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2023-12-07
Il commissario Ue che sposa le follie woke sul «razzismo strutturale»
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Il commissario europeo all'Eguaglianza Helena Dalli (Ansa)
Per la maltese Helena Dalli, in Europa esistono pregiudizi razziali sistemici. Una balla che fa il verso alle più deliranti teorie della sinistra «intersezionale».
«Dobbiamo essere attivamente antirazzisti». È il messaggio ai popoli europei che arriva da Helena Dalli, un passato da miss Malta, oggi commissario europeo all'Eguaglianza (sic). In un video pubblicato martedì, l'euroburocrate definisce «profondamente allarmanti» i risultati di un report sui diritti fondamentali nell'Ue. Secondo la politica maltese, «gli stereotipi razziali, i pregiudizi profondamente radicati e le ineguaglianze continuano ad affliggere l'Europa. Le persone di origine africana nell'Ue sono messe di fronte a forme strutturali di razzismo e di discriminazione in ogni ambito della vita». C'è da chiedersi quale altra entità politica del mondo attuale o della storia passata abbia dirigenti politici intenti a ricordare ai rispettivi popoli quanto essi siano colpevoli. Ma è soprattutto una formula utilizzata dalla Dalli che colpisce: quell'idea di un razzismo «strutturale». Il che vuol dire non che nell'Ue ci siano dei razzisti, come del resto accade ovunque, o episodi isolati di discriminazione, ma che noi viviamo in un sistema intrinsecamente razzista, negli aspetti quotidiani, che il razzismo è diffuso nell'aria.
In pratica, tramite il commissario europeo, Bruxelles recepisce uno dei cardini dell'ideologia woke, ovvero l'idea del razzismo strutturale, sistemico o istituzionale. Come al solito, si tratta di categorie che nascono per cogliere, magari anche giustamente, fenomeni particolari e localizzati, ma che poi vengono estese a dismisura, divenendo delle clave per colpire chiunque e dovunque. L'idea di fondo è che anche in un ordinamento egualitario, che non faccia distinzioni razziali, possono permanere meccanismi, impliciti o espliciti, coscienti o inconsci, che perpetuino le diseguaglianze. Insomma, bianchi e neri possono essere formalmente uguali davanti alla legge, ma poi i neri possono faticare di più a trovare lavoro, a farsi affittare un appartamento, possono trovare maggiore severità davanti ai giudici, etc.
I tre aggettivi che abbiamo usato sopra non sono peraltro del tutto intercambiabili. Il razzismo sistemico enfatizza il coinvolgimento di interi sistemi, - politici, legali, economici, sanitari, scolastici e di giustizia penale – nella riproduzione delle pratiche razziste. Il razzismo strutturale enfatizza il ruolo delle strutture (leggi, politiche, pratiche istituzionali e norme consolidate) che costituiscono l'aspetto formale dei suddetti sistemi. Il razzismo strutturale è dunque un sottoinsieme del razzismo sistemico. Il razzismo istituzionale è ancora più focalizzato e punta il dito specificatamente contro le istituzioni. In tutti e tre i casi, comunque, la logica è la medesima: non si tratta di razzismo esplicito, di ronde che vadano in giro a picchiare i neri, di bagni separati per bianchi e neri etc. Si tratta, parafrasando un noto libro di Michel Foucault, di una microfisica del razzismo, che può benissimo agire in maniera irriflessa, involontaria, senza che chi la alimenta se ne renda conto.
Ora, come dicevamo, per quanto lo spunto iniziale possa effettivamente servire a cogliere fenomeni sociali non interamente riconducibili al solo aspetto legale, l’uso di tali categorie nell’ideologia woke le trasforma in elementi di un discorso vagamente totalitario e orwelliano. Essendo sistemico, e quindi non immediatamente visibile, il razzismo diventa incorporeo, onnipresente, quasi «magico». Qualcosa di inafferrabile, di non verificabile, quindi anche di non smentibile. Come ci si può difendere dall’accusa di fare del razzismo sistemico, nel momento in cui quest’ultimo prescinde da volontà esplicite, ideologie, atti concreti? Viene meno il concetto stesso di responsabilità personale. Si può essere le persone più civili del mondo eppure vedersi accusate di fare parte del grande meccanismo razzista che ci sovrasta. E non c’è scappatoia che tenga. Il discorso sul razzismo sistemico tende inoltre a perpetuare e a rendere quasi eterne le categorie dei dominanti e dei dominati. Ritrovando nel presente le tracce ancora attive di istituzione passate, per esempio lo schiavismo, questa ideologia essenzializza le appartenenze razziali e le cristallizza per sempre secondo rapporti di potere dati. Un nero sarà sempre e solo l’erede di una storia di schiavitù, un bianco sarà sempre e solo l’erede di una storia di sfruttamento. Qualsiasi siano i loro comportamenti individuali nell’oggi. Come spesso accade con l’ideologia woke, dal politico si passa qui al para religioso. Che l’Unione europea si faccia portatrice di tali follie è solo l’ennesimo, inquietante campanello d’allarme.
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Per la maltese Helena Dalli, in Europa esistono pregiudizi razziali sistemici. Una balla che fa il verso alle più deliranti teorie della sinistra «intersezionale».«Dobbiamo essere attivamente antirazzisti». È il messaggio ai popoli europei che arriva da Helena Dalli, un passato da miss Malta, oggi commissario europeo all'Eguaglianza (sic). In un video pubblicato martedì, l'euroburocrate definisce «profondamente allarmanti» i risultati di un report sui diritti fondamentali nell'Ue. Secondo la politica maltese, «gli stereotipi razziali, i pregiudizi profondamente radicati e le ineguaglianze continuano ad affliggere l'Europa. Le persone di origine africana nell'Ue sono messe di fronte a forme strutturali di razzismo e di discriminazione in ogni ambito della vita». C'è da chiedersi quale altra entità politica del mondo attuale o della storia passata abbia dirigenti politici intenti a ricordare ai rispettivi popoli quanto essi siano colpevoli. Ma è soprattutto una formula utilizzata dalla Dalli che colpisce: quell'idea di un razzismo «strutturale». Il che vuol dire non che nell'Ue ci siano dei razzisti, come del resto accade ovunque, o episodi isolati di discriminazione, ma che noi viviamo in un sistema intrinsecamente razzista, negli aspetti quotidiani, che il razzismo è diffuso nell'aria.In pratica, tramite il commissario europeo, Bruxelles recepisce uno dei cardini dell'ideologia woke, ovvero l'idea del razzismo strutturale, sistemico o istituzionale. Come al solito, si tratta di categorie che nascono per cogliere, magari anche giustamente, fenomeni particolari e localizzati, ma che poi vengono estese a dismisura, divenendo delle clave per colpire chiunque e dovunque. L'idea di fondo è che anche in un ordinamento egualitario, che non faccia distinzioni razziali, possono permanere meccanismi, impliciti o espliciti, coscienti o inconsci, che perpetuino le diseguaglianze. Insomma, bianchi e neri possono essere formalmente uguali davanti alla legge, ma poi i neri possono faticare di più a trovare lavoro, a farsi affittare un appartamento, possono trovare maggiore severità davanti ai giudici, etc. I tre aggettivi che abbiamo usato sopra non sono peraltro del tutto intercambiabili. Il razzismo sistemico enfatizza il coinvolgimento di interi sistemi, - politici, legali, economici, sanitari, scolastici e di giustizia penale – nella riproduzione delle pratiche razziste. Il razzismo strutturale enfatizza il ruolo delle strutture (leggi, politiche, pratiche istituzionali e norme consolidate) che costituiscono l'aspetto formale dei suddetti sistemi. Il razzismo strutturale è dunque un sottoinsieme del razzismo sistemico. Il razzismo istituzionale è ancora più focalizzato e punta il dito specificatamente contro le istituzioni. In tutti e tre i casi, comunque, la logica è la medesima: non si tratta di razzismo esplicito, di ronde che vadano in giro a picchiare i neri, di bagni separati per bianchi e neri etc. Si tratta, parafrasando un noto libro di Michel Foucault, di una microfisica del razzismo, che può benissimo agire in maniera irriflessa, involontaria, senza che chi la alimenta se ne renda conto. Ora, come dicevamo, per quanto lo spunto iniziale possa effettivamente servire a cogliere fenomeni sociali non interamente riconducibili al solo aspetto legale, l’uso di tali categorie nell’ideologia woke le trasforma in elementi di un discorso vagamente totalitario e orwelliano. Essendo sistemico, e quindi non immediatamente visibile, il razzismo diventa incorporeo, onnipresente, quasi «magico». Qualcosa di inafferrabile, di non verificabile, quindi anche di non smentibile. Come ci si può difendere dall’accusa di fare del razzismo sistemico, nel momento in cui quest’ultimo prescinde da volontà esplicite, ideologie, atti concreti? Viene meno il concetto stesso di responsabilità personale. Si può essere le persone più civili del mondo eppure vedersi accusate di fare parte del grande meccanismo razzista che ci sovrasta. E non c’è scappatoia che tenga. Il discorso sul razzismo sistemico tende inoltre a perpetuare e a rendere quasi eterne le categorie dei dominanti e dei dominati. Ritrovando nel presente le tracce ancora attive di istituzione passate, per esempio lo schiavismo, questa ideologia essenzializza le appartenenze razziali e le cristallizza per sempre secondo rapporti di potere dati. Un nero sarà sempre e solo l’erede di una storia di schiavitù, un bianco sarà sempre e solo l’erede di una storia di sfruttamento. Qualsiasi siano i loro comportamenti individuali nell’oggi. Come spesso accade con l’ideologia woke, dal politico si passa qui al para religioso. Che l’Unione europea si faccia portatrice di tali follie è solo l’ennesimo, inquietante campanello d’allarme.
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Stavolta l’allarme è assai più serio di quanto accaduto con la «infection boat», la nave da crociera Hondius arrivata ieri nel porto di Rotterdam e dove a bordo si era sviluppato il focolaio di Hantavirus. L’Oms, come si legge nel bollettino ufficiale, «ha dichiarato, il 17 maggio, un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale per l’epidemia di malattia da virus ebola causata dalla variante Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda».
Il focolaio si è sviluppato nella zona di confine tra Uganda e Sud Sudan, una delle aree più povere e depresse del mondo, ed è già passato in Congo dove questa è la diciassettesima epidemia di un virus insidiosissimo. Il governo congolese ha già preso misure di contenimento. Ma l’interrogativo che più preoccupa è: se si estende il contagio come contrastarlo? Questo ceppo di Ebola, scoperto nel 2007 anche se è lievemente meno letale con un’incidenza del 50% di mortalità rispetto alla variante Zaire che arriva fino al 90% di decessi, non ha nessun vaccino per contrastarlo né alcuna terapia: avvenuto il contagio si possono solo contenere gli effetti e sperare che il sistema immunitario faccia il suo lavoro. Questo però mette in evidenza come l’industria dei vaccini sia più attenta al mercato che alla salute. Anche nel caso dell’Hantavirus si è detto che in nove mesi si poteva arrivare al siero per contrastarlo, adottando come parametro i tempi per la puntura anti Covid. La verità è che l’Hantavirus è stato studiato e l’antidoto c’è, ma non è stato mai ultimato perché non ha mercato.
Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha ammesso che ci sono «notevoli incertezze sul numero reale di persone infette e sulla diffusione geografica». Le cifre attestano 246 casi sospetti con 80 decessi sospetti e 8 casi confermati, oltre a due decessi in Uganda e a un focolaio di almeno 80 contagi in Sud Sudan. Secondo le autorità congolesi, i morti in realtà sarebbero 95 e i contagiati 400. A queste cifre va aggiunto quanto riferiscono i Cdc americani: sei operatori sanitari statunitensi esposti al contagio. Sempre i Centers for disease control and prevention di Atlanta, sia pure parlando di rischio basso per la popolazione statunitense, hanno attivato le procedure d’emergenza e per il rimpatrio dei sei contagiati hanno predisposto un primo trasferimento in una base militare in Germania. L’ambasciata Usa a Kinshasa ha contestualmente vietato i viaggi nella provincia dell’Ituri, l’epicentro del focolaio. Da quel che si è saputo la paziente zero sarebbe un’infermiera del Congo che ha accusato la malattia dal 24 aprile. Per stessa ammissione dell’Oms, essendo così rara al variante Bundibugyo, la ricerca scientifica ed economica si è concentrata quasi interamente sul ceppo Zaire di Ebola, per il quale ora esistono vaccini e farmaci efficaci, lasciando un vuoto di ricerca per questa specie. Tedros Adhanom Ghebreyesus ha anche precisato che «l’emergenza sanitaria internazionale è comunque uno dei livelli di allerta più alti, secondo solo alla pandemia». Come detto, al momento non ci sono cure. Gli unici provvedimenti terapeutici applicabili una volta che si manifestano i sintomi (febbre alta e forti dolori muscolari, vomito e diarrea, emorragie interne ed esterne) sono reidratazione aggressiva, supporto emodinamico e gestione dei sintomi con farmaci per il dolore, per la febbre e gli antiemetici. Il contagio avviene solo con contatti diretti con infetti, scambio di sangue e fluidi organici.
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