Conte adesso mette la Schlein all’angolo: «Con lei ma se caccia tutti i capibastone»

Non lasciatevi ingannare dalla Suburra barese. Ha solo accelerato l’ultima metamorfosi. Il camaleonte s’è trasformato ancora una volta. Adesso è un avvoltoio. Aleggia sulle disgrazie giudiziarie degli ex alleati del Pd a caccia all’ultimo voto, per guidare quel che resta della coalizione.
La strategia ormai è lampante: il futuro è un ritorno al passato, nel nome dell’indimenticabile fondatore. Beppe Grillo, per un abbondante decennio, ha dato fondo agli insulti contro i democratici: «Pdmenoelle», «pidioti», «partito preferito dalla camorra», «tutti collusi e complici», «gente sporca dentro». Conte, leader in pochette, non ricorre alle contumelie. Ma il suo vaffa è stato degno dei tempi andati. Ha mandato a ramengo le decantate primarie per le amministrative di Bari, quando mancavano appena tre giorni alla consultazione. E continua a infierire su Elly Schlein: «Se lei volesse mantener fede all’impegno preso a marzo del 2023 quando fu acclarata segretario del partito democratico al grido di “libererò il Partito democratico da capibastone e cacicchi” lei troverebbe in me il più grande partner» assicura, ospite di Accordi e disaccordi, Conte. Che replica anche all’accusa di voler favorire la destra: «Ragionamento malato e viziato. Forse sono gli scandali della politica, quando ci sono, che favoriscono la destra».
Ma è solo un astuto diversivo. Riesumata la questione morale, ora spera nel commissariamento della città di Bari per infiltrazioni mafiose. Il suo aspirante sindaco, Michele Laforgia, evita la ghigliottina e rimane in campo. Del resto, ammette il leader pentastellato in tv, «il Pd vincerebbe sempre e comunque le primarie, è senz’altro più attrezzato di noi per farle». Ora invece la roccaforte pugliese vacilla. Grazie a quel ritorno alle origini. Il richiamo della foresta. Il piano prosegue in Piemonte. È ufficiale la candidatura alla presidenza di una grillina d’antan: Sarah Disabato, capogruppo e coordinatrice regionale. Sfiderà il presidente della Regione uscente, Alberto Cirio, sostenuto dall’intero centrodestra. Ma soprattutto la dem Gianna Pentenero. Anche la prescelta è una fierissima oppositrice del campo largo, assieme all’ancor più pugnace Chiara Appendino, vicepresidente del partito ed ex sindaco di Torino. Proprio alla Disabato erano state affidate le vane speranze di convergenza, interrotte dopo la fuga in avanti del Pd. La Appendino, d’altronde, aveva già chiarito: «La loro forzatura sulla scelta della candidata è stato solo l’ultimo elemento che ha reso evidente l’impossibilità di presentarsi insieme. Le divergenze sono politiche: dai diritti, all’ambiente, passando per il consumo di suolo».
Non meno tormentati i destini dei giallorossi nelle città al voto. Oltre all’inarrivabile Bari, s’intende. A Firenze il sindaco, Dario Nardella, ha indicato con siderale anticipo una fedelissima per la successione: Sara Funaro. Tra i filo grillini, si scalda invece il battagliero Tomaso Montanari, rettore agit prop dell’università per stranieri di Siena. Destini divisi pure in un’altra decina di capoluoghi: da Bergamo a Caltanissetta. Inarrivabile, comunque, la faida di Livorno, dove i grillini si accordano con Potere al popolo. Mentre illustri esponenti pentastellati ripostano macabri pupazzetti raffiguranti Luca Salvetti, sindaco dem ricandidato, con la testa rotta.
Del resto, Conte ha affidato le trattative in mezza Italia all’ex senatrice Paoletta Taverna, vicepresidente vicario e responsabile degli enti locali del Movimento. Nonostante gli occhialini rotondi e i completi pastello, rimane pur sempre la più ruspante epigona del fondatore. Considerava i quasi amici dei delinquenti matricolati: «Siete delle merde! Ve ne dovete andare! Dovete morire!». In seguito s’è rabbonita: «Quando ti presenti col Pd, un po’ truffatore lo sei anche tu». Nei cuori di tutti, resta comunque «la pescivendola del Senato». Affidare a lei le trattative di pace è come chiedere a un pornodivo di fermarsi al petting.
Insomma: tutto procede secondo piani del rapace di Volturara Appula, che non a caso deriva dal latino vultur, ossia avvoltoio. Mandare a catafascio le primarie baresi ha causato la vivace reazione della scornata Elly: «Conte è veramente sleale. Umanamente e politicamente». Intanto lui finge di credere ancora nell’armistizio, ma solo se lei saprà liberarsi da «capibastone e cacicchi» appunto. Si affranchi quindi dagli acchiappa voti, a partire dalla Puglia. E, cinta dai resistibili fedelissimi, gli consegni la coalizione. Già, vuole scalzarla dalla guida del centrosinistra. Gli serve un voto in più, però. E secondo gli ultimi sondaggi, l’isolazionismo paga. Il Pd, nell’ultima rilevazione Dire-Tecnè, scende al 20,2 per cento: in deciso calo rispetto alle ultime europee. Mentre il Movimento sale, sfiorando il 16 per cento: quasi la stessa cifra raccolta cinque anni fa. La retromarcia pugliese, ovviamente, aumenta lo scompiglio nelle file democratiche, già alle prese con le divisive liste per le Europee. Dopo il manrovescio del supposto alleato, Elly sembra aver sciolto le riserve. Correrà anche lei, nella speranza di portare qualche voto in più. Non al terzo posto, dopo un civico e un dem: ipotesi avversata da mezzo partito, uscenti in testa. Meglio procedere in ordine alfabetico, piuttosto.
Il toto nomi impazza. Viene ormai definito dalla segretaria «un genere fantasy». Una cosa, però, è certa. Il suo impegno in prima persona potrebbe diventare l’ennesima occasione di scontro tra Pd e 5 stelle. Conte, a differenza della titubante segretaria, ha già chiarito da tempo: «Escludo di candidarmi. Il Movimento non mente agli elettori». Insomma: la povera Elly, già «testardamente unitaria», si beccherebbe pure l’accusa di furfantesca politicante. Ci manca solo che il Masaniello in pochette manifesti contro quei felloni dei democratici in piazza Montecitorio. Ritmando l’indimenticabile coretto: «Onestà, onesta».






