2026-03-10
Mantovani: «Pensare prima alle piccole imprese deve essere un vincolo, non uno slogan»
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Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'Italia Mario Mantovani durante la sessione plenaria a Strasburgo.
Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'Italia Mario Mantovani durante la sessione plenaria a Strasburgo.
Perché votare Sì al referendum del 22-23 marzo? Al prossimo referendum si vota per approvare o no norme costituzionali, dirette a stabilire principi in materia di giustizia, in base ai quali opereranno le leggi in materia. I precetti della Costituzione non sono immutabili: possono, infatti, essere cambiati per adeguarli al mutare delle condizioni. La nuova riforma non dà attuazione ad altri principi costituzionali (sarebbe incongruo), ma conferma quelli già stabiliti, saldandosi con loro e rafforzandoli.
Marco Mansi, sostituto procuratore di Massa
Con il nuovo articolo 104 si separano le carriere dei magistrati, realizzando compiutamente il principio del giudice terzo e chiudendo un cerchio già tracciato dall’articolo 111 della Costituzione (che prevede, ricordo, un giusto processo tra parti contrapposte in posizione di parità davanti a un giudice terzo e imparziale). L’articolo 111 fissa tre principi: indipendenza, ovvero la libertà di decidere senza condizionamenti esterni; imparzialità, ovvero l’assenza di interesse nel processo; terzietà, vale a dire equidistanza dalle altre parti in ogni processo. Il che, per ora, non avviene, dato che, nonostante il principio, nel concreto permane un legame strutturale con il pm, tradendo il fondamentale requisito della terzietà.
La Costituzione non si accontenta dell’indipendenza e dell’imparzialità del giudice: pretende la terzietà che è cosa diversa e riguarda la posizione del giudice in ogni processo. Terzietà che viene tradita quando il giudice fa parte, come avviene ora, dello stesso ordine e degli stessi organi istituzionali del pubblico ministero.
Quindi votare Sì permetterà di abrogare l’unificazione delle carriere di pubblici ministeri e giudici e quel corto circuito per cui i giudici possono influire sulle carriere dei pubblici ministeri e i pubblici ministeri sulle carriere dei giudici.
Votando Sì si elimina qualsiasi unione anche solo psicologica tra pm e giudice e qualsiasi pregiudizio tra le due figure di far vita in comune. Predisporre due Csm, uno per i giudici e uno per i pm, non indebolisce l’autogoverno bensì lo rafforza e lo specializza: il Csm dei giudici tutelerà l’indipendenza di chi deve giudicare, valorizzando il loro equilibrio, la ponderazione, la cultura del dubbio; il Csm dei pm tutelerà l’autonomia degli stessi, valorizzando la capacità investigativa, il rispetto delle garanzie nella fase delle indagini preliminari, la capacità di non fare processi inutili e di essere quindi «avvocato dello Stato».
Separati i Csm per evitare al massimo interferenze reciproche, occorreva, però, intervenire per dare concretezza al principio di indipendenza e autonomia dei magistrati. E qui risiede l’altro obiettivo fondamentale della riforma, il più importante, che è quello di liberare la carriera dei magistrati da condizionamenti di gruppi organizzati.
Il Csm, anche nella forma sdoppiata, continuerà a regolare la vita lavorativa del magistrato, valutandolo, promuovendolo, permettendogli incarichi. È evidente che questo confligge con le elezioni: come non si possono eleggere dagli interessati i componenti della commissione di un concorso, perché ovviamente ognuno voterebbe per l’esaminatore a lui gradito, così va eliminato l’attuale sistema basato sullo scambio di favori reciproci, taciti o espliciti.
Del resto già nei lavori preparatori i Costituenti avevano accennato all’esclusione del sistema elettorale per comporre il Csm, ma la questione non fu dibattuta fino in fondo e, alla fine, venne accantonata. Con il sorteggio non si pescano persone a casaccio, ma si seleziona tra persone che già posseggono requisiti di competenza, certificati da valutazioni di professionalità, e che osservano regole di cultura istituzionale.
Il sorteggio sradica il malgoverno attuale e soprattutto elimina intrecci con la politica: elimina le correnti organizzate, i pacchetti di voti, gli accordi incrociati con la politica sulle nomine apicali (la vicenda Palamara ne è un chiaro esempio: i politici a braccetto con i magistrati per la nomina del procuratore di Roma). Disinnesca queste dinamiche, perché elimina la campagna elettorale interna, spezza le filiere di fedeltà, rende imprevedibile il controllo delle cariche. È il miglior antidoto alla politicizzazione, non il suo veicolo. E spezza i condizionamenti che minano dall’interno l’indipendenza del magistrato.
Ed è questa la posta in gioco: la difesa dell’indipendenza interna dei magistrati, più che quella esterna.
L’Anm è entrata nel dibattito referendario come soggetto politico per il timore di perdere l’occupazione del Csm. Il suo braccio politico, le correnti, con il sorteggio, non occuperebbero più l’organo che amministra le carriere dei magistrati e che li sanziona per mancanze disciplinari. Non si introdurrebbero indebitamente e illegalmente nella vita lavorativa di un magistrato.
L’equazione è piuttosto banale.
Il Csm è eletto, cioè votato, quindi politico. Chi concorre a un incarico qualsiasi (anche per la Corte di Cassazione) viene votato da chi già è stato votato, più o meno senza regole se non quelle rigidissime della spartizione. Ho avuto tot voti, ho «diritto» a tot incarichi, prescindendo dal merito degli aspiranti.
Sono, dunque, incarichi politici perché frutto del voto. E porre al vertice degli uffici giudiziari dei «politici» mette a rischio la democrazia ben più di quanto non lo faccia la separazione tra giudicanti e inquirenti. Perché il problema non sono neppure le aspettative di carriera dei magistrati: il problema è il servizio che la magistratura deve garantire al cittadino. E c’è molta differenza nella resa del servizio se i capi degli uffici vengono selezionati in base alle loro qualità oggettive o in base alla tessera che hanno in tasca o alla loro ruffianeria. Anche quando la giustizia disciplinare punisce chi non dà fastidio e non chi si comporta malissimo.
Personalmente, ogni giorno, sul lavoro, da pm, mi confronto con decisioni di colleghi in materie gravi che ritengo sbagliate e magari impugno. A volte ci sto proprio male, perché mi sembrano proprio sbagliate. A volte scopro poi che avevano ragione loro e scopro alcuni miei limiti, ripromettendomi di far meglio. Ma sono sereno perché so che quei colleghi decidono in scienza e coscienza e, come me e come tutti, a volte sbagliano. Ma quelli correntizi, quelli dei «soci organizzati», con liste segrete, non sono «errori».
L’aggressione illegale a magistrati non è un errore; tutti gli innumerevoli voti per decidere il conferimento di incarichi secondo l’utilità politica della corrente non sono errori; mantenere, in violazione del giudicato amministrativo, un procuratore nella sua posizione, nonostante la sconfitta davanti al Tar e al Consiglio di Stato a cui ha fatto ricorso il magistrato perdente, non sono errori.
Sono crimini. Non nel senso di reati (anche se a volte sono pure quelli) ma nel senso di «cose contrarie a un minimo etico» che qualsiasi consesso che voglia dirsi civile non violerebbe in modo sfacciato.
Se siamo arrivati alla riforma non è un caso: le riforme intervengono come controllo sociale e reazione sociale, prima ancora che politici, a comportamenti sfacciatamente inqualificabili. Lo Stato non può lasciare qualche proprio pezzo alla deriva.
Non scopro io che il Csm odierno e il sistema di potere che governa (perché è improprio parlare di «autogoverno», evocando una Costituzione palesemente violentata) la magistratura e che comprende anche la Procura generale della Cassazione è connotato da un agire con la pretesa - ostinatamente perseguita sicuramente da quando io sono in magistratura (ma temo anche da ben prima) - di non essere soggetto ad alcuna regola. Immaginiamo, per paradosso, due Paesi: in uno il popolo sceglie chi governa, ma poi l’eletto governa come dice lui; nell’altro, invece, governa il re per discendenza dinastica, ma governa rispettando delle regole. Ecco, quello democratico sarebbe il secondo dei due Paesi.
Il sorteggio non è stortura: è civiltà contro la barbarie di posti e incarichi spartiti per affiliazione e non per merito, contro decisioni mosse dalla volontà di salvare il magistrato che supporta la corrente.
Qualsiasi cittadino non vuole essere amministrato, giudicato, processato da uno intelligente, bravo, onesto, eccetera, ma da uno che, banalmente, rispetti delle regole. Invece è amministrato, processato, giudicato da gente che fa quello che vuole, difendendo il suo agire sostenendo di essere «bravo», «eletto», «migliore», ispirato da nobili ideali. Ma poi, purtroppo, arrivano le chat di Luca Palamara e si scopre che di quei nobili fini non c’è la minima traccia e che tutto è sempre stato il basso e meschino perseguimento di interessi privati.
Ciò che risolverebbe il problema è il voto per il Sì, per dire a muso duro a questa gente che la deve smettere di fare quello che gli pare. Che la deve smettere di «fare politica» in magistratura. Che deve darsi delle regole e poi rispettarle. Perché la difesa della legalità vale in ogni caso: non si cambia idea quando la legge è intralcio a manovre di potere poco pulite all’interno del Csm.
A chi gestisce l’Anm schierata per il No non importa nulla dell’indipendenza dei magistrati. Importa solo della permanenza di un sistema di governo della magistratura strutturato secondo lo stesso schema del potere politico e con difetti in parte identici, in parte peggiori.
Il cittadino che va a votare ha l’occasione di fare il rappresentante parlamentare: è chiamato a votare su una legge così come avviene in Parlamento. Deve pronunciarsi sulla legge e nel dibattito non può dire se è contro o no Giorgia Meloni, se è di sinistra o di destra. Deve valutare la legge e dire se è giusta o sbagliata. Prendendo posizione sulla legge, prescindendo dal proprio schieramento politico, il cittadino che va a votare ha una grande occasione: dire basta a questo sistema di potere che da anni condiziona la magistratura e l’intero Paese, perché è questa la radice dei mali della macchina della giustizia, che costa ogni anno al Paese due punti del Pil e grava per decine di miliardi di euro sulle casse dello Stato.
Il cittadino, con il suo voto, potrà anche orientare le future scelte in modo da avere, alla fine, una giustizia più rapida ed efficiente, perché indirizzata in tal senso dalla Costituzione. Votare Sì al sorteggio per il Csm a questo serve, a far capire ai magistrati italiani che sono i servi della legge e delle regole e non i padroni.
Ed è per questo che voterò Sì.
La scena, come ha ricostruito ieri La Verità, era insolita. Un magistrato che parla del referendum per la riforma della magistratura davanti ai fedeli tra i banchi di una chiesa alla fine della messa della domenica. E lui, il protagonista di domenica mattina, rivendica con calma di avere fatto soltanto una cosa: spiegare. «Io ho fatto un intervento, sì, in una chiesa dove mi era stato chiesto di spiegare in che cosa consistesse il referendum», dice alla Verità Francesco Paolo Cardona Albini, noto alle cronache per avere rappresentato l’accusa durante il processo per i fatti della scuola Diaz, durante il G8, e per l’inchiesta sui presunti concorsi truccati nella facoltà di Giurisprudenza dell’università genovese, aggiungendo: «Ho spiegato in maniera molto semplice, perché non avevo più di cinque-dieci minuti per parlare di questa cosa, e ho invitato tutti ad andare a votare, perché è una riforma costituzionale e quindi interessa a tutti i cittadini».
Il magistrato racconta così la sua presenza nella chiesa di San Donato, nel cuore del centro storico di Genova. Una presenza che ha fatto discutere. Perché quel breve intervento ha acceso qualche malumore tra chi era seduto tra le navate. Il magistrato ricostruisce la scena: «Alla fine dell’intervento ho informato l’uditorio che ci sarebbe stato un incontro, moderato da un giornalista, il 16 marzo al liceo Colombo, pubblicizzato dagli stessi ragazzi dell’istituto, dove interverrò io insieme a un collega (Giuseppe Longo, anche lui pm della Procura di Genova, ndr) a spiegare le ragioni del No e interverranno due avvocati (Giovanni Beverini ed Emanuele Olcese, ndr) per quelle del Sì». È a quel punto che, secondo il magistrato, qualcosa sarebbe cambiato nell’aria della chiesa. «Molti», racconta il magistrato, «mi hanno ringraziato per questa spiegazione, mentre una persona ha polemizzato perché ha ritenuto che io stessi facendo propaganda elettorale, cosa che non credo onestamente di aver fatto. Un’altra persona mi ha detto all’uscita della chiesa “sono d’accordo con lei, non ha fatto propaganda, perché l’avrebbe fatta se avesse detto «votate no”».
Ma, come detto, tra i presenti c’era anche chi ha giudicato in modo critico l’intervento dall’altare del magistrato schierato per il No. È probabilmente lui l’uomo ha cui ha fatto riferimento con noi Cardona Albini. Si tratta dell’avvocato Enrico Ivaldi, già consigliere comunale eletto con l’Ulivo, ora attivista del Pd nel circolo del centro storico, presente alla funzione e che ha scelto di affrontare direttamente il magistrato al termine dell’intervento. La sua versione è molto più netta: «Ho parlato con il pm, dicendo che non mi sembrava il caso di fare queste cose in chiesa». Il punto, per lui, non è il merito del referendum. Dice: «Al di là del No, del Sì, della Sampdoria o del Genoa». Il problema è il luogo. «Non era il luogo adeguato».
L’avvocato usa parole semplici, ma taglienti: «Parlare dall’altare e fare un comizio per votare non mi sembra una grande idea. E questo vale per qualsiasi cosa, anche per altri argomenti». La sua obiezione non riguarda la riforma, ma il contesto: «Al di là che uno sia d’accordo o meno, proprio non mi sembra il luogo». Il confronto, racconta, è stato breve: «Io ho detto soltanto “guardi, non mi sembra una cosa opportuna”. Mi fa specie che lei non si renda conto, da procuratore della Repubblica, dell’inopportunità». E la risposta del magistrato? «Che gliel’hanno chiesto», afferma Ivaldi. Una frase che chiude il piccolo incidente tra i banchi della chiesa.
Un botta e risposta rapido, consumato all’uscita. A rivendicare la scelta, però, è soprattutto il parroco, don Carlo Parodi. Ed è proprio il sacerdote a ricostruire la genesi dell’invito rivolto alla toga. La premessa: «Non ho invitato il magistrato a intervenire durante la messa, ma quando questa era ormai finita». Il sacerdote non vede nulla di strano in quello che è accaduto tra le navate. Anzi, lo definisce un servizio ai parrocchiani: «È un servizio anche civico che facciamo». Il sacerdote porta un esempio concreto: «Quando i carabinieri mi hanno chiesto di venire a parlare alla gente delle frodi e dei pericoli delle truffe, sono venuti e alla fine della messa l’hanno fatto». Secondo il parroco, la logica è la stessa: «Quello di ieri è stato un servizio d’informazione». Una scelta che, nella sua ricostruzione, rientra quindi in una prassi già adottata in altre occasioni per temi di interesse pubblico.
Peccato che il magistrato, l’unico invitato a informare i parrocchiani, sia schierato proprio per il No. E che la sua partecipazione al dibattito pubblico sulla riforma della magistratura sia già avvenuta in altri contesti cittadini. Solo lo scorso 5 marzo, sempre a Genova, infatti, con Carlo Ferruccio Ferrajoli, docente di Diritto costituzionale, aveva preso parte a un incontro organizzato dal comitato Giusto dire No, quello partorito dall’Associazione nazionale magistrati.
«L’Europa non può più essere un custode del vecchio ordine mondiale, di un mondo che se n’è andato e non tornerà». Con i loro tempi, a Bruxelles hanno attraversato le cinque fasi del lutto. Adesso sono arrivati all’ultima: l’accettazione. Così, ieri, Ursula von der Leyen ha potuto arringare gli ambasciatori dell’Ue, invitandoli a considerare che «non possiamo più fare affidamento» sul beneamato «sistema basato sulle regole» e che occorrono nuove strategie «per difendere i nostri interessi».
«Il nostro sostegno alle Nazioni Unite e alla sua Carta», ha giurato la presidente della Commissione, «è parte essenziale di ciò che siamo». Ma se sullo scacchiere i nobili principi sembrano vigere soltanto a uso e consumo dei più forti, è inutile arrovellarsi sulla questione della legittimità dell’intervento di Usa e Israele in Iran: «Non si dovrebbero versare lacrime per il regime che ha inflitto morte e imposto repressione», ha tagliato corto la tedesca. D’altronde, l’Onu «ha bisogno di riforme» e gli europei devono darsi un obiettivo al passo con l’epoca: «Diventare più resilienti, più sovrani e più potenti». Colpo di scena: i burocrati dell’Unione ci hanno portati sull’orlo del baratro, consegnandoci ai dogmi delle «transizioni» assortite, che ci rendono tanto vulnerabili agli choc e, in prospettiva, non riducono, anzi, aggravano la nostra esposizione strutturale ad attori potenzialmente ostili; eppure, con nonchalance, questi stessi soloni salgono in cattedra. E discettano di una politica di potenza per l’Ue.
Come Ursula, anche Kaja Kallas. Da un lato, l’Alto rappresentante ancora vagheggia la possibilità di «ripristinare il diritto internazionale»; dall’altro, dinanzi al servizio diplomatico europeo, ha ammesso, sulla scorta delle recenti dichiarazioni di Giorgia Meloni, che «i principi che hanno guidato sinora le relazioni internazionali non sono più validi». Chi lo avvisa, Sergio Mattarella? «In questo contesto», ha spiegato la Kallas, «per promuovere gli interessi dell’Unione europea, è fondamentale guardare a una prospettiva più ampia». Quale? A parte le «intese sulla sicurezza con Australia, Islanda e Ghana», nonché la «modernizzazione» delle delegazioni Ue nel mondo, le priorità dell’estone rimangono quelle dei reduci dell’Urss: allargare a Est l’Unione per contrastare «l’imperialismo russo» e - udite udite - trasformare Bruxelles nell’«intermediario tra la produzione industriale dell’Ucraina» di intercettori di droni «e le esigenze militari dei Paesi del Medio Oriente». Luminoso futuro: diventare piazzisti delle armi di Volodymyr Zelensky. Come tutti i bravi broker, prenderemo le commissioni? In fondo, la Von der Leyen è stata chiara: «Il commercio non è solo economia, è potere».
La declinazione della nuova Realpolitik europea deve ancora essere definita nei dettagli. Però i contorni sono delineati. Sempre in una direzione si va a parare: eliminare il requisito dell’unanimità in Consiglio. «Non possiamo più permetterci il lusso del tempo per prendere decisioni nel modo in cui le abbiamo sempre prese e aspettarci che il mondo capisca», ha ammonito la presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola. «Dobbiamo chiederci se le nostre istituzioni e i nostri processi decisionali, pensati per un mondo di stabilità e multilateralismo, tengano il passo con la velocità del cambiamento che ci circonda», ha rincarato la dose la Von der Leyen. La conseguenza del processo riformatore sarebbe un’ulteriore spinta centralista, destinata a mettere gli Stati contro la cabina di comando situata nei palazzi belgi: più sovranità europea significa meno sovranità nazionale. E nemmeno i più entusiasti paladini dell’Unione sono davvero d’accordo.
Ieri, Politico citava il malcontento di alcune cancellerie nei confronti del protagonismo di Ursula, che già era stata apertamente criticata dalla presidente dello Scudo democratico europeo, la transalpina macroniana Natalie Loiseau: «Sulla base di quali informazioni, quali servizi diplomatici, quali competenze e quale mandato fa queste telefonate?», aveva tuonato subito dopo la chiamata ai leader del Paesi del Golfo, la settimana scorsa. Non è un caso che un secondo affondo sia arrivato ieri ancora dalla Francia: il ministro degli Esteri, Jean-Noël Barrot, ha invitato la Commissione ad «attenersi rigorosamente» ai trattati nell’esercizio delle proprie funzioni. Si sa che, quando parla di Ue, Parigi parla di sé. La Francia è l’unico Paese del Vecchio continente ad avere la capacità di proiettare la propria forza militare sulle lunghe distanze e, in questa guerra, intende portare avanti la sua agenda senza interferenze da Bruxelles. Ci ha già provato in Ucraina: l’iniziativa dei volenterosi, che Von der Leyen e compagnia hanno dovuto elogiare, viaggiava su binari paralleli rispetto a quelli dell’Ue. Comunque, pure la Germania preferisce fare da sola.
Dopo mesi di celebrazioni del Critical raw materials act, la normativa europea del 2024 che dovrebbe mettere al sicuro le catene di approvvigionamento strategiche, secondo il Financial Times, Berlino starebbe valutando di creare un meccanismo alla giapponese per limitare la dipendenza dalla Cina e garantirsi l’accesso alle materie prime critiche. I grandi gruppi industriali tedeschi, tra cui Bmw e Rheinmetall, starebbero lavorando con le associazioni di settore per creare un’agenzia dedicata all’acquisto congiunto di terre rare e litio, come fa la Japan organization for metal and energy security (Jogmec).
Peccato: proprio adesso che l’Europa ha capito tutto, nessuno si fida più di lei.
Secondo Claudio Bertolotti, direttore di React, la guerra all’Iran provocherà attentati anche in Europa. Gli ayatollah sfrutteranno anche la microcriminalità minorile propensa a delinquere.

