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2024-01-04
Oggi conferenza della Meloni. Le nostre domande su tasse, lavoro e politiche industriali
Giorgia Meloni (Getty Images)
Oggi Giorgia Meloni si presenterà in conferenza stampa. È prevedibile che saranno gli ultimi casi nazionali a tenere banco nel round di domande: l’incidente di Capodanno di Emanuele Pozzolo, l’inchiesta sulla famiglia Verdini, il nodo Quirinale con la questione dei balneari. Temi che piacciono molto ai giornalisti, mentre gli italiani sembrano assai più interessati agli effetti dell’azione di governo sulle loro tasche. E sulla crescita del Paese. Per questo, offrendo anche qualche spunto con spirito costruttivo, vorremmo chiedere al premier quale saranno i dettagli della strategia nel campo del lavoro, del sistema fiscale, di quello finanziario e soprattutto quale sarà la politica industriale. Al netto delle contingenze, delle promesse elettorali in vista delle europee e delle zavorre ereditate dai governi precedenti, come intende, la Meloni, far crescere l’economia italiana e, di riflesso, quella di famiglie e imprese?
Secondo il centro studi Promotor, in quattro anni sono state «perse» quasi 2 milioni di auto immatricolate. Non solo. Nel 2023 le vendite di auto elettriche sono aumentate del 35% ma la quota di mercato è solo del 4,2%. Nel frattempo, il governo ha annunciato un nuovo piano di incentivi per le auto elettriche. Tutto questo mentre Stellantis sta spostando sempre di più all’estero le produzioni e mentre, a livello mondiale, il colosso cinese Byd ha sorpassato Tesla in termini di consegne trimestrali. Perché, vorremmo chiedere alla Meloni, dare incentivi se le auto acquistate non sono prodotte in Italia? Il ruolo ormai perduto dell’automotive, un tempo fiore all’occhiello dell’industria italiana, verrà sostituito da altri comparti investendo per esempio sull’agroalimentare? E quali saranno gli interventi per il comparto della microelettronica, ovvero chip e semiconduttori, in modo da attirare investitori esteri?
Prioritario per la crescita industriale del Paese è anche il comparto dell’acciaio attraverso il rilancio dell’ex Ilva di Taranto. C’è attesa per l’incontro dell’8 gennaio tra l’esecutivo e il socio indiano Arcerlormittal che detiene il 62% delle quote. Nell’ultimo confronto con i sindacati il governo ha confermato «il massimo impegno per garantire la continuità produttiva dell’ex Ilva, vagliando le ipotesi in campo atte a evitare il ricorso all’amministrazione straordinaria». Al momento però non c’è accordo sull’aumento di capitale di 320 milioni e sull’acquisto degli asset aziendali. Quale sarà il futuro del polo siderurgico e quale ruolo avrà lo Stato? Sarà necessario un altro intervento della finanza pubblica?
Sul tavolo di Palazzo Chigi resta, inoltre, aperto il dossier Ita-Lufthansa. Per benedire le nozze nei cieli tra la ex Alitalia e la compagnia di bandiera tedesca, Bruxelles ha chiesto altri approfondimenti e la scadenza della prima fase dell’indagine è fissata per il 15 gennaio. A godere di questo stallo può essere la Francia con Air France ma anche la Germania: più passa il tempo, infatti, e più la compagnia italiana si svaluta e le nozze potrebbero essere meno onerose (l’accordo di maggio prevede che Lufthansa acquisti il 41% di Ita attraverso un aumento di capitale di 325 milioni, con l’opzione di acquisire tutte le azioni rimanenti in un secondo momento). A che punto sono le interlocuzioni? Quanto alle Tlc, questo e il prossimo potrebbero essere due mesi chiave: da una parte si potrebbe vedere uno spiraglio nella trattativa tra Vodafone e Iliad e dall’altra potrebbe uscire dall’impasse l’operazione tra Wind Tre e il fondo svedese Eqt. Nel riassetto generale è destinata a inserirsi anche Tim che ha avuto l’ok del suo cda alla «madre di tutte le operazioni di scorporo»: la separazione e vendita della rete che vede impegnati l’ex monopolista e Kkr con il Mef. Come intende il governo chiudere il cerchio?
Il governo Meloni ha fatto bene a non cadere nella trappola del salario minimo tesa dall’opposizione. Ed è anche riuscito a modificare il Reddito di cittadinanza sminando l’eredità di Giuseppe Conte. Restano, però, problemi strutturali. A cominciare dal mismatch tra domanda e offerta. Le aziende hanno difficoltà a coprire i posti vacanti anche perché la forza lavoro in Italia invecchia rapidamente. Perciò vorremmo chiedere al premier: quali misure intende mettere in campo per migliorare la formazione non solo dei giovani? Quali interventi verranno programmati sul fronte delle politiche attive? E soprattutto per garantire una maggiore flessibilità dei contratti?
La manovra aiuta i redditi bassi e aumenta i dipendenti pubblici ma ha deluso partite Iva e autonomi. Deludente anche la mossa sugli affitti brevi con la «tassina sulla casa» ovvero l’aumento della cedolare al 26% della seconda locazione. Non solo. Chi ha 50.000 euro lordi di reddito oggi deve ancora fare i conti con una tassazione che, comprendendo anche le addizionali regionali e comunali, va ben oltre 50%. Quali misure prenderà il governo per sostenere il ceto medio e gli autonomi? Quello della flat tax resta un obiettivo di legislatura?
I gufi dello spread sono stati smentiti e nel 2024 ci si attende l’avvio rapido di un percorso di discesa dei tassi che offrirebbe margini non indifferenti di manovra sul debito. Questo potrebbe essere anche l’anno decisivo per futuro del Monte dei Paschi: il Mef resterà con una quota nel capitale? Con la necessità di accelerare le privatizzazioni, il governo coinvolgerà le casse di previdenza nelle future vendite di partecipazioni statali rafforzando il loro ruolo di investitore istituzionale? È in atto anche una guerra silenziosa attorno al risparmio gestito tricolore che coinvolge soprattutto i francesi di Amundi, la nostra piccola corazzata Anima, i cugini d’Oltralpe di Crédit agricole ormai legati a doppia mandata con Banco Bpm. Dopo lo stop al Mes, quali condizioni di reciprocità e garanzie di trasparenza verranno chieste dall’Italia in vista di un’unione bancaria da cui dipenderà il futuro consolidamento del sistema europeo?
Ritardi sulla strategia energetica: i nodi da sciogliere su atomo e Africa
Chissà se lo stanco rito della conferenza stampa governativa di fine anno, diventata di inizio anno per motivi di salute del premier, per una volta oggi riuscirà a stupirci. La speranza è che i giornalisti ammessi nell’Aula dei gruppi parlamentari di Montecitorio vadano oltre il folclore della cronaca e pretendano da Giorgia Meloni risposte sui temi che riguardano il futuro del Paese. Ad esempio, l’energia. In questo campo molti sono i dossier aperti, tutti strategici, e vi sono scelte importanti da fare.
Il regime di tutela dell’energia elettrica non è stato prorogato dal governo, anche se di fatto l’Arera ne ha spostato l’avvio al prossimo luglio. La proroga delle concessioni idroelettriche non è stata inserita nel decreto Energia del 9 dicembre, esponendo così un intero settore al rischio che gli impianti finiscano in mani straniere come disegnato dal governo di Mario Draghi. Il decreto però deve essere ancor convertito in legge e la scadenza per la presentazione degli emendamenti alla Camera è lunedì. Il tema è delicatissimo e sarebbe importante conoscere quale è l’orientamento del governo in merito, considerato che la Regione Lombardia poco prima di Natale ha già iniziato l’iter per la messa a gara di tre concessioni.
Da martedì 9 alla Camera dei deputati arriva anche il Piano Mattei, cioè il decreto-legge 161 del 15 novembre, approvato in Senato il 19 dicembre e da convertire in legge entro il 14 gennaio. Corsa contro il tempo, dunque, per un testo che però è privo di contenuti, limitandosi a disegnare una cabina di regia e una struttura organizzativa. Al di là delle dichiarazioni di intenti in tema di cooperazione con i Paesi africani, sarebbe importante capire che cosa il governo intende fare per riempire di contenuto quello che al momento sembra solo un contenitore.
L’argomento Piano Mattei si unisce a quello dell’approvvigionamento energetico del Paese, in particolare per quanto riguarda il gas. Al momento il sistema gas italiano non è in situazione di stress, la materia prima è disponibile e i prezzi sono contenuti e tornati ai livelli del 2021, prima dell’inizio della crisi energetica. Questo anche perché la domanda di gas nel 2023 (63 miliardi di metri cubi) è calata dell’8,5% rispetto ad un 2022 già assai misero. La domanda industriale di gas è stata nel 2023 in calo del 14% rispetto alla media degli ultimi dieci anni. Ciò significa che il calo di importazioni di gas dalla Russia è stato sostituito sì, in parte, dai maggiori afflussi di Lng, ma per il resto si tratta di distruzione della domanda. Vi sono però le grosse incertezze legate alla stabilità dei prezzi e alla conseguente competitività delle imprese, soprattutto di quelle che consumano più energia. Eni si è fatta promotrice nei mesi passati di nuovi accordi ma nel quadro della transizione energetica il gas resta un punto irrisolto: non è chiaro dove il governo vuole andare su un tema così importante.
Legata alla questione dei prezzi del gas vi è quella dei prezzi dell’energia elettrica: il prezzo medio spot dell’energia elettrica all’ingrosso in Italia è sceso del 58% nel 2023 risultando pari a 115 euro/Mwh, circa 20 euro/Mwh più alto che in Francia e in Germania. Ne risulta che le imprese italiane pagano l’energia di più rispetto agli altri Paesi Ue, e ciò rappresenta un peso per la competitività del sistema.
Vi sono altre due questioni più di fondo su cui occorre la massima chiarezza. La prima è la questione dell’energia nucleare. La posizione espressa sin qui dal governo, nelle parole del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, risulta alquanto dissonante. Il ministro ha affermato infatti che il governo è favorevole al nucleare ma che non farà nuove centrali. Si è poi capito meglio che il governo vorrebbe costituirsi solo come soggetto regolatore, lasciando ai privati l’iniziativa di investire in nuove centrali. Si parla di centrali small modular reactor (Smr) e advanced modular reactor (Amr), cioè di unità di produzione di media e piccola scala.
Oggi non vi sono ostacoli normativi per una ripresa dell’attività nucleare in Italia. Il quadro normativo attuale, peraltro disegnato in gran parte da Euratom, di cui l’Italia non ha mai cessato di far parte, avrebbe solo bisogno di essere aggiornato e sviluppato. Servono processi autorizzativi certi e la massima informazione sul tema, per dare all’opinione pubblica gli strumenti per valutare con oggettività senza scadere nello schema delle opposte tifoserie.
Ma, questo è il secondo tema, occorre che la Meloni risponda alla seguente domanda: il tema energia è considerato strategico dal governo? Perché se lo è, il ruolo di mero regolatore dello Stato appare riduttivo e per nulla rispondente alle necessità. Nel 2022, chi aveva dimenticato l’importanza strategica dell’energia ha avuto un brusco promemoria, con la crisi del gas. L’energia resta uno dei fattori principali nelle dinamiche economiche e geopolitiche, dunque richiede un disegno di politica energetica e un presidio statale. Lasciar fare all’Europa non ha portato benissimo.
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Il premier torna in pubblico dopo la malattia. A tenere banco saranno gli ultimi fatti di cronaca, ma i cittadini vogliono sapere come il governo aiuterà le loro tasche.L’approvvigionamento e i prezzi di gas ed elettricità sono fondamentali per geopolitica e crescita. L’esecutivo però deve ancora tracciare una rotta chiara sul nucleare e riempire di contenuti il Piano Mattei.Lo speciale contiene due articoli.Oggi Giorgia Meloni si presenterà in conferenza stampa. È prevedibile che saranno gli ultimi casi nazionali a tenere banco nel round di domande: l’incidente di Capodanno di Emanuele Pozzolo, l’inchiesta sulla famiglia Verdini, il nodo Quirinale con la questione dei balneari. Temi che piacciono molto ai giornalisti, mentre gli italiani sembrano assai più interessati agli effetti dell’azione di governo sulle loro tasche. E sulla crescita del Paese. Per questo, offrendo anche qualche spunto con spirito costruttivo, vorremmo chiedere al premier quale saranno i dettagli della strategia nel campo del lavoro, del sistema fiscale, di quello finanziario e soprattutto quale sarà la politica industriale. Al netto delle contingenze, delle promesse elettorali in vista delle europee e delle zavorre ereditate dai governi precedenti, come intende, la Meloni, far crescere l’economia italiana e, di riflesso, quella di famiglie e imprese?Secondo il centro studi Promotor, in quattro anni sono state «perse» quasi 2 milioni di auto immatricolate. Non solo. Nel 2023 le vendite di auto elettriche sono aumentate del 35% ma la quota di mercato è solo del 4,2%. Nel frattempo, il governo ha annunciato un nuovo piano di incentivi per le auto elettriche. Tutto questo mentre Stellantis sta spostando sempre di più all’estero le produzioni e mentre, a livello mondiale, il colosso cinese Byd ha sorpassato Tesla in termini di consegne trimestrali. Perché, vorremmo chiedere alla Meloni, dare incentivi se le auto acquistate non sono prodotte in Italia? Il ruolo ormai perduto dell’automotive, un tempo fiore all’occhiello dell’industria italiana, verrà sostituito da altri comparti investendo per esempio sull’agroalimentare? E quali saranno gli interventi per il comparto della microelettronica, ovvero chip e semiconduttori, in modo da attirare investitori esteri? Prioritario per la crescita industriale del Paese è anche il comparto dell’acciaio attraverso il rilancio dell’ex Ilva di Taranto. C’è attesa per l’incontro dell’8 gennaio tra l’esecutivo e il socio indiano Arcerlormittal che detiene il 62% delle quote. Nell’ultimo confronto con i sindacati il governo ha confermato «il massimo impegno per garantire la continuità produttiva dell’ex Ilva, vagliando le ipotesi in campo atte a evitare il ricorso all’amministrazione straordinaria». Al momento però non c’è accordo sull’aumento di capitale di 320 milioni e sull’acquisto degli asset aziendali. Quale sarà il futuro del polo siderurgico e quale ruolo avrà lo Stato? Sarà necessario un altro intervento della finanza pubblica?Sul tavolo di Palazzo Chigi resta, inoltre, aperto il dossier Ita-Lufthansa. Per benedire le nozze nei cieli tra la ex Alitalia e la compagnia di bandiera tedesca, Bruxelles ha chiesto altri approfondimenti e la scadenza della prima fase dell’indagine è fissata per il 15 gennaio. A godere di questo stallo può essere la Francia con Air France ma anche la Germania: più passa il tempo, infatti, e più la compagnia italiana si svaluta e le nozze potrebbero essere meno onerose (l’accordo di maggio prevede che Lufthansa acquisti il 41% di Ita attraverso un aumento di capitale di 325 milioni, con l’opzione di acquisire tutte le azioni rimanenti in un secondo momento). A che punto sono le interlocuzioni? Quanto alle Tlc, questo e il prossimo potrebbero essere due mesi chiave: da una parte si potrebbe vedere uno spiraglio nella trattativa tra Vodafone e Iliad e dall’altra potrebbe uscire dall’impasse l’operazione tra Wind Tre e il fondo svedese Eqt. Nel riassetto generale è destinata a inserirsi anche Tim che ha avuto l’ok del suo cda alla «madre di tutte le operazioni di scorporo»: la separazione e vendita della rete che vede impegnati l’ex monopolista e Kkr con il Mef. Come intende il governo chiudere il cerchio?Il governo Meloni ha fatto bene a non cadere nella trappola del salario minimo tesa dall’opposizione. Ed è anche riuscito a modificare il Reddito di cittadinanza sminando l’eredità di Giuseppe Conte. Restano, però, problemi strutturali. A cominciare dal mismatch tra domanda e offerta. Le aziende hanno difficoltà a coprire i posti vacanti anche perché la forza lavoro in Italia invecchia rapidamente. Perciò vorremmo chiedere al premier: quali misure intende mettere in campo per migliorare la formazione non solo dei giovani? Quali interventi verranno programmati sul fronte delle politiche attive? E soprattutto per garantire una maggiore flessibilità dei contratti?La manovra aiuta i redditi bassi e aumenta i dipendenti pubblici ma ha deluso partite Iva e autonomi. Deludente anche la mossa sugli affitti brevi con la «tassina sulla casa» ovvero l’aumento della cedolare al 26% della seconda locazione. Non solo. Chi ha 50.000 euro lordi di reddito oggi deve ancora fare i conti con una tassazione che, comprendendo anche le addizionali regionali e comunali, va ben oltre 50%. Quali misure prenderà il governo per sostenere il ceto medio e gli autonomi? Quello della flat tax resta un obiettivo di legislatura?I gufi dello spread sono stati smentiti e nel 2024 ci si attende l’avvio rapido di un percorso di discesa dei tassi che offrirebbe margini non indifferenti di manovra sul debito. Questo potrebbe essere anche l’anno decisivo per futuro del Monte dei Paschi: il Mef resterà con una quota nel capitale? Con la necessità di accelerare le privatizzazioni, il governo coinvolgerà le casse di previdenza nelle future vendite di partecipazioni statali rafforzando il loro ruolo di investitore istituzionale? È in atto anche una guerra silenziosa attorno al risparmio gestito tricolore che coinvolge soprattutto i francesi di Amundi, la nostra piccola corazzata Anima, i cugini d’Oltralpe di Crédit agricole ormai legati a doppia mandata con Banco Bpm. 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La speranza è che i giornalisti ammessi nell’Aula dei gruppi parlamentari di Montecitorio vadano oltre il folclore della cronaca e pretendano da Giorgia Meloni risposte sui temi che riguardano il futuro del Paese. Ad esempio, l’energia. In questo campo molti sono i dossier aperti, tutti strategici, e vi sono scelte importanti da fare. Il regime di tutela dell’energia elettrica non è stato prorogato dal governo, anche se di fatto l’Arera ne ha spostato l’avvio al prossimo luglio. La proroga delle concessioni idroelettriche non è stata inserita nel decreto Energia del 9 dicembre, esponendo così un intero settore al rischio che gli impianti finiscano in mani straniere come disegnato dal governo di Mario Draghi. Il decreto però deve essere ancor convertito in legge e la scadenza per la presentazione degli emendamenti alla Camera è lunedì. Il tema è delicatissimo e sarebbe importante conoscere quale è l’orientamento del governo in merito, considerato che la Regione Lombardia poco prima di Natale ha già iniziato l’iter per la messa a gara di tre concessioni. Da martedì 9 alla Camera dei deputati arriva anche il Piano Mattei, cioè il decreto-legge 161 del 15 novembre, approvato in Senato il 19 dicembre e da convertire in legge entro il 14 gennaio. Corsa contro il tempo, dunque, per un testo che però è privo di contenuti, limitandosi a disegnare una cabina di regia e una struttura organizzativa. Al di là delle dichiarazioni di intenti in tema di cooperazione con i Paesi africani, sarebbe importante capire che cosa il governo intende fare per riempire di contenuto quello che al momento sembra solo un contenitore. L’argomento Piano Mattei si unisce a quello dell’approvvigionamento energetico del Paese, in particolare per quanto riguarda il gas. Al momento il sistema gas italiano non è in situazione di stress, la materia prima è disponibile e i prezzi sono contenuti e tornati ai livelli del 2021, prima dell’inizio della crisi energetica. Questo anche perché la domanda di gas nel 2023 (63 miliardi di metri cubi) è calata dell’8,5% rispetto ad un 2022 già assai misero. La domanda industriale di gas è stata nel 2023 in calo del 14% rispetto alla media degli ultimi dieci anni. Ciò significa che il calo di importazioni di gas dalla Russia è stato sostituito sì, in parte, dai maggiori afflussi di Lng, ma per il resto si tratta di distruzione della domanda. Vi sono però le grosse incertezze legate alla stabilità dei prezzi e alla conseguente competitività delle imprese, soprattutto di quelle che consumano più energia. Eni si è fatta promotrice nei mesi passati di nuovi accordi ma nel quadro della transizione energetica il gas resta un punto irrisolto: non è chiaro dove il governo vuole andare su un tema così importante. Legata alla questione dei prezzi del gas vi è quella dei prezzi dell’energia elettrica: il prezzo medio spot dell’energia elettrica all’ingrosso in Italia è sceso del 58% nel 2023 risultando pari a 115 euro/Mwh, circa 20 euro/Mwh più alto che in Francia e in Germania. Ne risulta che le imprese italiane pagano l’energia di più rispetto agli altri Paesi Ue, e ciò rappresenta un peso per la competitività del sistema. Vi sono altre due questioni più di fondo su cui occorre la massima chiarezza. La prima è la questione dell’energia nucleare. La posizione espressa sin qui dal governo, nelle parole del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, risulta alquanto dissonante. Il ministro ha affermato infatti che il governo è favorevole al nucleare ma che non farà nuove centrali. Si è poi capito meglio che il governo vorrebbe costituirsi solo come soggetto regolatore, lasciando ai privati l’iniziativa di investire in nuove centrali. Si parla di centrali small modular reactor (Smr) e advanced modular reactor (Amr), cioè di unità di produzione di media e piccola scala. Oggi non vi sono ostacoli normativi per una ripresa dell’attività nucleare in Italia. Il quadro normativo attuale, peraltro disegnato in gran parte da Euratom, di cui l’Italia non ha mai cessato di far parte, avrebbe solo bisogno di essere aggiornato e sviluppato. Servono processi autorizzativi certi e la massima informazione sul tema, per dare all’opinione pubblica gli strumenti per valutare con oggettività senza scadere nello schema delle opposte tifoserie. Ma, questo è il secondo tema, occorre che la Meloni risponda alla seguente domanda: il tema energia è considerato strategico dal governo? Perché se lo è, il ruolo di mero regolatore dello Stato appare riduttivo e per nulla rispondente alle necessità. Nel 2022, chi aveva dimenticato l’importanza strategica dell’energia ha avuto un brusco promemoria, con la crisi del gas. L’energia resta uno dei fattori principali nelle dinamiche economiche e geopolitiche, dunque richiede un disegno di politica energetica e un presidio statale. Lasciar fare all’Europa non ha portato benissimo.
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La questione cova da tempo ma, solo durante la recente campagna municipale, ha ottenuto una certa attenzione dai media mainstream. Ieri ci sono stati numerosi arresti, ma per capire la gravità della situazione bisogna fare qualche passo indietro.
Domenica c’è stata una vera svolta quando, il procuratore di Parigi Laure Beccuau, ha rivelato cifre da brividi. «Si indaga su un certo numero di animatori» del périscolaire, ha dichiarato il giudice su Rtl, Le Figaro e Public Sénat. «Attualmente abbiamo inchieste su 84 scuole materne, una ventina di scuole primarie e una decina di nidi». Beccuau ha inoltre confermato che da gennaio sono state aperte tre inchieste giudiziarie. Ad oggi sarebbero stati sospesi 78 membri del personale scolastico parigino e su 31 di essi peserebbe il sospetto di abusi sessuali su minori.
Ad esempio, secondo Le Parisien, un animatore ventiduenne sospettato di aggressioni sessuali su tre bambini era già stato denunciato nel 2024, quando lavorava in una scuola pubblica del X arrondissement. Nonostante ciò ha continuato a lavorare con bambini in un altro istituto pubblico fino all’ottobre 2025, quando è stato sospeso. Nel febbraio scorso vari media, tra cui HuffPost e Afp, hanno rivelato che l’uomo era sotto controllo giudiziario per «aggressione sessuale su minori», «esibizione sessuale» e «corruzione di minore». Bfm tv aveva riferito che il sospettato è stato arrestato lo scorso 30 aprile. «Mia figlia avrebbe potuto essere risparmiata», ha dichiarato a Le Parisien il padre di una piccola vittima citato anonimamente. Un altro genitore, Eric, intervistato da radio Rmc, ha criticato il «comportamento scorretto da parte del comune di Parigi e di una delle sue amministrazioni, quella responsabile delle attività extrascolastiche».
Ma perché la maggioranza di sinistra, che governa Parigi dal 2001, non ha reagito prima? Va dato atto al socialista Emmanuel Grégoire che, da quando è stato eletto sindaco lo scorso marzo, ha moltiplicato gli incontri con i genitori e gli interventi sui media. Il 14 aprile scorso, durante la prima seduta del nuovo consiglio municipale, ha annunciato un «piano di azione» contro le violenze sui bambini, per un investimento di circa 20 milioni di euro. Il piano dovrebbe semplificare le procedure di segnalazione e finanziare una migliore formazione del personale. Lunedì, invece, si è tenuta la prima riunione della «Convenzione cittadina» municipale dedicata alla «protezione e ai tempi (scolastici, ndr) dei bambini nelle scuole». Il sindaco ha rivolto ai genitori questo messaggio: «Devono avere fiducia nelle scuole» di Parigi. Ma vista la portata dell’inchiesta, l’invito rischia di cadere nel vuoto.
Il 12 maggio, nella riunione con i genitori della scuola pubblica Sainte Dominique, Grégoire avrebbe ammesso che «la città di Parigi ha indiscutibilmente delle responsabilità». Lo ha scritto Le Figaro, citando alcuni presenti secondo i quali il sindaco avrebbe anche detto che «ci sono stati gravi malfunzionamenti».
Poi, ieri, si è appreso dell’arresto di 16 persone in servizio proprio alla scuola pubblica Saint Dominique. Sempre Le Figaro scrive che «l’identità delle persone fermate non è stata resa nota. Secondo le nostre informazioni, si tratterebbe esclusivamente di dipendenti del Comune di Parigi. Il personale scolastico, quindi, non sarebbe coinvolto».
Sempre ieri, Grégoire è tornato a parlare della riassunzione del ventiduenne sospettato di abusi su minori. «Me ne scuso» ha detto il sindaco nella trasmissione del mattino di France 2, ammettendo anche che «non sia più possibile» continuare con questa situazione e che farà di tutto perché non si ripeta.
Parole sacrosante che, tuttavia, non cancellano il fatto che Grégoire sia stato assessore tra il 2014 e il 2017 e poi primo vicesindaco di Anne Hidalgo dal 2018 al 2024. Da tempo, in consiglio comunale, le opposizioni ricordano le responsabilità della vecchia amministrazione. «Per anni il comune ha vissuto in una forma di diniego arrivata fino alla menzogna, con una totale opacità sui malfunzionamenti», ha denunciato recentemente Florence Berthout, sindaco del V arrondissement.
Sul fondo resta anche l’aggressività della maggioranza parigina di sinistra nei confronti delle scuole cattoliche della capitale. Come scritto a più riprese da La Verità, negli ultimi anni la giunta Hidalgo ha attaccato Stanislas, uno dei più noti istituti cattolici parigini. Nel 2024, Médiapart aveva pubblicato un rapporto ispettivo del 2023 in cui si parlava, tra l’altro, di «clima propizio all’omofobia» e contestava il «carattere obbligatorio della catechesi» a Stanislas. A fine 2025 Patrick Bloche, allora vicesindaco, aveva annunciato l’intenzione di sospendere il contributo pubblico annuale di 1,3 milioni di euro destinato all’istituto. La leader dell’opposizione Rachida Dati, aveva lamentato che Bloche «non ha nemmeno menzionato i malfunzionamenti [...] nelle attività extrascolastiche».
Vista la portata dell’inchiesta sulle attività extrascolastiche nelle scuole parigine, una domanda resta aperta: perché la maggioranza socialista è stata così rapida nell’indagare sulle accuse rivolte a Stanislas, mentre solo ora promette una vera reazione contro gli abusi nelle attività extrascolastiche? Qui ci sono di mezzo dei bambini e chi ne abusa, nel mondo cattolico o altrove, deve essere punito. Punto.
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Angelika Niebler (Ansa)
Di certo non una figura laterale. Piuttosto, una di quelle europarlamentari che non compaiono spesso davanti alle telecamere, ma frequentano da sempre il retrobottega di Strasburgo, dove si costruiscono maggioranze, compromessi e carriere. Ora il suo nome è finito in un fascicolo che il Parlamento europeo ha scelto di chiudere prima che diventasse davvero un’indagine.
Il 21 luglio 2025, infatti, la Procura europea (Eppo) aveva chiesto la revoca della sua immunità. Voleva verificare se assistenti locali pagati con fondi del Parlamento europeo fossero stati usati per attività estranee al mandato. Secondo l’ipotesi investigativa - le contestazioni riguardano il periodo tra il 2017 e il 2025 - ci sarebbero stati accompagnamenti da Monaco a Bruxelles e Strasburgo, trasferimenti in aeroporto per viaggi privati, supporto ad appuntamenti professionali, riunioni della leadership Csu non direttamente legate al lavoro parlamentare, incombenze personali o politiche.
C’è anche un’accusa più precisa. Un assistente retribuito con fondi europei da Niebler avrebbe lavorato non per lei, ma per un ex eurodeputato del suo stesso partito. In parallelo, vengono citate possibili irregolarità nei rimborsi per viaggi verso Bruxelles e Strasburgo. In sostanza, il sospetto è che denaro pubblico destinato all’attività parlamentare sia stato usato per esigenze private, professionali, di partito o di rete personale.
Niebler respinge ogni accusa. La presunzione di innocenza vale per tutti. Ma qui il punto non è stabilire se sia colpevole. Il punto è capire perché alla Procura europea sia stato impedito di verificarlo.
La commissione Giuridica del Parlamento europeo, la Juri, ha raccomandato di non revocare l’immunità. Niebler, dettaglio non secondario, è supplente proprio in quella commissione. Poi nei giorni scorsi è arrivato il voto dell’Aula. Il 19 maggio 2026, a scrutinio segreto, 309 eurodeputati hanno votato per mantenere la protezione, 283 contro, 53 si sono astenuti. Risultato: l’Eppo non può procedere oltre la fase preliminare. Non può interrogare Niebler come avrebbe voluto. Non può completare l’accertamento.
La struttura dell’accusa ricorda quella che ha travolto Marine Le Pen e il Rassemblement national. Anche lì c’erano fondi europei destinati agli assistenti parlamentari. Anche lì l’accusa sosteneva che collaboratori pagati dal Parlamento europeo lavorassero in realtà per attività non collegate al mandato, ma al partito. Solo che in quel caso la giustizia ha potuto procedere.
Il 31 marzo 2025 Le Pen è stata condannata in primo grado a quattro anni di carcere, due dei quali sospesi, 100.000 euro di multa e cinque anni di ineleggibilità immediata. Una sanzione già efficace, che oggi le impedisce di correre nel 2027. L’appello, atteso il 7 luglio 2026, deciderà se riaprirle la strada.
In quel caso, dopo le verifiche di Olaf (Ufficio europeo per la lotta antifrode) e l’azione del Parlamento europeo per il recupero dei fondi, la giustizia francese ha potuto procedere fino al processo e alla condanna. Nel caso Niebler, invece, l’Eppo è stata fermata prima dell’inizio dell’indagine.
Il paradosso è che Niebler, oggi beneficiaria della protezione parlamentare, era già supplente in Juri negli anni in cui la commissione raccomandava la revoca dell’immunità di Le Pen in altri procedimenti. Non solo. L’europarlamentare tedesca non è una politica qualsiasi. È una dirigente del sistema. Lavora sui dossier industriali, digitali, commerciali. Siede nella commissione Industria e nella commissione Commercio internazionale. Ha seguito dossier sulla cybersecurity, sui dati, sulle imprese. Accanto allo stipendio da eurodeputata, Niebler dichiara redditi esterni tra i più alti dell’Eurocamera: secondo Euobserver, tra i 177.500 e 195.000 euro l’anno. Solo dallo studio legale Gibson, Dunn & Crutcher riceve 63.000 euro l’anno. In passato era già stata criticata per possibili conflitti d’interesse tra attività privata e ruolo parlamentare. Nel confronto con Le Pen, il contesto conta. Quando una figura così interna all’architettura del Ppe viene protetta da un’indagine sui fondi europei, il messaggio politico è evidente. Il Parlamento non sta difendendo solo un principio. Sta difendendo una sua dirigente.
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Lo ha detto il premier all’uscita dal Municipio di Niscemi, parlando con i giornalisti: «A febbraio scorso abbiamo varato un decreto, poi convertito in legge ad aprile, per stanziare 150 milioni che avevano l’obiettivo della messa in sicurezza, degli indennizzi e della demolizione delle case. E domani portiamo in Consiglio dei ministri due diversi programmi: uno sulla messa in sicurezza del territorio e sulle opere infrastrutturali; un altro per quanto riguarda gli indennizzi per le famiglie che hanno perso la casa e anche tutto il tema delle demolizioni necessarie».
«Stiamo facendo la differenza rispetto al 1997», ha aggiunto il presidente del Consiglio, che prima di lasciare il comune siciliano ha incontrato in Comune una delegazione di sfollati.