Non è il terrorismo delle cellule internazionali, dei kalashnikov o dei combattenti addestrati nel deserto siriano. Naggay Jaber, nato a Montecchio Emilia nel 2004 da genitori marocchini e fermato dagli investigatori della Digos di Reggio Emilia, coadiuvati dagli agenti della Sezione antiterrorismo e coordinati dalla Direzione centrale di polizia di prevenzione e dalle Procure di Reggio e di Bologna, è accusato di essersi «posto a disposizione dell’Isis» mostrando una «concreta e incondizionata disponibilità» a compiere violenze jihadiste.
Stando alla ricostruzione degli inquirenti voleva compiere un attentato, proprio a Reggio, in una affollata serata di festa. Ma, a contrario di quanto accaduto con El Koudri, è stato fermato in tempo. Naggay era già noto alle forze dell’ordine che da due anni ne monitoravano i suoi movimenti. Più volte, infatti, si era dichiarato sostenitore dello Stato islamico e pronto a organizzare un attentato. La Germania pesa enormemente nel racconto giudiziario. Naggay viene descritto come un ragazzo ossessionato dall’universo jihadista già dal 2019, quando mostrava ai compagni «video di decapitazioni». Poi arrivano gli episodi sempre più inquietanti: falsi allarmi bomba, minacce di attentati nelle stazioni ferroviarie, lettere dal carcere in cui rivendica simpatia per Hamas e Isis, fantasie di ostaggi e martirio. Arrivato in Italia, dopo la sua espulsione da soggetto «pericoloso», è stato seguito dal Centro di salute mentale reggiano, poi ha interrotto il percorso e giovedì scorso, a pochi giorni dall’attentato di Modena, secondo l’accusa, sarebbe stato anche lui pronto a colpire. È stata la madre a segnalare alla polizia le intenzioni del ragazzo, dopo che questi le aveva aveva mandato un messaggio valutato come inequivocabile, nel quale dichiarava di «andare in centro con un coltello a picchiare le persone». E Reggio Emilia, giovedì scorso, già dal pomeriggio era più affollata del solito, perché al palazzetto era prevista una importante partita di pallacanestro: Reggiana Basket contro Olimpia Milano mentre in centro era in corso anche uno spettacolo musicale. Naggay è stato fermato dalla polizia mentre si dirigeva a piedi, da solo, proprio nell’area della movida. Ora è gravemente indiziato del reato di arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale e per lui, ieri, il gip ha confermato la custodia cautelare in carcere. Il problema non sarebbe l’appartenenza formale a una cellula terroristica, bensì la disponibilità soggettiva all’azione violenta. È qui che entra in gioco il comma quattro dell’articolo 270 del codice penale. Non serve il soldato inserito nella gerarchia del Califfato. Basta un’adesione concreta e individuale alla prospettiva terroristica. Una prospettiva che proverrebbe dritta dal suo recente passato. Dal 2024, quando era stato arrestato in Germania e condannato a 20 mesi per «simulazione di reato» e «disturbo della quiete pubblica mediante la minaccia di commettere un reato». Nel gennaio 2022, mentre si trovava alla stazione di Friburgo, era stato fermato per un controllo dalla polizia e in quell’occasione ha dichiarato di avere con sé un’arma «per commettere un attentato in nome dello Stato Islamico». Nell’aprile dello stesso anno aveva spontaneamente chiamato la stazione di polizia di Villingen, comunicando che stava per commettere un attentato dinamitardo, aggiungendo di aver «ricevuto da un siriano, conosciuto tramite un gruppo Telegram, uno zaino con all’interno una bomba collegata a distanza che avrebbe depositato nella stazione ferroviaria». A seguito di questa chiamata, le stazioni di Offenburg e Lahr erano state chiuse per diverse ore con il blocco totale della circolazione. Nel giugno dello stesso anno è stato arrestato, dichiarato socialmente pericoloso sottoposto a visita psichiatrica, per poi finire nel penitenziario minorile di Adelsheim. E anche lì avrebbe ribadito più volte la sua volontà di agire. Un giorno, per esempio, come riportato nell’ordinanza, avrebbe chiesto al responsabile dell’area lavoro della struttura di poter cercare su internet il sito di un negozio di bricolage. Una volta trovato, aveva digitato sul sito della catena la parola «ascia» e ne aveva poi selezionata una tra quelle offerte in vendita. Alla richiesta di spiegazioni, aveva dichiarato di volersi «recare alla stazione ferroviaria di Mosbach-Neckarelz per compiere una vendetta per l’uccisione da parte dei tedeschi di Abu Talha Al-Almani», un rapper, morto nel gennaio 2018 in Siria dove aveva raggiunto lo Stato islamico. E per mostrarsi più credibile Naggay avrebbe aggiunto i dettagli dell’operazione che stava pianificando: «Dato che tra quattro mesi sarò rilasciato, comincio subito a pianificare il tutto. Lo faccio per l’Isis perché per me la Germania non è uno Stato finché non sarà islamica e governata dall’Isis». Poi avrebbe affermato a più riprese che «la violenza è un mezzo legittimo per manifestare le proprie convinzioni religiose».
Atteggiamenti che gli sono costati perizie e cure psichiatriche. Poi c’è la chat di Telegram, il vero detonatore dell’inchiesta italiana. Con al centro una conversazione che il giudice interpreta come un dialogo con un possibile reclutatore o intermediario dell’Isis. L’interlocutore usa termini tipici del gergo jihadista: «Lone wolf (lupo solitario, ndr)» e «gruppo specializzato». Si parla di video di adesione al Daesh, di soldi, di «produzione di tossine» e di «lezioni di manifattura». Il giudice insiste soprattutto su un elemento: l’altro interlocutore pretende «prove» della fedeltà ideologica di Naggay prima di aiutarlo. «Qualsiasi cosa che dimostri che sei un sostenitore». Una provocazione alla quale l’indagato replica con una promessa: «Registrerò un video in cui dichiarerò di essere sostenitore dell’Isis». L’istigatore, però, chiede altre conferme: «Quando puoi girarlo? Fino ad allora non posso aiutarti (economicamente)». Ed è a quel punto che fornisce all’allievo un inquietante suggerimento: quello di assumere l’identità di un «lone wolf». Un lupo solitario.



