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2024-01-04
Oggi conferenza della Meloni. Le nostre domande su tasse, lavoro e politiche industriali
Giorgia Meloni (Getty Images)
Oggi Giorgia Meloni si presenterà in conferenza stampa. È prevedibile che saranno gli ultimi casi nazionali a tenere banco nel round di domande: l’incidente di Capodanno di Emanuele Pozzolo, l’inchiesta sulla famiglia Verdini, il nodo Quirinale con la questione dei balneari. Temi che piacciono molto ai giornalisti, mentre gli italiani sembrano assai più interessati agli effetti dell’azione di governo sulle loro tasche. E sulla crescita del Paese. Per questo, offrendo anche qualche spunto con spirito costruttivo, vorremmo chiedere al premier quale saranno i dettagli della strategia nel campo del lavoro, del sistema fiscale, di quello finanziario e soprattutto quale sarà la politica industriale. Al netto delle contingenze, delle promesse elettorali in vista delle europee e delle zavorre ereditate dai governi precedenti, come intende, la Meloni, far crescere l’economia italiana e, di riflesso, quella di famiglie e imprese?
Secondo il centro studi Promotor, in quattro anni sono state «perse» quasi 2 milioni di auto immatricolate. Non solo. Nel 2023 le vendite di auto elettriche sono aumentate del 35% ma la quota di mercato è solo del 4,2%. Nel frattempo, il governo ha annunciato un nuovo piano di incentivi per le auto elettriche. Tutto questo mentre Stellantis sta spostando sempre di più all’estero le produzioni e mentre, a livello mondiale, il colosso cinese Byd ha sorpassato Tesla in termini di consegne trimestrali. Perché, vorremmo chiedere alla Meloni, dare incentivi se le auto acquistate non sono prodotte in Italia? Il ruolo ormai perduto dell’automotive, un tempo fiore all’occhiello dell’industria italiana, verrà sostituito da altri comparti investendo per esempio sull’agroalimentare? E quali saranno gli interventi per il comparto della microelettronica, ovvero chip e semiconduttori, in modo da attirare investitori esteri?
Prioritario per la crescita industriale del Paese è anche il comparto dell’acciaio attraverso il rilancio dell’ex Ilva di Taranto. C’è attesa per l’incontro dell’8 gennaio tra l’esecutivo e il socio indiano Arcerlormittal che detiene il 62% delle quote. Nell’ultimo confronto con i sindacati il governo ha confermato «il massimo impegno per garantire la continuità produttiva dell’ex Ilva, vagliando le ipotesi in campo atte a evitare il ricorso all’amministrazione straordinaria». Al momento però non c’è accordo sull’aumento di capitale di 320 milioni e sull’acquisto degli asset aziendali. Quale sarà il futuro del polo siderurgico e quale ruolo avrà lo Stato? Sarà necessario un altro intervento della finanza pubblica?
Sul tavolo di Palazzo Chigi resta, inoltre, aperto il dossier Ita-Lufthansa. Per benedire le nozze nei cieli tra la ex Alitalia e la compagnia di bandiera tedesca, Bruxelles ha chiesto altri approfondimenti e la scadenza della prima fase dell’indagine è fissata per il 15 gennaio. A godere di questo stallo può essere la Francia con Air France ma anche la Germania: più passa il tempo, infatti, e più la compagnia italiana si svaluta e le nozze potrebbero essere meno onerose (l’accordo di maggio prevede che Lufthansa acquisti il 41% di Ita attraverso un aumento di capitale di 325 milioni, con l’opzione di acquisire tutte le azioni rimanenti in un secondo momento). A che punto sono le interlocuzioni? Quanto alle Tlc, questo e il prossimo potrebbero essere due mesi chiave: da una parte si potrebbe vedere uno spiraglio nella trattativa tra Vodafone e Iliad e dall’altra potrebbe uscire dall’impasse l’operazione tra Wind Tre e il fondo svedese Eqt. Nel riassetto generale è destinata a inserirsi anche Tim che ha avuto l’ok del suo cda alla «madre di tutte le operazioni di scorporo»: la separazione e vendita della rete che vede impegnati l’ex monopolista e Kkr con il Mef. Come intende il governo chiudere il cerchio?
Il governo Meloni ha fatto bene a non cadere nella trappola del salario minimo tesa dall’opposizione. Ed è anche riuscito a modificare il Reddito di cittadinanza sminando l’eredità di Giuseppe Conte. Restano, però, problemi strutturali. A cominciare dal mismatch tra domanda e offerta. Le aziende hanno difficoltà a coprire i posti vacanti anche perché la forza lavoro in Italia invecchia rapidamente. Perciò vorremmo chiedere al premier: quali misure intende mettere in campo per migliorare la formazione non solo dei giovani? Quali interventi verranno programmati sul fronte delle politiche attive? E soprattutto per garantire una maggiore flessibilità dei contratti?
La manovra aiuta i redditi bassi e aumenta i dipendenti pubblici ma ha deluso partite Iva e autonomi. Deludente anche la mossa sugli affitti brevi con la «tassina sulla casa» ovvero l’aumento della cedolare al 26% della seconda locazione. Non solo. Chi ha 50.000 euro lordi di reddito oggi deve ancora fare i conti con una tassazione che, comprendendo anche le addizionali regionali e comunali, va ben oltre 50%. Quali misure prenderà il governo per sostenere il ceto medio e gli autonomi? Quello della flat tax resta un obiettivo di legislatura?
I gufi dello spread sono stati smentiti e nel 2024 ci si attende l’avvio rapido di un percorso di discesa dei tassi che offrirebbe margini non indifferenti di manovra sul debito. Questo potrebbe essere anche l’anno decisivo per futuro del Monte dei Paschi: il Mef resterà con una quota nel capitale? Con la necessità di accelerare le privatizzazioni, il governo coinvolgerà le casse di previdenza nelle future vendite di partecipazioni statali rafforzando il loro ruolo di investitore istituzionale? È in atto anche una guerra silenziosa attorno al risparmio gestito tricolore che coinvolge soprattutto i francesi di Amundi, la nostra piccola corazzata Anima, i cugini d’Oltralpe di Crédit agricole ormai legati a doppia mandata con Banco Bpm. Dopo lo stop al Mes, quali condizioni di reciprocità e garanzie di trasparenza verranno chieste dall’Italia in vista di un’unione bancaria da cui dipenderà il futuro consolidamento del sistema europeo?
Ritardi sulla strategia energetica: i nodi da sciogliere su atomo e Africa
Chissà se lo stanco rito della conferenza stampa governativa di fine anno, diventata di inizio anno per motivi di salute del premier, per una volta oggi riuscirà a stupirci. La speranza è che i giornalisti ammessi nell’Aula dei gruppi parlamentari di Montecitorio vadano oltre il folclore della cronaca e pretendano da Giorgia Meloni risposte sui temi che riguardano il futuro del Paese. Ad esempio, l’energia. In questo campo molti sono i dossier aperti, tutti strategici, e vi sono scelte importanti da fare.
Il regime di tutela dell’energia elettrica non è stato prorogato dal governo, anche se di fatto l’Arera ne ha spostato l’avvio al prossimo luglio. La proroga delle concessioni idroelettriche non è stata inserita nel decreto Energia del 9 dicembre, esponendo così un intero settore al rischio che gli impianti finiscano in mani straniere come disegnato dal governo di Mario Draghi. Il decreto però deve essere ancor convertito in legge e la scadenza per la presentazione degli emendamenti alla Camera è lunedì. Il tema è delicatissimo e sarebbe importante conoscere quale è l’orientamento del governo in merito, considerato che la Regione Lombardia poco prima di Natale ha già iniziato l’iter per la messa a gara di tre concessioni.
Da martedì 9 alla Camera dei deputati arriva anche il Piano Mattei, cioè il decreto-legge 161 del 15 novembre, approvato in Senato il 19 dicembre e da convertire in legge entro il 14 gennaio. Corsa contro il tempo, dunque, per un testo che però è privo di contenuti, limitandosi a disegnare una cabina di regia e una struttura organizzativa. Al di là delle dichiarazioni di intenti in tema di cooperazione con i Paesi africani, sarebbe importante capire che cosa il governo intende fare per riempire di contenuto quello che al momento sembra solo un contenitore.
L’argomento Piano Mattei si unisce a quello dell’approvvigionamento energetico del Paese, in particolare per quanto riguarda il gas. Al momento il sistema gas italiano non è in situazione di stress, la materia prima è disponibile e i prezzi sono contenuti e tornati ai livelli del 2021, prima dell’inizio della crisi energetica. Questo anche perché la domanda di gas nel 2023 (63 miliardi di metri cubi) è calata dell’8,5% rispetto ad un 2022 già assai misero. La domanda industriale di gas è stata nel 2023 in calo del 14% rispetto alla media degli ultimi dieci anni. Ciò significa che il calo di importazioni di gas dalla Russia è stato sostituito sì, in parte, dai maggiori afflussi di Lng, ma per il resto si tratta di distruzione della domanda. Vi sono però le grosse incertezze legate alla stabilità dei prezzi e alla conseguente competitività delle imprese, soprattutto di quelle che consumano più energia. Eni si è fatta promotrice nei mesi passati di nuovi accordi ma nel quadro della transizione energetica il gas resta un punto irrisolto: non è chiaro dove il governo vuole andare su un tema così importante.
Legata alla questione dei prezzi del gas vi è quella dei prezzi dell’energia elettrica: il prezzo medio spot dell’energia elettrica all’ingrosso in Italia è sceso del 58% nel 2023 risultando pari a 115 euro/Mwh, circa 20 euro/Mwh più alto che in Francia e in Germania. Ne risulta che le imprese italiane pagano l’energia di più rispetto agli altri Paesi Ue, e ciò rappresenta un peso per la competitività del sistema.
Vi sono altre due questioni più di fondo su cui occorre la massima chiarezza. La prima è la questione dell’energia nucleare. La posizione espressa sin qui dal governo, nelle parole del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, risulta alquanto dissonante. Il ministro ha affermato infatti che il governo è favorevole al nucleare ma che non farà nuove centrali. Si è poi capito meglio che il governo vorrebbe costituirsi solo come soggetto regolatore, lasciando ai privati l’iniziativa di investire in nuove centrali. Si parla di centrali small modular reactor (Smr) e advanced modular reactor (Amr), cioè di unità di produzione di media e piccola scala.
Oggi non vi sono ostacoli normativi per una ripresa dell’attività nucleare in Italia. Il quadro normativo attuale, peraltro disegnato in gran parte da Euratom, di cui l’Italia non ha mai cessato di far parte, avrebbe solo bisogno di essere aggiornato e sviluppato. Servono processi autorizzativi certi e la massima informazione sul tema, per dare all’opinione pubblica gli strumenti per valutare con oggettività senza scadere nello schema delle opposte tifoserie.
Ma, questo è il secondo tema, occorre che la Meloni risponda alla seguente domanda: il tema energia è considerato strategico dal governo? Perché se lo è, il ruolo di mero regolatore dello Stato appare riduttivo e per nulla rispondente alle necessità. Nel 2022, chi aveva dimenticato l’importanza strategica dell’energia ha avuto un brusco promemoria, con la crisi del gas. L’energia resta uno dei fattori principali nelle dinamiche economiche e geopolitiche, dunque richiede un disegno di politica energetica e un presidio statale. Lasciar fare all’Europa non ha portato benissimo.
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Il premier torna in pubblico dopo la malattia. A tenere banco saranno gli ultimi fatti di cronaca, ma i cittadini vogliono sapere come il governo aiuterà le loro tasche.L’approvvigionamento e i prezzi di gas ed elettricità sono fondamentali per geopolitica e crescita. L’esecutivo però deve ancora tracciare una rotta chiara sul nucleare e riempire di contenuti il Piano Mattei.Lo speciale contiene due articoli.Oggi Giorgia Meloni si presenterà in conferenza stampa. È prevedibile che saranno gli ultimi casi nazionali a tenere banco nel round di domande: l’incidente di Capodanno di Emanuele Pozzolo, l’inchiesta sulla famiglia Verdini, il nodo Quirinale con la questione dei balneari. Temi che piacciono molto ai giornalisti, mentre gli italiani sembrano assai più interessati agli effetti dell’azione di governo sulle loro tasche. E sulla crescita del Paese. Per questo, offrendo anche qualche spunto con spirito costruttivo, vorremmo chiedere al premier quale saranno i dettagli della strategia nel campo del lavoro, del sistema fiscale, di quello finanziario e soprattutto quale sarà la politica industriale. Al netto delle contingenze, delle promesse elettorali in vista delle europee e delle zavorre ereditate dai governi precedenti, come intende, la Meloni, far crescere l’economia italiana e, di riflesso, quella di famiglie e imprese?Secondo il centro studi Promotor, in quattro anni sono state «perse» quasi 2 milioni di auto immatricolate. Non solo. Nel 2023 le vendite di auto elettriche sono aumentate del 35% ma la quota di mercato è solo del 4,2%. Nel frattempo, il governo ha annunciato un nuovo piano di incentivi per le auto elettriche. Tutto questo mentre Stellantis sta spostando sempre di più all’estero le produzioni e mentre, a livello mondiale, il colosso cinese Byd ha sorpassato Tesla in termini di consegne trimestrali. Perché, vorremmo chiedere alla Meloni, dare incentivi se le auto acquistate non sono prodotte in Italia? Il ruolo ormai perduto dell’automotive, un tempo fiore all’occhiello dell’industria italiana, verrà sostituito da altri comparti investendo per esempio sull’agroalimentare? E quali saranno gli interventi per il comparto della microelettronica, ovvero chip e semiconduttori, in modo da attirare investitori esteri? Prioritario per la crescita industriale del Paese è anche il comparto dell’acciaio attraverso il rilancio dell’ex Ilva di Taranto. C’è attesa per l’incontro dell’8 gennaio tra l’esecutivo e il socio indiano Arcerlormittal che detiene il 62% delle quote. Nell’ultimo confronto con i sindacati il governo ha confermato «il massimo impegno per garantire la continuità produttiva dell’ex Ilva, vagliando le ipotesi in campo atte a evitare il ricorso all’amministrazione straordinaria». Al momento però non c’è accordo sull’aumento di capitale di 320 milioni e sull’acquisto degli asset aziendali. Quale sarà il futuro del polo siderurgico e quale ruolo avrà lo Stato? Sarà necessario un altro intervento della finanza pubblica?Sul tavolo di Palazzo Chigi resta, inoltre, aperto il dossier Ita-Lufthansa. Per benedire le nozze nei cieli tra la ex Alitalia e la compagnia di bandiera tedesca, Bruxelles ha chiesto altri approfondimenti e la scadenza della prima fase dell’indagine è fissata per il 15 gennaio. A godere di questo stallo può essere la Francia con Air France ma anche la Germania: più passa il tempo, infatti, e più la compagnia italiana si svaluta e le nozze potrebbero essere meno onerose (l’accordo di maggio prevede che Lufthansa acquisti il 41% di Ita attraverso un aumento di capitale di 325 milioni, con l’opzione di acquisire tutte le azioni rimanenti in un secondo momento). A che punto sono le interlocuzioni? Quanto alle Tlc, questo e il prossimo potrebbero essere due mesi chiave: da una parte si potrebbe vedere uno spiraglio nella trattativa tra Vodafone e Iliad e dall’altra potrebbe uscire dall’impasse l’operazione tra Wind Tre e il fondo svedese Eqt. Nel riassetto generale è destinata a inserirsi anche Tim che ha avuto l’ok del suo cda alla «madre di tutte le operazioni di scorporo»: la separazione e vendita della rete che vede impegnati l’ex monopolista e Kkr con il Mef. Come intende il governo chiudere il cerchio?Il governo Meloni ha fatto bene a non cadere nella trappola del salario minimo tesa dall’opposizione. Ed è anche riuscito a modificare il Reddito di cittadinanza sminando l’eredità di Giuseppe Conte. Restano, però, problemi strutturali. A cominciare dal mismatch tra domanda e offerta. Le aziende hanno difficoltà a coprire i posti vacanti anche perché la forza lavoro in Italia invecchia rapidamente. Perciò vorremmo chiedere al premier: quali misure intende mettere in campo per migliorare la formazione non solo dei giovani? Quali interventi verranno programmati sul fronte delle politiche attive? E soprattutto per garantire una maggiore flessibilità dei contratti?La manovra aiuta i redditi bassi e aumenta i dipendenti pubblici ma ha deluso partite Iva e autonomi. Deludente anche la mossa sugli affitti brevi con la «tassina sulla casa» ovvero l’aumento della cedolare al 26% della seconda locazione. Non solo. Chi ha 50.000 euro lordi di reddito oggi deve ancora fare i conti con una tassazione che, comprendendo anche le addizionali regionali e comunali, va ben oltre 50%. Quali misure prenderà il governo per sostenere il ceto medio e gli autonomi? Quello della flat tax resta un obiettivo di legislatura?I gufi dello spread sono stati smentiti e nel 2024 ci si attende l’avvio rapido di un percorso di discesa dei tassi che offrirebbe margini non indifferenti di manovra sul debito. Questo potrebbe essere anche l’anno decisivo per futuro del Monte dei Paschi: il Mef resterà con una quota nel capitale? Con la necessità di accelerare le privatizzazioni, il governo coinvolgerà le casse di previdenza nelle future vendite di partecipazioni statali rafforzando il loro ruolo di investitore istituzionale? È in atto anche una guerra silenziosa attorno al risparmio gestito tricolore che coinvolge soprattutto i francesi di Amundi, la nostra piccola corazzata Anima, i cugini d’Oltralpe di Crédit agricole ormai legati a doppia mandata con Banco Bpm. Dopo lo stop al Mes, quali condizioni di reciprocità e garanzie di trasparenza verranno chieste dall’Italia in vista di un’unione bancaria da cui dipenderà il futuro consolidamento del sistema europeo?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conferenza-meloni-2666866098.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ritardi-sulla-strategia-energetica-i-nodi-da-sciogliere-su-atomo-e-africa" data-post-id="2666866098" data-published-at="1704360109" data-use-pagination="False"> Ritardi sulla strategia energetica: i nodi da sciogliere su atomo e Africa Chissà se lo stanco rito della conferenza stampa governativa di fine anno, diventata di inizio anno per motivi di salute del premier, per una volta oggi riuscirà a stupirci. La speranza è che i giornalisti ammessi nell’Aula dei gruppi parlamentari di Montecitorio vadano oltre il folclore della cronaca e pretendano da Giorgia Meloni risposte sui temi che riguardano il futuro del Paese. Ad esempio, l’energia. In questo campo molti sono i dossier aperti, tutti strategici, e vi sono scelte importanti da fare. Il regime di tutela dell’energia elettrica non è stato prorogato dal governo, anche se di fatto l’Arera ne ha spostato l’avvio al prossimo luglio. La proroga delle concessioni idroelettriche non è stata inserita nel decreto Energia del 9 dicembre, esponendo così un intero settore al rischio che gli impianti finiscano in mani straniere come disegnato dal governo di Mario Draghi. Il decreto però deve essere ancor convertito in legge e la scadenza per la presentazione degli emendamenti alla Camera è lunedì. Il tema è delicatissimo e sarebbe importante conoscere quale è l’orientamento del governo in merito, considerato che la Regione Lombardia poco prima di Natale ha già iniziato l’iter per la messa a gara di tre concessioni. Da martedì 9 alla Camera dei deputati arriva anche il Piano Mattei, cioè il decreto-legge 161 del 15 novembre, approvato in Senato il 19 dicembre e da convertire in legge entro il 14 gennaio. Corsa contro il tempo, dunque, per un testo che però è privo di contenuti, limitandosi a disegnare una cabina di regia e una struttura organizzativa. Al di là delle dichiarazioni di intenti in tema di cooperazione con i Paesi africani, sarebbe importante capire che cosa il governo intende fare per riempire di contenuto quello che al momento sembra solo un contenitore. L’argomento Piano Mattei si unisce a quello dell’approvvigionamento energetico del Paese, in particolare per quanto riguarda il gas. Al momento il sistema gas italiano non è in situazione di stress, la materia prima è disponibile e i prezzi sono contenuti e tornati ai livelli del 2021, prima dell’inizio della crisi energetica. Questo anche perché la domanda di gas nel 2023 (63 miliardi di metri cubi) è calata dell’8,5% rispetto ad un 2022 già assai misero. La domanda industriale di gas è stata nel 2023 in calo del 14% rispetto alla media degli ultimi dieci anni. Ciò significa che il calo di importazioni di gas dalla Russia è stato sostituito sì, in parte, dai maggiori afflussi di Lng, ma per il resto si tratta di distruzione della domanda. Vi sono però le grosse incertezze legate alla stabilità dei prezzi e alla conseguente competitività delle imprese, soprattutto di quelle che consumano più energia. Eni si è fatta promotrice nei mesi passati di nuovi accordi ma nel quadro della transizione energetica il gas resta un punto irrisolto: non è chiaro dove il governo vuole andare su un tema così importante. Legata alla questione dei prezzi del gas vi è quella dei prezzi dell’energia elettrica: il prezzo medio spot dell’energia elettrica all’ingrosso in Italia è sceso del 58% nel 2023 risultando pari a 115 euro/Mwh, circa 20 euro/Mwh più alto che in Francia e in Germania. Ne risulta che le imprese italiane pagano l’energia di più rispetto agli altri Paesi Ue, e ciò rappresenta un peso per la competitività del sistema. Vi sono altre due questioni più di fondo su cui occorre la massima chiarezza. La prima è la questione dell’energia nucleare. La posizione espressa sin qui dal governo, nelle parole del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, risulta alquanto dissonante. Il ministro ha affermato infatti che il governo è favorevole al nucleare ma che non farà nuove centrali. Si è poi capito meglio che il governo vorrebbe costituirsi solo come soggetto regolatore, lasciando ai privati l’iniziativa di investire in nuove centrali. Si parla di centrali small modular reactor (Smr) e advanced modular reactor (Amr), cioè di unità di produzione di media e piccola scala. Oggi non vi sono ostacoli normativi per una ripresa dell’attività nucleare in Italia. Il quadro normativo attuale, peraltro disegnato in gran parte da Euratom, di cui l’Italia non ha mai cessato di far parte, avrebbe solo bisogno di essere aggiornato e sviluppato. Servono processi autorizzativi certi e la massima informazione sul tema, per dare all’opinione pubblica gli strumenti per valutare con oggettività senza scadere nello schema delle opposte tifoserie. Ma, questo è il secondo tema, occorre che la Meloni risponda alla seguente domanda: il tema energia è considerato strategico dal governo? Perché se lo è, il ruolo di mero regolatore dello Stato appare riduttivo e per nulla rispondente alle necessità. Nel 2022, chi aveva dimenticato l’importanza strategica dell’energia ha avuto un brusco promemoria, con la crisi del gas. L’energia resta uno dei fattori principali nelle dinamiche economiche e geopolitiche, dunque richiede un disegno di politica energetica e un presidio statale. Lasciar fare all’Europa non ha portato benissimo.
Nicolas Maduro (Getty Images)
In realtà, la democrazia «esportata» da Barack Obama insieme ad alcuni leader europei e con il sostegno attivo di Hillary Clinton, che all’epoca era segretario di Stato, aveva come obiettivo la difesa degli interessi dei Paesi intervenuti. In altre parole, mentre alcuni dittatori venivano lasciati in pace, in Libia qualcuno aveva deciso un cambio di regime.
Perché oggi, a 24 ore dall’intervento americano in Venezuela, è importante ricordare il caso libico? Perché fa piazza pulita di tutte le chiacchiere a cui assistiamo da tempo. Il diritto internazionale non si basa sulle buone intenzioni, sui diritti umani e sulla difesa dei princìpi che ispirano le democrazie: si regge sugli interessi e ogni Paese difende i propri, con i mezzi di cui dispone. Se gli Stati Uniti fossero davvero preoccupati dell’esistenza in America Latina di alcuni narco-Stati, avrebbero da tempo bombardato la Colombia, il Messico e l’Honduras. E se avessero a cuore i diritti umani avrebbero già spazzato via Daniel Ortega e sua moglie Rosario Murillo in Nicaragua. Ma alla Casa Bianca sono più preoccupati dell’influenza esercitata dai cinesi in alcuni Paesi del continente americano che del traffico di stupefacenti. Come ai tempi di Cuba, avere come vicino di casa una potenza nemica agli Usa non piace. Così come non credo siano contenti di lasciare nelle mani di Pechino le materie prime di cui è ricco il Venezuela (il petrolio è la più importante). Trump non ha deciso di attaccare il Venezuela perché Maduro era un dittatore che affamava e torturava il suo popolo. Così come la Francia non bombardò la Libia perché Gheddafi era tiranno, l’America ha colpito per difendere i propri interessi.
Per quanto si cerchi di guardare ai fatti del mondo con categorie che riducono i problemi a un conflitto tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, gli eventi ci riportano rapidamente alla realtà. Gli Stati Uniti tutelano i propri affari, nel cortile di casa come fuori. È ciò che ha provato a fare maldestramente Vladimir Putin in Ucraina, trovando però gli americani, insieme agli europei, a fargli lo sgambetto. È quanto vorrebbe provare a fare Xi Jinping con Taiwan.
È inutile stupirsi: quando alla fine degli anni Ottanta George Bush padre decise di invadere Panama, lo fece per tutelare gli interessi americani, non certo per porre fine alle violazioni dei diritti umani da parte delle squadracce agli ordini del generale Manuel Noriega. So che la cosa non piacerà a molti: ma le logiche che governano la geopolitica non le detta l’Onu e nemmeno una società di benefattori, bensì il rapporto di forza fra gli Stati. E la teoria comunemente conosciuta come «Prima l’America» non significa un disimpegno Usa dallo scenario globale, ma semmai una ridefinizione della sua presenza. Che ci sia Trump o qualcun altro, gli Stati Uniti continuano a essere il gendarme del mondo, ma il gendarme interviene solo quando fa comodo a Washington. L’Iran dunque è avvisato.
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Donald Trump (Getty Images)
«Governeremo il Paese finché non saremo in grado di realizzare una transizione sicura, adeguata e prudente», ha affermato ieri, durante una conferenza stampa a Mar-a-Lago, il presidente Usa, per poi aggiungere: «Non vogliamo ritrovarci coinvolti nell’ingresso di qualcun altro e nella stessa situazione che abbiamo avuto negli ultimi lunghi anni». «Le compagnie petrolifere americane andranno in Venezuela e investiranno miliardi di dollari», ha anche detto, per poi precisare: «Siamo pronti a lanciare una seconda ondata di attacchi, molto più grande, se necessario». «La Dottrina Monroe è una cosa importante, ma l’abbiamo superata di molto. Ora la chiamano Dottrina Donroe», ha continuato, proponendo una fusione tra i nomi «Donald» e «Monroe».
Trump ha poi parlato di Maduro, da lui bollato come «dittatore e terrorista», che ha corso il rischio di rimanere ucciso durante l’operazione. «Poteva succedere», ha sottolineato. In particolare, il tycoon ha detto che il leader venezuelano ieri era in viaggio verso New York e che, insieme a sua moglie, dovrà «affrontare tutta la potenza della giustizia americana». L’inquilino della Casa Bianca ha accusato di nuovo Maduro di essere implicato in attività di narcotraffico, ma ha anche trattato la questione sul piano della geopolitica. «Maduro è rimasto al potere e ha condotto una campagna incessante di violenza, terrore e sovversione contro gli Usa, minacciando non solo il nostro popolo, ma la stabilità dell’intera regione, e voi tutti lo avete visto», ha tuonato Trump che, oltre a non escludere l’invio di truppe in territorio venezuelano, ha tacciato il regime chavista di «ospitare sempre più avversari stranieri nella nostra regione e di acquisire armi offensive minacciose che potrebbero mettere a repentaglio gli interessi e le vite degli Stati Uniti». Il presidente americano ha anche sottolineato che l’embargo al petrolio venezuelano resterà per ora in vigore. E ha lanciato un monito agli altri esponenti del regime di Caracas. «Tutte le figure politiche e militari del Venezuela dovrebbero capire che ciò che è successo a Maduro può succedere anche a loro, e succederà anche a loro se non saranno giusti, anche nei confronti del loro popolo», ha detto, per poi rendere noto che la vicepresidente venezuelana, Delcy Rodríguez, avrebbe accettato di collaborare con Washington.
La cattura di Maduro, che secondo Marco Rubio avrebbe rifiutato delle offerte «molto generose» per lasciare il potere, viene a inserirsi nel solco della strategia di sicurezza nazionale che la Casa Bianca ha pubblicato il mese scorso. In quel documento, l’amministrazione statunitense ha sottolineato la necessità di rafforzare l’influenza di Washington sull’emisfero occidentale sia per arginare i flussi di droga e di immigrati clandestini sia per contrastare la concorrenza di potenze ostili. Sotto questo aspetto, non va trascurato che il regime di Maduro rappresentava uno dei principali punti di riferimento, in America Latina, di Mosca, Teheran e, soprattutto, Pechino. Quella Pechino che risulta, tra l’altro, il principale acquirente di petrolio venezuelano. La partita energetica si lega d’altronde inscindibilmente a quella geopolitica. Il che evidenzia anche la miopia di chi ha sempre definito Trump un «isolazionista» o un «pacifista». Trump è semplicemente un realista: punta, sì, a ricalibrare l’uso della forza statunitense nello scacchiere internazionale ma non ha mai escluso l’opzione militare per salvaguardare quelli che considera gli interessi di Washington. Non a caso, proprio ieri, ha ricordato quando ordinò l’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi nel 2019 e di Qasem Soleimani nel 2020.
A questo punto sorge una domanda. Quando Cina e Russia hanno protestato contro la cattura di Maduro erano sincere? È vero: come detto, Mosca e Pechino sono storicamente assai legate al regime chavista. È però anche vero che, al di là delle dichiarazioni di facciata, non è che negli ultimi quattro mesi abbiano fatto granché per supportare concretamente Maduro nel suo duello con la Casa Bianca. Una situazione, questa, che era stata sottolineata già a dicembre dalla Bbc. E allora le ipotesi di scenario sono due. La prima è che l’operazione di ieri sia avvenuta nel tacito quadro di una Jalta 2.0: il quadro, cioè, di una spartizione dello scacchiere internazionale in varie zone d’influenza. Uno scenario, questo, che potrebbe aver convinto russi e cinesi a mollare la presa sull’America latina per ottenere benefici altrove (dal Donbass a Taiwan). La seconda ipotesi invece è che, dopo quanto accaduto a Caracas, la tensione di Washington con Mosca e Pechino aumenterà. La Cina potrebbe, in particolare, cercare di rompere le uova nel paniere a Trump in Medio Oriente e in Africa, accusandolo di condurre delle politiche neocon. Ma Trump, dal canto suo, potrebbe usare l’operazione contro Maduro come un monito per incrementare la pressione tanto su Mosca quanto su Pechino.
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Getty Images
Dopo i bombardamenti, infatti, un’unità d’élite statunitense (la Delta force) è entrata in azione all’interno del perimetro di Fuerte Tiuna, dove si trovava Maduro al momento dell’attacco. La cattura del presidente venezuelano - che stava dormendo in camera da letto - sarebbe stata effettuata nel giro di pochi minuti, senza scontri prolungati né una resistenza significativa. Fonti ufficiali statunitensi parlano di un’operazione rapida, condotta «con successo» e conclusa con il trasferimento del bersaglio fuori dal Paese.
Per quanto riguarda il bilancio dei morti, le informazioni restano frammentarie: il governo venezuelano parla di vittime tra militari e civili, pur non fornendo cifre precise, mentre le autorità statunitensi hanno dichiarato di non aver subìto perdite.
Poche ore dopo il blitz, Donald Trump ha rivendicato pubblicamente l’operazione, definendola un’azione «spettacolare». Sul suo social Truth, il tycoon ha anche pubblicato un video delle operazioni militari e una foto di Maduro a bordo della nave Uss Iwo Jima, annunciando che il presidente venezuelano e la moglie saranno processati a New York «per la loro campagna di traffico di droga negli Stati Uniti». Prima di approdare nella Grande Mela, ha riferito Abc, Maduro farà una tappa a Guantanamo, dove sarà poi trasferito sotto la custodia dell’Fbi. Durante una conferenza stampa congiunta insieme a Pete Hegseth, segretario della Difesa, e a Dan Caine, il generale che ha organizzato l’operazione, Trump ha detto che Maduro avrebbe provato a fuggire in una stanza blindata, ma «non è riuscito ad arrivare alla porta perché i nostri ragazzi sono stati velocissimi».
Accanto alla versione ufficiale, tuttavia, rimangono alcuni coni d’ombra sullo svolgimento delle operazioni. Numerosi media americani hanno riferito che, nei mesi precedenti, Washington aveva intensificato le attività di intelligence in Venezuela, con operazioni sotto copertura attribuite alla Cia e un rafforzamento della raccolta di informazioni sul terreno: questo lavoro preliminare avrebbe consentito di localizzare con precisione i movimenti del presidente venezuelano e di individuare le finestre operative più favorevoli. Axios riferisce inoltre che l’operazione sarebbe stata seguita a livello politico e operativo da un ristretto gruppo di vertice dell’amministrazione Trump, con contatti costanti tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Pentagono e vertici dell’intelligence. Lo stesso generale Caine, del resto, ha ammesso pubblicamente che la missione ha richiesto «mesi di pianificazione e addestramento».
Rimane però aperta un’altra ipotesi, avanzata da esponenti dell’opposizione venezuelana e rilanciata da alcuni media internazionali: quella di una cattura in parte «negoziata». La rapidità dell’azione e l’assenza di una reazione armata significativa da parte delle forze lealiste, infatti, alimentano il sospetto che possano esserci stati contatti o accordi informali che avrebbero portato Maduro a consegnarsi agli americani.
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Maria Corina Machado (Getty Images)
Nelle ultime ore erano rimbalzate voci su una frettolosa partenza per la Russia da parte della vicepresidente, ma il ministero degli Esteri di Mosca ha negato che Rodríguez si trovi nel territorio della Repubblica federale russa. Intanto, il ministro della Difesa, Vladimiro Padrino Lopez, ha schierato nel Paese le truppe ancora fedeli e ha parlato alla televisione nazionale, facendo appello al popolo e alle forze militari per resistere a quella che ha definito «una vile aggressione da parte di Washington, che viola palesemente il diritto internazionale». Alcuni ministri, come Padrino López, stanno cercando di tenere insieme il regime madurista, coagulandosi intorno al ministro dell’Interno, Diosdado Cabello, che ha dichiarato: «Alla fine di questi attacchi, vinceremo. Viva la patria! Sempre fedeli! Mai traditori». Sulla testa di Cabello, dato per morto e poi ricomparso, resta ancora una taglia da 50 milioni di dollari, come principale complice dei crimini imputati a Maduro. Alcuni generali delle forze armate da un paio di giorni sembrano aver preso le distanze dal regime, nella speranza di potersi riciclare almeno nel periodo di transizione che il Venezuela potrebbe affrontare molto presto. Una mossa avvalorata dalle dichiarazioni di Trump, che ha minacciato un pessimo futuro per ministri e dirigenti che volessero restare fedeli al regime.
Intanto, nelle strade di Caracas e soprattutto all’interno delle comunità venezuelane sparpagliate nel mondo, è scoppiata la gioia dopo l’arresto del presidente, mentre sono scomparsi dalle strade della Capitale i gruppi paramilitari che rispondevano esclusivamente al regime e che reprimevano ogni forma di dissenso con la violenza. La vicepresidente Rodríguez non è apparsa in pubblico e non ha neanche convocato un Consiglio dei ministri perché probabilmente molti di loro verranno rimossi immediatamente. L’ala dura proverà a tenere insieme i cocci del regime, ma in molti sembrano propensi ad aprire una trattativa con l’opposizione.
Trump ha ammesso che il premio Nobel per la pace, Maria Corina Machado, al momento non può essere il leader giusto per il nuovo Venezuela. «Oggi siamo pronti a far valere il nostro mandato e prendere il potere», aveva dichiarato su X il capo dell’opposizione, facendo immaginare sviluppi diversi: «Venezuelani, è arrivata l’ora della libertà! È ora di concretizzare una transizione democratica». Maria Corina Machado aveva inoltre chiesto che «Edmundo González Urrutia assuma immediatamente la presidenza del Venezuela». La Machado si era già espressa a favore dell’offensiva di Washington per fare pressione sul regime chavista, anche se aveva moderato le sue dichiarazioni dopo aver ricevuto il premio Nobel per la pace. In una conferenza stampa dell’11 dicembre, la leader dell’opposizione aveva sostenuto apertamente tutte le azioni della Casa Bianca. Oggi lo scenario più probabile appare un cambiamento radicale della parte meno compromessa dei regime che possa favorire un governo di transizione.
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