La Consulta insiste col diritto creativo: si può «adattare» ciò che dice la Carta

L’operazione mediatica è sottile: il Corriere della Sera intervista Augusto Barbera, presidente emerito della Consulta, costituzionalista, già professore a Bologna, un vero pozzo di scienza, con l’obiettivo di dimostrare che l’operato della Corte è impermeabile alle pressioni dei progressisti e inattaccabile dagli argomenti etici della destra. I conservatori si chetino: la sentenza della scorsa settimana sulla doppia madre - assicura il giurista siciliano - non ha legittimato un «“diritto alla genitorialità” in ogni tipo di rapporto», né ha aperto una breccia per l’utero in affitto, o per il «diritto a procreare comunque». La ratio seguita dai giudici è quella indicata dalle «convenzioni internazionali», le quali «impongono di seguire the best interest del bimbo». Lasciando però impregiudicata la possibilità, «per un legislatore meno indolente», di agire sia in un senso sia nell’altro: sia per allargare le maglie, sia per stringerle.
Consulta imparziale, asettica, equanime. Impegnata nella pura tutela della Carta. Tutto sta a capire di quale Carta: della Carta per come essa fu scritta, oppure della Carta per come essa viene interpretata oggi, alla luce di ciò che il collegio ritiene essere la sensibilità dei tempi, l’opinione comune, lo spirito della Costituzione stessa che si dispiega nella storia? A proposito dell’articolo 29, che parla di «famiglia come società naturale, fondata sul matrimonio», Barbera infatti rimarca: i padri costituenti l’hanno voluto così, però «la lettura può essere adeguata». Be’, non è mica un dettaglio irrilevante. Anzi, è esattamente il nocciolo dell’approccio che ha trasformato la Corte da «custode» della Costituzione (un ruolo di equilibrio e bilanciamento fondamentale) in creatrice di nuovo diritto. La funzione «dinamizzante» che, in uno suo scritto, aveva celebrato Marta Cartabia, la quale ha preceduto Barbera alla presidenza della Consulta. Una missione che, tuttavia, questa Corte e molte altre corti nel mondo occidentale si sono attribuite da sé. Senza ricevere alcuna investitura, quasi completamente sottratte al controllo della democrazia, rispetto alla quale, in fondo, si fregiano di rappresentare un contrappeso.
In una simile prospettiva, la supposta autonomia del Parlamento - del «legislatore non indolente» - rischia di tradursi in un’illusione. E proprio la legge 40, che le sentenze hanno «sforacchiata in più parti», come nota Barbera, ne è la prova. Quella norma è stata approvata da una maggioranza politica e ha persino superato indenne un referendum abrogativo. Non ha invece retto al vaglio dei tribunali. Bisognerebbe rifletterci, quando si lamentano i «vuoti» che, secondo alcuni, andrebbero riempiti con un intervento delle Camere per superare una presunta condizione di «incertezza». Sì, perché la legge, in sé certissima, esiste; le voragini vengono spesso spalancate dai verdetti progressisti, emessi a macchia di leopardo, per scardinare un impianto normativo che si reputa troppo limitante. Per carità, sempre adducendo motivazioni nobilissime, tipo tutelare i bambini. Anche se, nel caso specifico della sentenza sul riconoscimento della «madre intenzionale», per loro non cambia nulla, mentre per le compagne lesbiche muta, in senso ideologico, la disciplina vigente.
Barbera è esplicito sulla questione: un divieto esiste, ma in sostanza esso viene aggirato nella pratica e i giudizi, in nome del best interest del minore, validano la condotta degli adulti ribelli. La Consulta, spiega al Corriere il suo ex presidente, è vincolata dalle convenzioni internazionali; le convenzioni internazionali sanciscono il principio del «migliore interesse»; e il migliore interesse, per un figlio, è di «essere accudito dalla nascita da una coppia che ha condiviso (persino violando la legge) la decisione di farlo venire al mondo». Così, pure la messa al bando dell’utero in affitto, che la Consulta condivide, avendo stabilito che la pratica «offende in modo intollerabile la dignità delle donne», nonostante la maggioranza di centrodestra l’abbia trasformata in reato universale, quindi perseguibile anche se commesso all’estero, dipende dalla buona volontà dei magistrati: quello di Pesaro, giorni fa, ha permesso l’adozione di un bambino nato all’estero da surrogata al «secondo papà» di una coppia gay.
Dopodiché, forse è arrivato il momento di uscire dalla favoletta del Mulino Bianco che, immancabilmente, gli editoriali costruiscono ogniqualvolta ci siano di mezzo le pretese delle famiglie arcobaleno. Venerdì scorso, ad esempio, la filosofa Michela Marzano ribadiva che la genitorialità non si fonda sulla biologia o su patenti di moralità, bensì su «un desiderio forte e responsabile» di coniugi capaci di trasmettere «amore», di conferire «protezione», di assicurare «accudimento» e «stabilità». Poi si leggono le pagine dei giornali entusiasti della svolta e si scoprono storie come quella di Valentina Borlato, «separata dopo otto anni di convivenza e due gemelle di quattro anni», privata della delega dalla ex, che ora spera di poter riacquistare il diritto di vedere le piccole, nel frattempo «sobillate» dalla mamma biologica. Altro che stabilità e accudimento. Altro che amore e protezione. E quanto alle contraddizioni prodotte dalla Consulta - due madri sì, due padri no - l’intervista di Alessandro Cecchi Paone, ospitata ieri sempre dal Corsera, è illuminante, laddove il conduttore denuncia la «legge crudele» che gli impedisce di adottare la figlia del compagno. «Purtroppo la madre ora la vuole nelle Marche» e lui non può farci nulla. Pensate un po’: la madre la vuole. S’è rivoltato il mondo.





