Claudio Bertolotti: «Con i raid nel Mar Rosso gli Usa ci fanno un favore»

Claudio Bertolotti è direttore di Start InSight, nonché ricercatore ed esperto di terrorismo, radicalizzazione, intelligence e sicurezza nell’area del Mediterraneo presso la Nato.
Partiamo da Israele e Palestina. Lo Stato ebraico ha dichiarato che la guerra è entrata in un’altra fase, con combattimenti meno intensi, mentre Hezbollah ha dichiarato che non vuole un allargamento del conflitto. Il rischio escalation si è effettivamente allontanato, dunque?
«Razionalmente, nessuno degli attori vuole un’escalation del conflitto, un’escalation orizzontale è lo scenario peggiore. Al quale però Israele è comunque pronto, almeno da un punto di vista dottrinale, perché la dottrina militare strategica israeliana prevede il coinvolgimento di tutti gli attori: dalla Cisgiordania alla Siria all’Iran, da Hezbollah, ad Hamas fino ai gruppi palestinesi infiltrati all’interno del territorio israeliano che potrebbero colpire da dentro. Questo è lo scenario peggiore. Ma da un punto di vista razionale nessuno ne vuole la realizzazione. Da un punto di vista emotivo, però, potrebbero avvenire una serie di eventi che potrebbero indurre invece uno o più attori a impegnarsi maggiormente».
L’elemento più imprevedibile è l’Iran?
«Sì, al momento è il primo attore e principale artefice di tutta la crisi che si sta realizzando. Hamas è un proxy, un agente del regime iraniano che opera per indebolire Israele. Al momento l’Iran non vuole l’allargamento del conflitto. Mentre Hezbollah si sta impegnando in una serie di attacchi, comunque limitati e che servono soltanto a tenere impegnato Israele e a disimpegnare le sue truppe. I coinvolgimenti a cui abbiamo assistito sono, possiamo dire, a bassa intensità».
Lo stesso vale quindi anche per gli attacchi degli Houti yemeniti nel Mar Rosso?
«Sì, vale anche per loro, perché anche loro sono attori di prossimità dell’Iran. Teheran in questo momento sta muovendo le milizie operative in Siria, gli Houti nello Yemen, Hezbollah in Libano e Hamas. Questi sono tutti gli attori di prossimità che l’Iran sta impiegando, sostenendo anche militarmente, per indebolire, infastidire e distrarre Israele dal vero obiettivo, il regime iraniano. Ovvero il soggetto a cui tutto il blocco occidentale guarda con grande preoccupazione, perché è il principale elemento di destabilizzazione a livello regionale. In tale quadro si inserisce coerentemente la decisa risposta militare statunitense contro obiettivi Houti nello Yemen».
L’instabilità nel Mar Rosso, però, ha ripercussioni soprattutto economiche…
«Sì, la minaccia più grande è la crisi economica che potrebbe investire l’Europa in conseguenza dell’aumento dei costi di trasporto delle merci attraverso il canale di Suez. Se si dovesse optare in maniera strutturale per la circumnavigazione dell’Africa, questo comporterebbe costi significativi che andrebbero a gravare direttamente sugli acquirenti, quindi sulle popolazioni europee già toccate da una serie di crisi economiche e finanziarie che hanno indebolito economicamente i Paesi e le società. E questo avrebbe dirette ripercussioni sul piano sociale e politico, perché si sa, dalle crisi economiche deriva poi l’instabilità politica. In questo senso dobbiamo prendere atto che l’azione militare statunitense nel Mar Rosso, nel colpire la minaccia al transito commerciale, offre un grande aiuto a un’Unione europea che da sola non sarebbe in grado di difendere i propri interessi, né con una decisione politica unitaria, né con le armi».
E la Turchia, invece, che vantaggi può trarre dal conflitto?
«La Turchia ci può guadagnare moltissimo perché tutto quello che sta avvenendo adesso sta portando una destabilizzazione a livello regionale con una serie di aperture favorevoli ad Ankara, in virtù del suo sempre più stretto legame con i Fratelli musulmani. La Fratellanza musulmana è quella corrente politico-ideologica all’interno della quale affondano le radici gruppi come Hamas. La Turchia sta realizzando quello che è il disegno strategico e l’ambizione non soltanto di Erdogan e del suo ego spropositato, ma della Turchia nella sua interezza: ristabilire un’area di influenza all’interno del Mediterraneo, del corno d’Africa e dell’area medio orientale, di fatto andando a ricalcare quelli che furono i confini geografici dell’impero ottomano».
Tornando in Iran, il ritorno dell’Isis, che ha rivendicato l’attentato del 3 gennaio a Kerman, è stato un colpo di scena o rientra nella «normalità» del conflitto tra gruppi islamici rivali?
«Malgrado la rivendicazione, non è scontato che l’attentato sia opera dell’Isis. Ma ammesso che lo sia, ciò rientrerebbe perfettamente in quelle dinamiche conflittuali che contrappongono lo Stato islamico, che è molto diverso da Al-Qaeda, sebbene nasca da una costola di Al-Qaeda. Perché, a differenza di questa, che non prevedeva lo scontro tra musulmani, se non dopo la sconfitta del «grande Satana occidentale», lo Stato islamico intende regolare i conti all’interno dell’Islam come priorità. Quindi, la lotta fra gruppi sunniti non aderenti alla dottrina dell’Isis, e lo scontro diretto con gli sciiti, che sono gli eretici per definizione, rientra nella normale agenda dell’Isis e, in particolare, dell’Isis Khorasan.
Quali altri attori potrebbero esserci dietro all’attentato in Iran, allora?
«Potrebbero essere molteplici e mai dichiareranno la paternità di quell’evento. Si è pensato agli Stati Uniti, si è pensato a Israele, che verosimilmente potrebbero esserne i responsabili, ma è improbabile. Così come un ruolo possono averlo avuto anche le lotte interne all’Iran stesso, quelle legate agli scontri etno-religiosi. O potrebbe essere opera anche di regolamenti di conti interni al regime iraniano stesso. Insomma, si aprono molteplici scenari, lo Stato islamico è uno dei possibili, forse quello verosimilmente più accreditato, ma di conferme non ne abbiamo e difficilmente ne potremo avere, al di là delle rivendicazioni. Lo Stato islamico, ricordiamo, rivendica anche attentati con i quali non ha nulla a che fare».
Come quelli in Europa, condotti da lupi solitari. Il contesto attuale aumenta il rischio di attentati in Occidente?
«Il rischio c’è, e lo abbiamo visto con l’appello del venerdì della rabbia da parte di Hamas, che ha sortito i suoi effetti. Parigi e Bruxelles sono state colpite da due attentati terroristici, scarsamente organizzati, ma che comunque hanno provocato vittime. Dovremo aspettarci una serie di eventi, verosimilmente non organizzati, molti dei quali saranno anche fallimentari o saranno intercettati dalle forze dell’ordine, ma questo ci conferma l’esistenza di un potenziale bacino di reclutamento di terroristi che rispondono alla chiamata. Anche perché quando un attentato ha successo, nel giro di circa sette giorni, vengono registrati una serie di eventi secondari, spesso fallimentari che non ottengono attenzione mediatica. Ma avvengono».
Spostandoci negli Stati Uniti, la Casa Bianca, pur sostenendo Israele, si dice contraria a soluzioni estreme, come per esempio la deportazione forzata dei palestinesi di Gaza, e a un conflitto ancora ad alta densità. Questo atteggiamento è legato anche alle difficoltà che Joe Biden sta riscontrando in patria?
«Assolutamente sì. Biden è in estrema difficoltà perché in piena campagna elettorale una guerra non porta bene a nessuno. Perché vuol dire andare dal contribuente a dirgli “io spenderò i tuoi soldi per sostenere un’altra guerra, oltre a quella in Ucraina”. Quindi la de-escalation verbale, nell’intenzione di voler portare una de-escalation sul campo, rientra non in quelli che sono gli interessi israeliani, ma in quelli che sono gli interessi di Biden. Il quale vuole presentarsi come il risolutore di un conflitto».
Che scenario si prospetta invece nelle relazioni tra Arabia saudita, Emirati arabi e Israele quando la guerra terminerà?
«Io sono ottimista. Il processo avviato con gli accordi di Abramo sembra andare avanti anche per inerzia, poiché è nell’interesse di tutti i Paesi arabi. Tutto ciò che è successo dal 7 ottobre è avvenuto poco prima dell’avvio di un dialogo negoziale fra Arabia Saudita e Israele, che avrebbe portato a un reciproco riconoscimento. Questo, però, avrebbe svantaggiato fortemente l’Iran. E questo nonostante gli accordi mediati dalla Cina, tra gli stessi attori, cioè tra l’Iran e l’Arabia Saudita».
Cina che, silenziosamente, resta comunque un attore primario.
«E tra i più avvantaggiati, poiché la crisi attuale in Medio Oriente porta a un indebolimento di tutti i competitor di Pechino, in particolar modo degli Stati Uniti, che ora non solo sono impegnati nel sostegno all’Ucraina, ma anche in quello a Israele».
Quindi, possiamo dire, Pechino mantiene un basso profilo e risparmia le cartucce per un’eventuale crisi a Taiwan.
«Esatto, la Cina è il grande vincitore perché sta risparmiando e mantenendo il suo arsenale. A differenza degli Usa, che stanno spendendo moltissimo, anche in termini di arsenali militari. Ci vorranno anni per poter tornare ai quantitativi pre-guerra in Ucraina per gli Stati Uniti. E questo è un grosso problema.
A novembre però negli Stati Uniti si vota, e sicuramente un’eventuale vittoria di Trump potrebbe avere grosse ripercussioni a livello internazionale.
«Indipendentemente da quello che sarà il colore dell’amministrazione statunitense, il sostegno a Israele è un qualcosa di indiscutibile. Non cambierà nulla, se non un eventuale maggiore sostegno se dovesse vincere un’amministrazione repubblicana. Per quanto riguarda l’Ucraina lo scenario sarebbe diverso, perché già l’amministrazione Biden ha ridotto gli aiuti. L’orientamento è verosimilmente quello di un progressivo raffreddamento nei confronti della causa ucraina, con un potenziale consolidamento delle posizioni conquistate dalla Russia e che di fatto rappresenterebbero un trampolino di lancio per una successiva fase della guerra in Ucraina».






