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2020-04-29
Conte fa la passerella al Nord Italia ma raccoglie la rabbia dei sindaci
Giuseppe Conte (Ansa)
Il premier operaio, con il caschetto che fu di Silvio Berlusconi a coprire il ciuffo, arriva a Genova verso le 11 del mattino di ieri. Giuseppe Conte scende dall'auto presidenziale e la ressa di giornalisti e operatori fa storcere il naso a chi, in questi lunghi mesi di isolamento, si è sentito ripetere mille e mille volte di mantenere il distanziamento sociale. «Se ami l'Italia mantieni la distanza», aveva gorgheggiato Conte tre giorni fa, e di amore verso la patria ieri, se questo è il metro (e mezzo) di giudizio, se ne è visto davvero poco, ma tant'è: l'inaugurazione del nuovo ponte di Genova è occasione ghiotta per un po' di propaganda politica.
Il Conte di Genova lo sa bene, e arringa la folla: «Lo Stato», proclama, «non ha mai abbandonato Genova. Lo abbiamo solennemente detto a poche ore dalla tragedia: ero già qui e abbiamo detto subito che Genova non sarebbe stata lasciata sola. Questa presenza è doverosa ma sono qui anche con grande piacere perché oggi suturiamo una ferita. Ci impegniamo al massimo perché tragedie del genere non abbiano più a ripetersi. Ricongiungiamo una importante arteria di comunicazione al centro», aggiunge Conte, «al cuore, della città. La portata concreta di questa giornata è nel fatto che c'è un progetto reale che sta giungendo a completamento. Qualcuno ha parlato di miracolo: credo sia possibile parlare di miracolo, senza enfasi».
Parlare di miracolo senza enfasi: se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, l'ex avvocato del popolo, capace di inanellare gaffe a raffica, eppure ancora convinto di essere uno statista e non un Forrest Gump della politica internazionale. «Quando fissammo questo termine per i lavori», azzarda Conte, «i vostri sguardi erano molto preoccupati ma io vi incitai a fissare un termine molto sfidante perché avevo consapevolezza che se pure avessimo ritardato l'importante era darsi una data la più immediata possibile. Siamo nei tempi e tra poco torneremo per l'inaugurazione, perché il progetto è pressoché completo».
Da Genova, Conte si sposta a Lodi, primo focolaio dall'epidemia, dove arriva nel pomeriggio. «Il rischio di un contagio di ritorno», dice Conte, «è molto concreto. Avvieremo il metodo dei rubinetti, una sorta di algoritmo matematico che ci consentirà di tenere sempre sotto controllo l'andamento del virus, e se ci saranno ritorni potremo intervenire in modo mirato chiudendo il rubinetto. Abbiamo visto in altri Paesi i rischi che si affrontano. Noi stiamo già affrontando un rischio: dal 4 maggio», sottolinea il premier, «4,5 milioni di lavoratori torneranno a lavorare, prenderanno i mezzi pubblici ma anche il mezzo privato può essere un rischio». Conte incontra i sindaci della prima zona rossa, i quali però gli indirizzano un saluto tutt'altro che affettuoso: i primi cittadini leghisti di Codogno, Casalpusterlengo e Lodi, Francesco Passerini, Elia Del Miglio e Sara Casanova, dopo aver incontrato il premier in prefettura, diffondono una nota: «Siamo stati i primi a soffrire», scrivono, «e gli ultimi a ricevere visite. Siamo stati i primi reclusi e gli ultimi a essere ascoltati: ci siamo sempre arrangiati, non ci avete mandato nulla, non avete nemmeno risposto alle nostre lettere e addirittura ci avete infangato accusando ingiustamente uno dei nostri ospedali. Presidente Conte, siamo contenti di riuscire a parlarle dopo più di due mesi e svariate richieste ma non ci accontentiamo delle passerelle e vogliamo ciò che abbiamo legittimamente chiesto e che serve alla nostra economia per ripartire come un fondo di investimento specifico e le coperture per azzerare tutte le imposte locali per il 2020. Siamo abituati a fare, non a parlare, se ci rispetta ci ascolti».
Non è andata meglio l'altra sera, anzi l'altra notte, a Bergamo e a Brescia. Conte, che per la prima volta ha messo piede in Lombardia dopo lo scoppio della pandemia, si è presentato con due ore di ritardo, scatenando la furia del vicepresidente del Senato, il leghista Roberto Calderoli: «Le province di Bergamo e Brescia», attacca Calderoli, «hanno avuto, realmente, oltre 10.000 morti per il virus. Dopo due mesi, per la prima volta il signor Conte si presenta in queste province e arriva a Bergamo alle 23.10 quando era atteso alle 20.30. Non vuole rispondere alle domande dei giornalisti bergamaschi che lo aspettano da oltre un'ora, risponde che ha già parlato a Milano, poi non è in grado nemmeno di ricordare i nomi di Alzano Lombardo e Nembro che definisce genericamente i piccoli Comuni del bergamasco».
Conte, nervoso, ha anche sostanzialmente mandato a quel paese una giornalista di Tpi, che gli faceva notare che il governo non ha chiuso le fabbriche della zona: «Guardi», ha risposto stizzito, «se lei un domani avrà la responsabilità di governo, scriverà lei i decreti e assumerà lei tutte le decisioni». Dalla Lombardia, Conte riparte alla volta dell'Emilia Romagna: arriva a Piacenza e incontra il sindaco Patrizia Barbieri e il presidente della Regione Stefano Bonaccini. Il tour del premier con il caschetto nelle zone più colpite dalla pandemia è stato tutt'altro che un giro d'onore.
Varo record per il ponte di Genova
Con il varo della diciannovesima campata d'acciaio del nuovo viadotto di Genova, lunga 44 metri, il tracciato del nuovo ponte è completato. L'opera, progettata da Renzo Piano, è lunga 1.067 metri, per costruirla sono state usate 17.500 tonnellate di acciaio ed è composta da 19 campate poste a 40 metri di altezza sorrette da 18 piloni. L'operazione è stata salutata dal suono delle sirene del cantiere, delle navi alla fonda e di alcune aziende. «Il ponte non è finito», dice il sindaco di Genova, Marco Bucci, «ma oggi celebriamo il ricongiungimento delle due parti della valle. Oggi posso dire che questo nastro d'acciaio finalmente riunisce le due parti della valle di Ponente e di Levante. Ci ricorderemo per sempre delle 43 vittime».
«Il ponte di Genova», commenta il presidente della regione Liguria, Giovanni Toti, «credo sia anche il simbolo di un'Italia che ce la fa a ripartire. Credo che questo sia qualche cosa di più di un ponte. È utile a questo Paese, è la dimostrazione che insieme possiamo fare tante cose, la dimostrazione che chi pensa che una cosa non sia possibile farebbe bene ad astenersi dal disturbare chi la sta facendo».
«Siamo convinti», sottolinea il ministro dei Trasporti, Paola De Micheli, «che non sia un'illusione quella di cambiare il mondo. Credo che vedere quest'opera quasi realizzata sia un segnale straordinario che anche in questo tempo difficile possiamo ogni giorno continuare a cambiare il mondo».
È stato realizzato davvero in fretta, il nuovo ponte di Genova: sono trascorsi infatti 620 giorni da quel tragico 14 agosto 2018, quando il crollo del Morandi spezzò le vite di 43 persone in una giornata di pioggia battente. Ma come è stato possibile realizzare l'opera in così breve tempo? Non sarà contento il M5s, ma la svolta è arrivata da un superamento di lacci e lacciuoli delle procedure burocratiche. La costruzione dell'opera ha infatti visto il sindaco di Genova, Marco Bucci, vestire i panni del commissario operativo. I lavori sono stati appaltati con un percorso burocratico agile e veloce, che ha permesso di evitare lungaggini e intoppi. Una modalità organizzativa che non è stata penalizzata neanche dall'esplosione del coronavirus: lo scorso 27 marzo si è registrato il primo caso di Covid-19 al cantiere del nuovo ponte di Genova. L'operaio, un uomo di Reggio Emilia, dipendente di una delle aziende principali in azione sul viadotto, è stato messo in isolamento, e 49 colleghi sono stati rintracciati e messi in quarantena per due settimane. Immediatamente sono scattate le contromisure: costruttori, sindacati e parte commissariale si sono riuniti in videoconferenza e il consorzio PerGenova, in accordo con i protocolli sanitari applicati dalla Asl, ha dato avvio a una sanificazione ancora più approfondita rispetto a quella che veniva effettuata in precedenza, e che ha interessato gli spazi comuni come docce, mense, spogliatoi e mezzi di lavoro. Nonostante il rallentamento dovuto a questa circostanza, i lavori sono andati comunque avanti: nessun lockdown.
La collaborazione tra le istituzioni ha consentito di rendere più veloci i procedimenti amministrativi, e così non si è perso tempo con i contrasti tra Stato, Regioni e Comuni che spesso in Italia finiscono per rallentare, se non addirittura di bloccare, le opere pubbliche. Un modello che andrebbe replicato anche in futuro, ma purtroppo il M5s e la sinistra paladina della burocrazia difficilmente lo consentiranno.
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Lunedì a tarda notte si presenta a Bergamo e Brescia con due ore di ritardo. Ieri visita prima la Liguria per poi fare tappa a Lodi. I primi cittadini dell'ex zona rossa: «Siamo gli ultimi a essere ascoltati»Terminato in soli 620 giorni: miracolo reso possibile dall'eliminazione della burocrazia e dalla decisione di non fermare tutto per il virus. Il contrario della ricetta giallorossa.Lo speciale contiene due articoliIl premier operaio, con il caschetto che fu di Silvio Berlusconi a coprire il ciuffo, arriva a Genova verso le 11 del mattino di ieri. Giuseppe Conte scende dall'auto presidenziale e la ressa di giornalisti e operatori fa storcere il naso a chi, in questi lunghi mesi di isolamento, si è sentito ripetere mille e mille volte di mantenere il distanziamento sociale. «Se ami l'Italia mantieni la distanza», aveva gorgheggiato Conte tre giorni fa, e di amore verso la patria ieri, se questo è il metro (e mezzo) di giudizio, se ne è visto davvero poco, ma tant'è: l'inaugurazione del nuovo ponte di Genova è occasione ghiotta per un po' di propaganda politica.Il Conte di Genova lo sa bene, e arringa la folla: «Lo Stato», proclama, «non ha mai abbandonato Genova. Lo abbiamo solennemente detto a poche ore dalla tragedia: ero già qui e abbiamo detto subito che Genova non sarebbe stata lasciata sola. Questa presenza è doverosa ma sono qui anche con grande piacere perché oggi suturiamo una ferita. Ci impegniamo al massimo perché tragedie del genere non abbiano più a ripetersi. Ricongiungiamo una importante arteria di comunicazione al centro», aggiunge Conte, «al cuore, della città. La portata concreta di questa giornata è nel fatto che c'è un progetto reale che sta giungendo a completamento. Qualcuno ha parlato di miracolo: credo sia possibile parlare di miracolo, senza enfasi».Parlare di miracolo senza enfasi: se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, l'ex avvocato del popolo, capace di inanellare gaffe a raffica, eppure ancora convinto di essere uno statista e non un Forrest Gump della politica internazionale. «Quando fissammo questo termine per i lavori», azzarda Conte, «i vostri sguardi erano molto preoccupati ma io vi incitai a fissare un termine molto sfidante perché avevo consapevolezza che se pure avessimo ritardato l'importante era darsi una data la più immediata possibile. Siamo nei tempi e tra poco torneremo per l'inaugurazione, perché il progetto è pressoché completo». Da Genova, Conte si sposta a Lodi, primo focolaio dall'epidemia, dove arriva nel pomeriggio. «Il rischio di un contagio di ritorno», dice Conte, «è molto concreto. Avvieremo il metodo dei rubinetti, una sorta di algoritmo matematico che ci consentirà di tenere sempre sotto controllo l'andamento del virus, e se ci saranno ritorni potremo intervenire in modo mirato chiudendo il rubinetto. Abbiamo visto in altri Paesi i rischi che si affrontano. Noi stiamo già affrontando un rischio: dal 4 maggio», sottolinea il premier, «4,5 milioni di lavoratori torneranno a lavorare, prenderanno i mezzi pubblici ma anche il mezzo privato può essere un rischio». Conte incontra i sindaci della prima zona rossa, i quali però gli indirizzano un saluto tutt'altro che affettuoso: i primi cittadini leghisti di Codogno, Casalpusterlengo e Lodi, Francesco Passerini, Elia Del Miglio e Sara Casanova, dopo aver incontrato il premier in prefettura, diffondono una nota: «Siamo stati i primi a soffrire», scrivono, «e gli ultimi a ricevere visite. Siamo stati i primi reclusi e gli ultimi a essere ascoltati: ci siamo sempre arrangiati, non ci avete mandato nulla, non avete nemmeno risposto alle nostre lettere e addirittura ci avete infangato accusando ingiustamente uno dei nostri ospedali. Presidente Conte, siamo contenti di riuscire a parlarle dopo più di due mesi e svariate richieste ma non ci accontentiamo delle passerelle e vogliamo ciò che abbiamo legittimamente chiesto e che serve alla nostra economia per ripartire come un fondo di investimento specifico e le coperture per azzerare tutte le imposte locali per il 2020. Siamo abituati a fare, non a parlare, se ci rispetta ci ascolti». Non è andata meglio l'altra sera, anzi l'altra notte, a Bergamo e a Brescia. Conte, che per la prima volta ha messo piede in Lombardia dopo lo scoppio della pandemia, si è presentato con due ore di ritardo, scatenando la furia del vicepresidente del Senato, il leghista Roberto Calderoli: «Le province di Bergamo e Brescia», attacca Calderoli, «hanno avuto, realmente, oltre 10.000 morti per il virus. Dopo due mesi, per la prima volta il signor Conte si presenta in queste province e arriva a Bergamo alle 23.10 quando era atteso alle 20.30. Non vuole rispondere alle domande dei giornalisti bergamaschi che lo aspettano da oltre un'ora, risponde che ha già parlato a Milano, poi non è in grado nemmeno di ricordare i nomi di Alzano Lombardo e Nembro che definisce genericamente i piccoli Comuni del bergamasco».Conte, nervoso, ha anche sostanzialmente mandato a quel paese una giornalista di Tpi, che gli faceva notare che il governo non ha chiuso le fabbriche della zona: «Guardi», ha risposto stizzito, «se lei un domani avrà la responsabilità di governo, scriverà lei i decreti e assumerà lei tutte le decisioni». Dalla Lombardia, Conte riparte alla volta dell'Emilia Romagna: arriva a Piacenza e incontra il sindaco Patrizia Barbieri e il presidente della Regione Stefano Bonaccini. 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L'operazione è stata salutata dal suono delle sirene del cantiere, delle navi alla fonda e di alcune aziende. «Il ponte non è finito», dice il sindaco di Genova, Marco Bucci, «ma oggi celebriamo il ricongiungimento delle due parti della valle. Oggi posso dire che questo nastro d'acciaio finalmente riunisce le due parti della valle di Ponente e di Levante. Ci ricorderemo per sempre delle 43 vittime». «Il ponte di Genova», commenta il presidente della regione Liguria, Giovanni Toti, «credo sia anche il simbolo di un'Italia che ce la fa a ripartire. Credo che questo sia qualche cosa di più di un ponte. È utile a questo Paese, è la dimostrazione che insieme possiamo fare tante cose, la dimostrazione che chi pensa che una cosa non sia possibile farebbe bene ad astenersi dal disturbare chi la sta facendo». «Siamo convinti», sottolinea il ministro dei Trasporti, Paola De Micheli, «che non sia un'illusione quella di cambiare il mondo. Credo che vedere quest'opera quasi realizzata sia un segnale straordinario che anche in questo tempo difficile possiamo ogni giorno continuare a cambiare il mondo». È stato realizzato davvero in fretta, il nuovo ponte di Genova: sono trascorsi infatti 620 giorni da quel tragico 14 agosto 2018, quando il crollo del Morandi spezzò le vite di 43 persone in una giornata di pioggia battente. Ma come è stato possibile realizzare l'opera in così breve tempo? Non sarà contento il M5s, ma la svolta è arrivata da un superamento di lacci e lacciuoli delle procedure burocratiche. La costruzione dell'opera ha infatti visto il sindaco di Genova, Marco Bucci, vestire i panni del commissario operativo. I lavori sono stati appaltati con un percorso burocratico agile e veloce, che ha permesso di evitare lungaggini e intoppi. Una modalità organizzativa che non è stata penalizzata neanche dall'esplosione del coronavirus: lo scorso 27 marzo si è registrato il primo caso di Covid-19 al cantiere del nuovo ponte di Genova. L'operaio, un uomo di Reggio Emilia, dipendente di una delle aziende principali in azione sul viadotto, è stato messo in isolamento, e 49 colleghi sono stati rintracciati e messi in quarantena per due settimane. Immediatamente sono scattate le contromisure: costruttori, sindacati e parte commissariale si sono riuniti in videoconferenza e il consorzio PerGenova, in accordo con i protocolli sanitari applicati dalla Asl, ha dato avvio a una sanificazione ancora più approfondita rispetto a quella che veniva effettuata in precedenza, e che ha interessato gli spazi comuni come docce, mense, spogliatoi e mezzi di lavoro. Nonostante il rallentamento dovuto a questa circostanza, i lavori sono andati comunque avanti: nessun lockdown. La collaborazione tra le istituzioni ha consentito di rendere più veloci i procedimenti amministrativi, e così non si è perso tempo con i contrasti tra Stato, Regioni e Comuni che spesso in Italia finiscono per rallentare, se non addirittura di bloccare, le opere pubbliche. Un modello che andrebbe replicato anche in futuro, ma purtroppo il M5s e la sinistra paladina della burocrazia difficilmente lo consentiranno.
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Tutto nasce dalla volontà, assolutamente legittima, del governo e della Lega calcio di mettere una pezza a una delle piaghe dilaganti del calcio italiano: «Il pezzotto». Migliaia di tifosi che anziché pagare un regolare abbonamento per guardasi comodamente seduti davanti a uno schermo il match della loro squadra del cuore, preferiscono collegarsi a qualche emittente pirata. Tant’è che la legge del 2023 prevede proprio che questi siti debbano essere oscurati entro 30 minuti dal momento in cui vengono colti in flagranza.
Il punto è chi debba farlo. E qui entrano in scena Cloudflare e l’authority che regola, vigila e sanziona su tutto quello succede nel settore delle telecomunicazioni.
L’Agcom ha chiesto al colosso della rete guidato dall’ad Matthew Prince di intervenire per stoppare i collegamenti alle piattaforme illegali. In buona sostanza deindicizzare i siti pirata. Non solo. Perché l’input è quello di fornire i dati relativi ai clienti che si adoperano per bypassare illegalmente gli abbonamenti.
Risposta. Non se ne parla nemmeno. E non da adesso. Il secco diniego è reiterato e non ha mai lasciato trasparire possibilità di ripensamenti.
Motivo? Innanzitutto c’è una questione di merito e di salvaguardia dell’integrità della rete. Censurare dei siti non è il mestiere di Cloudflare che se dovesse acconsentire alle richieste italiane si esporrebbe a potenziali richieste simili anche da parte di governi autoritari. Perderebbe quindi un’arma difensiva fondamentale per garantire la neutralità di Internet. La nostra credibilità - è il concetto espresso dall’amministratore delegato Matthew Prince - deriva proprio dal fatto di non essere influenzati dalle decisioni dei singoli esecutivi.
Poi c’è un problema tecnico non indifferente. L’operazione invocata dall’Agcom potrebbe bloccare centinaia di altre piattaforme assolutamente in regola. Il punto è che si agisce sugli indirizzi IP e non solo sui domini e quindi se dovessero essere oscurate anche le applicazioni digitali perfettamente in regola, la credibilità dell’intermediario ne uscirebbe demolita.
E infine il dilemma economico. Il giro d’affari di Cloudflare in Italia è di circa 7 milioni di euro, che equivale allo 0,5% del fatturato globale dell’azienda. Insomma, è il ragionamento dei vertici del gruppo, ci stanno chiedendo di rivoluzionare un sistema che funziona senza intoppi in tutto il mondo per un mercato marginale e rispetto al quale c’erano anche importanti piani di sviluppo?
Impossibile evitare lo scontro. Che è deflagrato con la multa da circa 14 milioni di euro che ha fatto andare su tutte le furie Prince, il manager del gruppo che ha prima denunciato una deriva da censura. Quindi ha promesso azioni clamorose. Che partono dalla rimozione dei servizi gratuiti alle città italiane e dei progetti di investimento sul nostro Paese e arrivano fino allo stop alle operazioni di cybersecurity legati alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Con tanto di coinvolgimento di Musk e Vance.
Insomma, la questione rischia di diventare di politica internazionale. Per Prince infatti sarebbe in gioco la libertà di parola e di espressione che sarebbe attaccata da «un gruppo di decisori politici europei fuori dal mondo e molto disturbati».
Stati Uniti contro Europa. Uno schema che è molto caro all’amministrazione Trump e in particolare al vicepresidente Vance. Diciamo pure che la situazione sta sfuggendo di mano e per evitare che deflagri sarebbero necessari interventi di mediazione a un livello elevato.
Ci sta provando il senatore della Lega Claudio Borghi che nelle ultime ore ha cercato di gettare acqua sul fuoco: «Ho letto il messaggio di Prince con grande preoccupazione. L’Agcom è un’autorità indipendente: la sanzione non è quindi una decisione del governo. È tuttavia possibile che il provvedimento derivi dall’applicazione della normativa antipirateria, pensata per contrastare i siti illegali che replicano piattaforme di pay-TV. È impossibile, per un governo o per il Parlamento, impartire indicazioni operative a un’autorità indipendente. Posso però assicurare che faremo tutto il possibile per verificare se vi siano stati fraintendimenti in merito al ruolo di Cloudflare...». Mentre le verifiche sono in corso però la polemica non si placa. E c’è la quasi certezza che quella descritta sia solo la prima puntata di una serie che nessun sito pirata riuscirà ad oscurare. Con Cloudfare che starebbe valutando diversi scenari di risposta alla multa.
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«I sette quadranti» (Sky)
Eppure, per le ragioni di cui sopra, per il traino che la coppia Chibnall-Christie saprebbe assicurare a qualsivoglia prodotto, non c'è nemmeno un'ombra di noia ad oscurarne l'arrivo. I sette quadranti, al debutto su Sky nella prima serata di giovedì 15 gennaio, è accompagnata dalla promessa di regalare a chiunque, amante del whodunit o meno, una parvenza di felicità. O, senza tanta enfasi e poesia, un po' di intrattenimento degno di questo nome.Lo show, creato ancora una volta da Chibnall e interpretato, tra gli altri, da Helena Bonham-Carter e Martin Freeman, rilegge la storia così come Agatha Christie l'ha scritta.
Torna indietro, dunque, all'Inghilterra ricca e sfarzosa del 1925, ad un'immensa villa di campagna, teatro di una vacanza d'élite. Erano partiti con il solo intento di proseguire la loro vita d'agi altrove, lontano dalla città, i ragazzi protagonisti della serie. Erano ricchi, di nobile lignaggio. Si conoscevano e giocavano. E di giochi avrebbero voluto parlare per l'intera durante del weekend fuoriporta, se solo la morte non avesse fatto irruzione nella villa. Uno dei giovani, preso in giro dal gruppo perché pigro la mattina, viene trovato morto nel suo letto, accanto a lui sette sveglie. I ragazzi inorridiscono. L'amico è morto, circondato dagli stessi orologi con i quali, una di quelle mattine, avrebbero voluto giocargli uno scherzo. Da piani, avrebbero dovuto essere otto. Invece, quella mattina sarebbero state sette.
Perché, per come, è tutto da vedersi.Sulla morte, per nulla accidentale, comincia ad indagare la giovane protagonista de I sette quadranti, versione tv: Lady Eileen Bundle Brent, giovane, brillante e curiosa, dotata di un istinto fuori dal comune. Tocca a lei rivelare che quel delitto non è colposo, ma premeditato, parte di un complotto ben più ampio. Il tutto, mentre segreti, false piste e intrighi politici emergono uno dopo l’altro.
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Maurizio Belpietro commenta la generosità e l’affetto dimostrato dagli italiani nei confronti del vicebrigadiere Emanuele Marroccella. La raccolta fondi della «Verità» ha già raccolto 238.000 euro in quattro giorni.