
Il Superbonus torna in scena. Non che se ne fosse mai andato davvero. Entra fra i protagonisti scomodi. Entra nel pieno del dibattito sul Documento di finanza pubblica. Cioè l’anticamera della prossima legge di Bilancio. L’ultima prima delle elezioni. Quella che il governo non può permettersi di sbagliare.
Sul lato del palcoscenico manca il suo autore politico più riconoscibile, Giuseppe Conte, fermo in ospedale. Giorgia Meloni gli manda auguri di pronta guarigione. Un gesto istituzionale ed elegante. Ma la politica non fa sconti.
Il Superbonus, presentato ai suoi tempi come una sorta di bacchetta magica dell’edilizia italiana - crescita, rilancio, efficienza energetica e persino felicità condominiale - continua a fare ciò gli riesce meglio: trasformare promesse nella realtà ostica dei numeri. Questa volta il numero è piccolo solo in apparenza. Uno 0,1%.
Il rapporto deficit/Pil, infatti, si ferma al 3,1%. Un soffio sopra il 3% europeo. Un decimale che, nella grammatica di Bruxelles, non è un dettaglio ma una soglia politica oltre che economica. Perché quel decimale significa una cosa molto semplice: niente uscita dalla procedura d’infrazione. Quindi niente scostamento di bilancio. Quindi niente margini per affrontare, con soldi veri, il caro energia che continua a mordere i bilanci di famiglie e imprese.
Chi ha spostato quella virgola? La risposta non richiede interpretazioni creative. È stato il Superbonus. Non lo dice Palazzo Chigi. Lo dicono, con linguaggio molto più pericoloso perché neutro, le istituzioni. L’Istat certifica che la deviazione rispetto alle attese - quel passaggio dal 3% previsto al 3,1% reale - è dovuta soprattutto alle maggiori spese legate ai crediti d’imposta del Superbonus. «Principalmente», si legge nella relazione del presidente, Francesco Maria Chelli. Una parola che in statistica vale più di un editoriale. La Corte dei Conti, non esattamente un club di simpatizzanti del governo in carica, usa un registro ancora più netto: la crescita del debito è legata «soprattutto» agli effetti per cassa del Superbonus. Soprattutto. Non marginalmente, non in parte. Soprattutto. E poi c’è l’Ufficio parlamentare di bilancio, con la sua presidente, Lilia Cavallari, che entra nel cuore del problema. Il meccanismo, spiega, è costruito in modo tale da rendere impossibile un controllo tempestivo. Le informazioni arrivavano in ritardo perché le comunicazioni dovevano seguire una procedura burocratica complessa. I dati si accumulavano mentre la spesa pubblica scorreva senza aspettare i report. Un sistema che non registrava il presente. Lo inseguiva. Tre istituzioni indipendenti. Tre linguaggi diversi. Una sola conclusione convergente. Il Superbonus come variabile dominante del disallineamento dei conti. A questo punto la vicenda esce dalla tecnica ed entra nella politica vera, quella che non si misura nei grafici ma nelle conseguenze.
Perché quel 3,1% non è una soglia accademica. È il confine che tiene l’Italia dentro o fuori da margini di flessibilità europei. E restare fuori significa non poter usare lo scostamento di bilancio proprio nel momento in cui servirebbe di più: energia cara, imprese sotto pressione, consumi in rallentamento.
Il paradosso è quasi didattico. Una misura nata per rilanciare l’economia rischia oggi di limitarne la capacità di risposta. Il Superbonus ha sicuramente prodotto cantieri, lavori, ristrutturazioni. Ha acceso un settore che era fermo. Ma ha anche generato effetti collaterali che ora si presentano tutti insieme al tavolo dei conti pubblici: prezzi gonfiati, distorsioni di mercato, incentivi disallineati e un flusso di crediti fiscali che continua a pesare sui bilanci futuri come una scia avvelenata e difficile da smaltire. Il Superbonus è stato venduto come un miracolo. Un moltiplicatore economico che si sarebbe ripagato da solo. Qualcuno ci ha creduto. Qualcuno ha fatto finta di crederci. E qualcuno - Istat, Corte dei Conti, Upb - ha poi dovuto sedersi al tavolo e fare i conti veri. Il risultato? Zero virgola uno percento che vale miliardi. Che vale una procedura d'infrazione. Che vale l'impossibilità di aiutare gli italiani a pagare le bollette. Che vale, in sintesi, tutto ciò che la politica con interventi «gratis per tutti» lascia sempre in eredità a chi viene dopo. Il Superbonus non è morto. Non muore mai. Come certi ospiti indesiderati, continua a presentarsi a tavola anche quando nessuno lo ha invitato, mangia quello che trova e lascia il conto agli altri.
E forse, in fondo, la lezione è tutta qui: in economia, come in edilizia, le fondamenta contano più delle facciate. Anche quando la facciata sembra perfetta.





