Per il ritorno della Tetralogia di Richard Wagner al Teatro alla Scala di Milano, il musicologo Marco Targa ci guida nella trama e nella musica del Ring, dall’Oro del Reno fino al Crepuscolo degli dei, soffermandosi sulla celeberrima Cavalcata delle Valchirie.
Foto di scena di Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk (Brescia & Amisano/Teatro alla Scala)
L’evento meneghino raccoglie 3 milioni, confermando la rinascita della lirica, marchio italiano quanto e più della cucina. Ora manca solo la riforma promessa dal governo.
Anche senza Sergio Mattarella - è al terzo forfait consecutivo - stasera il Teatro alla Scala fa il record d’incasso: quasi 3 milioni con biglietti pagati fino a 3.200 euro. È tanto? Forse è addirittura poco. Perché il melodramma, la lirica, sono uno dei massimi valori della cultura e dello stile italiani. Quanto all’assenza del presidente della Repubblica, si rincorrono le voci più disparate.
L’anno scorso e quello prima doveva essere a Parigi per la riapertura di Notre-Dame. Stavolta voci di corridoio dicono che potrebbe entrarci la scelta fatta dal direttore artistico, Riccardo Chailly, al suo ultimo anno a Milano, in concordia col nuovo sovrintendente, Fortunato Ortombina, di mettere in scena un’opera che non piaceva neppure a Stalin: Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Dmitri Shostakovich. Ma Chailly, fermissimo nel proposito, ha ricordato che tra Scala e Russia c’è un legame inscindibile fin dai tempi di Arturo Toscanini.
La Prima del teatro meneghino è da sempre però anche un evento politico; tant’ è - absit iniura verbis - che scatta il comma Nanni Moretti: mi si nota di più se ci sono o se non ci sono? Non ci sarà con tutta probabilità il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ed è atteso il forfait del presidente del Senato, Ignazio La Russa. Il sindaco Giuseppe Sala nel palco reale starà larghissimo. Stipato all’inverosimile con «mises» da settimana della moda sarà invece il foyer. E da lì si dovrebbe partire per fare un ragionamento. Ad esempio: la parte di Katerina è affidata a Sara Jakubiak, americana che ha studiato in Germania, dove è stata consacrata. Viene da chiedersi: che fine hanno fatto i grandissimi soprani italiani? E dopo Luciano Pavarotti (al netto che a Pesaro ne abbiano ingabbiato la statua in una pista di pattinaggio con uno sfregio che ha fatto il giro del mondo) che è accaduto?
Tra tre giorni la cucina italiana sarà riconosciuta patrimonio immateriale mondiale dell’umanità dall’Unesco, un evento che ha una ricaduta economica assai rilevante. Ma anche il canto lirico italiano è dal 2023 patrimonio mondiale dell’umanità e viene da chiedersi non solo se si realizzerà - com’è auspicabile - una sinergia tra canto e piatto che definisce al massimo livello possibile il valore Italia, ma perché ciò che vale per la tagliatella non vale per «l’intermezzo» di Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni una coinvolgente tarantella? Perché il teatro lirico da tempo soffre in Italia di sottovalutazione e di asfissia economica. È settore larghissimamente sovvenzionato e politicizzato (il caso di Beatrice Venezi ne è viva e sguaiata testimonianza) che ha perduto dinamicità imprenditoriale. Una dimostrazione è stato il centenario pucciniano, scivolato via senza troppa attenzione. Eppure Giacomo Puccini fu genio assoluto.
Ci sarà, stasera a Milano, il ministro della Cultura, Alessandro Giuli. E da lui parte una iniziativa per il rilancio dei teatri d’opera. La riforma dovrebbe esser varata entro il prossimo anno: il sottosegretario Giancarlo Mazzi - ne sa di organizzazione di concerti - ha scritto che 12 dei palcoscenici oggi Fondazioni liriche diventeranno Gran teatri d’opera. Nuovo sistema sinergico di vendita dei biglietti, un corpo di ballo nazionale, obbligo di avere direttore artistico e direttore marketing. Si cambiano i consigli di amministrazione con meno poteri ai sindaci e più ai ministeri della Cultura e dell’Economia. E si punta a una gestione manageriale, perché dei 420 milioni del Fus (Fondo unico per lo spettacolo), l’opera se ne «mangia 200 e serve cambiare. Peraltro, dopo il Covid, i palcoscenici lirici hanno avuto un rinascimento, ma hanno bisogno di un vigoroso ammodernamento. Il sold out di stasera della Scala dimostra che la lirica è un buon affare.
L’ultimo bilancio ha chiuso con 130 milioni di fatturato, quasi 9 di utile e il contributo pubblico incide per un terzo: il resto sono soldi di privati. Lo stesso vale per l’Arena di Verona - genera, ha stimato Nomisma, un indotto che vale 2 miliardi e impiega quasi 6.000 persone - che deve il 71% del valore della produzione a risorse proprie, col contributo pubblico sotto il 29%. La Siae certifica che nel 2024 si sono staccati biglietti d’opera per 110 milioni, ogni spettatore ha speso in media 51 euro e ogni euro ne genera 6,3 di moltiplicatore. Un volano potente che unito, ad esempio, alla cucina, ci manda in mete nel turismo. Lo sanno bene nel resto del mondo, dove la lirica è sacra. Lo sa meno l’Italia che pure gode, grazie al melodramma, di un primato culturale: le maggiori programmazioni sono nella nostra lingua e i grandi cantanti studiano in italiano! Da qui la necessità di cambiare.
A oggi le 12 fondazioni a statuto ordinario, salvo alcune eccezioni (Arena, Opera di Roma e San Carlo di Napoli), stanno in piedi per i contributi pubblici che arrivano da più rivoli. Le due fondazioni speciali, Scala e Accademia di Santa Cecilia di Roma, dimostrano, al contrario, che con un fatturato che supera i 110 milioni si possono ottenere risultati economici soddisfacenti, oltre ad attivare un potente indotto.
C’è dunque un rinnovato interesse del governo per la lirica che parte dalla Scala. Con Cho Cho San-Madama Butterfly, appassionati e artisti intonano perciò: un bel dì vedremo levarsi un fil di fumo? E la speranza!
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Ritratto di Cesarina Gurgo Salice o Ritratto di signora, 1922, olio su tavola, 72 x 60 cm. Collezione privata. Photo Credit: Andrea Guermani. © Felice Casorati by SIAE
Sospeso fra Simbolismo e Realismo Magico, ma con una cifra stilistica unica e inconfondibile, a 35 anni dall’ultima esposizione Milano torna a celebrare l’arte di Felice Casorati con una grande monografica di oltre 100 opere. Tra pitture, sculture, bozzetti e opere grafiche, dagli esordi dei primi anni del Novecento fino agli anni Cinquanta, la mostra racconta la parabola artistica e di vita di uno degli artisti più noti del XX° secolo.
Sarà che la sottoscritta ha un debole per il Realismo Magico e la pittura metafisica e surrealista, sarà che Felice Casorati è tra i miei artisti prediletti (insieme a Giorgio De Chirico, Carlo Carrà, Renè Magritte e Salvador Dalì), personalmente credo che la grande monografica allestita nelle sale di Palazzo Reale non solo sia tra le mostre «imperdibili » del 2025, ma tra le «imperdibili » in senso assoluto.
Pittore (innanzitutto), ma anche grafico, scenografo, architetto, scultore e - come lui stesso amava dire - posseduto dal «demone della musica al pari di quello della pittura» Felice Casorati (Novara,1883 - Torino,1963) torna nel capoluogo meneghino dopo 35 anni di assenza. E lo fa in modo trionfale, con oltre cento pezzi esposti in 14 sale, un allestimento prezioso nella sua semplicità di tinte pastello , perfettamente in sintonia con la sobrietà elegante dei capolavori esposti. Con i ritratti soprattutto, enigmatici e misteriosi, inquieti e melanconici, calati in una dimensione atemporale, di attesa perenne e di smarrimento, occhi grandi che sembrano scrutare chi li osserva, sorrisi indecifrabili, pose statiche, contorni definiti. Come il Ritratto di Renato Gualino o il Ritratto di Signora o, ancora, la maestosa Silvana Cenni, ieratica figura femminile ritratta seduta su una sedia coperta da un panno decorato e con lo sguardo rivolto verso il basso. Un’opera di struggente e straordinaria bellezza , un’ icona metafisica ispirata alla misura classica quattrocentesca e alle pale d’altare di Piero della Francesca.
Un percorso espositivo suggestivo e coinvolgente, che si apre con il Ritratto della Sorella Elvira (esposto alla Biennale di Venezia del 1907) e si chiude con un gruppo di scenografie realizzate per il Teatro alla Scala, segno tangibile di quanto fosse forte il legame fra Casorati e Milano, la città vivace e ricca di fermenti che, negli anni Venti, gli aprì le porte al mercato dell’arte. In mezzo, a coprire un lasso di tempo che va dai primi del ‘900 agli anni ’50, i momenti salienti della sua carriera e i temi pittorici più ricorrenti: le allegorie, le maschere, le conversazioni, la malinconia e, infine, le nature morte (uova e limoni in particolare), tipiche dell’«ultimo Casorati». Fra i pezzi forti dell’esposizione, raramente visibile dal grande pubblico, l’ Annunciazione, un’opera del 1927 in cui il divino si manifesta sotto forma di donna (due per la precisione), tra una luce naturalissima e la geometria complessa ed enigmatica dello spazio.
Davanti a un quadro, diceva Casorati, «vorrei poter arrestare il corso del pensiero e aprire, aprire al massimo gli occhi». In pratica, quello che succede visitando la retrospettiva milanese che, come hanno ben sottolineato i curatori (Giorgina Bertolino, Fernando Mazzocca e Francesco Poli) «… è stata pensata per trasportare i visitatori all’interno dell’universo poetico di Casorati, invitandoli a immergersi nei suoi ambienti (gli interni e lo studio, teatro concettuale della sua intera poetica), conducendoli tra le figure pensose e malinconiche, emblemi riflessivi di un’umanità partecipe e di una profonda filosofia esistenziale. Le sale di Palazzo Reale costituiscono il contesto aulico perfetto per ricostruire la dimensione silenziosa, fatta di pause, contrappunti e vuoti, emanata dalle opere stesse».
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