
«Il mio libro si intitola Canale terminale, ma questo titolo non l’ho invento io: l’ho preso dall’espressione che direttore generale della Asl di Taranto ha usato per descrivere il reparto di rianimazione in cui sono finiti mio padre e mio marito. Sono stati in molti a chiedergli per quale motivo in quel reparto si morisse così tanto, e lui ha candidamente detto che la rianimazione è il canale terminale delle cure. Io credevo che l’ultimo passaggio fossero strutture come gli hospice, non un reparto di rianimazione. E invece...».
Eleonora Coletta è un avvocato con una lunga carriera alle spalle, e con una certa conoscenza del mondo della sanità. «Lavoro a Taranto e per quindici anni sono stata avvocato della Asl locale. Quindi ero l’avvocato della sanità pubblica tarantina. Adesso non lavoro più lì, ma all’Inail, sempre come avvocato pubblico».
Purtroppo per lei, la sanità locale l’ha conosciuta anche come paziente e soprattutto come famigliare di due pazienti, suo padre e suo marito, morti a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro nel 2021. Catalogato come morti Covid, secondo l’avvocato sono invece vittime della mala sanità. Per questo Eleonora ha voluto scrivere un libro, ora in uscita per l’editore Cantagalli, in cui racconta la sua storia dolorosissima. «In realtà ho scoperto che era simile a tante altre storie, a troppe storie dolorose avvenute durante la seconda e la terza ondata di Covid a Taranto».
Raccontiamo la sua storia, allora.
«Inizia nel mese di febbraio del 2021, durante la terza ondata. Io, avvocato della Asl, come sanitario sono andata a vaccinarmi. Avevo già mal di gola quel giorno. Lo avevo detto ai dottori, ma mi dissero che non c’erano problemi, che potevo fare il vaccino. Appena fatto mi sono sentita male. E mi sono resa conto di avere il Covid».
Nei giorni precedenti era stata in contatto con i suoi genitori.
«Infatti a breve anche loro hanno iniziato a accusare sintomi. Le mie figlie erano asintomatiche, mio marito stava abbastanza bene, si occupava di me. Io sono una paziente oncologica, quindi ero a rischio. Tutto questo accadeva il 25 febbraio: il 3 marzo anche i miei famigliari hanno fatto il tampone e sono risultati positivi. Io ero in contatto telefonico con i medici dell’ospedale di Taranto, che mi avevano dato una terapia. Mi dissero: venite in ospedale, fatevi gli esami. Io ho deciso di non andare, perché avevo tre figlie a casa da seguire. È andato mio marito e non è più tornato».
Che cosa è accaduto?
«Non appena è arrivato all’ospedale mi ha chiamato il primario per dirmi che mio marito stava bene, che aveva un indice di infiammazione bassissimo. Chiesi che fosse curato con il plasma iperimmune, e mi rispose che non credeva a quella terapia. Chiesi allora che gli facessero i monoclonali. Mi risposero che erano solo per uso compassionevole. Mi ribadì che non dovevo preoccuparmi, che ci avrebbero pensato loro».
E poi?
«Il “non ti preoccupare” si è trasformato nel fatto che lo hanno attaccato subito all’ossigeno. Il giorno dopo mio marito accusava dolore al petto, quindi hanno supposto ci fosse un problema cardiologico. Il cardiologo suggerì di fare una Tac. Ma non è mai stata fatta. Il problema essenziale di questa storia è proprio che non sono stati usati gli strumenti diagnostici. Mio marito fu mandato direttamente in rianimazione, con l’ossigeno. Poi intubato e da lì è iniziato il suo canale terminale, perché con l’intubazione sono arrivate infezioni ospedaliere e lui non si è più ripreso».
Quindi niente tac, niente plasma. E i monoclonali?
«Il monoclonale è stato somministrato a undici giorni dal ricovero, quando ormai era intubato».
Quanto è rimasto ricoverato suo marito?
«Dal 3 marzo al 16 marzo. Fino alla morte. Non ho mai potuto vederlo».
Prima di andare in ospedale vi avevano consigliato qualche terapia?
«Ci avevano dato l’antibiotico, la tachipirina e il cortisone».
Anche suo padre si è ammalato.
«Sì, contemporaneamente a mio marito. Mio padre era un uomo molto atletico. Aveva 74 anni, ma era un furetto. Pesava 60 chili, andava in palestra tre volte a settimana. Si ammala, desatura, allora io chiamo (già ammalata) l’ambulanza. Lo portano al Pronto soccorso, al Moscati di Taranto. Mi dicono: “Non preoccuparti, va tutto bene”. Ma non facevano nulla. Mio padre mi scriveva dei messaggi terribili, mi chiedeva aiuto: non gli davano l’acqua, nemmeno dopo tre ore che la chiedeva, non gli facevano terapie. Io chiamavo per chiedere spiegazioni, ma loro rispondevano che mio padre era vecchio e che non potevano fare niente. Tempo dopo, quando ho visto la sua cartella clinica, ho scoperto che lo indicavano come un uomo di 84 anni che pesava 86 chili. Forse avevano sbagliato persona».
Come è finita?
«Mio marito è morto il 16 marzo, mio padre è morto il 18. Durante la cerimonia funebre di mio marito mi hanno avvisato che era morto mio padre».
Entrambi al San Giuseppe Moscati di Taranto?
«È un ospedale oncologico dove si scelse di fare il reparto Covid. Tanti pazienti oncologici sono entrati con il doppio tampone negativo, si sono ammalati in ospedale e sono morte lì».
Era l’unico ospedale della città con un reparto Covid?
«Sì. C’erano state molte contestazioni perché Taranto aveva un ospedale in provincia praticamente vuoto, a Massafra, e l’Anaao (il sindacato dei medici) e tanti altri avevano chiesto che il reparto Covid fosse fatto lì. Invece, si optò per il Moscati».
In pratica, lei sostiene che suo padre e suo marito non siano stati curati. O non curati bene.
«Mi sono fidata. Poi ho capito. La prima cosa che ho fatto è stata scrivere un messaggio al governatore Michele Emiliano, dicendogli che la sanità pugliese era una vergogna. Mi ha risposto dicendomi che io volevo l’immortalità e che il Moscati era uno dei migliori ospedali al mondo. E che comunque lui conosceva mio marito e l’avrebbe rivisto in un’altra vita».
Lei ha poi scoperto che in quell’ospedale erano morti in tanti.
«Aver visto che a mio padre non era stato fatto nulla e che a mio marito dovevano fare solo una Tac per salvarlo, e non l’hanno fatta, mi ha spinto a indagare. Ho scoperto che i casi erano tanti. La gente moriva e si diceva “sono morti per covid”. Tutto era Covid, si liquidava ogni caso così».
Come se fosse inevitabile. Suo padre e suo marito avevano altre patologie?
«Questa è un’altra cosa incredibile. Le cartelle cliniche riportavano altre patologie inesistenti. A papà hanno attribuito una grave patologia polmonare che non aveva. Mio marito è stato dipinto come un super obeso anche lui affetto da una grave patologia polmonare».
E non era vero?
«No. Chiaramente aggiungendo delle comorbidità era più facile giustificarne la morte».
Perché lei dice che sono morti per Covid e non di Covid?
«Perché il ricovero è avvenuto per il Covid, ma poi non sono stati curati. Io condannò la trascuratezza, l’arrendevolezza, il lassismo, una mancanza di cure. Mio padre non ha avuto niente, neanche il Remdevisir. Solo l’ossigeno, perché dicevano che era vecchio».
Diceva che ci sono stati altri casi analoghi.
«Non le so dire con certezza i morti del reparto, ma le posso dire che a Taranto da novembre a giugno sono morte circa 1.100 persone. Ho fatto diversi accessi agli atti per avere contezza dei dati precisi, ma non ho avuto riscontri. Ne ho avuto uno sulle infezioni ospedaliere, che sia mio marito sia mio padre hanno contratto. Già a maggio 2020 ci fa una denuncia in procura per queste infezioni. La maggior parte delle persone di cui ho visto le cartelle cliniche hanno contratto infezioni».
Lei ha creato un comitato.
«Sì. Rilasciai una intervista a Fuori dal coro per chiedere che emergesse la verità. La Asl mi ha querelato (poi hanno cambiato il dirigente e la querela è stata rimessa). Intanto però sono venuta in contatto con tante altre persone. Mia figlia di 18 anni ha lanciato una petizione che in 40 giorni ha raccolto 7.000 firme solo a Taranto, per chiedere verità su quello che è accaduto al Moscati».
E che cosa accadeva secondo lei?
«C’era una disumanità diffusa nella gestione dei pazienti, che non venivano curati, che venivano trascurati. Uno lo hanno trovato morto dopo due giorni su una sedia».
Qualcuno vi ha ascoltato?
«Il gruppo di Fratelli d’Italia ha chiesto tempo fa di avviare una commissione d’indagine su quello che è accaduto alla mia e ad altre famiglie. La giunta regionale ha bocciato la richiesta, ed è stato allora che ho deciso di costituire il Comitato parenti delle vittime del Moscati di Taranto. Siamo una quarantina di famiglie nel comitato, ma ce ne sono anche altre».
Che cosa chiedete?
«Un po’ di verità, una verifica. L’Anaao, il sindacato dei medici di cui parlo molto nel libro, nel giugno del 2020 aveva già scritto che l’Asl non era pronta ad affrontare quello che sarebbe accaduto. Non che non ci fossero le risorse, non è questo il punto. C’erano le apparecchiature elettromedicali, c’era per esempio una Tac mobile che non è mai stata utilizzata. C’è un’altra Tac fissa che non è stata mai usata. Il problema è l’arrendevolezza, la sciatteria. Si diceva: tanto se muoiono è colpa del Covid. Mio padre non è mai stato cambiato in 15 giorni. Ci hanno restituito le cose che aveva addosso sporchissime, e quelle che gli avevano mandato tutte pulite. Noi adesso chiediamo solo un po’ di dignità».











