Ursula e Kallas scoprono la realtà: «Regole saltate, l’Ue diventi potenza»

«L’Europa non può più essere un custode del vecchio ordine mondiale, di un mondo che se n’è andato e non tornerà». Con i loro tempi, a Bruxelles hanno attraversato le cinque fasi del lutto. Adesso sono arrivati all’ultima: l’accettazione. Così, ieri, Ursula von der Leyen ha potuto arringare gli ambasciatori dell’Ue, invitandoli a considerare che «non possiamo più fare affidamento» sul beneamato «sistema basato sulle regole» e che occorrono nuove strategie «per difendere i nostri interessi».
«Il nostro sostegno alle Nazioni Unite e alla sua Carta», ha giurato la presidente della Commissione, «è parte essenziale di ciò che siamo». Ma se sullo scacchiere i nobili principi sembrano vigere soltanto a uso e consumo dei più forti, è inutile arrovellarsi sulla questione della legittimità dell’intervento di Usa e Israele in Iran: «Non si dovrebbero versare lacrime per il regime che ha inflitto morte e imposto repressione», ha tagliato corto la tedesca. D’altronde, l’Onu «ha bisogno di riforme» e gli europei devono darsi un obiettivo al passo con l’epoca: «Diventare più resilienti, più sovrani e più potenti». Colpo di scena: i burocrati dell’Unione ci hanno portati sull’orlo del baratro, consegnandoci ai dogmi delle «transizioni» assortite, che ci rendono tanto vulnerabili agli choc e, in prospettiva, non riducono, anzi, aggravano la nostra esposizione strutturale ad attori potenzialmente ostili; eppure, con nonchalance, questi stessi soloni salgono in cattedra. E discettano di una politica di potenza per l’Ue.
Come Ursula, anche Kaja Kallas. Da un lato, l’Alto rappresentante ancora vagheggia la possibilità di «ripristinare il diritto internazionale»; dall’altro, dinanzi al servizio diplomatico europeo, ha ammesso, sulla scorta delle recenti dichiarazioni di Giorgia Meloni, che «i principi che hanno guidato sinora le relazioni internazionali non sono più validi». Chi lo avvisa, Sergio Mattarella? «In questo contesto», ha spiegato la Kallas, «per promuovere gli interessi dell’Unione europea, è fondamentale guardare a una prospettiva più ampia». Quale? A parte le «intese sulla sicurezza con Australia, Islanda e Ghana», nonché la «modernizzazione» delle delegazioni Ue nel mondo, le priorità dell’estone rimangono quelle dei reduci dell’Urss: allargare a Est l’Unione per contrastare «l’imperialismo russo» e - udite udite - trasformare Bruxelles nell’«intermediario tra la produzione industriale dell’Ucraina» di intercettori di droni «e le esigenze militari dei Paesi del Medio Oriente». Luminoso futuro: diventare piazzisti delle armi di Volodymyr Zelensky. Come tutti i bravi broker, prenderemo le commissioni? In fondo, la Von der Leyen è stata chiara: «Il commercio non è solo economia, è potere».
La declinazione della nuova Realpolitik europea deve ancora essere definita nei dettagli. Però i contorni sono delineati. Sempre in una direzione si va a parare: eliminare il requisito dell’unanimità in Consiglio. «Non possiamo più permetterci il lusso del tempo per prendere decisioni nel modo in cui le abbiamo sempre prese e aspettarci che il mondo capisca», ha ammonito la presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola. «Dobbiamo chiederci se le nostre istituzioni e i nostri processi decisionali, pensati per un mondo di stabilità e multilateralismo, tengano il passo con la velocità del cambiamento che ci circonda», ha rincarato la dose la Von der Leyen. La conseguenza del processo riformatore sarebbe un’ulteriore spinta centralista, destinata a mettere gli Stati contro la cabina di comando situata nei palazzi belgi: più sovranità europea significa meno sovranità nazionale. E nemmeno i più entusiasti paladini dell’Unione sono davvero d’accordo.
Ieri, Politico citava il malcontento di alcune cancellerie nei confronti del protagonismo di Ursula, che già era stata apertamente criticata dalla presidente dello Scudo democratico europeo, la transalpina macroniana Natalie Loiseau: «Sulla base di quali informazioni, quali servizi diplomatici, quali competenze e quale mandato fa queste telefonate?», aveva tuonato subito dopo la chiamata ai leader del Paesi del Golfo, la settimana scorsa. Non è un caso che un secondo affondo sia arrivato ieri ancora dalla Francia: il ministro degli Esteri, Jean-Noël Barrot, ha invitato la Commissione ad «attenersi rigorosamente» ai trattati nell’esercizio delle proprie funzioni. Si sa che, quando parla di Ue, Parigi parla di sé. La Francia è l’unico Paese del Vecchio continente ad avere la capacità di proiettare la propria forza militare sulle lunghe distanze e, in questa guerra, intende portare avanti la sua agenda senza interferenze da Bruxelles. Ci ha già provato in Ucraina: l’iniziativa dei volenterosi, che Von der Leyen e compagnia hanno dovuto elogiare, viaggiava su binari paralleli rispetto a quelli dell’Ue. Comunque, pure la Germania preferisce fare da sola.
Dopo mesi di celebrazioni del Critical raw materials act, la normativa europea del 2024 che dovrebbe mettere al sicuro le catene di approvvigionamento strategiche, secondo il Financial Times, Berlino starebbe valutando di creare un meccanismo alla giapponese per limitare la dipendenza dalla Cina e garantirsi l’accesso alle materie prime critiche. I grandi gruppi industriali tedeschi, tra cui Bmw e Rheinmetall, starebbero lavorando con le associazioni di settore per creare un’agenzia dedicata all’acquisto congiunto di terre rare e litio, come fa la Japan organization for metal and energy security (Jogmec).
Peccato: proprio adesso che l’Europa ha capito tutto, nessuno si fida più di lei.






