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Kaja Kallas e Ursula von der Leyen (Ansa)
Alla Commissione si accorgono che i vecchi tempi «non torneranno». Ma con le «transizioni» ci hanno già messi fuori gioco. Infatti Parigi critica l’attivismo di Bruxelles. E Berlino va da sola in cerca di materie prime.
«L’Europa non può più essere un custode del vecchio ordine mondiale, di un mondo che se n’è andato e non tornerà». Con i loro tempi, a Bruxelles hanno attraversato le cinque fasi del lutto. Adesso sono arrivati all’ultima: l’accettazione. Così, ieri, Ursula von der Leyen ha potuto arringare gli ambasciatori dell’Ue, invitandoli a considerare che «non possiamo più fare affidamento» sul beneamato «sistema basato sulle regole» e che occorrono nuove strategie «per difendere i nostri interessi».
«Il nostro sostegno alle Nazioni Unite e alla sua Carta», ha giurato la presidente della Commissione, «è parte essenziale di ciò che siamo». Ma se sullo scacchiere i nobili principi sembrano vigere soltanto a uso e consumo dei più forti, è inutile arrovellarsi sulla questione della legittimità dell’intervento di Usa e Israele in Iran: «Non si dovrebbero versare lacrime per il regime che ha inflitto morte e imposto repressione», ha tagliato corto la tedesca. D’altronde, l’Onu «ha bisogno di riforme» e gli europei devono darsi un obiettivo al passo con l’epoca: «Diventare più resilienti, più sovrani e più potenti». Colpo di scena: i burocrati dell’Unione ci hanno portati sull’orlo del baratro, consegnandoci ai dogmi delle «transizioni» assortite, che ci rendono tanto vulnerabili agli choc e, in prospettiva, non riducono, anzi, aggravano la nostra esposizione strutturale ad attori potenzialmente ostili; eppure, con nonchalance, questi stessi soloni salgono in cattedra. E discettano di una politica di potenza per l’Ue.
Come Ursula, anche Kaja Kallas. Da un lato, l’Alto rappresentante ancora vagheggia la possibilità di «ripristinare il diritto internazionale»; dall’altro, dinanzi al servizio diplomatico europeo, ha ammesso, sulla scorta delle recenti dichiarazioni di Giorgia Meloni, che «i principi che hanno guidato sinora le relazioni internazionali non sono più validi». Chi lo avvisa, Sergio Mattarella? «In questo contesto», ha spiegato la Kallas, «per promuovere gli interessi dell’Unione europea, è fondamentale guardare a una prospettiva più ampia». Quale? A parte le «intese sulla sicurezza con Australia, Islanda e Ghana», nonché la «modernizzazione» delle delegazioni Ue nel mondo, le priorità dell’estone rimangono quelle dei reduci dell’Urss: allargare a Est l’Unione per contrastare «l’imperialismo russo» e - udite udite - trasformare Bruxelles nell’«intermediario tra la produzione industriale dell’Ucraina» di intercettori di droni «e le esigenze militari dei Paesi del Medio Oriente». Luminoso futuro: diventare piazzisti delle armi di Volodymyr Zelensky. Come tutti i bravi broker, prenderemo le commissioni? In fondo, la Von der Leyen è stata chiara: «Il commercio non è solo economia, è potere».
La declinazione della nuova Realpolitik europea deve ancora essere definita nei dettagli. Però i contorni sono delineati. Sempre in una direzione si va a parare: eliminare il requisito dell’unanimità in Consiglio. «Non possiamo più permetterci il lusso del tempo per prendere decisioni nel modo in cui le abbiamo sempre prese e aspettarci che il mondo capisca», ha ammonito la presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola. «Dobbiamo chiederci se le nostre istituzioni e i nostri processi decisionali, pensati per un mondo di stabilità e multilateralismo, tengano il passo con la velocità del cambiamento che ci circonda», ha rincarato la dose la Von der Leyen. La conseguenza del processo riformatore sarebbe un’ulteriore spinta centralista, destinata a mettere gli Stati contro la cabina di comando situata nei palazzi belgi: più sovranità europea significa meno sovranità nazionale. E nemmeno i più entusiasti paladini dell’Unione sono davvero d’accordo.
Ieri, Politico citava il malcontento di alcune cancellerie nei confronti del protagonismo di Ursula, che già era stata apertamente criticata dalla presidente dello Scudo democratico europeo, la transalpina macroniana Natalie Loiseau: «Sulla base di quali informazioni, quali servizi diplomatici, quali competenze e quale mandato fa queste telefonate?», aveva tuonato subito dopo la chiamata ai leader del Paesi del Golfo, la settimana scorsa. Non è un caso che un secondo affondo sia arrivato ieri ancora dalla Francia: il ministro degli Esteri, Jean-Noël Barrot, ha invitato la Commissione ad «attenersi rigorosamente» ai trattati nell’esercizio delle proprie funzioni. Si sa che, quando parla di Ue, Parigi parla di sé. La Francia è l’unico Paese del Vecchio continente ad avere la capacità di proiettare la propria forza militare sulle lunghe distanze e, in questa guerra, intende portare avanti la sua agenda senza interferenze da Bruxelles. Ci ha già provato in Ucraina: l’iniziativa dei volenterosi, che Von der Leyen e compagnia hanno dovuto elogiare, viaggiava su binari paralleli rispetto a quelli dell’Ue. Comunque, pure la Germania preferisce fare da sola.
Dopo mesi di celebrazioni del Critical raw materials act, la normativa europea del 2024 che dovrebbe mettere al sicuro le catene di approvvigionamento strategiche, secondo il Financial Times, Berlino starebbe valutando di creare un meccanismo alla giapponese per limitare la dipendenza dalla Cina e garantirsi l’accesso alle materie prime critiche. I grandi gruppi industriali tedeschi, tra cui Bmw e Rheinmetall, starebbero lavorando con le associazioni di settore per creare un’agenzia dedicata all’acquisto congiunto di terre rare e litio, come fa la Japan organization for metal and energy security (Jogmec).
Peccato: proprio adesso che l’Europa ha capito tutto, nessuno si fida più di lei.
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Secondo Claudio Bertolotti, direttore di React, la guerra all’Iran provocherà attentati anche in Europa. Gli ayatollah sfrutteranno anche la microcriminalità minorile propensa a delinquere.
Il problema non è solo il prezzo, ma la stessa disponibilità del greggio. Il G7 punta ad attingere dalle riserve 400 milioni di barili. Che però tamponeranno solo venti giorni di blocco delle spedizioni. Se i traffici nel Golfo restano fermi più a lungo, che si fa?
Al di là del prezzo. E se iniziasse a scarseggiare il petrolio, da cui dipende il 70% circa dell’economia mondiale? I Paesi del G7 stanno valutando il rilascio coordinato di una parte delle riserve strategiche di greggio per contenere l’impennata dei prezzi sui mercati internazionali dopo l’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran. Secondo quanto riportato dal Financial Times, l’operazione potrebbe arrivare fino a 400 milioni di barili e verrebbe coordinata dall’Agenzia internazionale per l’energia. Finora almeno tre Paesi del gruppo, tra cui gli Stati Uniti, hanno espresso sostegno all’ipotesi, mentre la Ue - come al solito - deciderà oggi. Forse.
Nel complesso, i membri del G7 dispongono di circa 1,2 miliardi di barili di riserve strategiche. Il possibile rilascio avrebbe però un impatto limitato sui consumi globali. Con una domanda mondiale stimata tra 102 e 103 milioni di barili al giorno, 400 milioni di barili coprirebbero circa quattro giorni di fabbisogno globale. Tuttavia il dato più rilevante riguarda i flussi provenienti dal Golfo Persico: circa il 20% del petrolio mondiale passa attraverso lo Stretto di Hormuz. In questo scenario, una liberazione di 400 milioni di barili garantirebbe circa venti giorni di petrolio «sicuro», cioè sufficiente a compensare temporaneamente la quota di greggio che normalmente transita attraverso lo Stretto in caso di blocco delle spedizioni. Se però rilasci ora le riserve, cosa si fa se tra un mese Hormuz è ancora chiuso?
Con tutte queste ipotesi sul tavolo il prezzo del petrolio, Wti texano e Brent europeo, sembravano in giostra a Gardaland ieri. Partiti a quasi 120 dollari al barile, sono crollati sotto i 100 per poi risalire. In ogni caso la tendenza è rialzista, in assenza di novità dal fronte bellico, spinta dai timori di carenze legate alle interruzioni delle forniture dal Medio Oriente. Il blocco - o la riduzione - del traffico nello Stretto di Hormuz rappresenterebbe uno dei più gravi shock dell’offerta nella storia del mercato petrolifero. Secondo diverse stime, la chiusura della rotta comporterebbe una perdita di circa 20 milioni di barili al giorno, una quantità superiore a quella registrata nelle principali crisi energetiche degli ultimi decenni, come la guerra dello Yom Kippur del 1973, la rivoluzione iraniana del 1979 o il conflitto tra Iraq e Kuwait del 1990.
Alcuni produttori della regione hanno già iniziato a ridurre la produzione. Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita avrebbero rallentato i flussi, mentre le infrastrutture di stoccaggio locali stanno progressivamente raggiungendo la capacità massima. Gli analisti di JP Morgan stimano che nei prossimi giorni i tagli potrebbero superare i quattro milioni di barili al giorno. Finora nessun Paese ha interrotto completamente l’estrazione, ma diversi osservatori ritengono che la situazione possa peggiorare se le tensioni militari dovessero protrarsi. «Se i produttori al di fuori di Iraq e Kuwait fossero costretti a ridurre la produzione, la capacità di ripristinare rapidamente l’approvvigionamento pre-crisi diventerebbe sempre più limitata», spiegano gli analisti di Société Générale in una nota. «Il fattore tempo è quindi fondamentale: più a lungo persistono le interruzioni, maggiore è la probabilità che quelle che inizialmente sembrano interruzioni temporanee si trasformino in perdite di approvvigionamento più durature». E «gli Emirati Arabi Uniti sono probabilmente il prossimo produttore a rischio di interruzione della produzione, potenzialmente entro i prossimi cinque-sette giorni», scrivono. «Anche il Qatar è vulnerabile».
Se in Europa, come dicono a Bruxelles, «non c’è rischio di una imminente carenza di petrolio», in Asia, particolarmente esposta alle forniture provenienti dal Golfo, Corea del Sud e Thailandia hanno già annunciato tetti ai prezzi dei carburanti. Il presidente sudcoreano Lee Jae Myung ha parlato di un «peso significativo» sull’economia nazionale e ha promesso interventi rapidi per stabilizzare il mercato. In Thailandia il governo ha invitato la popolazione a non accumulare carburante e ha deciso di limitare temporaneamente il prezzo del gasolio per quindici giorni, mentre in alcune aree si sono già registrate code ai distributori. Anche altri Paesi stanno valutando misure straordinarie. Il Vietnam sta preparando la sospensione temporanea di alcune tasse sulle importazioni di carburante, mentre nelle Filippine il presidente Ferdinand Marcos Jr. ha annunciato l’introduzione di una settimana lavorativa di quattro giorni per parte degli uffici pubblici con l’obiettivo di ridurre i consumi energetici.
Pure negli Usa i prezzi dei carburanti sono in rally. E la Casa Bianca sta esaminando diverse opzioni per contenere l’aumento dei prezzi del petrolio. Secondo Reuters, tra le misure allo studio figurano la limitazione delle esportazioni statunitensi di greggio, l’intervento sui mercati dei future e la sospensione di alcune imposte federali sui carburanti. L’amministrazione starebbe inoltre valutando la possibilità di sospendere temporaneamente alcune norme del Jones Act, che impone il trasporto domestico di carburante su navi battenti bandiera americana.
Il presidente Donald Trump ha definito l’aumento dei prezzi del petrolio un «piccolo prezzo da pagare» rispetto all’obiettivo di neutralizzare la minaccia nucleare iraniana, mentre il segretario all’Energia Chris Wright ha sostenuto che le quotazioni dell’energia potrebbero ridursi se verrà ripristinata la sicurezza del traffico nello Stretto di Hormuz. Ok, ma quando sarà?
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Vladimir Putin (Ansa)
Viktor Orbán: «Eliminare gli embarghi». Persino Francia, Belgio e Spagna comprano ancora combustibili da Mosca.
Dopo 4 anni e 20 (dico venti) pacchetti di sanzioni della Ue contro la Russia, da ieri non siamo già al «contrordine compagni!», ma il vento sta cambiando.
A metà giornata, ci ha pensato il premier ungherese Viktor Orbán a gettare il primo sassolino nell’ingranaggio che gira (a vuoto) da anni scrivendo sui social che «Il blocco petrolifero ucraino e la guerra in Medio Oriente stanno facendo impennare i prezzi del petrolio. L’Europa deve agire. Oggi ho scritto al presidente Costa e a Von der Leyen chiedendo la revisione e la sospensione delle sanzioni sull’energia russa».
A distanza di poche ore, con sospetto tempismo, le parole del presidente russo Vladimir Putin, riportate dalla Tass, hanno avuto l’effetto di trasformare una piccola fessura in una evidente crepa: «La Russia è pronta a garantire ai Paesi della Ue le forniture di petrolio e gas necessarie per stabilizzare i mercati nella situazione d’emergenza dovuta alla guerra nel Golfo Persico, ma per questo è necessario «un segnale» dagli europei». Parole impensabili fino a dieci giorni fa.
Di buon mattino, il terreno era stato sapientemente arato da un articolo apparso sul Wall Street Journal («Il conflitto rende il petrolio russo una merce molto ambita»), in cui si evidenziava il potere contrattuale improvvisamente acquisito da Mosca nel mercato mondiale del greggio. Da essere venditori a sconto rispetto ai prezzi correnti di mercato, i russi si sono ritrovati ad avere in viaggio circa 130 milioni di barili - l’equivalente di più di una settimana di acquisti di Cina e India - che sono diventati merce ambitissima. Al punto che alcune raffinerie indiane non hanno esitato ad offrire un premio tra 1 e 5 dollari sulla quotazione del Brent, pur di accaparrarsi il prezioso carico.
Tra mercoledì e venerdì scorso, Putin aveva già fiutato il vento in poppa e aveva cominciato ad alzare il prezzo, provocando la Ue, minacciando la chiusura dei residui flussi ancora esistenti nonostante le sanzioni. «Si stanno aprendo nuovi mercati, per noi sarebbe meglio chiudere già ora i rapporti con la Ue, prima che lo facciano loro tra pochi mesi, e rivolgerci a clienti più affidabili».
Un modo grezzo ma efficace per fare capire a Bruxelles che ora è lui a selezionare i clienti e che Paesi grandi consumatori di gas e petrolio, come India, Giappone e Corea del Sud, non esiteranno a scatenare una corsa al rialzo per assicurarsi le forniture necessarie ai loro complessi industriali. E ci sono già notizie di navi cariche di Gnl dirette in Europa che hanno invertito la rotta e puntata la prua verso Est.
In questo quadro di tensione, si inserisce la delicata situazione delle riserve di gas del Regno Unito, pari ad appena tre giorni di consumi (tra gas naturale stoccato e Gnl), che inevitabilmente sta costringendo i britannici ad offrire un prezzo più alto rispetto ai concorrenti europei. Ad oggi, il petrolio russo che arriva in Europa è circa il 3% del totale, dopo il divieto di importazioni di greggio via mare dal dicembre 2022 e dei prodotti petroliferi raffinati dal febbraio 2023. Restano solo i modesti flussi via oleodotto, interrotti anch’essi da gennaio a causa dei danni conseguenti a un attacco russo su infrastrutture ucraine, la cui riparazione ha aperto un conflitto tra Kiev e Budapest e rende Orbán particolarmente sensibile a questa crisi dei prezzi.
Ma è sul gas che si gioca la partita più importante, perché nonostante l’ampia diversificazione post guerra, dalla Russia arriva ancora il 13% circa del fabbisogno della Ue. Ad oggi è prevista una graduale uscita dal gas russo entro il gennaio 2027 per il Gnl ed entro settembre 2027 per i flussi via gasdotto. Questi ultimi interessano ormai solo alcuni Paesi dell’Europa centrale, mentre il 49% del Gnl esportato da Mosca a gennaio è finito nella Ue con Francia, Belgio e Spagna tra i principali compratori.
Che il tema sia d’attualità è confermato dalla sua presenza nell’agenda dell’Eurogruppo di ieri, a margine del quale il presidente Kyriakos Pierrakakis ha fatto professione di ottimismo e lo spagnolo Carlos Cuerpo ha assunto una posizione attendista. Entrambi convinti che la Ue abbia gli strumenti, testati durante la fase acuta della precedente crisi energetica del 2022, per reggere l’urto di questa nuova crisi. Noi ci auguriamo soltanto non ci sia bisogno di far arrivare il gas a 300 euro/Mwh per intervenire, perché a quel punto Putin potrebbe non fare più sconti e le nostre industrie potrebbero essere già ferme.
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