Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti (Ansa)
- Il nostro Paese resta in procedura di infrazione: niente flessibilità per i 12 miliardi di investimenti in Difesa. Rivisto al ribasso pure il Pil, che crescerà dello 0,6% nel 2026.
- Si dovrà scegliere tra rinnovo delle agevolazioni e decontribuzione sugli aumenti.
Lo speciale contiene due articoli
Ci sono Paesi che litigano per la storia, altri per la geografia, altri ancora per i confini, la religione o la moneta. L’Italia no. L’Italia litiga con l’Europa per due miliardi. Una cifra che nel bilancio dello Stato vale quanto una riga scritta male in un allegato tecnico, ma che nella liturgia di Bruxelles pesa come un trattato internazionale. Due miliardi. Lo 0,1% del Pil. Tanto basta per restare dietro la lavagna per deficit eccessivo. Tanto basta per rinviare la festa, spegnere la musica e rimettere in frigo lo spumante. Il Documento di finanza pubblica presentato dal ministro Giorgetti consegna il verdetto con la grazia di una cartella esattoriale: il deficit italiano nel 2025 si fermerà al 3,1% del Pil. Un decimale sopra la soglia magica del 3%. Quel numero che Bruxelles ha assunto al rango del Santo Graal. Al 2,9% sei responsabile. Al 3% sei attenzionato. Al 3,1% torni sul banco degli imputati Il governo sperava in un’altra sceneggiatura. Un colpo di reni finale. Un soffio di cipria sui conti pubblici. Invece niente.
Commentare la sentenza tocca ovviamente a Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia, che da tre anni sta al volante di una Ferrari senza benzina. Sceglie di spiegare tutto con una citazione che unisce nostalgia calcistica e realismo geopolitico: Vujadin Boskov, grande allenatore di Serie A: «Rigore è quando arbitro fischia». Si può protestare, invocare il Var, chiedere il fermo immagine, ma la palla resta sul dischetto. Ed eccolo il cuore della questione europea: regole spesso astratte, talvolta discutibili, quasi sempre inderogabili. Il continente che non riesce a decidere su guerra, energia o politica industriale diventa inflessibile quando si tratta di decimali.
Perché non si tratta solo di numeri. Si tratta di narrazione politica. Il numero è 3,1%. Quasi uno scherzo contabile: due miliardi di troppo in un Paese con oltre 3.100 miliardi di debito. Giorgetti regala un’altra perla lessicale: «Sarò sincero, questo dibattito sull’uscita dalla procedura di infrazione a me interessava molto fino al 28 febbraio. Dopo mi interessa relativamente meno». Fino a ieri il tema era rientrare nei parametri. Oggi il tema è sopravvivere alla geopolitica. In questo scenario, la differenza tra 2,99 e 3,1 somiglia al dibattito sulla piega del tovagliolo mentre la cucina prende fuoco. La frase davvero politica, però, è un’altra. Quella che riguarda il possibile scostamento di bilancio. Espressione elegante per dire: più deficit del previsto.
Giorgetti si dice disponibile: «Ci muoveremo da soli? Non lo escluderei». Se Bruxelles non concede spazio, Roma potrebbe prenderselo. Non per capriccio ideologico, ma per necessità pratica. Difendere famiglie e imprese da una nuova fiammata inflazionistica, sostenere i consumi, assorbire shock energetici.
Il ministro si è definito addirittura «il medico nell’ospedale da campo». Ogni settimana entra un nuovo ferito in barella.
C’è un responsabile della mancata vittoria ed è il Superbonus? Giorgia Meloni lo dice chiaramente: «La sciagurata misura del governo di sinistra del Conte II, al momento, impedisce all’Italia di uscire dalla procedura di infrazione, togliendo al governo margine di spesa da destinare alla sanità pubblica, alla scuola, al sostegno dei redditi più bassi».
Il monumento nazionale al cappotto termico finanziato a debito continua a produrre effetti contabili anche da defunto. Il costo complessivo dell’operazione viaggia intorno ai 220 miliardi di euro tra crediti maturati, oneri spalmati negli anni e impatti sui saldi. Una cifra così enorme da diventare irreale. Il bonus è finito. Il conto no.
È la perfetta metafora italiana: la festa la organizza un governo, il mal di testa lo paga quello successivo.
Il ministero dell’Economia stima il rapporto deficit/Pil al 2,9% nel 2026 e al 2,8% nel 2027. Quindi sì, il rientro sotto il 3% arriverà. Ma non adesso. Arriverà dopo, quando l’attenzione pubblica sarà altrove e quando nuove emergenze avranno già occupato il tavolo.
Il governo ha anche rivisto al ribasso le stime di crescita: 0,6% nel 2026 e ancora 0,6% nel 2027. Il motore è acceso, ma gira al minimo. La macchina non si spegne, però non accelera. Sta ferma con le quattro frecce accese, mentre dietro suonano tutti.
Se la crescita langue, ogni manovra diventa un esercizio di ceramica fragile.
Molti pensano che la procedura europea sia solo una macchia reputazionale. In realtà è soprattutto un vincolo politico e negoziale. Restarci dentro significa innanzitutto minore libertà di manovra sui conti. Poi trattative più dure con Bruxelles. Spazi fiscali aggiuntivi più difficili da ottenere. Sorveglianza costante. Meno margine per misure espansive. In una fase in cui servirebbero risorse per la difesa, per l’energia, per l’industria e forse per nuove tutele sociali, non è un dettaglio.
Giorgetti lo ha ricordato con freddezza: «C’è agli atti una risoluzione parlamentare che prevedeva – qualora fossimo usciti dalla procedura di deficit – una prospettiva di progressivo aumento della spesa della difesa di 12 miliardi». Il piano c’era. Mancava il prerequisito. Il debito pubblico continua la sua passeggiata alpina: 138,6% del Pil nel 2026, 138,5% nel 2027 , 137,9% nel 2028 Scende piano. Senza fretta. La vicenda insegna molto sull’Europa e molto sull’Italia. L’Europa resta una macchina che misura al millimetro ciò che spesso non sa governare al chilometro.
Il governo punta 1 miliardo sul lavoro. Proverà ad aiutare giovani e donne
Le idee non mancano, il problema sono le risorse. È questa la risposta che ripetono come un mantra tutti gli attori più o meno esposti sul dossier decreto Lavoro in vista del Primo maggio. Ribadiscono il concetto, da quando Giorgia Meloni nel corso dell’informativa post referendum ha messo la questione salariale (insieme al Piano casa) in cima all’agenda dell’azione di rilancio del governo. L’obiettivo è venire incontro ai giovani e alle donne che rappresentano, non certo da oggi, i due talloni d’Achille per l’occupazione.
Come? Ci sono alcune misure a costo zero che puntano ad aiutare i lavoratori meno tutelati. Si parte dai rider, rispetto ai quali si tratta di trovare un compromesso tra la necessità di assicurare maggiori garanzie ai corrieri in bicicletta e quella di evitare che le piattaforme digitali scappino dall’Italia lasciandoci in dote migliaia di disoccupati, e si arriva fino allo studio di alcuni norme anti-caporalato.
Poi ci sono i provvedimenti che necessitano di coperture. Uno degli obiettivi è prorogare almeno fino alla fine dell’anno il bonus per le assunzioni dei giovani under 35, il taglio dei contributi che le aziende devono versare ai neoassunti per i contratti a tempo indeterminato. Un’agevolazione attiva dal 2025 che ha copertura fino a fine aprile. C’è un tetto per la decontribuzione che è di 500 euro mensili per le assunzioni in tutto il territorio nazionale e di 650 euro nelle regioni della Zes (Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Sicilia, Puglia, Calabria, Sardegna, Marche e Umbria).
Così come si lavora per estendere e nel caso ampliare anche il bonus per le donne che però già scade a fine anno e prevede un esonero totale dei contributi previdenziali, con un massimale di 650 euro al mese.
L’altra leva è quella che porta alla necessità di ampliare o prorogare gli strumenti individuati per far crescere la retribuzione complessiva. Innanzitutto, la cedolare secca del 5% per gli incrementi retributivi dei rinnovi contrattuali rispetto ai lavoratori con un reddito fino a 33.000 euro. Ma il ragionamento viene esteso anche alla detassazione all’1% dei premi di produttività e all’applicazione dell’aliquota del 15% sulle maggiorazioni e indennità di lavoro notturno, nei giorni festivi o per gli straordinari.
Tutte misure per le quali servono risorse. Il punto, come dicevamo, è che non ce ne sono abbastanza. Al momento sembra già difficile riuscire a stanziare un miliardo (si era partiti da 500 milioni per arrivare a 800) e quindi sarà necessario fare delle scelte. Che per forza di cose ricadranno sul presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che, insieme al ministro del Lavoro Marina Calderone e al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, sono particolarmente attivi sul dossier.
Dopo il vertice convocato per martedì in serata, l’esecutivo continua a lavorare sul decreto lavoro del Primo maggio. Ieri si è tenuta un’altra riunione a margine del cdm e ne seguiranno altre tra la fine di questa e l’inizio della prossima settimana. L’intenzione è quella di presentare il decreto nel consiglio dei ministri previsto, anche se ancora non convocato, per il prossimo 30 aprile. I dettagli del testo ancora non sono noti ma a definirne gli obiettivi sono stati i vicepresidenti del Consiglio, Antonio Tajani e Matteo Salvini, i ministri Marina Calderone, Giancarlo Giorgetti e Tommaso Foti, il sottosegretario con delega al Sud Luigi Sbarra, i sottosegretari alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e Alfredo Mantovano, nonché il ragioniere generale dello Stato, Daria Perrotta. Un intervento che ha assunto carattere di urgenza alla luce del contesto internazionale, che sottopone il mercato del lavoro a forti pressioni, richiedendo un’azione preventiva e strutturale.
L’obiettivo, come detto, è l’adozione di un pacchetto organico di misure a sostegno delle categorie più esposte al caro vita, con interventi volti a garantire una retribuzione equa. Restano in attesa di una convocazione, ma i giorni a disposizioni non sono ormai molti, le parti sociali che insistono sulla detassazione del secondo livello contrattuale, aziendale e territoriale, limitando gli interventi solo ai contratti firmati dalle associazioni più rappresentative. E su questo dovrebbero arrivare chiarimenti.
Tutte le misure in ogni caso puntano a rafforzare il taglio del cuneo fiscale e a garantire aumenti, soprattutto per i redditi più bassi, con effetti graduali e differenziati. L’esecutivo vorrebbe impostare il lavoro sulla continuità rispetto ai provvedimenti già adottati, anche se non si escludono possibili aggiustamenti tecnici per evitare eventuali penalizzazioni nei passaggi tra le diverse fasce di reddito. Di certo l’entità dei benefici fiscali continuerà a dipendere dal livello di reddito.
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Macerie a Bir al-Abed, periferia sud di Beirut (Ansa)
Hezbollah scaglia un drone contro le Idf, che rivendicano l’uccisione di due miliziani.
Un secondo soldato francese del contingente delle Nazioni Unite Unifil è deceduto in seguito alle ferite riportate dall’attacco di Hezbollah di sabato scorso. A darne notizia è stato il presidente francese, Emmanuel Macron, che ha scritto su X che il caporale-capo Anicet Girardin del 132esimo reggimento di fanteria, rimpatriato dal Libano, è morto a causa delle ferite.
Parigi conta così la seconda vittima della difficile fase che sta attraversando il Paese dei cedri, dove purtroppo le violazioni del faticoso cessate il fuoco fra Israele d il Partito di Dio sono continue.
Anche se la situazione rimane molto complicata, il tavolo della trattativa resta aperto e il presidente libanese, Joseph Aoun, ha affermato che sono in corso contatti per prolungare la tregua, in scadenza domenica, di almeno dieci giorni. Una fonte ufficiale del governo di Nawaf Salam ha anche affermato che il Libano chiederà la fine di ogni operazione di demolizione delle zone occupate dove l’esercito di Tel Aviv aveva iniziato ad abbattere gli edifici ed una tregua lunga 30 giorni.
Le operazioni delle Forse di difesa israeliane non si sono mai fermate e sono stati uccisi due individui indicati come combattenti di Hezbollah, con l’accusa di aver varcato la cosiddetta Linea gialla, stabilita da Israele nel Sud del Libano. La notizia dell’eliminazione di questi due miliziani è stata data dalla radio militare dell’Idf e poi subito rilanciata da Al Jazeera. Il portavoce del comando militare ha parlato di minaccia immediata, una locuzione utilizzata da Israele per legittimare l’azione nonostante il perdurare del cessate il fuoco. La nota ha anche aggiunto che i soldati israeliani proseguono nelle operazioni di smantellamento delle basi logistiche di Hezbollah e nel sequestro di armamenti nell’area. Sempre la televisione qatarina Al Jazeera ha riferito di una serie di attacchi congiunti dell’aviazione e dell’artiglieria di Tel Aviv nelle zone residenziali presso i centri di Bint Jbeil, Khiam e Hanin. I vertici militari di Tsahal hanno anche dichiarato che l’esercito è coinvolto in duri scontri in territorio libanese, che sta portando avanti per garantire la sicurezza dei cittadini del Nord del paese.
Il ministro degli Esteri di Tel Aviv, Gideon Sa’ar, ha lanciato un invito al governo di Beirut per fare squadra con l’obiettivo di combattere insieme Hezbollah, definendolo un problema e un grave pericolo per la pace fra le due nazioni. Parlando ai diplomatici per il 78esimo anniversario dell’indipendenza di Israele, il responsabile degli esteri ha lanciato un appello a Beirut a distruggere il parastato terroristico che il movimento sciita filo iraniano ha costruito negli anni sul territorio libanese.
Hezbollah ha rivendicato il lancio di un drone contro una postazione dell’esercito israeliano nel villaggio di Bayada, nell’estremo Sud libanese. I miliziani hanno giustificato questo lancio con le violazioni alla tregua da parte di Tel Aviv. Il drone è stato intercettato dalla contraerea e non è riuscito a superare il confine.
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Donald Trump (Ansa)
Tensioni in Iran tra falchi militari e negoziatori. L’ayatollah tace. Giallo sul nuovo cessate il fuoco Usa: «Durerà tre-cinque giorni».
«Buone notizie»: secondo il New York Post, che ha scambiato alcuni messaggi con Donald Trump, i colloqui Usa-Iran potrebbero riprendere domani. O forse no: Teheran non ha ancora una posizione ufficiale. E la tregua? Sembrava dovesse essere illimitata, cioè durare fintantoché il nemico non avesse definito una proposta unitaria da presentare agli americani. Axios, però, sostiene che la proroga del cessate il fuoco concessa dal presidente durerebbe al massimo «altri tre-cinque giorni».
Per di più, gli emissari della Casa Bianca inizierebbero a sospettare che, dall’altro lato della barricata, non ci sia nessuno dotato della vera autorità per siglare un’intesa: «Abbiamo riscontrato una frattura assoluta fra i negoziatori e i militari», hanno riferito fonti dell’amministrazione alla testata statunitense. «Nessuna delle due parti ha accesso alla Guida suprema, che non risponde». Sarebbe paradossale se, dopo aver fatto tanto per provocare la caduta degli ayatollah, tutto il processo diplomatico si incagliasse per le divisioni suscitate all’interno del regime e perché Mojtaba Khamenei latita.
In effetti, il destino della pace appare appeso a due chiodi: quello delle esibizioni di forza nello Stretto di Hormuz e quello delle debolezze, più o meno occulte, dei belligeranti.
Il sistema granitico, capace di resistere a quaranta giorni di bombardamenti, risulterebbe dunque meno solido di quanto cerchi di dimostrare: sarebbe acclarata la divergenza degli apparati politici con i pasdaran e i falchi che li spalleggiano. Non è un caso se, a comunicare che non è stata presa alcuna decisione sul secondo vertice a Islamabad, sia stata l’agenzia Tasnim, affiliata ai pretoriani islamisti. Delle tensioni si sarebbe avuta prova anche la scorsa notte, quando il capo della squadra incaricata di trattare con Washington, Mohammad Ghalibaf, ha dovuto smentire i commenti del suo consigliere, Mahdi Mohammadi, sulla pausa prolungata da The Donald. «È uno stratagemma per guadagnare tempo in vista di un attacco a sorpresa», aveva detto il boiardo persiano. «Le opinioni espresse da questi consulenti», ha poi corretto il tiro un funzionario del Parlamento, di cui Ghalibaf è presidente, «non rappresentano necessariamente» le idee dell’uomo che parla con gli americani. Il quale, ieri, ha elogiato le Guardie rivoluzionarie, definendole fonte di «orgoglio e onore», nonché «muro di ferro» contro le minacce esterne. Un messaggio che, se non fosse stato diffuso in occasione dell’anniversario della fondazione del corpo, avrebbe avuto l’aria di una excusatio non petita. Ieri, intanto, il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha sentito il titolare della Farnesina, Antonio Tajani: è un segnale che la Repubblica islamica non vuole tagliare ogni canale di dialogo con l’Occidente.
Se nel monolite iraniano si è aperta qualche crepa, all’Armada di Trump cominciano a mancare le cartucce. In senso letterale. Era noto che gli Usa avessero problemi di scorte e che, per sopperire allo svuotamento degli arsenali, già a novembre 2025 il Pentagono avesse contattato le fabbriche automobilistiche, esortandole a riconvertire a scopi bellici alcune linee di produzione. Anche il generale Dan Caine, capo dello Stato maggiore congiunto, aveva messo in guardia il presidente durante le discussioni preliminari su Epic fury: le riserve di missili e munizioni erano ridotte al lumicino, dopo anni di sostegno all’Ucraina e a Israele. Ora, la Cnn ha pubblicato una lista che illustra nel dettaglio lo stato allarmante in versano gli stock a stelle e strisce: il conflitto in Iran ha consumato metà degli intercettori Thaad e dei Patriot; il 45% dei missili di precisione Strike; il 30% dei Tomahawk; il 20% degli standoff aria-superficie, progettati per colpire obiettivi protetti rimanendo al di fuori della portata delle contraeree; e il 20% dei missili SM-3 e SM-6, i pilastri della difesa aerea e missilistica navale statunitense. Alla luce di questi dati, è plausibile che la sosta sia utile anche agli americani per tirare il fiato, benché a rimpiazzare gli armamenti - per la modica cifra di 47 miliardi di dollari - non bastino settimane. Tanto più che l’intelligence Usa, citata da Cbs, sostiene che la metà delle testate balistiche iraniane e dei mezzi di lancio sia intatta, così come il 60% della Marina - quella che per Trump è «in fondo al mare». Anche l’Aeronautica sarebbe ancora operativa per i due terzi.
Ma la scelta di concedere un ulteriore margine a Teheran potrebbe derivare pure dalla necessità di riconquistare un po’ della fiducia perduta. I commenti del consigliere di Ghalibaf tradiscono una preoccupazione autentica degli iraniani. Maturata già quando, il 9 settembre 2025, Israele colpì in Qatar l’edificio dove aveva convocato i rappresentanti di Hamas. La mossa di Benjamin Netanyahu irritò la Casa Bianca. Ma i nemici di Tel Aviv potrebbero non aver dato credito alla tesi della bravata di Bibi. Gli stessi ayatollah hanno lamentato di essere stati attaccati mentre erano aperti i tavoli a Ginevra, che comunque Trump considerava inconcludenti. E ieri il presidente della Repubblica islamica, Masoud Pezeshkian, ha ribadito che Teheran «ha sempre accolto e continua ad accogliere il dialogo», il «principale ostacolo» al quale rimane la «malafede» a stelle e strisce.
A breve capiremo se, per JD Vance, avrà senso partire alla volta del Pakistan. Ma che il presidente speri di chiudere la partita lo conferma il Wall Street Journal, quotidiano fresco di polemica con The Donald per un articolo di Elliot Kaufman, secondo cui gli iraniani lo considerano un «fesso». Il giornalista, ha scritto Trump su Truth, è «un idiota nel comitato editoriale». Fatto sta che, stando alle fonti consultate dal giornale, mentre si avvicinava la scadenza della precedente tregua, il tycoon si sarebbe mostrato molto cauto sull’ipotesi di riprendere le ostilità. Il cambio di toni e, forse, una reciproco tentativo di distensione, si notano pure dalla scelta di Teheran di non giustiziare le otto ragazze che Trump aveva chiesto di risparmiare: «Quattro saranno rilasciate immediatamente», ha riferito il presidente, «mentre quattro saranno condannate a un mese di carcere. Apprezzo vivamente». C’era una volta quello che minacciava di cancellare la civiltà iraniana.
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