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2020-02-19
Consip, altro che complotto contro Renzi. Il gip: «Non hanno indagato sul gran capo»
Tiziano Renzi e Laura Bovoli (Ansa)
L'ordinanza del gip Gaspare Sturzo, tra le molte sorprese, ci restituisce un'immagine fiammeggiante di Tiziano Renzi, dopo che la Procura di Roma aveva provato a rivendercelo come un mesto pensionato turlupinato dall'amico millantatore Carlo Russo. Ora dalle carte riemerge il babbo che conoscevamo, un lobbista con l'argento vivo addosso. Almeno nel 2015. Cosa che sta emergendo anche in una parallela inchiesta fiorentina.
Nel 2016, grazie a mirate fughe di notizie sull'inchiesta, l'uomo diventa più prudente ed evita di continuare a frequentare il «faccendiere professionista» Russo, suo ex stretto collaboratore, intorno al quale il Giglio magico stende un «cordone sanitario». Ma è a quel punto che Russo, mentre è in quarantena stile coronavirus, si incattivisce e tenta persino, secondo il giudice, un'estorsione ai danni dell'ex ad di Consip Luigi Marroni, un soggetto «bizzarro», quest'ultimo, a giudizio della toga, uno capace di incontrare per sette volte Russo e non ricordarsi dopo cotanti incontri quale fosse la società che il suo interlocutore aveva così fortemente sponsorizzato. Sempre Marroni, secondo Sturzo, avrebbe salvaguardato Tiziano Renzi nei suoi interrogatori: «Cominciava a riferire circostanze […], ad avviso di questo giudice, singolarmente volte, apparentemente, ad alleggerire la posizione del Renzi Tiziano».
Quest'ultimo nel 2015 incontra più volte l'amministratore delegato, su richiesta di Russo, a sua volta in contatto con l'imprenditore Alfredo Romeo, il presunto corruttore in cima alla filiera. E quando la questione delle gare Consip sembra complicarsi, Russo dice a Tiziano che serve «un rinforzino».
Il 13 settembre 2015 Renzi senior, super attivo, scrive su una chat criptata: «Parlato con colorato (Marroni, ndr) manda sms poi chiamalo sennò non risponde». Il faccendiere risponde di aver già fissato con la segretaria per il martedì successivo e il 15 settembre riscrive a Renzi senior: «Incontrato. Verifica e mi dice. Se intanto tu riuscissi a far/far fare un rinforzino sarebbe cosa buona». Per Sturzo gli imprenditori in gara si affidano ai loro «padrini politici»: Tiziano Renzi è quello di Romeo, Denis Verdini spinge il contendente Ezio Bigotti. Il 29 settembre Russo rivede Marroni e il 4 ottobre tocca a Renzi senior incontrarlo, come sempre «per strada», in piazza Santo Spirito a Firenze. Il giudice appunta: «È giusto chiedersi se dopo la cosiddetta “verifica", il colloquio in piazza Santo Spirito sia servito a dare quel richiesto rinforzino».
Appena due mesi prima, il 16 luglio 2015, Renzi senior e Romeo si erano conosciuti personalmente a Firenze, grazie a Russo. Le impressioni erano state buone e Tiziano, secondo il giudice, si sarebbe messo a disposizione, «anche se non poteva non tenere conto degli altri interessi in giuoco, prevalenti e di equilibrio politico» (vedi l'impegno di Verdini al fianco di Bigotti): «Speriamo non mi mettano ostacoli» si augurava il babbo. Durante l'appuntamento fiorentino si era parlato con ogni probabilità di alcuni appalti di Grandi stazioni che interessavano a Romeo.
L'abboccamento si tenne a due passi dall'ufficio dell'imprenditore Luigi Dagostino. E probabilmente non è un caso. Proprio in quei giorni di luglio Renzi senior stava facendo pressione per farsi pagare dall'ex azienda di Dagostino una fattura da 170.800 euro per una presunta prestazione inesistente. Il 17 giugno aveva incassato altri 24.400 euro. Proprio in quella data Dagostino aveva ottenuto, grazie ai buoni uffici di Tiziano, di portare un magistrato che indagava sui suoi commerci, al cospetto di Luca Lotti a Palazzo Chigi. Circa un anno fa la procura di Firenze ha iscritto sul registro degli indagati Dagostino e Renzi senior per traffico d'influenze. La maledizione dell'estate 2015.
Nel frattempo, per quei due bonifici, babbo Tiziano, la moglie Laura Bovoli e Dagostino sono stati condannati per false fatture. Insomma un lustro fa Renzi senior era un lobbista iperattivo, anche se la Procura di Roma non vi ha trovato nulla di illecito. Il genitore del fu Rottamatore in quei mesi si appoggia a un ufficio in via degli Scialoja a Roma che condivide con il cognato Andrea Conticini e Patrizio Donnini, un altro nome che figura nelle carte di Consip.
Anche se Sturzo non incrocia tutti questi dati, ne ha a sufficienza per poter scrivere: «Il traffico illecito di influenze in concorso tra Romeo Alfredo e Bocchino Italo, Russo Carlo e Renzi Tiziano presso il pubblico ufficiale Marroni Luigi si deve intendere effettivamente realizzato, avendo l'illecita proposta effettivamente raggiunto il Marroni, “in relazione alla richiesta del compimento di un atto contrario d'ufficio di amministratore delegato della Consip" quale la turbativa d'asta della gara Fm4 […] per facilitare una società caldeggiata da Russo Carlo e Renzi Tiziano». In cambio Russo ottenne un contratto di lavoro da una delle aziende di Romeo per la sorella della convivente, ospitalità negli alberghi del gruppo e promesse di soldi in nero e di contratti. Tutto questo tra l'11 settembre e il 10 novembre 2015. Poi, come anticipato, il Giglio magico viene a sapere che Russo è bruciato e viene emarginato. Quando chiede a Tiziano un contatto con il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi, anche il babbo cerca di «staccare la spina»: «Io non ho rapporti con lui e non so di cosa parli. Meglio se fai da solo. Scusa». È il 29 settembre 2016 e come spiega Russo a Romeo, Tiziano è da poco stato «pedinato» (cosa che è in effetti avvenuta). Il babbo sa di essere sotto indagine e ai primi di ottobre lo rivela alla sua cerchia più ristretta. Il 6 novembre, come ricorda Sturzo più volte, La Verità fa lo scoop e annuncia l'inchiesta pubblicamente. Il 7 dicembre Tiziano, tramite un amico, chiede a Russo di non contattarlo più.
Adesso la Procura avrà tre mesi per ristudiare le due mediazioni sospette contestate a Renzi senior (quella su Marroni e sull'ad di Grandi stazioni Silvio Gizzi) e prendere una decisione che per il gip, si intuisce, difficilmente potrà essere la richiesta di archiviazione, alla luce della nuova ricostruzione dei fatti.
«Non si è andati a fondo su Palazzo Chigi»
Nei giorni caldi di Consip, con il fascicolo approdato da Napoli a Roma, il Bullo se ne andava in giro per trasmissioni tv a propagandare che si trattava di un complottone. Un'inchiesta farsa che mirava a colpire il presidente del Consiglio. Ora, però, a leggere le 191 pagine dell'ordinanza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma Gaspare Sturzo, con le quali viene rigettata la richiesta di archiviazione della Procura e vengono disposte nuove indagini, sembra che di sviste sul Giglio magico in quel fascicolo ce ne sia più d'una. E lui, Matteo Renzi, da vittima del complotto sembra raffigurato dal gip quasi come un convitato di pietra.
fondazione open
Il suo nome filtra pagina dopo pagina e, in un crescendo, arriva a ripetersi per ben 34 volte. Ma non è l'unico che desta attenzione. Al giudice, per esempio, è apparso strano che nei cellulari sequestrati «non sembra si sia effettuata alcuna ricerca con le chiavi Lotti, Verdini, Denis, Bigotti, Abrignani, Bocchino». E tante altre. «Tutti temi», sentenzia il gip, «che oltre all'esame delle memorie dei telefoni andrebbero sviluppati sui supporti informatici e che rendono la ricerca allo stato insufficiente rispetto allo sviluppo delle indagini».
Non si sarebbe andato a fondo neanche «sui soggetti non meglio individuati che operavano possibili funzioni pubbliche da Palazzo Chigi, o meglio dalla sede della presidenza del Consiglio del governo italiano». Nelle telefonate intercettate, infatti, si fa riferimento a un «grande capo» che chiama da «Palazzo Chigi». Un personaggio misterioso che, per ora, resta nell'ombra. È attorno a Luigi Marroni, in quel momento amministratore delegato di Consip, che ruotano tutti i personaggi al centro dell'inchiesta. Ma anche buona parte del Giglio magico.
C'è un gruppo, chiamato dal dirigente di Consip Francesco Licci «la corrente», che il gip individua come collegato a Luca Lotti e a Filippo Vannoni, numero uno di Publiacqua ed ex consigliere di Renzi a Palazzo Chigi. Ed è in questo contesto che salta fuori il nome dell'avvocato Alberto Bianchi, in quel momento presidente della Fondazione Open ma anche consulente legale di Consip. «Quanto alla vicenda Bianchi», annota il giudice, «il richiamo alla chiamata da Palazzo Chigi è un dato tutto aperto e ancora interamente da spiegare anche quanto alle decisioni successive su gare di appalto Consip ancora aperte». Il gip valuta: «Il fatto che Bianchi sia legato a Renzi e a Luca Lotti e a Maria Elena Boschi, appare ricostruito dai carabinieri in atti, che fanno cenno anche alla Fondazione Open. Ebbene, da questo punto di vista si deve comprendere come mai [...] il Marroni di volta in volta sembra cancellare qualsiasi riferimento che possa spostare le indagini in corso, e così già gravemente compromesse dalle fughe di notizie che la Procura ritiene aver individuato attorno ai soggetti per cui ha proceduto, quando si arrivi nelle vicinanze di questa forza di governo, che pure lo aveva nominato, o verso gli alleati della stessa».
E perfino su un messaggio inviato da Carlo Russo a Francesco Bonifazi, il tesoriere del Pd che guidava anche la fondazione Eyu, «nessun accertamento», sottolinea il giudice, «sembra sia stato fatto». Il messaggio evidenzia che Russo voleva essere considerato quale «unico interlocutore di qualcuno con cui debba avere rapporti privilegiati», scrive il giudice, «soprattutto «senza che venga fuori il nome di “T"». Secondo la toga «non si fa fatica a collegare il messaggio nella dinamica Tiziano Renzi-Carlo Russo-Alfredo Romeo». In questa ottica il gip ritiene «rafforzato» il coinvolgimento di babbo Renzi ma, aggiunge, «con la congiunta necessità di verificare il ruolo stesso di Bonifazi, altro deputato Pd notoriamente vicino all'epoca dei fatti a Matteo Renzi». Rimettere a posto tutti i tasselli, però, non sarà facile. Anche perché a Marroni, per esempio, la Procura non ha chiesto conto neppure del fatto che non ricordasse, «dopo ben sette incontri con Carlo Russo», il nome della società per cui era stato chiesto l'intervento. Sul «facilitatore» Russo, compagno d'avventure imprenditoriali di babbo Renzi, il gip ritiene che «troppo frettolosamente sia stato formato l'assunto del pm» sul «millantatore» di cui sarebbero rimasti vittime «astutissimi e avvedutissimi imprenditori, consulenti, amministratori di stazioni appaltanti, alti burocrati, politici e loro parenti».
E allora rende più preciso il suo ruolo: «In sostanza Russo, quale faccendiere di un certo spessore, era certamente in grado di agire per facilitare scorciatoie relazionali a vicende imprenditoriali e politiche interconnesse tra loro. In tali operazioni, evidentemente, era in grado di vendere cose vere, verosimili, possibili, probabili e secondo le esigenze, raccontare cose false per raggiungere le sue finalità». Quali? «Trafficare influenze in modo illecito, ricevendo la promessa o la consegna di corrispettivi in denaro o altre utilità, quale prezzo per la sua mediazione presso il pubblico ufficiale».
la gara fm4
E per sgombrare il campo da ogni dubbio, aggiunge: «Il traffico illecito di influenze in concorso tra Alfredo Romeo e Italo Bocchino, Carlo Russo e Tiziano Renzi presso il pubblico ufficiale Marroni si deve intendere effettivamente realizzato». Poi fa una lezioncina di diritto ai colleghi: «L'illecita proposta ha realmente raggiunto il Marroni, in relazione alla richiesta del compimento di un atto contrario all'ufficio di amministratore delegato della Consip quale la turbativa d'asta della gara Fm4». Altro che millanterie. Sulla posizione di Russo il gip deve aver ritenuto l'azione della Procura un po' blanda, visto che, nello spiegare come andava configurata l'accusa, sottolinea: «In sostanza, la valutazione di questo giudice sulla continenza e correttezza del complessivo operato del pm sulla riqualificazione della posizione del traffico illecito di influenze in millantato credito, allo stato degli atti, [...] ha avuto esito negativo».
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Respinta la richiesta di archiviazione: regge l'accusa di traffico di influenze in due mediazioni. Il padre del Rottamatore sarebbe stato centrale fino a quando non ci sono state delle fughe di notizie.Il giudice per le indagini preliminari smonta il presunto complotto evocato dall'ex premier. Anzi, critica le indagini e parla di un «grande capo» per ora anonimo e di «soggetti non meglio individuati che operavano possibili funzioni pubbliche dalla sede della presidenza del Consiglio».Lo speciale contiene due articoli.L'ordinanza del gip Gaspare Sturzo, tra le molte sorprese, ci restituisce un'immagine fiammeggiante di Tiziano Renzi, dopo che la Procura di Roma aveva provato a rivendercelo come un mesto pensionato turlupinato dall'amico millantatore Carlo Russo. Ora dalle carte riemerge il babbo che conoscevamo, un lobbista con l'argento vivo addosso. Almeno nel 2015. Cosa che sta emergendo anche in una parallela inchiesta fiorentina. Nel 2016, grazie a mirate fughe di notizie sull'inchiesta, l'uomo diventa più prudente ed evita di continuare a frequentare il «faccendiere professionista» Russo, suo ex stretto collaboratore, intorno al quale il Giglio magico stende un «cordone sanitario». Ma è a quel punto che Russo, mentre è in quarantena stile coronavirus, si incattivisce e tenta persino, secondo il giudice, un'estorsione ai danni dell'ex ad di Consip Luigi Marroni, un soggetto «bizzarro», quest'ultimo, a giudizio della toga, uno capace di incontrare per sette volte Russo e non ricordarsi dopo cotanti incontri quale fosse la società che il suo interlocutore aveva così fortemente sponsorizzato. Sempre Marroni, secondo Sturzo, avrebbe salvaguardato Tiziano Renzi nei suoi interrogatori: «Cominciava a riferire circostanze […], ad avviso di questo giudice, singolarmente volte, apparentemente, ad alleggerire la posizione del Renzi Tiziano». Quest'ultimo nel 2015 incontra più volte l'amministratore delegato, su richiesta di Russo, a sua volta in contatto con l'imprenditore Alfredo Romeo, il presunto corruttore in cima alla filiera. E quando la questione delle gare Consip sembra complicarsi, Russo dice a Tiziano che serve «un rinforzino». Il 13 settembre 2015 Renzi senior, super attivo, scrive su una chat criptata: «Parlato con colorato (Marroni, ndr) manda sms poi chiamalo sennò non risponde». Il faccendiere risponde di aver già fissato con la segretaria per il martedì successivo e il 15 settembre riscrive a Renzi senior: «Incontrato. Verifica e mi dice. Se intanto tu riuscissi a far/far fare un rinforzino sarebbe cosa buona». Per Sturzo gli imprenditori in gara si affidano ai loro «padrini politici»: Tiziano Renzi è quello di Romeo, Denis Verdini spinge il contendente Ezio Bigotti. Il 29 settembre Russo rivede Marroni e il 4 ottobre tocca a Renzi senior incontrarlo, come sempre «per strada», in piazza Santo Spirito a Firenze. Il giudice appunta: «È giusto chiedersi se dopo la cosiddetta “verifica", il colloquio in piazza Santo Spirito sia servito a dare quel richiesto rinforzino».Appena due mesi prima, il 16 luglio 2015, Renzi senior e Romeo si erano conosciuti personalmente a Firenze, grazie a Russo. Le impressioni erano state buone e Tiziano, secondo il giudice, si sarebbe messo a disposizione, «anche se non poteva non tenere conto degli altri interessi in giuoco, prevalenti e di equilibrio politico» (vedi l'impegno di Verdini al fianco di Bigotti): «Speriamo non mi mettano ostacoli» si augurava il babbo. Durante l'appuntamento fiorentino si era parlato con ogni probabilità di alcuni appalti di Grandi stazioni che interessavano a Romeo.L'abboccamento si tenne a due passi dall'ufficio dell'imprenditore Luigi Dagostino. E probabilmente non è un caso. Proprio in quei giorni di luglio Renzi senior stava facendo pressione per farsi pagare dall'ex azienda di Dagostino una fattura da 170.800 euro per una presunta prestazione inesistente. Il 17 giugno aveva incassato altri 24.400 euro. Proprio in quella data Dagostino aveva ottenuto, grazie ai buoni uffici di Tiziano, di portare un magistrato che indagava sui suoi commerci, al cospetto di Luca Lotti a Palazzo Chigi. Circa un anno fa la procura di Firenze ha iscritto sul registro degli indagati Dagostino e Renzi senior per traffico d'influenze. La maledizione dell'estate 2015. Nel frattempo, per quei due bonifici, babbo Tiziano, la moglie Laura Bovoli e Dagostino sono stati condannati per false fatture. Insomma un lustro fa Renzi senior era un lobbista iperattivo, anche se la Procura di Roma non vi ha trovato nulla di illecito. Il genitore del fu Rottamatore in quei mesi si appoggia a un ufficio in via degli Scialoja a Roma che condivide con il cognato Andrea Conticini e Patrizio Donnini, un altro nome che figura nelle carte di Consip.Anche se Sturzo non incrocia tutti questi dati, ne ha a sufficienza per poter scrivere: «Il traffico illecito di influenze in concorso tra Romeo Alfredo e Bocchino Italo, Russo Carlo e Renzi Tiziano presso il pubblico ufficiale Marroni Luigi si deve intendere effettivamente realizzato, avendo l'illecita proposta effettivamente raggiunto il Marroni, “in relazione alla richiesta del compimento di un atto contrario d'ufficio di amministratore delegato della Consip" quale la turbativa d'asta della gara Fm4 […] per facilitare una società caldeggiata da Russo Carlo e Renzi Tiziano». In cambio Russo ottenne un contratto di lavoro da una delle aziende di Romeo per la sorella della convivente, ospitalità negli alberghi del gruppo e promesse di soldi in nero e di contratti. Tutto questo tra l'11 settembre e il 10 novembre 2015. Poi, come anticipato, il Giglio magico viene a sapere che Russo è bruciato e viene emarginato. Quando chiede a Tiziano un contatto con il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi, anche il babbo cerca di «staccare la spina»: «Io non ho rapporti con lui e non so di cosa parli. Meglio se fai da solo. Scusa». È il 29 settembre 2016 e come spiega Russo a Romeo, Tiziano è da poco stato «pedinato» (cosa che è in effetti avvenuta). Il babbo sa di essere sotto indagine e ai primi di ottobre lo rivela alla sua cerchia più ristretta. Il 6 novembre, come ricorda Sturzo più volte, La Verità fa lo scoop e annuncia l'inchiesta pubblicamente. Il 7 dicembre Tiziano, tramite un amico, chiede a Russo di non contattarlo più. Adesso la Procura avrà tre mesi per ristudiare le due mediazioni sospette contestate a Renzi senior (quella su Marroni e sull'ad di Grandi stazioni Silvio Gizzi) e prendere una decisione che per il gip, si intuisce, difficilmente potrà essere la richiesta di archiviazione, alla luce della nuova ricostruzione dei fatti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/consip-nuove-indagini-su-babbo-renzi-la-telefonata-serve-un-rinforzino-2645186423.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-si-e-andati-a-fondo-su-palazzo-chigi" data-post-id="2645186423" data-published-at="1780177501" data-use-pagination="False"> «Non si è andati a fondo su Palazzo Chigi» Nei giorni caldi di Consip, con il fascicolo approdato da Napoli a Roma, il Bullo se ne andava in giro per trasmissioni tv a propagandare che si trattava di un complottone. Un'inchiesta farsa che mirava a colpire il presidente del Consiglio. Ora, però, a leggere le 191 pagine dell'ordinanza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma Gaspare Sturzo, con le quali viene rigettata la richiesta di archiviazione della Procura e vengono disposte nuove indagini, sembra che di sviste sul Giglio magico in quel fascicolo ce ne sia più d'una. E lui, Matteo Renzi, da vittima del complotto sembra raffigurato dal gip quasi come un convitato di pietra. fondazione open Il suo nome filtra pagina dopo pagina e, in un crescendo, arriva a ripetersi per ben 34 volte. Ma non è l'unico che desta attenzione. Al giudice, per esempio, è apparso strano che nei cellulari sequestrati «non sembra si sia effettuata alcuna ricerca con le chiavi Lotti, Verdini, Denis, Bigotti, Abrignani, Bocchino». E tante altre. «Tutti temi», sentenzia il gip, «che oltre all'esame delle memorie dei telefoni andrebbero sviluppati sui supporti informatici e che rendono la ricerca allo stato insufficiente rispetto allo sviluppo delle indagini». Non si sarebbe andato a fondo neanche «sui soggetti non meglio individuati che operavano possibili funzioni pubbliche da Palazzo Chigi, o meglio dalla sede della presidenza del Consiglio del governo italiano». Nelle telefonate intercettate, infatti, si fa riferimento a un «grande capo» che chiama da «Palazzo Chigi». Un personaggio misterioso che, per ora, resta nell'ombra. È attorno a Luigi Marroni, in quel momento amministratore delegato di Consip, che ruotano tutti i personaggi al centro dell'inchiesta. Ma anche buona parte del Giglio magico. C'è un gruppo, chiamato dal dirigente di Consip Francesco Licci «la corrente», che il gip individua come collegato a Luca Lotti e a Filippo Vannoni, numero uno di Publiacqua ed ex consigliere di Renzi a Palazzo Chigi. Ed è in questo contesto che salta fuori il nome dell'avvocato Alberto Bianchi, in quel momento presidente della Fondazione Open ma anche consulente legale di Consip. «Quanto alla vicenda Bianchi», annota il giudice, «il richiamo alla chiamata da Palazzo Chigi è un dato tutto aperto e ancora interamente da spiegare anche quanto alle decisioni successive su gare di appalto Consip ancora aperte». Il gip valuta: «Il fatto che Bianchi sia legato a Renzi e a Luca Lotti e a Maria Elena Boschi, appare ricostruito dai carabinieri in atti, che fanno cenno anche alla Fondazione Open. Ebbene, da questo punto di vista si deve comprendere come mai [...] il Marroni di volta in volta sembra cancellare qualsiasi riferimento che possa spostare le indagini in corso, e così già gravemente compromesse dalle fughe di notizie che la Procura ritiene aver individuato attorno ai soggetti per cui ha proceduto, quando si arrivi nelle vicinanze di questa forza di governo, che pure lo aveva nominato, o verso gli alleati della stessa». E perfino su un messaggio inviato da Carlo Russo a Francesco Bonifazi, il tesoriere del Pd che guidava anche la fondazione Eyu, «nessun accertamento», sottolinea il giudice, «sembra sia stato fatto». Il messaggio evidenzia che Russo voleva essere considerato quale «unico interlocutore di qualcuno con cui debba avere rapporti privilegiati», scrive il giudice, «soprattutto «senza che venga fuori il nome di “T"». Secondo la toga «non si fa fatica a collegare il messaggio nella dinamica Tiziano Renzi-Carlo Russo-Alfredo Romeo». In questa ottica il gip ritiene «rafforzato» il coinvolgimento di babbo Renzi ma, aggiunge, «con la congiunta necessità di verificare il ruolo stesso di Bonifazi, altro deputato Pd notoriamente vicino all'epoca dei fatti a Matteo Renzi». Rimettere a posto tutti i tasselli, però, non sarà facile. Anche perché a Marroni, per esempio, la Procura non ha chiesto conto neppure del fatto che non ricordasse, «dopo ben sette incontri con Carlo Russo», il nome della società per cui era stato chiesto l'intervento. Sul «facilitatore» Russo, compagno d'avventure imprenditoriali di babbo Renzi, il gip ritiene che «troppo frettolosamente sia stato formato l'assunto del pm» sul «millantatore» di cui sarebbero rimasti vittime «astutissimi e avvedutissimi imprenditori, consulenti, amministratori di stazioni appaltanti, alti burocrati, politici e loro parenti». E allora rende più preciso il suo ruolo: «In sostanza Russo, quale faccendiere di un certo spessore, era certamente in grado di agire per facilitare scorciatoie relazionali a vicende imprenditoriali e politiche interconnesse tra loro. In tali operazioni, evidentemente, era in grado di vendere cose vere, verosimili, possibili, probabili e secondo le esigenze, raccontare cose false per raggiungere le sue finalità». Quali? «Trafficare influenze in modo illecito, ricevendo la promessa o la consegna di corrispettivi in denaro o altre utilità, quale prezzo per la sua mediazione presso il pubblico ufficiale». la gara fm4 E per sgombrare il campo da ogni dubbio, aggiunge: «Il traffico illecito di influenze in concorso tra Alfredo Romeo e Italo Bocchino, Carlo Russo e Tiziano Renzi presso il pubblico ufficiale Marroni si deve intendere effettivamente realizzato». Poi fa una lezioncina di diritto ai colleghi: «L'illecita proposta ha realmente raggiunto il Marroni, in relazione alla richiesta del compimento di un atto contrario all'ufficio di amministratore delegato della Consip quale la turbativa d'asta della gara Fm4». Altro che millanterie. Sulla posizione di Russo il gip deve aver ritenuto l'azione della Procura un po' blanda, visto che, nello spiegare come andava configurata l'accusa, sottolinea: «In sostanza, la valutazione di questo giudice sulla continenza e correttezza del complessivo operato del pm sulla riqualificazione della posizione del traffico illecito di influenze in millantato credito, allo stato degli atti, [...] ha avuto esito negativo».
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Da giugno a settembre, infatti, il calendario si fa fitto: nei prossimi mesi si avvicenderanno, nella romantica cornice delle fortezze trentine, esperienze guidate, mostre, laboratori e iniziative didattiche, per la gioia di un pubblico eterogeneo quanto a età e interessi.
A partire da Castel Beseno, a Besenello: aperto dal 1° maggio al 1° novembre prossimo tra le 10 e le 18 (a eccezione del lunedì), è il più grande castello del Trentino. Gli avventori possono ammirare, prima di tutto, la sezione museale dedicata alla battaglia di Calliano, combattuta nel 1487 tra le truppe della Repubblica di Venezia e quelle del Principato vescovile di Trento e della Contea del Tirolo. Passeggiare tra le cucine, le cantine e la cinta muraria è una vera e propria un’immersione nella storia e nella natura trentine. Per conoscere tutti gli appuntamenti, tra cui le rievocazioni storiche che avranno luogo su questo pregiato palcoscenico, basta scrivere a info@buonconsiglio.it o chiamare lo 0464-834600.
C’è poi Castel Nanno, situato a Ville d’Anaunia: ogni domenica, dal 7 al 28 giugno, sarà possibile sperimentare un picnic di livello. «Visita e picnic sull’erba nei giardini di Castel Nanno» è la formula che propone prodotti a chilometro zero abbinata a una visita guidata. Il prezzo è di 20 euro per gli adulti, 15 euro per i ragazzi dai 4 ai 12 anni e 8 euro per i bambini sotto i 4 anni. La prenotazione, obbligatoria entro le 12 del giorno prima, può essere effettuata chiamando lo 0463-830133 o scrivendo a info@visitvaldinon.it. Castel Nanno è comunque aperto alle visite libere tutte le domeniche fino al 1° novembre, dalle 10 alle 17, con apertura straordinaria i primi due giorni di giugno e a Ferragosto.
Per il divertimento dei bambini l’ideale è invece Castel Valer, sempre a Ville d’Anaunia (frazione Tassullo). I più giovani potranno andare a caccia dell’indizio per ricostruire gli antichi fasti di questa fortezza. Facile diventare detective tra queste pareti, trattandosi di uno dei manieri più ricchi della Val di Non, che al suo interno custodisce un inestimabile patrimonio di oggetti e arredi appartenuti alla nobile famiglia Spaur.
La proposta, pensata per bambini e ragazzi dai 6 ai 14 anni, sarà valida tutte le domeniche, a partire dalle 10. Un’esperienza di un’ora e mezza, che prevede per i più piccoli la guida verso i dettagli più curiosi e per i più grandi enigmi e giochi investigativi per apprendere la storia del luogo. Alla fine dei giochi, ciascuno potrà vivere un momento memorabile, come la trasformazione in conte di Castel Valer. L’intero nucleo familiare può accedere al costo di 30 euro.
Infine «Dal Castello alla Montagna» è il percorso che collega Folgaria a Castel Beseno, seguendo l’antica viabilità medievale. Un itinerario lungo poco più di 8 chilometri, che parte dall’altopiano e raggiunge il fondovalle attraversando luoghi di rara bellezza, come la chiesetta cinquecentesca di San Valentino, Mezzomonte di sopra e di sotto, il maso Ponte di Folgaria e il torrente Rio Cavallo Rosspach. Una volta arrivati a Castel Beseno, è obbligatoria una visita senza preoccuparsi troppo degli orari: il rientro può avvenire in pullman; ma se si hanno ancora energie a disposizione, il consiglio è di percorrere a piedi il versante orografico sinistro, che offre magnifiche visuali e luoghi storici lungo il percorso.
Un altro indimenticabile modo di vivere il Trentino al meglio è il treno: il Trenino dei Castelli è l’esperienza di un’intera giornata tra la Val di Sole e la Val di Non, che consente di scoprire il patrimonio storico, culturale ed enogastronomico del territorio. Si parte da Trento e si viene sospinti tra castelli arroccati su speroni di roccia o adagiati su dolci colline. Si potranno così visitare il Castello di San Michele a Ossana o Castel Caldes, gotico maniero legato alle leggende riguardanti la nobildonna Olinda.
Castel Valer e Castel Thun sono due delle altre dimore storiche che popolano la zona attraversata dal trenino ed entrambi hanno molto da offrire al visitatore: se il primo si distingue per la ricchezza degli arredi e le ricche collezioni e della cappella di San Valerio, il secondo è uno dei più visitati, sia per il contesto in cui sorge che per la sua ricchezza architettonica e artistica.
Presso molte strutture ricettive è possibile richiedere la Trentino Guest Card, che consente la visita gratuita a oltre 60 castelli e 20 musei, tra cui Mart, Muse e Castello di Avio. La si può usare anche per i trasporti pubblici provinciali e per ottenere sconti sui prodotti locali.
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Il Paris Saint-Germain festeggia la Champions League dopo aver battuto ai rigori l'Arsenal nella finale di Budapest (Ansa)
La storia continua e si arricchisce di un nuovo capitolo. Nell’ormai infinita saga dell’esasperato dibattito tra risultatisti e giochisti, stavolta tocca a quest’ultimi festeggiare. Tocca al Paris Saint-Germain di Luis Enrique, che dopo aver iscritto lo scorso anno i parigini nell’albo d’oro della Champions League per la prima volta, si ripete e concede il bis battendo nella finale di Budapest l’Arsenal dell’allievo Mikel Arteta.
Due mondi opposti e due filosofie a confronto, hanno detto in molti alla vigilia, guardando, stile di gioco, numeri e statistiche. Da una parte il pragmatismo e l’organizzazione dell’Arsenal, capace di concedere appena sei gol agli avversari in tutto il torneo, prima della finale. Dall’altra le 45 reti messe a segno dal Psg, eguagliando il record stabilito nel 1999/2000 dal Barcellona, nella cui rosa figurava proprio Luis Enrique. Alla fine, nella serata della Puskas Arena, a fare la differenza è stata la qualità offensiva dei campioni di Francia e d’Europa, l’esperienza e quel pizzico di buona sorte necessari in appuntamenti del genere. Tuttavia, la finale si è rivelata essere più equilibrata e meno scontata di quanto si potesse ipotizzare alla vigilia. A dimostrarlo non è solo il fatto che la banda di Luis Enrique abbia avuto bisogno dei tempi supplementari e dei rigori per sbrogliare la matassa che aveva preparato Arteta. Ma anche l’approccio e l’atteggiamento tattico dell’Arsenal, arrivato in Ungheria con legittime ambizioni e reduce dalla conquista della Premier League, ventidue anni dopo l’ultima firmata da Arsène Wenger. Il Psg aveva tutto dalla sua per confermarsi sul tetto d’Europa: forza, qualità della rosa, blasone, esperienza, favore del pronostico. L’Arsenal si è dimostrato comunque all’altezza con Arteta che si è addirittura concesso il lusso di iniziare la partita con 152 milioni di euro dell’ultima campagna acquisti parcheggiati in panchina. Il tecnico spagnolo ha infatti sorpreso tutti preferendo in attacco Kai Havertz allo svedese Viktor Gyokeres, pagato allo Sporting Lisbona 73 milioni di euro, e scegliendo di rimpolpare il centrocampo con il giovane Lewis-Skelly a scapito della mezza punta Eberechi Eze, strappato al Crystal Palace per 79 milioni. Scelte, specialmente la prima, che si stavano rivelando azzeccate visto che pronti via, al 5’ Havertz, che già una finale di Champions l’aveva decisa nel 2021, quando con il Chelsea trionfò nel derby inglese contro il Manchester City di Pep Guardiola, approfitta di un rimpallo a metà campo con Marquinhos e fugge verso la porta di Safonov: il mancino potente sotto la traversa è una sentenza che gela i tifosi del Psg e manda in delirio quelli inglesi.
Da quel momento in poi la partita prende esattamente la piega immaginata da Arteta. L’Arsenal si chiude, concede il pallone agli avversari e difende con ordine, densità e pazienza. Il Psg controlla il possesso, ma per lunghi tratti lo fa in maniera sterile. Kvaratskhelia e Doué faticano ad accendersi, Dembélé appare lontano dalla versione dominante ammirata per tutta la stagione e le occasioni arrivano con il contagocce. I campioni d’Europa rientrano dagli spogliatoi con un atteggiamento più aggressivo, ma rischiano addirittura di subire il raddoppio quando ancora Havertz si presenta dalle parti di Safonov. È il preludio alla svolta dell’incontro. Al 62' Mosquera interviene in ritardo su Kvaratskhelia all’interno dell’area. Siebert indica il dischetto e il Var conferma. Dembélé non sbaglia, spiazza Raya e riporta il risultato in equilibrio.
L’1-1 cambia l’inerzia della finale. Il Psg aumenta la pressione, l’Arsenal perde qualche certezza e la gara si apre. Vitinha sfiora il vantaggio con una conclusione dalla distanza, poi è Kvaratskhelia ad avere la palla più pesante della serata quando approfitta di un errore di Saliba e si presenta davanti a Raya: il portiere spagnolo devia il sinistro del georgiano sul palo, tenendo in vita i Gunners. Nel finale dei tempi regolamentari le occasioni migliori capitano ancora ai francesi. Vitinha manca di poco il bersaglio grosso e, in pieno recupero, Barcola spreca clamorosamente un contropiede che avrebbe potuto chiudere i conti.
I supplementari sono molto più nervosi che spettacolari. L’Arsenal protesta per un contatto tra Nuno Mendes e Madueke, ma per Siebert non ci sono gli estremi per il rigore. Dall’altra parte il Psg continua ad avere una maggiore iniziativa, senza però trovare il colpo decisivo. Così, per la prima volta dal 2016, una finale di Champions si decide ai rigori. Dal dischetto Ramos e Doué trasformano i primi due tentativi, mentre Eze condanna subito l’Arsenal calciando fuori il secondo penalty della serie. Raya tiene aperto uno spiraglio parando la conclusione di Nuno Mendes, ma Rice risponde soltanto in parte. Hakimi e Beraldo non tremano, mentre dall’altra parte Martinelli segna prima che Gabriel spedisca alto il rigore che consegna definitivamente la coppa al Psg e a Luis Enrique. Per il club francese è un successo che prolunga il ciclo aperto dodici mesi fa e si conferma sul tetto d’Europa. I francesi entrano così nel ristretto gruppo di squadre capaci di vincere la Champions League per almeno due stagioni consecutive, diventando al tempo stesso il primo e unico club francese a riuscire nell’impresa. Per Luis Enrique, invece, è la terza coppa dalle grandi orecchie alzata al cielo.
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Matteo Berrettini (Ansa)
Ma soprattutto di tennis e di nerbo. Il trentenne romano esce vittorioso da una battaglia di cinque ore e 23 minuti nel terzo turno del Roland Garros contro «El Tiburon» Comesana, argentino specialista della terra battuta: 7-6, 5-7, 6-7, 6-4, 7-6 con vittoria a 13 nel supertiebreak. Il risultato è già indizio di un match senza esclusione di colpi, in cui il Thor nostrano ha ritrovato sprazzi del suo gioco migliore, quel predominio di servizio esplosivo e dritto potente e arrotato, che negli anni scorsi lo ha condotto a una finale a Wimbledon persa contro Djokovic, a due vittorie al Queen’s, alle semifinali all’Australian Open e allo Us Open. Numeri da capogiro per un tennista italiano, Sinner a parte. Gli infortuni ne hanno funestato il fisicone di 196 cm per 95 kg, ma la naturalezza con cui ha tenuto i turni di battuta e risposto alle rotazioni geometriche dell’avversario, indicano degli ottavi di finale guadagnati con la calma olimpica del pescatore di fiume. Matteo ha soltanto bisogno di disputare tante partite. Solo così potrà ritrovare lo smalto e, perché no, riproporre la sua candidatura in una classifica a oggi impietosa. Buone nuove pure dal terzo turno di Flavio Cobolli, vincitore per 6-2 6-2 6-3 su Learner Tien. Nella racchetta regolare del fiorentino Flavio c’è qualcosa che pare spezzarsi da un momento all’altro, parcellizzandosi in un sistema di possibilità vertiginoso. Il suo è un tennis di Schrödinger: può elevarsi fino a toccare vette da top 20 quale oggi è (quest’anno vanta una finale raggiunta a Monaco di Baviera svillaneggiando in semifinale Zverev e una vittoria al master 500 di Acapulco sconfiggendo l’esperto Tiafoe), oppure, con la stessa disinvoltura, può perdere incontri semplici, scivolando nella coltre dell’anonimato. Tien, mancino statunitense di origini vietnamite, 20 anni, pupillo di quel Michael Chang che nel 1989, a soli 17 anni, vinse proprio al Roland Garros prendendosi gioco di un Ivan Lendl furibondo, è, assieme a Fonseca, Jodar, Mensik, Fils e al diciassettenne francese Kouame, una promessa in parte già mantenuta. Ha vinto il master 250 di Ginevra poco più di una settimana fa, ma contro Flavio pareva appannato, ha sbagliato parecchio, spianandogli la strada verso un match quasi rilassato. Ora Cobolli se la vedrà agli ottavi con Zachary Svajda, numero 85 Atp, che si è preso in cinque set lo scalpo di Francisco Cerundolo, fratello maggiore di Juan Manuel, avversario di Sinner nella partita di giovedì. Con l’eliminazione di Djokovic in cinque set per mano del «Sinnerzinho» brasiliano Joao Fonseca, si saggerà la consistenza agonistica di Sascha Zverev. Il tedesco di origini russe, artefice di una carriera ciclotimica, non si è mai imposto in un trofeo del Grande Slam, quel genere di tornei stanno a lui come Diabolik all’ispettore Ginko. Con Alcaraz e Sinner fermi ai box, ecco giunta la sua fatidica occasione. Sulla sua strada potrebbe trovare nei quarti di finale il tirannico diciannovenne Rafael Jodar. Lo spagnolo, si diceva, assieme a Fonseca e al ceco Jakub Mensik, rappresenta a buon diritto la nuova generazione di atleti destinata a inserirsi nella rivalità tra il nostro altoatesino e il murciano Carlitos. Anche di questi giovani classe 2005/06 si verificheranno presto le qualità.
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Da qui l’intuizione di Fernando Raris e Bepo Maffioli, nel 1976, di creare un circuito dedicato di ristoratori che, in stagione, declinavano finferli e porcini in vario modo a tutto menù, ovvero il Cocofungo. Il primo circuito nazionale dedicato a un singolo prodotto da cui, nella stagione invernale, «gemmò» il Cocoradicchio, creato nel 1988, seguito a ruota da un altro circuito gemello, «I ristoranti del radicchio».
Insegne diverse, ma missione comune. Quella di valorizzare la gustosa cicoria locale tanto è vero che, nel 1999, prende il via il «Radicchio d’oro», una sorta di Campiello gastronomico con premi ad eccellenze nazionali in vari settori. Dallo sport alla cultura, passando per gastronomia, giornalismo e altro ancora, con i premiati omaggiati su palco nientemeno che dal sorriso della Miss Italia millesimata di anno in anno. Ritorniamo alla realtà.
Nel 1996 il radicchio di Treviso è stato il primo ortaggio italiano a ottenere il riconoscimento Igp europeo, ed ecco un’altra medaglia di primogenitura di Marca che si affianca al Festival della cucina trevigiana così come al Cocofungo. Varie le ipotesi di come sia sorta questa variante sulle rive del Sile, alcune romantiche (i suoi semi deposti da uccelli migratori sul campanile di Dosson, e le pianticelle curate poi da dei fraticelli del vicino convento), altre vedono protagonista Francesco van den Borre, architetto di parchi e giardini delle ville venete, che applicò a questo ortaggio tecniche di sbiancamento utilizzate nel Belgio nativo per la locale cicoria. Vi è poi la variante ruspante, quella della civiltà rurale legata alla sussistenza quotidiana. In un tempo in cui non si buttava via niente, i cespi di radicchio venivano messi a riposare in un angolo della stalla ricoperti da un telo per prolungarne il consumo oltre il tempo della raccolta. Un utilizzo non solo alimentare. Le madri di famiglia ne bollivano le radici per ottenere un’acqua depurativa per i disturbi digestivi. In tempi di autarchia, durante il ventennio, le stesse radici venivano tostate e macinate quale surrogato del caffè. I nonni creativi le distillavano per ottenere poi grappe ritenute il miglior digestivo dopo pasti generosi.
Una radicata tradizione familiare, ben descritta da Bepi Mazzotti: «Vengono lavorati sotto i portici o nelle stalle in tempo di filò, le foglie aperte con l’arte consumata dei fiorai». Vari libri dedicati con ricettari che hanno permesso al radicchio di Treviso di scalare pazientemente la gerarchia culinaria, da umile contorno delle cucine rurali a ricercata leccornia di tavole (anche) stellate. Vi è poi il fratellino minore, ovvero il radicchio variegato di Castelfranco, nato da un casuale incrocio di necessità tra radicchio di Treviso e indivia scarola. Ma anche qui il tocco d’artista di Maffioli fa entrare la storia nella leggenda. Nel suo ultimo libro, uscito con le ricette di Onorio Barbesin, accenna a una nobildonna castellana invitata da una famiglia di pari lignaggio a una prima della Scala a Milano. Aveva preparato degna sartoria conseguente, abbellita da una fascinosa orchidea. Ma allora i treni sbuffavano lentamente, con emissioni di nerofumo. L’orchidea ne risentì, ma la nobildonna fece di necessità virtù. Si era fatta preparare dai suoi mezzadri un bel cesto di radicchio variegato, coperto da una tela, per farne omaggio agli amici milanesi. Giunse a Milano intatto nei suoi colori e profumi. Dopo adeguata toilette vegetale, lo indossò con orgoglio in attesa delle arie di Puccini non prima di aver raccolto i complimenti per l’insolita veste che la accompagnava e, alla domanda di che specie fosse, risose «Un fiore che si mangia», aizzando così ulteriore curiosità negli astanti.
Altra coccola golosa di cui la Marca trevigiana ha l’esclusiva è la sopa coada, ovvero una zuppa di pane, brodo e carne di piccione. Anche qui un’origine che incrocia storia e leggenda. Un tempo i piccioni erano allevati nelle piccionaie, ovvero i solai delle case benestanti così come nelle torri di campagna, residuo delle lotte tra le signorie medioevali e poi riprese dalle architetture del Palladio per le ville della nobiltà veneziana. Dopo l’Unità d’Italia, grazie all’intuizione di qualche oste trevigiano, si abbinarono le carni, dopo lenta cottura nel brodo, al pane raffermo, così per ottimizzare gusto e necessità. Coada dalla doppia chiave di lettura. Covata, cotta lentamente per ore per spremere dalle carni tutti i sapori. Ma anche coperta, con le fette di pane inzuppato a proteggerne i gusti. Immancabili, poi, le varianti. A Motta di Livenza si utilizzava la gallina ruspante per dare sostegno nutriente ai mercanti che giungevano con le loro chiatte dalla Laguna. Vi è poi la variante con il fagiano, a Zenson di Piave, e pure quella con l’oca a Falzè di Trevignano. Ma, al di là delle possibili variabili pennute, c’è una regola senza se e senza ma, stabilita dalla storica Adriana Vigneri: «È un piatto che deve essere nominato rigorosamente in dialetto, l’unico modo per inquadrarlo nel contesto che lo rende unico».
Un’antica regola recita «a boca no a xè straca se no a sa de vaca». E quindi, sui titoli di coda, non può mancare un’altra identità trevigiana, la Casatella. Nel 2008 è stato il primo formaggio a pasta morbida ad ottenere la certificazione Dop, prima ancora del ben conosciuto Squacquerone romagnolo. Un tempo era il residuo della lavorazione del burro, fonte di pronto incasso monetario per gli allevatori. Con l’aggiunta di caglio e ben pressato dentro uno stampo, veniva posto sul davanzale, nelle stagioni fredde, per asciugarsi quel minimo sufficiente ad essere poi consumato. Spesso utilizzato anche come merce di scambio quando si andava a far la spesa dal casoin. Poi, dalla metà degli anni Cinquanta, con il progressivo svilupparsi dei caseifici, la produzione non solo è migliorata ma si è provveduto alla stesura di un disciplinare che ne ha consolidato la qualità e, grazie anche alla sua versatilità organolettica, abbinata al basso contenuto di grassi, protagonista di un ricettario che ha visto coinvolti, progressivamente, anche ristoratori di molte altre Regioni.
Al dolce finale non può mancare il tiramisù che pochi ancora sanno essere il dolce italiano più venduto all’estero, con buona pace del panettone. Anche qui non potevano mancare le rivendicazioni di campanile, con la friulana Tolmezzo a sostenere la paternità primigenia. Le radici documentate iniziano verso la metà degli anni Cinquanta quando Roberto «Loly» Linguanotto, pasticcere dello storico Beccherie della famiglia Campeol, mette a punto un originale mix a base di uova, zucchero, savoiardi, cacao, mascarpone e caffè. Già il nome «tiramisù» ha ispirato varie riletture goliardiche, partendo dal fatto che, proprio in quegli anni, la dolce vita trevigiana era stata ironicamente descritta da quel Signore e signori di Pietro Germi che non ebbe vita facile con il perbenismo di quel tempo. Vari i suoi ambasciatori. Da Bepo Maffioli che, nel 1981, fu il primo a darne memoria scritta con la ricetta conseguente, ai Toulà di Alfredo Beltrame, che lo fece conoscere e apprezzare nel mondo, per giungere al 2010 quando l’Accademia italiana della cucina ne deposita la ricetta originale. E mentre nella carnica Tolmezzo continuavano a sbuffare neanche tanto dolcemente, a Treviso, nel 2017, parte la prima edizione della World cup, il Campionato mondiale del tiramisù, tra artisti pasticceri e semplici cultori della materia che, con entusiasmo, si fiondano nella città dove «Sile e Cagnan s’accompagnano», e se assieme ad un buon tiramisù ancor meglio.
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