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2020-02-19
Consip, altro che complotto contro Renzi. Il gip: «Non hanno indagato sul gran capo»
Tiziano Renzi e Laura Bovoli (Ansa)
L'ordinanza del gip Gaspare Sturzo, tra le molte sorprese, ci restituisce un'immagine fiammeggiante di Tiziano Renzi, dopo che la Procura di Roma aveva provato a rivendercelo come un mesto pensionato turlupinato dall'amico millantatore Carlo Russo. Ora dalle carte riemerge il babbo che conoscevamo, un lobbista con l'argento vivo addosso. Almeno nel 2015. Cosa che sta emergendo anche in una parallela inchiesta fiorentina.
Nel 2016, grazie a mirate fughe di notizie sull'inchiesta, l'uomo diventa più prudente ed evita di continuare a frequentare il «faccendiere professionista» Russo, suo ex stretto collaboratore, intorno al quale il Giglio magico stende un «cordone sanitario». Ma è a quel punto che Russo, mentre è in quarantena stile coronavirus, si incattivisce e tenta persino, secondo il giudice, un'estorsione ai danni dell'ex ad di Consip Luigi Marroni, un soggetto «bizzarro», quest'ultimo, a giudizio della toga, uno capace di incontrare per sette volte Russo e non ricordarsi dopo cotanti incontri quale fosse la società che il suo interlocutore aveva così fortemente sponsorizzato. Sempre Marroni, secondo Sturzo, avrebbe salvaguardato Tiziano Renzi nei suoi interrogatori: «Cominciava a riferire circostanze […], ad avviso di questo giudice, singolarmente volte, apparentemente, ad alleggerire la posizione del Renzi Tiziano».
Quest'ultimo nel 2015 incontra più volte l'amministratore delegato, su richiesta di Russo, a sua volta in contatto con l'imprenditore Alfredo Romeo, il presunto corruttore in cima alla filiera. E quando la questione delle gare Consip sembra complicarsi, Russo dice a Tiziano che serve «un rinforzino».
Il 13 settembre 2015 Renzi senior, super attivo, scrive su una chat criptata: «Parlato con colorato (Marroni, ndr) manda sms poi chiamalo sennò non risponde». Il faccendiere risponde di aver già fissato con la segretaria per il martedì successivo e il 15 settembre riscrive a Renzi senior: «Incontrato. Verifica e mi dice. Se intanto tu riuscissi a far/far fare un rinforzino sarebbe cosa buona». Per Sturzo gli imprenditori in gara si affidano ai loro «padrini politici»: Tiziano Renzi è quello di Romeo, Denis Verdini spinge il contendente Ezio Bigotti. Il 29 settembre Russo rivede Marroni e il 4 ottobre tocca a Renzi senior incontrarlo, come sempre «per strada», in piazza Santo Spirito a Firenze. Il giudice appunta: «È giusto chiedersi se dopo la cosiddetta “verifica", il colloquio in piazza Santo Spirito sia servito a dare quel richiesto rinforzino».
Appena due mesi prima, il 16 luglio 2015, Renzi senior e Romeo si erano conosciuti personalmente a Firenze, grazie a Russo. Le impressioni erano state buone e Tiziano, secondo il giudice, si sarebbe messo a disposizione, «anche se non poteva non tenere conto degli altri interessi in giuoco, prevalenti e di equilibrio politico» (vedi l'impegno di Verdini al fianco di Bigotti): «Speriamo non mi mettano ostacoli» si augurava il babbo. Durante l'appuntamento fiorentino si era parlato con ogni probabilità di alcuni appalti di Grandi stazioni che interessavano a Romeo.
L'abboccamento si tenne a due passi dall'ufficio dell'imprenditore Luigi Dagostino. E probabilmente non è un caso. Proprio in quei giorni di luglio Renzi senior stava facendo pressione per farsi pagare dall'ex azienda di Dagostino una fattura da 170.800 euro per una presunta prestazione inesistente. Il 17 giugno aveva incassato altri 24.400 euro. Proprio in quella data Dagostino aveva ottenuto, grazie ai buoni uffici di Tiziano, di portare un magistrato che indagava sui suoi commerci, al cospetto di Luca Lotti a Palazzo Chigi. Circa un anno fa la procura di Firenze ha iscritto sul registro degli indagati Dagostino e Renzi senior per traffico d'influenze. La maledizione dell'estate 2015.
Nel frattempo, per quei due bonifici, babbo Tiziano, la moglie Laura Bovoli e Dagostino sono stati condannati per false fatture. Insomma un lustro fa Renzi senior era un lobbista iperattivo, anche se la Procura di Roma non vi ha trovato nulla di illecito. Il genitore del fu Rottamatore in quei mesi si appoggia a un ufficio in via degli Scialoja a Roma che condivide con il cognato Andrea Conticini e Patrizio Donnini, un altro nome che figura nelle carte di Consip.
Anche se Sturzo non incrocia tutti questi dati, ne ha a sufficienza per poter scrivere: «Il traffico illecito di influenze in concorso tra Romeo Alfredo e Bocchino Italo, Russo Carlo e Renzi Tiziano presso il pubblico ufficiale Marroni Luigi si deve intendere effettivamente realizzato, avendo l'illecita proposta effettivamente raggiunto il Marroni, “in relazione alla richiesta del compimento di un atto contrario d'ufficio di amministratore delegato della Consip" quale la turbativa d'asta della gara Fm4 […] per facilitare una società caldeggiata da Russo Carlo e Renzi Tiziano». In cambio Russo ottenne un contratto di lavoro da una delle aziende di Romeo per la sorella della convivente, ospitalità negli alberghi del gruppo e promesse di soldi in nero e di contratti. Tutto questo tra l'11 settembre e il 10 novembre 2015. Poi, come anticipato, il Giglio magico viene a sapere che Russo è bruciato e viene emarginato. Quando chiede a Tiziano un contatto con il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi, anche il babbo cerca di «staccare la spina»: «Io non ho rapporti con lui e non so di cosa parli. Meglio se fai da solo. Scusa». È il 29 settembre 2016 e come spiega Russo a Romeo, Tiziano è da poco stato «pedinato» (cosa che è in effetti avvenuta). Il babbo sa di essere sotto indagine e ai primi di ottobre lo rivela alla sua cerchia più ristretta. Il 6 novembre, come ricorda Sturzo più volte, La Verità fa lo scoop e annuncia l'inchiesta pubblicamente. Il 7 dicembre Tiziano, tramite un amico, chiede a Russo di non contattarlo più.
Adesso la Procura avrà tre mesi per ristudiare le due mediazioni sospette contestate a Renzi senior (quella su Marroni e sull'ad di Grandi stazioni Silvio Gizzi) e prendere una decisione che per il gip, si intuisce, difficilmente potrà essere la richiesta di archiviazione, alla luce della nuova ricostruzione dei fatti.
«Non si è andati a fondo su Palazzo Chigi»
Nei giorni caldi di Consip, con il fascicolo approdato da Napoli a Roma, il Bullo se ne andava in giro per trasmissioni tv a propagandare che si trattava di un complottone. Un'inchiesta farsa che mirava a colpire il presidente del Consiglio. Ora, però, a leggere le 191 pagine dell'ordinanza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma Gaspare Sturzo, con le quali viene rigettata la richiesta di archiviazione della Procura e vengono disposte nuove indagini, sembra che di sviste sul Giglio magico in quel fascicolo ce ne sia più d'una. E lui, Matteo Renzi, da vittima del complotto sembra raffigurato dal gip quasi come un convitato di pietra.
fondazione open
Il suo nome filtra pagina dopo pagina e, in un crescendo, arriva a ripetersi per ben 34 volte. Ma non è l'unico che desta attenzione. Al giudice, per esempio, è apparso strano che nei cellulari sequestrati «non sembra si sia effettuata alcuna ricerca con le chiavi Lotti, Verdini, Denis, Bigotti, Abrignani, Bocchino». E tante altre. «Tutti temi», sentenzia il gip, «che oltre all'esame delle memorie dei telefoni andrebbero sviluppati sui supporti informatici e che rendono la ricerca allo stato insufficiente rispetto allo sviluppo delle indagini».
Non si sarebbe andato a fondo neanche «sui soggetti non meglio individuati che operavano possibili funzioni pubbliche da Palazzo Chigi, o meglio dalla sede della presidenza del Consiglio del governo italiano». Nelle telefonate intercettate, infatti, si fa riferimento a un «grande capo» che chiama da «Palazzo Chigi». Un personaggio misterioso che, per ora, resta nell'ombra. È attorno a Luigi Marroni, in quel momento amministratore delegato di Consip, che ruotano tutti i personaggi al centro dell'inchiesta. Ma anche buona parte del Giglio magico.
C'è un gruppo, chiamato dal dirigente di Consip Francesco Licci «la corrente», che il gip individua come collegato a Luca Lotti e a Filippo Vannoni, numero uno di Publiacqua ed ex consigliere di Renzi a Palazzo Chigi. Ed è in questo contesto che salta fuori il nome dell'avvocato Alberto Bianchi, in quel momento presidente della Fondazione Open ma anche consulente legale di Consip. «Quanto alla vicenda Bianchi», annota il giudice, «il richiamo alla chiamata da Palazzo Chigi è un dato tutto aperto e ancora interamente da spiegare anche quanto alle decisioni successive su gare di appalto Consip ancora aperte». Il gip valuta: «Il fatto che Bianchi sia legato a Renzi e a Luca Lotti e a Maria Elena Boschi, appare ricostruito dai carabinieri in atti, che fanno cenno anche alla Fondazione Open. Ebbene, da questo punto di vista si deve comprendere come mai [...] il Marroni di volta in volta sembra cancellare qualsiasi riferimento che possa spostare le indagini in corso, e così già gravemente compromesse dalle fughe di notizie che la Procura ritiene aver individuato attorno ai soggetti per cui ha proceduto, quando si arrivi nelle vicinanze di questa forza di governo, che pure lo aveva nominato, o verso gli alleati della stessa».
E perfino su un messaggio inviato da Carlo Russo a Francesco Bonifazi, il tesoriere del Pd che guidava anche la fondazione Eyu, «nessun accertamento», sottolinea il giudice, «sembra sia stato fatto». Il messaggio evidenzia che Russo voleva essere considerato quale «unico interlocutore di qualcuno con cui debba avere rapporti privilegiati», scrive il giudice, «soprattutto «senza che venga fuori il nome di “T"». Secondo la toga «non si fa fatica a collegare il messaggio nella dinamica Tiziano Renzi-Carlo Russo-Alfredo Romeo». In questa ottica il gip ritiene «rafforzato» il coinvolgimento di babbo Renzi ma, aggiunge, «con la congiunta necessità di verificare il ruolo stesso di Bonifazi, altro deputato Pd notoriamente vicino all'epoca dei fatti a Matteo Renzi». Rimettere a posto tutti i tasselli, però, non sarà facile. Anche perché a Marroni, per esempio, la Procura non ha chiesto conto neppure del fatto che non ricordasse, «dopo ben sette incontri con Carlo Russo», il nome della società per cui era stato chiesto l'intervento. Sul «facilitatore» Russo, compagno d'avventure imprenditoriali di babbo Renzi, il gip ritiene che «troppo frettolosamente sia stato formato l'assunto del pm» sul «millantatore» di cui sarebbero rimasti vittime «astutissimi e avvedutissimi imprenditori, consulenti, amministratori di stazioni appaltanti, alti burocrati, politici e loro parenti».
E allora rende più preciso il suo ruolo: «In sostanza Russo, quale faccendiere di un certo spessore, era certamente in grado di agire per facilitare scorciatoie relazionali a vicende imprenditoriali e politiche interconnesse tra loro. In tali operazioni, evidentemente, era in grado di vendere cose vere, verosimili, possibili, probabili e secondo le esigenze, raccontare cose false per raggiungere le sue finalità». Quali? «Trafficare influenze in modo illecito, ricevendo la promessa o la consegna di corrispettivi in denaro o altre utilità, quale prezzo per la sua mediazione presso il pubblico ufficiale».
la gara fm4
E per sgombrare il campo da ogni dubbio, aggiunge: «Il traffico illecito di influenze in concorso tra Alfredo Romeo e Italo Bocchino, Carlo Russo e Tiziano Renzi presso il pubblico ufficiale Marroni si deve intendere effettivamente realizzato». Poi fa una lezioncina di diritto ai colleghi: «L'illecita proposta ha realmente raggiunto il Marroni, in relazione alla richiesta del compimento di un atto contrario all'ufficio di amministratore delegato della Consip quale la turbativa d'asta della gara Fm4». Altro che millanterie. Sulla posizione di Russo il gip deve aver ritenuto l'azione della Procura un po' blanda, visto che, nello spiegare come andava configurata l'accusa, sottolinea: «In sostanza, la valutazione di questo giudice sulla continenza e correttezza del complessivo operato del pm sulla riqualificazione della posizione del traffico illecito di influenze in millantato credito, allo stato degli atti, [...] ha avuto esito negativo».
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Respinta la richiesta di archiviazione: regge l'accusa di traffico di influenze in due mediazioni. Il padre del Rottamatore sarebbe stato centrale fino a quando non ci sono state delle fughe di notizie.Il giudice per le indagini preliminari smonta il presunto complotto evocato dall'ex premier. Anzi, critica le indagini e parla di un «grande capo» per ora anonimo e di «soggetti non meglio individuati che operavano possibili funzioni pubbliche dalla sede della presidenza del Consiglio».Lo speciale contiene due articoli.L'ordinanza del gip Gaspare Sturzo, tra le molte sorprese, ci restituisce un'immagine fiammeggiante di Tiziano Renzi, dopo che la Procura di Roma aveva provato a rivendercelo come un mesto pensionato turlupinato dall'amico millantatore Carlo Russo. Ora dalle carte riemerge il babbo che conoscevamo, un lobbista con l'argento vivo addosso. Almeno nel 2015. Cosa che sta emergendo anche in una parallela inchiesta fiorentina. Nel 2016, grazie a mirate fughe di notizie sull'inchiesta, l'uomo diventa più prudente ed evita di continuare a frequentare il «faccendiere professionista» Russo, suo ex stretto collaboratore, intorno al quale il Giglio magico stende un «cordone sanitario». Ma è a quel punto che Russo, mentre è in quarantena stile coronavirus, si incattivisce e tenta persino, secondo il giudice, un'estorsione ai danni dell'ex ad di Consip Luigi Marroni, un soggetto «bizzarro», quest'ultimo, a giudizio della toga, uno capace di incontrare per sette volte Russo e non ricordarsi dopo cotanti incontri quale fosse la società che il suo interlocutore aveva così fortemente sponsorizzato. Sempre Marroni, secondo Sturzo, avrebbe salvaguardato Tiziano Renzi nei suoi interrogatori: «Cominciava a riferire circostanze […], ad avviso di questo giudice, singolarmente volte, apparentemente, ad alleggerire la posizione del Renzi Tiziano». Quest'ultimo nel 2015 incontra più volte l'amministratore delegato, su richiesta di Russo, a sua volta in contatto con l'imprenditore Alfredo Romeo, il presunto corruttore in cima alla filiera. E quando la questione delle gare Consip sembra complicarsi, Russo dice a Tiziano che serve «un rinforzino». Il 13 settembre 2015 Renzi senior, super attivo, scrive su una chat criptata: «Parlato con colorato (Marroni, ndr) manda sms poi chiamalo sennò non risponde». Il faccendiere risponde di aver già fissato con la segretaria per il martedì successivo e il 15 settembre riscrive a Renzi senior: «Incontrato. Verifica e mi dice. Se intanto tu riuscissi a far/far fare un rinforzino sarebbe cosa buona». Per Sturzo gli imprenditori in gara si affidano ai loro «padrini politici»: Tiziano Renzi è quello di Romeo, Denis Verdini spinge il contendente Ezio Bigotti. Il 29 settembre Russo rivede Marroni e il 4 ottobre tocca a Renzi senior incontrarlo, come sempre «per strada», in piazza Santo Spirito a Firenze. Il giudice appunta: «È giusto chiedersi se dopo la cosiddetta “verifica", il colloquio in piazza Santo Spirito sia servito a dare quel richiesto rinforzino».Appena due mesi prima, il 16 luglio 2015, Renzi senior e Romeo si erano conosciuti personalmente a Firenze, grazie a Russo. Le impressioni erano state buone e Tiziano, secondo il giudice, si sarebbe messo a disposizione, «anche se non poteva non tenere conto degli altri interessi in giuoco, prevalenti e di equilibrio politico» (vedi l'impegno di Verdini al fianco di Bigotti): «Speriamo non mi mettano ostacoli» si augurava il babbo. Durante l'appuntamento fiorentino si era parlato con ogni probabilità di alcuni appalti di Grandi stazioni che interessavano a Romeo.L'abboccamento si tenne a due passi dall'ufficio dell'imprenditore Luigi Dagostino. E probabilmente non è un caso. Proprio in quei giorni di luglio Renzi senior stava facendo pressione per farsi pagare dall'ex azienda di Dagostino una fattura da 170.800 euro per una presunta prestazione inesistente. Il 17 giugno aveva incassato altri 24.400 euro. Proprio in quella data Dagostino aveva ottenuto, grazie ai buoni uffici di Tiziano, di portare un magistrato che indagava sui suoi commerci, al cospetto di Luca Lotti a Palazzo Chigi. Circa un anno fa la procura di Firenze ha iscritto sul registro degli indagati Dagostino e Renzi senior per traffico d'influenze. La maledizione dell'estate 2015. Nel frattempo, per quei due bonifici, babbo Tiziano, la moglie Laura Bovoli e Dagostino sono stati condannati per false fatture. Insomma un lustro fa Renzi senior era un lobbista iperattivo, anche se la Procura di Roma non vi ha trovato nulla di illecito. Il genitore del fu Rottamatore in quei mesi si appoggia a un ufficio in via degli Scialoja a Roma che condivide con il cognato Andrea Conticini e Patrizio Donnini, un altro nome che figura nelle carte di Consip.Anche se Sturzo non incrocia tutti questi dati, ne ha a sufficienza per poter scrivere: «Il traffico illecito di influenze in concorso tra Romeo Alfredo e Bocchino Italo, Russo Carlo e Renzi Tiziano presso il pubblico ufficiale Marroni Luigi si deve intendere effettivamente realizzato, avendo l'illecita proposta effettivamente raggiunto il Marroni, “in relazione alla richiesta del compimento di un atto contrario d'ufficio di amministratore delegato della Consip" quale la turbativa d'asta della gara Fm4 […] per facilitare una società caldeggiata da Russo Carlo e Renzi Tiziano». In cambio Russo ottenne un contratto di lavoro da una delle aziende di Romeo per la sorella della convivente, ospitalità negli alberghi del gruppo e promesse di soldi in nero e di contratti. Tutto questo tra l'11 settembre e il 10 novembre 2015. Poi, come anticipato, il Giglio magico viene a sapere che Russo è bruciato e viene emarginato. Quando chiede a Tiziano un contatto con il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi, anche il babbo cerca di «staccare la spina»: «Io non ho rapporti con lui e non so di cosa parli. Meglio se fai da solo. Scusa». È il 29 settembre 2016 e come spiega Russo a Romeo, Tiziano è da poco stato «pedinato» (cosa che è in effetti avvenuta). Il babbo sa di essere sotto indagine e ai primi di ottobre lo rivela alla sua cerchia più ristretta. Il 6 novembre, come ricorda Sturzo più volte, La Verità fa lo scoop e annuncia l'inchiesta pubblicamente. Il 7 dicembre Tiziano, tramite un amico, chiede a Russo di non contattarlo più. Adesso la Procura avrà tre mesi per ristudiare le due mediazioni sospette contestate a Renzi senior (quella su Marroni e sull'ad di Grandi stazioni Silvio Gizzi) e prendere una decisione che per il gip, si intuisce, difficilmente potrà essere la richiesta di archiviazione, alla luce della nuova ricostruzione dei fatti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/consip-nuove-indagini-su-babbo-renzi-la-telefonata-serve-un-rinforzino-2645186423.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-si-e-andati-a-fondo-su-palazzo-chigi" data-post-id="2645186423" data-published-at="1779435131" data-use-pagination="False"> «Non si è andati a fondo su Palazzo Chigi» Nei giorni caldi di Consip, con il fascicolo approdato da Napoli a Roma, il Bullo se ne andava in giro per trasmissioni tv a propagandare che si trattava di un complottone. Un'inchiesta farsa che mirava a colpire il presidente del Consiglio. Ora, però, a leggere le 191 pagine dell'ordinanza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma Gaspare Sturzo, con le quali viene rigettata la richiesta di archiviazione della Procura e vengono disposte nuove indagini, sembra che di sviste sul Giglio magico in quel fascicolo ce ne sia più d'una. E lui, Matteo Renzi, da vittima del complotto sembra raffigurato dal gip quasi come un convitato di pietra. fondazione open Il suo nome filtra pagina dopo pagina e, in un crescendo, arriva a ripetersi per ben 34 volte. Ma non è l'unico che desta attenzione. Al giudice, per esempio, è apparso strano che nei cellulari sequestrati «non sembra si sia effettuata alcuna ricerca con le chiavi Lotti, Verdini, Denis, Bigotti, Abrignani, Bocchino». E tante altre. «Tutti temi», sentenzia il gip, «che oltre all'esame delle memorie dei telefoni andrebbero sviluppati sui supporti informatici e che rendono la ricerca allo stato insufficiente rispetto allo sviluppo delle indagini». Non si sarebbe andato a fondo neanche «sui soggetti non meglio individuati che operavano possibili funzioni pubbliche da Palazzo Chigi, o meglio dalla sede della presidenza del Consiglio del governo italiano». Nelle telefonate intercettate, infatti, si fa riferimento a un «grande capo» che chiama da «Palazzo Chigi». Un personaggio misterioso che, per ora, resta nell'ombra. È attorno a Luigi Marroni, in quel momento amministratore delegato di Consip, che ruotano tutti i personaggi al centro dell'inchiesta. Ma anche buona parte del Giglio magico. C'è un gruppo, chiamato dal dirigente di Consip Francesco Licci «la corrente», che il gip individua come collegato a Luca Lotti e a Filippo Vannoni, numero uno di Publiacqua ed ex consigliere di Renzi a Palazzo Chigi. Ed è in questo contesto che salta fuori il nome dell'avvocato Alberto Bianchi, in quel momento presidente della Fondazione Open ma anche consulente legale di Consip. «Quanto alla vicenda Bianchi», annota il giudice, «il richiamo alla chiamata da Palazzo Chigi è un dato tutto aperto e ancora interamente da spiegare anche quanto alle decisioni successive su gare di appalto Consip ancora aperte». Il gip valuta: «Il fatto che Bianchi sia legato a Renzi e a Luca Lotti e a Maria Elena Boschi, appare ricostruito dai carabinieri in atti, che fanno cenno anche alla Fondazione Open. Ebbene, da questo punto di vista si deve comprendere come mai [...] il Marroni di volta in volta sembra cancellare qualsiasi riferimento che possa spostare le indagini in corso, e così già gravemente compromesse dalle fughe di notizie che la Procura ritiene aver individuato attorno ai soggetti per cui ha proceduto, quando si arrivi nelle vicinanze di questa forza di governo, che pure lo aveva nominato, o verso gli alleati della stessa». E perfino su un messaggio inviato da Carlo Russo a Francesco Bonifazi, il tesoriere del Pd che guidava anche la fondazione Eyu, «nessun accertamento», sottolinea il giudice, «sembra sia stato fatto». Il messaggio evidenzia che Russo voleva essere considerato quale «unico interlocutore di qualcuno con cui debba avere rapporti privilegiati», scrive il giudice, «soprattutto «senza che venga fuori il nome di “T"». Secondo la toga «non si fa fatica a collegare il messaggio nella dinamica Tiziano Renzi-Carlo Russo-Alfredo Romeo». In questa ottica il gip ritiene «rafforzato» il coinvolgimento di babbo Renzi ma, aggiunge, «con la congiunta necessità di verificare il ruolo stesso di Bonifazi, altro deputato Pd notoriamente vicino all'epoca dei fatti a Matteo Renzi». Rimettere a posto tutti i tasselli, però, non sarà facile. Anche perché a Marroni, per esempio, la Procura non ha chiesto conto neppure del fatto che non ricordasse, «dopo ben sette incontri con Carlo Russo», il nome della società per cui era stato chiesto l'intervento. Sul «facilitatore» Russo, compagno d'avventure imprenditoriali di babbo Renzi, il gip ritiene che «troppo frettolosamente sia stato formato l'assunto del pm» sul «millantatore» di cui sarebbero rimasti vittime «astutissimi e avvedutissimi imprenditori, consulenti, amministratori di stazioni appaltanti, alti burocrati, politici e loro parenti». E allora rende più preciso il suo ruolo: «In sostanza Russo, quale faccendiere di un certo spessore, era certamente in grado di agire per facilitare scorciatoie relazionali a vicende imprenditoriali e politiche interconnesse tra loro. In tali operazioni, evidentemente, era in grado di vendere cose vere, verosimili, possibili, probabili e secondo le esigenze, raccontare cose false per raggiungere le sue finalità». Quali? «Trafficare influenze in modo illecito, ricevendo la promessa o la consegna di corrispettivi in denaro o altre utilità, quale prezzo per la sua mediazione presso il pubblico ufficiale». la gara fm4 E per sgombrare il campo da ogni dubbio, aggiunge: «Il traffico illecito di influenze in concorso tra Alfredo Romeo e Italo Bocchino, Carlo Russo e Tiziano Renzi presso il pubblico ufficiale Marroni si deve intendere effettivamente realizzato». Poi fa una lezioncina di diritto ai colleghi: «L'illecita proposta ha realmente raggiunto il Marroni, in relazione alla richiesta del compimento di un atto contrario all'ufficio di amministratore delegato della Consip quale la turbativa d'asta della gara Fm4». Altro che millanterie. Sulla posizione di Russo il gip deve aver ritenuto l'azione della Procura un po' blanda, visto che, nello spiegare come andava configurata l'accusa, sottolinea: «In sostanza, la valutazione di questo giudice sulla continenza e correttezza del complessivo operato del pm sulla riqualificazione della posizione del traffico illecito di influenze in millantato credito, allo stato degli atti, [...] ha avuto esito negativo».
Ansa
Non dimentichiamo che, l’altro ieri, era stato il ministro dell’Interno di Islamabad, Mohsin Naqvi, a visitare la capitale iraniana, per incontrare il comandante dei pasdaran, Ahmad Vahidi. Non solo. Domani, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si recherà in Cina dove vedrà Xi Jinping.
Dal canto suo, il ministero degli Esteri iraniano ha reso noto che Teheran starebbe esaminando i «punti di vista» degli americani. Al contempo, sempre ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha cautamente parlato di «segnali positivi» nel processo diplomatico, confermando il viaggio della delegazione pakistana verso la Repubblica islamica ed esprimendo delusione per il comportamento degli alleati della Nato. Tuttavia, segretario di Stato americano, probabilmente per mettere sotto pressione gli ayatollah, non ha escluso il ricorso all’opzione militare. «La preferenza del presidente è quella di concludere un buon accordo, questa è la sua preferenza», ha detto, per poi aggiungere: «Ma se non riusciamo a raggiungere un buon accordo, il presidente è stato chiaro: ha altre opzioni. Non entrerò nei dettagli, ma tutti le conoscono».
Non mancano ciononostante delle difficoltà. Fonti della Repubblica islamica hanno riferito che la Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, avrebbe vietato il trasferimento all’estero dell’uranio in procinto di essere utilizzabile per la realizzazione di armamenti. Un’indiscrezione, quest’ultima, che è stata smentita sia dalla Casa Bianca sia da un alto funzionario di Teheran. Del resto, se fosse confermata, la notizia rischierebbe di mettere seriamente in difficoltà il processo diplomatico: Donald Trump notoriamente auspica che il regime khomeinista ceda le proprie scorte di uranio altamente arricchito. Scorte che, durante il suo recente incontro con Xi a Pechino, Vladimir Putin, secondo Interfax, si sarebbe offerto di ospitare in territorio russo. Si tratta di una proposta, quella dello zar, rispetto a cui la Casa Bianca nutre tuttavia freddezza. Ieri, il presidente americano è infatti tornato a ribadire che l’Iran non può conservare il suo uranio altamente arricchito e che saranno gli Stati Uniti a prenderne possesso. «Una volta che lo avremo, lo distruggeremo. Non lo vogliamo», ha affermato Trump, che ha anche detto che il conflitto finirà «molto presto».
Tutto questo, senza dimenticare il nodo di Hormuz. Ieri, la Repubblica islamica ha fatto sapere che Teheran sta discutendo con l’Oman l’introduzione di un pedaggio permanente per chi voglia usufruire dello Stretto: un’idea che è stata duramente bocciata dal presidente americano e dallo stesso Rubio, secondo cui l’introduzione di gabelle renderebbe impossibile ogni accordo tra Washington e Teheran. Dall’altra parte, Centcom ha reso noto di aver «reindirizzato» 94 navi da quando Washington ha imposto il blocco ai porti della Repubblica islamica. Inoltre, secondo la Cnn, l’intelligence statunitense riterrebbe che Teheran starebbe ricostituendo più rapidamente del previsto le proprie capacità militari e che, a seguito del cessate il fuoco con Washington, avrebbe riavviato la produzione di droni. Insomma, la diplomazia è ripartita. Ma la strada non è ancora in discesa.
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Il bombardamento ucraino al quartier generale dell’Fsb russo, nell’oblast di Kherson, ha provocato un centinaio fra vittime e feriti (Ansa)
La base dell’Fsb si trova a Genicheska Hirka, nell’oblast di Kherson. Allegando il video del raid, ha aggiunto che «le perdite russe sono circa un centinaio tra morti e feriti». Anche in questo caso si tratta di un messaggio per «i russi» visto che «devono capire che devono porre fine a questa loro guerra».
Ma non è stato l’unico attacco: il presidente ucraino ha infatti rivendicato un raid contro «la raffineria russa di Sizran, a oltre 800 chilometri dal confine». Inoltre, nella regione russa di Bryansk, un drone ucraino ha colpito una locomotiva, uccidendo tre persone. E anche nella parte della regione di Zaporizhzhia controllata dai russi si contano due vittime dopo che un velivolo senza pilota gialloblù ha attaccato un veicolo.
Che sia poi aumentata la capacità di difesa di Kiev ne è convinto il ministro della Difesa ucraino, Mykhailo Fedorov: ha dichiarato che «la percentuale di abbattimenti dei droni Shahed è raddoppiata negli ultimi quattro mesi, nonostante il numero di Shahed lanciati mensilmente dalla Russia sia in aumento del 35%». Gli attacchi di Mosca sull’Ucraina continuano però a mietere vittime: si contano almeno sette morti a seguito dei raid nel Donetsk, a Kharkiv e nella regione di Cherniv.
Zelensky ha intanto incassato ulteriore sostegno da parte degli alleati. Dopo lo spauracchio suscitato da una licenza commerciale britannica che avrebbe permesso l’importazione del petrolio russo da Paesi terzi, il premier laburista Keir Starmer ha fatto rientrare l’allarme. Stando a una nota diffusa da Downing street, i due leader hanno avuto una conversazione telefonica in cui Starmer «ha ribadito il costante sostegno del Regno Unito all’Ucraina e l’impegno per smantellare la macchina da guerra di Putin».
Un ulteriore appoggio a Kiev è arrivato dal cancelliere tedesco, Friedrich Merz, in tema di integrazione europea. Ha infatti proposto a Bruxelles che l’Ucraina diventi «membro associato» prima della sua completa adesione. Questo tipo di membership includerebbe già la clausola di mutua difesa con l’estensione all’Ucraina dell’articolo 42.7 del Trattato sull’Ue. A commentare l’iniziativa è stato anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Pur riconoscendo che «l’Ucraina è un Paese candidato a far parte dell’Ue», ha precisato: «Però non dobbiamo dimenticare i Balcani che sono candidati da prima». Intanto pare che la presidenza cipriota del Consiglio dell’Ue abbia fissato entro giugno l’avvio del primo pacchetto di negoziati per l’adesione. E non è escluso che sul tavolo ci sia anche la proposta di Merz. Un aiuto indirizzato al settore energetico ucraino arriva invece dall’Italia: il ministro dell’Energia Denys Shmyhal ha reso noto che il nostro Paese «fornirà ulteriori 10 milioni di euro per sostenere i lavori di ripristino e riparazione nel settore energetico».
E mentre il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha rimproverato «molti» alleati di «non spendere abbastanza per il sostegno all’Ucraina», c’è invece chi ha redarguito Kiev. La Lituania ha confermato che il drone precipitato sul suo territorio lo scorso 17 maggio è ucraino. Tra l’altro sia mercoledì sia ieri sono stati individuati velivoli senza pilota nei cieli lituani, ma non è stato comunicato l’autore. È in questo contesto che la Polonia ha chiesto a Kiev di usare i droni «con più precisione». La più critica è stata la Grecia: dopo il ritrovamento nelle acque greche di un drone marino ucraino, il ministro ellenico della Difesa, Nikos Dendias, ha affermato: «Ci devono delle scuse e la garanzia assoluta che una cosa del genere non si ripeterà più». Dall’altra parte, la Svezia ha preso le difese di Kiev.
A Mosca, intanto, si traccia l’identikit dei negoziatori europei. La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha affermato che «dovrebbero essere persone che godono della fiducia dei loro cittadini, che non abbiano optato per un nazionalismo esplicito, in particolare per la russofobia». Ma Zakharova si è anche esposta sui cittadini della Transnistria, dopo che Mosca ha assicurato agli abitanti una procedura semplificata per ottenere la cittadinanza russa: «La Russia è pronta a ricorrere a tutti i mezzi necessari per garantire la loro sicurezza».
Per Zelensky è senz’altro un grattacapo che si aggiunge alla questione della Bielorussia. Mentre il presidente russo Vladimir Putin, insieme all’omologo bielorusso Aleksandr Lukashenko, ha assistito ieri in videoconferenza alle esercitazioni nucleari congiunte dei due Paesi, Kiev teme un attacco da Minsk. Così il Servizio di sicurezza ucraino ha annunciato di stare «attuando una serie di misure di sicurezza rafforzate nelle regioni settentrionali» dell’Ucraina. Lukashenko ha cercato di allentare le tensioni con Kiev, sostenendo che Minsk non si farà «trascinare» nella guerra. E si è detto «pronto a incontrare» Zelensky. Ma il presidente ucraino ha già lanciato il suo avvertimento: Lukashenko «deve capire che ci saranno conseguenze se ci sarà l’aggressione contro l’Ucraina».
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La portaerei USS Nimitz (Ansa)
L’«Isola grande» si trova di fronte a una svolta davvero storica, alla ricerca del proprio futuro, fermo dal 1959, quando trionfò la Rivoluzione castrista, che pure aveva suscitato all’epoca immense speranze di un «mondo migliore». Ma questi 70 anni «rivoluzionari» sono stati, purtroppo, costellati di promesse non mantenute, ambizioni inappagate, traguardi mancati e illusioni perdute, che hanno causato il progressivo impoverimento del paese e un accentuato degrado della condizione sociale della popolazione. Ricordo che Cuba, prima della Rivoluzione, pur con tutte le sue contraddizioni politiche e i suoi squilibri sociali, era uno dei Paesi più sviluppati dell’America Latina (con un reddito medio pro-capite pari a quello della Spagna), aveva una Costituzione all’avanguardia e l’Avana risplendeva come una delle capitali più belle e affascinanti del sub-continente.
Il progressivo decadimento del Paese fu causato essenzialmente dal fallimento di un’organizzazione politica (marxista-leninista) e di un sistema economico (collettivista) che distrussero clamorosamente un’agricoltura fiorente e un’industria promettente, senza offrire niente in cambio. I dirigenti cubani hanno sempre avuto tendenza a credere che tutti i loro fallimenti fossero da addebitare all’embargo economico e commerciale americano, senza mai aver avuto il coraggio di guardare in se stessi e riconoscere realisticamente che il problema non era esterno al sistema, era il sistema stesso. Ma tutto ciò ormai appartiene al passato, argomenti per dibattiti tra storici, materiale per libri di Storia.
Cerchiamo invece di capire quale potrà essere il futuro di Cuba, dopo l’ubriacatura rivoluzionaria. Sappiamo che molto dipenderà dal sempre imprevedibile presidente americano, che ha decretato la presa e la liberazione di Cuba. Donald Trump si è espresso al riguardo più volte, facendo però dichiarazioni non sempre coincidenti. All’inizio la strategia è stata quella dell’attesa: Cuba è uno Stato fallito, agli sgoccioli, cadrà da sola come un frutto maturo. E per accelerare i tempi della «maturazione» ha ulteriormente inasprito l’embargo, limitando le già scarse possibilità per l’isola di rifornirsi in carburante. In seguito, di fronte alla resistenza dei dirigenti cubani, è stata adottata la strategia della «massima pressione», con una serie di iniziative tese a dimostrare la determinazione di Washington a raggiungere i propri obiettivi in un modo o nell’altro.
In questa cornice rientra anche l’incriminazione, da parte del Dipartimento di Giustizia americano, dell’ex presidente Raúl Castro, accusato di omicidio e cospirazione. Il 14 febbraio 1996 Castro, allora ministro delle Difesa e Capo delle forze armate rivoluzionarie (Far), diede personalmente l’ordine (ci sono le registrazioni delle conversazioni tra i piloti dei mig cubani e Castro) di abbattere due piccoli Chessna 337 (appartenenti all’organizzazione umanitaria Hermanos al rescate ) che svolgevano attività propagandistiche e di soccorso per i cubani in navigazione nello Stretto della Florida. Secondo l’Avana gli aerei avevano violato lo spazio aereo del Paese, per l’Icao (Organizzazione internazionale dell’aviazione civile) invece gli aerei volavano su acque internazionali. Colpiti da un nugolo di missili, i due Chessna esplosero in volo e i quattro piloti (di cui tre americani) furono disintegrati. Ora perché venir fuori, trent’anni dopo, con questa vecchia storia? Verosimilmente per portare la tensione al massimo. Perché, se fallisse anche questa mossa, non rimarrebbe che la soluzione militare (verosimilmente non un’invasione vera e propria, ma azioni mirate a disarticolare la catena di comando cubana). Significativa al riguardo è la recente istituzione, nell’ambito del Comando Sud degli Usa (SouthCom) di un «Comando di guerra autonomo», nel territorio del blocco occidentale, per gestire meglio le sfide della sicurezza nella regione, con particolare riferimento a Cuba.
L’opzione militare è quindi più che mai sul tavolo e assume sempre più contenuto, vista l’intransigenza dei dirigenti cubani a fare concessioni sul piano delle riforme democratiche e dei diritti dell’uomo. Del resto i cubani della diaspora sono favorevoli, in grande maggioranza, all’intervento militare americano. E non vogliono sentire parlare di accordi con gli eredi di Raúl Castro (suo figlio e suo nipote), come molti esperti hanno adombrato. Ma anche i cubani residenti a Cuba si sono espressi, attraverso rocamboleschi sondaggi di opinione, a favore degli americani. Per loro qualunque cosa è meglio dello stato di squallore e di abbandono in cui si trovano: senza elettricità, senza luce, senza cibo, senza medicinali, senza carburante per il trasporto, senza… niente. Una vita che non è degna di essere vissuta. Nessuno crede più nella Rivoluzione, nessuno pensa che i dirigenti castristi siano in grado di risollevare l’economia del Paese.
E Rubio manda un messaggio all’isola: «Meglio l’intesa, ma pronti a tutto»
Cuba torna a vivere ore di forte tensione sociale e politica. Nella parte orientale dell’isola, nelle ultime notti, la rabbia della popolazione è esplosa nuovamente nelle strade a causa dei blackout continui, della mancanza di beni essenziali e del peggioramento delle condizioni economiche. Il punto più critico si è registrato ad Antilla, cittadina situata nell’estremo est del Paese a circa 800 chilometri dall’Avana, dove gruppi di residenti hanno protestato contro le interruzioni di corrente che da giorni paralizzano intere aree del territorio cubano. Secondo diverse testimonianze diffuse da media indipendenti e rilanciate sui social network, decine di persone sono scese in strada durante la notte battendo pentole e padelle nel classico «cacerolazo», diventato negli anni il simbolo della contestazione popolare contro il regime. Nei filmati condivisi online si sentono cori contro il governo e slogan che invocano libertà, insieme al motto «Patria y Vida», divenuto uno dei principali emblemi dell’opposizione al castrismo. Secondo testimonianze locali, il governo cubano avrebbe inviato agenti armati per impedire che le proteste si estendessero ad altre città dell’isola. Nei video diffusi online si vedono momenti di forte tensione tra manifestanti e forze di sicurezza. Non risultano vittime ufficiali, ma alcuni residenti riferiscono di avere sentito spari durante gli scontri. Un testimone anonimo ha raccontato che la polizia sarebbe intervenuta con durezza per disperdere la folla ed evitare una nuova escalation come quella delle proteste del luglio 2021.
Alla base della nuova ondata di proteste c’è la situazione economica ormai insostenibile per una larga parte della popolazione. In molte aree dell’isola mancano energia elettrica e acqua per gran parte della giornata, mentre l’inflazione continua a colpire duramente i beni di prima necessità. Generi alimentari, medicinali e carburante risultano sempre più difficili da reperire e il malcontento popolare cresce di settimana in settimana. La crisi interna si intreccia però con un quadro internazionale sempre più delicato. A L’Avana aumenta infatti la preoccupazione per il deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti. Nelle ultime settimane Washington ha intensificato la pressione politica e diplomatica nei confronti del governo cubano, contribuendo ad alimentare un clima di forte instabilità.
La tensione è salita ulteriormente dopo la decisione delle autorità statunitensi di incriminare l’ex leader Raúl Castro in relazione all’abbattimento di due aerei appartenenti a esuli cubani avvenuto trent’anni fa. Pochi minuti dopo l’annuncio dell’incriminazione, il Comando Sud degli Stati Uniti ha comunicato l’arrivo nei Caraibi della portaerei nucleare USS Nimitz insieme al proprio gruppo d’attacco. Attraverso un messaggio pubblicato sui social network, il Southcom ha confermato l’ingresso della flotta nell’area caraibica, gesto interpretato da molti analisti come un segnale politico diretto all’Avana. A rendere ancora più teso il clima sono state anche alcune dichiarazioni di Donald Trump. Il presidente statunitense ha parlato apertamente della possibilità di «liberare Cuba» e le sue parole hanno provocato un’ondata di reazioni e alimentato voci, rilanciate soprattutto sui social, riguardo a una presunta presenza di agenti della Cia già attivi nel Paese. Poi Donald Trump ha respinto le accuse secondo cui l’invio della portaerei Nimitz nei Caraibi sarebbe stato deciso per intimidire Cuba o costringere il regime alla resa. Parlando con i giornalisti, il presidente americano ha sostenuto che l’obiettivo degli Stati Uniti sarebbe quello di aiutare la popolazione cubana, descrivendo un Paese piegato dalla crisi economica e dalla mancanza di beni essenziali. «Vogliamo aiutare i cubani, che non hanno soldi, elettricità, cibo, niente», ha dichiarato Trump.
Nel tentativo di mostrare compattezza e capacità di risposta, il governo cubano ha diffuso attraverso i media ufficiali immagini dei sistemi di difesa antiaerea dell’isola posti in stato di massima allerta. Nei filmati pero’ appaiono vecchi sistemi missilistici di epoca sovietica ancora in dotazione alle Forze Armate Rivoluzionarie. Le autorità dell’Avana hanno inoltre convocato per oggi una grande manifestazione nella Piazza Anti-imperialista José Martí, davanti all’ambasciata americana, con l’obiettivo dichiarato di sostenere Raúl Castro e denunciare le accuse provenienti dagli Stati Uniti. Sul piano internazionale, il regime cubano ha incassato il sostegno di Cina e Russia.
Pechino ha accusato Washington di utilizzare la giustizia come strumento politico contro Cuba, mentre Mosca ha ribadito il proprio appoggio all’Avana promettendo assistenza in questa fase di forte difficoltà. Anche la Spagna ha preso posizione contro qualsiasi ipotesi di intervento armato, sostenendo che il futuro dell’isola debba essere deciso esclusivamente dal popolo cubano. Marco Rubio ha dichiarato che Cuba avrebbe accettato una proposta di aiuti umanitari americani da cento milioni di dollari, anche se i negoziati sarebbero ancora in corso. Washington ha inoltre ribadito di essere pronta a intervenire in caso di minacce agli interessi statunitensi. Intanto la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dato ragione alla Havana Docks Corporation nella disputa sui beni confiscati dal regime di Fidel Castro nel 1960. La decisione potrebbe aprire la strada a nuove cause legali da parte di aziende americane contro chi utilizza proprietà nazionalizzate da Cuba, aumentando ulteriormente la pressione economica e politica sull’Avana.
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