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2019-03-23
Conte fa il democristiano. Via il suo patrocinio, resta quello del ministero
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«Raccontategli tutto l'accaduto e vedrete che egli vi dirà su due piedi di quelle cose che a noi non verrebbero in testa, a pensarci un anno». La frase di Agnese nei Promessi Sposi potrebbe ben descrivere (e solo per la capacità di togliersi dai guai con un colpo d'ala) il premier, Giuseppe Conte, alle prese con le diverse anime del governo. Niente a che vedere con l'Azzeccagarbugli, ma per far entrare qualche tassello quadrato nei fori rotondi un minimo di fantasia bisogna averla. Così, dopo aver rispolverato la clausola di dissolvenza per far partire i bandi della Tav, ecco che il premier fa dissolvere il patrocinio della presidenza del Consiglio dai manifesti del Congresso mondiale delle famiglie senza ritirare l'appoggio del governo, che sarà presente con il vicepremier Matteo Salvini, con il ministro della Famiglia (appunto), Lorenzo Fontana, e con il ministro dell'Istruzione, Marco Bussetti. E al suo posto autorizza a mettere il logo della Repubblica italiana, perfino più prestigioso e obiettivamente super partes.
Il caso è noto e spinoso, rischiava di far entrare nuovamente in rotta di collisione la Lega con il Movimento 5 stelle, soprattutto con l'ala sinistrorsa e arcobaleno alla quale (per ovvi motivi di leadership) s'era accodato Luigi Di Maio nel prendere le distanze dal summit di Verona, in programma dal 29 al 31 marzo. Ancora una volta Conte è uscito dalla trappola con uno slalom da gatto del Colosseo. «Il patrocinio è stato concesso dal ministro Fontana», ha spiegato il presidente del Consiglio, «di sua iniziativa, nell'ambito delle sue proprie prerogative senza il mio personale coinvolgimento, né quello collegiale del governo. All'esito di un'approfondita istruttoria e dopo un'attenta valutazione dei molteplici profili coinvolti, ho comunicato al ministro Fontana l'opportunità che il riferimento alla presidenza del Consiglio sia eliminato e gli ho rappresentato le ragioni di questa scelta».
Le ragioni erano perfino scontate: i grillini non potevano fare retromarcia rispetto a frasi inequivocabili della prima ora (Di Maio: «A Verona la destra degli sfigati»), meno che meno dopo le intemerate pubbliche e private contro il summit da parte di Vincenzo Spadafora, sottosegretario di Palazzo Chigi con delega alle Pari opportunità e ai giovani, rigorosamente schierato con il mondo Lgbt. Situazione impervia con accenti di imbarazzo, a conferma che sui temi etici le forze che hanno firmato il contratto di governo hanno sensibilità obiettivamente diverse, se non opposte. Così Conte ha dovuto trovare la soluzione, facendo leva su un dettaglio non indifferente: poiché il ministero della Famiglia è senza portafoglio, avrebbe dovuto riferirsi a Palazzo Chigi per concedere il patrocinio.
Superato lo scoglio formale, rimaneva per il governo il problema sostanziale di non lasciare sola la famiglia naturale al summit di Verona, come se si trattasse di un'entità malvista. E allora ecco la seconda parte del Conte-pensiero a salvare capra e cavoli: «Questo governo si propone di tutelare con la massima attenzione ed energia la famiglia fondata sul matrimonio, senza che questo possa in alcun modo compromettere il riconoscimento giuridico e la piena legittimazione delle unioni civili e delle diverse forme di convivenza basate su vincoli di natura affettiva». Un capolavoro di diplomazia che ha accontentato tutti.
Il ministro Fontana ha preso atto: «Esattamente come annunciato in aula alla Camera rimane il patrocinio da parte del ministero della Famiglia. Per quanto riguarda il logo e il suo utilizzo, essi fanno capo a un altro dipartimento e quindi la concessione o il ritiro non sono di mia competenza». Il presidente del congresso mondiale di Verona, Antonio Brandi, si è attivato per modificare la cartellonistica. «Abbiamo ricevuto la diffida ad utilizzare il marchio di Palazzo Chigi, ma ci è stato comunicato che per il patrocinio del ministero della Famiglia potremo usare direttamente il logo della Repubblica italiana. Per noi si tratta di un felice guadagno perché quello è il più alto simbolo istituzionale che il Congresso mondiale delle famiglie possa ricevere». A cui si è aggiunto in serata anche quello della Regione Friuli Venezia Giulia.
Fine della querelle politica, a meno di contorsioni gastriche delle lobby gay anche sul fregio dell'Italia. Non certo fine dei mal di pancia della sinistra nei confronti di un summit internazionale che ha come scopo mettere a tema la famiglia naturale in tutte le sue sfaccettature. Non potendo contrastare l'evento nel merito, i leoni da tastiera del Pd si stanno distinguendo nella poco nobile arte di amplificare due fake news. La prima, che gira da un paio di giorni su Twitter e Facebook, riguarda il programma del summit con forum deliranti come «Leggi contro la sodomia», «Vietare la vendita di contraccettivi farmaceutici», «Vietare diagnostiche prenatali» e via elencando. A stroncare la notizia è intervenuto anche David Puente, autorità in merito, sul sito Open.online.
La seconda fake news è in una foto che imperversava ieri sui social media e rappresentava un cartellone del summit con lo slogan: «La famiglia marcia». Migliaia di condivisioni per il doppio senso e commenti sprezzanti di un esercito di allocchi: «I geni della comunicazione e del progresso», «Un applauso ai pubblicitari che hanno pensato a questo titolo», «Lapsus freudiano». Tutto falso, il cartellone esiste in via San Giacomo a Verona, ma la scritta è molto meno strumentalizzabile: «Marcia per la famiglia». Forse neppure Monica Cirinnà, che da giorni si agita contro l'evento con solerzia militare in tutti i talk show disponibili, avrebbe potuto toccare simili vette di perfidia.
Il rettore ultrà non ha idea di che cosa sia la scienza
Prima le firme di 130 docenti dell'università di Verona - circa un terzo del corpo accademico - contro il Congresso mondiale delle famiglie, poi la condanna del rettore dell'ateneo, secondo il quale «le posizioni degli organizzatori sono prive di fondamento e non validate dalla scienza». Se il rettore, professor Nicola Sartor, intende dire che un essere umano non ha diritto alla vita sin dal concepimento, allora immagino che si riferisca a bioeticisti abortisti come Peter Singer, secondo il quale «né un neonato né un pesce sono persone, uccidere questi esseri non è moralmente negativo come uccidere una persona», o Julian Savalescu, contrario all'obiezione di coscienza all'aborto dei medici.
Per mantenere il livello richiesto un'università dovrebbe prendere in esame anche le idee opposte, che non sono avanzate dal club dei peracottari, ma da una sfilza di docenti di pari livello. Ma chi ha una cultura bioetica e conosce le pubblicazioni in difesa del diritto alla vita del concepito del professor Francis Beckwith, docente alla Baylor university, quelli di Christopher Kaczor, professore di filosofia alla Loyola Marymount university di Los Angeles, o ancora di Peter Kreeft, cattedratico al King's college, non può sostenere ciò che il rettore di Verona ha detto. Non so se l'Organizzazione mondiale della sanità corrisponde al concetto di comunità scientifica del professor Sartor. Sta di fatto che proprio l'Oms attesta che in due nazioni europee, Portogallo e Polonia, dove nel 1990 la mortalità materna era in entrambe di 17 casi per 1.000, si è ridotta molto più in Polonia (3 su1.000 nel 2015) che nel 1993 ha reso illegale l'aborto su richiesta, rispetto al Portogallo, che invece lo ha legalizzato nel 2007 (10,4 nel 2017). Questo dovrebbe fare un'istituzione accademica, fornire cibo per la mente dei propri studenti e non rinchiudersi in formule dogmatiche stereotipate soltanto perché esse sono politicamente convenienti. Se poi il rettore di Verona si fosse voluto riferire alla posizione dei relatori del Wcf riguardo la famiglia naturale, suona davvero strano che egli ignori il contributo di autori come Robert P. George, professore a Princeton, o Ryan T. Anderson, editore della rivista Public Discourse, riguardo l'unicità della relazione coniugale rispetto a ogni altra relazione affettiva.
Il professor Sartor è un economista, dunque non dovrebbe ignorare il contributo straordinario apportato al benessere della società da quella fondante società coniugale dove un uomo e una donna decidono di condividere stabilmente la totalità delle loro persone aprendosi alla generazione della vita. Non sa che in Italia 1.400.000 minori vivono con un solo genitore e che una sterminata letteratura scientifica mostra che la condizione di questi si caratterizza in impoverimento, limitazione delle opportunità educative e incremento degli indicatori di disagio?
Se non sapesse da dove cominciare per avviare la ricerca, suggerisco al professor Sartor l'articolo pubblicato da Francisco Perales, dell'università del Queensland, sul numero di dicembre 2016 della rivista Social psychiatry and psychiatric epidemiology. Voleva riferirsi ai bambini nelle coppie omosessuali? Allora lo informo che tra le 15 pubblicazioni che hanno utilizzato campioni randomizzati e non i campioni di convenienza (che non hanno valore per trarre conclusioni generali), soltanto in 5 non sono state rilevate differenze rispetto ai bambini che crescono con i genitori biologici, in quattro di questi studi la dimensione del campione era del tutto insufficiente per evidenziare alcuna differenza. Vi sono invece ben 8 studi che, arruolando un numero di soggetti adeguato, hanno indicato peggiori condizioni per i minori che crescono con adulti dello stesso sesso.
Se c'è dunque qualcosa di non validato dalla comunità scientifica, è la dichiarazione del rettore. Non si può non essere preoccupati quando si vedono le istituzioni accademiche succubi di un'isteria anti scientifica, dogmatica, arrogante e violenta. L'occupazione delle aule, l'espulsione del dissenso, l'indisponibilità al confronto razionale e scientifico è uno dei segni più precoci delle dittature.
«La dottrina Lgbt è ormai un dogma globale»
«È interessante vedere che le autoproclamate società tolleranti dell'Occidente possano diventare le più intolleranti». A rompere il silenzio, parlando con La Verità, è Theresa Okafor, la studiosa nigeriana e attivista pro family, oggetto di pesanti attacchi in vista della sua partecipazione al Congresso mondiale delle famiglie di Verona. L'hanno tirata in ballo un po' tutti, a partire da Monica Cirinnà e compagni. La sua colpa? «Nel 2014 ha proposto una legge che criminalizza le unioni tra persone dello stesso sesso», si legge nel testo della Cirinnà (un'accusa ripresa da Human right campaign, la più grande organizzazione americana per i diritti civili Lgbtq).
La Okafor rimanda le accuse al mittente: «Mi sono sempre opposta all'odio e alla violenza e ho difeso la famiglia. Ma alcuni evidentemente desiderano mentire sulla mia attività. Continuerò a difendere queste verità, con amore. Questi attacchi non fanno altro che rafforzarmi».
La accusano però di promuovere leggi contro le unioni omosessuali.
«La nostra scelta morale di proteggere il matrimonio naturale nella costituzione è oggettivamente un nostro diritto. In Africa, temiamo per la sicurezza dei nostri figli e siamo testimoni che gli elementi costitutivi e fondamentali della società, il matrimonio e la famiglia naturale, stanno morendo in alcune parti dell'Occidente».
Cosa intende?
«Che non siamo schiavi e non possiamo permettere di essere programmati o spinti da forze esterne, specialmente quando assistiamo all'intolleranza e all'ingiustizia inflitte ai cristiani che parlano a favore del matrimonio come unione tra un uomo e una donna».
A proposito, i vescovi africani al sinodo sulla famiglia in Vaticano, nel 2014 e nel 2015, hanno parlato di pressioni degli organismi internazionali che condizionano gli aiuti finanziari all'introduzione di leggi che istituiscano il matrimonio gay. Condivide?
«Sì, il problema che l'Africa ha dovuto affrontare è l'intrusione di alcune agenzie dei Paesi occidentali, che non rispettano il ruolo della famiglia e che presentano al popolo comportamenti sessuali devianti come normativi, e senza nessuna conseguenza significativa sul piano morale».
Ma in cosa consiste questa attività di «condizionamento»?
«La maggior parte dei Paesi africani è determinata nel proteggere il matrimonio e la famiglia naturale. Tuttavia, la pressione è esercitata da Paesi ricchi, che danno milioni di dollari in aiuti ogni anno, e questo produce i suoi effetti. Le attività apparentemente innocue di tali organizzazioni lavorano inconsciamente sulla mentalità delle persone e, inevitabilmente, queste persone finiscono per convincersi che qualsiasi comportamento sessuale sia accettabile e rilevante dal punto di vista pubblico. I vescovi nigeriani continuano a condannare quelle che hanno definito “potenti manovre legislative e giudiziarie per ridefinire il matrimonio" e “la continua propagazione e globalizzazione dello stile di vita omosessuale"».
Concretamente può fare qualche esempio?
«La Tanzania è stata privata di 10 milioni di dollari all'anno da parte della Danimarca. E la Tanzania è stata oggetto di pesanti critiche da parte di Amnesty international per aver reso illegali le relazioni tra persone dello stesso sesso. Si insiste sul fatto che la Tanzania deve interrompere tutte le campagne che si oppongono alle relazioni omosessuali o al matrimonio tra persone dello stesso sesso. Amnesty International è stata molto esplicita nella sua condanna dei governi africani che si sforzano di sostenere i valori del matrimonio e della famiglia. A questi Paesi vengono date etichette e una cattiva immagine pubblica da parte di Amnesty international e altre Ong a causa della loro posizione in merito. C'è una crescente pressione da parte di un gran numero di Ong e Paesi stranieri nei confronti dei Paesi africani per promuovere le relazioni omosessuali e il matrimonio gay in Africa».
Ma se gli africani amano la famiglia che cosa hanno da temere?
«L'Africa non è più il “Continente nero" definito dagli esploratori europei del XIX secolo, né quel continente “senza speranza" di cui scriveva The Economist nel 2000. Oggi ci sono molti Paesi in crescita che trovano proprio nella famiglia naturale una importante fonte di sviluppo, le famiglie stabili hanno ampiamente contribuito a questa crescita e i principi che guidano questa istituzione devono essere protetti in modo approfondito e instancabile. L'Africa trae la sua vita dall'esistenza della famiglia ed è attraverso il matrimonio che la famiglia viene ad esistere e sussistere, come disse Benedetto XVI a Yaounde nel 2009, la famiglia ha bisogno di essere “protetta e difesa per offrire alla società il servizio che ci si aspetta da essa, quello di fornire uomini e donne capaci di costruire un tessuto sociale di pace e armonia"».
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Il premier risolve con un trucco la grana del logo per il Congresso mondiale delle famiglie. E gli organizzatori incassano anche quello della Repubblica.Nicola Sartor schiera l'università di Verona contro il Forum. Ma dimostra di ignorare molte pubblicazioni.La studiosa nigeriana Theresa Okafor infangata da Monica Cirinnà: «Mi preoccupa di più il ricatto delle Ong subito dall'Africa».Lo speciale contiene tre articoli.«Raccontategli tutto l'accaduto e vedrete che egli vi dirà su due piedi di quelle cose che a noi non verrebbero in testa, a pensarci un anno». La frase di Agnese nei Promessi Sposi potrebbe ben descrivere (e solo per la capacità di togliersi dai guai con un colpo d'ala) il premier, Giuseppe Conte, alle prese con le diverse anime del governo. Niente a che vedere con l'Azzeccagarbugli, ma per far entrare qualche tassello quadrato nei fori rotondi un minimo di fantasia bisogna averla. Così, dopo aver rispolverato la clausola di dissolvenza per far partire i bandi della Tav, ecco che il premier fa dissolvere il patrocinio della presidenza del Consiglio dai manifesti del Congresso mondiale delle famiglie senza ritirare l'appoggio del governo, che sarà presente con il vicepremier Matteo Salvini, con il ministro della Famiglia (appunto), Lorenzo Fontana, e con il ministro dell'Istruzione, Marco Bussetti. E al suo posto autorizza a mettere il logo della Repubblica italiana, perfino più prestigioso e obiettivamente super partes.Il caso è noto e spinoso, rischiava di far entrare nuovamente in rotta di collisione la Lega con il Movimento 5 stelle, soprattutto con l'ala sinistrorsa e arcobaleno alla quale (per ovvi motivi di leadership) s'era accodato Luigi Di Maio nel prendere le distanze dal summit di Verona, in programma dal 29 al 31 marzo. Ancora una volta Conte è uscito dalla trappola con uno slalom da gatto del Colosseo. «Il patrocinio è stato concesso dal ministro Fontana», ha spiegato il presidente del Consiglio, «di sua iniziativa, nell'ambito delle sue proprie prerogative senza il mio personale coinvolgimento, né quello collegiale del governo. All'esito di un'approfondita istruttoria e dopo un'attenta valutazione dei molteplici profili coinvolti, ho comunicato al ministro Fontana l'opportunità che il riferimento alla presidenza del Consiglio sia eliminato e gli ho rappresentato le ragioni di questa scelta».Le ragioni erano perfino scontate: i grillini non potevano fare retromarcia rispetto a frasi inequivocabili della prima ora (Di Maio: «A Verona la destra degli sfigati»), meno che meno dopo le intemerate pubbliche e private contro il summit da parte di Vincenzo Spadafora, sottosegretario di Palazzo Chigi con delega alle Pari opportunità e ai giovani, rigorosamente schierato con il mondo Lgbt. Situazione impervia con accenti di imbarazzo, a conferma che sui temi etici le forze che hanno firmato il contratto di governo hanno sensibilità obiettivamente diverse, se non opposte. Così Conte ha dovuto trovare la soluzione, facendo leva su un dettaglio non indifferente: poiché il ministero della Famiglia è senza portafoglio, avrebbe dovuto riferirsi a Palazzo Chigi per concedere il patrocinio.Superato lo scoglio formale, rimaneva per il governo il problema sostanziale di non lasciare sola la famiglia naturale al summit di Verona, come se si trattasse di un'entità malvista. E allora ecco la seconda parte del Conte-pensiero a salvare capra e cavoli: «Questo governo si propone di tutelare con la massima attenzione ed energia la famiglia fondata sul matrimonio, senza che questo possa in alcun modo compromettere il riconoscimento giuridico e la piena legittimazione delle unioni civili e delle diverse forme di convivenza basate su vincoli di natura affettiva». Un capolavoro di diplomazia che ha accontentato tutti. Il ministro Fontana ha preso atto: «Esattamente come annunciato in aula alla Camera rimane il patrocinio da parte del ministero della Famiglia. Per quanto riguarda il logo e il suo utilizzo, essi fanno capo a un altro dipartimento e quindi la concessione o il ritiro non sono di mia competenza». Il presidente del congresso mondiale di Verona, Antonio Brandi, si è attivato per modificare la cartellonistica. «Abbiamo ricevuto la diffida ad utilizzare il marchio di Palazzo Chigi, ma ci è stato comunicato che per il patrocinio del ministero della Famiglia potremo usare direttamente il logo della Repubblica italiana. Per noi si tratta di un felice guadagno perché quello è il più alto simbolo istituzionale che il Congresso mondiale delle famiglie possa ricevere». A cui si è aggiunto in serata anche quello della Regione Friuli Venezia Giulia.Fine della querelle politica, a meno di contorsioni gastriche delle lobby gay anche sul fregio dell'Italia. Non certo fine dei mal di pancia della sinistra nei confronti di un summit internazionale che ha come scopo mettere a tema la famiglia naturale in tutte le sue sfaccettature. Non potendo contrastare l'evento nel merito, i leoni da tastiera del Pd si stanno distinguendo nella poco nobile arte di amplificare due fake news. La prima, che gira da un paio di giorni su Twitter e Facebook, riguarda il programma del summit con forum deliranti come «Leggi contro la sodomia», «Vietare la vendita di contraccettivi farmaceutici», «Vietare diagnostiche prenatali» e via elencando. A stroncare la notizia è intervenuto anche David Puente, autorità in merito, sul sito Open.online.La seconda fake news è in una foto che imperversava ieri sui social media e rappresentava un cartellone del summit con lo slogan: «La famiglia marcia». Migliaia di condivisioni per il doppio senso e commenti sprezzanti di un esercito di allocchi: «I geni della comunicazione e del progresso», «Un applauso ai pubblicitari che hanno pensato a questo titolo», «Lapsus freudiano». Tutto falso, il cartellone esiste in via San Giacomo a Verona, ma la scritta è molto meno strumentalizzabile: «Marcia per la famiglia». Forse neppure Monica Cirinnà, che da giorni si agita contro l'evento con solerzia militare in tutti i talk show disponibili, avrebbe potuto toccare simili vette di perfidia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-fa-il-democristiano-via-il-suo-patrocinio-resta-quello-del-ministero-2632498290.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-rettore-ultra-non-ha-idea-di-che-cosa-sia-la-scienza" data-post-id="2632498290" data-published-at="1781337963" data-use-pagination="False"> Il rettore ultrà non ha idea di che cosa sia la scienza Prima le firme di 130 docenti dell'università di Verona - circa un terzo del corpo accademico - contro il Congresso mondiale delle famiglie, poi la condanna del rettore dell'ateneo, secondo il quale «le posizioni degli organizzatori sono prive di fondamento e non validate dalla scienza». Se il rettore, professor Nicola Sartor, intende dire che un essere umano non ha diritto alla vita sin dal concepimento, allora immagino che si riferisca a bioeticisti abortisti come Peter Singer, secondo il quale «né un neonato né un pesce sono persone, uccidere questi esseri non è moralmente negativo come uccidere una persona», o Julian Savalescu, contrario all'obiezione di coscienza all'aborto dei medici. Per mantenere il livello richiesto un'università dovrebbe prendere in esame anche le idee opposte, che non sono avanzate dal club dei peracottari, ma da una sfilza di docenti di pari livello. Ma chi ha una cultura bioetica e conosce le pubblicazioni in difesa del diritto alla vita del concepito del professor Francis Beckwith, docente alla Baylor university, quelli di Christopher Kaczor, professore di filosofia alla Loyola Marymount university di Los Angeles, o ancora di Peter Kreeft, cattedratico al King's college, non può sostenere ciò che il rettore di Verona ha detto. Non so se l'Organizzazione mondiale della sanità corrisponde al concetto di comunità scientifica del professor Sartor. Sta di fatto che proprio l'Oms attesta che in due nazioni europee, Portogallo e Polonia, dove nel 1990 la mortalità materna era in entrambe di 17 casi per 1.000, si è ridotta molto più in Polonia (3 su1.000 nel 2015) che nel 1993 ha reso illegale l'aborto su richiesta, rispetto al Portogallo, che invece lo ha legalizzato nel 2007 (10,4 nel 2017). Questo dovrebbe fare un'istituzione accademica, fornire cibo per la mente dei propri studenti e non rinchiudersi in formule dogmatiche stereotipate soltanto perché esse sono politicamente convenienti. Se poi il rettore di Verona si fosse voluto riferire alla posizione dei relatori del Wcf riguardo la famiglia naturale, suona davvero strano che egli ignori il contributo di autori come Robert P. George, professore a Princeton, o Ryan T. Anderson, editore della rivista Public Discourse, riguardo l'unicità della relazione coniugale rispetto a ogni altra relazione affettiva. Il professor Sartor è un economista, dunque non dovrebbe ignorare il contributo straordinario apportato al benessere della società da quella fondante società coniugale dove un uomo e una donna decidono di condividere stabilmente la totalità delle loro persone aprendosi alla generazione della vita. Non sa che in Italia 1.400.000 minori vivono con un solo genitore e che una sterminata letteratura scientifica mostra che la condizione di questi si caratterizza in impoverimento, limitazione delle opportunità educative e incremento degli indicatori di disagio? Se non sapesse da dove cominciare per avviare la ricerca, suggerisco al professor Sartor l'articolo pubblicato da Francisco Perales, dell'università del Queensland, sul numero di dicembre 2016 della rivista Social psychiatry and psychiatric epidemiology. Voleva riferirsi ai bambini nelle coppie omosessuali? Allora lo informo che tra le 15 pubblicazioni che hanno utilizzato campioni randomizzati e non i campioni di convenienza (che non hanno valore per trarre conclusioni generali), soltanto in 5 non sono state rilevate differenze rispetto ai bambini che crescono con i genitori biologici, in quattro di questi studi la dimensione del campione era del tutto insufficiente per evidenziare alcuna differenza. Vi sono invece ben 8 studi che, arruolando un numero di soggetti adeguato, hanno indicato peggiori condizioni per i minori che crescono con adulti dello stesso sesso. Se c'è dunque qualcosa di non validato dalla comunità scientifica, è la dichiarazione del rettore. Non si può non essere preoccupati quando si vedono le istituzioni accademiche succubi di un'isteria anti scientifica, dogmatica, arrogante e violenta. L'occupazione delle aule, l'espulsione del dissenso, l'indisponibilità al confronto razionale e scientifico è uno dei segni più precoci delle dittature. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-fa-il-democristiano-via-il-suo-patrocinio-resta-quello-del-ministero-2632498290.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-dottrina-lgbt-e-ormai-un-dogma-globale" data-post-id="2632498290" data-published-at="1781337963" data-use-pagination="False"> «La dottrina Lgbt è ormai un dogma globale» «È interessante vedere che le autoproclamate società tolleranti dell'Occidente possano diventare le più intolleranti». A rompere il silenzio, parlando con La Verità, è Theresa Okafor, la studiosa nigeriana e attivista pro family, oggetto di pesanti attacchi in vista della sua partecipazione al Congresso mondiale delle famiglie di Verona. L'hanno tirata in ballo un po' tutti, a partire da Monica Cirinnà e compagni. La sua colpa? «Nel 2014 ha proposto una legge che criminalizza le unioni tra persone dello stesso sesso», si legge nel testo della Cirinnà (un'accusa ripresa da Human right campaign, la più grande organizzazione americana per i diritti civili Lgbtq). La Okafor rimanda le accuse al mittente: «Mi sono sempre opposta all'odio e alla violenza e ho difeso la famiglia. Ma alcuni evidentemente desiderano mentire sulla mia attività. Continuerò a difendere queste verità, con amore. Questi attacchi non fanno altro che rafforzarmi». La accusano però di promuovere leggi contro le unioni omosessuali. «La nostra scelta morale di proteggere il matrimonio naturale nella costituzione è oggettivamente un nostro diritto. In Africa, temiamo per la sicurezza dei nostri figli e siamo testimoni che gli elementi costitutivi e fondamentali della società, il matrimonio e la famiglia naturale, stanno morendo in alcune parti dell'Occidente». Cosa intende? «Che non siamo schiavi e non possiamo permettere di essere programmati o spinti da forze esterne, specialmente quando assistiamo all'intolleranza e all'ingiustizia inflitte ai cristiani che parlano a favore del matrimonio come unione tra un uomo e una donna». A proposito, i vescovi africani al sinodo sulla famiglia in Vaticano, nel 2014 e nel 2015, hanno parlato di pressioni degli organismi internazionali che condizionano gli aiuti finanziari all'introduzione di leggi che istituiscano il matrimonio gay. Condivide? «Sì, il problema che l'Africa ha dovuto affrontare è l'intrusione di alcune agenzie dei Paesi occidentali, che non rispettano il ruolo della famiglia e che presentano al popolo comportamenti sessuali devianti come normativi, e senza nessuna conseguenza significativa sul piano morale». Ma in cosa consiste questa attività di «condizionamento»? «La maggior parte dei Paesi africani è determinata nel proteggere il matrimonio e la famiglia naturale. Tuttavia, la pressione è esercitata da Paesi ricchi, che danno milioni di dollari in aiuti ogni anno, e questo produce i suoi effetti. Le attività apparentemente innocue di tali organizzazioni lavorano inconsciamente sulla mentalità delle persone e, inevitabilmente, queste persone finiscono per convincersi che qualsiasi comportamento sessuale sia accettabile e rilevante dal punto di vista pubblico. I vescovi nigeriani continuano a condannare quelle che hanno definito “potenti manovre legislative e giudiziarie per ridefinire il matrimonio" e “la continua propagazione e globalizzazione dello stile di vita omosessuale"». Concretamente può fare qualche esempio? «La Tanzania è stata privata di 10 milioni di dollari all'anno da parte della Danimarca. E la Tanzania è stata oggetto di pesanti critiche da parte di Amnesty international per aver reso illegali le relazioni tra persone dello stesso sesso. Si insiste sul fatto che la Tanzania deve interrompere tutte le campagne che si oppongono alle relazioni omosessuali o al matrimonio tra persone dello stesso sesso. Amnesty International è stata molto esplicita nella sua condanna dei governi africani che si sforzano di sostenere i valori del matrimonio e della famiglia. A questi Paesi vengono date etichette e una cattiva immagine pubblica da parte di Amnesty international e altre Ong a causa della loro posizione in merito. C'è una crescente pressione da parte di un gran numero di Ong e Paesi stranieri nei confronti dei Paesi africani per promuovere le relazioni omosessuali e il matrimonio gay in Africa». Ma se gli africani amano la famiglia che cosa hanno da temere? «L'Africa non è più il “Continente nero" definito dagli esploratori europei del XIX secolo, né quel continente “senza speranza" di cui scriveva The Economist nel 2000. Oggi ci sono molti Paesi in crescita che trovano proprio nella famiglia naturale una importante fonte di sviluppo, le famiglie stabili hanno ampiamente contribuito a questa crescita e i principi che guidano questa istituzione devono essere protetti in modo approfondito e instancabile. L'Africa trae la sua vita dall'esistenza della famiglia ed è attraverso il matrimonio che la famiglia viene ad esistere e sussistere, come disse Benedetto XVI a Yaounde nel 2009, la famiglia ha bisogno di essere “protetta e difesa per offrire alla società il servizio che ci si aspetta da essa, quello di fornire uomini e donne capaci di costruire un tessuto sociale di pace e armonia"».
Kaja Kallas (Getty Images)
Berlino e Parigi vorrebbero ridimensionare il servizio diplomatico Ue, Servizio europeo per l’azione esterna (Seae), 5.000 dipendenti e budget di 1 miliardo d’euro l’anno, ponendolo sotto controllo della Commissione e licenziando la Kallas. Lei ha difeso il suo operato con una mail visionata dalla testata Politico e indirizzata allo staff Seae: «Rimarco quanto valore aggiunto abbiamo dato all’Europa come squadra, specie in un periodo di guerra in Europa». Guerra, quella fra Russia e Ucraina, in cui il fatto che la Kallas sia estone, assai meno disposta verso Mosca che le nazioni occidentali fondatrici dell’Ue, ostacola una trattativa.
Stando a fonti come Euractiv, la rappresentante Esteri, in colloqui a porte chiuse tenuti in Messico fra 20 e 22 maggio, ha paragonato Israele al Sudafrica dell’apartheid per la «politica razzista di Israele verso i palestinesi». Ma la reazione ai massacri di Hamas del 7 ottobre 2023 non ha nulla a che fare con un regime legislativo che fino al 1990 segregò i neri sudafricani. Che poi Israele e Sudafrica siano stati in passato vicini, ma per altre ragioni, come sviluppare insieme un programma nucleare, quando anche Pretoria inseguiva la «Bomba», ma a differenza di Tel Aviv vi rinunciò, sfociato nell’esplosione atomica sull’Oceano Indiano del 1979, è tutt’altra faccenda.
Ieri, presenziando a Parigi per la conferenza «Paris Call for the Two-State Solution, Peace and Regional Security», sulla pace israelo-palestinese, ha ribadito che «la soluzione a due Stati è l’unica via». La soluzione a due Stati è anche l’auspicio ufficiale del governo italiano e di altri governi occidentali. Anche le critiche ai coloni ebrei violenti in Cisgiordania, che la Kallas ha annunciato in agenda al vertice di lunedì dei ministri degli Esteri dell’Ue, son legittime. Ma dire che Israele applica un’apartheid è una gaffe fuori luogo. Non solo.
Il 28 maggio, al vertice dei ministri degli Esteri Ue a Limassol, a Cipro, Kallas ha incrinato i rapporti Bruxelles-Washington sostenendo che, a causa dei bombardamenti russi su Kiev, «i diplomatici americani se ne sono andati, quelli europei sono rimasti».
Non era vero, i diplomatici Usa sono rimasti a Kiev. Fonti Ue commentano: «Errori inaccettabili per un capo della politica estera Ue. Se un ministro degli Esteri nazionale dice cose non sagge e non diplomatiche, può essere ripreso dal suo primo ministro. Nel sistema Ue non funziona così. E Kallas parla a nome di 27 Stati membri». Ieri ha cercato di smorzare i toni la portavoce della Commissione europea, Paula Pinho, secondo cui Kallas e Seae avrebbero «l’appoggio della presidente Von der Leyen», ma può essere una cortina per celare dibattiti a porte chiuse.
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Nel riquadro, scene di degrado alla Darsena di Genova (Ansa)
Ciak, si gira! Ieri a Genova è andato in scena il remake del film Notte prima degli esami, il piccolo manifesto generazionale realizzato vent’anni fa dal regista Fausto Brizzi, non a caso consorte della sindaca Silvia Salis.Infatti i membri della Commissione 1 (Affari istituzionali e generali) del Comune, su richiesta dei consiglieri della Lega Paola Bordilli e Alessio Bevilacqua, hanno fatto un sopralluogo nella Darsena genovese, dove tra pescherecci, sommergibili storici, musei e locali per amanti dei frutti di mare, la vera attrazione è diventato lo spaccio di droga.
Ma, in vista dell’«esame» dei commissari, come per magia la zona, in una notte, si è trasformata in un set cinematografico: anziché pusher e sbandati, i consiglieri hanno trovato ordine e pulizia.
Un anno fa la campagna elettorale della Salis era stata gestita, a livello d’immagine, dal marito della prima cittadina. Memorabile l’uso dei droni per raccontare i bagni di folla della candidata nei quartieri cittadini.
Oggi la comunicazione è stata ulteriormente rinforzata con l’ausilio dell’agenzia Jump di Marco Agnoletti, partito tre lustri fa come portavoce dell’allora sindaco di Firenze Matteo Renzi.
Una consulenza che la prima cittadina ha rivendicato di pagare di tasca propria.
Fatto sta che i commissari in missione in una delle zone più problematiche della città, ieri, si sono trovati di fronte un molo da cartolina.
E pensare che appena quattro giorni fa, proprio qui, alcuni spacciatori avevano lanciato bottiglie sui turisti che «intralciavano», con la loro presenza, lo smercio di sostanze stupefacenti. Non basta. Nelle stesse ore, a due passi dalle reti dei pescatori, una rapinatrice, per appropriarsi di un cellulare, aveva sferrato un pugno sul volto di una quattordicenne francese in fila con i genitori di fronte a un panificio. Un Far West h24 in una delle zone più turistiche della città.
Ma tre giorni dopo i commissari, anziché risse e pusher, hanno trovato un salottino perfettamente riassettato. Anche la pavimentazione in teak era linda e pinta come quella degli yacht attraccati a Portofino.
Bevilacqua e la Bordilli, dopo la visita, hanno diramato un comunicato di critica al frettoloso maquillage: «Stamattina (ieri per chi legge, ndr), dopo ben un anno di reiterate richieste da parte della Lega, si è finalmente svolto il sopralluogo, seppur non serale, ma almeno diurno, della Commissione consiliare nella zona della Darsena a Genova. Una mattinata che ha visto la partecipazione in massa di residenti e commercianti, infuriati non solo per il degrado cronico, ma anche per l’ennesima “operazione di facciata” messa in atto proprio in concomitanza all’arrivo dei consiglieri». I due consiglieri hanno raccolto le proteste degli abitanti della zona: «Tutti i cittadini hanno denunciato che la situazione che abbiamo trovato questa mattina era completamente diversa rispetto al loro drammatico quotidiano». Ed ecco l’affondo finale: «È vergognoso e inaccettabile che una zona venga resa presentabile solo perché è previsto il sopralluogo delle autorità, per poi essere abbandonata a sé stessa per i restanti 364 giorni dell’anno. La sicurezza e il decoro non possono essere una messinscena a uso e consumo delle telecamere o della politica». Per costringere l’amministrazione a mantenere alta l’attenzione, Bevilacqua e la Bordilli hanno lanciato una proposta che assomiglia a una sfida: «Visto che le cose migliorano solo quando ci muoviamo noi istituzioni, da oggi cambiamo strategia: abbiamo chiesto ufficialmente una commissione-sopralluogo ogni settimana in Darsena. Se questo è l’unico modo per costringere chi di dovere a garantire normalità e sicurezza ai genovesi, allora ci vedranno qui ogni sette giorni. Non arretreremo di un millimetro finché la Darsena non tornerà a essere un quartiere sicuro e decoroso, sempre, e non solo in nostra presenza. Cittadini, residenti, commercianti, pescatori e turisti meritano sicurezza: il Comune lavori per garantire loro e alla città questo diritto».
Nel pomeriggio, dopo che i commissari erano andati via, i consiglieri leghisti hanno ricevuto sui loro cellulari le foto scattate da alcuni abitanti della zona, immagini che testimoniavano come tutto fosse tornato immediatamente alla «normalità»: pusher africani, tossicodipendenti, clochard hanno ripreso il possesso dell’area.
In pochi minuti la città romantica e affascinante di Stregati (con Francesco Nuti e Ornella Muti) e di Genova - Un luogo per ricominciare, film diretto dall’inglese Michael Winterbottom, ha lasciato il posto in cartellone alle atmosfere di Genova a mano armata, poliziottesco anni Settanta. Per questo la sindaca sarà costretta a chiedere al regista del remake di ieri gli straordinari. Perché gli esami, nel capoluogo ligure, non finiscono mai.
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(Ansa)
L’ospitata di Roberto Vannacci da Lilli Gruber ha rinfocolato le stantie polemiche sull’avanzata della cosiddetta destra estrema, eterno spauracchio sventolato dai progressisti che hanno il fascismo come unico argomento. Per costoro, è estrema ogni destra che sia capace di vincere, guadagnare consensi o semplicemente che si sottragga orgogliosamente al loro controllo.
Sull’estremismo, tuttavia, sarebbe il caso di fare una piccola riflessione, esaminando una volta tanto le relazioni che la sinistra apparentemente moderata e istituzionale intrattiene con le frange antagoniste. Le quali, fino a prova contraria, sono le uniche ad aver finora causato in Italia gravi problemi di ordine pubblico, violenza e intolleranza. Sembra proprio che di questi rapporti i progressisti non possano fare a meno, e lo dimostra senza ombra di dubbio quanto sta accadendo in queste ore. A Roma oggi sfilerà un corteo il cui unico scopo è quello di osteggiare altre due manifestazioni non violente e del tutto regolari in programma nella Capitale. Stiamo parlando innanzitutto della Manifestazione per la vita di cui sono portavoce Massimo Gandolfini e Maria Rachele Ruiu, che partirà alle 14.30 da piazza della Repubblica. E poi del corteo organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista. Contro entrambi questi eventi, anzi precisamente contro i Pro vita e i critici dell’immigrazione, è stata messa in piedi una contromanifestazione sponsorizzata da Cgil, Anpi e Arci. A parte le solite realtà come Non una di meno, a sostenere l’iniziativa sono le associazioni di area sorosiana come l’Asgi, poi l’Ong Sea Watch e tanti altri gruppi e gruppuscoli antagonisti tra cui Spin Time, il centro sociale a cui l’ex l’elemosiniere del Papa, monsignor Konrad Krajewski, riattivò le utenze affinché l’edificio occupato potesse continuare a funzionare. Basta osservare i toni che utilizzano questi militanti, o anche solo lo slogan del loro corteo (Fuck remigration), per rendersi conto di quanto siano moderati e disposti al dialogo. Costoro non fanno distinzioni, trattano tutti come fascisti da respingere. Spargono disprezzo contro le famiglie che marciano per la vita e genericamente contro chiunque a destra osi scendere in piazza. Giova ricordare come gli antagonisti romani siano soliti trattare Pro vita: nel migliore dei casi imbrattano la sede, nel peggiore tirano bombe all’interno.
Viene da chiedersi allora: è normale che la Cgil vada a braccetto con questa gente? Che la aizzi a scendere in strada? Che sponsorizzi cortei a cui partecipano anche gli esaltati antifà dei centri sociali? Quanto al campo largo, che se non è organico al sindacato rosso poco ci manca, che rapporti ha con il mondo contestatario? Sulla carta quasi nessuno, ma in realtà ciò che fa da anni è garantire una sorta di appoggio politico esterno o comunque tollerare intemperanze di ogni tipo. Prendiamo lo Spin Time che sarà in piazza a Roma: è costato al Viminale 21 milioni di euro di risarcimento per il mancato sgombero alla società proprietaria dell’immobile, in compenso il Comune di Roma lo ha inserito nel proprio piano casa proprio per evitare lo sgombero forzato e acquistare le mura in modo da garantire la sopravvivenza alla realtà okkupata. Questo perché, alla fine della fiera, gli antagonisti vengono sempre tutelati, protetti.
Un altro caso emblematico è quello di Torino. Abbiamo raccontato con dovizia di particolari le schifezze emerse dalle indagini sul centro sociale Askatasuna, che il sindaco dem Stefano Lo Russo ha evitato a lungo di sgomberare. Alla fine l’inevitabile sgombero è arrivato anche grazie all’assessore regionale Maurizio Marrone, che da allora subisce reiterate e continue minacce. La giunta comunale, in occasione del primo maggio, ha addirittura cercato di trattare con le autorità di polizia affinché fosse concesso ai gestori del centro sociale di organizzare una grigliata negli spazi che un tempo occupavano, e che hanno cercato proprio quel giorno di riconquistare scontrandosi con la polizia. In vista delle prossime elezioni, gli antagonisti hanno iniziato a mandare al Pd messaggi piuttosto chiari. Non si può dire che i dem li amino, piuttosto forse li temono e in qualche modo sono costretti a starli a sentire. E loro si fanno sentire eccome. Due giorni fa hanno pubblicato sui social della loro area un testo minaccioso rivolto a Lo Russo. «Da 6 mesi una porzione di quartiere attorno all’Askatasuna è di fatto ostaggio delle forze dell’ordine che lo hanno trasformato in un fortino in stile Tav», vi si legge. «Anche se è chiaro che questo dipenda poco dal Comune, e sia da ascrivere alla volontà del governo disciplinare la Torino che in questi anni ha resistito, non sembra un problema su cui pronunciarsi apertamente nell’ufficio del primo cittadino. Anzi si fanno passerelle insieme al prefetto, emanazione diretta del governo ricordiamo, in via Balbo e in Vanchiglia. Si smonta una casetta di legno che il comitato di quartiere usa per le proprie iniziative ora che uno dei pochi posti disponibili è chiuso e militarizzato. Questo su ordine della Prefettura, nonostante le procedure burocratiche comunali in corso, mandando i vigili nottetempo a fare il lavoro sporco. Quale sia l’utilità politica del Pd di inseguire la destra cittadina e di governo in queste “avventure” ci rimane oscuro. Da parte nostra diciamo che l’unica sicurezza è quella che si può costruire lottando insieme e dal basso, per una città diversa e che non sia al servizio della finanza e dei banchieri, o di padroni e padroncini che vorrebbero trasformare Torino in una grande fabbrica di armi». Beh, l’appello è piuttosto chiaro no? Gli amici del Pd devono mollare le politiche securitarie e ricominciare a favorire il centro sociale, opponendosi alla volontà del governo fascista. Intendiamoci: il pizzino non stupisce. Gli attivisti rossi fanno così da tempo: stanno buoni se il Comune li appoggia, cercano di intimidire se vengono trascurati.
Anche Askatasuna ovviamente ha fatto promozione per la contromanifestazione liberticida di Roma. E anche il Pd ha fornito qualche appoggio, chiedendo a gran voce che il corteo per la remigrazione fosse cancellato. Come vedete, estremisti e sinistra istituzionale vogliono sembrare distanti, ma usano metodi diversi per ottenere obiettivi spesso analoghi. Facciano pure. Ma se evitassero di frignare per il presunto estremismo altrui apparirebbero meno ridicoli.
In piazza anche la Manifestazione per la vita
Oggi si tiene a Roma la sedicesima edizione della Manifestazione nazionale per la vita, la cui importanza storica, etica e politica diviene lampante se la inseriamo nel contesto di crisi della natalità e della famiglia, in cui siamo immersi ormai da decenni. Secondo statistiche Istat già note, nel 2025 le nascite in Italia sono scese a 355.000, 3,9% in meno rispetto all’anno precedente, raggiungendo il «minimo storico», mentre solo nel 2023 i neonati erano quasi 380.000. Nel 2026 si prevede un nuovo calo. È innegabile che quel complesso di idee e tendenze che Giovanni Paolo II fulminò come «cultura della morte» (Evangelium vitae, 12), gioca un ruolo formidabile nel relativizzare la dignità, il valore e la sacralità di ogni vita umana, che sia all’inizio o alla fine dell’esistenza.
Il Pontefice polacco già 30 anni fa parlava di un «nuovo ordine mondiale» in cui certe pratiche aberranti, come l’aborto (spesso a cuore battente), il suicidio assistito e l’eutanasia, da «delitti» tendessero ad assumere il valore di «nuovi diritti» dei cittadini. Con il beneplacito dell’Ue che presenta queste ed altre prassi come «conquiste storiche» che i presunti «Stati di diritto» dovrebbero iscrivere nella propria Costituzione.
Contro tutto questo e per la promozione della vita umana «dal concepimento alla morte naturale» è nata nel 2011, a Desenzano sul Garda, la Marcia per la vita che in seguito assumerà il nome di Manifestazione nazionale per la vita e che percorrerà ancora le vie dell’Urbe. «Noi ci alziamo e marciamo per coloro che non hanno voce»: questo lo slogan della Manifestazione che ricorda in qualche modo le mille battaglie per i «diritti civili» delle minoranze, condotte da figure come il mahatma Gandhi che del resto considerava l’aborto un crimine «chiaro come la luce del sole». Ed è triste che ancora nel XXI secolo esistano delle categorie di cittadini poco visibili, in primis proprio i nascituri ma gli anche anziani soli e debilitati, che vengono di fatto esclusi dal consesso sociale, potendo legalmente essere «discriminati» da altri.
Il manifesto dei pro life fa notare che ogni «civiltà orientata al futuro e al progresso» ha a cuore «i diritti umani» il primo dei quali non può che essere «il diritto alla vita» a prescindere da qualunque altra condizione (di sviluppo, di salute, di ricchezza, di «utilità» sociale).
Il corteo partirà da piazza della Repubblica alle 14.30 e come al solito sarà pieno di bambini e di allegria perché chi marcia per la vita sa di lottare per la «tutela della maternità» e «dell’infanzia», promuovendo un futuro in cui «tutti i diritti umani» si realizzeranno all’interno di «una civiltà della verità e dell’amore» . La manifestazione si concluderà a San Giovanni, davanti alla basilica madre della cristianità, con il concerto della rock band The Sun, preceduto da varie testimonianze di personalità di spicco della galassia pro life.
Parlerà dal palco mons. Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia e coraggioso promotore delle «Campane per la vita» che nella sua diocesi ogni sera hanno dei rintocchi «a tema» rammentando a tutti noi che c’è un essere umano, invisibile a occhio nudo, che ha la nostra stessa dignità e vocazione: il nascituro. Poi si esprimerà la giovane attivista olandese Eva Vlaardingerbroek, che da tempo si impegna per la promozione della vita e della famiglia, soprattutto da quando, nel 2023, si è ufficialmente convertita al cattolicesimo ed è venuta a vivere in Italia. Una testimonianza toccante sarà quella di Stefano e Giovanna Mariani, genitori di Arturo Mariani, atleta paralimpico italiano, ed altresì scrittore di successo.
In faccia ai politici spagnoli - che vorrebbero iscrivere l’aborto nella Costituzione seguendo Macron - papa Leone ha dichiarato che «la difesa della vita» non è una questione di «interesse particolare né confessionale» ma è una «meta di civiltà». La vita umana infatti dev’essere riconosciuta e custodita «dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza»
Ogni concepito, dicono i pro life, è «uno di noi». Ma è anche vero che tutti noi, vivi e vegeti, siamo stati a nostra volta «uno di loro». Solo nell’accoglienza della vita umana innocente e preziosa, anche per ragioni culturali e demografiche, troveremo «le risorse dell’intelligenza e del cuore» per rinnovare la società «verso mete di giustizia e di bene».
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Alberto Stasi (Ansa)
Dal 2015 Stasi era detenuto a Bollate e dal 2023 lavorava all’esterno dell’istituto penitenziario, in uno studio nel centro di Milano con mansioni amministrative e contabili terminate le quali con l’autobus si rimetteva sulla via del penitenziario. Negli ultimi mesi i giornalisti lo attendevano all’inizio o alla fine del lavoro nella speranza di strappare qualche commento dopo la riapertura delle indagini da parte della procura di Pavia a carico di Andrea Sempio, ma lui nulla, nessuna parola sui fatti giudiziari; solo parole di massima educazione nei confronti di chi si presentava col taccuino aperto o le telecamere accese. Del resto l’unica volta che si era sbilanciato concedendo un’intervista la Procura generale milanese chiese di annullare la semilibertà nell’aprile 2025; per fortuna la Cassazione confermò la scelta. Nell’udienza di ieri, cui ha partecipato anche Stasi, la Procura generale ha messo in luce come nel comportamento corretto ci siano anche l’accettazione della condanna da parte dell’ex bocconiano (accettazione che ovviamente non preclude la convinzione di proclamarsi innocente) e il risarcimento dei familiari di Chiara Poggi.
Stasi potrà continuare a lavorare dove già lavora e alle mansioni di ufficio affiancherà anche un percorso di volontariato. Nel provvedimento, che sarà depositato entro cinque giorni, il Tribunale indicherà le prescrizioni, come l’orario di rientro a casa, il fatto che non potrà lasciare l’Italia, e forse anche non dovrà rilasciare interviste e dichiarazioni perché tecnicamente non è ancora un uomo libero, una condizione che conoscerà - stando alla data di fine pena - nel 2028.
In questi mesi lo abbiamo conosciuto una seconda volta così, dopo che nel 2016 il tribunale dei giudici - e pure quello del popolo - cercava un colpevole, e forse lo voleva trovare anche senza che ve ne fosse l’assoluta certezza. Con la riapertura delle indagini il caso Garlasco ha riposizionato tutti gli attori, ne ha scombussolato le caselle e su quel ragazzo che da dieci anni e sei mesi si ritrova in carcere con l’accusa di essere il colpevole dell’omicidio di Chiara Poggi, gli occhi di molti italiani hanno mutato il punto di visto, il giudizio, l’impressione. Ecco perché la decisione del Tribunale di sorveglianza di accogliere la richiesta di affidamento in prova ci procura un brivido di compassione suppletiva, un moto di compiacimento, una «pacca sulla spalla» data a questo ragazzo invecchiato in gattabuia senza la certezza «al di là di ogni ragionevole dubbio» che fosse stato lui a uccidere Chiara.
Il fatto che non debba più tornare in carcere la sera e che possa riprendere le misure di una dimensione domestica senza sbarre, senza orari, senza quei rumori di fondo che per dieci anni e passa sono entrati nell’orecchio come acufene, merita un sorriso di compiacimento. Il nostro - da tempo riteniamo ingiusta quella condanna e quindi quella detenzione - di sicuro; ma anche chi non lo crede del tutto innocente non può che rallegrarsi per questa scelta che riallinea i principi del processo penale: non si condanna se la verità resta appiccicata ai dubbi, se la verità processuale non si smarca dalla leggerezza degli indizi. Perché il paradosso di questa lunga, tormentata vicenda dell’omicidio di Chiara Poggi è proprio questo: chi ha ucciso la ragazza? Chi non ha saputo leggere la scena del crimine? Chi non ha saputo in questi anni togliere la patina ai dubbi affermando una solida verità processuale?
Se ci rallegriamo perché Stasi non dovrà più tornare in cella dopo l’affidamento in prova ai servizi sociali, restiamo impauriti perché si possano fare dieci anni e sei mesi in galera quando - come stiamo vedendo - ci sono diversi scenari investigativi e quindi processuali possibili. È per questa scena del crimine «aperta» che ci viene da incoraggiare quel ragazzo dagli occhi di ghiaccio, diventato grande in un altro modo.
L’affidamento in prova non fa da preludio all’eventuale revisione del suo processo, sia chiaro, ma per l’opinione pubblica è intanto un alleggerimento della sua posizione personale, e poi è la speranza di arrivare a questa benedetta verità processuale «al di là di ogni ragionevole dubbio». Dicono che Stasi non tornerà a vivere a Garlasco, dicono che resterà a Milano in una casa dove vuole respirare aria nuova. E per questo potrebbe lasciare persino gli abiti ai compagni di cella. Alberto proverà a riprendersi la vita (e come messa in prova potrebbe bastare).
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