Da domani primo luglio Coopservice vigilanza, il ramo sicurezza e vigilanza della grande cooperativa multiservizi di Reggio Emilia, diventerà una società per azioni. Il 23 giugno è infatti nato l’istituto di vigilanza coopservice spa, attraverso un conferimento del ramo d’azienda che fattura circa 150 milioni all’anno e che comprende tutte le attività di vigilanza e sicurezza della cooperativa. La nuova società, controllata al 100% da Coopservice, può già contare sulla presenza in 7 regioni con 22 filiali e 10 centrali operative. Degli oltre 3.200 lavoratori, 1.400 sono anche soci. Prima di formalizzare la nascita della Newco, Coopservice ha siglato un’intesa con le principali organizzazioni sindacali. Tutti i lavoratori passeranno nella nuova società mantenendo lo stesso inquadramento contrattuale; scegliendo se restare soci sovventori, con i benefit previsti dai programmi aziendali o passare allo status di dipendenti.
L’operazione si inquadra in un piano strategico che prevede ingenti investimenti nel quadriennio 2023-2026 per garantire lavoro e sviluppo in un settore, quello della Security, divenuto sempre più difficile. Un obiettivo, è stato spiegato ai sindacati, che verrebbe implementato anche attraverso l’acquisizione di altri istituti di vigilanza.
L’apertura al mercato, infatti, è necessaria. A capirlo per primo, ricevendo per questo critiche pesanti, è stato Claudio Levorato. Nell’ambiente è considerato quasi un eretico. Ha rotto con l’associazione di quelle che un tempo erano considerate le coop rosse - «un’organizzazione politica, fatta di imprese con gruppi dirigenti che perseguono sempre più spesso i propri interessi e non quelli del movimento», la definisce Levorato - e a febbraio 2022 ha chiuso il cerchio trasformando in spa la cooperativa di cui è presidente, Manutencoop, ribattezzandola Msc Società di Partecipazione tra Lavoratori spa. «Quando gli investitori, soprattutto stranieri, sentono parlare di una società cui possono partecipare si chiedono: ma la cooperativa come ragiona? Per massimizzazione profitto o solo per difendere il loro posto di lavoro? Sto trattando con una sorta di trade union o con un investitore come me? C’è un tema di allineamento alle logiche di investimento. Partendo sempre dal presupposto che per fare imprese servono i capitali», aveva spiegato in un’intervista a La Verità. La principale controllata Rekeep fattura oltre un miliardo ed è il principale gruppo italiano attivo nell’integrated facility management, con sedi operative in Polonia, Francia e Turchia e oltre 27.000 dipendenti. Alla base della scelta stava proprio il fatto che la forma cooperativa, per le sue regole di governance e di remunerazione del capitale investito, si è rivelata nel tempo inadatta a far fronte al percorso di crescita nazionale e internazionale del gruppo, che necessita di apporti di capitali dai soci e dal mercato e l’accesso a strumenti finanziari più evoluti. Ma è anche la conclusione di un percorso che Levorato ha avviato più di vent’anni fa. Già nel 2003 Manutencoop aveva conferito tutte le sue attività operative in un’apposita Spa, Rekeep appunto, per poter sostenerne il piano di sviluppo e aprirne il capitale sociale all’ingresso di fondi di private equity. Sono seguiti anni di tensioni con una parte del mondo cooperativo, tentativi di ingerenze da parte di Legacoop, culminati nel 2018 nell’uscita dall’associazione, fino all’ingresso in Anip Confindustria da parte di Rekeep nel 2020.
Quando Manutencoop aveva annunciato l’abbandono della forma cooperativa, il commento dell’allora presidente nazionale di Legacoop, Mauro Lusetti (ora al vertice di Conad) era stato sarcastico: «Levorato ha realizzato il sogno di una vita: ha iniziato come cooperatore, ha inventato il cooperatore capitalista e ora è capitalista al 100%». Chissà se anche in Coopservice sono diventati tutti capitalisti. O se qualche ex compagno ha capito che nel contesto attuale servono altre rivoluzioni. L’edilizia cooperativa ha subito una ristrutturazione feroce, sono sparite tante grandi imprese. Una volta rappresentava il 20% del fatturato complessivo di Legacoop, oggi è al 10 per cento. Nella grande distribuzione (dove il mondo cooperativo presidia circa il 30% del mercato) la stagione dell’inflazione alta vede costi che crescono e consumi che calano. Certo, le cooperative che detengono direttamente e indirettamente il 45% del capitale di Unipol (e il 60% dei diritti di voto) possono ancora contare sui dividendi del gruppo assicurativo che nel 2022 ha distribuito ai propri azionisti storici 100 milioni di euro. Le cedole però non bastano. Il maggiore socio della compagnia di via Stalingrado è Coop Alleanza 3.0 (nato dalla fusione di Coop Estense, Coop Adriatica e Coop Consumatori Nord Est) con una quota del 22,2% che agli attuali prezzi di Borsa vale 760 milioni ma rimane iscritta a bilancio per 1,25 miliardi con una minusvalenza teorica di quasi 500 milioni. Non solo. La cooperativa ha chiuso il 2022 con perdite per 132 milioni, dopo aver ottenuto un prestito da 200 milioni da parte di Unicredit e altri 360 milioni da un pool di banche composto dalla stessa Unicredit, da Intesa, Bper e Banco Bpm.
Il modello cooperativo fatica a stare sul mercato, la normativa è limitativa nei confronti dell’impresa e il controllo delegato all’associazione di appartenenza spaventa gli investitori. Levorato chiosa: «Si è voluto resistere nel difendere un modello giuridico cooperativo che non fa i conti con la necessità di metterci non solo il lavoro, ma anche il capitale, che è tipico dell’impresa. Abbiamo aziende cooperative che negli anni passati erano cresciute molto e che oggi si ritrovano con i piedi di argilla perché non hanno accumulato patrimoni sufficienti e devono competere in un mercato che richiede molto denaro. Non si fa impresa con i dogmi».






