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2021-07-16
La schiaffo alla Cina che urta Coca-Cola & C.
Manifestazione pro-uiguri a Washington (Getty Images)
Stretta di Washington contro Pechino. Il Senato degli Stati Uniti ha approvato l'altro ieri all'unanimità un disegno di legge che vieta l'importazione di prodotti dallo Xinjiang, a meno che non si dimostri che non siano stati realizzati attraverso pratiche di lavoro forzato: un lavoro forzato a cui, in questa regione, è sottoposta la minoranza uigura da parte del governo cinese. Il provvedimento - presentato congiuntamente dal senatore repubblicano Marco Rubio e dal suo collega dem Jeff Merkley - prescrive che le merci provenienti da questa regione potranno entrare solo previa certificazione del governo statunitense. Il disegno di legge dovrà adesso ottenere l'ok definitivo dalla Camera dei rappresentanti, dove si ritiene che possa ricevere un'ampia maggioranza.
Nonostante le ripetute smentite da parte di Pechino, le Nazioni Unite hanno riferito che circa un milione di uiguri risultino in stato di detenzione in Cina. Sempre le Nazioni Unite hanno inoltre espresso preoccupazioni per quanto riguarda la questione del lavoro forzato. Il disegno di legge approvato in Senato costituisce quindi un deciso schiaffo alla Repubblica popolare.
E va ad aggiungersi alle strette già attuate dall'amministrazione Biden: si pensi solo alla blacklist, stilata a giugno, di 59 aziende cinesi, accusate di usare «tecnologia di sorveglianza cinese per facilitare la repressione o gravi violazioni dei diritti umani». È bene ricordare, a questo proposito, che - come riportato da Reuters a marzo - la Repubblica popolare faccia ricorso (soprattutto nello Xinjiang) a società tecnologiche per una sorveglianza di massa, basata sul tracciamento etnico.
Le tensioni tra Washington e Pechino sono quindi destinate ad acuirsi. La partita è del resto delicata, perché chiama in causa lo spinoso fattore delle catene di approvvigionamento (visto che lo Xinjiang è un notevole produttore, tra le altre cose, di cotone, silicio e zucchero). Un fronte su cui il Dragone è pronto a dare battaglia, con il Global Times (organo di informazione del Partito comunista cinese) che ha recentemente ventilato misure ritorsive sul piano delle supply chain. Tuttavia, al di là dello scontro politico ed economico che viene profilandosi tra i due giganti, un ulteriore elemento interessante da rilevare risiede nella condotta di alcuni colossi industriali americani.
Vale a tal proposito la pena ricordare che un provvedimento simile a quello votato dal Senato statunitense mercoledì fosse già stato approvato, a settembre, dalla Camera: un provvedimento - anch'esso volto ad arginare il lavoro forzato nello Xinjiang intervenendo sulle importazioni - che non riuscì tuttavia ad ottenere l'ok del Senato entro la fine della scorsa legislatura. Ebbene, come rivelato a novembre dal New York Times, svariati colossi industriali statunitensi avevano condotto un'intensa attività di lobbying per indebolire quel disegno di legge. In particolare, le tre aziende principali citate dal quotidiano furono Apple, Nike e Coca-Cola.
In primis, a marzo 2020, l'Australian strategic policy institute «ha identificato Apple e Nike tra le 82 aziende che hanno potenzialmente beneficiato, direttamente o indirettamente, di programmi abusivi di trasferimento di manodopera legati allo Xinjiang». In secondo luogo - stando a un report della Congressional-Executive Commission on China datato marzo 2020 - Coca-Cola compare tra le «aziende sospettate di impiegare direttamente lavoro forzato o di approvvigionarsi da fornitori sospettati di ricorrere al lavoro forzato». È pur vero che le tre società abbiano smentito la presenza di lavoro forzato nelle proprie catene di approvvigionamento. Però intanto, a livello lobbistico, hanno spinto per evitare che Washington adottasse una linea troppo dura sullo Xinjiang.
La stranezza, in tutto ciò, è che queste aziende sono notoriamente impegnate in battaglie per i diritti civili in Occidente. Nike ed Apple sostengono il movimento Black lives matter, mentre Coca-Cola ha criticato la riforma elettorale di recente approvata dal parlamento della Georgia (che mette dei paletti a tutela della correttezza del voto) ed è stata inoltre, in Italia, sponsor del gay pride a Milano, Napoli e Padova.
Insomma, stride un po' che queste aziende - così solerti nella difesa delle cause progressiste in Europa e Stati Uniti - facciano poi attività di lobbying per edulcorare provvedimenti in difesa di una minoranza sfruttata dal Partito comunista cinese. Ad essere malfidati, verrebbe quindi da credere che le battaglia politiche sostenute da questi colossi siano dettate più da interessi che da principi morali. Un paradosso che riguarda di conseguenza anche gli influencer politicamente impegnati, legati a tali società. Fedez, per esempio, ha avviato di recente una collaborazione con Coca-Cola per una campagna pubblicitaria, sulla scia della sua ultima canzone (che cita esplicitamente il prodotto). Ci chiediamo quindi sommessamente se, tra una filippica social sul ddl Zan e una sul conflitto israeliano-palestinese, il Masaniello di Instagram riuscirà a trovare anche il tempo per occuparsi degli uiguri.
A 24 anni dall’omicidio di Versace due cadaveri nella stessa mega villa
Un eterno ritorno dell'uguale. A Miami, nella stessa villa dove - il 15 luglio 1997 - è stato ammazzato Gianni Versace, ieri due cadaveri sono stati trovati da altrettanti addetti alle pulizie. Chi siano, come siano morti, se abbiano qualcosa a che vedere con lo stilista o la moda, nessuna lo ha detto. La polizia di Miami Beach si è limitata a riferire di aver ricevuto una telefonata dalla struttura, nelle cui stanze un tempo ha abitato lo stilista. Lo staff della magione, oggi trasformata in un boutique hotel con vista sul mare della Florida, ha dato l'allarme appena dopo aver trovato i corpi. Allora, le forze dell'ordine hanno aperto un'indagine, sulla quale, però, si è deciso di mantenere il massimo riserbo.
Le autorità, per quanto incalzate, non hanno lasciato trapelare alcun dettaglio. I corpi sarebbero stati trovati all'interno della stessa stanza, una delle dieci a disposizione di quella che ora si chiama The Villa Casa Casuarina. Ma niente di più è stato detto. Se si tratti di un uomo o di una donna, se siano americani noti alle cronache - come spesso accade con gli ospiti dell'hotel - o stranieri in visita, è rimasto un mistero, la cui profondità, però, non è bastata a cancellare le speculazioni.
I cadaveri sono stati ritrovati mercoledì, poche ore prima del giorno che ha marcato il ventiquattresimo anniversario dalla morte di Versace. Lo stilista, colui che su tutti ha saputo sfruttare le potenzialità del fenomeno top model, è stato freddato sui gradini di quella stessa villa, da un uomo che nessuno ha potuto interrogare. Andrew Cunanan, tossicodipendente e prostituto omosessuale, ha sparato due colpi. Poi, otto giorni più tardi, prima che la polizia potesse arrestarlo, si è tolto la vita. Cunanan è stato ritrovato senza vita, all'interno di una casa galleggiante. Qualcuno, allora, ha ipotizzato non si fosse ammazzato, ma fosse stato ucciso e trasportato poi in un luogo anonimo. Ma nessuno, all'epoca, ha potuto verificare questa teoria. Il corpo del ventottenne è stato cremato. Nessuna autopsia è stata fatta e la pratica è stata archiviata.
La storia dell'assassinio sarebbe stata raccontata solo anni più tardi, nel 2018, all'interno di una serie televisiva - Ameircan Crime Story: The Assassination of Gianni Versace - mai approvata dalla famiglia dello stilista. «La famiglia Versace non ha autorizzato né ha avuto alcun coinvolgimento nella serie televisiva dedicata alla morte di Gianni Versace. Dato che Versace non ha autorizzato il libro da cui è parzialmente tratta, e non ha preso parte alla stesura della sceneggiatura, questa serie televisiva deve essere considerata un'opera di finzione», ha fatto sapere la famiglia dello stilista, oggi tornato al centro di gossip e indiscrezioni.
Benché la polizia non abbia rilasciato alcun commento sulle teorie in essere, parte dei media internazionali hanno azzardato che i corpi ritrovati all'interno della Villa possano essere collegati in qualche modo all'anniversario della morte dello stilista.
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Contro lo sfruttamento degli Uiguri, il Senato Usa approva una stretta alle importazioni dallo Xinjiang, tranne per quei prodotti non frutto di lavoro forzato. Norma contro la quale, però, si erano battuti i colossi in prima fila per le battaglie «buone» come Blm.Due cadaveri nella mega villa dove fu ucciso Versace. I corpi trovati in una stanza di quello che ora è un hotel. Collegamento con la ricorrenza dei 24 anni dal delitto?Lo speciale contiene due articoli.Stretta di Washington contro Pechino. Il Senato degli Stati Uniti ha approvato l'altro ieri all'unanimità un disegno di legge che vieta l'importazione di prodotti dallo Xinjiang, a meno che non si dimostri che non siano stati realizzati attraverso pratiche di lavoro forzato: un lavoro forzato a cui, in questa regione, è sottoposta la minoranza uigura da parte del governo cinese. Il provvedimento - presentato congiuntamente dal senatore repubblicano Marco Rubio e dal suo collega dem Jeff Merkley - prescrive che le merci provenienti da questa regione potranno entrare solo previa certificazione del governo statunitense. Il disegno di legge dovrà adesso ottenere l'ok definitivo dalla Camera dei rappresentanti, dove si ritiene che possa ricevere un'ampia maggioranza. Nonostante le ripetute smentite da parte di Pechino, le Nazioni Unite hanno riferito che circa un milione di uiguri risultino in stato di detenzione in Cina. Sempre le Nazioni Unite hanno inoltre espresso preoccupazioni per quanto riguarda la questione del lavoro forzato. Il disegno di legge approvato in Senato costituisce quindi un deciso schiaffo alla Repubblica popolare. E va ad aggiungersi alle strette già attuate dall'amministrazione Biden: si pensi solo alla blacklist, stilata a giugno, di 59 aziende cinesi, accusate di usare «tecnologia di sorveglianza cinese per facilitare la repressione o gravi violazioni dei diritti umani». È bene ricordare, a questo proposito, che - come riportato da Reuters a marzo - la Repubblica popolare faccia ricorso (soprattutto nello Xinjiang) a società tecnologiche per una sorveglianza di massa, basata sul tracciamento etnico. Le tensioni tra Washington e Pechino sono quindi destinate ad acuirsi. La partita è del resto delicata, perché chiama in causa lo spinoso fattore delle catene di approvvigionamento (visto che lo Xinjiang è un notevole produttore, tra le altre cose, di cotone, silicio e zucchero). Un fronte su cui il Dragone è pronto a dare battaglia, con il Global Times (organo di informazione del Partito comunista cinese) che ha recentemente ventilato misure ritorsive sul piano delle supply chain. Tuttavia, al di là dello scontro politico ed economico che viene profilandosi tra i due giganti, un ulteriore elemento interessante da rilevare risiede nella condotta di alcuni colossi industriali americani. Vale a tal proposito la pena ricordare che un provvedimento simile a quello votato dal Senato statunitense mercoledì fosse già stato approvato, a settembre, dalla Camera: un provvedimento - anch'esso volto ad arginare il lavoro forzato nello Xinjiang intervenendo sulle importazioni - che non riuscì tuttavia ad ottenere l'ok del Senato entro la fine della scorsa legislatura. Ebbene, come rivelato a novembre dal New York Times, svariati colossi industriali statunitensi avevano condotto un'intensa attività di lobbying per indebolire quel disegno di legge. In particolare, le tre aziende principali citate dal quotidiano furono Apple, Nike e Coca-Cola. In primis, a marzo 2020, l'Australian strategic policy institute «ha identificato Apple e Nike tra le 82 aziende che hanno potenzialmente beneficiato, direttamente o indirettamente, di programmi abusivi di trasferimento di manodopera legati allo Xinjiang». In secondo luogo - stando a un report della Congressional-Executive Commission on China datato marzo 2020 - Coca-Cola compare tra le «aziende sospettate di impiegare direttamente lavoro forzato o di approvvigionarsi da fornitori sospettati di ricorrere al lavoro forzato». È pur vero che le tre società abbiano smentito la presenza di lavoro forzato nelle proprie catene di approvvigionamento. Però intanto, a livello lobbistico, hanno spinto per evitare che Washington adottasse una linea troppo dura sullo Xinjiang. La stranezza, in tutto ciò, è che queste aziende sono notoriamente impegnate in battaglie per i diritti civili in Occidente. Nike ed Apple sostengono il movimento Black lives matter, mentre Coca-Cola ha criticato la riforma elettorale di recente approvata dal parlamento della Georgia (che mette dei paletti a tutela della correttezza del voto) ed è stata inoltre, in Italia, sponsor del gay pride a Milano, Napoli e Padova. Insomma, stride un po' che queste aziende - così solerti nella difesa delle cause progressiste in Europa e Stati Uniti - facciano poi attività di lobbying per edulcorare provvedimenti in difesa di una minoranza sfruttata dal Partito comunista cinese. Ad essere malfidati, verrebbe quindi da credere che le battaglia politiche sostenute da questi colossi siano dettate più da interessi che da principi morali. Un paradosso che riguarda di conseguenza anche gli influencer politicamente impegnati, legati a tali società. Fedez, per esempio, ha avviato di recente una collaborazione con Coca-Cola per una campagna pubblicitaria, sulla scia della sua ultima canzone (che cita esplicitamente il prodotto). Ci chiediamo quindi sommessamente se, tra una filippica social sul ddl Zan e una sul conflitto israeliano-palestinese, il Masaniello di Instagram riuscirà a trovare anche il tempo per occuparsi degli uiguri. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cina-usa-uiguri-2653798854.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-24-anni-dallomicidio-di-versace-due-cadaveri-nella-stessa-mega-villa" data-post-id="2653798854" data-published-at="1626431026" data-use-pagination="False"> A 24 anni dall’omicidio di Versace due cadaveri nella stessa mega villa Un eterno ritorno dell'uguale. A Miami, nella stessa villa dove - il 15 luglio 1997 - è stato ammazzato Gianni Versace, ieri due cadaveri sono stati trovati da altrettanti addetti alle pulizie. Chi siano, come siano morti, se abbiano qualcosa a che vedere con lo stilista o la moda, nessuna lo ha detto. La polizia di Miami Beach si è limitata a riferire di aver ricevuto una telefonata dalla struttura, nelle cui stanze un tempo ha abitato lo stilista. Lo staff della magione, oggi trasformata in un boutique hotel con vista sul mare della Florida, ha dato l'allarme appena dopo aver trovato i corpi. Allora, le forze dell'ordine hanno aperto un'indagine, sulla quale, però, si è deciso di mantenere il massimo riserbo. Le autorità, per quanto incalzate, non hanno lasciato trapelare alcun dettaglio. I corpi sarebbero stati trovati all'interno della stessa stanza, una delle dieci a disposizione di quella che ora si chiama The Villa Casa Casuarina. Ma niente di più è stato detto. Se si tratti di un uomo o di una donna, se siano americani noti alle cronache - come spesso accade con gli ospiti dell'hotel - o stranieri in visita, è rimasto un mistero, la cui profondità, però, non è bastata a cancellare le speculazioni. I cadaveri sono stati ritrovati mercoledì, poche ore prima del giorno che ha marcato il ventiquattresimo anniversario dalla morte di Versace. Lo stilista, colui che su tutti ha saputo sfruttare le potenzialità del fenomeno top model, è stato freddato sui gradini di quella stessa villa, da un uomo che nessuno ha potuto interrogare. Andrew Cunanan, tossicodipendente e prostituto omosessuale, ha sparato due colpi. Poi, otto giorni più tardi, prima che la polizia potesse arrestarlo, si è tolto la vita. Cunanan è stato ritrovato senza vita, all'interno di una casa galleggiante. Qualcuno, allora, ha ipotizzato non si fosse ammazzato, ma fosse stato ucciso e trasportato poi in un luogo anonimo. Ma nessuno, all'epoca, ha potuto verificare questa teoria. Il corpo del ventottenne è stato cremato. Nessuna autopsia è stata fatta e la pratica è stata archiviata. La storia dell'assassinio sarebbe stata raccontata solo anni più tardi, nel 2018, all'interno di una serie televisiva - Ameircan Crime Story: The Assassination of Gianni Versace - mai approvata dalla famiglia dello stilista. «La famiglia Versace non ha autorizzato né ha avuto alcun coinvolgimento nella serie televisiva dedicata alla morte di Gianni Versace. Dato che Versace non ha autorizzato il libro da cui è parzialmente tratta, e non ha preso parte alla stesura della sceneggiatura, questa serie televisiva deve essere considerata un'opera di finzione», ha fatto sapere la famiglia dello stilista, oggi tornato al centro di gossip e indiscrezioni. Benché la polizia non abbia rilasciato alcun commento sulle teorie in essere, parte dei media internazionali hanno azzardato che i corpi ritrovati all'interno della Villa possano essere collegati in qualche modo all'anniversario della morte dello stilista.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
Getty images
Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».