Tra poche ore sapremo se la riforma dell’ordinamento giudiziario allestita dalla maggioranza di governo avrà superato il vaglio popolare. Chi in queste ore si sta recando alle urne con l’unico obiettivo di azzoppare Giorgia Meloni, rischia di affossare definitivamente l’ultimo tentativo di staccare la magistratura dalle ideologie e le sentenze dalla discrezionalità.
In questa battaglia senza esclusione di colpi la voce più rumorosa è stata quella delle toghe organizzate in correnti e sindacato, capaci di opporsi alle modifiche proposte dal potere politico con forza di partito Il comitato per il No, con base negli uffici dell’Associazione nazionale magistrati e guidato dai capataz delle correnti, ci ha fatto sapere che il 77% delle toghe non fa parte di gruppi. Quindi il 23, rispondiamo noi, decide praticamente tutto. Ma le ragioni della maggioranza silenziosa dei magistrati, molti dei quali favorevoli al Sì, non sono state rappresentate dalla minoranza rumorosa, che ha in mano le chiavi del sistema e delle nomine. Per questo il Fronte del No ha risposto con tanta virulenza all’idea del cambiamento: sorteggiare i componenti del Csm e far giudicare gli errori delle toghe da un’Alta Corte disciplinare esterna al Csm priverebbe le correnti della loro stessa ragion d’essere ovvero dello ius decidendi sulla vita professionale dei magistrati (dalle promozioni alle sanzioni). In questa lotta per la sopravvivenza, molti pm e giudici hanno preferito non esporsi e lasciare il palcoscenico ai difensori dello status quo, i quali occupano tutti i principali ruoli decisionali della categoria. Difficile, quindi, far emergere verità alternative.
Per fortuna una cinquantina di toghe, attive o in quiescenza, in rappresentanza di mondi e sensibilità diversi (cattolici conservatori, progressisti riformatori e persino ex grillini) sono uscite allo scoperto per provare a liberare la magistratura da queste incrostazioni ideologiche e consentire la realizzazione di quel giusto processo con giudici davvero terzi e imparziali agognato dai Padri costituenti e dai loro epigoni, come l’ex Guardasigilli Giuliano Vassalli che aveva tracciato il solco per la separazione delle carriere dei magistrati e per l’effettiva equiparazione di accusa e difesa. I Cinquanta si sono fatti portavoce di una vera e propria rivoluzione culturale e hanno provato a rispondere con argomenti concreti alle infinite fake news del Fronte del No che annunciava peste e cavallette.
Sono scesi in campo Antonio Di Pietro e l’ex procuratore generale della Cassazione Luigi Salvato, i consiglieri del Csm Andrea Mirenda e Isabella Bertolini e il presidente di sezione della Cassazione Giacomo Rocchi, l’ex presidente della Corte d’Appello di Roma e del Tribunale di Torino Luciano Panzani e il capo dipartimento del ministero Antonio Sangermano, ma anche i procuratori Giuseppe Capoccia, Alfonso D’Avino, Antonio Gustapane e Antonello Racanelli.
Al loro fianco si sono schierati tanti colleghi impegnati tutti i giorni a mandare avanti la giustizia da magistrati «semplici» in territori di frontiera. Tutti insieme, come voci di un unico coro, hanno iniziato a spiegare per iscritto su questo giornale che la riforma non è un tentativo di mettere sotto il controllo dell’Esecutivo la magistratura, ma di dare definitiva attuazione al cosiddetto sistema accusatorio introdotto nel nostro Paese nel 1989, in base al quale accusa e difesa dovrebbero trovarsi sullo stesso piano. Il risultato è stato un puzzle di articoli spesso bellissimi, ma soprattutto onesti e ricchi di aneddoti e di vita vissuta. La ciliegina sulla torta è stata l’intervista al presidente emerito della Corte costituzionale, Augusto Barbera, che ha confermato, se ce ne fosse stato bisogno, che i veri riformisti votano Sì, mentre chi vuole mantenere un sistema nato con il fascismo e improntato alla necessità di un controllo del manovratore sulla giustizia vota No. È stata la parola definitiva.
Che ha chiuso una campagna referendaria piena di sgambetti e colpi bassi. Il procuratore di Napoli Nicola Gratteri ci ha fatto sapere che «voteranno per il Sì indagati, imputati, massoneria deviata e centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente». Poi abbiamo scoperto che una delle toghe impegnate nella battaglia per il No era il pregiudicato Piercamillo Davigo, seguito a ruota («Il rimedio è peggiore del male») dall’ex piduista e pluripregiudicato Luigi Bisignani, finito pure nelle maglie dell’inchiesta sulla cosiddetta P4. Il segretario generale dell’Anm Rocco Maruotti è persino riuscito a collegare in modo ardito l’uccisione da parte della polizia di un attivista Usa alla «riforma Meloni-Nordio». Per fortuna, i Cinquanta, invece, di perdere tempo a terrorizzare i cittadini, vaticinando future dittature e deportazioni di pm, hanno preferito spiegare, testo costituzionale alla mano, che cosa cambierà con la riforma. Lo hanno fatto con competenza e pazienza. Qualcuno ci ha messo più cuore, qualcun altro ha preferito entrare nel dettaglio delle norme. Ma tutti si sono segnalati per chiarezza e preparazione. I nostri lettori, grazie a loro, hanno capito davvero su cosa siamo chiamati a votare. Anziché alzare polveroni i nostri editorialisti e intervistati hanno voluto evidenziare l’occasione offerta dalla riforma: una modernizzazione dell’ordinamento giudiziario, ma soprattutto dell’intero Paese. Per questo ringraziamo questi magistrati che hanno permesso ai nostri lettori di comprendere il vero spirito della legge. L’unica cosa che potete fare per non rendere inutile il loro sforzo è ascoltarli e andare a votare Sì.



