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2018-10-01
Confcommercio incassa solo mezza cedolare secca e spera nella riforma delle partite Iva
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L'organizzazione più vasta del mondo degli esercenti, Confcommercio, già prima della campagna elettorale per le politiche del 4 marzo, aveva ospitato i maggiori leader di partito: e tutti (tranne Luigi Di Maio, che non aveva fatto in tempo a presenziare) si erano espressi per un disinnesco delle clausole. Impegno assunto anche dallo stesso Di Maio dopo il voto del 4 marzo, ospite in una successiva circostanza del presidente di Confcommercio Carlo Sangalli.
Allo stato, in attesa che venga resa nota (già oggi, lunedì, o domani) la versione definitiva della Nota di aggiornamento al Def, alla Verità risulta che l'esecutivo Conte, nel tentativo di ampliare i margini di manovra e di liberare più risorse, stia lavorando su due soluzioni suggerite da questo giornale: o (e sarebbe ovviamente la soluzione più desiderabile) negoziare con l'Ue lo scomputo dal 2,4% del rapporto deficit/Pil dello 0,7% rappresentato dai 12 miliardi necessari al disinnesco della prima tranche di clausole, oppure (in subordine) l'allungamento delle clausole per un altro anno, fino al 2021.
Nel mondo del commercio, tuttavia, c'è preoccupazione rispetto a una terza (e assai diversa) ipotesi, inserita in una bozza della Nota di aggiornamento che era circolata la scorsa settimana, e tuttavia smentita dal governo (il Mef l'ha definita «superata»). In quel testo, si ipotizzava di non disinnescare totalmente gli aumenti Iva, ma di limitarsi a una rimodulazione dell'Iva, impiegando così molto meno di 12 miliardi. In quella bozza provvisoria, c'era proprio quel concetto di rimodulazione, accanto a un richiamo (tipico dei documenti dell'Ocse) allo spostamento della tassazione «dalle persone alle cose». Quel richiamo, inclusa la citazione Ocse, non era sembrato rassicurante a molti.
Peraltro, la scorsa settimana, proprio Confcommercio ha ospitato il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, alla vigilia del consiglio dei ministri di venerdì. A introdurlo, era stata una relazione del direttore dell'Ufficio studi di Confcommercio, Mariano Bella (tabella 1), che aveva esordito (tabella 2) presentando un quadro della pressione fiscale apparente nei maggiori Paesi occidentali, anche considerando la mutata situazione negli ultimi dieci anni, dal 2007 a oggi. In quel quadro, l'Italia appare posizionata su un poco rassicurante 42,4, dietro le performance ancora peggiori di Francia e Paesi scandinavi, ma messa assai peggio di Regno Unito, Spagna, Giappone e Stati Uniti.
Secondo l'Ufficio Studi Confcommercio (tabella 3), le previsioni di crescita appaiono complessivamente rattrappite: il Pil 2018 dovrebbe fermarsi a un +1,1%, (con consumi allo 0,9), mentre le previsioni per il 2019 sono ancora più flebili, con il Pil al +1% (e consumi al +0,8). Questo, se le clausole di salvaguardia non scattassero. Se invece scattassero (tabella 5), la contrazione sarebbe ancora maggiore: consumi a un modesto 0,3, e Pil allo 0,6. Insomma, un'incidenza estremamente negativa delle clausole, se non fossero disinnescate. Nella tabella 6 è stata anche preparata una valutazione dell'impatto degli eventuali aumenti Iva sulle principali voci di spesa per le famiglie.
Infine, Mariano Bella (tabella 4) ha anche immaginato, in un esercizio per "stanare" il ministro, una allocazione delle risorse necessarie per realizzare il programma di Lega e M5S. In questa simulazione, Confcommercio immagina 5 miliardi per ciascuna delle misure più rilevanti (interventi sulla Fornero, mini flat tax per le partite Iva, reddito di cittadinanza), più una serie di ulteriori stanziamenti per le altre voci (disavanzo per minore crescita, maggiore spesa per interessi, altre spese non differibili, più ovviamente il disinnesco degli aumenti Iva). Secondo quella simulazione, per coprire tutte le esigenze, il rapporto deficit/Pil reale sarebbe dovuto arrivare a un 2,6-2,8%.
Come si sa, dinanzi a questi stimoli, il ministro Tria ha preferito non sbottonarsi, lanciando invece un messaggio di principio («ho giurato nell'interesse esclusivo della Nazione»). Le cronache sanno cosa sia successo nei giorni seguenti.
Ci sono infine altri due aspetti più specifici, verso la legge di bilancio, che riguardano in modo più generale il mondo delle piccole imprese.
Da un lato (e si tratta di un progresso più limitato di quanto si poteva auspicare), il governo è sì orientato a estendere la cedolare secca anche alle locazioni commerciali: ma la misura non pare destinata a scattare per tutti i negozi, bensì solo per quelli sfitti da due anni. È pur sempre un primo passo.
Dall'altro lato (e pure qui si accolgono le preoccupazioni della Verità), sembra confermato che il governo, nell'innalzare a 65.000 euro di fatturato la soglia per l'accesso alla tassazione agevolata del 15% per le partite Iva, allenterà molto i vincoli del vecchio sistema dei minimi, che penalizzavano – paradossalmente – le partite Iva che assumono e investono. Come si ricorderà, nel vecchio regime dei minimi, in cui la soglia di fatturato oscillava tra i 30 e i 50.000 euro, erano però escluse le partite Iva che spendevano 5.000 euro lordi per dipendenti o che usavano beni strumentali per 20.000 euro. Vedremo in che misura quei vincoli saranno forzati. Sembra anche confermata l'agevolazione (tasse al 20%) per le partite Iva con fatturato tra i 65.000 e i 100.000 euro annui.
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Il mondo del commercio attende con particolare attenzione - e anche con un filo di inquietudine - le decisioni del governo in vista della legge di bilancio. Al di là delle scelte più generali che saranno compiute in materia di tasse, c'è infatti una spada di Damocle che grava sul settore, e che deriva dalle eredità lasciate dai governi Renzi e Gentiloni: le clausole di salvaguardia, sotto forma di minacciati aumenti dell'Iva, per un valore di oltre 12 miliardi. L'imposta secca sugli affitti di negozi vale solo per quelli sfitti da due anni e non per tutte le locazioni. L'organizzazione guidata da Carlo Sangalli spera che la flat tax per i professionisti si estenda fino ai 100.000 euro di fatturato.L'organizzazione più vasta del mondo degli esercenti, Confcommercio, già prima della campagna elettorale per le politiche del 4 marzo, aveva ospitato i maggiori leader di partito: e tutti (tranne Luigi Di Maio, che non aveva fatto in tempo a presenziare) si erano espressi per un disinnesco delle clausole. Impegno assunto anche dallo stesso Di Maio dopo il voto del 4 marzo, ospite in una successiva circostanza del presidente di Confcommercio Carlo Sangalli.Allo stato, in attesa che venga resa nota (già oggi, lunedì, o domani) la versione definitiva della Nota di aggiornamento al Def, alla Verità risulta che l'esecutivo Conte, nel tentativo di ampliare i margini di manovra e di liberare più risorse, stia lavorando su due soluzioni suggerite da questo giornale: o (e sarebbe ovviamente la soluzione più desiderabile) negoziare con l'Ue lo scomputo dal 2,4% del rapporto deficit/Pil dello 0,7% rappresentato dai 12 miliardi necessari al disinnesco della prima tranche di clausole, oppure (in subordine) l'allungamento delle clausole per un altro anno, fino al 2021.Nel mondo del commercio, tuttavia, c'è preoccupazione rispetto a una terza (e assai diversa) ipotesi, inserita in una bozza della Nota di aggiornamento che era circolata la scorsa settimana, e tuttavia smentita dal governo (il Mef l'ha definita «superata»). In quel testo, si ipotizzava di non disinnescare totalmente gli aumenti Iva, ma di limitarsi a una rimodulazione dell'Iva, impiegando così molto meno di 12 miliardi. In quella bozza provvisoria, c'era proprio quel concetto di rimodulazione, accanto a un richiamo (tipico dei documenti dell'Ocse) allo spostamento della tassazione «dalle persone alle cose». Quel richiamo, inclusa la citazione Ocse, non era sembrato rassicurante a molti.Peraltro, la scorsa settimana, proprio Confcommercio ha ospitato il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, alla vigilia del consiglio dei ministri di venerdì. A introdurlo, era stata una relazione del direttore dell'Ufficio studi di Confcommercio, Mariano Bella (tabella 1), che aveva esordito (tabella 2) presentando un quadro della pressione fiscale apparente nei maggiori Paesi occidentali, anche considerando la mutata situazione negli ultimi dieci anni, dal 2007 a oggi. In quel quadro, l'Italia appare posizionata su un poco rassicurante 42,4, dietro le performance ancora peggiori di Francia e Paesi scandinavi, ma messa assai peggio di Regno Unito, Spagna, Giappone e Stati Uniti.Secondo l'Ufficio Studi Confcommercio (tabella 3), le previsioni di crescita appaiono complessivamente rattrappite: il Pil 2018 dovrebbe fermarsi a un +1,1%, (con consumi allo 0,9), mentre le previsioni per il 2019 sono ancora più flebili, con il Pil al +1% (e consumi al +0,8). Questo, se le clausole di salvaguardia non scattassero. Se invece scattassero (tabella 5), la contrazione sarebbe ancora maggiore: consumi a un modesto 0,3, e Pil allo 0,6. Insomma, un'incidenza estremamente negativa delle clausole, se non fossero disinnescate. Nella tabella 6 è stata anche preparata una valutazione dell'impatto degli eventuali aumenti Iva sulle principali voci di spesa per le famiglie.Infine, Mariano Bella (tabella 4) ha anche immaginato, in un esercizio per "stanare" il ministro, una allocazione delle risorse necessarie per realizzare il programma di Lega e M5S. In questa simulazione, Confcommercio immagina 5 miliardi per ciascuna delle misure più rilevanti (interventi sulla Fornero, mini flat tax per le partite Iva, reddito di cittadinanza), più una serie di ulteriori stanziamenti per le altre voci (disavanzo per minore crescita, maggiore spesa per interessi, altre spese non differibili, più ovviamente il disinnesco degli aumenti Iva). Secondo quella simulazione, per coprire tutte le esigenze, il rapporto deficit/Pil reale sarebbe dovuto arrivare a un 2,6-2,8%.Come si sa, dinanzi a questi stimoli, il ministro Tria ha preferito non sbottonarsi, lanciando invece un messaggio di principio («ho giurato nell'interesse esclusivo della Nazione»). Le cronache sanno cosa sia successo nei giorni seguenti.Ci sono infine altri due aspetti più specifici, verso la legge di bilancio, che riguardano in modo più generale il mondo delle piccole imprese.Da un lato (e si tratta di un progresso più limitato di quanto si poteva auspicare), il governo è sì orientato a estendere la cedolare secca anche alle locazioni commerciali: ma la misura non pare destinata a scattare per tutti i negozi, bensì solo per quelli sfitti da due anni. È pur sempre un primo passo.Dall'altro lato (e pure qui si accolgono le preoccupazioni della Verità), sembra confermato che il governo, nell'innalzare a 65.000 euro di fatturato la soglia per l'accesso alla tassazione agevolata del 15% per le partite Iva, allenterà molto i vincoli del vecchio sistema dei minimi, che penalizzavano – paradossalmente – le partite Iva che assumono e investono. Come si ricorderà, nel vecchio regime dei minimi, in cui la soglia di fatturato oscillava tra i 30 e i 50.000 euro, erano però escluse le partite Iva che spendevano 5.000 euro lordi per dipendenti o che usavano beni strumentali per 20.000 euro. Vedremo in che misura quei vincoli saranno forzati. Sembra anche confermata l'agevolazione (tasse al 20%) per le partite Iva con fatturato tra i 65.000 e i 100.000 euro annui.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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