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2020-04-29
Conte fa la passerella al Nord Italia ma raccoglie la rabbia dei sindaci
Giuseppe Conte (Ansa)
Il premier operaio, con il caschetto che fu di Silvio Berlusconi a coprire il ciuffo, arriva a Genova verso le 11 del mattino di ieri. Giuseppe Conte scende dall'auto presidenziale e la ressa di giornalisti e operatori fa storcere il naso a chi, in questi lunghi mesi di isolamento, si è sentito ripetere mille e mille volte di mantenere il distanziamento sociale. «Se ami l'Italia mantieni la distanza», aveva gorgheggiato Conte tre giorni fa, e di amore verso la patria ieri, se questo è il metro (e mezzo) di giudizio, se ne è visto davvero poco, ma tant'è: l'inaugurazione del nuovo ponte di Genova è occasione ghiotta per un po' di propaganda politica.
Il Conte di Genova lo sa bene, e arringa la folla: «Lo Stato», proclama, «non ha mai abbandonato Genova. Lo abbiamo solennemente detto a poche ore dalla tragedia: ero già qui e abbiamo detto subito che Genova non sarebbe stata lasciata sola. Questa presenza è doverosa ma sono qui anche con grande piacere perché oggi suturiamo una ferita. Ci impegniamo al massimo perché tragedie del genere non abbiano più a ripetersi. Ricongiungiamo una importante arteria di comunicazione al centro», aggiunge Conte, «al cuore, della città. La portata concreta di questa giornata è nel fatto che c'è un progetto reale che sta giungendo a completamento. Qualcuno ha parlato di miracolo: credo sia possibile parlare di miracolo, senza enfasi».
Parlare di miracolo senza enfasi: se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, l'ex avvocato del popolo, capace di inanellare gaffe a raffica, eppure ancora convinto di essere uno statista e non un Forrest Gump della politica internazionale. «Quando fissammo questo termine per i lavori», azzarda Conte, «i vostri sguardi erano molto preoccupati ma io vi incitai a fissare un termine molto sfidante perché avevo consapevolezza che se pure avessimo ritardato l'importante era darsi una data la più immediata possibile. Siamo nei tempi e tra poco torneremo per l'inaugurazione, perché il progetto è pressoché completo».
Da Genova, Conte si sposta a Lodi, primo focolaio dall'epidemia, dove arriva nel pomeriggio. «Il rischio di un contagio di ritorno», dice Conte, «è molto concreto. Avvieremo il metodo dei rubinetti, una sorta di algoritmo matematico che ci consentirà di tenere sempre sotto controllo l'andamento del virus, e se ci saranno ritorni potremo intervenire in modo mirato chiudendo il rubinetto. Abbiamo visto in altri Paesi i rischi che si affrontano. Noi stiamo già affrontando un rischio: dal 4 maggio», sottolinea il premier, «4,5 milioni di lavoratori torneranno a lavorare, prenderanno i mezzi pubblici ma anche il mezzo privato può essere un rischio». Conte incontra i sindaci della prima zona rossa, i quali però gli indirizzano un saluto tutt'altro che affettuoso: i primi cittadini leghisti di Codogno, Casalpusterlengo e Lodi, Francesco Passerini, Elia Del Miglio e Sara Casanova, dopo aver incontrato il premier in prefettura, diffondono una nota: «Siamo stati i primi a soffrire», scrivono, «e gli ultimi a ricevere visite. Siamo stati i primi reclusi e gli ultimi a essere ascoltati: ci siamo sempre arrangiati, non ci avete mandato nulla, non avete nemmeno risposto alle nostre lettere e addirittura ci avete infangato accusando ingiustamente uno dei nostri ospedali. Presidente Conte, siamo contenti di riuscire a parlarle dopo più di due mesi e svariate richieste ma non ci accontentiamo delle passerelle e vogliamo ciò che abbiamo legittimamente chiesto e che serve alla nostra economia per ripartire come un fondo di investimento specifico e le coperture per azzerare tutte le imposte locali per il 2020. Siamo abituati a fare, non a parlare, se ci rispetta ci ascolti».
Non è andata meglio l'altra sera, anzi l'altra notte, a Bergamo e a Brescia. Conte, che per la prima volta ha messo piede in Lombardia dopo lo scoppio della pandemia, si è presentato con due ore di ritardo, scatenando la furia del vicepresidente del Senato, il leghista Roberto Calderoli: «Le province di Bergamo e Brescia», attacca Calderoli, «hanno avuto, realmente, oltre 10.000 morti per il virus. Dopo due mesi, per la prima volta il signor Conte si presenta in queste province e arriva a Bergamo alle 23.10 quando era atteso alle 20.30. Non vuole rispondere alle domande dei giornalisti bergamaschi che lo aspettano da oltre un'ora, risponde che ha già parlato a Milano, poi non è in grado nemmeno di ricordare i nomi di Alzano Lombardo e Nembro che definisce genericamente i piccoli Comuni del bergamasco».
Conte, nervoso, ha anche sostanzialmente mandato a quel paese una giornalista di Tpi, che gli faceva notare che il governo non ha chiuso le fabbriche della zona: «Guardi», ha risposto stizzito, «se lei un domani avrà la responsabilità di governo, scriverà lei i decreti e assumerà lei tutte le decisioni». Dalla Lombardia, Conte riparte alla volta dell'Emilia Romagna: arriva a Piacenza e incontra il sindaco Patrizia Barbieri e il presidente della Regione Stefano Bonaccini. Il tour del premier con il caschetto nelle zone più colpite dalla pandemia è stato tutt'altro che un giro d'onore.
Varo record per il ponte di Genova
Con il varo della diciannovesima campata d'acciaio del nuovo viadotto di Genova, lunga 44 metri, il tracciato del nuovo ponte è completato. L'opera, progettata da Renzo Piano, è lunga 1.067 metri, per costruirla sono state usate 17.500 tonnellate di acciaio ed è composta da 19 campate poste a 40 metri di altezza sorrette da 18 piloni. L'operazione è stata salutata dal suono delle sirene del cantiere, delle navi alla fonda e di alcune aziende. «Il ponte non è finito», dice il sindaco di Genova, Marco Bucci, «ma oggi celebriamo il ricongiungimento delle due parti della valle. Oggi posso dire che questo nastro d'acciaio finalmente riunisce le due parti della valle di Ponente e di Levante. Ci ricorderemo per sempre delle 43 vittime».
«Il ponte di Genova», commenta il presidente della regione Liguria, Giovanni Toti, «credo sia anche il simbolo di un'Italia che ce la fa a ripartire. Credo che questo sia qualche cosa di più di un ponte. È utile a questo Paese, è la dimostrazione che insieme possiamo fare tante cose, la dimostrazione che chi pensa che una cosa non sia possibile farebbe bene ad astenersi dal disturbare chi la sta facendo».
«Siamo convinti», sottolinea il ministro dei Trasporti, Paola De Micheli, «che non sia un'illusione quella di cambiare il mondo. Credo che vedere quest'opera quasi realizzata sia un segnale straordinario che anche in questo tempo difficile possiamo ogni giorno continuare a cambiare il mondo».
È stato realizzato davvero in fretta, il nuovo ponte di Genova: sono trascorsi infatti 620 giorni da quel tragico 14 agosto 2018, quando il crollo del Morandi spezzò le vite di 43 persone in una giornata di pioggia battente. Ma come è stato possibile realizzare l'opera in così breve tempo? Non sarà contento il M5s, ma la svolta è arrivata da un superamento di lacci e lacciuoli delle procedure burocratiche. La costruzione dell'opera ha infatti visto il sindaco di Genova, Marco Bucci, vestire i panni del commissario operativo. I lavori sono stati appaltati con un percorso burocratico agile e veloce, che ha permesso di evitare lungaggini e intoppi. Una modalità organizzativa che non è stata penalizzata neanche dall'esplosione del coronavirus: lo scorso 27 marzo si è registrato il primo caso di Covid-19 al cantiere del nuovo ponte di Genova. L'operaio, un uomo di Reggio Emilia, dipendente di una delle aziende principali in azione sul viadotto, è stato messo in isolamento, e 49 colleghi sono stati rintracciati e messi in quarantena per due settimane. Immediatamente sono scattate le contromisure: costruttori, sindacati e parte commissariale si sono riuniti in videoconferenza e il consorzio PerGenova, in accordo con i protocolli sanitari applicati dalla Asl, ha dato avvio a una sanificazione ancora più approfondita rispetto a quella che veniva effettuata in precedenza, e che ha interessato gli spazi comuni come docce, mense, spogliatoi e mezzi di lavoro. Nonostante il rallentamento dovuto a questa circostanza, i lavori sono andati comunque avanti: nessun lockdown.
La collaborazione tra le istituzioni ha consentito di rendere più veloci i procedimenti amministrativi, e così non si è perso tempo con i contrasti tra Stato, Regioni e Comuni che spesso in Italia finiscono per rallentare, se non addirittura di bloccare, le opere pubbliche. Un modello che andrebbe replicato anche in futuro, ma purtroppo il M5s e la sinistra paladina della burocrazia difficilmente lo consentiranno.
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Lunedì a tarda notte si presenta a Bergamo e Brescia con due ore di ritardo. Ieri visita prima la Liguria per poi fare tappa a Lodi. I primi cittadini dell'ex zona rossa: «Siamo gli ultimi a essere ascoltati»Terminato in soli 620 giorni: miracolo reso possibile dall'eliminazione della burocrazia e dalla decisione di non fermare tutto per il virus. Il contrario della ricetta giallorossa.Lo speciale contiene due articoliIl premier operaio, con il caschetto che fu di Silvio Berlusconi a coprire il ciuffo, arriva a Genova verso le 11 del mattino di ieri. Giuseppe Conte scende dall'auto presidenziale e la ressa di giornalisti e operatori fa storcere il naso a chi, in questi lunghi mesi di isolamento, si è sentito ripetere mille e mille volte di mantenere il distanziamento sociale. «Se ami l'Italia mantieni la distanza», aveva gorgheggiato Conte tre giorni fa, e di amore verso la patria ieri, se questo è il metro (e mezzo) di giudizio, se ne è visto davvero poco, ma tant'è: l'inaugurazione del nuovo ponte di Genova è occasione ghiotta per un po' di propaganda politica.Il Conte di Genova lo sa bene, e arringa la folla: «Lo Stato», proclama, «non ha mai abbandonato Genova. Lo abbiamo solennemente detto a poche ore dalla tragedia: ero già qui e abbiamo detto subito che Genova non sarebbe stata lasciata sola. Questa presenza è doverosa ma sono qui anche con grande piacere perché oggi suturiamo una ferita. Ci impegniamo al massimo perché tragedie del genere non abbiano più a ripetersi. Ricongiungiamo una importante arteria di comunicazione al centro», aggiunge Conte, «al cuore, della città. La portata concreta di questa giornata è nel fatto che c'è un progetto reale che sta giungendo a completamento. Qualcuno ha parlato di miracolo: credo sia possibile parlare di miracolo, senza enfasi».Parlare di miracolo senza enfasi: se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, l'ex avvocato del popolo, capace di inanellare gaffe a raffica, eppure ancora convinto di essere uno statista e non un Forrest Gump della politica internazionale. «Quando fissammo questo termine per i lavori», azzarda Conte, «i vostri sguardi erano molto preoccupati ma io vi incitai a fissare un termine molto sfidante perché avevo consapevolezza che se pure avessimo ritardato l'importante era darsi una data la più immediata possibile. Siamo nei tempi e tra poco torneremo per l'inaugurazione, perché il progetto è pressoché completo». Da Genova, Conte si sposta a Lodi, primo focolaio dall'epidemia, dove arriva nel pomeriggio. «Il rischio di un contagio di ritorno», dice Conte, «è molto concreto. Avvieremo il metodo dei rubinetti, una sorta di algoritmo matematico che ci consentirà di tenere sempre sotto controllo l'andamento del virus, e se ci saranno ritorni potremo intervenire in modo mirato chiudendo il rubinetto. Abbiamo visto in altri Paesi i rischi che si affrontano. Noi stiamo già affrontando un rischio: dal 4 maggio», sottolinea il premier, «4,5 milioni di lavoratori torneranno a lavorare, prenderanno i mezzi pubblici ma anche il mezzo privato può essere un rischio». Conte incontra i sindaci della prima zona rossa, i quali però gli indirizzano un saluto tutt'altro che affettuoso: i primi cittadini leghisti di Codogno, Casalpusterlengo e Lodi, Francesco Passerini, Elia Del Miglio e Sara Casanova, dopo aver incontrato il premier in prefettura, diffondono una nota: «Siamo stati i primi a soffrire», scrivono, «e gli ultimi a ricevere visite. Siamo stati i primi reclusi e gli ultimi a essere ascoltati: ci siamo sempre arrangiati, non ci avete mandato nulla, non avete nemmeno risposto alle nostre lettere e addirittura ci avete infangato accusando ingiustamente uno dei nostri ospedali. Presidente Conte, siamo contenti di riuscire a parlarle dopo più di due mesi e svariate richieste ma non ci accontentiamo delle passerelle e vogliamo ciò che abbiamo legittimamente chiesto e che serve alla nostra economia per ripartire come un fondo di investimento specifico e le coperture per azzerare tutte le imposte locali per il 2020. Siamo abituati a fare, non a parlare, se ci rispetta ci ascolti». Non è andata meglio l'altra sera, anzi l'altra notte, a Bergamo e a Brescia. Conte, che per la prima volta ha messo piede in Lombardia dopo lo scoppio della pandemia, si è presentato con due ore di ritardo, scatenando la furia del vicepresidente del Senato, il leghista Roberto Calderoli: «Le province di Bergamo e Brescia», attacca Calderoli, «hanno avuto, realmente, oltre 10.000 morti per il virus. Dopo due mesi, per la prima volta il signor Conte si presenta in queste province e arriva a Bergamo alle 23.10 quando era atteso alle 20.30. Non vuole rispondere alle domande dei giornalisti bergamaschi che lo aspettano da oltre un'ora, risponde che ha già parlato a Milano, poi non è in grado nemmeno di ricordare i nomi di Alzano Lombardo e Nembro che definisce genericamente i piccoli Comuni del bergamasco».Conte, nervoso, ha anche sostanzialmente mandato a quel paese una giornalista di Tpi, che gli faceva notare che il governo non ha chiuso le fabbriche della zona: «Guardi», ha risposto stizzito, «se lei un domani avrà la responsabilità di governo, scriverà lei i decreti e assumerà lei tutte le decisioni». Dalla Lombardia, Conte riparte alla volta dell'Emilia Romagna: arriva a Piacenza e incontra il sindaco Patrizia Barbieri e il presidente della Regione Stefano Bonaccini. Il tour del premier con il caschetto nelle zone più colpite dalla pandemia è stato tutt'altro che un giro d'onore. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-fa-la-passerella-al-nord-italia-ma-raccoglie-la-rabbia-dei-sindaci-2645865750.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="varo-record-per-il-ponte-di-genova" data-post-id="2645865750" data-published-at="1588098810" data-use-pagination="False"> Varo record per il ponte di Genova Con il varo della diciannovesima campata d'acciaio del nuovo viadotto di Genova, lunga 44 metri, il tracciato del nuovo ponte è completato. L'opera, progettata da Renzo Piano, è lunga 1.067 metri, per costruirla sono state usate 17.500 tonnellate di acciaio ed è composta da 19 campate poste a 40 metri di altezza sorrette da 18 piloni. L'operazione è stata salutata dal suono delle sirene del cantiere, delle navi alla fonda e di alcune aziende. «Il ponte non è finito», dice il sindaco di Genova, Marco Bucci, «ma oggi celebriamo il ricongiungimento delle due parti della valle. Oggi posso dire che questo nastro d'acciaio finalmente riunisce le due parti della valle di Ponente e di Levante. Ci ricorderemo per sempre delle 43 vittime». «Il ponte di Genova», commenta il presidente della regione Liguria, Giovanni Toti, «credo sia anche il simbolo di un'Italia che ce la fa a ripartire. Credo che questo sia qualche cosa di più di un ponte. È utile a questo Paese, è la dimostrazione che insieme possiamo fare tante cose, la dimostrazione che chi pensa che una cosa non sia possibile farebbe bene ad astenersi dal disturbare chi la sta facendo». «Siamo convinti», sottolinea il ministro dei Trasporti, Paola De Micheli, «che non sia un'illusione quella di cambiare il mondo. Credo che vedere quest'opera quasi realizzata sia un segnale straordinario che anche in questo tempo difficile possiamo ogni giorno continuare a cambiare il mondo». È stato realizzato davvero in fretta, il nuovo ponte di Genova: sono trascorsi infatti 620 giorni da quel tragico 14 agosto 2018, quando il crollo del Morandi spezzò le vite di 43 persone in una giornata di pioggia battente. Ma come è stato possibile realizzare l'opera in così breve tempo? Non sarà contento il M5s, ma la svolta è arrivata da un superamento di lacci e lacciuoli delle procedure burocratiche. La costruzione dell'opera ha infatti visto il sindaco di Genova, Marco Bucci, vestire i panni del commissario operativo. I lavori sono stati appaltati con un percorso burocratico agile e veloce, che ha permesso di evitare lungaggini e intoppi. Una modalità organizzativa che non è stata penalizzata neanche dall'esplosione del coronavirus: lo scorso 27 marzo si è registrato il primo caso di Covid-19 al cantiere del nuovo ponte di Genova. L'operaio, un uomo di Reggio Emilia, dipendente di una delle aziende principali in azione sul viadotto, è stato messo in isolamento, e 49 colleghi sono stati rintracciati e messi in quarantena per due settimane. Immediatamente sono scattate le contromisure: costruttori, sindacati e parte commissariale si sono riuniti in videoconferenza e il consorzio PerGenova, in accordo con i protocolli sanitari applicati dalla Asl, ha dato avvio a una sanificazione ancora più approfondita rispetto a quella che veniva effettuata in precedenza, e che ha interessato gli spazi comuni come docce, mense, spogliatoi e mezzi di lavoro. Nonostante il rallentamento dovuto a questa circostanza, i lavori sono andati comunque avanti: nessun lockdown. La collaborazione tra le istituzioni ha consentito di rendere più veloci i procedimenti amministrativi, e così non si è perso tempo con i contrasti tra Stato, Regioni e Comuni che spesso in Italia finiscono per rallentare, se non addirittura di bloccare, le opere pubbliche. Un modello che andrebbe replicato anche in futuro, ma purtroppo il M5s e la sinistra paladina della burocrazia difficilmente lo consentiranno.
Christine Lagarde (Ansa)
Lo ammette senza troppi giri di parole Christine Lagarde: abbiamo discusso un possibile rialzo dei tassi. Discusso. Valutato. Soppesato. Poi archiviato. Per ora. Con un’aggiunta che sa più di promessa che di prudenza: se ne riparlerà a giugno. La realtà è salita sul palcoscenico e ha cambiato la scena. La guerra in Medio Oriente riapre una ferita che l’Europa conosce benissimo ma finge di dimenticare: l’energia che diventa arma. Il blocco dello Stretto di Hormuz - nome quasi astratto finché non arriva la bolletta della luce - non è solo una variabile economica. È una leva politica travestita da pompa di benzina. E infatti l’inflazione, che sembrava finalmente domata, decide di rialzare la testa. Ad aprile torna al 3%. Non un’esplosione, ma abbastanza per ricordare alla Bce che il 2% non è un suggerimento: è una linea di confine. Perché mentre i prezzi ripartono, l’economia rallenta. L’Eurozona nel primo trimestre è migliorata dello 0,1%. Tecnicamente è un miglioramento, praticamente un battito di ciglia. Definirla «bassa crescita», come fa Lagarde, è un esercizio di stile che meriterebbe un premio a parte: quello per l’ottimismo resistente.
Ed è in questo equilibrio instabile che la Bce si ritrova intrappolata. Da una parte l’inflazione che rialza la voce, dall’altra una crescita che ha perso le corde vocali. In mezzo, la politica monetaria che tenta di non scegliere per non sbagliare. O meglio sceglie di aspettare perché qualsiasi scelta avrebbe un costo. «Abbiamo preso la decisione di non toccare i tassi perché le informazioni sono ancora insufficienti», dice Lagarde. Onesta, ma inquietante. Il tempo che passa, in economia, non è mai neutrale. Poi arriva la frase chiave che fa alzare qualche sopracciglio: «Ci stiamo allontanando dal nostro scenario di base». Come dire: le stime su cui pensavamo di basarci - guerra breve, energia sotto controllo, inflazione in discesa - si stanno sgretolando. Non crollano, certo. Ma si incrinano abbastanza da rendere ogni previsione una scommessa. E qui la lettura diventa inevitabilmente più critica. Perché la sensazione è che la Bce, ancora una volta, si trova a inseguire gli eventi invece di anticiparli. Un thriller già visto: nel 2011, con il rialzo dei tassi che alimentò la crisi del debito. Nel 2022, sottovalutando l’inflazione fino a farla diventare un problema strutturale. Due errori opposti, ma figli dello stesso difetto: arrivare sempre un attimo dopo. È proprio questo l’incubo che incombe sulle riunioni di Francoforte. Non tanto cosa fare, ma cosa non fare. E in economia, come in politica, la paura di sbagliare diventa strategia: quella del rinvio permanente. Nel frattempo, il resto del mondo fa coro. La Federal Reserve per la terza volta di fila resta ferma, la Bank of England pure. Tutti prudenti, tutti immobili, tutti in attesa che qualcun altro faccia il primo passo. È la globalizzazione della cautela: nessuno vuole essere ricordato come quello che ha mosso la pedina sbagliata nel momento sbagliato. Sotto questa calma apparente, il sistema si muove. Le aspettative di inflazione risalgono, la fiducia di imprese e famiglie si incrina, la guerra non ha ancora scaricato tutto il suo impatto sull’economia reale. La quiete che precede non il temporale ma la revisione del meteo. E così il quadro finale è quasi sospeso: tassi fermi, dibattito acceso; inflazione in salita, ma non fuori controllo; crescita debole, ma non assente. Una sorta di equilibrio instabile in cui tutto sembra tenere finché non precipita. Ed è qui che la narrazione di Lagarde diventa più fragile, quasi difensiva. La prudenza viene presentata come virtù, ma rischia di diventare una postura permanente. E il mercato, si sa, non premia chi aspetta troppo a lungo di decidere: premia chi arriva prima di essere costretto a rincorrere. La conclusione, allora, è meno rassicurante di quanto sembri. La Bce non è immobile: è semplicemente in attesa del momento in cui muoversi sarà inevitabile. Ha scelto la pausa. Ma è una pausa che somiglia sempre di più a una sospensione carica di tensione. E quando il sipario si rialzerà non basterà più raccontare che «si è discusso il rialzo». Il pubblico chiederà spiegazioni.
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Gianluigi Paragone smaschera il paradosso del fronte del No: un giorno difende l'autonomia dei giudici come fosse sacra e il giorno dopo, sul caso di Nicole Minetti, si arrabbia perché il Ministero non ha dato ordini ai magistrati o non ha inseguito i colpevoli in Uruguay.
Non accontentatevi del «mala tempora currunt», perché ora «sed peiora parantur». Non bisogna essere il mago Otelma per accorgersi che non c’è da stare allegri se il petrolio e il gas sono raddoppiati, se la Cina ci invade con prodotti in dumping perché è in iperproduzione e se la guerra dei dazi blocca la nostra merce alle frontiere. Che i tempi sono pessimi lo sanno tutti tranne la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, convinta che giocando con i carri armatini e rafforzando il Green deal ci si salva. Ha detto: «Non ci sono le condizioni per sospendere il Patto di stabilità». Al massimo due aiutini di Stato. E, mentre studia un piano per rinchiuderci in casa, mandarci a piedi e bloccarci i condizionatori causa mancanza di energia, risponde: «Non siamo ai tempi del Covid». Come dire: con il lockdown energetico mica dovete vaccinarvi.
Magari ci fosse un vaccino contro la miseria! Perché l’Europa è un malato grave e servirebbe subito la sospensione delle regole fiscali. Forse avendo dato gli ultimi, necessari, 90 miliardi a Volodymir Zelensky, avendo in testa di portare il bilancio Ue a 2.000 miliardi ammazzando di altre tasse imprese e contribuenti, volendo varare un riarmo da 800 miliardi, i soldi per lanciare un nuovo «recovery» non ci sono, ma di certo non è tempo di fare sottigliezze sugli zero virgola di bilancio. Va scritto a lettere cubitali: l’Europa, e l’eurozona ancora più gravemente, è in stagflazione. Ci sono impietosi i numeri: l’inflazione nei Paesi che hanno adottato l’euro ad aprile è salita al 3% (rispetto al 2,6% annuo fino a marzo e all’1,9% di febbraio), ma il tasso di crescita è inchiodato allo 0,1%, certificato da Eurostat, che stima ancora un +0,8% a fine anno. È la peggiore patologia economica che possa capitare: vuol dire che il volume economico arretra, ma l’inflazione sale. Stiamo importando energia a un costo spropositato ma, siccome per pagare le bollette aziende e famiglie spendono di più, la domanda aggregata frena; se poi si blocca l’export perché la Cina fa dumping e perché, ad esempio, a Dubai il lusso made in Italy non lo consuma più nessuno causa paura, ecco la tempesta perfetta. Con in più una sciagura: al timone della nave c’è una baronessa tutta chiacchiere e distintivo. Fuor di metafora: anche chi, come il vicepremier Antonio Tajani, dice che non si deve derogare dai vincoli di bilancio ma semmai accedere al Mes, oggi è di fronte al baratro economico annunciato. Che si materializza nelle parole di un’altra signora d’Europa. Christine Lagarde presidente della Bce.
L’inflazione ha accelerato ben sopra il target dell’Eurotower, ma ieri hanno deciso di lasciare i tassi invariati al 2% (anche quelli sul rifinanziamento restano al 2,15% e al 2,4%). La ragione? Pare che l’inflazione di fondo stia ancora al 2,2 e, quindi, l’impennata dei prezzi energetici oltre il 5% può essere interpretata per un po’ come una fiammata dovuta all’imbuto di Hormuz. Alle Borse è bastato che non ci sia stata la stretta immediata per pigliare fiato (la migliore è Milano, col +0,9 nonostante un tonfo di Stellantis che perde quasi il 6,4 mentre il petrolio arretra di 3 punti). La Lagarde però è stata chiara: non fateci la bocca. «Abbiamo discusso molto sulla possibilità di alzare, ma all’unanimità abbiamo deciso di stare fermi. La Bce non intende reagire immediatamente a uno shock di offerta», ha commentato. A giugno però potrebbe esserci la stretta: «Le prossime sei settimane», ha detto Lagarde, saranno il momento opportuno per valutare l’economia al fine di prendere una decisione ponderata sulla base di informazioni verificate e riesaminate».
La verità è che tutte le banche centrali - da Londra alla Fed - sono rimaste ferme. In Europa un combinato disposto di stagflazione conclamata e aumento dei tassi sarebbe mortale. Soprattutto per l’Italia, che deve spesare un enorme debito pubblico che l’inflazione erode nominalmente ma i tassi fanno diventare più caro. Chi sta peggio è la Francia (zero crescita, inflazione mensile all’1,2% e su base annua al 2,5%), ma la «locomotiva» Germania è al minimo (0,3% di crescita su base trimestrale, 0,5% di aumento mensile dei prezzi e annuale del 2,9%) e pure la Spagna dei presunti miracoli paga dazio: cresce dello 0,6%, ha però il più alto tasso d’inflazione, al 3,6%. Da noi i numeri non consolano: crescita allo 0,2%, inflazione annua al 2,9% secondo Eurostat, ma balzo ad aprile dell’1,7% con l’energia a +5,1% e carrello della spesa pesante (+2,5 con gli alimentari non lavorati, frutta e verdura per intenderci, che vanno su del 6% e i beni di frequente acquisto che schizzano a +4,3%). L’inflazione di fondo cala pero di uno 0,3, all’1,6%, ma non si vede nelle tasche. In proiezione di spesa ogni famiglia, se le cose continuano così, sborserà 1.000 euro in più a fine anno. Il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti due giorni fa ha detto: «No all’immagine del Paese al disastro: non è tutto oro, ma neppure stagflazione». Purtroppo dall’Europa sono arrivate pessime notizie: sed peiora parantur!
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