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2020-04-29
Conte fa la passerella al Nord Italia ma raccoglie la rabbia dei sindaci
Giuseppe Conte (Ansa)
Il premier operaio, con il caschetto che fu di Silvio Berlusconi a coprire il ciuffo, arriva a Genova verso le 11 del mattino di ieri. Giuseppe Conte scende dall'auto presidenziale e la ressa di giornalisti e operatori fa storcere il naso a chi, in questi lunghi mesi di isolamento, si è sentito ripetere mille e mille volte di mantenere il distanziamento sociale. «Se ami l'Italia mantieni la distanza», aveva gorgheggiato Conte tre giorni fa, e di amore verso la patria ieri, se questo è il metro (e mezzo) di giudizio, se ne è visto davvero poco, ma tant'è: l'inaugurazione del nuovo ponte di Genova è occasione ghiotta per un po' di propaganda politica.
Il Conte di Genova lo sa bene, e arringa la folla: «Lo Stato», proclama, «non ha mai abbandonato Genova. Lo abbiamo solennemente detto a poche ore dalla tragedia: ero già qui e abbiamo detto subito che Genova non sarebbe stata lasciata sola. Questa presenza è doverosa ma sono qui anche con grande piacere perché oggi suturiamo una ferita. Ci impegniamo al massimo perché tragedie del genere non abbiano più a ripetersi. Ricongiungiamo una importante arteria di comunicazione al centro», aggiunge Conte, «al cuore, della città. La portata concreta di questa giornata è nel fatto che c'è un progetto reale che sta giungendo a completamento. Qualcuno ha parlato di miracolo: credo sia possibile parlare di miracolo, senza enfasi».
Parlare di miracolo senza enfasi: se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, l'ex avvocato del popolo, capace di inanellare gaffe a raffica, eppure ancora convinto di essere uno statista e non un Forrest Gump della politica internazionale. «Quando fissammo questo termine per i lavori», azzarda Conte, «i vostri sguardi erano molto preoccupati ma io vi incitai a fissare un termine molto sfidante perché avevo consapevolezza che se pure avessimo ritardato l'importante era darsi una data la più immediata possibile. Siamo nei tempi e tra poco torneremo per l'inaugurazione, perché il progetto è pressoché completo».
Da Genova, Conte si sposta a Lodi, primo focolaio dall'epidemia, dove arriva nel pomeriggio. «Il rischio di un contagio di ritorno», dice Conte, «è molto concreto. Avvieremo il metodo dei rubinetti, una sorta di algoritmo matematico che ci consentirà di tenere sempre sotto controllo l'andamento del virus, e se ci saranno ritorni potremo intervenire in modo mirato chiudendo il rubinetto. Abbiamo visto in altri Paesi i rischi che si affrontano. Noi stiamo già affrontando un rischio: dal 4 maggio», sottolinea il premier, «4,5 milioni di lavoratori torneranno a lavorare, prenderanno i mezzi pubblici ma anche il mezzo privato può essere un rischio». Conte incontra i sindaci della prima zona rossa, i quali però gli indirizzano un saluto tutt'altro che affettuoso: i primi cittadini leghisti di Codogno, Casalpusterlengo e Lodi, Francesco Passerini, Elia Del Miglio e Sara Casanova, dopo aver incontrato il premier in prefettura, diffondono una nota: «Siamo stati i primi a soffrire», scrivono, «e gli ultimi a ricevere visite. Siamo stati i primi reclusi e gli ultimi a essere ascoltati: ci siamo sempre arrangiati, non ci avete mandato nulla, non avete nemmeno risposto alle nostre lettere e addirittura ci avete infangato accusando ingiustamente uno dei nostri ospedali. Presidente Conte, siamo contenti di riuscire a parlarle dopo più di due mesi e svariate richieste ma non ci accontentiamo delle passerelle e vogliamo ciò che abbiamo legittimamente chiesto e che serve alla nostra economia per ripartire come un fondo di investimento specifico e le coperture per azzerare tutte le imposte locali per il 2020. Siamo abituati a fare, non a parlare, se ci rispetta ci ascolti».
Non è andata meglio l'altra sera, anzi l'altra notte, a Bergamo e a Brescia. Conte, che per la prima volta ha messo piede in Lombardia dopo lo scoppio della pandemia, si è presentato con due ore di ritardo, scatenando la furia del vicepresidente del Senato, il leghista Roberto Calderoli: «Le province di Bergamo e Brescia», attacca Calderoli, «hanno avuto, realmente, oltre 10.000 morti per il virus. Dopo due mesi, per la prima volta il signor Conte si presenta in queste province e arriva a Bergamo alle 23.10 quando era atteso alle 20.30. Non vuole rispondere alle domande dei giornalisti bergamaschi che lo aspettano da oltre un'ora, risponde che ha già parlato a Milano, poi non è in grado nemmeno di ricordare i nomi di Alzano Lombardo e Nembro che definisce genericamente i piccoli Comuni del bergamasco».
Conte, nervoso, ha anche sostanzialmente mandato a quel paese una giornalista di Tpi, che gli faceva notare che il governo non ha chiuso le fabbriche della zona: «Guardi», ha risposto stizzito, «se lei un domani avrà la responsabilità di governo, scriverà lei i decreti e assumerà lei tutte le decisioni». Dalla Lombardia, Conte riparte alla volta dell'Emilia Romagna: arriva a Piacenza e incontra il sindaco Patrizia Barbieri e il presidente della Regione Stefano Bonaccini. Il tour del premier con il caschetto nelle zone più colpite dalla pandemia è stato tutt'altro che un giro d'onore.
Varo record per il ponte di Genova
Con il varo della diciannovesima campata d'acciaio del nuovo viadotto di Genova, lunga 44 metri, il tracciato del nuovo ponte è completato. L'opera, progettata da Renzo Piano, è lunga 1.067 metri, per costruirla sono state usate 17.500 tonnellate di acciaio ed è composta da 19 campate poste a 40 metri di altezza sorrette da 18 piloni. L'operazione è stata salutata dal suono delle sirene del cantiere, delle navi alla fonda e di alcune aziende. «Il ponte non è finito», dice il sindaco di Genova, Marco Bucci, «ma oggi celebriamo il ricongiungimento delle due parti della valle. Oggi posso dire che questo nastro d'acciaio finalmente riunisce le due parti della valle di Ponente e di Levante. Ci ricorderemo per sempre delle 43 vittime».
«Il ponte di Genova», commenta il presidente della regione Liguria, Giovanni Toti, «credo sia anche il simbolo di un'Italia che ce la fa a ripartire. Credo che questo sia qualche cosa di più di un ponte. È utile a questo Paese, è la dimostrazione che insieme possiamo fare tante cose, la dimostrazione che chi pensa che una cosa non sia possibile farebbe bene ad astenersi dal disturbare chi la sta facendo».
«Siamo convinti», sottolinea il ministro dei Trasporti, Paola De Micheli, «che non sia un'illusione quella di cambiare il mondo. Credo che vedere quest'opera quasi realizzata sia un segnale straordinario che anche in questo tempo difficile possiamo ogni giorno continuare a cambiare il mondo».
È stato realizzato davvero in fretta, il nuovo ponte di Genova: sono trascorsi infatti 620 giorni da quel tragico 14 agosto 2018, quando il crollo del Morandi spezzò le vite di 43 persone in una giornata di pioggia battente. Ma come è stato possibile realizzare l'opera in così breve tempo? Non sarà contento il M5s, ma la svolta è arrivata da un superamento di lacci e lacciuoli delle procedure burocratiche. La costruzione dell'opera ha infatti visto il sindaco di Genova, Marco Bucci, vestire i panni del commissario operativo. I lavori sono stati appaltati con un percorso burocratico agile e veloce, che ha permesso di evitare lungaggini e intoppi. Una modalità organizzativa che non è stata penalizzata neanche dall'esplosione del coronavirus: lo scorso 27 marzo si è registrato il primo caso di Covid-19 al cantiere del nuovo ponte di Genova. L'operaio, un uomo di Reggio Emilia, dipendente di una delle aziende principali in azione sul viadotto, è stato messo in isolamento, e 49 colleghi sono stati rintracciati e messi in quarantena per due settimane. Immediatamente sono scattate le contromisure: costruttori, sindacati e parte commissariale si sono riuniti in videoconferenza e il consorzio PerGenova, in accordo con i protocolli sanitari applicati dalla Asl, ha dato avvio a una sanificazione ancora più approfondita rispetto a quella che veniva effettuata in precedenza, e che ha interessato gli spazi comuni come docce, mense, spogliatoi e mezzi di lavoro. Nonostante il rallentamento dovuto a questa circostanza, i lavori sono andati comunque avanti: nessun lockdown.
La collaborazione tra le istituzioni ha consentito di rendere più veloci i procedimenti amministrativi, e così non si è perso tempo con i contrasti tra Stato, Regioni e Comuni che spesso in Italia finiscono per rallentare, se non addirittura di bloccare, le opere pubbliche. Un modello che andrebbe replicato anche in futuro, ma purtroppo il M5s e la sinistra paladina della burocrazia difficilmente lo consentiranno.
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Lunedì a tarda notte si presenta a Bergamo e Brescia con due ore di ritardo. Ieri visita prima la Liguria per poi fare tappa a Lodi. I primi cittadini dell'ex zona rossa: «Siamo gli ultimi a essere ascoltati»Terminato in soli 620 giorni: miracolo reso possibile dall'eliminazione della burocrazia e dalla decisione di non fermare tutto per il virus. Il contrario della ricetta giallorossa.Lo speciale contiene due articoliIl premier operaio, con il caschetto che fu di Silvio Berlusconi a coprire il ciuffo, arriva a Genova verso le 11 del mattino di ieri. Giuseppe Conte scende dall'auto presidenziale e la ressa di giornalisti e operatori fa storcere il naso a chi, in questi lunghi mesi di isolamento, si è sentito ripetere mille e mille volte di mantenere il distanziamento sociale. «Se ami l'Italia mantieni la distanza», aveva gorgheggiato Conte tre giorni fa, e di amore verso la patria ieri, se questo è il metro (e mezzo) di giudizio, se ne è visto davvero poco, ma tant'è: l'inaugurazione del nuovo ponte di Genova è occasione ghiotta per un po' di propaganda politica.Il Conte di Genova lo sa bene, e arringa la folla: «Lo Stato», proclama, «non ha mai abbandonato Genova. Lo abbiamo solennemente detto a poche ore dalla tragedia: ero già qui e abbiamo detto subito che Genova non sarebbe stata lasciata sola. Questa presenza è doverosa ma sono qui anche con grande piacere perché oggi suturiamo una ferita. Ci impegniamo al massimo perché tragedie del genere non abbiano più a ripetersi. Ricongiungiamo una importante arteria di comunicazione al centro», aggiunge Conte, «al cuore, della città. La portata concreta di questa giornata è nel fatto che c'è un progetto reale che sta giungendo a completamento. Qualcuno ha parlato di miracolo: credo sia possibile parlare di miracolo, senza enfasi».Parlare di miracolo senza enfasi: se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, l'ex avvocato del popolo, capace di inanellare gaffe a raffica, eppure ancora convinto di essere uno statista e non un Forrest Gump della politica internazionale. «Quando fissammo questo termine per i lavori», azzarda Conte, «i vostri sguardi erano molto preoccupati ma io vi incitai a fissare un termine molto sfidante perché avevo consapevolezza che se pure avessimo ritardato l'importante era darsi una data la più immediata possibile. Siamo nei tempi e tra poco torneremo per l'inaugurazione, perché il progetto è pressoché completo». Da Genova, Conte si sposta a Lodi, primo focolaio dall'epidemia, dove arriva nel pomeriggio. «Il rischio di un contagio di ritorno», dice Conte, «è molto concreto. Avvieremo il metodo dei rubinetti, una sorta di algoritmo matematico che ci consentirà di tenere sempre sotto controllo l'andamento del virus, e se ci saranno ritorni potremo intervenire in modo mirato chiudendo il rubinetto. Abbiamo visto in altri Paesi i rischi che si affrontano. Noi stiamo già affrontando un rischio: dal 4 maggio», sottolinea il premier, «4,5 milioni di lavoratori torneranno a lavorare, prenderanno i mezzi pubblici ma anche il mezzo privato può essere un rischio». Conte incontra i sindaci della prima zona rossa, i quali però gli indirizzano un saluto tutt'altro che affettuoso: i primi cittadini leghisti di Codogno, Casalpusterlengo e Lodi, Francesco Passerini, Elia Del Miglio e Sara Casanova, dopo aver incontrato il premier in prefettura, diffondono una nota: «Siamo stati i primi a soffrire», scrivono, «e gli ultimi a ricevere visite. Siamo stati i primi reclusi e gli ultimi a essere ascoltati: ci siamo sempre arrangiati, non ci avete mandato nulla, non avete nemmeno risposto alle nostre lettere e addirittura ci avete infangato accusando ingiustamente uno dei nostri ospedali. Presidente Conte, siamo contenti di riuscire a parlarle dopo più di due mesi e svariate richieste ma non ci accontentiamo delle passerelle e vogliamo ciò che abbiamo legittimamente chiesto e che serve alla nostra economia per ripartire come un fondo di investimento specifico e le coperture per azzerare tutte le imposte locali per il 2020. Siamo abituati a fare, non a parlare, se ci rispetta ci ascolti». Non è andata meglio l'altra sera, anzi l'altra notte, a Bergamo e a Brescia. Conte, che per la prima volta ha messo piede in Lombardia dopo lo scoppio della pandemia, si è presentato con due ore di ritardo, scatenando la furia del vicepresidente del Senato, il leghista Roberto Calderoli: «Le province di Bergamo e Brescia», attacca Calderoli, «hanno avuto, realmente, oltre 10.000 morti per il virus. Dopo due mesi, per la prima volta il signor Conte si presenta in queste province e arriva a Bergamo alle 23.10 quando era atteso alle 20.30. Non vuole rispondere alle domande dei giornalisti bergamaschi che lo aspettano da oltre un'ora, risponde che ha già parlato a Milano, poi non è in grado nemmeno di ricordare i nomi di Alzano Lombardo e Nembro che definisce genericamente i piccoli Comuni del bergamasco».Conte, nervoso, ha anche sostanzialmente mandato a quel paese una giornalista di Tpi, che gli faceva notare che il governo non ha chiuso le fabbriche della zona: «Guardi», ha risposto stizzito, «se lei un domani avrà la responsabilità di governo, scriverà lei i decreti e assumerà lei tutte le decisioni». Dalla Lombardia, Conte riparte alla volta dell'Emilia Romagna: arriva a Piacenza e incontra il sindaco Patrizia Barbieri e il presidente della Regione Stefano Bonaccini. Il tour del premier con il caschetto nelle zone più colpite dalla pandemia è stato tutt'altro che un giro d'onore. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-fa-la-passerella-al-nord-italia-ma-raccoglie-la-rabbia-dei-sindaci-2645865750.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="varo-record-per-il-ponte-di-genova" data-post-id="2645865750" data-published-at="1588098810" data-use-pagination="False"> Varo record per il ponte di Genova Con il varo della diciannovesima campata d'acciaio del nuovo viadotto di Genova, lunga 44 metri, il tracciato del nuovo ponte è completato. L'opera, progettata da Renzo Piano, è lunga 1.067 metri, per costruirla sono state usate 17.500 tonnellate di acciaio ed è composta da 19 campate poste a 40 metri di altezza sorrette da 18 piloni. L'operazione è stata salutata dal suono delle sirene del cantiere, delle navi alla fonda e di alcune aziende. «Il ponte non è finito», dice il sindaco di Genova, Marco Bucci, «ma oggi celebriamo il ricongiungimento delle due parti della valle. Oggi posso dire che questo nastro d'acciaio finalmente riunisce le due parti della valle di Ponente e di Levante. Ci ricorderemo per sempre delle 43 vittime». «Il ponte di Genova», commenta il presidente della regione Liguria, Giovanni Toti, «credo sia anche il simbolo di un'Italia che ce la fa a ripartire. Credo che questo sia qualche cosa di più di un ponte. È utile a questo Paese, è la dimostrazione che insieme possiamo fare tante cose, la dimostrazione che chi pensa che una cosa non sia possibile farebbe bene ad astenersi dal disturbare chi la sta facendo». «Siamo convinti», sottolinea il ministro dei Trasporti, Paola De Micheli, «che non sia un'illusione quella di cambiare il mondo. Credo che vedere quest'opera quasi realizzata sia un segnale straordinario che anche in questo tempo difficile possiamo ogni giorno continuare a cambiare il mondo». È stato realizzato davvero in fretta, il nuovo ponte di Genova: sono trascorsi infatti 620 giorni da quel tragico 14 agosto 2018, quando il crollo del Morandi spezzò le vite di 43 persone in una giornata di pioggia battente. Ma come è stato possibile realizzare l'opera in così breve tempo? Non sarà contento il M5s, ma la svolta è arrivata da un superamento di lacci e lacciuoli delle procedure burocratiche. La costruzione dell'opera ha infatti visto il sindaco di Genova, Marco Bucci, vestire i panni del commissario operativo. I lavori sono stati appaltati con un percorso burocratico agile e veloce, che ha permesso di evitare lungaggini e intoppi. Una modalità organizzativa che non è stata penalizzata neanche dall'esplosione del coronavirus: lo scorso 27 marzo si è registrato il primo caso di Covid-19 al cantiere del nuovo ponte di Genova. L'operaio, un uomo di Reggio Emilia, dipendente di una delle aziende principali in azione sul viadotto, è stato messo in isolamento, e 49 colleghi sono stati rintracciati e messi in quarantena per due settimane. Immediatamente sono scattate le contromisure: costruttori, sindacati e parte commissariale si sono riuniti in videoconferenza e il consorzio PerGenova, in accordo con i protocolli sanitari applicati dalla Asl, ha dato avvio a una sanificazione ancora più approfondita rispetto a quella che veniva effettuata in precedenza, e che ha interessato gli spazi comuni come docce, mense, spogliatoi e mezzi di lavoro. Nonostante il rallentamento dovuto a questa circostanza, i lavori sono andati comunque avanti: nessun lockdown. La collaborazione tra le istituzioni ha consentito di rendere più veloci i procedimenti amministrativi, e così non si è perso tempo con i contrasti tra Stato, Regioni e Comuni che spesso in Italia finiscono per rallentare, se non addirittura di bloccare, le opere pubbliche. Un modello che andrebbe replicato anche in futuro, ma purtroppo il M5s e la sinistra paladina della burocrazia difficilmente lo consentiranno.
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Sono il 7,4% delle imprese ma generano oltre 102 miliardi di ricavi e quasi un quarto dell’Ebitda. L’Osservatorio Nomisma evidenzia il divario crescente tra aziende capaci di creare valore e un sistema che fatica a trasformare la crescita in marginalità.
C’è una parte della manifattura italiana che non solo regge l’urto delle difficoltà economiche, ma continua a crescere e a produrre valore. È quella delle cosiddette imprese «Controvento», una minoranza sempre più rilevante del tessuto produttivo nazionale.
Secondo l’ultima edizione dell’Osservatorio realizzato da Nomisma in collaborazione con CRIF e CRIBIS, queste aziende rappresentano oggi il 7,4% del totale del comparto manifatturiero. Una quota limitata, ma capace di concentrare il 10% dei ricavi complessivi, pari a 102,6 miliardi di euro, oltre a quasi un quarto dell’Ebitda e al 16% del valore aggiunto dell’intero settore.
Il dato più significativo è che non si tratta di un fenomeno temporaneo. Negli anni, infatti, si è consolidata una vera e propria frattura tra modelli produttivi: da un lato imprese in grado di trasformare la crescita in marginalità e solidità, dall’altro aziende che faticano a generare valore nonostante l’aumento dei volumi. Le imprese Controvento si distinguono per performance nettamente superiori alla media. Tra il 2019 e il 2024 il loro margine operativo lordo è passato dal 17% al 24,9%, mentre quello delle altre realtà è rimasto sostanzialmente fermo attorno all’8%. Un divario che in cinque anni è quasi raddoppiato, passando da 9 a 17 punti percentuali.
La distanza emerge con ancora più evidenza sul fronte della produttività: 171 mila euro per addetto nelle imprese Controvento contro meno di 89 mila nelle altre. Un gap che ribalta anche le gerarchie dimensionali: una piccola impresa Controvento risulta mediamente più produttiva di una grande azienda che non rientra nel cluster. Dal punto di vista geografico, la Lombardia si conferma la regione con il maggior volume di ricavi, oltre 33 miliardi di euro. Ma è l’Emilia-Romagna a far registrare la crescita più sostenuta, superando i 20 miliardi e accorciando le distanze. Segnali di dinamismo arrivano anche dal Mezzogiorno, dove aumenta la presenza di realtà capaci di distinguersi.
A trainare questo gruppo di imprese sono soprattutto alcune filiere chiave del made in Italy: automotive, farmaceutica, packaging e nautica. Settori che mostrano una maggiore capacità di mantenere nel tempo livelli elevati di competitività. Un elemento distintivo riguarda anche la solidità complessiva. Le imprese Controvento presentano infatti livelli di rischio più contenuti e una maggiore propensione all’innovazione e all’adozione delle tecnologie digitali. Caratteristiche che si traducono in resilienza, capacità di adattamento e un orientamento competitivo più marcato.
L’Osservatorio evidenzia inoltre come la continuità nel tempo faccia la differenza. Le aziende presenti da più edizioni nel cluster – le cosiddette «Super-Veterane» e «Star» – registrano risultati migliori rispetto a quelle entrate più recentemente. Non si tratta solo di stabilità, ma della capacità di consolidare nel tempo crescita e organizzazione. Le imprese al debutto, che rappresentano comunque la quota più ampia del gruppo, mostrano performance inferiori rispetto alle più consolidate, ma restano nettamente sopra la media del sistema manifatturiero. Un segnale della selettività dei criteri utilizzati. Anche sul piano territoriale emerge una geografia precisa: le regioni con una tradizione industriale più radicata concentrano la maggior parte delle aziende con maggiore continuità, con l’Emilia-Romagna che si distingue per equilibrio tra stabilità e capacità di creare valore.
Nel complesso, il quadro che emerge è quello di un sistema produttivo sempre più polarizzato. Da una parte un nucleo ristretto ma in crescita di imprese capaci di affrontare anche i contesti più complessi, dall’altra una fascia più ampia che fatica a tenere il passo.
Una trasformazione che, più che legata al ciclo economico, sembra riflettere un cambiamento strutturale nei modelli competitivi, dove innovazione, solidità finanziaria e capacità di adattamento diventano fattori decisivi per restare sul mercato.
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JD Vance insieme a Benjamin Netanyahu (Ansa)
Stando ad Axios, il vicepresidente americano assumerà infatti un ruolo di primo piano negli eventuali colloqui che si terranno tra Washington e Teheran. D’altronde, il numero due della Casa Bianca ha già avuto vari contatti con Benjamin Netanyahu e ieri si è anche incontrato con il primo ministro del Qatar, Abdulrahman bin Jassim Al Thani. Il ritorno in auge di Vance è significativo, soprattutto alla luce del fatto che, durante le prime settimane di conflitto, il diretto interessato era fondamentalmente sparito dai radar. Non è del resto un mistero che il vicepresidente fosse scettico verso un’operazione militare di vasta portata contro l’Iran. Il fatto che Trump stia puntando su di lui per gli eventuali negoziati offre quindi alcuni interessanti spunti di analisi.
In primis, il presidente americano vuole (parzialmente) marginalizzare Steve Witkoff e Jared Kushner, che finora non hanno fatto grossi progressi sul dossier iraniano. Inoltre, Trump, secondo cui la guerra «sta andando alla grande», vuole far leva su Vance per portare Netanyahu ad allinearsi alla strategia di Washington. Senza dubbio il premier israeliano e il presidente americano sono accomunati dalla volontà di impedire all’Iran sia di acquisire l’atomica sia di continuare a sviluppare il proprio programma missilistico. Entrambi auspicano inoltre che il regime cessi di foraggiare i suoi pericolosi proxy regionali. Tra i due leader sono tuttavia emerse divergenze sulla durata del conflitto e sul futuro assetto politico-istituzionale dell’Iran. Secondo il New York Times, il premier israeliano temerebbe che un cessate il fuoco troppo rapido impedisca allo Stato ebraico di debellare l’intera industria militare iraniana. Inoltre, Netanyahu propende per un regime change a Teheran, laddove Trump auspica una soluzione venezuelana: punta, cioè, a interloquire con un pezzo del vecchio regime, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Una linea, questa, con cui l’inquilino della Casa Bianca spera di conseguire due obiettivi: evitare di restare invischiato in costosi processi di nation building e avviare in futuro una cooperazione con l’Iran nel settore petrolifero. Di contro, Netanyahu teme che la soluzione venezuelana, evitando di smantellare totalmente il khomeinismo, non sia in grado di risolvere alla radice i problemi di sicurezza dello Stato ebraico.
Ebbene, schierando Vance, Trump mira a spingere il premier israeliano ad accettare la linea di Washington. Già a ottobre era emerso come, all’interno dell’amministrazione americana, il vicepresidente fosse la figura meno conciliante nei confronti di Netanyahu. Tra l’altro, proprio ieri, Axios ha riferito che, all’inizio di questa settimana, i due avrebbero avuto una telefonata piuttosto tesa, in cui Vance avrebbe rimproverato il premier israeliano per le sue previsioni troppo ottimistiche sull’esito della guerra all’Iran. In particolare, il vice di Trump si sarebbe riferito all’eventualità, ventilata da Netanyahu, di riuscire a fomentare una rivolta popolare contro il regime khomeinista. Non solo. Axios ha anche riferito che «i funzionari dell’amministrazione sospettano che agenti stranieri stiano diffondendo la notizia che l’Iran vuole negoziare con Vance». Infine, il vicepresidente, secondo cui la guerra durerà comunque ancora alcune settimane, è politicamente assai vicino ai colletti blu della Rust Belt: una quota elettorale che si è rivelata decisiva per riportare Trump alla Casa Bianca nel 2024. Vance è quindi anche utile al presidente per tendere una mano a quella parte di base elettorale che si è mostrata fredda verso l’intervento militare contro l’Iran. Una dinamica, questa, che avrà delle ripercussioni anche sulle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Marco Rubio si era notevolmente rafforzato dopo la cattura di Nicolas Maduro. Adesso, Vance spera di usare la diplomazia iraniana per riacquisire peso e tornare in pista. E proprio Rubio ieri, dal G7 in Francia, ha detto di attendersi che il conflitto terminerà «entro poche settimane, non mesi», per poi auspicare che i Paesi del G7 stesso svolgano un ruolo a Hormuz dopo la fine della guerra. Oltre a ipotizzare di dirottare armi destinate a Kiev alle esigenze belliche in Iran, il segretario di Stato ha anche sottolineato che gli Usa contano di raggiungere i loro obiettivi «senza truppe di terra». Attenzione: Vance non è un isolazionista puro né Rubio, per quanto fautore di una politica estera più proattiva, un neocon esaltato (contrariamente a quanto spesso si è detto, secondo Politico, anche lui non era convinto di un attacco su vasta scala). I due collaborano (e sotto sotto competono) per intestarsi un ruolo nella conclusione del conflitto. Come detto, la posizione di Vance sta tornando a rafforzarsi. Ma Rubio farà prevedibilmente leva sul suo incarico di consigliere per la sicurezza nazionale ad interim per continuare ad avere un ascendente su Trump.
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Volodymyr Zelensky con Mohammad bin Salman Al Sa'ud (Ansa)
Si tratta di un segnale negativo per Vladimir Putin, che negli ultimi anni aveva coltivato relazioni strette con il principe ereditario Mohammed bin Salman. La nuova apertura verso Kiev viene osservata con attenzione anche da altri Paesi del Golfo, interessati alle tecnologie ucraine e alla diversificazione delle partnership strategiche. Allo stesso tempo emergono indicazioni secondo cui la Cina avrebbe fornito all’Iran componenti elettronici e tecnologie sensibili. Questo elemento amplia il quadro, perché suggerisce che Pechino non si limita a sostenere indirettamente Mosca, ma contribuisce anche al rafforzamento industriale e militare di Teheran. Una simile sovrapposizione rende più complesso per Donald Trump ottenere risultati rapidi su uno dei due fronti. La pressione sull’Iran non è più isolata, ma inserita in una rete di supporto tecnologico e politico in cui la Cina gioca un ruolo centrale. La guerra in Ucraina continua a essere influenzata da questa dinamica, poiché la moltiplicazione delle crisi riduce la capacità occidentale di concentrare risorse su un solo teatro. Ne deriva una progressiva fusione geopolitica dei conflitti.
L’Ucraina non rappresenta più esclusivamente un fronte europeo e la crisi iraniana non è più confinata al Medio Oriente. Entrambe diventano parti di una competizione sistemica tra Washington e Pechino. In questo contesto ogni tentativo di chiudere rapidamente il conflitto ucraino si scontra con un ostacolo strutturale: mentre si negozia su Kiev, si apre un fronte tecnologico e militare legato all’Iran sostenuto dalla Cina, interessata a mantenere gli Stati Uniti impegnati su più scenari. Tenere Washington coinvolta contemporaneamente in Europa orientale e in Medio Oriente consente inoltre alla Cina di guadagnare tempo sul dossier indo-pacifico e, in prospettiva, su Taiwan. Negli ultimi anni la Cina è diventata il principale fornitore per la Russia di beni a duplice uso, ovvero prodotti civili impiegabili anche in ambito militare.
Non si tratta di armi, ma di microchip, macchinari industriali avanzati, componenti elettronici e materie prime strategiche che consentono all’industria russa di sostenere lo sforzo bellico nonostante le sanzioni. Le stime indicano che nel 2024 il valore di queste forniture abbia superato i quattro miliardi di dollari. Ancora più significativa è la quota: circa il 90% delle importazioni russe di tecnologie sensibili proverrebbe da aziende cinesi, con una dipendenza quasi totale in alcuni settori come la microelettronica. Il contributo riguarda soprattutto macchine utensili e sistemi a controllo numerico indispensabili per produrre missili, droni e mezzi militari. Tra il 2023 e il 2024 una quota compresa tra l’80% e il 90% di questi macchinari acquistati da Mosca sarebbe di origine cinese.
A ciò si aggiungono esportazioni di minerali critici come gallio e germanio, fondamentali per semiconduttori, radar e tecnologie avanzate. Pur non configurandosi come aiuti militari diretti, queste forniture hanno un peso strategico rilevante. Senza tali componenti la capacità produttiva russa sarebbe fortemente ridotta, mentre la rete commerciale con Pechino permette di sostituire i fornitori occidentali e mantenere attiva l’industria della Difesa. Questo intreccio rende il quadro estremamente complesso. Non si tratta più di gestire crisi regionali separate, ma di affrontare un equilibrio globale. Se la Cina continua a sostenere l’Iran e mantiene contemporaneamente il proprio ruolo nel dossier russo, qualsiasi soluzione in Ucraina rischia di rivelarsi fragile. I due conflitti tendono così a diventare parti dello stesso confronto strategico. Ulteriori tensioni emergono dalle accuse secondo cui la società cinese Smic, principale produttore nazionale di semiconduttori, avrebbe fornito strumenti per la fabbricazione di chip al complesso militare iraniano. Due funzionari dell’amministrazione Trump sostengono che la cooperazione sarebbe iniziata circa un anno fa e comprenderebbe anche supporto tecnico.
Le dichiarazioni, rilasciate in forma anonima, non chiariscono l’origine delle apparecchiature né eventuali violazioni delle sanzioni. Smic, l’ambasciata cinese a Washington e la missione iraniana all’Onu non hanno commentato, mentre Pechino ribadisce di mantenere normali relazioni commerciali con Teheran. Le rivelazioni si inseriscono in un quadro già teso. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha invitato al dialogo, ma le accuse rischiano di aggravare le tensioni tra Washington e Pechino. In precedenza era emersa anche la possibilità di un accordo tra Iran e Cina per missili antinave, mentre gli Stati Uniti rafforzavano la presenza navale nella regione. Washington ha inoltre intensificato le restrizioni contro Smic e altri produttori cinesi per limitare l’accesso alle tecnologie occidentali per i semiconduttori avanzati. Questi elementi confermano che i conflitti in Ucraina e Medio Oriente non sono più separati, ma parti di una competizione globale in cui tecnologia, energia e alleanze regionali si intrecciano, rendendo sempre più difficile una soluzione rapida.
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