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2020-02-19
Consip, altro che complotto contro Renzi. Il gip: «Non hanno indagato sul gran capo»
Tiziano Renzi e Laura Bovoli (Ansa)
L'ordinanza del gip Gaspare Sturzo, tra le molte sorprese, ci restituisce un'immagine fiammeggiante di Tiziano Renzi, dopo che la Procura di Roma aveva provato a rivendercelo come un mesto pensionato turlupinato dall'amico millantatore Carlo Russo. Ora dalle carte riemerge il babbo che conoscevamo, un lobbista con l'argento vivo addosso. Almeno nel 2015. Cosa che sta emergendo anche in una parallela inchiesta fiorentina.
Nel 2016, grazie a mirate fughe di notizie sull'inchiesta, l'uomo diventa più prudente ed evita di continuare a frequentare il «faccendiere professionista» Russo, suo ex stretto collaboratore, intorno al quale il Giglio magico stende un «cordone sanitario». Ma è a quel punto che Russo, mentre è in quarantena stile coronavirus, si incattivisce e tenta persino, secondo il giudice, un'estorsione ai danni dell'ex ad di Consip Luigi Marroni, un soggetto «bizzarro», quest'ultimo, a giudizio della toga, uno capace di incontrare per sette volte Russo e non ricordarsi dopo cotanti incontri quale fosse la società che il suo interlocutore aveva così fortemente sponsorizzato. Sempre Marroni, secondo Sturzo, avrebbe salvaguardato Tiziano Renzi nei suoi interrogatori: «Cominciava a riferire circostanze […], ad avviso di questo giudice, singolarmente volte, apparentemente, ad alleggerire la posizione del Renzi Tiziano».
Quest'ultimo nel 2015 incontra più volte l'amministratore delegato, su richiesta di Russo, a sua volta in contatto con l'imprenditore Alfredo Romeo, il presunto corruttore in cima alla filiera. E quando la questione delle gare Consip sembra complicarsi, Russo dice a Tiziano che serve «un rinforzino».
Il 13 settembre 2015 Renzi senior, super attivo, scrive su una chat criptata: «Parlato con colorato (Marroni, ndr) manda sms poi chiamalo sennò non risponde». Il faccendiere risponde di aver già fissato con la segretaria per il martedì successivo e il 15 settembre riscrive a Renzi senior: «Incontrato. Verifica e mi dice. Se intanto tu riuscissi a far/far fare un rinforzino sarebbe cosa buona». Per Sturzo gli imprenditori in gara si affidano ai loro «padrini politici»: Tiziano Renzi è quello di Romeo, Denis Verdini spinge il contendente Ezio Bigotti. Il 29 settembre Russo rivede Marroni e il 4 ottobre tocca a Renzi senior incontrarlo, come sempre «per strada», in piazza Santo Spirito a Firenze. Il giudice appunta: «È giusto chiedersi se dopo la cosiddetta “verifica", il colloquio in piazza Santo Spirito sia servito a dare quel richiesto rinforzino».
Appena due mesi prima, il 16 luglio 2015, Renzi senior e Romeo si erano conosciuti personalmente a Firenze, grazie a Russo. Le impressioni erano state buone e Tiziano, secondo il giudice, si sarebbe messo a disposizione, «anche se non poteva non tenere conto degli altri interessi in giuoco, prevalenti e di equilibrio politico» (vedi l'impegno di Verdini al fianco di Bigotti): «Speriamo non mi mettano ostacoli» si augurava il babbo. Durante l'appuntamento fiorentino si era parlato con ogni probabilità di alcuni appalti di Grandi stazioni che interessavano a Romeo.
L'abboccamento si tenne a due passi dall'ufficio dell'imprenditore Luigi Dagostino. E probabilmente non è un caso. Proprio in quei giorni di luglio Renzi senior stava facendo pressione per farsi pagare dall'ex azienda di Dagostino una fattura da 170.800 euro per una presunta prestazione inesistente. Il 17 giugno aveva incassato altri 24.400 euro. Proprio in quella data Dagostino aveva ottenuto, grazie ai buoni uffici di Tiziano, di portare un magistrato che indagava sui suoi commerci, al cospetto di Luca Lotti a Palazzo Chigi. Circa un anno fa la procura di Firenze ha iscritto sul registro degli indagati Dagostino e Renzi senior per traffico d'influenze. La maledizione dell'estate 2015.
Nel frattempo, per quei due bonifici, babbo Tiziano, la moglie Laura Bovoli e Dagostino sono stati condannati per false fatture. Insomma un lustro fa Renzi senior era un lobbista iperattivo, anche se la Procura di Roma non vi ha trovato nulla di illecito. Il genitore del fu Rottamatore in quei mesi si appoggia a un ufficio in via degli Scialoja a Roma che condivide con il cognato Andrea Conticini e Patrizio Donnini, un altro nome che figura nelle carte di Consip.
Anche se Sturzo non incrocia tutti questi dati, ne ha a sufficienza per poter scrivere: «Il traffico illecito di influenze in concorso tra Romeo Alfredo e Bocchino Italo, Russo Carlo e Renzi Tiziano presso il pubblico ufficiale Marroni Luigi si deve intendere effettivamente realizzato, avendo l'illecita proposta effettivamente raggiunto il Marroni, “in relazione alla richiesta del compimento di un atto contrario d'ufficio di amministratore delegato della Consip" quale la turbativa d'asta della gara Fm4 […] per facilitare una società caldeggiata da Russo Carlo e Renzi Tiziano». In cambio Russo ottenne un contratto di lavoro da una delle aziende di Romeo per la sorella della convivente, ospitalità negli alberghi del gruppo e promesse di soldi in nero e di contratti. Tutto questo tra l'11 settembre e il 10 novembre 2015. Poi, come anticipato, il Giglio magico viene a sapere che Russo è bruciato e viene emarginato. Quando chiede a Tiziano un contatto con il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi, anche il babbo cerca di «staccare la spina»: «Io non ho rapporti con lui e non so di cosa parli. Meglio se fai da solo. Scusa». È il 29 settembre 2016 e come spiega Russo a Romeo, Tiziano è da poco stato «pedinato» (cosa che è in effetti avvenuta). Il babbo sa di essere sotto indagine e ai primi di ottobre lo rivela alla sua cerchia più ristretta. Il 6 novembre, come ricorda Sturzo più volte, La Verità fa lo scoop e annuncia l'inchiesta pubblicamente. Il 7 dicembre Tiziano, tramite un amico, chiede a Russo di non contattarlo più.
Adesso la Procura avrà tre mesi per ristudiare le due mediazioni sospette contestate a Renzi senior (quella su Marroni e sull'ad di Grandi stazioni Silvio Gizzi) e prendere una decisione che per il gip, si intuisce, difficilmente potrà essere la richiesta di archiviazione, alla luce della nuova ricostruzione dei fatti.
«Non si è andati a fondo su Palazzo Chigi»
Nei giorni caldi di Consip, con il fascicolo approdato da Napoli a Roma, il Bullo se ne andava in giro per trasmissioni tv a propagandare che si trattava di un complottone. Un'inchiesta farsa che mirava a colpire il presidente del Consiglio. Ora, però, a leggere le 191 pagine dell'ordinanza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma Gaspare Sturzo, con le quali viene rigettata la richiesta di archiviazione della Procura e vengono disposte nuove indagini, sembra che di sviste sul Giglio magico in quel fascicolo ce ne sia più d'una. E lui, Matteo Renzi, da vittima del complotto sembra raffigurato dal gip quasi come un convitato di pietra.
fondazione open
Il suo nome filtra pagina dopo pagina e, in un crescendo, arriva a ripetersi per ben 34 volte. Ma non è l'unico che desta attenzione. Al giudice, per esempio, è apparso strano che nei cellulari sequestrati «non sembra si sia effettuata alcuna ricerca con le chiavi Lotti, Verdini, Denis, Bigotti, Abrignani, Bocchino». E tante altre. «Tutti temi», sentenzia il gip, «che oltre all'esame delle memorie dei telefoni andrebbero sviluppati sui supporti informatici e che rendono la ricerca allo stato insufficiente rispetto allo sviluppo delle indagini».
Non si sarebbe andato a fondo neanche «sui soggetti non meglio individuati che operavano possibili funzioni pubbliche da Palazzo Chigi, o meglio dalla sede della presidenza del Consiglio del governo italiano». Nelle telefonate intercettate, infatti, si fa riferimento a un «grande capo» che chiama da «Palazzo Chigi». Un personaggio misterioso che, per ora, resta nell'ombra. È attorno a Luigi Marroni, in quel momento amministratore delegato di Consip, che ruotano tutti i personaggi al centro dell'inchiesta. Ma anche buona parte del Giglio magico.
C'è un gruppo, chiamato dal dirigente di Consip Francesco Licci «la corrente», che il gip individua come collegato a Luca Lotti e a Filippo Vannoni, numero uno di Publiacqua ed ex consigliere di Renzi a Palazzo Chigi. Ed è in questo contesto che salta fuori il nome dell'avvocato Alberto Bianchi, in quel momento presidente della Fondazione Open ma anche consulente legale di Consip. «Quanto alla vicenda Bianchi», annota il giudice, «il richiamo alla chiamata da Palazzo Chigi è un dato tutto aperto e ancora interamente da spiegare anche quanto alle decisioni successive su gare di appalto Consip ancora aperte». Il gip valuta: «Il fatto che Bianchi sia legato a Renzi e a Luca Lotti e a Maria Elena Boschi, appare ricostruito dai carabinieri in atti, che fanno cenno anche alla Fondazione Open. Ebbene, da questo punto di vista si deve comprendere come mai [...] il Marroni di volta in volta sembra cancellare qualsiasi riferimento che possa spostare le indagini in corso, e così già gravemente compromesse dalle fughe di notizie che la Procura ritiene aver individuato attorno ai soggetti per cui ha proceduto, quando si arrivi nelle vicinanze di questa forza di governo, che pure lo aveva nominato, o verso gli alleati della stessa».
E perfino su un messaggio inviato da Carlo Russo a Francesco Bonifazi, il tesoriere del Pd che guidava anche la fondazione Eyu, «nessun accertamento», sottolinea il giudice, «sembra sia stato fatto». Il messaggio evidenzia che Russo voleva essere considerato quale «unico interlocutore di qualcuno con cui debba avere rapporti privilegiati», scrive il giudice, «soprattutto «senza che venga fuori il nome di “T"». Secondo la toga «non si fa fatica a collegare il messaggio nella dinamica Tiziano Renzi-Carlo Russo-Alfredo Romeo». In questa ottica il gip ritiene «rafforzato» il coinvolgimento di babbo Renzi ma, aggiunge, «con la congiunta necessità di verificare il ruolo stesso di Bonifazi, altro deputato Pd notoriamente vicino all'epoca dei fatti a Matteo Renzi». Rimettere a posto tutti i tasselli, però, non sarà facile. Anche perché a Marroni, per esempio, la Procura non ha chiesto conto neppure del fatto che non ricordasse, «dopo ben sette incontri con Carlo Russo», il nome della società per cui era stato chiesto l'intervento. Sul «facilitatore» Russo, compagno d'avventure imprenditoriali di babbo Renzi, il gip ritiene che «troppo frettolosamente sia stato formato l'assunto del pm» sul «millantatore» di cui sarebbero rimasti vittime «astutissimi e avvedutissimi imprenditori, consulenti, amministratori di stazioni appaltanti, alti burocrati, politici e loro parenti».
E allora rende più preciso il suo ruolo: «In sostanza Russo, quale faccendiere di un certo spessore, era certamente in grado di agire per facilitare scorciatoie relazionali a vicende imprenditoriali e politiche interconnesse tra loro. In tali operazioni, evidentemente, era in grado di vendere cose vere, verosimili, possibili, probabili e secondo le esigenze, raccontare cose false per raggiungere le sue finalità». Quali? «Trafficare influenze in modo illecito, ricevendo la promessa o la consegna di corrispettivi in denaro o altre utilità, quale prezzo per la sua mediazione presso il pubblico ufficiale».
la gara fm4
E per sgombrare il campo da ogni dubbio, aggiunge: «Il traffico illecito di influenze in concorso tra Alfredo Romeo e Italo Bocchino, Carlo Russo e Tiziano Renzi presso il pubblico ufficiale Marroni si deve intendere effettivamente realizzato». Poi fa una lezioncina di diritto ai colleghi: «L'illecita proposta ha realmente raggiunto il Marroni, in relazione alla richiesta del compimento di un atto contrario all'ufficio di amministratore delegato della Consip quale la turbativa d'asta della gara Fm4». Altro che millanterie. Sulla posizione di Russo il gip deve aver ritenuto l'azione della Procura un po' blanda, visto che, nello spiegare come andava configurata l'accusa, sottolinea: «In sostanza, la valutazione di questo giudice sulla continenza e correttezza del complessivo operato del pm sulla riqualificazione della posizione del traffico illecito di influenze in millantato credito, allo stato degli atti, [...] ha avuto esito negativo».
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Respinta la richiesta di archiviazione: regge l'accusa di traffico di influenze in due mediazioni. Il padre del Rottamatore sarebbe stato centrale fino a quando non ci sono state delle fughe di notizie.Il giudice per le indagini preliminari smonta il presunto complotto evocato dall'ex premier. Anzi, critica le indagini e parla di un «grande capo» per ora anonimo e di «soggetti non meglio individuati che operavano possibili funzioni pubbliche dalla sede della presidenza del Consiglio».Lo speciale contiene due articoli.L'ordinanza del gip Gaspare Sturzo, tra le molte sorprese, ci restituisce un'immagine fiammeggiante di Tiziano Renzi, dopo che la Procura di Roma aveva provato a rivendercelo come un mesto pensionato turlupinato dall'amico millantatore Carlo Russo. Ora dalle carte riemerge il babbo che conoscevamo, un lobbista con l'argento vivo addosso. Almeno nel 2015. Cosa che sta emergendo anche in una parallela inchiesta fiorentina. Nel 2016, grazie a mirate fughe di notizie sull'inchiesta, l'uomo diventa più prudente ed evita di continuare a frequentare il «faccendiere professionista» Russo, suo ex stretto collaboratore, intorno al quale il Giglio magico stende un «cordone sanitario». Ma è a quel punto che Russo, mentre è in quarantena stile coronavirus, si incattivisce e tenta persino, secondo il giudice, un'estorsione ai danni dell'ex ad di Consip Luigi Marroni, un soggetto «bizzarro», quest'ultimo, a giudizio della toga, uno capace di incontrare per sette volte Russo e non ricordarsi dopo cotanti incontri quale fosse la società che il suo interlocutore aveva così fortemente sponsorizzato. Sempre Marroni, secondo Sturzo, avrebbe salvaguardato Tiziano Renzi nei suoi interrogatori: «Cominciava a riferire circostanze […], ad avviso di questo giudice, singolarmente volte, apparentemente, ad alleggerire la posizione del Renzi Tiziano». Quest'ultimo nel 2015 incontra più volte l'amministratore delegato, su richiesta di Russo, a sua volta in contatto con l'imprenditore Alfredo Romeo, il presunto corruttore in cima alla filiera. E quando la questione delle gare Consip sembra complicarsi, Russo dice a Tiziano che serve «un rinforzino». Il 13 settembre 2015 Renzi senior, super attivo, scrive su una chat criptata: «Parlato con colorato (Marroni, ndr) manda sms poi chiamalo sennò non risponde». Il faccendiere risponde di aver già fissato con la segretaria per il martedì successivo e il 15 settembre riscrive a Renzi senior: «Incontrato. Verifica e mi dice. Se intanto tu riuscissi a far/far fare un rinforzino sarebbe cosa buona». Per Sturzo gli imprenditori in gara si affidano ai loro «padrini politici»: Tiziano Renzi è quello di Romeo, Denis Verdini spinge il contendente Ezio Bigotti. Il 29 settembre Russo rivede Marroni e il 4 ottobre tocca a Renzi senior incontrarlo, come sempre «per strada», in piazza Santo Spirito a Firenze. Il giudice appunta: «È giusto chiedersi se dopo la cosiddetta “verifica", il colloquio in piazza Santo Spirito sia servito a dare quel richiesto rinforzino».Appena due mesi prima, il 16 luglio 2015, Renzi senior e Romeo si erano conosciuti personalmente a Firenze, grazie a Russo. Le impressioni erano state buone e Tiziano, secondo il giudice, si sarebbe messo a disposizione, «anche se non poteva non tenere conto degli altri interessi in giuoco, prevalenti e di equilibrio politico» (vedi l'impegno di Verdini al fianco di Bigotti): «Speriamo non mi mettano ostacoli» si augurava il babbo. Durante l'appuntamento fiorentino si era parlato con ogni probabilità di alcuni appalti di Grandi stazioni che interessavano a Romeo.L'abboccamento si tenne a due passi dall'ufficio dell'imprenditore Luigi Dagostino. E probabilmente non è un caso. Proprio in quei giorni di luglio Renzi senior stava facendo pressione per farsi pagare dall'ex azienda di Dagostino una fattura da 170.800 euro per una presunta prestazione inesistente. Il 17 giugno aveva incassato altri 24.400 euro. Proprio in quella data Dagostino aveva ottenuto, grazie ai buoni uffici di Tiziano, di portare un magistrato che indagava sui suoi commerci, al cospetto di Luca Lotti a Palazzo Chigi. Circa un anno fa la procura di Firenze ha iscritto sul registro degli indagati Dagostino e Renzi senior per traffico d'influenze. La maledizione dell'estate 2015. Nel frattempo, per quei due bonifici, babbo Tiziano, la moglie Laura Bovoli e Dagostino sono stati condannati per false fatture. Insomma un lustro fa Renzi senior era un lobbista iperattivo, anche se la Procura di Roma non vi ha trovato nulla di illecito. Il genitore del fu Rottamatore in quei mesi si appoggia a un ufficio in via degli Scialoja a Roma che condivide con il cognato Andrea Conticini e Patrizio Donnini, un altro nome che figura nelle carte di Consip.Anche se Sturzo non incrocia tutti questi dati, ne ha a sufficienza per poter scrivere: «Il traffico illecito di influenze in concorso tra Romeo Alfredo e Bocchino Italo, Russo Carlo e Renzi Tiziano presso il pubblico ufficiale Marroni Luigi si deve intendere effettivamente realizzato, avendo l'illecita proposta effettivamente raggiunto il Marroni, “in relazione alla richiesta del compimento di un atto contrario d'ufficio di amministratore delegato della Consip" quale la turbativa d'asta della gara Fm4 […] per facilitare una società caldeggiata da Russo Carlo e Renzi Tiziano». In cambio Russo ottenne un contratto di lavoro da una delle aziende di Romeo per la sorella della convivente, ospitalità negli alberghi del gruppo e promesse di soldi in nero e di contratti. Tutto questo tra l'11 settembre e il 10 novembre 2015. Poi, come anticipato, il Giglio magico viene a sapere che Russo è bruciato e viene emarginato. Quando chiede a Tiziano un contatto con il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi, anche il babbo cerca di «staccare la spina»: «Io non ho rapporti con lui e non so di cosa parli. Meglio se fai da solo. Scusa». È il 29 settembre 2016 e come spiega Russo a Romeo, Tiziano è da poco stato «pedinato» (cosa che è in effetti avvenuta). Il babbo sa di essere sotto indagine e ai primi di ottobre lo rivela alla sua cerchia più ristretta. Il 6 novembre, come ricorda Sturzo più volte, La Verità fa lo scoop e annuncia l'inchiesta pubblicamente. Il 7 dicembre Tiziano, tramite un amico, chiede a Russo di non contattarlo più. Adesso la Procura avrà tre mesi per ristudiare le due mediazioni sospette contestate a Renzi senior (quella su Marroni e sull'ad di Grandi stazioni Silvio Gizzi) e prendere una decisione che per il gip, si intuisce, difficilmente potrà essere la richiesta di archiviazione, alla luce della nuova ricostruzione dei fatti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/consip-nuove-indagini-su-babbo-renzi-la-telefonata-serve-un-rinforzino-2645186423.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-si-e-andati-a-fondo-su-palazzo-chigi" data-post-id="2645186423" data-published-at="1778715684" data-use-pagination="False"> «Non si è andati a fondo su Palazzo Chigi» Nei giorni caldi di Consip, con il fascicolo approdato da Napoli a Roma, il Bullo se ne andava in giro per trasmissioni tv a propagandare che si trattava di un complottone. Un'inchiesta farsa che mirava a colpire il presidente del Consiglio. Ora, però, a leggere le 191 pagine dell'ordinanza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma Gaspare Sturzo, con le quali viene rigettata la richiesta di archiviazione della Procura e vengono disposte nuove indagini, sembra che di sviste sul Giglio magico in quel fascicolo ce ne sia più d'una. E lui, Matteo Renzi, da vittima del complotto sembra raffigurato dal gip quasi come un convitato di pietra. fondazione open Il suo nome filtra pagina dopo pagina e, in un crescendo, arriva a ripetersi per ben 34 volte. Ma non è l'unico che desta attenzione. Al giudice, per esempio, è apparso strano che nei cellulari sequestrati «non sembra si sia effettuata alcuna ricerca con le chiavi Lotti, Verdini, Denis, Bigotti, Abrignani, Bocchino». E tante altre. «Tutti temi», sentenzia il gip, «che oltre all'esame delle memorie dei telefoni andrebbero sviluppati sui supporti informatici e che rendono la ricerca allo stato insufficiente rispetto allo sviluppo delle indagini». Non si sarebbe andato a fondo neanche «sui soggetti non meglio individuati che operavano possibili funzioni pubbliche da Palazzo Chigi, o meglio dalla sede della presidenza del Consiglio del governo italiano». Nelle telefonate intercettate, infatti, si fa riferimento a un «grande capo» che chiama da «Palazzo Chigi». Un personaggio misterioso che, per ora, resta nell'ombra. È attorno a Luigi Marroni, in quel momento amministratore delegato di Consip, che ruotano tutti i personaggi al centro dell'inchiesta. Ma anche buona parte del Giglio magico. C'è un gruppo, chiamato dal dirigente di Consip Francesco Licci «la corrente», che il gip individua come collegato a Luca Lotti e a Filippo Vannoni, numero uno di Publiacqua ed ex consigliere di Renzi a Palazzo Chigi. Ed è in questo contesto che salta fuori il nome dell'avvocato Alberto Bianchi, in quel momento presidente della Fondazione Open ma anche consulente legale di Consip. «Quanto alla vicenda Bianchi», annota il giudice, «il richiamo alla chiamata da Palazzo Chigi è un dato tutto aperto e ancora interamente da spiegare anche quanto alle decisioni successive su gare di appalto Consip ancora aperte». Il gip valuta: «Il fatto che Bianchi sia legato a Renzi e a Luca Lotti e a Maria Elena Boschi, appare ricostruito dai carabinieri in atti, che fanno cenno anche alla Fondazione Open. Ebbene, da questo punto di vista si deve comprendere come mai [...] il Marroni di volta in volta sembra cancellare qualsiasi riferimento che possa spostare le indagini in corso, e così già gravemente compromesse dalle fughe di notizie che la Procura ritiene aver individuato attorno ai soggetti per cui ha proceduto, quando si arrivi nelle vicinanze di questa forza di governo, che pure lo aveva nominato, o verso gli alleati della stessa». E perfino su un messaggio inviato da Carlo Russo a Francesco Bonifazi, il tesoriere del Pd che guidava anche la fondazione Eyu, «nessun accertamento», sottolinea il giudice, «sembra sia stato fatto». Il messaggio evidenzia che Russo voleva essere considerato quale «unico interlocutore di qualcuno con cui debba avere rapporti privilegiati», scrive il giudice, «soprattutto «senza che venga fuori il nome di “T"». Secondo la toga «non si fa fatica a collegare il messaggio nella dinamica Tiziano Renzi-Carlo Russo-Alfredo Romeo». In questa ottica il gip ritiene «rafforzato» il coinvolgimento di babbo Renzi ma, aggiunge, «con la congiunta necessità di verificare il ruolo stesso di Bonifazi, altro deputato Pd notoriamente vicino all'epoca dei fatti a Matteo Renzi». Rimettere a posto tutti i tasselli, però, non sarà facile. Anche perché a Marroni, per esempio, la Procura non ha chiesto conto neppure del fatto che non ricordasse, «dopo ben sette incontri con Carlo Russo», il nome della società per cui era stato chiesto l'intervento. Sul «facilitatore» Russo, compagno d'avventure imprenditoriali di babbo Renzi, il gip ritiene che «troppo frettolosamente sia stato formato l'assunto del pm» sul «millantatore» di cui sarebbero rimasti vittime «astutissimi e avvedutissimi imprenditori, consulenti, amministratori di stazioni appaltanti, alti burocrati, politici e loro parenti». E allora rende più preciso il suo ruolo: «In sostanza Russo, quale faccendiere di un certo spessore, era certamente in grado di agire per facilitare scorciatoie relazionali a vicende imprenditoriali e politiche interconnesse tra loro. In tali operazioni, evidentemente, era in grado di vendere cose vere, verosimili, possibili, probabili e secondo le esigenze, raccontare cose false per raggiungere le sue finalità». Quali? «Trafficare influenze in modo illecito, ricevendo la promessa o la consegna di corrispettivi in denaro o altre utilità, quale prezzo per la sua mediazione presso il pubblico ufficiale». la gara fm4 E per sgombrare il campo da ogni dubbio, aggiunge: «Il traffico illecito di influenze in concorso tra Alfredo Romeo e Italo Bocchino, Carlo Russo e Tiziano Renzi presso il pubblico ufficiale Marroni si deve intendere effettivamente realizzato». Poi fa una lezioncina di diritto ai colleghi: «L'illecita proposta ha realmente raggiunto il Marroni, in relazione alla richiesta del compimento di un atto contrario all'ufficio di amministratore delegato della Consip quale la turbativa d'asta della gara Fm4». Altro che millanterie. Sulla posizione di Russo il gip deve aver ritenuto l'azione della Procura un po' blanda, visto che, nello spiegare come andava configurata l'accusa, sottolinea: «In sostanza, la valutazione di questo giudice sulla continenza e correttezza del complessivo operato del pm sulla riqualificazione della posizione del traffico illecito di influenze in millantato credito, allo stato degli atti, [...] ha avuto esito negativo».
Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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