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Mario Calabresi e Pierfrancesco Majorino (Ansa)
Tra i dem, Mario Calabresi e Pierfrancesco Majorino si trovano in pole position nella corsa per il capoluogo lombardo. Ma in Pd e Avs ci sono parecchi malumori.
Manca poco più di un anno al voto per eleggere il nuovo sindaco di Milano. La data appare lontana, ma si intravvedono le prime agitazioni a sinistra, alimentate da una serie di sondaggi che assegnano un buon vantaggio al campo largo.
Le recenti inchieste sull’urbanistica non paiono infatti intaccare più di tanto il consenso: hanno piuttosto alimentato discussioni sul fatto che Milano sia una città troppo elitaria, dove il guadagno di pochi tende a prevalere sull’interesse pubblico. Ma il dibattito esiste anche perché tanti vedono un capoluogo ambivalente, luogo delle opportunità ma anche dei sacrifici. Resta un fatto: la maggior parte dei milanesi ha continuato a preferire le stesse giunte di centrosinistra sotto le quali questa sensazione si è diffusa. È un’apparente contraddizione che si può provare a spiegare in vari modi.
Il primo è che, nonostante la narrazione di una città «escludente», nel complesso Milano soddisfa chi ci vive. Circa il 70% dei residenti è proprietario di casa: per queste persone l’aumento dei prezzi delle abitazioni - motivo di forti critiche - si traduce in aumento del valore dei loro immobili, rivendibili a prezzi molto più alti.
Il secondo elemento è che più del 60% degli attuali residenti non viveva in città 15 anni fa. Sono persone che si sono trasferite perché attratte dall’offerta di Milano: università, servizi pubblici abbastanza efficienti, lavoro, vita sociale. Anche se sono ormai evidenti sia le sofferenze delle periferie sia l’abbassamento del livello di sicurezza per i cittadini: temi sui quali la sinistra ha finora balbettato.
Sta di fatto che tutto ciò ha permesso, dal 2011 a oggi, al centrosinistra milanese di mantenere la maggioranza, in controtendenza rispetto al resto del territorio. Prendiamo le regionali 2023: in tutta la Lombardia la coalizione di centrodestra che candidò Attilio Fontana vinse con il 54,65%: ben 20 punti in più del centrosinistra con candidato Pierfrancesco Majorino. A Milano, la coalizione di quest’ultimo vinse con il 45%, con Fontana fermo al 39. È in questo quadro che si spiega l’appetito di molti candidati. Ma come sempre succede, più nomi ci sono e più iniziano le divisioni. Le cronache cittadine informano che tra i candidati a sostituire Beppe Sala due sono quelli che vanno per la maggiore: Mario Calabresi, giornalista e figlio del commissario di polizia Luigi, ucciso in un agguato terrorista 54 anni fa, e Pierfrancesco Majorino, attuale consigliere regionale. Uno che, se c’è da candidarsi a qualcosa, risponde sempre presente. Sono due profili che non ricevono un forte consenso, e ognuno di essi trova ostacoli in ampi settori della possibile coalizione.
Partiamo da Calabresi. Rumors interni al Pd, sia attorno al segretario milanese sia nella segretaria regionale, riferiscono della sensazione di una candidatura debole. Inoltre, nella parte più a sinistra, la sua storia personale risveglia antichi ricordi e riapre ferite mai dimenticate: suo padre venne si assassinato da esponenti di Lotta continua, ma una fetta dell’opinione pubblica gli ha sempre attribuito la responsabilità per la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli. Per questo risulta difficile pensare che Avs e altri raggruppamenti di sinistra possano convintamente appoggiarlo.
Per quanto riguarda Majorino invece le contrarietà sono più trasversali e con ragioni diverse. Un’area che include anche settori del Pd rinfaccia a Majorino le cariche di consigliere e assessore al comune di Milano, poi la candidatura in Europa, poi l’abbandono del Parlamento europeo dopo poco tempo per candidarsi in Lombardia. Per i riformisti, poi, si tratta di una candidatura troppo a sinistra. Motivo per cui, anche se con ragioni opposte, Avs non si scalda più di tanto: non vorrebbe delegare la propria rappresentanza radicale a un esponente Pd.
Insomma, di fronte alla coalizione di sinistra c’è un bel rebus, e anche in questo caso, come a livello nazionale, c’è grande incertezza sul tema della primarie. Il quadro è questo: condizioni elettorali favorevoli per il centro -sinistra , ma forti divisioni sui nomi che, se si accentueranno, rischiano di non dare la partita elettorale per scontata. Vedremo gli sviluppi, ma comincia già a farsi largo l’idea che, al di là di queste schermaglie posizionali preventive, forse sia il caso di ricercare qualcun altro che possa meglio competere per assicurarsi il governo della città respingendo i tentativi, fin qui non convintissimi, del centrodestra di rientrare in partita.
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(Ansa)
Stretta della Salis sulla sicurezza. In città compaiono sempre più scritte contro l’adunata degli «assassini». Don Farinella, sacerdote in prima linea per gli immigrati, sbatte la porta in faccia ai partecipanti del raduno.
Finalmente è tutto pronto per l’adunata degli alpini che inizia oggi a Genova: Non una di meno ha pubblicato un form per segnalare ipotetiche molestie; i primi cocci di vetro sono già stati lanciati dalle finestre contro alcune penne nere; don Paolo Farinella ha chiuso la sua chiesa a causa dell’invasione non gradita (l’altra, quella di stranieri, va invece benissimo) degli alpini e, infine, le mura della città si sono, poco alla volta, riempite di scritte «Assassini».
Pronti, via: si può quindi iniziare con l’adunata.
Alla vigilia dell’evento, per non farsi trovare impreparata, Non una di meno ha pubblicato un form, rigorosamente anonimo, in cui le donne, ma anche tutte le «altr3» (sì, le femministe 2.0 hanno scritto proprio così nel loro comunicato), potranno «dare voce al disagio provocato dall’adunata e darne eventualmente informazione pubblica». I racconti, prosegue poi Non una di meno, potranno essere pubblicati sui social, l’unico luogo in cui queste denunce ai danni degli alpini esistono realmente. Come abbiamo già raccontato, infatti, delle oltre 500 testimonianze raccolte in occasione dell’adunata di Rimini, nessuna ebbe poi alcun seguito in un’aula di tribunale. Ma tant’è. Colpire mediaticamente gli alpini aiuta a ottenere visibilità. A volte colpirli anche fisicamente può dare una mano. Come è successo nella notte tra mercoledì e giovedì quando alcune penne nere che si trovavano in vico San Bernardo hanno rischiato di essere centrate da dei barattoli di vetro lanciati dalle finestre. Nessuno, fortunatamente, è rimasto ferito.
Don Farinella, sacerdote da sempre impegnato a sinistra, ha preferito chiudere la propria chiesa, affiggendo sul portone di essa un foglio in cui spiegava il perché di questa decisione: «Questa chiesa non ha territorio e nemmeno parrocchiani. Chi la frequenta viene da tutta Genova e anche da fuori, con mezzi pubblici propri o treni. Ne consegue che, causa alpini, San Torpete è costretto a chiudere domenica». Ora, a rigor di logica, proprio perché la «sua» chiesa non ha territorio e nemmeno parrocchiani, don Farinella avrebbe dovuto tenerla aperta per accogliere gli alpini arrivati da ogni parte d’Italia. Anche perché, tra tutti i corpi militari, quello delle penne nere è quello maggiormente ancorato alla fede cattolica. Gli alpini sarebbero potuti passare di là, dalla chiesa di san Torpete, per accendere un cero al loro Signore delle cime. E invece no. La chiesa è chiusa. La Messa è finita. Andate in pace. E, per favore, bevete nei bicchieri di plastica.
Il sindaco Silvia Salis, infatti, su proposta degli assessori alla Sicurezza, Arianna Viscogliosi, e al Commercio, Tiziana Beghin, ha firmato un’ordinanza per regolamentare il consumo di bevande e l’utilizzo di oggetti potenzialmente pericolosi nelle aree a maggiore afflusso del raduno. Dalle 10.30 di oggi alla mezzanotte di domenica, niente spray urticanti, fuochi pirotecnici e coltelli (e va bene, anche se forse un controllo in più nelle zone dello spaccio forse andrebbe fatto però). Leggendo l’ordinanza, però, viene da chiedersi: negli altri giorni è concesso? E se sì in quale zone?
Nel documento si legge poi che «su tutto il territorio comunale è vietato consumare bevande in contenitori di vetro, metallo (lattine) o ceramica su strade e piazze. È consentito il consumo di bevande contenute in recipienti di vetro o metallo o ceramica all’interno dei locali e nei dehors/plateatici regolarmente autorizzati delle attività di somministrazione, a condizione che il consumo avvenga con avventori seduti e limitatamente agli spazi assentiti. È consentita la vendita di bevande in contenitori di vetro o metallo o ceramica esclusivamente per consumo differito, non in luogo pubblico o aperto al pubblico, a condizione che i contenitori siano chiusi e sigillati al momento della vendita e vengano trasportati dal luogo di acquisto al luogo privato di consumo, restando in ogni caso vietata l’apertura e il consumo su area pubblica o aperta al pubblico». Il tutto sarà in vigore dalle «ore 10.30 del giorno 8, alle ore 00.00 del giorno 11, limitatamente all’area di colore verde». E giù poi con l’elenco delle vie interessate dall’ordinanza.
Per gli alpini, provare a bere qualcosa sarà una corsa a ostacoli, che però pare stiano vincendo. Sia come sia, il giorno del raduno è arrivato. «È la prima volta che veniamo trattati così», dicono gli alpini quando si chiede loro un commento. Anche le scritte comparse sui muri della città non aiutano. «Meno alpini e più gattini» è quella più delicata. C’è chi, sulla basilica di san Siro, ha invocato la morte delle penne nere. Altri invece, hanno preferito definirli assassini. O molestatori. Nonostante le minacce, nonostante le folli ordinanze sugli spazi pubblici che ne hanno complicato l’arrivo, alla fine gli alpini sono a Genova. È un po’ nella loro storia: esserci nonostante tutto.
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Il Brasile ha spedito in Grecia, il giorno dopo l’entrata in vigore dell’intesa, tre tonnellate di carne avicola infettata dalla salmonella. Continua la protesta dei contadini italiani.
Stavolta ci toccherà di dare ragione a Emmanuel Macron che si è schierato - insieme con Polonia, Austria, Irlanda e Ungheria - contro il Mercosur e in cambio ha anche ottenuto che l’autorità doganale europea, fondamentale per svolgere le analisi sulle merci importate, sia radicata a Lille, frustrando la richiesta italiana che la voleva a Roma.
Dal Brasile arriva pollo contaminato da salmonella che invade il mercato europeo senza alcun controllo. Nella partita del Mercosur per l’Italia c’è anche un’aggravante, se così si può dire: aveva fatto fronte comune con gli altri Paesi per bloccarlo, ma alla fine ha detto sì al trattato di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay con annessa Bolivia. Il ministro per la Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, anche su consiglio di Giorgia Meloni, si era fatto convincere perché la Commissione Ue ha promosso l’applicazione della clausola di reciprocità: i prodotti agricoli importati dal Mercosur devono avere le stesse garanzie di salubrità e qualità di quelli europei.
Promessa immediatamente smentita da quanto è accaduto in Grecia: è sbarcato un carico di carne di pollo contaminato il 2 maggio, il giorno seguente all’entrata in vigore ufficiale del Mercosur. Ursula von der Leyen ha fatto il diavolo a quattro per far ratificare l’accordo il prima possibile, ha sfidato il Parlamento europeo che ha chiesto alla Corte di giustizia di verificare se l’accordo violi o meno i Trattati europei e lo ha fatto applicare in via provvisoria infischiandosene del pronunciamento dei giudici. Il che espone l’Ue, nel caso in cui la Corte di Lussemburgo sancisse l’illegittimità dell’accordo, a un contenzioso lungo e oneroso assai. Pur di vendere le vecchie Mercedes, le Bmw e le Audi ai brasiliani che ci rimpinzano di ogni schifezza agricola, la baronessa non è andata tanto per il sottile. Ma, come si dice, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. E la prima, gravissima conseguenza del Mercosur si è materializzata in Grecia, Paese che, dopo la batosta della crisi monetaria del 2009, di fatto è a trazione tedesca e il leader di Nea Democratia e premier, Kyriakos Mitsotakis, ha già pagato un prezzo alto in popolarità. Ha seguito la stessa traiettoria dell’Italia anche se i contadini greci sono tutt’ora sul piede di guerra, soprattutto i coltivatori di riso Ndel nord, gli allevatori del Peloponneso e gli olivicoltori e vignaioli di Creta dove ci sono state le proteste più violente.
E hanno ragione perché l’80% del primo carico di pollo congelato, pari a 3 tonnellate in totale, giunto in Grecia dal Brasile, era contaminato da salmonella. Lo ha rivelato la Federazione panellenica degli ingegneri geotecnici. Quanto accaduto solleva seri interrogativi sull’efficacia dei meccanismi di controllo dell’Ue sulla sicurezza degli alimenti importati. Secondo i risultati dei laboratori veterinari di Agia Paraskevi, nella periferia di Atene, 8 su 10 dei primi lotti analizzati sono risultati contaminati da salmonella e il presidente della Federazione panellenica degli ingegnergeotecnici pubblici, Nikos Kakavas, lo ha confermato esprimendo forti preoccupazioni circa l’adeguatezza dei controlli sui prodotti importati.
Nikos Kakavas ha denunciato peraltro le gravi ripercussioni sull’agricoltura greca a causa delle importazioni selvagge via Mercosur, in un Paese che, avendo solo il 40% dei tecnici che servirebbero, non è in grado di controllare la merce che arriva. Come direbbero i francesi: è solo l’inizio. In Italia la mobilitazione anti Mercosur, per chiedere controlli e lotta alle contraffazioni, non si è mai arrestata. Migliaia di agricoltori della Coldiretti si ritroveranno alla Fiera di Cagliari domani per protestare e con loro ci sarà anche il ministro Francesco Lollobrigida che sul Mercosur avrà forse da ridire.
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Papa Leone (Imagoeconomica)
Svelato il siparietto a due mesi dall’elezione. Il pontefice minacciò di cambiare istituto.
Chiunque si sia già confrontato con un addetto del servizio clienti, ritrovandosi impotente in un labirinto di dati e password, d’ora in avanti si sentirà meno solo. Un’esperienza simile, infatti, è capitata perfino al Vicario di Cristo in persona, papa Leone XIV.
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
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