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2024-01-04
Oggi conferenza della Meloni. Le nostre domande su tasse, lavoro e politiche industriali
Giorgia Meloni (Getty Images)
Oggi Giorgia Meloni si presenterà in conferenza stampa. È prevedibile che saranno gli ultimi casi nazionali a tenere banco nel round di domande: l’incidente di Capodanno di Emanuele Pozzolo, l’inchiesta sulla famiglia Verdini, il nodo Quirinale con la questione dei balneari. Temi che piacciono molto ai giornalisti, mentre gli italiani sembrano assai più interessati agli effetti dell’azione di governo sulle loro tasche. E sulla crescita del Paese. Per questo, offrendo anche qualche spunto con spirito costruttivo, vorremmo chiedere al premier quale saranno i dettagli della strategia nel campo del lavoro, del sistema fiscale, di quello finanziario e soprattutto quale sarà la politica industriale. Al netto delle contingenze, delle promesse elettorali in vista delle europee e delle zavorre ereditate dai governi precedenti, come intende, la Meloni, far crescere l’economia italiana e, di riflesso, quella di famiglie e imprese?
Secondo il centro studi Promotor, in quattro anni sono state «perse» quasi 2 milioni di auto immatricolate. Non solo. Nel 2023 le vendite di auto elettriche sono aumentate del 35% ma la quota di mercato è solo del 4,2%. Nel frattempo, il governo ha annunciato un nuovo piano di incentivi per le auto elettriche. Tutto questo mentre Stellantis sta spostando sempre di più all’estero le produzioni e mentre, a livello mondiale, il colosso cinese Byd ha sorpassato Tesla in termini di consegne trimestrali. Perché, vorremmo chiedere alla Meloni, dare incentivi se le auto acquistate non sono prodotte in Italia? Il ruolo ormai perduto dell’automotive, un tempo fiore all’occhiello dell’industria italiana, verrà sostituito da altri comparti investendo per esempio sull’agroalimentare? E quali saranno gli interventi per il comparto della microelettronica, ovvero chip e semiconduttori, in modo da attirare investitori esteri?
Prioritario per la crescita industriale del Paese è anche il comparto dell’acciaio attraverso il rilancio dell’ex Ilva di Taranto. C’è attesa per l’incontro dell’8 gennaio tra l’esecutivo e il socio indiano Arcerlormittal che detiene il 62% delle quote. Nell’ultimo confronto con i sindacati il governo ha confermato «il massimo impegno per garantire la continuità produttiva dell’ex Ilva, vagliando le ipotesi in campo atte a evitare il ricorso all’amministrazione straordinaria». Al momento però non c’è accordo sull’aumento di capitale di 320 milioni e sull’acquisto degli asset aziendali. Quale sarà il futuro del polo siderurgico e quale ruolo avrà lo Stato? Sarà necessario un altro intervento della finanza pubblica?
Sul tavolo di Palazzo Chigi resta, inoltre, aperto il dossier Ita-Lufthansa. Per benedire le nozze nei cieli tra la ex Alitalia e la compagnia di bandiera tedesca, Bruxelles ha chiesto altri approfondimenti e la scadenza della prima fase dell’indagine è fissata per il 15 gennaio. A godere di questo stallo può essere la Francia con Air France ma anche la Germania: più passa il tempo, infatti, e più la compagnia italiana si svaluta e le nozze potrebbero essere meno onerose (l’accordo di maggio prevede che Lufthansa acquisti il 41% di Ita attraverso un aumento di capitale di 325 milioni, con l’opzione di acquisire tutte le azioni rimanenti in un secondo momento). A che punto sono le interlocuzioni? Quanto alle Tlc, questo e il prossimo potrebbero essere due mesi chiave: da una parte si potrebbe vedere uno spiraglio nella trattativa tra Vodafone e Iliad e dall’altra potrebbe uscire dall’impasse l’operazione tra Wind Tre e il fondo svedese Eqt. Nel riassetto generale è destinata a inserirsi anche Tim che ha avuto l’ok del suo cda alla «madre di tutte le operazioni di scorporo»: la separazione e vendita della rete che vede impegnati l’ex monopolista e Kkr con il Mef. Come intende il governo chiudere il cerchio?
Il governo Meloni ha fatto bene a non cadere nella trappola del salario minimo tesa dall’opposizione. Ed è anche riuscito a modificare il Reddito di cittadinanza sminando l’eredità di Giuseppe Conte. Restano, però, problemi strutturali. A cominciare dal mismatch tra domanda e offerta. Le aziende hanno difficoltà a coprire i posti vacanti anche perché la forza lavoro in Italia invecchia rapidamente. Perciò vorremmo chiedere al premier: quali misure intende mettere in campo per migliorare la formazione non solo dei giovani? Quali interventi verranno programmati sul fronte delle politiche attive? E soprattutto per garantire una maggiore flessibilità dei contratti?
La manovra aiuta i redditi bassi e aumenta i dipendenti pubblici ma ha deluso partite Iva e autonomi. Deludente anche la mossa sugli affitti brevi con la «tassina sulla casa» ovvero l’aumento della cedolare al 26% della seconda locazione. Non solo. Chi ha 50.000 euro lordi di reddito oggi deve ancora fare i conti con una tassazione che, comprendendo anche le addizionali regionali e comunali, va ben oltre 50%. Quali misure prenderà il governo per sostenere il ceto medio e gli autonomi? Quello della flat tax resta un obiettivo di legislatura?
I gufi dello spread sono stati smentiti e nel 2024 ci si attende l’avvio rapido di un percorso di discesa dei tassi che offrirebbe margini non indifferenti di manovra sul debito. Questo potrebbe essere anche l’anno decisivo per futuro del Monte dei Paschi: il Mef resterà con una quota nel capitale? Con la necessità di accelerare le privatizzazioni, il governo coinvolgerà le casse di previdenza nelle future vendite di partecipazioni statali rafforzando il loro ruolo di investitore istituzionale? È in atto anche una guerra silenziosa attorno al risparmio gestito tricolore che coinvolge soprattutto i francesi di Amundi, la nostra piccola corazzata Anima, i cugini d’Oltralpe di Crédit agricole ormai legati a doppia mandata con Banco Bpm. Dopo lo stop al Mes, quali condizioni di reciprocità e garanzie di trasparenza verranno chieste dall’Italia in vista di un’unione bancaria da cui dipenderà il futuro consolidamento del sistema europeo?
Ritardi sulla strategia energetica: i nodi da sciogliere su atomo e Africa
Chissà se lo stanco rito della conferenza stampa governativa di fine anno, diventata di inizio anno per motivi di salute del premier, per una volta oggi riuscirà a stupirci. La speranza è che i giornalisti ammessi nell’Aula dei gruppi parlamentari di Montecitorio vadano oltre il folclore della cronaca e pretendano da Giorgia Meloni risposte sui temi che riguardano il futuro del Paese. Ad esempio, l’energia. In questo campo molti sono i dossier aperti, tutti strategici, e vi sono scelte importanti da fare.
Il regime di tutela dell’energia elettrica non è stato prorogato dal governo, anche se di fatto l’Arera ne ha spostato l’avvio al prossimo luglio. La proroga delle concessioni idroelettriche non è stata inserita nel decreto Energia del 9 dicembre, esponendo così un intero settore al rischio che gli impianti finiscano in mani straniere come disegnato dal governo di Mario Draghi. Il decreto però deve essere ancor convertito in legge e la scadenza per la presentazione degli emendamenti alla Camera è lunedì. Il tema è delicatissimo e sarebbe importante conoscere quale è l’orientamento del governo in merito, considerato che la Regione Lombardia poco prima di Natale ha già iniziato l’iter per la messa a gara di tre concessioni.
Da martedì 9 alla Camera dei deputati arriva anche il Piano Mattei, cioè il decreto-legge 161 del 15 novembre, approvato in Senato il 19 dicembre e da convertire in legge entro il 14 gennaio. Corsa contro il tempo, dunque, per un testo che però è privo di contenuti, limitandosi a disegnare una cabina di regia e una struttura organizzativa. Al di là delle dichiarazioni di intenti in tema di cooperazione con i Paesi africani, sarebbe importante capire che cosa il governo intende fare per riempire di contenuto quello che al momento sembra solo un contenitore.
L’argomento Piano Mattei si unisce a quello dell’approvvigionamento energetico del Paese, in particolare per quanto riguarda il gas. Al momento il sistema gas italiano non è in situazione di stress, la materia prima è disponibile e i prezzi sono contenuti e tornati ai livelli del 2021, prima dell’inizio della crisi energetica. Questo anche perché la domanda di gas nel 2023 (63 miliardi di metri cubi) è calata dell’8,5% rispetto ad un 2022 già assai misero. La domanda industriale di gas è stata nel 2023 in calo del 14% rispetto alla media degli ultimi dieci anni. Ciò significa che il calo di importazioni di gas dalla Russia è stato sostituito sì, in parte, dai maggiori afflussi di Lng, ma per il resto si tratta di distruzione della domanda. Vi sono però le grosse incertezze legate alla stabilità dei prezzi e alla conseguente competitività delle imprese, soprattutto di quelle che consumano più energia. Eni si è fatta promotrice nei mesi passati di nuovi accordi ma nel quadro della transizione energetica il gas resta un punto irrisolto: non è chiaro dove il governo vuole andare su un tema così importante.
Legata alla questione dei prezzi del gas vi è quella dei prezzi dell’energia elettrica: il prezzo medio spot dell’energia elettrica all’ingrosso in Italia è sceso del 58% nel 2023 risultando pari a 115 euro/Mwh, circa 20 euro/Mwh più alto che in Francia e in Germania. Ne risulta che le imprese italiane pagano l’energia di più rispetto agli altri Paesi Ue, e ciò rappresenta un peso per la competitività del sistema.
Vi sono altre due questioni più di fondo su cui occorre la massima chiarezza. La prima è la questione dell’energia nucleare. La posizione espressa sin qui dal governo, nelle parole del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, risulta alquanto dissonante. Il ministro ha affermato infatti che il governo è favorevole al nucleare ma che non farà nuove centrali. Si è poi capito meglio che il governo vorrebbe costituirsi solo come soggetto regolatore, lasciando ai privati l’iniziativa di investire in nuove centrali. Si parla di centrali small modular reactor (Smr) e advanced modular reactor (Amr), cioè di unità di produzione di media e piccola scala.
Oggi non vi sono ostacoli normativi per una ripresa dell’attività nucleare in Italia. Il quadro normativo attuale, peraltro disegnato in gran parte da Euratom, di cui l’Italia non ha mai cessato di far parte, avrebbe solo bisogno di essere aggiornato e sviluppato. Servono processi autorizzativi certi e la massima informazione sul tema, per dare all’opinione pubblica gli strumenti per valutare con oggettività senza scadere nello schema delle opposte tifoserie.
Ma, questo è il secondo tema, occorre che la Meloni risponda alla seguente domanda: il tema energia è considerato strategico dal governo? Perché se lo è, il ruolo di mero regolatore dello Stato appare riduttivo e per nulla rispondente alle necessità. Nel 2022, chi aveva dimenticato l’importanza strategica dell’energia ha avuto un brusco promemoria, con la crisi del gas. L’energia resta uno dei fattori principali nelle dinamiche economiche e geopolitiche, dunque richiede un disegno di politica energetica e un presidio statale. Lasciar fare all’Europa non ha portato benissimo.
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Il premier torna in pubblico dopo la malattia. A tenere banco saranno gli ultimi fatti di cronaca, ma i cittadini vogliono sapere come il governo aiuterà le loro tasche.L’approvvigionamento e i prezzi di gas ed elettricità sono fondamentali per geopolitica e crescita. L’esecutivo però deve ancora tracciare una rotta chiara sul nucleare e riempire di contenuti il Piano Mattei.Lo speciale contiene due articoli.Oggi Giorgia Meloni si presenterà in conferenza stampa. È prevedibile che saranno gli ultimi casi nazionali a tenere banco nel round di domande: l’incidente di Capodanno di Emanuele Pozzolo, l’inchiesta sulla famiglia Verdini, il nodo Quirinale con la questione dei balneari. Temi che piacciono molto ai giornalisti, mentre gli italiani sembrano assai più interessati agli effetti dell’azione di governo sulle loro tasche. E sulla crescita del Paese. Per questo, offrendo anche qualche spunto con spirito costruttivo, vorremmo chiedere al premier quale saranno i dettagli della strategia nel campo del lavoro, del sistema fiscale, di quello finanziario e soprattutto quale sarà la politica industriale. Al netto delle contingenze, delle promesse elettorali in vista delle europee e delle zavorre ereditate dai governi precedenti, come intende, la Meloni, far crescere l’economia italiana e, di riflesso, quella di famiglie e imprese?Secondo il centro studi Promotor, in quattro anni sono state «perse» quasi 2 milioni di auto immatricolate. Non solo. Nel 2023 le vendite di auto elettriche sono aumentate del 35% ma la quota di mercato è solo del 4,2%. Nel frattempo, il governo ha annunciato un nuovo piano di incentivi per le auto elettriche. Tutto questo mentre Stellantis sta spostando sempre di più all’estero le produzioni e mentre, a livello mondiale, il colosso cinese Byd ha sorpassato Tesla in termini di consegne trimestrali. Perché, vorremmo chiedere alla Meloni, dare incentivi se le auto acquistate non sono prodotte in Italia? Il ruolo ormai perduto dell’automotive, un tempo fiore all’occhiello dell’industria italiana, verrà sostituito da altri comparti investendo per esempio sull’agroalimentare? E quali saranno gli interventi per il comparto della microelettronica, ovvero chip e semiconduttori, in modo da attirare investitori esteri? Prioritario per la crescita industriale del Paese è anche il comparto dell’acciaio attraverso il rilancio dell’ex Ilva di Taranto. C’è attesa per l’incontro dell’8 gennaio tra l’esecutivo e il socio indiano Arcerlormittal che detiene il 62% delle quote. Nell’ultimo confronto con i sindacati il governo ha confermato «il massimo impegno per garantire la continuità produttiva dell’ex Ilva, vagliando le ipotesi in campo atte a evitare il ricorso all’amministrazione straordinaria». Al momento però non c’è accordo sull’aumento di capitale di 320 milioni e sull’acquisto degli asset aziendali. Quale sarà il futuro del polo siderurgico e quale ruolo avrà lo Stato? Sarà necessario un altro intervento della finanza pubblica?Sul tavolo di Palazzo Chigi resta, inoltre, aperto il dossier Ita-Lufthansa. Per benedire le nozze nei cieli tra la ex Alitalia e la compagnia di bandiera tedesca, Bruxelles ha chiesto altri approfondimenti e la scadenza della prima fase dell’indagine è fissata per il 15 gennaio. A godere di questo stallo può essere la Francia con Air France ma anche la Germania: più passa il tempo, infatti, e più la compagnia italiana si svaluta e le nozze potrebbero essere meno onerose (l’accordo di maggio prevede che Lufthansa acquisti il 41% di Ita attraverso un aumento di capitale di 325 milioni, con l’opzione di acquisire tutte le azioni rimanenti in un secondo momento). A che punto sono le interlocuzioni? Quanto alle Tlc, questo e il prossimo potrebbero essere due mesi chiave: da una parte si potrebbe vedere uno spiraglio nella trattativa tra Vodafone e Iliad e dall’altra potrebbe uscire dall’impasse l’operazione tra Wind Tre e il fondo svedese Eqt. Nel riassetto generale è destinata a inserirsi anche Tim che ha avuto l’ok del suo cda alla «madre di tutte le operazioni di scorporo»: la separazione e vendita della rete che vede impegnati l’ex monopolista e Kkr con il Mef. Come intende il governo chiudere il cerchio?Il governo Meloni ha fatto bene a non cadere nella trappola del salario minimo tesa dall’opposizione. Ed è anche riuscito a modificare il Reddito di cittadinanza sminando l’eredità di Giuseppe Conte. Restano, però, problemi strutturali. A cominciare dal mismatch tra domanda e offerta. Le aziende hanno difficoltà a coprire i posti vacanti anche perché la forza lavoro in Italia invecchia rapidamente. Perciò vorremmo chiedere al premier: quali misure intende mettere in campo per migliorare la formazione non solo dei giovani? Quali interventi verranno programmati sul fronte delle politiche attive? E soprattutto per garantire una maggiore flessibilità dei contratti?La manovra aiuta i redditi bassi e aumenta i dipendenti pubblici ma ha deluso partite Iva e autonomi. Deludente anche la mossa sugli affitti brevi con la «tassina sulla casa» ovvero l’aumento della cedolare al 26% della seconda locazione. Non solo. Chi ha 50.000 euro lordi di reddito oggi deve ancora fare i conti con una tassazione che, comprendendo anche le addizionali regionali e comunali, va ben oltre 50%. Quali misure prenderà il governo per sostenere il ceto medio e gli autonomi? Quello della flat tax resta un obiettivo di legislatura?I gufi dello spread sono stati smentiti e nel 2024 ci si attende l’avvio rapido di un percorso di discesa dei tassi che offrirebbe margini non indifferenti di manovra sul debito. Questo potrebbe essere anche l’anno decisivo per futuro del Monte dei Paschi: il Mef resterà con una quota nel capitale? Con la necessità di accelerare le privatizzazioni, il governo coinvolgerà le casse di previdenza nelle future vendite di partecipazioni statali rafforzando il loro ruolo di investitore istituzionale? È in atto anche una guerra silenziosa attorno al risparmio gestito tricolore che coinvolge soprattutto i francesi di Amundi, la nostra piccola corazzata Anima, i cugini d’Oltralpe di Crédit agricole ormai legati a doppia mandata con Banco Bpm. Dopo lo stop al Mes, quali condizioni di reciprocità e garanzie di trasparenza verranno chieste dall’Italia in vista di un’unione bancaria da cui dipenderà il futuro consolidamento del sistema europeo?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conferenza-meloni-2666866098.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ritardi-sulla-strategia-energetica-i-nodi-da-sciogliere-su-atomo-e-africa" data-post-id="2666866098" data-published-at="1704360109" data-use-pagination="False"> Ritardi sulla strategia energetica: i nodi da sciogliere su atomo e Africa Chissà se lo stanco rito della conferenza stampa governativa di fine anno, diventata di inizio anno per motivi di salute del premier, per una volta oggi riuscirà a stupirci. La speranza è che i giornalisti ammessi nell’Aula dei gruppi parlamentari di Montecitorio vadano oltre il folclore della cronaca e pretendano da Giorgia Meloni risposte sui temi che riguardano il futuro del Paese. Ad esempio, l’energia. In questo campo molti sono i dossier aperti, tutti strategici, e vi sono scelte importanti da fare. Il regime di tutela dell’energia elettrica non è stato prorogato dal governo, anche se di fatto l’Arera ne ha spostato l’avvio al prossimo luglio. La proroga delle concessioni idroelettriche non è stata inserita nel decreto Energia del 9 dicembre, esponendo così un intero settore al rischio che gli impianti finiscano in mani straniere come disegnato dal governo di Mario Draghi. Il decreto però deve essere ancor convertito in legge e la scadenza per la presentazione degli emendamenti alla Camera è lunedì. Il tema è delicatissimo e sarebbe importante conoscere quale è l’orientamento del governo in merito, considerato che la Regione Lombardia poco prima di Natale ha già iniziato l’iter per la messa a gara di tre concessioni. Da martedì 9 alla Camera dei deputati arriva anche il Piano Mattei, cioè il decreto-legge 161 del 15 novembre, approvato in Senato il 19 dicembre e da convertire in legge entro il 14 gennaio. Corsa contro il tempo, dunque, per un testo che però è privo di contenuti, limitandosi a disegnare una cabina di regia e una struttura organizzativa. Al di là delle dichiarazioni di intenti in tema di cooperazione con i Paesi africani, sarebbe importante capire che cosa il governo intende fare per riempire di contenuto quello che al momento sembra solo un contenitore. L’argomento Piano Mattei si unisce a quello dell’approvvigionamento energetico del Paese, in particolare per quanto riguarda il gas. Al momento il sistema gas italiano non è in situazione di stress, la materia prima è disponibile e i prezzi sono contenuti e tornati ai livelli del 2021, prima dell’inizio della crisi energetica. Questo anche perché la domanda di gas nel 2023 (63 miliardi di metri cubi) è calata dell’8,5% rispetto ad un 2022 già assai misero. La domanda industriale di gas è stata nel 2023 in calo del 14% rispetto alla media degli ultimi dieci anni. Ciò significa che il calo di importazioni di gas dalla Russia è stato sostituito sì, in parte, dai maggiori afflussi di Lng, ma per il resto si tratta di distruzione della domanda. Vi sono però le grosse incertezze legate alla stabilità dei prezzi e alla conseguente competitività delle imprese, soprattutto di quelle che consumano più energia. Eni si è fatta promotrice nei mesi passati di nuovi accordi ma nel quadro della transizione energetica il gas resta un punto irrisolto: non è chiaro dove il governo vuole andare su un tema così importante. Legata alla questione dei prezzi del gas vi è quella dei prezzi dell’energia elettrica: il prezzo medio spot dell’energia elettrica all’ingrosso in Italia è sceso del 58% nel 2023 risultando pari a 115 euro/Mwh, circa 20 euro/Mwh più alto che in Francia e in Germania. Ne risulta che le imprese italiane pagano l’energia di più rispetto agli altri Paesi Ue, e ciò rappresenta un peso per la competitività del sistema. Vi sono altre due questioni più di fondo su cui occorre la massima chiarezza. La prima è la questione dell’energia nucleare. La posizione espressa sin qui dal governo, nelle parole del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, risulta alquanto dissonante. Il ministro ha affermato infatti che il governo è favorevole al nucleare ma che non farà nuove centrali. Si è poi capito meglio che il governo vorrebbe costituirsi solo come soggetto regolatore, lasciando ai privati l’iniziativa di investire in nuove centrali. Si parla di centrali small modular reactor (Smr) e advanced modular reactor (Amr), cioè di unità di produzione di media e piccola scala. Oggi non vi sono ostacoli normativi per una ripresa dell’attività nucleare in Italia. Il quadro normativo attuale, peraltro disegnato in gran parte da Euratom, di cui l’Italia non ha mai cessato di far parte, avrebbe solo bisogno di essere aggiornato e sviluppato. Servono processi autorizzativi certi e la massima informazione sul tema, per dare all’opinione pubblica gli strumenti per valutare con oggettività senza scadere nello schema delle opposte tifoserie. Ma, questo è il secondo tema, occorre che la Meloni risponda alla seguente domanda: il tema energia è considerato strategico dal governo? Perché se lo è, il ruolo di mero regolatore dello Stato appare riduttivo e per nulla rispondente alle necessità. Nel 2022, chi aveva dimenticato l’importanza strategica dell’energia ha avuto un brusco promemoria, con la crisi del gas. L’energia resta uno dei fattori principali nelle dinamiche economiche e geopolitiche, dunque richiede un disegno di politica energetica e un presidio statale. Lasciar fare all’Europa non ha portato benissimo.
Il busto reliquiario di Sant'Agata a Catania (Getty Images)
Perdona loro. Nel capolavoro di Giambattista Tiepolo, Sant’Agata allarga le braccia e alza gli occhi al cielo. Lo sta facendo anche adesso, mentre commenta con la dolente postura la decisione di una scuola siciliana di annullare la visita alla sua reliquia per paura dei ruggiti dell’Uaar. Sarebbe l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, infuriata anche solo all’idea che maestre e bambini dedichino mezza mattinata a un atto di cultura e devozione popolare millenario, nel nome di una delle sante più celebrate, raffigurate, pregate del mondo.
La faccenda è surreale e la crociata degli atei (ossimoro voluto) ha toni da Robespierre. Tutto comincia qualche giorno fa, quando il preside dell’istituto comprensivo (elementari e medie) «Federico De Roberto» di Zafferana Etnea, in provincia di Catania, decide di far partecipare la scuola alle celebrazioni di Sant’Agata, culminate con l’arrivo in paese di una reliquia (il braccio della santa) alla parrocchia di Santa Maria della Provvidenza, portata in pompa magna dall’arcivescovo Luigi Renna. L’evento, molto partecipato, si inserisce nel programma per il nono centenario della traslazione delle reliquie a Catania da Costantinopoli, dov’erano state trafugate quasi mille anni fa fra la disperazione generale, poiché Sant’Agata era ed è considerata nella tradizione cristiana la principale protettrice dalle eruzioni dell’Etna che balugina lassù.
Giusto o sbagliato, è così da sempre nel segno della storia e dell’identità. Ma vallo a spiegare agli atei, agli agnostici e agli Odifreddi boys che al solo sentire il nome di Cristo innalzano roghi, mentre su Maometto sono molto più distratti, non si sa mai. Tornando a Zafferana, il preside organizza la visita nei dettagli: le elementari con tulipano bianco, le medie con fazzoletto bianco. Ovviamente tutto facoltativo, chi non fosse interessato rimane in classe a seguire le lezioni. Ebbene, il numero uno dell’istituto non riesce neppure a divulgare la circolare. L’Unione degli atei, sezione di Catania, interviene preventivamente con una diffida, minaccia denunce per «violazione del principio di laicità delle scuole pubbliche» ed entra in modalità trincea permanente.
La santa patrona diventa un casus belli, il preside Salvatore Musumeci è costretto a tornare sui suoi passi e a revocare la circolare. Forse indotto dal silenzio accondiscendente delle istituzioni locali (il sindaco Salvatore Russo è un civico sostenuto dal Pd) e dalle stesse autorità religiose, da tempo più inclini ad appiattirsi sulle ragioni dei senza Dio piuttosto che difendere la fede. Così l’Uaar può cantare vittoria: «Quella decisione era illegittima. Gli atti di culto in orario scolastico sono infatti vietati, come chiarito da norme e sentenze, definitiva quella del Consiglio di Stato del 27 marzo 2017». Il crinale è impervio e la distinzione fra atto di culto in classe e gita in parrocchia a vedere una reliquia abbastanza evidente.
È curioso notare la muscolare alzata di scudi da parte di chi predica ogni tipo di libertà (tranne quelle degli altri) in nome di un laicismo che tende all’assolutismo. L’Uaar è famosa per le sue battaglie frontali contro la religione cattolica: lo sbattezzo, la lotta contro il crocifisso negli edifici pubblici, l’ora di religione, gli slogan provocatori sui bus. A Zafferana gli atei scatenati non si risparmiano neppure un dettaglio imbarazzante: «La visita non avrebbe nemmeno tenuto conto dei risvolti macabri, dato che l’oggetto esposto sarebbe il braccio del cadavere di Sant’Agata». Siamo al «cadaverino appeso fra due legnetti» televisivo di Adel Smith. C’è gente da 23 anni con lo sguardo nello specchietto retrovisore.
Con un dettaglio in più. Il progressista illuminato, impegnato a bollare come oscurantista il ministro Giuseppe Valditara dopo la decisione di non autorizzare in automatico le lezioni genderfluid a scuola, sembra del tutto silente riguardo al diktat imposto da un’associazione di parte all’esercizio della libertà altrui di partecipare a un evento popolare inserito da secoli nel contesto sociale del territorio. Il preside avrebbe potuto tenere duro ma deve avere fiutato l’aria. Nessuna intenzione di rimanere solo e con il cerino acceso in mano. Alla fine, si è limitato a precisare al quotidiano La Sicilia: «Nessuno ha imposto niente. Gli alunni che, a seguito del parere contrario dei genitori, non volevano partecipare alla visita sarebbero rimasti in classe a fare lezione, all’insegna della piena libertà». Parola sconosciuta ai liberal per decreto.
Così Sant’Agata, celebrata dalle processioni e dalle candelore in Sicilia e in tutto il mondo dove un emigrante abbia lasciato il seme della devozione, non può essere avvicinata dai bambini e dai ragazzi di Zafferana in orario scolastico. Mentre l’Etna distratto sta a guardare. La leggenda vuole che nell’antichità il vulcano abbia inghiottito Empedocle risputandone per sdegno un calzare. Era un filosofo pagano che si credeva un dio. Praticamente un ateo.
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La ripartizione dei fondi del Southern Poverty Law Center (Getty Images)
Scusi lei è del Ku Klux Klan? E vuole ritirarsi? Ma come si permette? E lei pure? Ma siete matti? Se voi vi ritirate noi come facciamo a vivere? Immaginiamo lo sgomento per gli attivisti della Ong antirazzista e buonista di Montgomery, in Alabama, di fronte a quei due uomini che volevano deporre cappuccio e tunica bianca. In un attimo hanno visto svanire ricche offerte e donazioni, un business da milioni di dollari. Se quelli del Ku Klux Klan si arrendono saremo ridotti sul lastrico, devono aver pensato i sedicenti nemici del Ku Klux Klan. I professionisti dell’antirazzismo, si sa, hanno bisogno del razzismo per sopravvivere. E così in mancanza di meglio, ecco l’idea geniale e l’offerta indecente: se non vi ritirate vi paghiamo noi. Affare fatto. «1.200 dollari al mese per continuare a essere membri del Ku Klux Klan». Veri razzisti in nome dell’antirazzismo.
Così i due incappucciati hanno ritrovato lo smalto cattivo di un tempo, grazie ovviamente ai soldi dei «buoni». I quali «buoni» non contenti di finanziare due membri del Ku Klux Klan (in codice chiamati F31 e F32), hanno finanziato anche: la pubblicazione di «materiale razzista», altra «letteratura estremista», le manifestazioni suprematiste, i «motociclisti sadici», il Gran Mago del Ku Klux Klan, la creazione di nuove sezioni del Ku Klux Klan, ma soprattutto (badate bene) l’acquisto di tuniche bianche e cappucci per i membri del Ku Klux Klan nonché «il rogo delle croci» del Ku Klux Klan con relativa fornitura di «legna e carburante». Non è straordinario? Il rogo delle croci finanziato dalla Ong antirazzista, legna e carburante compresi. L’antirazzismo è un sentimento che infiamma, si sa. Ma mai avremmo pensato che sarebbe arrivato ad un passo dall’infiammare le case dei neri.
Che ci volete fare? Io lo dico da un pezzo: attenti ai buoni. «Quando ci si dichiara solidali con gli altri in genere è per prendergli qualcosa», diceva Vilfredo Pareto. Ed Ennio Flaiano aggiungeva: «Tutti quelli che rubano, devono far mostra di amare il prossimo e di temere Iddio». Ora, per stare al passo con il tempo, tutti quelli che rubano devono anche mostrarsi antirazzisti. La Ong Splc (Southern poverty law center) di Montgomery in Alabama è infatti sotto accusa per frode, false dichiarazioni e cospirazione finalizzata al riciclaggio di denaro. In pratica chiedeva offerte per combattere il razzismo e con quel denaro invece finanziava i razzisti. Per altro non poco: secondo gli inquirenti dal 2014 al 2023 avrebbe versato nelle casse del Ku Klux Klan la bellezza di 3 milioni di dollari. Tutti soldi dei donatori, che si sono così trasformati in finanziatori dell’estremismo a loro insaputa. Poveretti: pensavano fosse amore invece era il rogo di una croce…
La Ong Splc, per altro, era l’emblema dei buoni in eterna lotta contro i cattivi. Sul suo sito c’erano parole durissime contro il Ku Klux Klan, «antico e famigerato gruppo di odio», pronto ad attaccare non solo gli afroamericani ma anche «ebrei, immigrati e membri della comunità Lgbtq+». Ovviamente, tutta colpa di Donald: «l’agenda anti-immigrazione e anti-diversità dell’amministrazione Trump» rende «l’impero invisibile» del male incappucciato ancora più preoccupante, scrivono infatti i buonisti. E avvertono: guai a «liquidarlo come una reliquia». Le tuniche bianche, infatti, hanno ricominciato «a distribuire volantini e reclutare nuovi membri». Informazione assai precise, in effetti: il Ku Klux Klan ha ricominciato a distribuire volantini e a reclutare nuovi membri, come sostiene l’Ong antirazzista. Peccato che l’abbia fatto con i soldi dell’Ong antirazzista. Da lei finanziato e incoraggiato. Altrimenti, si capisce: se il Ku Klux Klan non si dimostra attivo e pericoloso, chi è che fa donazioni ai gruppi anti Ku Klux Klan? La tattica un filo spregiudicata ha dato però frutti abbondanti: fra il 2010 e il 2023 le entrate di Splc sono infatti aumentate da 38,7 a 129 milioni di dollari. Una crescita del 233%. Poi dici che questi buonisti non sanno difendere i valori…
Forse i valori morali non sono pari ai valori economici, ma pazienza. Di fronte alle nuove e circostanziate accuse del Dipartimento americano della giustizia, la Ong buonista infatti non ha fatto un plissé. Anzi, ha mandato avanti i suoi avvocati per protestare contro la fuga di notizie. «Come è possibile che i giornalisti abbiano avuto una copia non firmata e non timbrata dell’atto d’accusa?», si sono chiesti, manco fossero iper garantisti del Parlamento italiano. L’ufficio del Procuratore del distretto dell’Alabama non ha risposto, per ora. Ma appare evidente che la fuga di notizie, per quanto grave, è pur sempre meno grave delle notizie che sono fuggite. E cioè che un’organizzazione antirazzista ha finanziato con 3 milioni di euro i razzisti del Ku Klux Klan per poter continuare a incassare più donazioni fregando i donatori. E oserei dire che la fuga delle notizie è un bene, in questo caso, altrimenti oggi tante persone perbene continuerebbero a dare soldi a Splc, convinti di finanziare un’opera buona, mentre invece stanno finanziando i motociclisti sadici e il rogo delle croce, legna e combustibile compresi. Piuttosto: siamo sicuri che questo metodo non sia applicato anche da altre associazioni buoniste? Urge indagare. L’allarmismo rende, il business è grande. E si sa che non sempre i ricchi, in nome dell’antirazzismo, fanno donazioni. Ma di sicuro, in nome dell’antirazzismo, le donazioni fanno i ricchi.
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