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2020-04-29
Conte fa la passerella al Nord Italia ma raccoglie la rabbia dei sindaci
Giuseppe Conte (Ansa)
Il premier operaio, con il caschetto che fu di Silvio Berlusconi a coprire il ciuffo, arriva a Genova verso le 11 del mattino di ieri. Giuseppe Conte scende dall'auto presidenziale e la ressa di giornalisti e operatori fa storcere il naso a chi, in questi lunghi mesi di isolamento, si è sentito ripetere mille e mille volte di mantenere il distanziamento sociale. «Se ami l'Italia mantieni la distanza», aveva gorgheggiato Conte tre giorni fa, e di amore verso la patria ieri, se questo è il metro (e mezzo) di giudizio, se ne è visto davvero poco, ma tant'è: l'inaugurazione del nuovo ponte di Genova è occasione ghiotta per un po' di propaganda politica.
Il Conte di Genova lo sa bene, e arringa la folla: «Lo Stato», proclama, «non ha mai abbandonato Genova. Lo abbiamo solennemente detto a poche ore dalla tragedia: ero già qui e abbiamo detto subito che Genova non sarebbe stata lasciata sola. Questa presenza è doverosa ma sono qui anche con grande piacere perché oggi suturiamo una ferita. Ci impegniamo al massimo perché tragedie del genere non abbiano più a ripetersi. Ricongiungiamo una importante arteria di comunicazione al centro», aggiunge Conte, «al cuore, della città. La portata concreta di questa giornata è nel fatto che c'è un progetto reale che sta giungendo a completamento. Qualcuno ha parlato di miracolo: credo sia possibile parlare di miracolo, senza enfasi».
Parlare di miracolo senza enfasi: se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, l'ex avvocato del popolo, capace di inanellare gaffe a raffica, eppure ancora convinto di essere uno statista e non un Forrest Gump della politica internazionale. «Quando fissammo questo termine per i lavori», azzarda Conte, «i vostri sguardi erano molto preoccupati ma io vi incitai a fissare un termine molto sfidante perché avevo consapevolezza che se pure avessimo ritardato l'importante era darsi una data la più immediata possibile. Siamo nei tempi e tra poco torneremo per l'inaugurazione, perché il progetto è pressoché completo».
Da Genova, Conte si sposta a Lodi, primo focolaio dall'epidemia, dove arriva nel pomeriggio. «Il rischio di un contagio di ritorno», dice Conte, «è molto concreto. Avvieremo il metodo dei rubinetti, una sorta di algoritmo matematico che ci consentirà di tenere sempre sotto controllo l'andamento del virus, e se ci saranno ritorni potremo intervenire in modo mirato chiudendo il rubinetto. Abbiamo visto in altri Paesi i rischi che si affrontano. Noi stiamo già affrontando un rischio: dal 4 maggio», sottolinea il premier, «4,5 milioni di lavoratori torneranno a lavorare, prenderanno i mezzi pubblici ma anche il mezzo privato può essere un rischio». Conte incontra i sindaci della prima zona rossa, i quali però gli indirizzano un saluto tutt'altro che affettuoso: i primi cittadini leghisti di Codogno, Casalpusterlengo e Lodi, Francesco Passerini, Elia Del Miglio e Sara Casanova, dopo aver incontrato il premier in prefettura, diffondono una nota: «Siamo stati i primi a soffrire», scrivono, «e gli ultimi a ricevere visite. Siamo stati i primi reclusi e gli ultimi a essere ascoltati: ci siamo sempre arrangiati, non ci avete mandato nulla, non avete nemmeno risposto alle nostre lettere e addirittura ci avete infangato accusando ingiustamente uno dei nostri ospedali. Presidente Conte, siamo contenti di riuscire a parlarle dopo più di due mesi e svariate richieste ma non ci accontentiamo delle passerelle e vogliamo ciò che abbiamo legittimamente chiesto e che serve alla nostra economia per ripartire come un fondo di investimento specifico e le coperture per azzerare tutte le imposte locali per il 2020. Siamo abituati a fare, non a parlare, se ci rispetta ci ascolti».
Non è andata meglio l'altra sera, anzi l'altra notte, a Bergamo e a Brescia. Conte, che per la prima volta ha messo piede in Lombardia dopo lo scoppio della pandemia, si è presentato con due ore di ritardo, scatenando la furia del vicepresidente del Senato, il leghista Roberto Calderoli: «Le province di Bergamo e Brescia», attacca Calderoli, «hanno avuto, realmente, oltre 10.000 morti per il virus. Dopo due mesi, per la prima volta il signor Conte si presenta in queste province e arriva a Bergamo alle 23.10 quando era atteso alle 20.30. Non vuole rispondere alle domande dei giornalisti bergamaschi che lo aspettano da oltre un'ora, risponde che ha già parlato a Milano, poi non è in grado nemmeno di ricordare i nomi di Alzano Lombardo e Nembro che definisce genericamente i piccoli Comuni del bergamasco».
Conte, nervoso, ha anche sostanzialmente mandato a quel paese una giornalista di Tpi, che gli faceva notare che il governo non ha chiuso le fabbriche della zona: «Guardi», ha risposto stizzito, «se lei un domani avrà la responsabilità di governo, scriverà lei i decreti e assumerà lei tutte le decisioni». Dalla Lombardia, Conte riparte alla volta dell'Emilia Romagna: arriva a Piacenza e incontra il sindaco Patrizia Barbieri e il presidente della Regione Stefano Bonaccini. Il tour del premier con il caschetto nelle zone più colpite dalla pandemia è stato tutt'altro che un giro d'onore.
Varo record per il ponte di Genova
Con il varo della diciannovesima campata d'acciaio del nuovo viadotto di Genova, lunga 44 metri, il tracciato del nuovo ponte è completato. L'opera, progettata da Renzo Piano, è lunga 1.067 metri, per costruirla sono state usate 17.500 tonnellate di acciaio ed è composta da 19 campate poste a 40 metri di altezza sorrette da 18 piloni. L'operazione è stata salutata dal suono delle sirene del cantiere, delle navi alla fonda e di alcune aziende. «Il ponte non è finito», dice il sindaco di Genova, Marco Bucci, «ma oggi celebriamo il ricongiungimento delle due parti della valle. Oggi posso dire che questo nastro d'acciaio finalmente riunisce le due parti della valle di Ponente e di Levante. Ci ricorderemo per sempre delle 43 vittime».
«Il ponte di Genova», commenta il presidente della regione Liguria, Giovanni Toti, «credo sia anche il simbolo di un'Italia che ce la fa a ripartire. Credo che questo sia qualche cosa di più di un ponte. È utile a questo Paese, è la dimostrazione che insieme possiamo fare tante cose, la dimostrazione che chi pensa che una cosa non sia possibile farebbe bene ad astenersi dal disturbare chi la sta facendo».
«Siamo convinti», sottolinea il ministro dei Trasporti, Paola De Micheli, «che non sia un'illusione quella di cambiare il mondo. Credo che vedere quest'opera quasi realizzata sia un segnale straordinario che anche in questo tempo difficile possiamo ogni giorno continuare a cambiare il mondo».
È stato realizzato davvero in fretta, il nuovo ponte di Genova: sono trascorsi infatti 620 giorni da quel tragico 14 agosto 2018, quando il crollo del Morandi spezzò le vite di 43 persone in una giornata di pioggia battente. Ma come è stato possibile realizzare l'opera in così breve tempo? Non sarà contento il M5s, ma la svolta è arrivata da un superamento di lacci e lacciuoli delle procedure burocratiche. La costruzione dell'opera ha infatti visto il sindaco di Genova, Marco Bucci, vestire i panni del commissario operativo. I lavori sono stati appaltati con un percorso burocratico agile e veloce, che ha permesso di evitare lungaggini e intoppi. Una modalità organizzativa che non è stata penalizzata neanche dall'esplosione del coronavirus: lo scorso 27 marzo si è registrato il primo caso di Covid-19 al cantiere del nuovo ponte di Genova. L'operaio, un uomo di Reggio Emilia, dipendente di una delle aziende principali in azione sul viadotto, è stato messo in isolamento, e 49 colleghi sono stati rintracciati e messi in quarantena per due settimane. Immediatamente sono scattate le contromisure: costruttori, sindacati e parte commissariale si sono riuniti in videoconferenza e il consorzio PerGenova, in accordo con i protocolli sanitari applicati dalla Asl, ha dato avvio a una sanificazione ancora più approfondita rispetto a quella che veniva effettuata in precedenza, e che ha interessato gli spazi comuni come docce, mense, spogliatoi e mezzi di lavoro. Nonostante il rallentamento dovuto a questa circostanza, i lavori sono andati comunque avanti: nessun lockdown.
La collaborazione tra le istituzioni ha consentito di rendere più veloci i procedimenti amministrativi, e così non si è perso tempo con i contrasti tra Stato, Regioni e Comuni che spesso in Italia finiscono per rallentare, se non addirittura di bloccare, le opere pubbliche. Un modello che andrebbe replicato anche in futuro, ma purtroppo il M5s e la sinistra paladina della burocrazia difficilmente lo consentiranno.
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Lunedì a tarda notte si presenta a Bergamo e Brescia con due ore di ritardo. Ieri visita prima la Liguria per poi fare tappa a Lodi. I primi cittadini dell'ex zona rossa: «Siamo gli ultimi a essere ascoltati»Terminato in soli 620 giorni: miracolo reso possibile dall'eliminazione della burocrazia e dalla decisione di non fermare tutto per il virus. Il contrario della ricetta giallorossa.Lo speciale contiene due articoliIl premier operaio, con il caschetto che fu di Silvio Berlusconi a coprire il ciuffo, arriva a Genova verso le 11 del mattino di ieri. Giuseppe Conte scende dall'auto presidenziale e la ressa di giornalisti e operatori fa storcere il naso a chi, in questi lunghi mesi di isolamento, si è sentito ripetere mille e mille volte di mantenere il distanziamento sociale. «Se ami l'Italia mantieni la distanza», aveva gorgheggiato Conte tre giorni fa, e di amore verso la patria ieri, se questo è il metro (e mezzo) di giudizio, se ne è visto davvero poco, ma tant'è: l'inaugurazione del nuovo ponte di Genova è occasione ghiotta per un po' di propaganda politica.Il Conte di Genova lo sa bene, e arringa la folla: «Lo Stato», proclama, «non ha mai abbandonato Genova. Lo abbiamo solennemente detto a poche ore dalla tragedia: ero già qui e abbiamo detto subito che Genova non sarebbe stata lasciata sola. Questa presenza è doverosa ma sono qui anche con grande piacere perché oggi suturiamo una ferita. Ci impegniamo al massimo perché tragedie del genere non abbiano più a ripetersi. Ricongiungiamo una importante arteria di comunicazione al centro», aggiunge Conte, «al cuore, della città. La portata concreta di questa giornata è nel fatto che c'è un progetto reale che sta giungendo a completamento. Qualcuno ha parlato di miracolo: credo sia possibile parlare di miracolo, senza enfasi».Parlare di miracolo senza enfasi: se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, l'ex avvocato del popolo, capace di inanellare gaffe a raffica, eppure ancora convinto di essere uno statista e non un Forrest Gump della politica internazionale. «Quando fissammo questo termine per i lavori», azzarda Conte, «i vostri sguardi erano molto preoccupati ma io vi incitai a fissare un termine molto sfidante perché avevo consapevolezza che se pure avessimo ritardato l'importante era darsi una data la più immediata possibile. Siamo nei tempi e tra poco torneremo per l'inaugurazione, perché il progetto è pressoché completo». Da Genova, Conte si sposta a Lodi, primo focolaio dall'epidemia, dove arriva nel pomeriggio. «Il rischio di un contagio di ritorno», dice Conte, «è molto concreto. Avvieremo il metodo dei rubinetti, una sorta di algoritmo matematico che ci consentirà di tenere sempre sotto controllo l'andamento del virus, e se ci saranno ritorni potremo intervenire in modo mirato chiudendo il rubinetto. Abbiamo visto in altri Paesi i rischi che si affrontano. Noi stiamo già affrontando un rischio: dal 4 maggio», sottolinea il premier, «4,5 milioni di lavoratori torneranno a lavorare, prenderanno i mezzi pubblici ma anche il mezzo privato può essere un rischio». Conte incontra i sindaci della prima zona rossa, i quali però gli indirizzano un saluto tutt'altro che affettuoso: i primi cittadini leghisti di Codogno, Casalpusterlengo e Lodi, Francesco Passerini, Elia Del Miglio e Sara Casanova, dopo aver incontrato il premier in prefettura, diffondono una nota: «Siamo stati i primi a soffrire», scrivono, «e gli ultimi a ricevere visite. Siamo stati i primi reclusi e gli ultimi a essere ascoltati: ci siamo sempre arrangiati, non ci avete mandato nulla, non avete nemmeno risposto alle nostre lettere e addirittura ci avete infangato accusando ingiustamente uno dei nostri ospedali. Presidente Conte, siamo contenti di riuscire a parlarle dopo più di due mesi e svariate richieste ma non ci accontentiamo delle passerelle e vogliamo ciò che abbiamo legittimamente chiesto e che serve alla nostra economia per ripartire come un fondo di investimento specifico e le coperture per azzerare tutte le imposte locali per il 2020. Siamo abituati a fare, non a parlare, se ci rispetta ci ascolti». Non è andata meglio l'altra sera, anzi l'altra notte, a Bergamo e a Brescia. Conte, che per la prima volta ha messo piede in Lombardia dopo lo scoppio della pandemia, si è presentato con due ore di ritardo, scatenando la furia del vicepresidente del Senato, il leghista Roberto Calderoli: «Le province di Bergamo e Brescia», attacca Calderoli, «hanno avuto, realmente, oltre 10.000 morti per il virus. Dopo due mesi, per la prima volta il signor Conte si presenta in queste province e arriva a Bergamo alle 23.10 quando era atteso alle 20.30. Non vuole rispondere alle domande dei giornalisti bergamaschi che lo aspettano da oltre un'ora, risponde che ha già parlato a Milano, poi non è in grado nemmeno di ricordare i nomi di Alzano Lombardo e Nembro che definisce genericamente i piccoli Comuni del bergamasco».Conte, nervoso, ha anche sostanzialmente mandato a quel paese una giornalista di Tpi, che gli faceva notare che il governo non ha chiuso le fabbriche della zona: «Guardi», ha risposto stizzito, «se lei un domani avrà la responsabilità di governo, scriverà lei i decreti e assumerà lei tutte le decisioni». Dalla Lombardia, Conte riparte alla volta dell'Emilia Romagna: arriva a Piacenza e incontra il sindaco Patrizia Barbieri e il presidente della Regione Stefano Bonaccini. Il tour del premier con il caschetto nelle zone più colpite dalla pandemia è stato tutt'altro che un giro d'onore. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-fa-la-passerella-al-nord-italia-ma-raccoglie-la-rabbia-dei-sindaci-2645865750.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="varo-record-per-il-ponte-di-genova" data-post-id="2645865750" data-published-at="1588098810" data-use-pagination="False"> Varo record per il ponte di Genova Con il varo della diciannovesima campata d'acciaio del nuovo viadotto di Genova, lunga 44 metri, il tracciato del nuovo ponte è completato. L'opera, progettata da Renzo Piano, è lunga 1.067 metri, per costruirla sono state usate 17.500 tonnellate di acciaio ed è composta da 19 campate poste a 40 metri di altezza sorrette da 18 piloni. L'operazione è stata salutata dal suono delle sirene del cantiere, delle navi alla fonda e di alcune aziende. «Il ponte non è finito», dice il sindaco di Genova, Marco Bucci, «ma oggi celebriamo il ricongiungimento delle due parti della valle. Oggi posso dire che questo nastro d'acciaio finalmente riunisce le due parti della valle di Ponente e di Levante. Ci ricorderemo per sempre delle 43 vittime». «Il ponte di Genova», commenta il presidente della regione Liguria, Giovanni Toti, «credo sia anche il simbolo di un'Italia che ce la fa a ripartire. Credo che questo sia qualche cosa di più di un ponte. È utile a questo Paese, è la dimostrazione che insieme possiamo fare tante cose, la dimostrazione che chi pensa che una cosa non sia possibile farebbe bene ad astenersi dal disturbare chi la sta facendo». «Siamo convinti», sottolinea il ministro dei Trasporti, Paola De Micheli, «che non sia un'illusione quella di cambiare il mondo. Credo che vedere quest'opera quasi realizzata sia un segnale straordinario che anche in questo tempo difficile possiamo ogni giorno continuare a cambiare il mondo». È stato realizzato davvero in fretta, il nuovo ponte di Genova: sono trascorsi infatti 620 giorni da quel tragico 14 agosto 2018, quando il crollo del Morandi spezzò le vite di 43 persone in una giornata di pioggia battente. Ma come è stato possibile realizzare l'opera in così breve tempo? Non sarà contento il M5s, ma la svolta è arrivata da un superamento di lacci e lacciuoli delle procedure burocratiche. La costruzione dell'opera ha infatti visto il sindaco di Genova, Marco Bucci, vestire i panni del commissario operativo. I lavori sono stati appaltati con un percorso burocratico agile e veloce, che ha permesso di evitare lungaggini e intoppi. Una modalità organizzativa che non è stata penalizzata neanche dall'esplosione del coronavirus: lo scorso 27 marzo si è registrato il primo caso di Covid-19 al cantiere del nuovo ponte di Genova. L'operaio, un uomo di Reggio Emilia, dipendente di una delle aziende principali in azione sul viadotto, è stato messo in isolamento, e 49 colleghi sono stati rintracciati e messi in quarantena per due settimane. Immediatamente sono scattate le contromisure: costruttori, sindacati e parte commissariale si sono riuniti in videoconferenza e il consorzio PerGenova, in accordo con i protocolli sanitari applicati dalla Asl, ha dato avvio a una sanificazione ancora più approfondita rispetto a quella che veniva effettuata in precedenza, e che ha interessato gli spazi comuni come docce, mense, spogliatoi e mezzi di lavoro. Nonostante il rallentamento dovuto a questa circostanza, i lavori sono andati comunque avanti: nessun lockdown. La collaborazione tra le istituzioni ha consentito di rendere più veloci i procedimenti amministrativi, e così non si è perso tempo con i contrasti tra Stato, Regioni e Comuni che spesso in Italia finiscono per rallentare, se non addirittura di bloccare, le opere pubbliche. Un modello che andrebbe replicato anche in futuro, ma purtroppo il M5s e la sinistra paladina della burocrazia difficilmente lo consentiranno.
Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di oggi, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere domani. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata oggi mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Oggi, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre oggi, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
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«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.