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2019-03-23
Conte fa il democristiano. Via il suo patrocinio, resta quello del ministero
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«Raccontategli tutto l'accaduto e vedrete che egli vi dirà su due piedi di quelle cose che a noi non verrebbero in testa, a pensarci un anno». La frase di Agnese nei Promessi Sposi potrebbe ben descrivere (e solo per la capacità di togliersi dai guai con un colpo d'ala) il premier, Giuseppe Conte, alle prese con le diverse anime del governo. Niente a che vedere con l'Azzeccagarbugli, ma per far entrare qualche tassello quadrato nei fori rotondi un minimo di fantasia bisogna averla. Così, dopo aver rispolverato la clausola di dissolvenza per far partire i bandi della Tav, ecco che il premier fa dissolvere il patrocinio della presidenza del Consiglio dai manifesti del Congresso mondiale delle famiglie senza ritirare l'appoggio del governo, che sarà presente con il vicepremier Matteo Salvini, con il ministro della Famiglia (appunto), Lorenzo Fontana, e con il ministro dell'Istruzione, Marco Bussetti. E al suo posto autorizza a mettere il logo della Repubblica italiana, perfino più prestigioso e obiettivamente super partes.
Il caso è noto e spinoso, rischiava di far entrare nuovamente in rotta di collisione la Lega con il Movimento 5 stelle, soprattutto con l'ala sinistrorsa e arcobaleno alla quale (per ovvi motivi di leadership) s'era accodato Luigi Di Maio nel prendere le distanze dal summit di Verona, in programma dal 29 al 31 marzo. Ancora una volta Conte è uscito dalla trappola con uno slalom da gatto del Colosseo. «Il patrocinio è stato concesso dal ministro Fontana», ha spiegato il presidente del Consiglio, «di sua iniziativa, nell'ambito delle sue proprie prerogative senza il mio personale coinvolgimento, né quello collegiale del governo. All'esito di un'approfondita istruttoria e dopo un'attenta valutazione dei molteplici profili coinvolti, ho comunicato al ministro Fontana l'opportunità che il riferimento alla presidenza del Consiglio sia eliminato e gli ho rappresentato le ragioni di questa scelta».
Le ragioni erano perfino scontate: i grillini non potevano fare retromarcia rispetto a frasi inequivocabili della prima ora (Di Maio: «A Verona la destra degli sfigati»), meno che meno dopo le intemerate pubbliche e private contro il summit da parte di Vincenzo Spadafora, sottosegretario di Palazzo Chigi con delega alle Pari opportunità e ai giovani, rigorosamente schierato con il mondo Lgbt. Situazione impervia con accenti di imbarazzo, a conferma che sui temi etici le forze che hanno firmato il contratto di governo hanno sensibilità obiettivamente diverse, se non opposte. Così Conte ha dovuto trovare la soluzione, facendo leva su un dettaglio non indifferente: poiché il ministero della Famiglia è senza portafoglio, avrebbe dovuto riferirsi a Palazzo Chigi per concedere il patrocinio.
Superato lo scoglio formale, rimaneva per il governo il problema sostanziale di non lasciare sola la famiglia naturale al summit di Verona, come se si trattasse di un'entità malvista. E allora ecco la seconda parte del Conte-pensiero a salvare capra e cavoli: «Questo governo si propone di tutelare con la massima attenzione ed energia la famiglia fondata sul matrimonio, senza che questo possa in alcun modo compromettere il riconoscimento giuridico e la piena legittimazione delle unioni civili e delle diverse forme di convivenza basate su vincoli di natura affettiva». Un capolavoro di diplomazia che ha accontentato tutti.
Il ministro Fontana ha preso atto: «Esattamente come annunciato in aula alla Camera rimane il patrocinio da parte del ministero della Famiglia. Per quanto riguarda il logo e il suo utilizzo, essi fanno capo a un altro dipartimento e quindi la concessione o il ritiro non sono di mia competenza». Il presidente del congresso mondiale di Verona, Antonio Brandi, si è attivato per modificare la cartellonistica. «Abbiamo ricevuto la diffida ad utilizzare il marchio di Palazzo Chigi, ma ci è stato comunicato che per il patrocinio del ministero della Famiglia potremo usare direttamente il logo della Repubblica italiana. Per noi si tratta di un felice guadagno perché quello è il più alto simbolo istituzionale che il Congresso mondiale delle famiglie possa ricevere». A cui si è aggiunto in serata anche quello della Regione Friuli Venezia Giulia.
Fine della querelle politica, a meno di contorsioni gastriche delle lobby gay anche sul fregio dell'Italia. Non certo fine dei mal di pancia della sinistra nei confronti di un summit internazionale che ha come scopo mettere a tema la famiglia naturale in tutte le sue sfaccettature. Non potendo contrastare l'evento nel merito, i leoni da tastiera del Pd si stanno distinguendo nella poco nobile arte di amplificare due fake news. La prima, che gira da un paio di giorni su Twitter e Facebook, riguarda il programma del summit con forum deliranti come «Leggi contro la sodomia», «Vietare la vendita di contraccettivi farmaceutici», «Vietare diagnostiche prenatali» e via elencando. A stroncare la notizia è intervenuto anche David Puente, autorità in merito, sul sito Open.online.
La seconda fake news è in una foto che imperversava ieri sui social media e rappresentava un cartellone del summit con lo slogan: «La famiglia marcia». Migliaia di condivisioni per il doppio senso e commenti sprezzanti di un esercito di allocchi: «I geni della comunicazione e del progresso», «Un applauso ai pubblicitari che hanno pensato a questo titolo», «Lapsus freudiano». Tutto falso, il cartellone esiste in via San Giacomo a Verona, ma la scritta è molto meno strumentalizzabile: «Marcia per la famiglia». Forse neppure Monica Cirinnà, che da giorni si agita contro l'evento con solerzia militare in tutti i talk show disponibili, avrebbe potuto toccare simili vette di perfidia.
Il rettore ultrà non ha idea di che cosa sia la scienza
Prima le firme di 130 docenti dell'università di Verona - circa un terzo del corpo accademico - contro il Congresso mondiale delle famiglie, poi la condanna del rettore dell'ateneo, secondo il quale «le posizioni degli organizzatori sono prive di fondamento e non validate dalla scienza». Se il rettore, professor Nicola Sartor, intende dire che un essere umano non ha diritto alla vita sin dal concepimento, allora immagino che si riferisca a bioeticisti abortisti come Peter Singer, secondo il quale «né un neonato né un pesce sono persone, uccidere questi esseri non è moralmente negativo come uccidere una persona», o Julian Savalescu, contrario all'obiezione di coscienza all'aborto dei medici.
Per mantenere il livello richiesto un'università dovrebbe prendere in esame anche le idee opposte, che non sono avanzate dal club dei peracottari, ma da una sfilza di docenti di pari livello. Ma chi ha una cultura bioetica e conosce le pubblicazioni in difesa del diritto alla vita del concepito del professor Francis Beckwith, docente alla Baylor university, quelli di Christopher Kaczor, professore di filosofia alla Loyola Marymount university di Los Angeles, o ancora di Peter Kreeft, cattedratico al King's college, non può sostenere ciò che il rettore di Verona ha detto. Non so se l'Organizzazione mondiale della sanità corrisponde al concetto di comunità scientifica del professor Sartor. Sta di fatto che proprio l'Oms attesta che in due nazioni europee, Portogallo e Polonia, dove nel 1990 la mortalità materna era in entrambe di 17 casi per 1.000, si è ridotta molto più in Polonia (3 su1.000 nel 2015) che nel 1993 ha reso illegale l'aborto su richiesta, rispetto al Portogallo, che invece lo ha legalizzato nel 2007 (10,4 nel 2017). Questo dovrebbe fare un'istituzione accademica, fornire cibo per la mente dei propri studenti e non rinchiudersi in formule dogmatiche stereotipate soltanto perché esse sono politicamente convenienti. Se poi il rettore di Verona si fosse voluto riferire alla posizione dei relatori del Wcf riguardo la famiglia naturale, suona davvero strano che egli ignori il contributo di autori come Robert P. George, professore a Princeton, o Ryan T. Anderson, editore della rivista Public Discourse, riguardo l'unicità della relazione coniugale rispetto a ogni altra relazione affettiva.
Il professor Sartor è un economista, dunque non dovrebbe ignorare il contributo straordinario apportato al benessere della società da quella fondante società coniugale dove un uomo e una donna decidono di condividere stabilmente la totalità delle loro persone aprendosi alla generazione della vita. Non sa che in Italia 1.400.000 minori vivono con un solo genitore e che una sterminata letteratura scientifica mostra che la condizione di questi si caratterizza in impoverimento, limitazione delle opportunità educative e incremento degli indicatori di disagio?
Se non sapesse da dove cominciare per avviare la ricerca, suggerisco al professor Sartor l'articolo pubblicato da Francisco Perales, dell'università del Queensland, sul numero di dicembre 2016 della rivista Social psychiatry and psychiatric epidemiology. Voleva riferirsi ai bambini nelle coppie omosessuali? Allora lo informo che tra le 15 pubblicazioni che hanno utilizzato campioni randomizzati e non i campioni di convenienza (che non hanno valore per trarre conclusioni generali), soltanto in 5 non sono state rilevate differenze rispetto ai bambini che crescono con i genitori biologici, in quattro di questi studi la dimensione del campione era del tutto insufficiente per evidenziare alcuna differenza. Vi sono invece ben 8 studi che, arruolando un numero di soggetti adeguato, hanno indicato peggiori condizioni per i minori che crescono con adulti dello stesso sesso.
Se c'è dunque qualcosa di non validato dalla comunità scientifica, è la dichiarazione del rettore. Non si può non essere preoccupati quando si vedono le istituzioni accademiche succubi di un'isteria anti scientifica, dogmatica, arrogante e violenta. L'occupazione delle aule, l'espulsione del dissenso, l'indisponibilità al confronto razionale e scientifico è uno dei segni più precoci delle dittature.
«La dottrina Lgbt è ormai un dogma globale»
«È interessante vedere che le autoproclamate società tolleranti dell'Occidente possano diventare le più intolleranti». A rompere il silenzio, parlando con La Verità, è Theresa Okafor, la studiosa nigeriana e attivista pro family, oggetto di pesanti attacchi in vista della sua partecipazione al Congresso mondiale delle famiglie di Verona. L'hanno tirata in ballo un po' tutti, a partire da Monica Cirinnà e compagni. La sua colpa? «Nel 2014 ha proposto una legge che criminalizza le unioni tra persone dello stesso sesso», si legge nel testo della Cirinnà (un'accusa ripresa da Human right campaign, la più grande organizzazione americana per i diritti civili Lgbtq).
La Okafor rimanda le accuse al mittente: «Mi sono sempre opposta all'odio e alla violenza e ho difeso la famiglia. Ma alcuni evidentemente desiderano mentire sulla mia attività. Continuerò a difendere queste verità, con amore. Questi attacchi non fanno altro che rafforzarmi».
La accusano però di promuovere leggi contro le unioni omosessuali.
«La nostra scelta morale di proteggere il matrimonio naturale nella costituzione è oggettivamente un nostro diritto. In Africa, temiamo per la sicurezza dei nostri figli e siamo testimoni che gli elementi costitutivi e fondamentali della società, il matrimonio e la famiglia naturale, stanno morendo in alcune parti dell'Occidente».
Cosa intende?
«Che non siamo schiavi e non possiamo permettere di essere programmati o spinti da forze esterne, specialmente quando assistiamo all'intolleranza e all'ingiustizia inflitte ai cristiani che parlano a favore del matrimonio come unione tra un uomo e una donna».
A proposito, i vescovi africani al sinodo sulla famiglia in Vaticano, nel 2014 e nel 2015, hanno parlato di pressioni degli organismi internazionali che condizionano gli aiuti finanziari all'introduzione di leggi che istituiscano il matrimonio gay. Condivide?
«Sì, il problema che l'Africa ha dovuto affrontare è l'intrusione di alcune agenzie dei Paesi occidentali, che non rispettano il ruolo della famiglia e che presentano al popolo comportamenti sessuali devianti come normativi, e senza nessuna conseguenza significativa sul piano morale».
Ma in cosa consiste questa attività di «condizionamento»?
«La maggior parte dei Paesi africani è determinata nel proteggere il matrimonio e la famiglia naturale. Tuttavia, la pressione è esercitata da Paesi ricchi, che danno milioni di dollari in aiuti ogni anno, e questo produce i suoi effetti. Le attività apparentemente innocue di tali organizzazioni lavorano inconsciamente sulla mentalità delle persone e, inevitabilmente, queste persone finiscono per convincersi che qualsiasi comportamento sessuale sia accettabile e rilevante dal punto di vista pubblico. I vescovi nigeriani continuano a condannare quelle che hanno definito “potenti manovre legislative e giudiziarie per ridefinire il matrimonio" e “la continua propagazione e globalizzazione dello stile di vita omosessuale"».
Concretamente può fare qualche esempio?
«La Tanzania è stata privata di 10 milioni di dollari all'anno da parte della Danimarca. E la Tanzania è stata oggetto di pesanti critiche da parte di Amnesty international per aver reso illegali le relazioni tra persone dello stesso sesso. Si insiste sul fatto che la Tanzania deve interrompere tutte le campagne che si oppongono alle relazioni omosessuali o al matrimonio tra persone dello stesso sesso. Amnesty International è stata molto esplicita nella sua condanna dei governi africani che si sforzano di sostenere i valori del matrimonio e della famiglia. A questi Paesi vengono date etichette e una cattiva immagine pubblica da parte di Amnesty international e altre Ong a causa della loro posizione in merito. C'è una crescente pressione da parte di un gran numero di Ong e Paesi stranieri nei confronti dei Paesi africani per promuovere le relazioni omosessuali e il matrimonio gay in Africa».
Ma se gli africani amano la famiglia che cosa hanno da temere?
«L'Africa non è più il “Continente nero" definito dagli esploratori europei del XIX secolo, né quel continente “senza speranza" di cui scriveva The Economist nel 2000. Oggi ci sono molti Paesi in crescita che trovano proprio nella famiglia naturale una importante fonte di sviluppo, le famiglie stabili hanno ampiamente contribuito a questa crescita e i principi che guidano questa istituzione devono essere protetti in modo approfondito e instancabile. L'Africa trae la sua vita dall'esistenza della famiglia ed è attraverso il matrimonio che la famiglia viene ad esistere e sussistere, come disse Benedetto XVI a Yaounde nel 2009, la famiglia ha bisogno di essere “protetta e difesa per offrire alla società il servizio che ci si aspetta da essa, quello di fornire uomini e donne capaci di costruire un tessuto sociale di pace e armonia"».
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Il premier risolve con un trucco la grana del logo per il Congresso mondiale delle famiglie. E gli organizzatori incassano anche quello della Repubblica.Nicola Sartor schiera l'università di Verona contro il Forum. Ma dimostra di ignorare molte pubblicazioni.La studiosa nigeriana Theresa Okafor infangata da Monica Cirinnà: «Mi preoccupa di più il ricatto delle Ong subito dall'Africa».Lo speciale contiene tre articoli.«Raccontategli tutto l'accaduto e vedrete che egli vi dirà su due piedi di quelle cose che a noi non verrebbero in testa, a pensarci un anno». La frase di Agnese nei Promessi Sposi potrebbe ben descrivere (e solo per la capacità di togliersi dai guai con un colpo d'ala) il premier, Giuseppe Conte, alle prese con le diverse anime del governo. Niente a che vedere con l'Azzeccagarbugli, ma per far entrare qualche tassello quadrato nei fori rotondi un minimo di fantasia bisogna averla. Così, dopo aver rispolverato la clausola di dissolvenza per far partire i bandi della Tav, ecco che il premier fa dissolvere il patrocinio della presidenza del Consiglio dai manifesti del Congresso mondiale delle famiglie senza ritirare l'appoggio del governo, che sarà presente con il vicepremier Matteo Salvini, con il ministro della Famiglia (appunto), Lorenzo Fontana, e con il ministro dell'Istruzione, Marco Bussetti. E al suo posto autorizza a mettere il logo della Repubblica italiana, perfino più prestigioso e obiettivamente super partes.Il caso è noto e spinoso, rischiava di far entrare nuovamente in rotta di collisione la Lega con il Movimento 5 stelle, soprattutto con l'ala sinistrorsa e arcobaleno alla quale (per ovvi motivi di leadership) s'era accodato Luigi Di Maio nel prendere le distanze dal summit di Verona, in programma dal 29 al 31 marzo. Ancora una volta Conte è uscito dalla trappola con uno slalom da gatto del Colosseo. «Il patrocinio è stato concesso dal ministro Fontana», ha spiegato il presidente del Consiglio, «di sua iniziativa, nell'ambito delle sue proprie prerogative senza il mio personale coinvolgimento, né quello collegiale del governo. All'esito di un'approfondita istruttoria e dopo un'attenta valutazione dei molteplici profili coinvolti, ho comunicato al ministro Fontana l'opportunità che il riferimento alla presidenza del Consiglio sia eliminato e gli ho rappresentato le ragioni di questa scelta».Le ragioni erano perfino scontate: i grillini non potevano fare retromarcia rispetto a frasi inequivocabili della prima ora (Di Maio: «A Verona la destra degli sfigati»), meno che meno dopo le intemerate pubbliche e private contro il summit da parte di Vincenzo Spadafora, sottosegretario di Palazzo Chigi con delega alle Pari opportunità e ai giovani, rigorosamente schierato con il mondo Lgbt. Situazione impervia con accenti di imbarazzo, a conferma che sui temi etici le forze che hanno firmato il contratto di governo hanno sensibilità obiettivamente diverse, se non opposte. Così Conte ha dovuto trovare la soluzione, facendo leva su un dettaglio non indifferente: poiché il ministero della Famiglia è senza portafoglio, avrebbe dovuto riferirsi a Palazzo Chigi per concedere il patrocinio.Superato lo scoglio formale, rimaneva per il governo il problema sostanziale di non lasciare sola la famiglia naturale al summit di Verona, come se si trattasse di un'entità malvista. E allora ecco la seconda parte del Conte-pensiero a salvare capra e cavoli: «Questo governo si propone di tutelare con la massima attenzione ed energia la famiglia fondata sul matrimonio, senza che questo possa in alcun modo compromettere il riconoscimento giuridico e la piena legittimazione delle unioni civili e delle diverse forme di convivenza basate su vincoli di natura affettiva». Un capolavoro di diplomazia che ha accontentato tutti. Il ministro Fontana ha preso atto: «Esattamente come annunciato in aula alla Camera rimane il patrocinio da parte del ministero della Famiglia. Per quanto riguarda il logo e il suo utilizzo, essi fanno capo a un altro dipartimento e quindi la concessione o il ritiro non sono di mia competenza». Il presidente del congresso mondiale di Verona, Antonio Brandi, si è attivato per modificare la cartellonistica. «Abbiamo ricevuto la diffida ad utilizzare il marchio di Palazzo Chigi, ma ci è stato comunicato che per il patrocinio del ministero della Famiglia potremo usare direttamente il logo della Repubblica italiana. Per noi si tratta di un felice guadagno perché quello è il più alto simbolo istituzionale che il Congresso mondiale delle famiglie possa ricevere». A cui si è aggiunto in serata anche quello della Regione Friuli Venezia Giulia.Fine della querelle politica, a meno di contorsioni gastriche delle lobby gay anche sul fregio dell'Italia. Non certo fine dei mal di pancia della sinistra nei confronti di un summit internazionale che ha come scopo mettere a tema la famiglia naturale in tutte le sue sfaccettature. Non potendo contrastare l'evento nel merito, i leoni da tastiera del Pd si stanno distinguendo nella poco nobile arte di amplificare due fake news. La prima, che gira da un paio di giorni su Twitter e Facebook, riguarda il programma del summit con forum deliranti come «Leggi contro la sodomia», «Vietare la vendita di contraccettivi farmaceutici», «Vietare diagnostiche prenatali» e via elencando. A stroncare la notizia è intervenuto anche David Puente, autorità in merito, sul sito Open.online.La seconda fake news è in una foto che imperversava ieri sui social media e rappresentava un cartellone del summit con lo slogan: «La famiglia marcia». Migliaia di condivisioni per il doppio senso e commenti sprezzanti di un esercito di allocchi: «I geni della comunicazione e del progresso», «Un applauso ai pubblicitari che hanno pensato a questo titolo», «Lapsus freudiano». Tutto falso, il cartellone esiste in via San Giacomo a Verona, ma la scritta è molto meno strumentalizzabile: «Marcia per la famiglia». 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Se il rettore, professor Nicola Sartor, intende dire che un essere umano non ha diritto alla vita sin dal concepimento, allora immagino che si riferisca a bioeticisti abortisti come Peter Singer, secondo il quale «né un neonato né un pesce sono persone, uccidere questi esseri non è moralmente negativo come uccidere una persona», o Julian Savalescu, contrario all'obiezione di coscienza all'aborto dei medici. Per mantenere il livello richiesto un'università dovrebbe prendere in esame anche le idee opposte, che non sono avanzate dal club dei peracottari, ma da una sfilza di docenti di pari livello. Ma chi ha una cultura bioetica e conosce le pubblicazioni in difesa del diritto alla vita del concepito del professor Francis Beckwith, docente alla Baylor university, quelli di Christopher Kaczor, professore di filosofia alla Loyola Marymount university di Los Angeles, o ancora di Peter Kreeft, cattedratico al King's college, non può sostenere ciò che il rettore di Verona ha detto. Non so se l'Organizzazione mondiale della sanità corrisponde al concetto di comunità scientifica del professor Sartor. Sta di fatto che proprio l'Oms attesta che in due nazioni europee, Portogallo e Polonia, dove nel 1990 la mortalità materna era in entrambe di 17 casi per 1.000, si è ridotta molto più in Polonia (3 su1.000 nel 2015) che nel 1993 ha reso illegale l'aborto su richiesta, rispetto al Portogallo, che invece lo ha legalizzato nel 2007 (10,4 nel 2017). Questo dovrebbe fare un'istituzione accademica, fornire cibo per la mente dei propri studenti e non rinchiudersi in formule dogmatiche stereotipate soltanto perché esse sono politicamente convenienti. Se poi il rettore di Verona si fosse voluto riferire alla posizione dei relatori del Wcf riguardo la famiglia naturale, suona davvero strano che egli ignori il contributo di autori come Robert P. George, professore a Princeton, o Ryan T. Anderson, editore della rivista Public Discourse, riguardo l'unicità della relazione coniugale rispetto a ogni altra relazione affettiva. Il professor Sartor è un economista, dunque non dovrebbe ignorare il contributo straordinario apportato al benessere della società da quella fondante società coniugale dove un uomo e una donna decidono di condividere stabilmente la totalità delle loro persone aprendosi alla generazione della vita. Non sa che in Italia 1.400.000 minori vivono con un solo genitore e che una sterminata letteratura scientifica mostra che la condizione di questi si caratterizza in impoverimento, limitazione delle opportunità educative e incremento degli indicatori di disagio? Se non sapesse da dove cominciare per avviare la ricerca, suggerisco al professor Sartor l'articolo pubblicato da Francisco Perales, dell'università del Queensland, sul numero di dicembre 2016 della rivista Social psychiatry and psychiatric epidemiology. Voleva riferirsi ai bambini nelle coppie omosessuali? Allora lo informo che tra le 15 pubblicazioni che hanno utilizzato campioni randomizzati e non i campioni di convenienza (che non hanno valore per trarre conclusioni generali), soltanto in 5 non sono state rilevate differenze rispetto ai bambini che crescono con i genitori biologici, in quattro di questi studi la dimensione del campione era del tutto insufficiente per evidenziare alcuna differenza. Vi sono invece ben 8 studi che, arruolando un numero di soggetti adeguato, hanno indicato peggiori condizioni per i minori che crescono con adulti dello stesso sesso. Se c'è dunque qualcosa di non validato dalla comunità scientifica, è la dichiarazione del rettore. Non si può non essere preoccupati quando si vedono le istituzioni accademiche succubi di un'isteria anti scientifica, dogmatica, arrogante e violenta. L'occupazione delle aule, l'espulsione del dissenso, l'indisponibilità al confronto razionale e scientifico è uno dei segni più precoci delle dittature. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-fa-il-democristiano-via-il-suo-patrocinio-resta-quello-del-ministero-2632498290.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-dottrina-lgbt-e-ormai-un-dogma-globale" data-post-id="2632498290" data-published-at="1767497424" data-use-pagination="False"> «La dottrina Lgbt è ormai un dogma globale» «È interessante vedere che le autoproclamate società tolleranti dell'Occidente possano diventare le più intolleranti». A rompere il silenzio, parlando con La Verità, è Theresa Okafor, la studiosa nigeriana e attivista pro family, oggetto di pesanti attacchi in vista della sua partecipazione al Congresso mondiale delle famiglie di Verona. L'hanno tirata in ballo un po' tutti, a partire da Monica Cirinnà e compagni. La sua colpa? «Nel 2014 ha proposto una legge che criminalizza le unioni tra persone dello stesso sesso», si legge nel testo della Cirinnà (un'accusa ripresa da Human right campaign, la più grande organizzazione americana per i diritti civili Lgbtq). La Okafor rimanda le accuse al mittente: «Mi sono sempre opposta all'odio e alla violenza e ho difeso la famiglia. Ma alcuni evidentemente desiderano mentire sulla mia attività. Continuerò a difendere queste verità, con amore. Questi attacchi non fanno altro che rafforzarmi». La accusano però di promuovere leggi contro le unioni omosessuali. «La nostra scelta morale di proteggere il matrimonio naturale nella costituzione è oggettivamente un nostro diritto. In Africa, temiamo per la sicurezza dei nostri figli e siamo testimoni che gli elementi costitutivi e fondamentali della società, il matrimonio e la famiglia naturale, stanno morendo in alcune parti dell'Occidente». Cosa intende? «Che non siamo schiavi e non possiamo permettere di essere programmati o spinti da forze esterne, specialmente quando assistiamo all'intolleranza e all'ingiustizia inflitte ai cristiani che parlano a favore del matrimonio come unione tra un uomo e una donna». A proposito, i vescovi africani al sinodo sulla famiglia in Vaticano, nel 2014 e nel 2015, hanno parlato di pressioni degli organismi internazionali che condizionano gli aiuti finanziari all'introduzione di leggi che istituiscano il matrimonio gay. Condivide? «Sì, il problema che l'Africa ha dovuto affrontare è l'intrusione di alcune agenzie dei Paesi occidentali, che non rispettano il ruolo della famiglia e che presentano al popolo comportamenti sessuali devianti come normativi, e senza nessuna conseguenza significativa sul piano morale». Ma in cosa consiste questa attività di «condizionamento»? «La maggior parte dei Paesi africani è determinata nel proteggere il matrimonio e la famiglia naturale. Tuttavia, la pressione è esercitata da Paesi ricchi, che danno milioni di dollari in aiuti ogni anno, e questo produce i suoi effetti. Le attività apparentemente innocue di tali organizzazioni lavorano inconsciamente sulla mentalità delle persone e, inevitabilmente, queste persone finiscono per convincersi che qualsiasi comportamento sessuale sia accettabile e rilevante dal punto di vista pubblico. I vescovi nigeriani continuano a condannare quelle che hanno definito “potenti manovre legislative e giudiziarie per ridefinire il matrimonio" e “la continua propagazione e globalizzazione dello stile di vita omosessuale"». Concretamente può fare qualche esempio? «La Tanzania è stata privata di 10 milioni di dollari all'anno da parte della Danimarca. E la Tanzania è stata oggetto di pesanti critiche da parte di Amnesty international per aver reso illegali le relazioni tra persone dello stesso sesso. Si insiste sul fatto che la Tanzania deve interrompere tutte le campagne che si oppongono alle relazioni omosessuali o al matrimonio tra persone dello stesso sesso. Amnesty International è stata molto esplicita nella sua condanna dei governi africani che si sforzano di sostenere i valori del matrimonio e della famiglia. A questi Paesi vengono date etichette e una cattiva immagine pubblica da parte di Amnesty international e altre Ong a causa della loro posizione in merito. C'è una crescente pressione da parte di un gran numero di Ong e Paesi stranieri nei confronti dei Paesi africani per promuovere le relazioni omosessuali e il matrimonio gay in Africa». Ma se gli africani amano la famiglia che cosa hanno da temere? «L'Africa non è più il “Continente nero" definito dagli esploratori europei del XIX secolo, né quel continente “senza speranza" di cui scriveva The Economist nel 2000. Oggi ci sono molti Paesi in crescita che trovano proprio nella famiglia naturale una importante fonte di sviluppo, le famiglie stabili hanno ampiamente contribuito a questa crescita e i principi che guidano questa istituzione devono essere protetti in modo approfondito e instancabile. L'Africa trae la sua vita dall'esistenza della famiglia ed è attraverso il matrimonio che la famiglia viene ad esistere e sussistere, come disse Benedetto XVI a Yaounde nel 2009, la famiglia ha bisogno di essere “protetta e difesa per offrire alla società il servizio che ci si aspetta da essa, quello di fornire uomini e donne capaci di costruire un tessuto sociale di pace e armonia"».
Barbara Fabbroni (Getty Images)
Ne parliamo con Barbara Fabbroni, criminologa e scrittrice, che ci offre una prospettiva unica sull’intersezione tra moda, crimine sociale e cultura contemporanea e come questo possa incidere sull’evoluzione del nostro modo di vestire, pensare e, soprattutto, resistere.
C’è sempre un maggiore interesse per i temi sociali nella moda, in particolare per quelli legati alla violenza di genere e alle disuguaglianze. Come vede questa evoluzione?
«Come una reazione necessaria, quasi inevitabile, prima ancora che come una scelta estetica. La moda, storicamente, è sempre stata uno specchio del tempo, ma oggi quello specchio si è incrinato. Non riflette più solo desideri o status, riflette fratture sociali, ferite collettive, urgenze non risolte. Quando la violenza di genere e le disuguaglianze entrano nelle collezioni, non è perché “fanno tendenza” ma perché non possono più essere ignorate. È un tentativo di rendere visibile ciò che per troppo tempo è rimasto sommerso, normalizzato, silenziato. Il rischio, semmai - ed è un rischio reale - è che questa visibilità resti superficiale. Ma il movimento, in sé, è già un segnale di consapevolezza sociale».
Come pensa che la moda stia trasformando il concetto di «empowerment femminile»? In che modo le collezioni stanno affrontando la violenza di genere e le disuguaglianze in modo diverso rispetto al passato?
«L’empowerment femminile, oggi, non passa più solo dall’immagine della donna forte, invincibile. Sta emergendo un concetto più maturo: il potere come possibilità di essere complesse, non perfette. Io amo dire che “la perfezione sta sempre nell’imperfezione di ciascuna individualità”. Le collezioni più interessanti non celebrano più un femminile idealizzato, ma raccontano corpi reali, storie ferite. È una rottura rispetto al passato, dove la moda parlava sulle donne; oggi, quando funziona davvero, parla con le donne. Anche la violenza di genere non viene più trattata come choc visivo, ma come processo culturale, come sistema che va decostruito, non semplicemente denunciato».
Molti brand e designer stanno utilizzando la moda come strumento per trasmettere messaggi sociali. Qual è il ruolo della moda come linguaggio anche di protesta?
«La moda è un linguaggio silenzioso ma, proprio per questo, potentissimo. Non argomenta: mostra. Non convince: disturba. In una società sempre più polarizzata, la moda può diventare uno spazio di resistenza simbolica, perché agisce sull’immaginario, non sull’ideologia. Un abito può essere un manifesto ma anche e, forse, soprattutto una domanda aperta. Il suo ruolo più importante non è schierarsi, ma rompere la neutralità apparente, che spesso è la forma più subdola di complicità. La moda, quando è autentica, non pacifica: mette a disagio, costringe a guardare».
C’è un legame tra l’evoluzione estetica della moda e l’analisi criminologica dei crimini sociali?
«Sì e credo sia un legame profondo. La criminologia studia le dinamiche invisibili: potere, controllo, esclusione, normalizzazione della violenza. La moda, spesso senza rendersene conto, mette in scena gli stessi meccanismi: chi è visibile, chi è escluso, quali corpi sono legittimi e quali restano marginalizzati. Nell’incrocio tra questi ambiti, vedo una possibilità importante: usare l’estetica non per occultare il conflitto, ma per renderlo leggibile. La moda può diventare una mappa emotiva dei crimini sociali, se accetta di non essere rassicurante».
Come pensa che i giovani stiano interpretando questi messaggi? C’è una relazione tra il modo in cui si vestono e come percepiscono il mondo che li circonda?
«I giovani usano il corpo come spazio di incontro, spesso più consapevolmente degli adulti. Il modo in cui si vestono è una forma di posizionamento nel mondo: identitario, relazionale, valoriale, esistenziale. Non è solo stile. È presa di parola, è comunicazione di sé all’altro e al mondo. Attraverso l’abbigliamento esprimono conflitto, rifiuto, ricerca di senso, possibilità. È un linguaggio immediato, ma tutt’altro che superficiale. Spesso racconta proprio quello spazio che non trovano altrove e che, allora, cercano di costruire. Ignorarlo significa non ascoltare una generazione che sta cercando nuovi codici per interpretare una realtà complessa come quella che stiamo vivendo».
Quali sfide ritiene che la moda debba affrontare per essere davvero un catalizzatore di cambiamento sociale?
«La sfida principale è non fermarsi all’immagine. Il rischio più grande è la neutralizzazione del messaggio: trasformare il pensiero del cambiamento in stile, l’empowerment in branding, il dolore in trend. Per evitarlo servono coerenza, continuità, responsabilità. La moda può essere catalizzatore di cambiamento solo se accetta di lasciare andare qualcosa. E non è poco: consenso, comodità, neutralità. Il cambiamento non è mai esteticamente semplice. E, forse, è proprio lì che la moda deve avere il coraggio di stare».
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Al levar del sole, si faceva accompagnare dalla sua borsa blu (conservata, poi, come una sorta di reliquia per anni) che, con pochi chili di acquisto, gli permetteva di gestire la cucina. Nel contempo, con l’amico macellaio Emilio Hen andava «a studiare» le cucine dei locali che allora, nel territorio, risultavano tra i più rinomati. «Davo un’occhiata per imparare a copiare qualche piatto, era una sorta di spionaggio industriale», diceva. A trovare la quadra gli viene in aiuto, nel suo pellegrinaggio mattutino al mercato del pesce mestrino, il signor Galvani, che ne intuisce le potenzialità. «Dia un’occhiata a quello che mangia la gente qui per strada». In primis i folpetti caldi ripescati al momento dal pentolone in bella vista. Da lì l’intuizione conseguente.
All’entrata del suo locale ecco un carrello tentatore con il meglio dei cicheti (i piccoli assaggi di street food locale) della tradizione, a iniziare da quelli freddi: gamberi, uova di seppia, alici marinate. Il passaggio conseguente a tavola, con quelli caldi in arrivo dalla cucina, dagli immancabili folpetti ai peoci (le cozze) e molto altro. Su queste basi, sior Dino ottimizza la sua filosofia, ovvero quella di conservare e valorizzare il passato, in una Venezia patrimonio secolare, con uno sguardo continuamente rivolto al futuro ma sempre rimanendo nel solco della tradizione, di un territorio con molte storie da offrire, se non da riscoprire, in un tempo in cui, con il boom economico, anche la cucina seguiva nuove mode, a prevalenza transalpina ma un po’ «senz’anima», ovvero proponibili un po’ ovunque. Su queste basi trovare la quadra è indispensabile, a partire da chi sappia gestire la regia ai fornelli con talento e spirito conseguente.
Era il tempo in cui, il lunedì mattina, con un’ombra e due cicheti passava a salutare il fratello Bepi, cuoco in carica, Federico «Rico» Spolaore, con diverse esperienze in importanti cucine d’albergo della catena Ciga. Dino lo annusa e butta l’esca: «Non le chiedo quanto mi costa, ma soltanto di applicare la sua bravura a questa cucina», magari con qualche piccola invenzione, ma sempre nel solco della tradizione. Chef «Rico» lo guarda, paga il conto e se ne va senza rispondere. Dopo qualche giorno ritorna, stavolta non per salutare il fratello Bepi, ma per confrontarsi, occhi negli occhi, con un Boscarato felicemente rincuorato dall’aver scommesso per la giusta causa. Dall’Amelia comincia a prendere il volo. Il passaparola va oltre i confini locali e i suoi piatti hanno un primo riconoscimento con l’entrata nel circuito dei Ristoranti del Buon ricordo, nato dalla felice intuizione di Dino Villani, tra i fondatori dell’Accademia italiana della cucina. Un primo riconoscimento con il Fogher d’Oro, nel 1969, al tempo uno dei maggiori tra quelli riservati a quei locali che, tra Veneto e Friuli, nel rispetto della qualità, sapevano valorizzare al meglio le rispettive cucine locali. Nel 1970 altro cambio di passo. Parte la ristrutturazione della vecchia Amelia, grazie all’architetto Luigi Carrer che, oltre a decorare gli interni con un tratto personale, si inventa il logo che poi diventerà un’icona conosciuta e ambita dai vari pellegrini golosi. Un pesce con un bel cappellone da chef. Messaggio neanche tanto subliminale per far intendere che, dall’Amelia, la cucina di pesce viaggia a paso doble.
Iniziano le missioni all’estero, come ad esempio a New York. Nella preparazione della lista della spesa, un involontario qui pro quo linguistico: il tradizionale stoccafisso, ovvero il merluzzo essiccato al vento delle Lofoten, nel Veneto è tradotto come baccalà mentre invece, come tale, nel resto del mondo si intende quello conservato sotto sale. Due preparazioni che richiedono un trattamento completamente diverso. Giunti alla vigilia del grande evento, i cuochi amelioti non sanno più che fare. Partono telefonate a tutti i fornitori della Grande mela ma niente da fare. Poi, all’ultimo, il miracolo: in un negozietto di Little Italy, gestito da una famiglia calabrese, ci sono dei mini stoccafissi, poco più grandi di sardine, «ma piccoli e duri come il marmo».
Bisogna fare il miracolo. I Boscarato boys vanno nell’officina meccanica dell’albergo e lì procedono alla battitura di rito usando una pressa metallica destinata ad altri usi, ma il risultato al piatto risulterà molto gradito al centinaio di convitati curiosi di scoprire le vere specialità della cucina veneziana. Il giorno dopo, per premiarsi della fatica, Dino e i suoi ragazzi vanno nell’ambasciata culinaria italiana di Manhattan, «Le Cirque», di quel toscanaccio di Sirio Maccioni. E chi ti incontrano? Enzo Biagi, anche lui in trasferta yankee, che offrirà loro il pranzo, per ringraziare sior Dino di avergli assegnato, qualche mese prima, il prestigioso premio «Tavola all’Amelia». In sostanza, era successo questo. Dall’Amelia, nel tempo, diventa sempre più centro di golosità permanente del meglio dell’intellighenzia dapprima veneta e poi nazionale. Nel 1965, dalla collaborazione con il gallerista Mario Lucchesi, si pensò di dare un premio a chi si era distinto in vari settori della cultura, dalla letteratura all’arte nelle sue varie declinazioni. Come premio, la riproduzione di una scultura di Salvatore Messina.
Nell’albo d’oro ci sono nomi che hanno fatto la storia sella cultura italiana: Dino Buzzati, Leonardo Sciascia, Enzo Biagi, Uto Ughi, Carlo Rubbia, Ottavio Missoni, Ermanno Olmi. Con la possibilità, per il pubblico, sempre più fidelizzato alla «missione Amelia» di conoscerli in diretta, almeno per una sera. La gemmazione conseguente con «A Tavola con l’autore». Il tutto è nato un po’ per caso, ma bisogna avere talento per cogliere quell’occasione che può fare la differenza. Siamo nel 1983. Dall’Amelia, oramai, è un mito consolidato. Una serata è dedicata alla presentazione dell’ultima creatura editoriale di Bepi Maffioli, un gigante del connubio tra cucina, storia e cultura, La cucina veneziana, per i tipi di Franco Muzzio Editore. Come rendere il meritato onore a cotanta firma? Elementare, Watson: Boscarato si incuriosisce a ricercare tra le pagine di Maffioli lo spunto per proporre qualche ricetta originale, magari un po’ dimenticata dallo scorrere del tempo. Ed ecco riemergere un piatto del XVIII secolo, il baccalà in turbante, un’eredità del ghetto sepolta nella memoria. Uno stoccafisso messo a sobbollire lentamente con burro e latte, cui vengono poi aggiunti spinaci lessati, uova e noce moscata. Il tutto messo in forno entro uno stampo rotondo con il buco in mezzo. Ne deriva, servito al piatto, come un turbante goloso. È facile immaginarsi lo stupore dei commensali e dello stesso Maffioli. Così come il riso e fagioli con i gò, piccoli pesciolini della laguna che vivono prudentemente nascondendosi sotto i fondali per sfuggire alle reti dei piccoli veneziani che così venivano addestrati dai nonni all’arte della pesca.
Un format, quello de A tavola con l’autore» che avrà oltre 100 repliche nel corso del tempo, ad esempio con il polesano Gian Antonio Cibotto, in una serata in cui il pubblico ha scoperto quali fossero le radici del popolare riso a la sbiraglia» Durante il dominio austriaco gli sbiri (ovvero i gendarmi) di Cecco Beppe, predavano le campagne delle famiglie rurali di quanto trovavano, in primis i polli. Poi entravano in qualche osteria con sorriso sornione: «O mi cuoci bene questi polli, o ti rubo anche i tuoi». Era conseguente che la cuoca vittima di tale approccio era quanto mai generosa nel condire il tutto con quanto offrivano le risaie del vicino delta del Po.
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Narendra Modi (Ansa)
Dal 1° gennaio l’India ha assunto la presidenza dei Brics, per la prima volta alla guida del formato allargato a dieci Paesi. Narendra Modi propone una visione «humanity-first», mentre sullo sfondo pesano le tensioni commerciali con gli Stati Uniti e la sfida di rafforzare il ruolo del Global South in un contesto geopolitico instabile.
L’India ha assunto ufficialmente la presidenza dei Brics il 1° gennaio 2026, prendendo il timone del gruppo in una fase segnata da forti tensioni commerciali globali e da un quadro geopolitico in rapido mutamento. Il passaggio di consegne è avvenuto dal Brasile e affida ora a Nuova Delhi la guida di un blocco allargato a dieci Paesi, chiamato a muoversi in un contesto economico instabile.
Il primo ministro Narendra Modi ha delineato per il mandato indiano una visione definita «humanity-first», proponendo una rilettura dell’acronimo Brics come Building Resilience and Innovation for Cooperation and Sustainability. Un’impostazione che punta a rafforzare il ruolo e la voce del cosiddetto Global South, in continuità con l’approccio adottato dall’India durante la sua presidenza del G20, fortemente orientata ai temi dello sviluppo.
La leadership indiana si inserisce inoltre in un momento di rapporti commerciali tesi con gli Stati Uniti, deterioratisi dopo la rielezione di Donald Trump. Nel 2025, l’amministrazione americana ha imposto dazi elevati su alcune esportazioni indiane, un fattore che spinge Nuova Delhi a utilizzare il foro Brics per promuovere una linea di «realismo commerciale». Tra i punti chiave figurano il ricorso a regolamenti in valuta locale, la riduzione della dipendenza dal dollaro statunitense e la contrarietà a barriere commerciali unilaterali.
La presidenza del 2026 assume un peso particolare perché è la prima esercitata dall’India alla guida del formato Brics+, ampliato con l’ingresso di Egitto, Etiopia, Indonesia, Iran ed Emirati Arabi Uniti, che si affiancano ai membri fondatori Russia, Cina e Sudafrica. Nuova Delhi ha individuato quattro priorità centrali per il suo mandato: resilienza, innovazione, cooperazione e sostenibilità. Tra i dossier su cui concentrare l’azione figurano lo sviluppo delle infrastrutture pubbliche digitali, il finanziamento climatico a favore dei Paesi in via di sviluppo e la riforma dell’Organizzazione mondiale del commercio.
Il banco di prova politico sarà il 18° vertice Brics, atteso nel corso dell’anno proprio a New Delhi. L’appuntamento servirà a misurare la capacità dell’India di mantenere la propria autonomia strategica, bilanciando i rapporti con le grandi potenze e proponendosi al tempo stesso come ponte tra il mondo sviluppato e il Global South.
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Will Smith (Getty Images)
«Le accuse del signor Joseph riguardanti il mio cliente sono false, infondate e sconsiderate. Neghiamo categoricamente ogni addebito e utilizzeremo tutti i mezzi legali disponibili per affrontare questa vicenda e garantire che la verità venga portata alla luce», ha dichiarato alla stampa l’avvocato di Smith, Allen B. Grodsky.
Secondo la sua ricostruzione Joseph, giunto alla ribalta come uno dei primi tre finalisti di America’s Got Talent nel 2018, era stato invitato a casa di Smith a novembre 2024 per suonare per la star di Hollywood. Durante l’incontro era stato poi ingaggiato per suonare al concerto di Smith a San Diego nel dicembre 2024 e poi nel successivo tour. Nell’ambito della relazione professionale, i due uomini sarebbero diventati intimi e avrebbero trascorso «molto tempo da soli». Secondo il musicista, Smith all’inizio della collaborazione avrebbe detto a Joseph: «Tu ed io abbiamo una connessione così speciale che io non ho con nessun altro».
Joseph ha affermato che durante una sosta del tour a Las Vegas nel marzo dello scorso anno, rientrando nella sua stanza d’albergo la sera dopo cena, avrebbe scoperto che qualcuno era «entrato illegittimamente» ma «senza forzare la porta» lasciando un biglietto scritto a mano che recitava: «Brian, tornerò più tardi, alle 5.30, solo noi», con un cuore e la firma «Stone F.». L’attore, che ha precisato che i membri della direzione del tour erano «le uniche persone che avevano accesso alla sua stanza», ha affermato di aver trovato, oltre al biglietto, «alcune salviette, una bottiglia di birra, uno zaino rosso, un flaconcino di farmaci per l’Hiv con il nome di un’altra persona, un orecchino e documenti di dimissione ospedaliera appartenenti a una persona a lui sconosciuta». Temendo che qualcuno «tornasse nella sua stanza» dopo la minaccia di violenza sessuale, Joseph aveva denunciato l’incidente alla sicurezza dell’hotel, alla polizia e al team di Smith, ma era stato «deriso, umiliato e svergognato» dal team dell’attore, quindi licenziato e sostituito con un altro musicista, provocandogli «grave disagio emotivo, perdita economica, danni alla reputazione e altri danni», nonché «Ptsd (sindrome post-traumatica) e altre malattie mentali». Secondo l’accusa, il musicista si sarebbe inoltre fatto carico di «significativi investimenti finanziari in preparazione del tour», che si è svolto da luglio all’inizio di settembre.
La nuova denuncia fa seguito alla causa da 3 milioni di dollari intentata l’1 dicembre dall’ex socio Bilaal Salaam contro la moglie di Smith, Jada Pinkett Smith, che lo avrebbe minacciato verbalmente.
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