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2024-01-04
Oggi conferenza della Meloni. Le nostre domande su tasse, lavoro e politiche industriali
Giorgia Meloni (Getty Images)
Oggi Giorgia Meloni si presenterà in conferenza stampa. È prevedibile che saranno gli ultimi casi nazionali a tenere banco nel round di domande: l’incidente di Capodanno di Emanuele Pozzolo, l’inchiesta sulla famiglia Verdini, il nodo Quirinale con la questione dei balneari. Temi che piacciono molto ai giornalisti, mentre gli italiani sembrano assai più interessati agli effetti dell’azione di governo sulle loro tasche. E sulla crescita del Paese. Per questo, offrendo anche qualche spunto con spirito costruttivo, vorremmo chiedere al premier quale saranno i dettagli della strategia nel campo del lavoro, del sistema fiscale, di quello finanziario e soprattutto quale sarà la politica industriale. Al netto delle contingenze, delle promesse elettorali in vista delle europee e delle zavorre ereditate dai governi precedenti, come intende, la Meloni, far crescere l’economia italiana e, di riflesso, quella di famiglie e imprese?
Secondo il centro studi Promotor, in quattro anni sono state «perse» quasi 2 milioni di auto immatricolate. Non solo. Nel 2023 le vendite di auto elettriche sono aumentate del 35% ma la quota di mercato è solo del 4,2%. Nel frattempo, il governo ha annunciato un nuovo piano di incentivi per le auto elettriche. Tutto questo mentre Stellantis sta spostando sempre di più all’estero le produzioni e mentre, a livello mondiale, il colosso cinese Byd ha sorpassato Tesla in termini di consegne trimestrali. Perché, vorremmo chiedere alla Meloni, dare incentivi se le auto acquistate non sono prodotte in Italia? Il ruolo ormai perduto dell’automotive, un tempo fiore all’occhiello dell’industria italiana, verrà sostituito da altri comparti investendo per esempio sull’agroalimentare? E quali saranno gli interventi per il comparto della microelettronica, ovvero chip e semiconduttori, in modo da attirare investitori esteri?
Prioritario per la crescita industriale del Paese è anche il comparto dell’acciaio attraverso il rilancio dell’ex Ilva di Taranto. C’è attesa per l’incontro dell’8 gennaio tra l’esecutivo e il socio indiano Arcerlormittal che detiene il 62% delle quote. Nell’ultimo confronto con i sindacati il governo ha confermato «il massimo impegno per garantire la continuità produttiva dell’ex Ilva, vagliando le ipotesi in campo atte a evitare il ricorso all’amministrazione straordinaria». Al momento però non c’è accordo sull’aumento di capitale di 320 milioni e sull’acquisto degli asset aziendali. Quale sarà il futuro del polo siderurgico e quale ruolo avrà lo Stato? Sarà necessario un altro intervento della finanza pubblica?
Sul tavolo di Palazzo Chigi resta, inoltre, aperto il dossier Ita-Lufthansa. Per benedire le nozze nei cieli tra la ex Alitalia e la compagnia di bandiera tedesca, Bruxelles ha chiesto altri approfondimenti e la scadenza della prima fase dell’indagine è fissata per il 15 gennaio. A godere di questo stallo può essere la Francia con Air France ma anche la Germania: più passa il tempo, infatti, e più la compagnia italiana si svaluta e le nozze potrebbero essere meno onerose (l’accordo di maggio prevede che Lufthansa acquisti il 41% di Ita attraverso un aumento di capitale di 325 milioni, con l’opzione di acquisire tutte le azioni rimanenti in un secondo momento). A che punto sono le interlocuzioni? Quanto alle Tlc, questo e il prossimo potrebbero essere due mesi chiave: da una parte si potrebbe vedere uno spiraglio nella trattativa tra Vodafone e Iliad e dall’altra potrebbe uscire dall’impasse l’operazione tra Wind Tre e il fondo svedese Eqt. Nel riassetto generale è destinata a inserirsi anche Tim che ha avuto l’ok del suo cda alla «madre di tutte le operazioni di scorporo»: la separazione e vendita della rete che vede impegnati l’ex monopolista e Kkr con il Mef. Come intende il governo chiudere il cerchio?
Il governo Meloni ha fatto bene a non cadere nella trappola del salario minimo tesa dall’opposizione. Ed è anche riuscito a modificare il Reddito di cittadinanza sminando l’eredità di Giuseppe Conte. Restano, però, problemi strutturali. A cominciare dal mismatch tra domanda e offerta. Le aziende hanno difficoltà a coprire i posti vacanti anche perché la forza lavoro in Italia invecchia rapidamente. Perciò vorremmo chiedere al premier: quali misure intende mettere in campo per migliorare la formazione non solo dei giovani? Quali interventi verranno programmati sul fronte delle politiche attive? E soprattutto per garantire una maggiore flessibilità dei contratti?
La manovra aiuta i redditi bassi e aumenta i dipendenti pubblici ma ha deluso partite Iva e autonomi. Deludente anche la mossa sugli affitti brevi con la «tassina sulla casa» ovvero l’aumento della cedolare al 26% della seconda locazione. Non solo. Chi ha 50.000 euro lordi di reddito oggi deve ancora fare i conti con una tassazione che, comprendendo anche le addizionali regionali e comunali, va ben oltre 50%. Quali misure prenderà il governo per sostenere il ceto medio e gli autonomi? Quello della flat tax resta un obiettivo di legislatura?
I gufi dello spread sono stati smentiti e nel 2024 ci si attende l’avvio rapido di un percorso di discesa dei tassi che offrirebbe margini non indifferenti di manovra sul debito. Questo potrebbe essere anche l’anno decisivo per futuro del Monte dei Paschi: il Mef resterà con una quota nel capitale? Con la necessità di accelerare le privatizzazioni, il governo coinvolgerà le casse di previdenza nelle future vendite di partecipazioni statali rafforzando il loro ruolo di investitore istituzionale? È in atto anche una guerra silenziosa attorno al risparmio gestito tricolore che coinvolge soprattutto i francesi di Amundi, la nostra piccola corazzata Anima, i cugini d’Oltralpe di Crédit agricole ormai legati a doppia mandata con Banco Bpm. Dopo lo stop al Mes, quali condizioni di reciprocità e garanzie di trasparenza verranno chieste dall’Italia in vista di un’unione bancaria da cui dipenderà il futuro consolidamento del sistema europeo?
Ritardi sulla strategia energetica: i nodi da sciogliere su atomo e Africa
Chissà se lo stanco rito della conferenza stampa governativa di fine anno, diventata di inizio anno per motivi di salute del premier, per una volta oggi riuscirà a stupirci. La speranza è che i giornalisti ammessi nell’Aula dei gruppi parlamentari di Montecitorio vadano oltre il folclore della cronaca e pretendano da Giorgia Meloni risposte sui temi che riguardano il futuro del Paese. Ad esempio, l’energia. In questo campo molti sono i dossier aperti, tutti strategici, e vi sono scelte importanti da fare.
Il regime di tutela dell’energia elettrica non è stato prorogato dal governo, anche se di fatto l’Arera ne ha spostato l’avvio al prossimo luglio. La proroga delle concessioni idroelettriche non è stata inserita nel decreto Energia del 9 dicembre, esponendo così un intero settore al rischio che gli impianti finiscano in mani straniere come disegnato dal governo di Mario Draghi. Il decreto però deve essere ancor convertito in legge e la scadenza per la presentazione degli emendamenti alla Camera è lunedì. Il tema è delicatissimo e sarebbe importante conoscere quale è l’orientamento del governo in merito, considerato che la Regione Lombardia poco prima di Natale ha già iniziato l’iter per la messa a gara di tre concessioni.
Da martedì 9 alla Camera dei deputati arriva anche il Piano Mattei, cioè il decreto-legge 161 del 15 novembre, approvato in Senato il 19 dicembre e da convertire in legge entro il 14 gennaio. Corsa contro il tempo, dunque, per un testo che però è privo di contenuti, limitandosi a disegnare una cabina di regia e una struttura organizzativa. Al di là delle dichiarazioni di intenti in tema di cooperazione con i Paesi africani, sarebbe importante capire che cosa il governo intende fare per riempire di contenuto quello che al momento sembra solo un contenitore.
L’argomento Piano Mattei si unisce a quello dell’approvvigionamento energetico del Paese, in particolare per quanto riguarda il gas. Al momento il sistema gas italiano non è in situazione di stress, la materia prima è disponibile e i prezzi sono contenuti e tornati ai livelli del 2021, prima dell’inizio della crisi energetica. Questo anche perché la domanda di gas nel 2023 (63 miliardi di metri cubi) è calata dell’8,5% rispetto ad un 2022 già assai misero. La domanda industriale di gas è stata nel 2023 in calo del 14% rispetto alla media degli ultimi dieci anni. Ciò significa che il calo di importazioni di gas dalla Russia è stato sostituito sì, in parte, dai maggiori afflussi di Lng, ma per il resto si tratta di distruzione della domanda. Vi sono però le grosse incertezze legate alla stabilità dei prezzi e alla conseguente competitività delle imprese, soprattutto di quelle che consumano più energia. Eni si è fatta promotrice nei mesi passati di nuovi accordi ma nel quadro della transizione energetica il gas resta un punto irrisolto: non è chiaro dove il governo vuole andare su un tema così importante.
Legata alla questione dei prezzi del gas vi è quella dei prezzi dell’energia elettrica: il prezzo medio spot dell’energia elettrica all’ingrosso in Italia è sceso del 58% nel 2023 risultando pari a 115 euro/Mwh, circa 20 euro/Mwh più alto che in Francia e in Germania. Ne risulta che le imprese italiane pagano l’energia di più rispetto agli altri Paesi Ue, e ciò rappresenta un peso per la competitività del sistema.
Vi sono altre due questioni più di fondo su cui occorre la massima chiarezza. La prima è la questione dell’energia nucleare. La posizione espressa sin qui dal governo, nelle parole del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, risulta alquanto dissonante. Il ministro ha affermato infatti che il governo è favorevole al nucleare ma che non farà nuove centrali. Si è poi capito meglio che il governo vorrebbe costituirsi solo come soggetto regolatore, lasciando ai privati l’iniziativa di investire in nuove centrali. Si parla di centrali small modular reactor (Smr) e advanced modular reactor (Amr), cioè di unità di produzione di media e piccola scala.
Oggi non vi sono ostacoli normativi per una ripresa dell’attività nucleare in Italia. Il quadro normativo attuale, peraltro disegnato in gran parte da Euratom, di cui l’Italia non ha mai cessato di far parte, avrebbe solo bisogno di essere aggiornato e sviluppato. Servono processi autorizzativi certi e la massima informazione sul tema, per dare all’opinione pubblica gli strumenti per valutare con oggettività senza scadere nello schema delle opposte tifoserie.
Ma, questo è il secondo tema, occorre che la Meloni risponda alla seguente domanda: il tema energia è considerato strategico dal governo? Perché se lo è, il ruolo di mero regolatore dello Stato appare riduttivo e per nulla rispondente alle necessità. Nel 2022, chi aveva dimenticato l’importanza strategica dell’energia ha avuto un brusco promemoria, con la crisi del gas. L’energia resta uno dei fattori principali nelle dinamiche economiche e geopolitiche, dunque richiede un disegno di politica energetica e un presidio statale. Lasciar fare all’Europa non ha portato benissimo.
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Il premier torna in pubblico dopo la malattia. A tenere banco saranno gli ultimi fatti di cronaca, ma i cittadini vogliono sapere come il governo aiuterà le loro tasche.L’approvvigionamento e i prezzi di gas ed elettricità sono fondamentali per geopolitica e crescita. L’esecutivo però deve ancora tracciare una rotta chiara sul nucleare e riempire di contenuti il Piano Mattei.Lo speciale contiene due articoli.Oggi Giorgia Meloni si presenterà in conferenza stampa. È prevedibile che saranno gli ultimi casi nazionali a tenere banco nel round di domande: l’incidente di Capodanno di Emanuele Pozzolo, l’inchiesta sulla famiglia Verdini, il nodo Quirinale con la questione dei balneari. Temi che piacciono molto ai giornalisti, mentre gli italiani sembrano assai più interessati agli effetti dell’azione di governo sulle loro tasche. E sulla crescita del Paese. Per questo, offrendo anche qualche spunto con spirito costruttivo, vorremmo chiedere al premier quale saranno i dettagli della strategia nel campo del lavoro, del sistema fiscale, di quello finanziario e soprattutto quale sarà la politica industriale. Al netto delle contingenze, delle promesse elettorali in vista delle europee e delle zavorre ereditate dai governi precedenti, come intende, la Meloni, far crescere l’economia italiana e, di riflesso, quella di famiglie e imprese?Secondo il centro studi Promotor, in quattro anni sono state «perse» quasi 2 milioni di auto immatricolate. Non solo. Nel 2023 le vendite di auto elettriche sono aumentate del 35% ma la quota di mercato è solo del 4,2%. Nel frattempo, il governo ha annunciato un nuovo piano di incentivi per le auto elettriche. Tutto questo mentre Stellantis sta spostando sempre di più all’estero le produzioni e mentre, a livello mondiale, il colosso cinese Byd ha sorpassato Tesla in termini di consegne trimestrali. Perché, vorremmo chiedere alla Meloni, dare incentivi se le auto acquistate non sono prodotte in Italia? Il ruolo ormai perduto dell’automotive, un tempo fiore all’occhiello dell’industria italiana, verrà sostituito da altri comparti investendo per esempio sull’agroalimentare? E quali saranno gli interventi per il comparto della microelettronica, ovvero chip e semiconduttori, in modo da attirare investitori esteri? Prioritario per la crescita industriale del Paese è anche il comparto dell’acciaio attraverso il rilancio dell’ex Ilva di Taranto. C’è attesa per l’incontro dell’8 gennaio tra l’esecutivo e il socio indiano Arcerlormittal che detiene il 62% delle quote. Nell’ultimo confronto con i sindacati il governo ha confermato «il massimo impegno per garantire la continuità produttiva dell’ex Ilva, vagliando le ipotesi in campo atte a evitare il ricorso all’amministrazione straordinaria». Al momento però non c’è accordo sull’aumento di capitale di 320 milioni e sull’acquisto degli asset aziendali. Quale sarà il futuro del polo siderurgico e quale ruolo avrà lo Stato? Sarà necessario un altro intervento della finanza pubblica?Sul tavolo di Palazzo Chigi resta, inoltre, aperto il dossier Ita-Lufthansa. Per benedire le nozze nei cieli tra la ex Alitalia e la compagnia di bandiera tedesca, Bruxelles ha chiesto altri approfondimenti e la scadenza della prima fase dell’indagine è fissata per il 15 gennaio. A godere di questo stallo può essere la Francia con Air France ma anche la Germania: più passa il tempo, infatti, e più la compagnia italiana si svaluta e le nozze potrebbero essere meno onerose (l’accordo di maggio prevede che Lufthansa acquisti il 41% di Ita attraverso un aumento di capitale di 325 milioni, con l’opzione di acquisire tutte le azioni rimanenti in un secondo momento). A che punto sono le interlocuzioni? Quanto alle Tlc, questo e il prossimo potrebbero essere due mesi chiave: da una parte si potrebbe vedere uno spiraglio nella trattativa tra Vodafone e Iliad e dall’altra potrebbe uscire dall’impasse l’operazione tra Wind Tre e il fondo svedese Eqt. Nel riassetto generale è destinata a inserirsi anche Tim che ha avuto l’ok del suo cda alla «madre di tutte le operazioni di scorporo»: la separazione e vendita della rete che vede impegnati l’ex monopolista e Kkr con il Mef. Come intende il governo chiudere il cerchio?Il governo Meloni ha fatto bene a non cadere nella trappola del salario minimo tesa dall’opposizione. Ed è anche riuscito a modificare il Reddito di cittadinanza sminando l’eredità di Giuseppe Conte. Restano, però, problemi strutturali. A cominciare dal mismatch tra domanda e offerta. Le aziende hanno difficoltà a coprire i posti vacanti anche perché la forza lavoro in Italia invecchia rapidamente. Perciò vorremmo chiedere al premier: quali misure intende mettere in campo per migliorare la formazione non solo dei giovani? Quali interventi verranno programmati sul fronte delle politiche attive? E soprattutto per garantire una maggiore flessibilità dei contratti?La manovra aiuta i redditi bassi e aumenta i dipendenti pubblici ma ha deluso partite Iva e autonomi. Deludente anche la mossa sugli affitti brevi con la «tassina sulla casa» ovvero l’aumento della cedolare al 26% della seconda locazione. Non solo. Chi ha 50.000 euro lordi di reddito oggi deve ancora fare i conti con una tassazione che, comprendendo anche le addizionali regionali e comunali, va ben oltre 50%. Quali misure prenderà il governo per sostenere il ceto medio e gli autonomi? Quello della flat tax resta un obiettivo di legislatura?I gufi dello spread sono stati smentiti e nel 2024 ci si attende l’avvio rapido di un percorso di discesa dei tassi che offrirebbe margini non indifferenti di manovra sul debito. Questo potrebbe essere anche l’anno decisivo per futuro del Monte dei Paschi: il Mef resterà con una quota nel capitale? Con la necessità di accelerare le privatizzazioni, il governo coinvolgerà le casse di previdenza nelle future vendite di partecipazioni statali rafforzando il loro ruolo di investitore istituzionale? È in atto anche una guerra silenziosa attorno al risparmio gestito tricolore che coinvolge soprattutto i francesi di Amundi, la nostra piccola corazzata Anima, i cugini d’Oltralpe di Crédit agricole ormai legati a doppia mandata con Banco Bpm. 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La speranza è che i giornalisti ammessi nell’Aula dei gruppi parlamentari di Montecitorio vadano oltre il folclore della cronaca e pretendano da Giorgia Meloni risposte sui temi che riguardano il futuro del Paese. Ad esempio, l’energia. In questo campo molti sono i dossier aperti, tutti strategici, e vi sono scelte importanti da fare. Il regime di tutela dell’energia elettrica non è stato prorogato dal governo, anche se di fatto l’Arera ne ha spostato l’avvio al prossimo luglio. La proroga delle concessioni idroelettriche non è stata inserita nel decreto Energia del 9 dicembre, esponendo così un intero settore al rischio che gli impianti finiscano in mani straniere come disegnato dal governo di Mario Draghi. Il decreto però deve essere ancor convertito in legge e la scadenza per la presentazione degli emendamenti alla Camera è lunedì. Il tema è delicatissimo e sarebbe importante conoscere quale è l’orientamento del governo in merito, considerato che la Regione Lombardia poco prima di Natale ha già iniziato l’iter per la messa a gara di tre concessioni. Da martedì 9 alla Camera dei deputati arriva anche il Piano Mattei, cioè il decreto-legge 161 del 15 novembre, approvato in Senato il 19 dicembre e da convertire in legge entro il 14 gennaio. Corsa contro il tempo, dunque, per un testo che però è privo di contenuti, limitandosi a disegnare una cabina di regia e una struttura organizzativa. Al di là delle dichiarazioni di intenti in tema di cooperazione con i Paesi africani, sarebbe importante capire che cosa il governo intende fare per riempire di contenuto quello che al momento sembra solo un contenitore. L’argomento Piano Mattei si unisce a quello dell’approvvigionamento energetico del Paese, in particolare per quanto riguarda il gas. Al momento il sistema gas italiano non è in situazione di stress, la materia prima è disponibile e i prezzi sono contenuti e tornati ai livelli del 2021, prima dell’inizio della crisi energetica. Questo anche perché la domanda di gas nel 2023 (63 miliardi di metri cubi) è calata dell’8,5% rispetto ad un 2022 già assai misero. La domanda industriale di gas è stata nel 2023 in calo del 14% rispetto alla media degli ultimi dieci anni. Ciò significa che il calo di importazioni di gas dalla Russia è stato sostituito sì, in parte, dai maggiori afflussi di Lng, ma per il resto si tratta di distruzione della domanda. Vi sono però le grosse incertezze legate alla stabilità dei prezzi e alla conseguente competitività delle imprese, soprattutto di quelle che consumano più energia. Eni si è fatta promotrice nei mesi passati di nuovi accordi ma nel quadro della transizione energetica il gas resta un punto irrisolto: non è chiaro dove il governo vuole andare su un tema così importante. Legata alla questione dei prezzi del gas vi è quella dei prezzi dell’energia elettrica: il prezzo medio spot dell’energia elettrica all’ingrosso in Italia è sceso del 58% nel 2023 risultando pari a 115 euro/Mwh, circa 20 euro/Mwh più alto che in Francia e in Germania. Ne risulta che le imprese italiane pagano l’energia di più rispetto agli altri Paesi Ue, e ciò rappresenta un peso per la competitività del sistema. Vi sono altre due questioni più di fondo su cui occorre la massima chiarezza. La prima è la questione dell’energia nucleare. La posizione espressa sin qui dal governo, nelle parole del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, risulta alquanto dissonante. Il ministro ha affermato infatti che il governo è favorevole al nucleare ma che non farà nuove centrali. Si è poi capito meglio che il governo vorrebbe costituirsi solo come soggetto regolatore, lasciando ai privati l’iniziativa di investire in nuove centrali. Si parla di centrali small modular reactor (Smr) e advanced modular reactor (Amr), cioè di unità di produzione di media e piccola scala. Oggi non vi sono ostacoli normativi per una ripresa dell’attività nucleare in Italia. Il quadro normativo attuale, peraltro disegnato in gran parte da Euratom, di cui l’Italia non ha mai cessato di far parte, avrebbe solo bisogno di essere aggiornato e sviluppato. Servono processi autorizzativi certi e la massima informazione sul tema, per dare all’opinione pubblica gli strumenti per valutare con oggettività senza scadere nello schema delle opposte tifoserie. Ma, questo è il secondo tema, occorre che la Meloni risponda alla seguente domanda: il tema energia è considerato strategico dal governo? Perché se lo è, il ruolo di mero regolatore dello Stato appare riduttivo e per nulla rispondente alle necessità. Nel 2022, chi aveva dimenticato l’importanza strategica dell’energia ha avuto un brusco promemoria, con la crisi del gas. L’energia resta uno dei fattori principali nelle dinamiche economiche e geopolitiche, dunque richiede un disegno di politica energetica e un presidio statale. Lasciar fare all’Europa non ha portato benissimo.
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Siamo in Valsesia, meta di trekking ad alta quota e di escursioni a piedi o in mountain-bike fra i boschi, in un territorio che per l’abbondante vegetazione molti considerano la «valle più verde» d’Italia. Ma qui c’è molto più della natura. Questa è stata, e per certi aspetti è ancora, la terra dei Walser: l’antica popolazione di lingua germanica dell’alto Vallese che, a partire dal 1200, attraversò le Alpi alla ricerca di nuovi pascoli, nuove terre da coltivare, nuove opportunità di vita comunitaria.
«Pensiamo al Medioevo come a qualcosa di estraneo alla montagna, invece in Europa è stato un periodo di grandi spostamenti e migrazioni. A quel tempo le valli svizzere cominciavano ad essere molto popolate e i Walser, che di animo erano un po’ nomadi, decisero di spostarsi verso sud, stabilendosi in questi luoghi che sopra i 1.100 metri di quota erano disabitati». A raccontare la storia di come i Walser cambiarono il destino della valle è Davide Zambrino, guida ambientale-escursionistica dell’hotel NH Collection Alagna Mirtillo Rosso in località Riva Valdobbia, ai piedi di Alagna. Arrivando, lo riconosci subito: è un mosaico di quattro grandi chalet (per un totale di 56 camere) ispirati all’architettura walser, di proprietà della famiglia Ponti - quella dell’aceto - oggi sotto il cappello del brand NH Collection Hotels & Resorts, parte del gruppo Minor Hotels (www.minorhotels.com). Un hotel innovativo fin dall’apertura, nel 2015, per via della filosofia eco-sostenibile che sposa i criteri della bioedilizia, con pareti in legno, rivestimenti coibentati, pannelli solari, il recupero dell’acqua piovana. «Nel rispetto dell’ambiente, chiediamo agli ospiti se vogliono rinunciare alla pulizia quotidiana della camera, in cambio di un drink omaggio. E al ristorante Biancospino lo chef Omar Bonecchi utilizza prevalentemente prodotti bio e sostenibili, con grande attenzione ai piccoli produttori del territorio», precisa il direttore Stefano Cerutti.
La vocazione dell’hotel è decisamente family, ma non mancano spazi riservati alle coppie, come la spa di 300 mq (accanto a quella di poco più grande destinata alle famiglie), con piscina interna ed esterna, la vasca di galleggiamento, la sauna, il bagno turco e le cabine per massaggi al profumo di montagna. Anche le escursioni in compagnia di Davide Zambrino sono a misura di ospite: «Organizziamo passeggiate facili per le famiglie e camminate più impegnative fino alle alte vette, al confine fra Piemonte e Valle d’Aosta».
Fra le camminate impegnative, la più famosa è quella al rifugio Margherita, il più alto d’Europa, accoccolato a 4.554 metri di quota sulla vetta della Punta Gnifetti, nel gruppo del Monte Rosa. Ci si arriva per gradi: il primo pezzo è facile, con gli impianti del Monterosa Ski fino a quota 3.300 metri. Poi si cammina fino alla Capanna Gnifetti, chiamata così in onore di Giovanni Gnifetti, il parroco-alpinista di Alagna che, nel XIX secolo, fu fra i primi a scalare quelle montagne. All’ultimo tratto, la salita al rifugio Margherita, una volta all’anno si aggiunge il direttore Cerutti, grande appassionato di montagna, per condividere con i suoi ospiti l’incanto di quell’orizzonte increspato di roccia e di neve. Una meraviglia che richiede passione e un po’ di allenamento. Al contrario, la scoperta delle antiche frazioni Walser di Alagna, è alla portata di tutti. «Consiglio di partire da Pedemonte, perché è lì che sono arrivati i primi Walser, come ci racconta il museo a loro dedicato nel cuore del paese», continua Davide Zambrino. Il museo, altro non è che un piccolo nucleo di case dell’antico popolo vallese, identiche a quando furono costruite, con le pareti in pietra e in legno, i grandi ballatoi esterni, il solaio dove si raccoglieva il fieno, i letti con il materasso di foglie di faggio secco rivestito di canapa.
Un’altra escursione da non perdere è al Sacro Monte di Varallo, struttura immensa che domina dall’alto l’imbocco della valle. «I villaggi Walser sono una poesia delicata, il Sacro Monte è un capolavoro imponente di arte e spiritualità, in un luogo di grande suggestione», conclude la guida. Non a caso, l’Unesco l’ha dichiarato Patrimonio mondiale dell’umanità.
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Le città di pianura @Lucky Red
Per la lagna di Matilda De Angelis sull’impoverimento intellettuale eccetera. Per gli svarioni di Valeria Bruni Tedeschi, ignara dei fondamenti nel tragico Ventennio delle grandi istituzioni cinematografiche italiane. E per i proclami di Lino Musella e i moniti di Rosella Pastorino, autrice di Le assaggiatrici («Si può essere colpevoli per inerzia») che vorrebbero trasporre nel presente la pedagogia resistenziale e antinazista. Non solo per tutto questo che, pure, è già abbastanza per abbatterli.
Anche per altro, molto altro. Da rivedere potrebbe essere il regolamento del premio, reso noto nell’imminenza dell’assegnazione e rimasto tuttora opaco. Da abbattere, appunto, per poi ricostruire è la composizione della giuria. Che stabilisce un circolo di prestigio, non l’unica delle incongruenze di questo sistema autoreferenziale come ha notato Ciak, la bibbia della materia in questione. Una giuria nella quale si entra versando un canone di 90 euro. E, a proposito di conflitti di interesse, una giuria nella quale ci sono tutti gli attori e le attrici, i registi, gli sceneggiatori e i produttori italiani del circoletto. Fate un nome, uno qualsiasi, e lo troverete. Roberto Benigni, Walter Veltroni, Stefano Accorsi, Valeria Golino, Nanni Moretti, Marco Bellocchio, Gianni e Giampaolo Letta, Sabrina Ferilli, Paolo Sorrentino, Ferzan Ozpetek, Silvio Soldini e Gianni Amelio, Aurelio De Laurentiis, Alba e Alice Rohrwacher, non solo un componente, ma intere famiglie dal cognome celebre. Mi fermo, la lista è infinita, oltre 1.600 persone da Abatantuono Diego a Zurolo Davide. Si fa prima a dire chi non c’è: Pupi Avati, per esempio. E Luca Medici e Gennaro Nunziante. Assenze significative. Per il resto, si premiano e si autopremiano. Con l’eccezione di Francesco Sossai, forse troppo periferico, il regista di Feltre travolto da otto David con il suo film outsider che ha sbaragliato i più accreditati Paolo Sorrentino e Luca Guadagnino, portandosi a casa le statuette per miglior film, regia, sceneggiatura, attore (Sergio Romano), brano originale, eccetera.
Non l’avevo visto Le città di pianura quand’era uscito qualche mese fa perché avevo intuito di che cosa si trattasse. Sono veneto, originario di Treviso, la città dove ora vive Sossai, e sono grato alla mia terra, alle mie strade e ai miei borghi. E avevo intuito che in quest’opera dominava un nichilismo neanche tanto camuffato. Una dispersione confinante con la disperazione. La filosofia dell’ultimo bicchiere di due spiantati. Dopo la messe di David sono andato a vederlo per capire se sono vittima di un pregiudizio. E se c’è un motivo valido per ignorare La grazia di Sorrentino oltre a quello accennato su X da Antonio Polito, cioè che è stato Sergio Mattarella con la grazia concessa a Nicole Minetti a farlo bocciare in tutte le sue 14 candidature. E dopo aver visto il film di Sossai, ho concluso che no, non c’è: il provvedimento di clemenza diramato dal capo dello Stato che, pure, ha ricevuto tutto il cinema italiano al Quirinale, è diventato ingombrante anche per il film del nostro ultimo premio Oscar.
Dunque, Le città di pianura è la storia formalmente ben raccontata di una gigantesca negazione. Una negazione consapevole e ribadita. È il Veneto dei non luoghi, caselli autostradali, autogrill, parcheggi sotto le tangenziali, case viste di sguincio, spesso sgangherate, capannoni, garage, osterie dove la gente indossa cappelli da cow boy per gli addii al nubilato, campielli veneziani deserti e dove anche uno degli aeroporti di Venezia si trova appena fuori Treviso e la stessa Venezia è una fondamenta periferica. Un Veneto dall’urbanistica sconclusionata, metafora di vite sgangherate e fatiscenti. Perché, ovviamente, quello di Sossai è un film sull’esistenza persa dispersa e perdente.
L’unico posto strutturato è il Memoriale Brion, ovvero il non cimitero, il «complesso funebre» di Carlo Scarpa, il grande architetto morto in Giappone. Un altro tassello dell’anticartolina perlustrata da due antiprotagonisti. Due che si trascinano e sopravvivono senza meta. Due erranti. Tutto accompagnato da una musica minimal country, chitarra e armonica, come in un west americano, ma desolato e desolante. Si vaga di giorno e di notte, senza fuso orario, per bere l’ultimo bicchiere, birra o gin tonic più che vino e anche questo è un controsenso, una negazione storica. Si vaga nella pianura cancellata dalla grande pittura che privilegia le montagne e la laguna, mentre invece è anch’essa piena di storia e di piccole patrie, che Sossai depenna per dipingere il suo affresco della sconfitta. C’è un segreto della vita e del mondo che i due antiprotagonisti inseguono per tutto il film, non se lo ricordano, perso nei fumi dell’alcol e delle piccole truffe con cui la sfangano. Un segreto che riemerge alla fine, con una discreta trovata di sceneggiatura e regia. L’unico vero colpo d’ala della trama. Ma è un colpo d’ala alla rovescia e si esce intristiti dalla sala. Perché, ahimè, l’assenza di fellinismi e di estetismi neorealisti non basta certo a farne un capolavoro.
Mi spiace, il mio pregiudizio ha trovato conferma. E anche la diagnosi di Sergio Castellitto.
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Richard Hawkins (Getty Images)
Ma mentre Veltroni arriva alle conclusioni di Veltroni - e meno male che non è arrivato a quelle di Corrado Augias, già in passato in difficoltà con alcune mail - il genetista Richard Dawkins, in una sorta di ebbrezza dionisiaca provocata dalle gratificazioni che Claude gli elargisce, prorompe ammettendo che l’IA ha «una coscienza».
La questione non è affatto secondaria perché Dawkins ha dedicato la propria vita alla riduzione della coscienza umana a epifenomeno di una macchina genetica, in particolare con Il gene egoista del 1976. Non solo, in realtà si può sostenere che tutto il pensiero di Dawkins non stesse aspettando altro che l’incontro con un’IA basata sul Large language model per confermare le proprie tesi. Secondo Dawkins, pensatore di riferimento per tutto il materialismo darwinista di fine Novecento, i geni non sarebbero altro che «replicatori egoisti» e gli organismi «semplici macchine di sopravvivenza» prive di scopo intrinseco. Il comportamento complesso ci appare come intelligente ma nasce in realtà da algoritmi ciechi e inconsci frutto della selezione naturale: non serve una mente o una coscienza al livello del gene o dell’organismo per spiegare le dighe dei castori, la danze delle api, l’altruismo e, soprattutto, la trascendenza e l’idea di Dio.
La coscienza umana altro non sarebbe che un prodotto tardivo e misterioso dell’evoluzione cerebrale, priva di qualsiasi addentellato spirituale e di intenzionalità; un banale fenomeno emergente da processi fisici: in pratica Dawkins ha sempre teorizzato che gli organismi funzionino come una sorta di Large language model. Appare così paradossale che lo scrittore de L’illusione di Dio, una volta trovatosi di fronte a ciò che può servire a rafforzare tutto il proprio impianto teorico, si metta a parlare proprio di ciò che ha cercato di confutare per tutta la vita: la coscienza. Ma, forse, non siamo di fronte a un’occasione persa bensì allo smascheramento dell’ossessione antispirituale come reale obiettivo teorico del materialismo darwinista. Forse per tutta la corrente teorica che si è presentata per decenni come la nuova, grande e vera religione scientista, la vera depositaria della verità ultima sulla vita, il fine non è mai stato descrivere la realtà bensì attaccare l’idea di trascendenza, di spiritualità e di Dio.
Se uno scienziato, di fronte alla coscienza umana, ribadisce incessantemente che si tratta solo di un meccanismo ma di fronte ad una macchina che simula una coscienza ammette la plausibilità della coscienza, allora la costante teorica è la volontà di impedire che la coscienza possa essere segno di trascendenza. In sostanza Dawkins, di fronte a ciò che simula una coscienza, ammette di poterla riconoscere come tale perché sa di essere di fronte a un Llm, ma quando si è trovato di fronte a una coscienza umana si è sempre visto costretto a negarne l’esistenza proprio perché non poteva esimersi dal riconoscerne la natura spirituale. E non è un caso se in questi giorni i principali esponenti dello scientismo ateista, da Sam Harris a Daniel Dennett, stiano gridando al crimine di «leso woke» a proposito del dialogo tra Dawkins e Claude: se l’ateo più rigoroso concede la coscienza a un algoritmo, crolla il monopolio materialista sulla spiegazione del mondo.
L’IA emerge, dunque, come specchio dell’inestinguibile nostalgia degli atei per Dio: gli eredi di quell’Illuminismo che dichiarò Dio un’illusione dalla quale liberarsi non riescono a vivere senza un sostituto divino e quando trovano un «automa sapiente» che simula la coscienza, riesplode tutta la loro nostalgia per qualcosa che vada oltre, che fornisca significato, che getti una luce calda sul gelo di cui si sono contornati, ma per farlo vogliono la garanzia di non star parlando di Dio quanto di un neutro meccanismo, il tutto per avere la garanzia di non trasgredire il dogma della religione che impone loro di non alzare mai la testa verso il cielo.
A partire dal positivismo ingenuo sino al behaviorismo ed al funzionalismo, il Novecento ha sempre tentato di dissolvere la coscienza nella computazione per dover tuttavia giungere a constatare che la computazione dell’IA generativa in realtà non dissolve nulla, riproduce solo la forma esteriore della coscienza umana e del suo pensiero e costringe i materialisti a reintrodurre surrettiziamente il termine «coscienza»: Dawkins può riconoscere in Claude una coscienza perché Claude sta simulando quella umana. D’altra parte, se la coscienza è un algoritmo selettivo allora anche i diritti umani lo sono: la dignità, la libertà, la giustizia sociale diventano tutte etichette utili ma arbitrarie, termini che riportano, dopo quasi tre secoli, all’origine kantiana del paradosso: la fonte del valore non può trovarsi nel valore stesso, c’è sempre bisogno di un «di più» al quale riferirsi. Dopo un po’ che parli con Claude, questa cosa ti scappa.
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Una terra molto diversa, sconfinata, abitata da strani esseri (ci vollero circa una cinquantina di anni, e pagine e pagine di discussioni sulla loro natura, affinché gli indios fossero riconosciuti come «veri uomini», dunque dotati di pieni diritti e non riducibili in schiavitù). Pochi anni dopo, nel 1516, Tommaso Moro (poi martire e santo) inventò il termine «utopia», giocando su una possibile doppia etimologia greca: «non-luogo» o «buon luogo». E non è un caso che, proprio in quel periodo, nella cultura occidentale si insinuò l’idea che fosse possibile ripartire da zero, costruire un «mondo nuovo», più giusto e più libero. Per Moro era il tratteggio di uno Stato ideale, ma per molti fu la speranza, al di là degli esiti, di un «altrove» esistente, una nuova terra appena scoperta. E la rottura di una gabbia ideologica che aveva, nel tardo Medioevo, forse un po’ soffocato il mondo in un sistema di pensiero - benché straordinario - come quello scolastico.
Nemmeno può essere un caso, dunque, che gli Stati Uniti, nazione nata dall’incontro di avventurieri e immigrati in cerca di fortuna, siano diventati i grandi produttori globali di narrazioni sugli alieni (dal latino «altrui», ma anche «estraneo») e sull’ignoto, a volte sotto il segno della minaccia a volte sotto quello della curiosità e del mistero. Anche altre culture, naturalmente, hanno raccontato mondi altri, con forme di vita extraterrestri, ma è nella natura stessa degli Stati Uniti una tensione a scoprire e colonizzare l’ignoto. Sono gli Usa la patria di Star Wars, di Et e Isaac Asimov, solo per citarne alcuni. È evidente che queste storie toccano corde profonde dell’inconscio collettivo americano, rinnovano uno slancio originario. Ecco perché, forse, l’amministrazione Maga ha deciso di desecretare i file governativi relativi «alla vita aliena ed extraterrestre, ai fenomeni aerei non identificati (Uap) e agli oggetti volanti non identificati (Ufo)» (Donald Trump, 19 febbraio 2026, su Truth). Per alcuni si tratta del solito vecchio espediente, cioè distrarre la popolazione dai fallimenti del governo, ma sicuramente per gli americani - e non solo - è un tema che va a sollecitare le fibre più intime.
Venerdì il ministero della Guerra ha rilasciato la prima tranche di file. Si tratta di documenti - report, immagini, filmati, audio - che arrivano fino agli anni recenti ma partono già dal 1947. Per esempio, la registrazione delle comunicazioni aria-terra durante il volo della missione Gemini 7. L’astronauta Frank Borman riferisce al centro di controllo missione Nasa a Houston, il 5 dicembre 1965, di aver avvistato un oggetto non identificato che ha chiamato «bogey». Durante lo scambio, Borman descrive tre elementi: il booster (il razzo che ha portato la navicella in orbita), centinaia di piccole particelle e, appunto, un terzo oggetto non identificato.
Una foto della superficie lunare vista dal sito di allunaggio dell’Apollo 12, quindi nel 1969, presenta fenomeni visibili non identificati sopra l’orizzonte. Nel debriefing dell’Apollo 11, reso pubblico per la prima volta dopo quasi 60 anni, l’astronauta Buzz Aldrin descrive la vista di un oggetto «di dimensioni considerevoli» vicino alla superficie lunare e una fonte di luce così intensa da sembrare un laser.
Tra i file figurano video ripresi da sensori militari in diverse aree del mondo. Uno mostra un oggetto a forma di «pallone da football» avvistato nel Mar Cinese Orientale nel 2022, ma in molti altri filmati si vedono «puntini» che si muovono in modo erratico sopra Iraq, Siria ed Emirati Arabi Uniti negli ultimi anni. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha inviato un rapporto su un fenomeno anomalo non identificato ripreso in cinque secondi di filmato da un sensore a infrarossi installato su una piattaforma militare a maggio del 2022. Nel video, un oggetto simile a un missile attraversa lo schermo per pochi secondi a velocità molto sostenuta. «I lettori non devono interpretare alcuna parte di questa descrizione come un giudizio analitico, una conclusione investigativa o una determinazione fattuale riguardo alla validità, natura o rilevanza dell’evento descritto», si legge in fondo al commento del filmato. Eppure, evidentemente, gli esperti Oltreoceano non riescono a spiegare il fenomeno.
Tra i file c’è anche una foto elaborata dall’Fbi che ricrea i resoconti concordanti di testimoni oculari del settembre 2023 riguardanti un apparente oggetto metallico di colore bronzo a forma ellissoidale, lungo tra i 130 e i 195 piedi, che si materializzò da una luce brillante nel cielo e scomparve istantaneamente. In generale, non vi è alcunché di inequivocabile, ed è anzi verosimile che la maggior parte le anomalie registrate dalle videocamere abbiano spiegazioni plausibili da parte degli addetti ai lavori.
Si tratta, comunque, solo della prima tranche: altri rilasci avverranno nei prossimi mesi, in quello che è un immaginario senz’altro molto americano, capace però di affascinare anche il Vecchio continente. E che forse riflette, oggi come allora, un po’ l’archetipo del cercatore/esploratore (antico almeno quanto Ulisse), un po’ la possibilità di un’evasione. E forse anche la speranza, attraverso l’incontro con l’Altro, di scoprire qualcosa di più su noi stessi.
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