da lui usate fino a quando era ai vertici del sindacato dei magistrati, lo ha definito il Sistema, con la S maiuscola, spiegando le logiche per il controllo di alcune Procure. Una spartizione che indignò la politica e anche il Quirinale, ma che adesso si ripropone esattamente come prima. Ai tempi dello scandalo dell’Hotel Champagne, il Colle fece pressioni sui magistrati coinvolti, affinché lasciassero il Csm. Questa volta il capo dello Stato, che peraltro presiede il Csm, che cosa farà? Come allora limiterà i danni, costringendo alle dimissioni poche mele marce, lasciando intatte le altre anche se sono venute a contatto con il Sistema? Ormai è chiaro anche a chi non intende vedere: il Csm è un luogo in cui si costruiscono e si disfano carriere, ma non in base alla competenza bensì all’appartenenza politica. Il Consiglio superiore della magistratura, organo di autogoverno che confida nella capacità dei suoi stessi membri di promuovere i migliori e sanzionare i peggiori, andrebbe sciolto e la maggioranza andrebbe tolta alle toghe, perché l’unico modo per evitare spartizioni e minacce è che a decidere non siano le correnti della stessa magistratura. Mettete chi volete a decidere degli avanzamenti e gli indietreggiamenti di carriera. I soli che non possono farlo, per manifesto conflitto d’interessi, sono però proprio gli stessi magistrati. I quali saranno anche indipendenti quando applicano la legge, ma non quando si applicano per avere una promozione o schivare una sanzione. In quel caso dipendono dalla corrente. E quella più forte, guarda caso, è sempre di sinistra.

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