La schiaffo alla Cina che urta Coca-Cola & C.
  • Contro lo sfruttamento degli Uiguri, il Senato Usa approva una stretta alle importazioni dallo Xinjiang, tranne per quei prodotti non frutto di lavoro forzato. Norma contro la quale, però, si erano battuti i colossi in prima fila per le battaglie «buone» come Blm.
  • Due cadaveri nella mega villa dove fu ucciso Versace. I corpi trovati in una stanza di quello che ora è un hotel. Collegamento con la ricorrenza dei 24 anni dal delitto?

Lo speciale contiene due articoli.

Stretta di Washington contro Pechino. Il Senato degli Stati Uniti ha approvato l’altro ieri all’unanimità un disegno di legge che vieta l’importazione di prodotti dallo Xinjiang, a meno che non si dimostri che non siano stati realizzati attraverso pratiche di lavoro forzato: un lavoro forzato a cui, in questa regione, è sottoposta la minoranza uigura da parte del governo cinese. Il provvedimento – presentato congiuntamente dal senatore repubblicano Marco Rubio e dal suo collega dem Jeff Merkley – prescrive che le merci provenienti da questa regione potranno entrare solo previa certificazione del governo statunitense. Il disegno di legge dovrà adesso ottenere l’ok definitivo dalla Camera dei rappresentanti, dove si ritiene che possa ricevere un’ampia maggioranza.

Nonostante le ripetute smentite da parte di Pechino, le Nazioni Unite hanno riferito che circa un milione di uiguri risultino in stato di detenzione in Cina. Sempre le Nazioni Unite hanno inoltre espresso preoccupazioni per quanto riguarda la questione del lavoro forzato. Il disegno di legge approvato in Senato costituisce quindi un deciso schiaffo alla Repubblica popolare.

E va ad aggiungersi alle strette già attuate dall’amministrazione Biden: si pensi solo alla blacklist, stilata a giugno, di 59 aziende cinesi, accusate di usare «tecnologia di sorveglianza cinese per facilitare la repressione o gravi violazioni dei diritti umani». È bene ricordare, a questo proposito, che – come riportato da Reuters a marzo – la Repubblica popolare faccia ricorso (soprattutto nello Xinjiang) a società tecnologiche per una sorveglianza di massa, basata sul tracciamento etnico.

Le tensioni tra Washington e Pechino sono quindi destinate ad acuirsi. La partita è del resto delicata, perché chiama in causa lo spinoso fattore delle catene di approvvigionamento (visto che lo Xinjiang è un notevole produttore, tra le altre cose, di cotone, silicio e zucchero). Un fronte su cui il Dragone è pronto a dare battaglia, con il Global Times (organo di informazione del Partito comunista cinese) che ha recentemente ventilato misure ritorsive sul piano delle supply chain. Tuttavia, al di là dello scontro politico ed economico che viene profilandosi tra i due giganti, un ulteriore elemento interessante da rilevare risiede nella condotta di alcuni colossi industriali americani.

Vale a tal proposito la pena ricordare che un provvedimento simile a quello votato dal Senato statunitense mercoledì fosse già stato approvato, a settembre, dalla Camera: un provvedimento – anch’esso volto ad arginare il lavoro forzato nello Xinjiang intervenendo sulle importazioni – che non riuscì tuttavia ad ottenere l’ok del Senato entro la fine della scorsa legislatura. Ebbene, come rivelato a novembre dal New York Times, svariati colossi industriali statunitensi avevano condotto un’intensa attività di lobbying per indebolire quel disegno di legge. In particolare, le tre aziende principali citate dal quotidiano furono Apple, Nike e Coca-Cola.

In primis, a marzo 2020, l’Australian strategic policy institute «ha identificato Apple e Nike tra le 82 aziende che hanno potenzialmente beneficiato, direttamente o indirettamente, di programmi abusivi di trasferimento di manodopera legati allo Xinjiang». In secondo luogo – stando a un report della Congressional-Executive Commission on China datato marzo 2020 – Coca-Cola compare tra le «aziende sospettate di impiegare direttamente lavoro forzato o di approvvigionarsi da fornitori sospettati di ricorrere al lavoro forzato». È pur vero che le tre società abbiano smentito la presenza di lavoro forzato nelle proprie catene di approvvigionamento. Però intanto, a livello lobbistico, hanno spinto per evitare che Washington adottasse una linea troppo dura sullo Xinjiang.

La stranezza, in tutto ciò, è che queste aziende sono notoriamente impegnate in battaglie per i diritti civili in Occidente. Nike ed Apple sostengono il movimento Black lives matter, mentre Coca-Cola ha criticato la riforma elettorale di recente approvata dal parlamento della Georgia (che mette dei paletti a tutela della correttezza del voto) ed è stata inoltre, in Italia, sponsor del gay pride a Milano, Napoli e Padova.

Insomma, stride un po’ che queste aziende – così solerti nella difesa delle cause progressiste in Europa e Stati Uniti – facciano poi attività di lobbying per edulcorare provvedimenti in difesa di una minoranza sfruttata dal Partito comunista cinese. Ad essere malfidati, verrebbe quindi da credere che le battaglia politiche sostenute da questi colossi siano dettate più da interessi che da principi morali. Un paradosso che riguarda di conseguenza anche gli influencer politicamente impegnati, legati a tali società. Fedez, per esempio, ha avviato di recente una collaborazione con Coca-Cola per una campagna pubblicitaria, sulla scia della sua ultima canzone (che cita esplicitamente il prodotto). Ci chiediamo quindi sommessamente se, tra una filippica social sul ddl Zan e una sul conflitto israeliano-palestinese, il Masaniello di Instagram riuscirà a trovare anche il tempo per occuparsi degli uiguri.


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