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2021-07-16
La schiaffo alla Cina che urta Coca-Cola & C.
Manifestazione pro-uiguri a Washington (Getty Images)
Stretta di Washington contro Pechino. Il Senato degli Stati Uniti ha approvato l'altro ieri all'unanimità un disegno di legge che vieta l'importazione di prodotti dallo Xinjiang, a meno che non si dimostri che non siano stati realizzati attraverso pratiche di lavoro forzato: un lavoro forzato a cui, in questa regione, è sottoposta la minoranza uigura da parte del governo cinese. Il provvedimento - presentato congiuntamente dal senatore repubblicano Marco Rubio e dal suo collega dem Jeff Merkley - prescrive che le merci provenienti da questa regione potranno entrare solo previa certificazione del governo statunitense. Il disegno di legge dovrà adesso ottenere l'ok definitivo dalla Camera dei rappresentanti, dove si ritiene che possa ricevere un'ampia maggioranza.
Nonostante le ripetute smentite da parte di Pechino, le Nazioni Unite hanno riferito che circa un milione di uiguri risultino in stato di detenzione in Cina. Sempre le Nazioni Unite hanno inoltre espresso preoccupazioni per quanto riguarda la questione del lavoro forzato. Il disegno di legge approvato in Senato costituisce quindi un deciso schiaffo alla Repubblica popolare.
E va ad aggiungersi alle strette già attuate dall'amministrazione Biden: si pensi solo alla blacklist, stilata a giugno, di 59 aziende cinesi, accusate di usare «tecnologia di sorveglianza cinese per facilitare la repressione o gravi violazioni dei diritti umani». È bene ricordare, a questo proposito, che - come riportato da Reuters a marzo - la Repubblica popolare faccia ricorso (soprattutto nello Xinjiang) a società tecnologiche per una sorveglianza di massa, basata sul tracciamento etnico.
Le tensioni tra Washington e Pechino sono quindi destinate ad acuirsi. La partita è del resto delicata, perché chiama in causa lo spinoso fattore delle catene di approvvigionamento (visto che lo Xinjiang è un notevole produttore, tra le altre cose, di cotone, silicio e zucchero). Un fronte su cui il Dragone è pronto a dare battaglia, con il Global Times (organo di informazione del Partito comunista cinese) che ha recentemente ventilato misure ritorsive sul piano delle supply chain. Tuttavia, al di là dello scontro politico ed economico che viene profilandosi tra i due giganti, un ulteriore elemento interessante da rilevare risiede nella condotta di alcuni colossi industriali americani.
Vale a tal proposito la pena ricordare che un provvedimento simile a quello votato dal Senato statunitense mercoledì fosse già stato approvato, a settembre, dalla Camera: un provvedimento - anch'esso volto ad arginare il lavoro forzato nello Xinjiang intervenendo sulle importazioni - che non riuscì tuttavia ad ottenere l'ok del Senato entro la fine della scorsa legislatura. Ebbene, come rivelato a novembre dal New York Times, svariati colossi industriali statunitensi avevano condotto un'intensa attività di lobbying per indebolire quel disegno di legge. In particolare, le tre aziende principali citate dal quotidiano furono Apple, Nike e Coca-Cola.
In primis, a marzo 2020, l'Australian strategic policy institute «ha identificato Apple e Nike tra le 82 aziende che hanno potenzialmente beneficiato, direttamente o indirettamente, di programmi abusivi di trasferimento di manodopera legati allo Xinjiang». In secondo luogo - stando a un report della Congressional-Executive Commission on China datato marzo 2020 - Coca-Cola compare tra le «aziende sospettate di impiegare direttamente lavoro forzato o di approvvigionarsi da fornitori sospettati di ricorrere al lavoro forzato». È pur vero che le tre società abbiano smentito la presenza di lavoro forzato nelle proprie catene di approvvigionamento. Però intanto, a livello lobbistico, hanno spinto per evitare che Washington adottasse una linea troppo dura sullo Xinjiang.
La stranezza, in tutto ciò, è che queste aziende sono notoriamente impegnate in battaglie per i diritti civili in Occidente. Nike ed Apple sostengono il movimento Black lives matter, mentre Coca-Cola ha criticato la riforma elettorale di recente approvata dal parlamento della Georgia (che mette dei paletti a tutela della correttezza del voto) ed è stata inoltre, in Italia, sponsor del gay pride a Milano, Napoli e Padova.
Insomma, stride un po' che queste aziende - così solerti nella difesa delle cause progressiste in Europa e Stati Uniti - facciano poi attività di lobbying per edulcorare provvedimenti in difesa di una minoranza sfruttata dal Partito comunista cinese. Ad essere malfidati, verrebbe quindi da credere che le battaglia politiche sostenute da questi colossi siano dettate più da interessi che da principi morali. Un paradosso che riguarda di conseguenza anche gli influencer politicamente impegnati, legati a tali società. Fedez, per esempio, ha avviato di recente una collaborazione con Coca-Cola per una campagna pubblicitaria, sulla scia della sua ultima canzone (che cita esplicitamente il prodotto). Ci chiediamo quindi sommessamente se, tra una filippica social sul ddl Zan e una sul conflitto israeliano-palestinese, il Masaniello di Instagram riuscirà a trovare anche il tempo per occuparsi degli uiguri.
A 24 anni dall’omicidio di Versace due cadaveri nella stessa mega villa
Un eterno ritorno dell'uguale. A Miami, nella stessa villa dove - il 15 luglio 1997 - è stato ammazzato Gianni Versace, ieri due cadaveri sono stati trovati da altrettanti addetti alle pulizie. Chi siano, come siano morti, se abbiano qualcosa a che vedere con lo stilista o la moda, nessuna lo ha detto. La polizia di Miami Beach si è limitata a riferire di aver ricevuto una telefonata dalla struttura, nelle cui stanze un tempo ha abitato lo stilista. Lo staff della magione, oggi trasformata in un boutique hotel con vista sul mare della Florida, ha dato l'allarme appena dopo aver trovato i corpi. Allora, le forze dell'ordine hanno aperto un'indagine, sulla quale, però, si è deciso di mantenere il massimo riserbo.
Le autorità, per quanto incalzate, non hanno lasciato trapelare alcun dettaglio. I corpi sarebbero stati trovati all'interno della stessa stanza, una delle dieci a disposizione di quella che ora si chiama The Villa Casa Casuarina. Ma niente di più è stato detto. Se si tratti di un uomo o di una donna, se siano americani noti alle cronache - come spesso accade con gli ospiti dell'hotel - o stranieri in visita, è rimasto un mistero, la cui profondità, però, non è bastata a cancellare le speculazioni.
I cadaveri sono stati ritrovati mercoledì, poche ore prima del giorno che ha marcato il ventiquattresimo anniversario dalla morte di Versace. Lo stilista, colui che su tutti ha saputo sfruttare le potenzialità del fenomeno top model, è stato freddato sui gradini di quella stessa villa, da un uomo che nessuno ha potuto interrogare. Andrew Cunanan, tossicodipendente e prostituto omosessuale, ha sparato due colpi. Poi, otto giorni più tardi, prima che la polizia potesse arrestarlo, si è tolto la vita. Cunanan è stato ritrovato senza vita, all'interno di una casa galleggiante. Qualcuno, allora, ha ipotizzato non si fosse ammazzato, ma fosse stato ucciso e trasportato poi in un luogo anonimo. Ma nessuno, all'epoca, ha potuto verificare questa teoria. Il corpo del ventottenne è stato cremato. Nessuna autopsia è stata fatta e la pratica è stata archiviata.
La storia dell'assassinio sarebbe stata raccontata solo anni più tardi, nel 2018, all'interno di una serie televisiva - Ameircan Crime Story: The Assassination of Gianni Versace - mai approvata dalla famiglia dello stilista. «La famiglia Versace non ha autorizzato né ha avuto alcun coinvolgimento nella serie televisiva dedicata alla morte di Gianni Versace. Dato che Versace non ha autorizzato il libro da cui è parzialmente tratta, e non ha preso parte alla stesura della sceneggiatura, questa serie televisiva deve essere considerata un'opera di finzione», ha fatto sapere la famiglia dello stilista, oggi tornato al centro di gossip e indiscrezioni.
Benché la polizia non abbia rilasciato alcun commento sulle teorie in essere, parte dei media internazionali hanno azzardato che i corpi ritrovati all'interno della Villa possano essere collegati in qualche modo all'anniversario della morte dello stilista.
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Contro lo sfruttamento degli Uiguri, il Senato Usa approva una stretta alle importazioni dallo Xinjiang, tranne per quei prodotti non frutto di lavoro forzato. Norma contro la quale, però, si erano battuti i colossi in prima fila per le battaglie «buone» come Blm.Due cadaveri nella mega villa dove fu ucciso Versace. I corpi trovati in una stanza di quello che ora è un hotel. Collegamento con la ricorrenza dei 24 anni dal delitto?Lo speciale contiene due articoli.Stretta di Washington contro Pechino. Il Senato degli Stati Uniti ha approvato l'altro ieri all'unanimità un disegno di legge che vieta l'importazione di prodotti dallo Xinjiang, a meno che non si dimostri che non siano stati realizzati attraverso pratiche di lavoro forzato: un lavoro forzato a cui, in questa regione, è sottoposta la minoranza uigura da parte del governo cinese. Il provvedimento - presentato congiuntamente dal senatore repubblicano Marco Rubio e dal suo collega dem Jeff Merkley - prescrive che le merci provenienti da questa regione potranno entrare solo previa certificazione del governo statunitense. Il disegno di legge dovrà adesso ottenere l'ok definitivo dalla Camera dei rappresentanti, dove si ritiene che possa ricevere un'ampia maggioranza. Nonostante le ripetute smentite da parte di Pechino, le Nazioni Unite hanno riferito che circa un milione di uiguri risultino in stato di detenzione in Cina. Sempre le Nazioni Unite hanno inoltre espresso preoccupazioni per quanto riguarda la questione del lavoro forzato. Il disegno di legge approvato in Senato costituisce quindi un deciso schiaffo alla Repubblica popolare. E va ad aggiungersi alle strette già attuate dall'amministrazione Biden: si pensi solo alla blacklist, stilata a giugno, di 59 aziende cinesi, accusate di usare «tecnologia di sorveglianza cinese per facilitare la repressione o gravi violazioni dei diritti umani». È bene ricordare, a questo proposito, che - come riportato da Reuters a marzo - la Repubblica popolare faccia ricorso (soprattutto nello Xinjiang) a società tecnologiche per una sorveglianza di massa, basata sul tracciamento etnico. Le tensioni tra Washington e Pechino sono quindi destinate ad acuirsi. La partita è del resto delicata, perché chiama in causa lo spinoso fattore delle catene di approvvigionamento (visto che lo Xinjiang è un notevole produttore, tra le altre cose, di cotone, silicio e zucchero). Un fronte su cui il Dragone è pronto a dare battaglia, con il Global Times (organo di informazione del Partito comunista cinese) che ha recentemente ventilato misure ritorsive sul piano delle supply chain. Tuttavia, al di là dello scontro politico ed economico che viene profilandosi tra i due giganti, un ulteriore elemento interessante da rilevare risiede nella condotta di alcuni colossi industriali americani. Vale a tal proposito la pena ricordare che un provvedimento simile a quello votato dal Senato statunitense mercoledì fosse già stato approvato, a settembre, dalla Camera: un provvedimento - anch'esso volto ad arginare il lavoro forzato nello Xinjiang intervenendo sulle importazioni - che non riuscì tuttavia ad ottenere l'ok del Senato entro la fine della scorsa legislatura. Ebbene, come rivelato a novembre dal New York Times, svariati colossi industriali statunitensi avevano condotto un'intensa attività di lobbying per indebolire quel disegno di legge. In particolare, le tre aziende principali citate dal quotidiano furono Apple, Nike e Coca-Cola. In primis, a marzo 2020, l'Australian strategic policy institute «ha identificato Apple e Nike tra le 82 aziende che hanno potenzialmente beneficiato, direttamente o indirettamente, di programmi abusivi di trasferimento di manodopera legati allo Xinjiang». In secondo luogo - stando a un report della Congressional-Executive Commission on China datato marzo 2020 - Coca-Cola compare tra le «aziende sospettate di impiegare direttamente lavoro forzato o di approvvigionarsi da fornitori sospettati di ricorrere al lavoro forzato». È pur vero che le tre società abbiano smentito la presenza di lavoro forzato nelle proprie catene di approvvigionamento. Però intanto, a livello lobbistico, hanno spinto per evitare che Washington adottasse una linea troppo dura sullo Xinjiang. La stranezza, in tutto ciò, è che queste aziende sono notoriamente impegnate in battaglie per i diritti civili in Occidente. Nike ed Apple sostengono il movimento Black lives matter, mentre Coca-Cola ha criticato la riforma elettorale di recente approvata dal parlamento della Georgia (che mette dei paletti a tutela della correttezza del voto) ed è stata inoltre, in Italia, sponsor del gay pride a Milano, Napoli e Padova. Insomma, stride un po' che queste aziende - così solerti nella difesa delle cause progressiste in Europa e Stati Uniti - facciano poi attività di lobbying per edulcorare provvedimenti in difesa di una minoranza sfruttata dal Partito comunista cinese. Ad essere malfidati, verrebbe quindi da credere che le battaglia politiche sostenute da questi colossi siano dettate più da interessi che da principi morali. Un paradosso che riguarda di conseguenza anche gli influencer politicamente impegnati, legati a tali società. Fedez, per esempio, ha avviato di recente una collaborazione con Coca-Cola per una campagna pubblicitaria, sulla scia della sua ultima canzone (che cita esplicitamente il prodotto). Ci chiediamo quindi sommessamente se, tra una filippica social sul ddl Zan e una sul conflitto israeliano-palestinese, il Masaniello di Instagram riuscirà a trovare anche il tempo per occuparsi degli uiguri. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cina-usa-uiguri-2653798854.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-24-anni-dallomicidio-di-versace-due-cadaveri-nella-stessa-mega-villa" data-post-id="2653798854" data-published-at="1626431026" data-use-pagination="False"> A 24 anni dall’omicidio di Versace due cadaveri nella stessa mega villa Un eterno ritorno dell'uguale. A Miami, nella stessa villa dove - il 15 luglio 1997 - è stato ammazzato Gianni Versace, ieri due cadaveri sono stati trovati da altrettanti addetti alle pulizie. Chi siano, come siano morti, se abbiano qualcosa a che vedere con lo stilista o la moda, nessuna lo ha detto. La polizia di Miami Beach si è limitata a riferire di aver ricevuto una telefonata dalla struttura, nelle cui stanze un tempo ha abitato lo stilista. Lo staff della magione, oggi trasformata in un boutique hotel con vista sul mare della Florida, ha dato l'allarme appena dopo aver trovato i corpi. Allora, le forze dell'ordine hanno aperto un'indagine, sulla quale, però, si è deciso di mantenere il massimo riserbo. Le autorità, per quanto incalzate, non hanno lasciato trapelare alcun dettaglio. I corpi sarebbero stati trovati all'interno della stessa stanza, una delle dieci a disposizione di quella che ora si chiama The Villa Casa Casuarina. Ma niente di più è stato detto. Se si tratti di un uomo o di una donna, se siano americani noti alle cronache - come spesso accade con gli ospiti dell'hotel - o stranieri in visita, è rimasto un mistero, la cui profondità, però, non è bastata a cancellare le speculazioni. I cadaveri sono stati ritrovati mercoledì, poche ore prima del giorno che ha marcato il ventiquattresimo anniversario dalla morte di Versace. Lo stilista, colui che su tutti ha saputo sfruttare le potenzialità del fenomeno top model, è stato freddato sui gradini di quella stessa villa, da un uomo che nessuno ha potuto interrogare. Andrew Cunanan, tossicodipendente e prostituto omosessuale, ha sparato due colpi. Poi, otto giorni più tardi, prima che la polizia potesse arrestarlo, si è tolto la vita. Cunanan è stato ritrovato senza vita, all'interno di una casa galleggiante. Qualcuno, allora, ha ipotizzato non si fosse ammazzato, ma fosse stato ucciso e trasportato poi in un luogo anonimo. Ma nessuno, all'epoca, ha potuto verificare questa teoria. Il corpo del ventottenne è stato cremato. Nessuna autopsia è stata fatta e la pratica è stata archiviata. La storia dell'assassinio sarebbe stata raccontata solo anni più tardi, nel 2018, all'interno di una serie televisiva - Ameircan Crime Story: The Assassination of Gianni Versace - mai approvata dalla famiglia dello stilista. «La famiglia Versace non ha autorizzato né ha avuto alcun coinvolgimento nella serie televisiva dedicata alla morte di Gianni Versace. Dato che Versace non ha autorizzato il libro da cui è parzialmente tratta, e non ha preso parte alla stesura della sceneggiatura, questa serie televisiva deve essere considerata un'opera di finzione», ha fatto sapere la famiglia dello stilista, oggi tornato al centro di gossip e indiscrezioni. Benché la polizia non abbia rilasciato alcun commento sulle teorie in essere, parte dei media internazionali hanno azzardato che i corpi ritrovati all'interno della Villa possano essere collegati in qualche modo all'anniversario della morte dello stilista.
La cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali allo stadio di San Siro (Ansa)
Il presidente Mattarella, Giorgia Meloni e la presidente del Cio, Kirsty Coventry (colei che ha rimediato al delirio dei transgender nelle gare femminili) fanno da padroni di casa a 51 capi di Stato, presidenti e teste coronate, con il segretario dell’Onu, António Guterres, gli americani J.D. Vance (fischiato sul maxischermo) e Marco Rubio, re Carlo Gustavo di Svezia, Anna d’Inghilterra, Felipe di Spagna, l’emiro del Qatar, Al Thani, la consigliera di Stato cinese, Shen Yiqina. Si fa prima a dire chi ha disertato: Emmanuel Macron in preda al dilemma infantile di Nanni Moretti: «Mi si nota di più se ci sono o se non ci sono?». Curiosa assenza anche perché i prossimi Giochi invernali del 2030 saranno in Alta Savoia.
L’emozione aumenta fra i 70.000 sugli spalti quando Mariah Carey canta «Nel blu dipinto di blu» e Andrea Bocelli fa snowboard sulle note classiche a lui care. Il gruppo di creativi di Marco Balich, un’autorità in tema di cerimonie olimpiche (ne ha organizzate 16) ha fatto un buon lavoro nell’alveo politicamente corretto con inclinazioni nazionalpopolari. Doveroso il rimpallo in contemporanea con Cortina, Livigno, Predazzo per celebrare la prima olimpiade invernale multisede. Per fortuna non c’è lo scempio queer che ha ammorbato l’inaugurazione delle Olimpiadi di Parigi. Qui domina l’italianità, l’identità culturale, a superamento del globalismo dozzinale da supermarket. Si parte con un balletto di angeli, senza il volto di Giorgia Meloni per non turbare il progressista medio collegato.
Ecco il km zero delle nostre eccellenze planetarie: i volti di Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini e Gioacchino Rossini. Manca Leonardo Da Vinci, in panchina. Poi un volo d’angelo sulla Storia e le sue vestigia (l’Impero romano, il Rinascimento), sulla letteratura e l’architettura-design, sul made in Italy della cucina e della moda. Non può mancare la tendenza spaghetti-mandolino, dura a morire. Pierfrancesco Favino recita l’Infinito di Giacomo Leopardi; Sabrina Impacciatore vestita a caso da Humana vintage si agita inutilmente; Brenda Lodigiani impartisce una lezione di «lingua parallela dei gesti» molto italiana.
È tempo di guardare le stelle: sfilano gli atleti. Le nazioni sono 96, i protagonisti 2.900. I più attesi sono i 196 italiani come sempre griffati Giorgio Armani. Avanzano sui «tunz tunz» di dj Mace, guidati dai portabandiera Arianna Fontana e Federico Pellegrino a Milano, Federica Brignone e Amos Mosaner a Cortina. Ci sono anche gli altri. Molto applauditi i 46 ucraini, la guerra non li ferma. Russi e bielorussi non sfilano ma gareggiano come privati. I quattro iraniani sono più forti della dittatura degli ayatollah. Per rimanere nell’alveo politico, gli israeliani vengono fischiati in un momento di tristezza e di vergogna.
Arrivano gli snowboardisti australiani, lo slalomista brasiliano e quello della Guinea Bissau che si allena in un centro commerciale a Dubai. E poi i tradizionali bobisti giamaicani, due bellissime cilene (freestyle e sci alpino), la groenlandese inuit del biathlon Ukaleq Slettemark plurintervistata sulla geopolitica, la freestyler cino-americana Eileen Gu (guadagna 20 milioni di dollari l’anno ha 2 milioni di follower su Instagram) con 125 agguerriti connazionali.
Tutto scivola verso la fine. Il rappresentante italiano del Cio, Giovanni Malagò, si autocelebra e s’inceppa. Il presidente Mattarella dichiara aperti i Giochi con la formula classica. I tedofori campioni accendono fiaccola (il bambino di 11 anni lasciato per strada ha aiutato ad alzare la bandiera a Cortina) e speranze: Alberto Tomba e Deborah Compagnoni a Milano, Gustavo Thoeni e Sofia Goggia a Cortina. Arriva Ghali, che recita la poesia di Gianni Rodari «Promemoria» contro la guerra. Non ne ha azzeccata una. Voleva cantare l’inno di Mameli ma senza l’autotune non lo avrebbe sentito nessuno. Si è lamentato perché l’arabo sarebbe stato bandito, ma il giuramento olimpico è stato pronunciato come sempre anche in quella lingua.
Orgoglio e malinconia nel vedere così sfavillante lo stadio di San Siro, sapendo che la vecchia signora pittata dai visagisti delle dive è all’ultima uscita, prima del De profundis necessario. Perché un conto è vedere lo spettacolo dai box vip e un altro avere bisogno dei bagni per la gente comune o salire le scale da falansterio del socialismo reale. Ieri sera i giornalisti di tutto il pianeta rimpiangevano Pechino e Sochi in una sala stampa da quarto mondo senza le prese, ma con le bustine di malva per calmare i più nervosi.
La fiaccola approda nel braciere dell’Arco della Pace da dove vigilerà sulle due settimane di gare, maranza e pro pal permettendo. Da oggi entrano in scena cronometri, pattini, cancelletti, scioline. E il cuore degli atleti azzurri, si spera, a fare la differenza. Subito a tifare per Giovanni Franzoni e Dominik Paris nella discesa libera, per Francesca Lollobrigida (pronipote della Lollo) nel pattinaggio di velocità. Nell’attesa, neofiti ed espertoni di short track dall’altroieri, tutti a rivedere «Miracle», la partita di hockey più leggendaria della storia. Ovviamente sul divano.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Nelle stesse ore in cui Milano e Cortina accendevano i riflettori olimpici, Macron si trovava a Nuuk per inaugurare il nuovo consolato francese in Groenlandia. Si tratta di un avamposto diplomatico di dimensioni ridotte, con pochi funzionari e competenze limitate, ma caricato dall’Eliseo di un forte significato politico. La presenza francese, ha spiegato il nuovo console Jean-Noël Poirier, serve a ribadire l’impegno di Parigi a tutela della sovranità e dell’integrità territoriale di Danimarca e Groenlandia. «Abbiamo una linea rossa chiara: non faremo nulla che non sia in piena sintonia con ciò che vogliono i nostri amici danesi», ha affermato Poirier con solenne sicumera transalpina.
Quello che, formalmente, potrebbe sembrare un atto di ordinaria amministrazione diplomatica, nella sostanza vuole essere un gesto ad alta densità simbolica. Secondo Bloomberg, che ha fornito un’interessante lettura della vicenda, il peso dell’operazione è piuttosto modesto: un consolato minuscolo non sposta gli equilibri della sicurezza artica, ma consente tutt’al più alla Francia di segnalare la propria presenza in una regione divenuta cruciale nello scontro tra potenze. Sull’Artico, com’è noto, si sono posati da tempo gli occhi di Russia, Cina e, soprattutto, degli Stati Uniti, tornati a rivendicare apertamente la Groenlandia come tassello strategico della propria sicurezza. La sortita di Macron a trombe spiegate appare più teatro che sostanza. Una bandierina piantata nel ghiaccio per accreditarsi come protagonista europeo, senza però impegnarsi troppo sul piano operativo.
Leggermente diverso, ma speculare, è il caso del Canada che, al pari della Francia, ha deciso di aprire un suo consolato a Nuuk. Ottawa, però, si muove con maggiore cautela rispetto all’elefante francese nella cristalleria artica, dato che, al contrario di Parigi, è perfettamente consapevole della propria vulnerabilità nei confronti di Washington e dei rapporti sempre più tesi con Donald Trump. Anche qui, tuttavia, il messaggio politico conta più delle dimensioni dell’avamposto: riaffermare interessi artici trascurati per decenni e farsi trovare al tavolo quando si discuterà del futuro della regione. Oltre a sollevare dubbi sulla reale efficacia della sua mossa antitrumpiana, Macron ha finito anche per fare un evidente sgarbo a Roma, preferendo i ghiacci della Groenlandia ai riflettori olimpici di Milano-Cortina. E qui non può non tornare alla mente l’incidente accaduto alle Olimpiadi di Parigi, quando l’Italia non fece mancare la propria presenza, ma con Sergio Mattarella abbandonato sotto il diluvio senza nemmeno un ombrello: simbolo di un’accoglienza maldestra da parte del distratto anfitrione transalpino. Ieri come allora, insomma, tra le (velleitarie) ambizioni geopolitiche dell’Eliseo e il galateo diplomatico nei confronti dei «cugini» italiani sembra essersi creata una crepa che neppure i ghiacci eterni riescono più a nascondere.
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Ma chi è l’uomo che l’ha picchiata e, soprattutto, che cosa ha scatenato la sua furia nei confronti di una donna che non conosceva e che ha incrociato per caso? E qui viene la prima risposta disarmante, quella che fa capire come lo Stato, con la sua burocrazia e la sua democrazia, sia incapace di prevenire fenomeni come quello accaduto a San Lorenzo. L’aggressore è un tunisino di 22 anni, clandestino in Italia e già noto per altri episodi di violenza. Secondo i racconti delle persone del quartiere, si aggirerebbe nei paraggi da novembre scorso. Sporco, sempre arrabbiato, con un bastone in mano, avrebbe già aggredito altre tre donne prima di quella a cui lunedì ha rotto il naso. Le violenze scatterebbero sempre senza apparente motivo e senza che le vittime conoscano il loro aggressore. Prima della mamma in bicicletta, a essere colpite sono state due operatrici dell’Ama, l’azienda municipalizzata di Roma, e perfino una ragazzina di 12 anni. Anche loro prese a pugni per strada e una delle tre ha dovuto ricorrere all’assistenza del Pronto soccorso.
Fin qui la cronaca di una violenza improvvisa e ingiustificata, che però già restituisce l’immagine di una zona della capitale dove le persone non possono circolare tranquille senza il timore di essere picchiate. Ma il peggio viene in seguito, ovvero dopo che le forze dell’ordine hanno identificato il tunisino e lo hanno denunciato per lesioni aggravate. Gli agenti hanno scoperto che l’uomo aveva un permesso di soggiorno per motivi umanitari, che poi gli era stato revocato e alla decisione lui si era opposto con un ricorso, come ormai fanno tutti, dato che a ogni straniero lo Stato assicura il gratuito patrocinio, ovvero l’avvocato pagato con i soldi pubblici. Ci sono legali specializzati, che spesso neppure conoscono il loro cliente, ma che per alcune migliaia di euro sono disposti a difenderlo e a impedire prima della fine delle procedure che questo sia espulso.
Infatti, l’aggressore delle donne di San Lorenzo, una volta identificato e denunciato è stato rimesso in libertà, perché non si può fare altro. Grazie alla magistratura, ma anche alle leggi che i raffinati giuristi del Colle correggono in versione garantista, in attesa dell’esito del ricorso non lo si può espellere né rinchiudere in un centro per il rimpatrio. Risultato, il picchiatore continua ad aggirarsi nel quartiere, con la possibilità di aggredire altre persone. In seguito agli accertamenti delle forze dell’ordine, si sa che il clandestino è già stato sottoposto a trattamenti sanitari per disturbi di natura psichica (anche dopo il pugno in faccia è stato portato in ospedale per un Tso) e se ne sono occupati i servizi sociali, offrendo assistenza e ospitalità, ma il tunisino ha sempre rifiutato. Così, dopo l’ultima aggressione, lo si è rivisto a San Lorenzo, in un bar della zona. Probabilmente pronto a colpire altre donne.
Vi sembra una storia incredibile? No, è una vicenda di ordinaria follia. Ma il matto non è solo il tunisino che picchia chi incontra, ma pure chi non comprende che dobbiamo farla finita con l’accoglienza a ogni costo e contro il buon senso. Nel decreto sicurezza il governo ha abolito l’automatismo che regala a tutti gli stranieri il gratuito patrocinio. L’opposizione, ovviamente, è contraria. Se ci sarà ancora qualcuno in giro che picchia le persone o, come nel caso della povera Aurora Livoli, le violenta e le uccide, sapete con chi prendervela.
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Una seduta del Csm. Nel riquadro Donatella Ferranti (Ansa)
«Questo matrimonio non s’ha da fare» ordinarono i bravi, su ordine di don Rodrigo, a don Abbondio per impedire le nozze tra Renzo e Lucia. «Questa riforma non s’ha da fare», ordinano oggi i giudici della Corte di Cassazione che hanno accolto la richiesta di quindici giuristi di sinistra di riformulare il testo della domanda referendaria, cosa che potrebbe - il condizionale è d’obbligo - fare slittare il voto a chissà quando.
Almeno questa è la speranza del fronte del No che ha bisogno di tempo per recuperare lo svantaggio che emerge dai sondaggi ma che soprattutto mira a fare in modo che comunque vada il prossimo Csm, in scadenza tra pochi mesi, sia nominato con le vecchie regole. Il che permetterebbe all’attuale casta correntista, tra l’altro, di decidere i nuovi procuratori di Milano, Roma, Palermo che andranno a scadenza il prossimo anno. Di fatto di continuare a controllare con le vecchie logiche il motore della magistratura italiana. Agli addetti ai lavori non è sfuggito il fatto che il primo dei magistrati componenti la commissione che ha preso la decisione di riaprire i giochi referendari sia Donatella Ferranti, deputata del Pd e presidente della Commissione Giustizia della Camera fino al 2018.
Su di lei c’è ampia documentazione degli stretti rapporti con Luca Palamara capo del sistema che ha governato la magistratura in modo correntizio dal 2008 al 2019: in numerosi messaggi poi resi pubblici la Ferranti chiedeva a Palamara di adoperarsi per nominare questo o quel magistrato amico politico, il più delle volte ottenendo ciò che desiderava. Nonostante questo, la Ferranti è stata graziata dalla purga seguita allo scoppio dello scandalo e ora dalla Cassazione, dove è finita nel 2018, è addirittura chiamata a decidere se quel sistema marcio di cui ha fatto parte debba o no continuare a esistere.
Questa, purtroppo, è la realtà di quel mondo che non vuole saperne non solo di mollare la presa sul Paese e sulla democrazia, ma che addirittura continua a pretendere una assoluta immunità. C’è da capirli: per la sinistra è una questione di vita o di morte, la riforma è uno spartiacque tra il continuare ad avvalersi dell’aiuto della magistratura, vale ovviamente il viceversa, e il dover camminare solo sulle proprie gambe. In altre parole, se continuare a giocare una partita truccata a loro favore o giocare in campo aperto senza protezioni. La Cassazione, evidentemente, sta dalla loro parte, vedremo cosa diranno gli italiani - la giustizia è amministrata in nome del popolo, non dell’Associazione nazionale magistrati - se mai sarà loro concesso di esprimersi.
Nell’ordinanza del Palazzaccio è stata aggiunta solo una frase
Per fortuna che Sergio Mattarella aveva invocato la tregua olimpica. I giudici, come si sa, non guardano in faccia a nessuno e ieri una mezz’oretta prima che tutto il mondo puntasse gli occhi sulla cerimonia di apertura dei giochi della neve la Corte di Cassazione si è presa la scena. Gli ermellini hanno fatto, sia chiaro in punta di diritto, un blitz che manda a Giorgia Meloni di traverso il trionfo olimpico e che rischia di cogliere l’obbiettivo da sempre perseguito dall’Anm: far entrare in vigore la riforma Nordio il più tardi possibile per poter eleggere a gennaio il nuovo Csm con il vecchio sistema elettorale che garantisce il dominio delle correnti della magistratura. Pasquale D’Ascola primo presidente della Consulta ha delegato la questione al presidente dell’ufficio centrale per il referendum, Raffaele Gaetano Antonio Frasca. Palazzo Chigi con decreto poi promulgato dal Presidente della Repubblica il 14 gennaio scorso ha fissato la data del referendum confermativo per il 22 e 23 marzo specificando la domanda da porre la popolo sovrano. Ma, tanto per stare ad antichi echi sportivi, come avrebbe detto Gino Bartali: gli è tutto sbagliato gli è tutto da rifare. Gli ermellini hanno infatti accolto la tesi dei cosiddetti 15 volenterosi – una squadra di costituzionali e giuristi tutti di sinistra - che hanno promosso la raccolta di 500.000 firme per indire un nuovo referendum. I promotori, sostenuti dall’Anm in primissima fila, hanno chiesto d’integrare il quesito referendario e la Cassazione ha detto che hanno ragione. L’ordinanza si articola in 38 pagine per motivare ampiamente la decisione e integra il quesito del governo che chiedeva solamente «Approvate il testo della legge costituzionale concernente Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?», con questa ulteriore specificazione: «Con la quale vengono modificati gli articoli 87 comma 10, 102 comma 1, 104, 105, 106 comma 3, 107 comma1 e 110 comma 1 della Costituzione?». Lo capisce anche un bambino che non cambia assolutamente nulla e tuttavia gli ermellini si prodigano in una dotta disertazione per difendersi (in via cautelativa e sotto traccia) dall’eventuale accusa di fare slittare i termini del referendum e ritengono legittimo cassare la loro prima decisione, quella appunto che ha ammesso il quesito del governo, sostituendola con questa nuova domanda agli elettori.
Evidentemente ai giudici di Cassazione - che in qualche modo paiono censurare la sentenza del Tar che ha dato torto al comitato del No che voleva un allargamento dei tempi della campagna elettorale - il tema dei tempi deve essere ben presente tant’è che l’ordinanza è stata immediatamente trasmessa a Mattarella, alle Camere e alla Meloni. Ma che succede adesso? Secondo il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare del Pd, ma uno degli animatori del Si alla riforma, non dovrebbe cambiare nulla. «Il referendum – sostiene Ceccanti - è già indetto per decreto: viene solo aggiornato il quesito e non servirebbero altri decreti che ne posticiperebbero la data. Quindi il quesito cambia, ma la data no. Non escluderei però che i promotori ritengano di chiedere di cambiare la data ricorrendo di nuovo alla Consulta. Penso però che il ricorso non verrebbe ammesso».
E tuttavia il problema sotto traccia c’era se Mattarella non aveva dato il visto si stampi alle schede elettorali. C’è poi la questione dei sessanta giorni per la campagna elettorale. Se per caso si dovesse spostare la consultazione a metà aprile tenendo conto anche del periodo pasquale appare evidente che non ci sarebbe tempo sufficiente per far diventare operativa la riforma prima del voto per il nuovo Csm. Perché è vero che una volta proclamato il risultato del referendum si procede alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del nuovo testo costituzionale che diventa immediatamente vigente, ma poi devono essere approvate le leggi attuative ed è su questo iter che conta l’Anm per continuare a determinare la composizione del Csm.
Come si vede il presidente della Corte di Cassazione Pasquale D’Ascola il 30 gennaio quando ha letto le sue Considerazioni finali alla relazione sull’amministrazione della giustizia doveva avere ben presente la questione referendaria. Ha scandito: «La preoccupazione della magistratura è volta a garantire che resti effettiva l’indipendenza e l’autonomia della giurisdizione come caposaldo del sistema costituzionale». Ora la preoccupazione passa al Parlamento e a Palazzo Chigi che potrebbero ben chiedersi che valore ha l’articolo 1 (popolo sovrano) della Costituzione e la, tanto invocata dal fronte del No, separazione dei poteri.
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