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2024-01-04
Oggi conferenza della Meloni. Le nostre domande su tasse, lavoro e politiche industriali
Giorgia Meloni (Getty Images)
Oggi Giorgia Meloni si presenterà in conferenza stampa. È prevedibile che saranno gli ultimi casi nazionali a tenere banco nel round di domande: l’incidente di Capodanno di Emanuele Pozzolo, l’inchiesta sulla famiglia Verdini, il nodo Quirinale con la questione dei balneari. Temi che piacciono molto ai giornalisti, mentre gli italiani sembrano assai più interessati agli effetti dell’azione di governo sulle loro tasche. E sulla crescita del Paese. Per questo, offrendo anche qualche spunto con spirito costruttivo, vorremmo chiedere al premier quale saranno i dettagli della strategia nel campo del lavoro, del sistema fiscale, di quello finanziario e soprattutto quale sarà la politica industriale. Al netto delle contingenze, delle promesse elettorali in vista delle europee e delle zavorre ereditate dai governi precedenti, come intende, la Meloni, far crescere l’economia italiana e, di riflesso, quella di famiglie e imprese?
Secondo il centro studi Promotor, in quattro anni sono state «perse» quasi 2 milioni di auto immatricolate. Non solo. Nel 2023 le vendite di auto elettriche sono aumentate del 35% ma la quota di mercato è solo del 4,2%. Nel frattempo, il governo ha annunciato un nuovo piano di incentivi per le auto elettriche. Tutto questo mentre Stellantis sta spostando sempre di più all’estero le produzioni e mentre, a livello mondiale, il colosso cinese Byd ha sorpassato Tesla in termini di consegne trimestrali. Perché, vorremmo chiedere alla Meloni, dare incentivi se le auto acquistate non sono prodotte in Italia? Il ruolo ormai perduto dell’automotive, un tempo fiore all’occhiello dell’industria italiana, verrà sostituito da altri comparti investendo per esempio sull’agroalimentare? E quali saranno gli interventi per il comparto della microelettronica, ovvero chip e semiconduttori, in modo da attirare investitori esteri?
Prioritario per la crescita industriale del Paese è anche il comparto dell’acciaio attraverso il rilancio dell’ex Ilva di Taranto. C’è attesa per l’incontro dell’8 gennaio tra l’esecutivo e il socio indiano Arcerlormittal che detiene il 62% delle quote. Nell’ultimo confronto con i sindacati il governo ha confermato «il massimo impegno per garantire la continuità produttiva dell’ex Ilva, vagliando le ipotesi in campo atte a evitare il ricorso all’amministrazione straordinaria». Al momento però non c’è accordo sull’aumento di capitale di 320 milioni e sull’acquisto degli asset aziendali. Quale sarà il futuro del polo siderurgico e quale ruolo avrà lo Stato? Sarà necessario un altro intervento della finanza pubblica?
Sul tavolo di Palazzo Chigi resta, inoltre, aperto il dossier Ita-Lufthansa. Per benedire le nozze nei cieli tra la ex Alitalia e la compagnia di bandiera tedesca, Bruxelles ha chiesto altri approfondimenti e la scadenza della prima fase dell’indagine è fissata per il 15 gennaio. A godere di questo stallo può essere la Francia con Air France ma anche la Germania: più passa il tempo, infatti, e più la compagnia italiana si svaluta e le nozze potrebbero essere meno onerose (l’accordo di maggio prevede che Lufthansa acquisti il 41% di Ita attraverso un aumento di capitale di 325 milioni, con l’opzione di acquisire tutte le azioni rimanenti in un secondo momento). A che punto sono le interlocuzioni? Quanto alle Tlc, questo e il prossimo potrebbero essere due mesi chiave: da una parte si potrebbe vedere uno spiraglio nella trattativa tra Vodafone e Iliad e dall’altra potrebbe uscire dall’impasse l’operazione tra Wind Tre e il fondo svedese Eqt. Nel riassetto generale è destinata a inserirsi anche Tim che ha avuto l’ok del suo cda alla «madre di tutte le operazioni di scorporo»: la separazione e vendita della rete che vede impegnati l’ex monopolista e Kkr con il Mef. Come intende il governo chiudere il cerchio?
Il governo Meloni ha fatto bene a non cadere nella trappola del salario minimo tesa dall’opposizione. Ed è anche riuscito a modificare il Reddito di cittadinanza sminando l’eredità di Giuseppe Conte. Restano, però, problemi strutturali. A cominciare dal mismatch tra domanda e offerta. Le aziende hanno difficoltà a coprire i posti vacanti anche perché la forza lavoro in Italia invecchia rapidamente. Perciò vorremmo chiedere al premier: quali misure intende mettere in campo per migliorare la formazione non solo dei giovani? Quali interventi verranno programmati sul fronte delle politiche attive? E soprattutto per garantire una maggiore flessibilità dei contratti?
La manovra aiuta i redditi bassi e aumenta i dipendenti pubblici ma ha deluso partite Iva e autonomi. Deludente anche la mossa sugli affitti brevi con la «tassina sulla casa» ovvero l’aumento della cedolare al 26% della seconda locazione. Non solo. Chi ha 50.000 euro lordi di reddito oggi deve ancora fare i conti con una tassazione che, comprendendo anche le addizionali regionali e comunali, va ben oltre 50%. Quali misure prenderà il governo per sostenere il ceto medio e gli autonomi? Quello della flat tax resta un obiettivo di legislatura?
I gufi dello spread sono stati smentiti e nel 2024 ci si attende l’avvio rapido di un percorso di discesa dei tassi che offrirebbe margini non indifferenti di manovra sul debito. Questo potrebbe essere anche l’anno decisivo per futuro del Monte dei Paschi: il Mef resterà con una quota nel capitale? Con la necessità di accelerare le privatizzazioni, il governo coinvolgerà le casse di previdenza nelle future vendite di partecipazioni statali rafforzando il loro ruolo di investitore istituzionale? È in atto anche una guerra silenziosa attorno al risparmio gestito tricolore che coinvolge soprattutto i francesi di Amundi, la nostra piccola corazzata Anima, i cugini d’Oltralpe di Crédit agricole ormai legati a doppia mandata con Banco Bpm. Dopo lo stop al Mes, quali condizioni di reciprocità e garanzie di trasparenza verranno chieste dall’Italia in vista di un’unione bancaria da cui dipenderà il futuro consolidamento del sistema europeo?
Ritardi sulla strategia energetica: i nodi da sciogliere su atomo e Africa
Chissà se lo stanco rito della conferenza stampa governativa di fine anno, diventata di inizio anno per motivi di salute del premier, per una volta oggi riuscirà a stupirci. La speranza è che i giornalisti ammessi nell’Aula dei gruppi parlamentari di Montecitorio vadano oltre il folclore della cronaca e pretendano da Giorgia Meloni risposte sui temi che riguardano il futuro del Paese. Ad esempio, l’energia. In questo campo molti sono i dossier aperti, tutti strategici, e vi sono scelte importanti da fare.
Il regime di tutela dell’energia elettrica non è stato prorogato dal governo, anche se di fatto l’Arera ne ha spostato l’avvio al prossimo luglio. La proroga delle concessioni idroelettriche non è stata inserita nel decreto Energia del 9 dicembre, esponendo così un intero settore al rischio che gli impianti finiscano in mani straniere come disegnato dal governo di Mario Draghi. Il decreto però deve essere ancor convertito in legge e la scadenza per la presentazione degli emendamenti alla Camera è lunedì. Il tema è delicatissimo e sarebbe importante conoscere quale è l’orientamento del governo in merito, considerato che la Regione Lombardia poco prima di Natale ha già iniziato l’iter per la messa a gara di tre concessioni.
Da martedì 9 alla Camera dei deputati arriva anche il Piano Mattei, cioè il decreto-legge 161 del 15 novembre, approvato in Senato il 19 dicembre e da convertire in legge entro il 14 gennaio. Corsa contro il tempo, dunque, per un testo che però è privo di contenuti, limitandosi a disegnare una cabina di regia e una struttura organizzativa. Al di là delle dichiarazioni di intenti in tema di cooperazione con i Paesi africani, sarebbe importante capire che cosa il governo intende fare per riempire di contenuto quello che al momento sembra solo un contenitore.
L’argomento Piano Mattei si unisce a quello dell’approvvigionamento energetico del Paese, in particolare per quanto riguarda il gas. Al momento il sistema gas italiano non è in situazione di stress, la materia prima è disponibile e i prezzi sono contenuti e tornati ai livelli del 2021, prima dell’inizio della crisi energetica. Questo anche perché la domanda di gas nel 2023 (63 miliardi di metri cubi) è calata dell’8,5% rispetto ad un 2022 già assai misero. La domanda industriale di gas è stata nel 2023 in calo del 14% rispetto alla media degli ultimi dieci anni. Ciò significa che il calo di importazioni di gas dalla Russia è stato sostituito sì, in parte, dai maggiori afflussi di Lng, ma per il resto si tratta di distruzione della domanda. Vi sono però le grosse incertezze legate alla stabilità dei prezzi e alla conseguente competitività delle imprese, soprattutto di quelle che consumano più energia. Eni si è fatta promotrice nei mesi passati di nuovi accordi ma nel quadro della transizione energetica il gas resta un punto irrisolto: non è chiaro dove il governo vuole andare su un tema così importante.
Legata alla questione dei prezzi del gas vi è quella dei prezzi dell’energia elettrica: il prezzo medio spot dell’energia elettrica all’ingrosso in Italia è sceso del 58% nel 2023 risultando pari a 115 euro/Mwh, circa 20 euro/Mwh più alto che in Francia e in Germania. Ne risulta che le imprese italiane pagano l’energia di più rispetto agli altri Paesi Ue, e ciò rappresenta un peso per la competitività del sistema.
Vi sono altre due questioni più di fondo su cui occorre la massima chiarezza. La prima è la questione dell’energia nucleare. La posizione espressa sin qui dal governo, nelle parole del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, risulta alquanto dissonante. Il ministro ha affermato infatti che il governo è favorevole al nucleare ma che non farà nuove centrali. Si è poi capito meglio che il governo vorrebbe costituirsi solo come soggetto regolatore, lasciando ai privati l’iniziativa di investire in nuove centrali. Si parla di centrali small modular reactor (Smr) e advanced modular reactor (Amr), cioè di unità di produzione di media e piccola scala.
Oggi non vi sono ostacoli normativi per una ripresa dell’attività nucleare in Italia. Il quadro normativo attuale, peraltro disegnato in gran parte da Euratom, di cui l’Italia non ha mai cessato di far parte, avrebbe solo bisogno di essere aggiornato e sviluppato. Servono processi autorizzativi certi e la massima informazione sul tema, per dare all’opinione pubblica gli strumenti per valutare con oggettività senza scadere nello schema delle opposte tifoserie.
Ma, questo è il secondo tema, occorre che la Meloni risponda alla seguente domanda: il tema energia è considerato strategico dal governo? Perché se lo è, il ruolo di mero regolatore dello Stato appare riduttivo e per nulla rispondente alle necessità. Nel 2022, chi aveva dimenticato l’importanza strategica dell’energia ha avuto un brusco promemoria, con la crisi del gas. L’energia resta uno dei fattori principali nelle dinamiche economiche e geopolitiche, dunque richiede un disegno di politica energetica e un presidio statale. Lasciar fare all’Europa non ha portato benissimo.
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Il premier torna in pubblico dopo la malattia. A tenere banco saranno gli ultimi fatti di cronaca, ma i cittadini vogliono sapere come il governo aiuterà le loro tasche.L’approvvigionamento e i prezzi di gas ed elettricità sono fondamentali per geopolitica e crescita. L’esecutivo però deve ancora tracciare una rotta chiara sul nucleare e riempire di contenuti il Piano Mattei.Lo speciale contiene due articoli.Oggi Giorgia Meloni si presenterà in conferenza stampa. È prevedibile che saranno gli ultimi casi nazionali a tenere banco nel round di domande: l’incidente di Capodanno di Emanuele Pozzolo, l’inchiesta sulla famiglia Verdini, il nodo Quirinale con la questione dei balneari. Temi che piacciono molto ai giornalisti, mentre gli italiani sembrano assai più interessati agli effetti dell’azione di governo sulle loro tasche. E sulla crescita del Paese. Per questo, offrendo anche qualche spunto con spirito costruttivo, vorremmo chiedere al premier quale saranno i dettagli della strategia nel campo del lavoro, del sistema fiscale, di quello finanziario e soprattutto quale sarà la politica industriale. Al netto delle contingenze, delle promesse elettorali in vista delle europee e delle zavorre ereditate dai governi precedenti, come intende, la Meloni, far crescere l’economia italiana e, di riflesso, quella di famiglie e imprese?Secondo il centro studi Promotor, in quattro anni sono state «perse» quasi 2 milioni di auto immatricolate. Non solo. Nel 2023 le vendite di auto elettriche sono aumentate del 35% ma la quota di mercato è solo del 4,2%. Nel frattempo, il governo ha annunciato un nuovo piano di incentivi per le auto elettriche. Tutto questo mentre Stellantis sta spostando sempre di più all’estero le produzioni e mentre, a livello mondiale, il colosso cinese Byd ha sorpassato Tesla in termini di consegne trimestrali. Perché, vorremmo chiedere alla Meloni, dare incentivi se le auto acquistate non sono prodotte in Italia? Il ruolo ormai perduto dell’automotive, un tempo fiore all’occhiello dell’industria italiana, verrà sostituito da altri comparti investendo per esempio sull’agroalimentare? E quali saranno gli interventi per il comparto della microelettronica, ovvero chip e semiconduttori, in modo da attirare investitori esteri? Prioritario per la crescita industriale del Paese è anche il comparto dell’acciaio attraverso il rilancio dell’ex Ilva di Taranto. C’è attesa per l’incontro dell’8 gennaio tra l’esecutivo e il socio indiano Arcerlormittal che detiene il 62% delle quote. Nell’ultimo confronto con i sindacati il governo ha confermato «il massimo impegno per garantire la continuità produttiva dell’ex Ilva, vagliando le ipotesi in campo atte a evitare il ricorso all’amministrazione straordinaria». Al momento però non c’è accordo sull’aumento di capitale di 320 milioni e sull’acquisto degli asset aziendali. Quale sarà il futuro del polo siderurgico e quale ruolo avrà lo Stato? Sarà necessario un altro intervento della finanza pubblica?Sul tavolo di Palazzo Chigi resta, inoltre, aperto il dossier Ita-Lufthansa. Per benedire le nozze nei cieli tra la ex Alitalia e la compagnia di bandiera tedesca, Bruxelles ha chiesto altri approfondimenti e la scadenza della prima fase dell’indagine è fissata per il 15 gennaio. A godere di questo stallo può essere la Francia con Air France ma anche la Germania: più passa il tempo, infatti, e più la compagnia italiana si svaluta e le nozze potrebbero essere meno onerose (l’accordo di maggio prevede che Lufthansa acquisti il 41% di Ita attraverso un aumento di capitale di 325 milioni, con l’opzione di acquisire tutte le azioni rimanenti in un secondo momento). A che punto sono le interlocuzioni? Quanto alle Tlc, questo e il prossimo potrebbero essere due mesi chiave: da una parte si potrebbe vedere uno spiraglio nella trattativa tra Vodafone e Iliad e dall’altra potrebbe uscire dall’impasse l’operazione tra Wind Tre e il fondo svedese Eqt. Nel riassetto generale è destinata a inserirsi anche Tim che ha avuto l’ok del suo cda alla «madre di tutte le operazioni di scorporo»: la separazione e vendita della rete che vede impegnati l’ex monopolista e Kkr con il Mef. Come intende il governo chiudere il cerchio?Il governo Meloni ha fatto bene a non cadere nella trappola del salario minimo tesa dall’opposizione. Ed è anche riuscito a modificare il Reddito di cittadinanza sminando l’eredità di Giuseppe Conte. Restano, però, problemi strutturali. A cominciare dal mismatch tra domanda e offerta. Le aziende hanno difficoltà a coprire i posti vacanti anche perché la forza lavoro in Italia invecchia rapidamente. Perciò vorremmo chiedere al premier: quali misure intende mettere in campo per migliorare la formazione non solo dei giovani? Quali interventi verranno programmati sul fronte delle politiche attive? E soprattutto per garantire una maggiore flessibilità dei contratti?La manovra aiuta i redditi bassi e aumenta i dipendenti pubblici ma ha deluso partite Iva e autonomi. Deludente anche la mossa sugli affitti brevi con la «tassina sulla casa» ovvero l’aumento della cedolare al 26% della seconda locazione. Non solo. Chi ha 50.000 euro lordi di reddito oggi deve ancora fare i conti con una tassazione che, comprendendo anche le addizionali regionali e comunali, va ben oltre 50%. Quali misure prenderà il governo per sostenere il ceto medio e gli autonomi? Quello della flat tax resta un obiettivo di legislatura?I gufi dello spread sono stati smentiti e nel 2024 ci si attende l’avvio rapido di un percorso di discesa dei tassi che offrirebbe margini non indifferenti di manovra sul debito. Questo potrebbe essere anche l’anno decisivo per futuro del Monte dei Paschi: il Mef resterà con una quota nel capitale? Con la necessità di accelerare le privatizzazioni, il governo coinvolgerà le casse di previdenza nelle future vendite di partecipazioni statali rafforzando il loro ruolo di investitore istituzionale? È in atto anche una guerra silenziosa attorno al risparmio gestito tricolore che coinvolge soprattutto i francesi di Amundi, la nostra piccola corazzata Anima, i cugini d’Oltralpe di Crédit agricole ormai legati a doppia mandata con Banco Bpm. Dopo lo stop al Mes, quali condizioni di reciprocità e garanzie di trasparenza verranno chieste dall’Italia in vista di un’unione bancaria da cui dipenderà il futuro consolidamento del sistema europeo?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conferenza-meloni-2666866098.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ritardi-sulla-strategia-energetica-i-nodi-da-sciogliere-su-atomo-e-africa" data-post-id="2666866098" data-published-at="1704360109" data-use-pagination="False"> Ritardi sulla strategia energetica: i nodi da sciogliere su atomo e Africa Chissà se lo stanco rito della conferenza stampa governativa di fine anno, diventata di inizio anno per motivi di salute del premier, per una volta oggi riuscirà a stupirci. La speranza è che i giornalisti ammessi nell’Aula dei gruppi parlamentari di Montecitorio vadano oltre il folclore della cronaca e pretendano da Giorgia Meloni risposte sui temi che riguardano il futuro del Paese. Ad esempio, l’energia. In questo campo molti sono i dossier aperti, tutti strategici, e vi sono scelte importanti da fare. Il regime di tutela dell’energia elettrica non è stato prorogato dal governo, anche se di fatto l’Arera ne ha spostato l’avvio al prossimo luglio. La proroga delle concessioni idroelettriche non è stata inserita nel decreto Energia del 9 dicembre, esponendo così un intero settore al rischio che gli impianti finiscano in mani straniere come disegnato dal governo di Mario Draghi. Il decreto però deve essere ancor convertito in legge e la scadenza per la presentazione degli emendamenti alla Camera è lunedì. Il tema è delicatissimo e sarebbe importante conoscere quale è l’orientamento del governo in merito, considerato che la Regione Lombardia poco prima di Natale ha già iniziato l’iter per la messa a gara di tre concessioni. Da martedì 9 alla Camera dei deputati arriva anche il Piano Mattei, cioè il decreto-legge 161 del 15 novembre, approvato in Senato il 19 dicembre e da convertire in legge entro il 14 gennaio. Corsa contro il tempo, dunque, per un testo che però è privo di contenuti, limitandosi a disegnare una cabina di regia e una struttura organizzativa. Al di là delle dichiarazioni di intenti in tema di cooperazione con i Paesi africani, sarebbe importante capire che cosa il governo intende fare per riempire di contenuto quello che al momento sembra solo un contenitore. L’argomento Piano Mattei si unisce a quello dell’approvvigionamento energetico del Paese, in particolare per quanto riguarda il gas. Al momento il sistema gas italiano non è in situazione di stress, la materia prima è disponibile e i prezzi sono contenuti e tornati ai livelli del 2021, prima dell’inizio della crisi energetica. Questo anche perché la domanda di gas nel 2023 (63 miliardi di metri cubi) è calata dell’8,5% rispetto ad un 2022 già assai misero. La domanda industriale di gas è stata nel 2023 in calo del 14% rispetto alla media degli ultimi dieci anni. Ciò significa che il calo di importazioni di gas dalla Russia è stato sostituito sì, in parte, dai maggiori afflussi di Lng, ma per il resto si tratta di distruzione della domanda. Vi sono però le grosse incertezze legate alla stabilità dei prezzi e alla conseguente competitività delle imprese, soprattutto di quelle che consumano più energia. Eni si è fatta promotrice nei mesi passati di nuovi accordi ma nel quadro della transizione energetica il gas resta un punto irrisolto: non è chiaro dove il governo vuole andare su un tema così importante. Legata alla questione dei prezzi del gas vi è quella dei prezzi dell’energia elettrica: il prezzo medio spot dell’energia elettrica all’ingrosso in Italia è sceso del 58% nel 2023 risultando pari a 115 euro/Mwh, circa 20 euro/Mwh più alto che in Francia e in Germania. Ne risulta che le imprese italiane pagano l’energia di più rispetto agli altri Paesi Ue, e ciò rappresenta un peso per la competitività del sistema. Vi sono altre due questioni più di fondo su cui occorre la massima chiarezza. La prima è la questione dell’energia nucleare. La posizione espressa sin qui dal governo, nelle parole del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, risulta alquanto dissonante. Il ministro ha affermato infatti che il governo è favorevole al nucleare ma che non farà nuove centrali. Si è poi capito meglio che il governo vorrebbe costituirsi solo come soggetto regolatore, lasciando ai privati l’iniziativa di investire in nuove centrali. Si parla di centrali small modular reactor (Smr) e advanced modular reactor (Amr), cioè di unità di produzione di media e piccola scala. Oggi non vi sono ostacoli normativi per una ripresa dell’attività nucleare in Italia. Il quadro normativo attuale, peraltro disegnato in gran parte da Euratom, di cui l’Italia non ha mai cessato di far parte, avrebbe solo bisogno di essere aggiornato e sviluppato. Servono processi autorizzativi certi e la massima informazione sul tema, per dare all’opinione pubblica gli strumenti per valutare con oggettività senza scadere nello schema delle opposte tifoserie. Ma, questo è il secondo tema, occorre che la Meloni risponda alla seguente domanda: il tema energia è considerato strategico dal governo? Perché se lo è, il ruolo di mero regolatore dello Stato appare riduttivo e per nulla rispondente alle necessità. Nel 2022, chi aveva dimenticato l’importanza strategica dell’energia ha avuto un brusco promemoria, con la crisi del gas. L’energia resta uno dei fattori principali nelle dinamiche economiche e geopolitiche, dunque richiede un disegno di politica energetica e un presidio statale. Lasciar fare all’Europa non ha portato benissimo.
Una jeep israeliana transita davanti al valico di Erez, che collega Israele a Gaza, in uno scatto dello scorso ottobre (Getty Images)
Oudeh avrebbe avuto un ruolo centrale nell’apparato di sicurezza di Hamas durante gli attacchi del 7 ottobre, ricoprendo l’incarico di responsabile dell’intelligence militare e collaborando strettamente con al Haddad nella ricostruzione della struttura operativa del gruppo dopo la morte di Mohammed Deif e Mohammed Sinwar. Le stesse fonti sostengono che l’incarico gli fosse già stato proposto in passato dopo l’eliminazione di Sinwar, ma che in quel momento avesse deciso di non assumere la guida dell’organizzazione armata. Nell’immagine diffusa insieme alle informazioni, Oudeh compare accanto a Raafa Salameh, Abu Obeida e Mohammed Deif. Tutti gli altri dirigenti presenti nella foto sarebbero stati eliminati nel corso delle operazioni israeliane.
Intanto Israele si sta preparando per impedire che possa verificarsi un nuovo 7 ottobre. A quasi tre anni dall’attacco di Hamas contro le comunità israeliane al confine con Gaza, lo Stato ebraico sta costruendo una nuova rete di difesa territoriale basata su civili addestrati, squadre di intervento rapido e protocolli operativi studiati direttamente sulle lezioni del massacro del 2023. Secondo quanto riportato dal FDD Long War Journal, all’inizio di maggio nella comunità di Nir Oz, una delle località simbolo dell’assalto di Hamas, i membri di una nuova squadra volontaria di sicurezza civile hanno completato la seconda delle otto sessioni previste da un innovativo programma di addestramento chiamato «Magen 48». L’iniziativa è gestita dall’organizzazione israeliana Magen Yehuda e nasce con l’obiettivo dichiarato di fornire ai cosiddetti «difensori civili» competenze operative e strumenti professionali per affrontare eventuali nuovi attacchi terroristici. Il progetto viene realizzato in collaborazione diretta con le Forze di difesa israeliane (Idf), che stanno contribuendo all’addestramento delle squadre locali di volontari incaricate di intervenire immediatamente in caso di incursioni armate.
Il trauma del 7 ottobre continua infatti a influenzare profondamente la strategia di sicurezza israeliana. Quel giorno migliaia di terroristi di Hamas, supportati da altri gruppi armati e da saccheggiatori civili, sfondarono le difese israeliane penetrando nelle comunità vicino alla Striscia di Gaza. L’attacco provocò massacri, sequestri e devastazioni senza precedenti. Molti dei villaggi colpiti sono ancora oggi impegnati nella ricostruzione, mentre migliaia di residenti stanno lentamente tornando nelle proprie abitazioni dopo lunghi mesi di evacuazione. In questo contesto Israele punta ora a creare comunità capaci di difendersi autonomamente nei primi minuti di un’aggressione, evitando di dipendere esclusivamente dall’arrivo delle forze armate regolari.
Le unità addestrate dal programma vengono chiamate «Kitat Konenut», cioè squadre di intervento rapido. Si tratta di gruppi composti principalmente da ex soldati residenti nelle comunità di confine vicino a Gaza, al Libano e alla Cisgiordania. Queste squadre rappresentano la prima linea di difesa locale e hanno il compito di reagire immediatamente a infiltrazioni terroristiche mentre la comunità attende l’arrivo di rinforzi militari e di polizia.
Il nome «Magen 48» è stato scelto in memoria dei 48 membri delle forze di sicurezza israeliane uccisi il 7 ottobre. L’organizzazione lavora a stretto contatto con il Comando del Fronte Interno delle IDF, con la Divisione Gaza dell’esercito israeliano e con i consigli locali delle comunità di frontiera. Il modello di addestramento è stato sviluppato studiando le esperienze delle località che riuscirono a resistere meglio durante l’attacco di Hamas, in particolare il Kibbutz Erez, considerato uno dei casi più efficaci di difesa locale durante l’assalto. Secondo quanto dichiarato sul sito ufficiale di Magen 48, il programma mira a garantire che ogni comunità attorno alla Striscia di Gaza sia «addestrata, equipaggiata e operativamente pronta» per affrontare future minacce. La preparazione delle comunità viene considerata una priorità strategica non soltanto per rafforzare la sicurezza dei residenti, ma anche per favorire il ritorno della popolazione evacuata dopo gli attacchi di Hamas.
L’iniziativa arriva in una fase estremamente delicata per Israele. Mentre il governo israeliano continua a chiedere il disarmo di Hamas e a mantenere alta la pressione militare sulla Striscia di Gaza, la sicurezza delle aree di confine rimane una delle principali preoccupazioni strategiche del Paese. Il 13 maggio il primo ministro Benjamin Netanyahu ha incontrato Nickolay Mladenov, direttore del Gaza Board of Peace, discutendo della situazione del cessate il fuoco e delle prospettive di smantellamento delle capacità militari di Hamas. Nello stesso giorno le IDF hanno annunciato l’eliminazione di un membro delle forze Nukhba di Hamas a Gaza.
Ari Briggs, cofondatore di Magen 48, ha spiegato al Long War Journal della FDD che il nuovo protocollo di addestramento israeliano è già stato adottato in 67 comunità vicino al confine con Gaza e che il piano prevede di estendere il modello fino a circa 600 comunità nei prossimi anni. Briggs ha sottolineato che sono già state svolte oltre 550 sessioni di addestramento e che più di 1.500 persone hanno completato i corsi, numeri che equivalgono alla formazione di diversi battaglioni di fanteria. Secondo Briggs, il progetto rappresenta soltanto una prima fase di un piano molto più ampio. Il dirigente di Magen 48 ha spiegato che circa 900.000 israeliani vivono in aree considerate vulnerabili lungo diversi confini del Paese. Dopo il 7 ottobre oltre 74.000 persone furono evacuate dalle comunità vicine a Gaza per più di un anno, mentre evacuazioni simili si verificarono anche nel nord di Israele. Sebbene molti residenti siano tornati, la guerra ancora in corso continua ad alimentare un forte senso di insicurezza tra la popolazione.
Uno degli elementi più innovativi del programma riguarda il cambiamento della dottrina operativa. Briggs ha spiegato che il nuovo approccio prevede di affrontare i terroristi prima che riescano a raggiungere il centro delle comunità. L’obiettivo è quindi portare il combattimento direttamente contro gli assalitori invece di attendere passivamente dietro i cancelli dei kibbutz o dei villaggi. Per ogni comunità vengono elaborati specifici piani difensivi, con analisi dettagliate delle aree vulnerabili, delle posizioni delle telecamere di sorveglianza, delle recinzioni e delle postazioni fortificate da costruire. Briggs ha sottolineato che la principale lezione del 7 ottobre non riguarda semplicemente l’uso delle armi, ma soprattutto l’organizzazione delle squadre, il coordinamento operativo e la rapidità di risposta. Durante le esercitazioni osservate dal Long War Journal a Nir Oz, i volontari hanno simulato la bonifica di aree della comunità da terroristi armati, lavorando in coppie e coordinandosi con altri gruppi di difesa locale. Il programma comprende inoltre formazione medica, gestione delle emergenze e utilizzo avanzato delle armi. Prima del 7 ottobre ogni volontario riceveva soltanto circa 70 proiettili all’anno per l’addestramento al poligono. Oggi l’accesso alle munizioni è stato notevolmente ampliato e ai partecipanti viene richiesto di saper colpire bersagli fino a 150 metri di distanza. Anche le dimensioni delle squadre sono aumentate: dalle circa 12 persone previste in passato si è passati fino a un massimo di 28 volontari per comunità. Le unità sono inoltre miste e comprendono anche donne, come dimostrato durante le esercitazioni svolte a Nir Oz.
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