
Gli Stati Uniti tentano la via diplomatica ma al tempo stesso alzano il livello dello scontro con Teheran, in un quadro sempre più instabile che coinvolge lo Stretto di Hormuz, Israele e il Libano. Secondo fonti citate da Axios, gli inviati di Donald Trump, Jared Kushner e Steve Witkoff stanno lavorando alla creazione di una squadra incaricata di negoziare con l’Iran su ordine diretto del presidente.
Negli ultimi giorni non si registrano contatti diretti tra Washington e Teheran, ma Egitto, Qatar e Regno Unito avrebbero svolto un ruolo di mediatori per lo scambio di messaggi. Il Cairo e Doha avrebbero informato Stati Uniti e Israele che la Repubblica islamica sarebbe interessata ad avviare negoziati, ma solo a condizioni molto rigide compresi dei risarcimenti in denaro. Washington, dal canto suo, ha posto sei richieste stringenti: sospensione del programma missilistico per cinque anni, stop totale all’arricchimento dell’uranio e smantellamento degli impianti nucleari di Natanz, Isfahan e Fordow. Le condizioni americane includono anche protocolli di controllo esterno sulle centrifughe, accordi regionali sul controllo degli armamenti con un tetto massimo di mille missili e la cessazione dei finanziamenti ai gruppi alleati di Teheran, tra cui Hezbollah in Libano, gli Huthi in Yemen e Hamas nella Striscia di Gaza.
Sul piano politico, la trattativa appare complicata anche dall’incertezza sulla leadership iraniana. Dopo l’uccisione di diversi vertici del regime e del mistero che circonda la nuova Guida suprema Mojtaba Khamenei, non è chiaro chi possa negoziare per conto di Teheran. Da settimane circolano voci sulla sua morte, mentre il regime prova a smentirle diffondendo immagini e video generati con l’intelligenza artificiale. Accanto alla diplomazia, cresce la pressione militare. Donald Trump ha lanciato un ultimatum a Teheran, minacciando di colpire le centrali elettriche iraniane se lo stretto di Hormuz non verrà riaperto completamente entro 48 ore (ultimatum che scade oggi). La risposta iraniana è stata immediata. Le forze armate della Repubblica islamica hanno avvertito che la chiusura totale dello stretto è possibile e che eventuali bombardamenti provocherebbero «danni irreversibili» alle infrastrutture della regione.
Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha dichiarato che qualsiasi attacco statunitense scatenerebbe una rappresaglia immediata contro infrastrutture energetiche e petrolifere, con conseguenze dirette sui prezzi del petrolio. Teheran ha comunque ribadito la disponibilità a collaborare con l’Organizzazione marittima internazionale per la sicurezza della navigazione, pur precisando che il passaggio nello stretto resterà limitato per le navi legate ai «nemici dell’Iran».
Nel frattempo il confronto militare si è intensificato su più fronti. Il CentCom ha annunciato di aver distrutto la fabbrica di Kuh-e Barjamali, a sud di Teheran, indicata come uno dei siti in cui venivano assemblati missili balistici a corto e medio raggio. L’operazione si inserisce in una campagna mirata a colpire la filiera missilistica iraniana. Sul fronte regionale tre missili balistici hanno preso di mira la regione di Riad, capitale dell’Arabia Saudita, nel ventitreesimo giorno della guerra. Il ministero della Difesa saudita ha reso noto che uno dei vettori è stato intercettato mentre gli altri due sono caduti in un’area disabitata. Dalla mezzanotte sono stati inoltre neutralizzati cinque droni ostili nello spazio aereo del Regno. Gli Emirati Arabi Uniti hanno dichiarato di aver attivato le difese aeree in risposta a minacce provenienti dall’Iran. Il ministero della Difesa ha precisato che i rumori avvertiti sul territorio sono dovuti all’intercettazione di missili e droni. Secondo un portavoce, tre velivoli senza pilota sono stati abbattuti nella regione orientale del Paese.
Contemporaneamente l’esercito israeliano ha annunciato di essere impegnato in attacchi nel centro di Teheran, all’indomani dei due devastanti attacchi iraniani nel sud di Israele. In una dichiarazione, le Forze di difesa israeliane hanno affermato di «stare attualmente conducendo attacchi contro il regime terroristico iraniano nel cuore di Teheran». Sul territorio israeliano le conseguenze degli attacchi restano pesanti. Un missile balistico dotato di testata a grappolo ha colpito il centro del Paese causando quindici feriti, mentre il bilancio complessivo degli attacchi su Arad e Dimona è salito a 175 persone coinvolte, alcune in gravi condizioni. Le submunizioni disperse su un’ampia area hanno aumentato l’impatto dell’attacco e complicato le operazioni di soccorso. Benjamin Netanyahu ha sottolineato che il lancio iraniano contro la base di Diego Garcia nell’Oceano Indiano dimostra la capacità di Teheran di colpire a circa 4.000 chilometri di distanza, arrivando potenzialmente a minacciare aree profonde dell’Europa. Un messaggio rivolto agli alleati occidentali sulla portata strategica della minaccia.
La crisi si estende inoltre al Libano meridionale. Il ministro degli Esteri israeliano Israel Katz ha ordinato la distruzione dei ponti sul fiume Litani utilizzati, secondo Israele, per attività di Hezbollah. Le forze israeliane hanno riferito di aver ucciso almeno dieci combattenti della milizia sciita, mentre Hezbollah sostiene di aver lanciato almeno dodici attacchi contro posizioni israeliane. Il presidente libanese Joseph Aoun ha condannato i bombardamenti di Israele contro ponti e infrastrutture nel sud del Libano, definendoli una pericolosa escalation e un possibile preludio a un’invasione terrestre.
Trump in serata ha attaccato il presidente israeliano Isaac Herzog, definendolo «un bugiardo, debole e patetico» per non aver concesso la grazia a Netanyahu.






