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Il giudice ha liberato l’africano che aveva sottratto una bimba a Perugia, ma il ministero l’ha subito espulso. Ed è solo l’ultimo caso. Quindi rimandare a casa clandestini e delinquenti stranieri è possibile. E infatti gli Stati europei sembrano averlo capito.
Si può fare. Anzi: si – può – fare!, come nel mitico Frankenstein Junior. Ma non serve Frankenstein: basta il ministro Piantedosi per fare la remigrazione. Non servono formule magiche né alchimie esoteriche, non servono nemmeno l’Ice né Greg Bovino: la remigrazione si può fare semplicemente prendendo un immigrato delinquente e mettendolo su un aereo per rimandarlo a casa sua.
Come è successo ieri con il gambiano accusato di aver tentato di rapire una bimba alla stazione Fontivegge di Perugia. Ricordate? È successo qualche giorno fa: il giudice l’ha assolto, l ministro l’ha espulso. Remigrazione, si può fare.
Quello di Perugia, si capisce, non è l’unico caso del genere. Di recente, per dire, sono stati espulsi anche un imam di Brescia che considerava normale il matrimonio delle bimbe di nove anni; un gambiano di nome Babu Yallow, soprannominato «il terrore dell’Adriatico», che aggrediva tutti, persino poliziotti e carabinieri, tra Pesaro e Cattolica; Mustafà, un clandestino violento che con un’ascia in mano, nel nome di Allah, minacciava i cittadini a Saronno, in provincia di Varese; e Sylvester, un nigeriano che molestava le donne a Catanzaro. Solo per fermarmi ai fatti più noti. Solo per citarne alcuni. Solo per dire: si può fare. Le remigrazione non è impossibile. Anzi, per certi versi è già realtà.
Basterebbe avere un po’ più di coraggio anche per superare tutte le opposizioni, persino quelle dei giudici. Ciò che è successo a Perugia, in questo senso, è esemplare. Quel ventinovenne gambiano si era avvicinato a una bimba alla stazione di Perugia: «Me la voleva portare via», ha detto la mamma. La polizia, subito accorsa, l’ha denunciato per tentato sequestro di persona. Ma il giudice l’ha assolto dicendo che l’immigrato in realtà non voleva rapire la bimba ma metterla in salvo. Nonostante quell’immigrato avesse precedenti per aggressione e molestie, anche nella stessa stazione, nonostante avesse già ferito un poliziotto e preso a bastonate alcuni fedeli davanti al duomo. Il giudice ha creduto a lui. L’ha descritto come un animo sensibile, preoccupato del benessere della piccola. Lo ha assolto. Ma il ministero, per l’appunto, l’ha espulso il giorno dopo. Avrà pure voluto salvare la bambina, ha sentenziato Piantedosi, ma resta un pericolo. L’ha messo su un aereo e l’ha spedito a casa. Dunque, come vedete, si può fare. E in altri Paesi lo stanno già facendo con ancor più determinazione di noi. La Germania a marzo ha annunciato il rimpatrio di 800.000 immigrati. La Danimarca a gennaio ha approvato una legge che prevede il rimpatrio di tutti gli immigrati condannati a pene superiori a un anno di detenzione. E la Svezia ha varato l’altro ieri un provvedimento che consente di revocare il permesso di soggiorno agli immigrati che si comportano male. Proprio così: non è necessario commettere un reato, in Svezia, per essere espulsi. Basta comportarsi in modo non appropriato, per esempio non pagando i debiti o lavorando in nero oppure tenendo rapporti con organizzazioni estremiste. Chi non si comporta bene viene espulso. Ergo: la remigrazione si può fare. E per farla non ci vogliono Frankenstein e forse nemmeno il generale Vannacci. Basta la Svezia. E basta volerlo.
Peraltro ve la ricordate la Svezia quando, nel 2014, annunciava le politiche dell’avanti tutti? Con il primo ministro che diceva ai suoi cittadini «dovete aprire le porte e pure i vostri cuori»? Proprio lei, la patria dell’accoglienza, il tempio del buonismo, la terra a disposizione degli stranieri di tutto il mondo? Bene: da qualche tempo ha innestato una furiosa retromarcia, anche per si è trovata in condizioni disperate: welfare a rischio, criminalità alle stelle, baby gang fuori controllo, record di omicidi. Così stanno correndo ai ripari: dal 6 giugno è in vigore una stretta sul diritto di cittadinanza (per ottenerla bisognerà essere in Svezia da otto anni, anziché da cinque, e con condotta «ordinata e onesta»; bisognerà dimostrare di avere un reddito di almeno 1.800 euro lordi al mese e superare un test di conoscenza delle leggi e delle tradizioni svedesi); dal 12 luglio sarà abolito il permesso di soggiorno a tempo indeterminato e nel frattempo sono stati pure innalzati gli incentivi monetari per il rimpatrio, con la contemporanea abolizione degli aiuti di cooperazione ai Paesi che non si riprendono i loro fuoriusciti. Non è un programma elettorale: è quello che succede in Svezia.
E dunque? Dunque si può fare, ecco tutto. Persino la pachidermica Europa si muove siglando accordi con Turchia, Tunisia e altri Paesi per contenere l’immigrazione. E pensa anche a finanziare i centri di rimpatrio fuori dai confini europei, come il nostro in Albania. Tutto quello che è da sempre definito impossibile nei salotti chic sta accadendo. E non ha il volto lugubre della deportazione, dei lager, del razzismo o dell’intolleranza, come vuol far credere chi sull’immigrazione ha speculato per anni e continua a speculare. Ha il volto democratico della Svezia o della Danimarca. Ha il volto istituzionale dell’Europa. E persino il volto efficiente di quell’aereo che ieri a Fiumicino ha caricato un gambiano che minacciava i passanti a Perugia e l’ha riportato a casa sua. Tu chiamale, se vuoi, remigrazioni.
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Ansa
A sorpresa assolti tecnici del Comune, progettisti e costruttori imputati di abuso per una «Torre» nel capoluogo lombardo. L’accusa chiedeva pene oltre i 2 anni e la confisca dell’edificio. Da oggi allora si potrà edificare un condominio senza concessioni edilizia?
Il tribunale di Milano ha assolto costruttori e progettisti di un discusso condominio costruito con quello che ormai è chiamato il rito ambrosiano, ossia senza autorizzazione edilizia.
Insieme a imprenditori e architetti, il giudice ha prosciolto da ogni accusa anche i tecnici del Comune e questo è bastato per spingere il sindaco Beppe Sala ad attaccare la Procura, che non solo aveva chiesto la condanna di tutti gli imputati a pene di oltre due anni, ma anche la confisca dell’edificio, ritenendolo totalmente abusivo.
Una sentenza a sorpresa, che giunge dopo diverse pronunce, del Tar e del Consiglio di Stato, che cristallizzano come illecite le cosiddette «rigenerazioni urbane», con cui nel capoluogo lombardo si trasformavano immobili a due o tre piani in palazzi alti anche 80 metri. Tutto ciò come se quella messa in atto dalle imprese fosse una semplice ristrutturazione edilizia, bisognosa della sola comunicazione di inizio attività. Secondo Sala, la sentenza riconosce la correttezza del Comune e dei suoi tecnici e questo lo spinge a criticare «la violenza dei pubblici ministeri», le cui parole a quanto pare lo avrebbero amareggiato.
Ma l’assoluzione significa che d’ora in poi tutti sono liberi di tirare su grattacieli spacciandoli per ristrutturazioni di garage e scantinati? Davvero da oggi si potrà edificare un condominio senza chiedere la concessione edilizia? La risposta è no, e se avesse avuto la pazienza di attendere le motivazioni con cui il giudice di primo grado ha assoluto costruttori, progettisti e funzionari probabilmente anche il sindaco di Milano avrebbe capito che il rito ambrosiano non è conforme alla legge. La sentenza non dice che il fatto non sussiste, come ci sarebbe stato da attendersi se il magistrato avesse ritenuto regolare la costruzione, ma che il fatto non costituisce reato. Cioè le imprese e i tecnici non avrebbero avuto la percezione di commettere un reato, ritenendo in buona fede che la trasformazione di un edificio di otto piani in una torre di 24 fosse possibile anche con una semplice Scia, senza cioè chiedere altri permessi. Come il giudice sia giunto a concludere che gli imputati agivano in buona fede lo capiremo fra 90 giorni con le motivazioni, ma a una prima lettura del dispositivo si comprende che il tribunale ha cercato di trovare una via d’uscita per evitare non soltanto di condannare imprenditori, architetti e dirigenti comunali, ma soprattutto di confiscare un palazzo dove già abitano stabilmente decine di famiglie.
La storia del condominio oggetto del pronunciamento dei giudici è infatti complessa. Alcuni anni fa un’impresa decise di trasformare una palazzina in un condominio, abbattendo la prima per edificare un grattacielo con 88 appartamenti e 150 box. Anche un bambino capirebbe che l’operazione non è esente da impatti sul quartiere. E anche una persona non esperta di regolamenti edilizi comprenderebbe che una nuova costruzione che non salvi niente della precedente ha bisogno di una concessione e non di quella comunicazione con cui si avvisa il Comune del rifacimento del bagno di casa. Ma nel Comune del sindaco verde e col calzino multigender per anni la si è pensata diversamente, fino a che la Procura, inondata da segnalazioni di cittadini esasperati che si vedevano crescere di fianco alla propria abitazione delle torri di 80 metri, ha deciso di vederci chiaro, contestando a immobiliaristi, funzionari e geometri il reato di abuso edilizio. Per il giudice di primo grado tutti hanno agito in buona fede, ingannati dalle consuetudini municipali, ma resta il problema che se quegli edifici non sono in regola, perché sprovvisti di autorizzazione, il Comune prima o poi dovrà esigere una sanatoria, ovvero trovare una via d’uscita che regolarizzi l’abuso.
In altre parole, per ora l’aspetto penale è messo da parte, ma resta quello civile. E soprattutto resta un concetto: nessuno vuole fermare lo sviluppo di Milano, ma se il Comune intende rispettare la legge, per ogni nuova costruzione deve concedere un’autorizzazione edilizia, chiedendo il pagamento degli oneri di urbanizzazione. Già, perché l’amministrazione di Beppe Sala, che piange miseria per i tagli del governo, con il rito ambrosiano ha «regalato» decine di milioni ai costruttori. Soldi che sarebbero potuti essere spesi per chiudere le buche delle strade, manutenere parchi e giardini, migliorare l’illuminazione nelle strade più a rischio. O Sala pensa che bastino le multe agli automobilisti per tenere in piedi il bilancio di una città di un milione e mezzo di abitanti?
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Alisya e Sarah scomparse tra il 6 e il 7 giugno
I legali della madre: «Ricerche partite in ritardo». Si indaga su un terzo cellulare.
Hanno perquisito le case di Stefano Di Giacinto, il padre, e di Valentina D’Acunto, la madre, a Minturno vicino a Latina, convinti che lei nascondesse le figlie Alisya e Sarah scomparse tra il 6 e il 7 giugno dalla casa famiglia di Civitella Alfedena, nel cuore del parco nazionale d’Abruzzo. Ma delle bimbe ancora non c’è traccia.
Gli interrogativi restano tanti. La prima domanda è: com’è possibile che OfH Hope, l’associazione che gestisce la struttura da dove si sono allontanate le due ragazzine, sia accreditata con quattro strutture (nelle Marche, in Umbria, nel Lazio e in Abruzzo) per «la gestione di servizi sociosanitari e socioeducativi, rivolti a minorenni in affidamento da parte della Pubblica amministrazione», senza che si sia verificato se a Civitella Alfedena ci fosse un servizio di sicurezza? Com’è possibile che Alisya abbia confidato al suo fidanzatino Joseph, un ragazzo egiziano di 18 anni ospite anche lui nella «casa» di Civitella, l’intenzione di fuggire senza che nessuno se ne sia accorto? Perché le assistenti sociali non hanno percepito il disagio delle sorelline «rinchiuse» contro la loro volontà?
Ora la procura di Sulmona col pm Stefano Iafolla ha aperto due fascicoli, uno dopo la denuncia del padre, in cui s’ipotizza il reato di abbandono di minore. Maurizio Volpini, presidente di OfH, sostiene che non ha nulla da rimproverarsi: «Da parte nostra», ha dichiarato all’Ansa, «c’è sempre stata massima serietà e correttezza gestionale; siamo tranquilli, se è il caso ci difenderemo nelle sedi più opportune». Nei prossimi giorni sarà sentito dal magistrato perché nella fuga di Alisya e Sarah ci sono molte cose che non tornano. Si sa che hanno portato via alcuni vestiti, i trucchi, che forse avevano un terzo cellulare «segreto», su cui gli inquirenti stanno indagando, e sicuramente hanno progettato la fuga. La domanda è chi potrebbe averle aiutate a sparire.
Joseph ieri è stato sentito di nuovo dai Carabinieri e ha raccontato che la mamma in una lettera aveva loro promesso: vi vengo a prendere anche con la forza. La circostanza è stata smentita dalla donna. L’avvocato della mamma, Enrico Mastantuono, ha aggiunto: «Le ricerche sono partite con grave ritardo. A noi risulta che ad Alisya quella notte è stato somministrato dagli operatori della casa famiglia un antidolorifico: è necessario accertare le condizioni di salute della ragazza - è anche celiaca - per possibili controindicazioni». Secondo Joseph, invece, Alisya e Sarah sono nascoste in una casa di qualche parente. Le ricerche, cui si è unito anche il Soccorso alpino e speleologico, continuano: battono un’area vasta lungo le vie che portano a Passo Godi. Si stanno visionando i filmati: in uno si vedono le due ragazzine sabato 6 giugno verso le nove di sera al bar Lupo di Civitella Alfedena. Negli altri, forniti dal Sindaco Luigi Milano, si contano 300 auto transitate da Civitella nella notte tra sabato e domenica, ma su nessuna ci sono a bordo Alisya e Sarah.
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Ansa
Escluso il reato penale. Giuseppe Sala: «Da certi pm violenza verbale e un’impostazione politica».
L’abuso urbanistico resta, il reato no. È questa, in estrema sintesi, la lettura che trapela dagli ambienti della Procura di Milano dopo la sentenza di assoluzione in primo grado nel processo Torre Milano.
Per gli inquirenti, il Tribunale avrebbe riconosciuto l’illegittimità del titolo edilizio utilizzato per realizzare il grattacielo di via Stresa, escludendo però la responsabilità penale degli otto imputati perché avrebbero agito in buona fede, in un quadro normativo ritenuto incerto. D’altra parte, un titolo edilizio può risultare illegittimo senza che questo comporti automaticamente una responsabilità penale per costruttori, progettisti o funzionari pubblici.
Secondo quanto emerge dalla breve nota del Tribunale di Milano, il giudice avrebbe escluso l’elemento soggettivo del reato - il dolo o quantomeno la colpa - ritenendo che gli imputati abbiano agito in un quadro normativo e interpretativo incerto, in applicazione del principio dell’ignoranza inevitabile della legge, previsto dall’ordinamento quando il contesto giuridico è talmente ambiguo da rendere scusabile l’errore. Se così fosse, il significato della sentenza sarebbe duplice. Da un lato, nessuna responsabilità penale personale. Dall’altro, la conferma implicita che quella prassi urbanistica oggi non sarebbe più percorribile.
Ed è qui che emerge il vero lascito delle inchieste milanesi. Per quasi un decennio il capoluogo lombardo ha fatto ricorso a una lettura estensiva della nozione di ristrutturazione edilizia, autorizzando interventi mediante Scia alternativa al permesso di costruire, in assenza di piani attuativi e senza il versamento di oneri di urbanizzazione adeguati all’impatto reale delle nuove edificazioni.
La Procura di Milano ha contestato proprio questo impianto. Secondo i pm Marina Petruzzella, Paolo Filippini e Mauro Clerici, numerosi interventi classificati come ristrutturazioni erano in realtà nuove edificazioni, capaci di incidere in modo significativo sul carico urbanistico con più residenti, più traffico e una maggiore domanda di parcheggi, verde, scuole e servizi pubblici.
Del resto, le sentenze amministrative degli ultimi anni hanno in larga misura confermato alcuni dei principi sostenuti dalla Procura. Il caso simbolo resta via Fauchè 9, anche perché prima il Tar, poi il Consiglio di Stato hanno stabilito che quell’intervento non poteva essere qualificato come semplice ristrutturazione. Non solo, il recente rigetto del ricorso contro l’ordine di demolizione ha chiarito che i vizi erano di natura sostanziale e non sanabili, tanto da imporre l’abbattimento integrale dell’edificio.
Anche altre decisioni, dalla giurisprudenza penale fino alla Corte costituzionale, hanno progressivamente ristretto gli spazi interpretativi utilizzati a Milano. Il risultato è che oggi operazioni come questa richiedono piani attuativi, maggiori oneri di urbanizzazione e una valutazione più rigorosa dell’impatto sul territorio. È questo il punto centrale, perché al di là dell’esito penale dei singoli processi, le inchieste hanno già modificato il modo di costruire nel capoluogo lombardo. Palazzo Marino e Sala hanno però poco da festeggiare. Torre Milano è soltanto il primo verdetto di una stagione giudiziaria ancora aperta, con procedimenti che riguardano via Fauchè, Bosconavigli, Park Towers e altri cantieri. Il sindaco ha trasformato l’assoluzione in un attacco alla Procura, accusando «una parte» dei pm di avere dato «un’impostazione politica» all’inchiesta e di avere usato una «violenza verbale» per «discreditare persone e istituzioni». L’imprenditore Carlo Rusconi (assolto) ha parlato della logica del «colpirne uno per educarne cento», mentre Giovanni Oggioni (assolto) si è detto «soddisfatto», ribadendo di essere sempre stato «limpido e trasparente». Alessandro Maggioni di Ccl e Assimpredil Ance hanno invece rilanciato la necessità di regole più chiare per l’urbanistica milanese. In Procura si attenderanno le motivazioni, attese entro 90 giorni, prima di valutare l’eventuale appello.
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