Il conduttore tv vicino a Putin è niente in confronto a Landini e intellettuali

Gli insulti personali e sessisti a Giorgia Meloni del conduttore televisivo Solovyev hanno provocato reazioni sdegnate e bipartisan e il disgraziato è stato apostrofato con aggettivi di tutti i tipi: pazzo, indegno, sessista, marionetta di Putin e chi più ne ha più ne metta.
Giusto, nessuno può dare della prostituta alla premier italiana e pensare di uscirne indenne, su quelle parole volgari si è aperta addirittura un caso diplomatico con tanto di convocazione alla Farnesina dell’apparentemente incolpevole ambasciatore russo. Giusto anche questo.
Insomma, siamo tutti indignati ma non tutti abbiamo diritto di esserlo perché Solovyev il russo non ha fatto nulla di più o di peggio di quello che autorevoli esponenti dell’intellighenzia della sinistra italiana fanno abitualmente e ovviamente impunemente. Ottobre 2025, studio di DiMartedì, il talk show politico de La7 condotto da Giovanni Floris: un Maurizio Landini segretario del più grande sindacato italiano, la Cgil, con la bava alla bocca che in confronto il russo sembra un agnellino, non ha dubbi e in diretta sostiene che «Giorgia Meloni è una cortigiana», che da vocabolario significa «prostituta di alto livello che offre compagnia e favori sessuali ai nobili». Insomma il copyright di «Meloni prostituta» è made in Cgil ma non risulta che né Landini né Floris siano stati chiamati da chicchessia a renderne conto. Anzi, hanno goduto di una certa solidarietà da parte di politici e colleghi opinionisti e il caso è stato subito derubricato a «Meloni su, dai, non fare la vittima per così poco». Del resto, insultare sul piano personale Giorgia Meloni è lo sport nazionale della sinistra non russa bensì italiana. Il cui guru, Roberto Saviano, ha anticipato e probabilmente ispirato Solovyev: «Meloni è una bastarda».
Il suo amico Luciano Canfora, pluridecorato intellettuale comunista non a caso filologo classico e grecista, non ha voluto mancare alla festa del rutto libero: «Meloni è una cafona», «Meloni è neonazista nell’anima», ha dichiarato in sequenza. Salvo poi entrambi - Saviano e Canfora -piagnucolare alla prima querela: «Siamo in una dittatura, vogliono censurare e impedire la libertà di espressione e di pensiero», si sono lamentati, ottenendo la solidarietà della sinistra e della stampa a intera che ancora un po’ dichiara uno sciopero in loro favore.
Solo un filino meno violento di Saviano e del russo, ma altrettanto volgare, è stato di recente Nicola Fratoianni, che in quanto deputato dovrebbe conoscere almeno le regole della civile convivenza: «La Meloni», ha scritto in un post, «è un topo che scappa». Prostituta, topo, bastarda, che altro si poteva dire? Beh, una cosa non poteva mancare nel campionario che Solovyev ha fatto suo, il più scontato e banale: fascista. Tomaso Montanari, rettore poco magnifico dell’Università per stranieri di Siena: «La Meloni è profondamente fascista, fa sue le parole di Mussolini». Di più: «Meloni è una bandita». E il suo amico Angelo d’Orsi, altro raffinato accademico comunista: «Meloni è una urlatrice da mercato, una faccia che non mi piace». Anche in questi casi sdegno e proteste non pervenute.
Non capisco come questo Paese possa protestare con Putin per le volgarità gratuite di un suo portavoce se poi i nostri giudici mandano assolto, tra una ola generale, il solito Saviano per aver detto di Matteo Salvini «il ministro della malavita»; o come nessuno obietti che Marco Travaglio sia solito appellare in prima pagina il ministro Carlo Nordio come «il Carletto mezzolitro», ipotizzando che sia un povero demente alcolizzato.
Insomma, Solovyev? Un dilettante dell’insulto a riporto degli intellettuali, si fa per dire, italiani. Con in più l’attenuante che il suo capo, Putin, in effetti Giorgia Meloni lo fa uscire di testa con la sua posizione ostinatamente e convintamente filo ucraina. A sinistra anche la solidarietà, come certe bugie, ha le gambe corte.




La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)

