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2025-01-13
L'asse Cina-Huthi
(Ansa)
Lo scorso 11 gennaio la radio dell’esercito israeliano (Idf) ha riferito che l’aviazione militare dello Stato ebraico ha condotto un attacco in Yemen utilizzando 20 aerei da combattimento. Questo raid rappresenta il quinto round di bombardamenti condotti da Israele dall’ottobre 2023, quando gli Huthi hanno iniziato ad attaccare obiettivi israeliani. L’obiettivo dichiarato delle Idf è quello di danneggiare le infrastrutture del gruppo sciita, interrompere il flusso di armi provenienti dall’Iran e limitare la capacità degli Huthi di importare petrolio. Tuttavia, nonostante i raid aerei, i terroristi yemeniti sembrano determinati a continuare le ostilità. Infatti, meno di 24 ore dopo gli ultimi attacchi, il gruppo ha ripreso a lanciare missili contro Israele.
Gli Huthi, una fazione radicale sciita sostenuta dall’Iran, hanno preso il controllo dello Yemen nel 2015 e agiscono come il principale proxy iraniano nella regione. Dall’inizio del conflitto con Hamas ed Hezbollah, gli Huthi hanno intensificato i loro attacchi contro Israele, lanciando centinaia di droni e razzi. Contestualmente, anche la loro aggressività in mare è aumentata significativamente. Lo stretto di Bab al-Mandeb, una cruciale via d’acqua situata tra Gibuti e Yemen, sta diventando un nodo strategico sempre più vulnerabile. Questo passaggio naturale, che collega il Mar Rosso all’ingresso meridionale del Canale di Suez, ha visto una significativa riduzione del traffico navale nell’ultimo anno, con un calo di oltre il 50%. La posizione geografica dello stretto lo rende un punto di strozzatura chiave per la navigazione internazionale. Tuttavia, la crescente instabilità nella regione e l’intensificazione dei conflitti stanno mettendo a rischio non solo il commercio globale, ma anche la sicurezza energetica mondiale. Bab al-Mandeb, già teatro di tensioni geopolitiche, rappresenta ora un campo di battaglia per il controllo delle rotte marittime.
Nel gennaio 2024 l’Unione europea ha lanciato l’Operazione Aspides, ufficialmente denominata Eunavfor Aspides, una missione di sicurezza marittima progettata per contrastare gli attacchi degli Huthi contro le navi in transito nel Mar Rosso. La missione, di natura diplomatico-militare, mira a garantire la protezione delle rotte commerciali strategiche verso i porti europei. A differenza dell’operazione statunitense Prosperity Guardian iniziata nel dicembre 2023, caratterizzata da un approccio più interventista, Aspides si distingue per essere «puramente difensiva». L’obiettivo principale è scortare le navi mercantili, difenderle dagli attacchi e potenziare la sorveglianza marittima nella regione.
Gli Huthi finora sono stati molto attenti a non colpire le navi russe e quelle cinesi, tanto che il 19 gennaio 2024 è stato annunciato che le navi cinesi e quelle russe sarebbero state autorizzate a transitare in sicurezza nel Mar Rosso e lo stesso giorno, il ministero del Commercio cinese ha esortato gli Huthi «a cessare le molestie contro le spedizioni commerciali» e ha promesso sforzi futuri, mai specificati, per proteggere il commercio marittimo nell’area.
A un anno dalle dichiarazioni cinesi un’indagine dell’intelligence americana, rivelata da i24News, ha portato alla luce una collaborazione segreta tra Pechino e il gruppo terroristico yemenita degli Huthi. Secondo le fonti, gli Huthi starebbero utilizzando armamenti sofisticati di fabbricazione cinese nei loro attacchi nel Mar Rosso, in cambio della sostanziale immunità per le navi che battono bandiera cinese. Le indagini hanno svelato una complessa rete di fornitura che gli Huthi avrebbero stabilito in Cina fin dall’inizio delle ostilità nel Mar Rosso. Questa rete consente loro di ottenere componenti avanzati e apparecchiature di guida per missili balistici e da crociera, rappresentando una minaccia diretta alla stabilità della regione. Il coinvolgimento cinese nel fornire armamenti agli Huthi solleva interrogativi sulle dinamiche geopolitiche della regione, mettendo ulteriormente in discussione gli sforzi internazionali per garantire la sicurezza delle rotte marittime strategiche. Ma ancora più preoccupante è il fatto che i leader Huthi stanno pianificando di fabbricare centinaia di missili da crociera in grado di colpire gli Stati del Golfo Persico, utilizzando gli stessi componenti cinesi. Washington ha ripetutamente trasmesso queste informazioni a Pechino da settembre, compresi elenchi dettagliati delle aziende cinesi coinvolte in questo meccanismo di armi. Una qualificata fonte di intelligence ci conferma le manovre sull’asse Sanaa-Pechino: «Rilevanti figure degli Huthi hanno visitato la Cina diverse volte la scorsa estate e in autunno, quasi certamente per incontri con funzionari di alto rango della Repubblica popolare compresi alti gradi dell’esercito».
Ora, di fronte alla totale inazione di Pechino, gli Stati Uniti minacciano di agire congiuntamente con Israele per tagliare fuori queste reti commerciali cinesi dal sistema finanziario globale e per Pechino sarebbe un disastro. Che tra gli Stati e la Cina il rapporto stia tornando burrascoso lo mostra il fatto che qualche giorno fa Washington ha inserito nella lista nera la più grande compagnia di navigazione cinese, Cosco Shipping Holdings Co., e due importanti costruttori navali, la China State Shipbuilding Corp. e la China Shipbuilding Trading Co., per presunti legami con l’Esercito popolare di liberazione. La decisione, pubblicata martedì scorso sul Federal Register, identifica queste società come entità militari cinesi, secondo una classificazione del Pentagono. Come scrive Bloomberg anche se la lista nera non prevede sanzioni specifiche, l’inclusione scoraggia le aziende statunitensi dal collaborare con tali società, segnalando un crescente controllo sul settore marittimo e sulla costruzione navale cinese.
Questa misura arriva in un momento in cui gli Stati Uniti intensificano il monitoraggio delle attività marittime della Cina, la nazione con il più grande settore della costruzione navale al mondo, responsabile di oltre la metà della produzione globale di navi mercantili. L’industria statunitense della costruzione navale, invece, ha subito un drastico declino nell’ultima generazione. La mossa di Washington potrebbe indicare un cambio di strategia, mentre l’ex presidente Donald Trump sta per sedersi nuovamente sulla poltrona della Casa Bianca con tutto ciò che comporterà per i nemici dell’America.
Droni e missili forniti da Teheran hanno già una gittata di 2.000 km
Gli Huthi, noti anche come Ansar Allah (Sostenitori di Dio), sono un gruppo armato che attualmente domina gran parte dello Yemen settentrionale. Fondato negli anni Novanta da Hussein Badreddin al-Houthi, il movimento segue il ramo zaidita dell’islam sciita, che rappresenta circa il 20-30% della popolazione. La guida del gruppo proviene dalla tribù Huthi che appartiene alla confederazione tribale Bakil, la più numerosa tra le tre principali confederazioni tribali dello Yemen, insieme agli Hashid e i Madhaj. Oggi, gli Huthi contano circa 20.000 combattenti. Dopo la morte di Hussein Badreddin al-Houthi, la leadership del movimento è passata principalmente a suo fratello, Abdul-Malik al-Houthi, il quale ha affermato di essere pronto a colpire gli Usa e i loro alleati senza esitazione.
Dall’inizio del 2009 l’Iran ha sostenuto gli Huthi in Yemen attraverso il contrabbando di armi sempre più avanzate e letali. Nel 2015, la Forza Qods, l’unità operativa esterna delle Guardie rivoluzionarie iraniane, aveva iniziato a fornire componenti missilistici per l’assemblaggio in loco. Questo supporto, combinato con l’addestramento militare e l’assistenza strategica di consiglieri iraniani, ha trasformato la milizia tribale Huthi in una forza combattente altamente efficace, organizzata, ben equipaggiata e disciplinata.
La Forza Qods si avvaleva principalmente dei dhow, piccole imbarcazioni da pesca, per contrabbandare componenti di armamenti. Queste imbarcazioni seguivano rotte attraverso il Mar Arabico, il Golfo di Aden e il Corno d’Africa, cercando di eludere le interdizioni delle forze statunitensi e dei loro alleati. Secondo Farzin Nadimi, ricercatore senior presso il Washington Institute for Near East Policy, «gli iraniani hanno fatto notevoli sforzi per fornire alcune delle loro armi più efficaci, nonostante le difficoltà logistiche». Nadimi ha evidenziato che l’Iran ha fornito sistemi d’arma di semplice utilizzo, che non richiedono operatori altamente qualificati, permettendo così agli Huthi di impiegare rapidamente equipaggiamenti avanzati. Inoltre, il gruppo ha accumulato armi confiscate all’Esercito yemenita, ottenute da altre tribù o acquistate sul mercato nero. Tuttavia, le armi più avanzate dal punto di vista tecnologico sono state fornite direttamente dall’Iran.
Entro la fine del 2023 gli Huthi avevano raggiunto un livello di organizzazione e armamento tale da essere in grado di colpire le navi da guerra statunitensi nel Mar Rosso. Sono diventati il primo gruppo a utilizzare missili balistici antinave, anche se gran parte degli attacchi contro navi commerciali e militari non ha avuto successo A metà del 2024 gli Huthi avevano già effettuato oltre 100 attacchi contro obiettivi in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Israele e contro i loro avversari yemeniti, oltre a numerosi attacchi contro navi nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, impiegando armamenti di provenienza iraniana. Quello che sappiamo è che gli Huthi posseggono missili con una gittata dichiarata di 2.000 chilometri e droni aerei con una capacità di volo dichiarata fino a 2.500 chilometri. Armamenti che utilizzano una combinazione di componenti provenienti dall’Iran e parti o materiali disponibili in commercio per fabbricare i droni localmente. Il 19 luglio 2024, gli Huthi hanno lanciato un attacco senza precedenti su Tel Aviv utilizzando un drone suicida che fortunatamente non ha fatto una strage. Il Samad-3 è stato modificato in modo da poter volare su una rotta indiretta di circa 1.615 chilometri dallo Yemen e avvicinarsi da ovest.
«In Occidente molti hanno chiuso gli occhi davanti alla minaccia»
Nadja A. Bar-Ner è un analista israeliana che si occupa del rischio geopolitico con competenze in materia di terrorismo islamico, manipolazione cognitiva/narrativa e guerra ibrida.
Da oltre un anno gli Huthi lanciano missili contro Israele e attaccano le navi nello stretto di Bab el Mandeb.
«Dal punto di vista israeliano, gli Huthi sono i meno minacciosi tra le varie milizie sostenute dall’Iran, soprattutto a causa della distanza geografica. La rappresaglia israeliana contro gli Huthi è stata relativamente contenuta, anche perché la distanza limita le opzioni disponibili per contrattacchi efficaci. Gli attacchi degli Huthi contro Israele dopo il 7 ottobre miravano inizialmente a interrompere la navigazione e a colpire la punta più meridionale di Israele, Eilat, con droni, missili da crociera e balistici, il tutto con un successo limitato. La situazione si è aggravata nel luglio 2024, dopo che una persona è stata uccisa a Tel Aviv da un drone suicida degli Huthi, a seguito del quale Israele ha iniziato a contrattaccare prendendo di mira depositi di armi, infrastrutture energetiche, porti e presunti siti di lancio. Gli attacchi strategici dell’Iaf, unilateralmente e in collaborazione con Usa e Regno Unito, hanno inflitto danni significativi, ma restano tutt’altro che decisivi».
La comunità internazionale ha sottovalutato i terroristi yemeniti?
«I continui attacchi degli Huthi indicano politiche carenti da parte della comunità internazionale. La risposta tiepida e silenziosa degli Stati Uniti, dell’Ue, dell’Egitto, degli Stati arabi e dell’Onu non dissuade gli Huthi e l’Iran dal cambiare il loro approccio - al contrario, può essere interpretata come un margine per spingere ulteriormente i limiti. Inoltre, l’approccio amichevole di Cina e Russia verso gli Huthi indica le realtà/limiti di un mondo multipolare, in quanto le loro azioni ignorano o lavorano contro gli interessi commerciali ed economici globali comuni. Ad esempio la Cina presumibilmente stringe accordi con gli Huthi per evitare danni alle proprie navi mentre la Russia continua a fornire armi e addestramento alle milizie Huthi».
Negli anni il gruppo terroristico sciita ha ricevuto missili e armi sotto gli occhi della comunità internazionale.
«In alcuni ambienti, soprattutto al di fuori del Medio Oriente, gli Huthi sono stati liquidati come una banda di straccioni, mentre altri hanno volontariamente ignorato la crescente minaccia. La gestione proattiva dei rischi è passata di moda da tempo, sostituita da un atteggiamento “laisser faire”: finché i conflitti e le minacce non interferiscono direttamente con lo stile di vita in Occidente, non vengono affrontati. Considerando che le capacità missilistiche e di armamento degli Huthi risalgono agli acquisti degli anni Novanta dalla Corea del Nord e dagli Stati ex sovietici, compresi gli Scud, e che sono state costantemente allargate soprattutto con l’aiuto di Iran e Russia, sembra che si tratti più di un’ignoranza intenzionale della crescente minaccia Houthi, piuttosto che di una sottovalutazione. I rapporti che risalgono al 2014 riportano armi e missili (componenti) provenienti da Iran, Russia e Cina contrabbandati via mare, terra e, si può presumere, via aerea, attraverso l’uso di proxy come Hezbollah. Da allora, gli Huthi sembrano aver sviluppato la capacità di produrre parti di Uav, principalmente sulla base di progetti iraniani. I recenti e crescenti attacchi di droni contro Israele illustrano la crescente sofisticazione e le capacità incontrollate».
Ormai non è un segreto che gli Huthi siano una propaggine dell’Iran, che li arma e li finanzia, ma c’è chi sostiene che Teheran non li controlli completamente. È così?
«Gli Huthi sono un gruppo sciita locale, con l’obiettivo primario di governare lo Yemen, cioè di estromettere il governo ufficiale yemenita, sostenuto da Usa, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. L’Iran diventa quindi un alleato logico per raggiungere i loro obiettivi. Tuttavia, la mentalità degli Huthi è più vicina a quella delle popolazioni del Corno d’Africa che a quella del Medio Oriente. Il popolo yemenita ha una storia e una reputazione di feroce indipendenza, di tribalismo aggressivo e non teme di impegnarsi in conflitti, grandi o piccoli che siano. Un popolo simile non diventa un proxy disciplinato - in ultima analisi, combatte per sé stesso, non per l’Iran. I recenti rapporti di collaborazione/scambio con l’organizzazione terroristica somala Al-Shabaab ne sono un esempio».
Passando a Gaza, secondo recenti stime israeliane, Hamas sta reclutando nuovi combattenti, rendendo difficile la distruzione del gruppo terroristico.
«Non è sorprendente. Una popolazione radicalizzata e indottrinata per generazioni produce bambini e giovani che conoscono solo la violenza e il terrorismo per esprimersi. Inoltre, la rigida dottrina islamista insegnata nelle scuole e nelle moschee, che sottolinea la lotta e l’odio contro gli ebrei, fornisce il quadro psicologico per l’estremismo che permea tutti gli ambiti della vita e della società. La manipolazione della storia e della narrativa, perpetuata ad esempio dall’Unrwa, fornisce un’ulteriore conferma ai palestinesi/gazani che un percorso di violenza e terrorismo è accettabile. Questa convinzione è rafforzata dalla posizione di molti governi e persone occidentali, che omettono di denunciare il terrorismo in modo incondizionato. Allo stesso modo, l’incapacità dei potenziali Stati arabi moderati partecipanti agli Accordi di Abramo di condannare chiaramente il terrorismo come mezzo per raggiungere obiettivi politici, alimenta l’illusione di molti giovani di Gaza che il terrorismo sia una strada percorribile. Mantenere le capacità militari di Hamas al di sotto di una soglia critica (ancora da raggiungere), insieme alla rieducazione della popolazione, sarà imperativo per raggiungere una stabilità praticabile a Gaza».
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L’intelligence americana ha portato alla luce il patto tra Pechino e i terroristi yemeniti: armi sofisticate in cambio del lasciapassare alle navi del Dragone attraverso lo strategico stretto di Bab el-Mandeb. Allarme tra i Paesi arabi del Golfo.Gli ayatollah hanno trasformato un gruppo tribale in un serio pericolo per Usa e Israele.L’analista Nadja A. Bar-Ner : «I miliziani si stanno armando dagli anni Novanta. L’Iran è un alleato, ma loro giocano una partita autonoma».Lo speciale contiene tre articoli.Lo scorso 11 gennaio la radio dell’esercito israeliano (Idf) ha riferito che l’aviazione militare dello Stato ebraico ha condotto un attacco in Yemen utilizzando 20 aerei da combattimento. Questo raid rappresenta il quinto round di bombardamenti condotti da Israele dall’ottobre 2023, quando gli Huthi hanno iniziato ad attaccare obiettivi israeliani. L’obiettivo dichiarato delle Idf è quello di danneggiare le infrastrutture del gruppo sciita, interrompere il flusso di armi provenienti dall’Iran e limitare la capacità degli Huthi di importare petrolio. Tuttavia, nonostante i raid aerei, i terroristi yemeniti sembrano determinati a continuare le ostilità. Infatti, meno di 24 ore dopo gli ultimi attacchi, il gruppo ha ripreso a lanciare missili contro Israele. Gli Huthi, una fazione radicale sciita sostenuta dall’Iran, hanno preso il controllo dello Yemen nel 2015 e agiscono come il principale proxy iraniano nella regione. Dall’inizio del conflitto con Hamas ed Hezbollah, gli Huthi hanno intensificato i loro attacchi contro Israele, lanciando centinaia di droni e razzi. Contestualmente, anche la loro aggressività in mare è aumentata significativamente. Lo stretto di Bab al-Mandeb, una cruciale via d’acqua situata tra Gibuti e Yemen, sta diventando un nodo strategico sempre più vulnerabile. Questo passaggio naturale, che collega il Mar Rosso all’ingresso meridionale del Canale di Suez, ha visto una significativa riduzione del traffico navale nell’ultimo anno, con un calo di oltre il 50%. La posizione geografica dello stretto lo rende un punto di strozzatura chiave per la navigazione internazionale. Tuttavia, la crescente instabilità nella regione e l’intensificazione dei conflitti stanno mettendo a rischio non solo il commercio globale, ma anche la sicurezza energetica mondiale. Bab al-Mandeb, già teatro di tensioni geopolitiche, rappresenta ora un campo di battaglia per il controllo delle rotte marittime. Nel gennaio 2024 l’Unione europea ha lanciato l’Operazione Aspides, ufficialmente denominata Eunavfor Aspides, una missione di sicurezza marittima progettata per contrastare gli attacchi degli Huthi contro le navi in transito nel Mar Rosso. La missione, di natura diplomatico-militare, mira a garantire la protezione delle rotte commerciali strategiche verso i porti europei. A differenza dell’operazione statunitense Prosperity Guardian iniziata nel dicembre 2023, caratterizzata da un approccio più interventista, Aspides si distingue per essere «puramente difensiva». L’obiettivo principale è scortare le navi mercantili, difenderle dagli attacchi e potenziare la sorveglianza marittima nella regione. Gli Huthi finora sono stati molto attenti a non colpire le navi russe e quelle cinesi, tanto che il 19 gennaio 2024 è stato annunciato che le navi cinesi e quelle russe sarebbero state autorizzate a transitare in sicurezza nel Mar Rosso e lo stesso giorno, il ministero del Commercio cinese ha esortato gli Huthi «a cessare le molestie contro le spedizioni commerciali» e ha promesso sforzi futuri, mai specificati, per proteggere il commercio marittimo nell’area. A un anno dalle dichiarazioni cinesi un’indagine dell’intelligence americana, rivelata da i24News, ha portato alla luce una collaborazione segreta tra Pechino e il gruppo terroristico yemenita degli Huthi. Secondo le fonti, gli Huthi starebbero utilizzando armamenti sofisticati di fabbricazione cinese nei loro attacchi nel Mar Rosso, in cambio della sostanziale immunità per le navi che battono bandiera cinese. Le indagini hanno svelato una complessa rete di fornitura che gli Huthi avrebbero stabilito in Cina fin dall’inizio delle ostilità nel Mar Rosso. Questa rete consente loro di ottenere componenti avanzati e apparecchiature di guida per missili balistici e da crociera, rappresentando una minaccia diretta alla stabilità della regione. Il coinvolgimento cinese nel fornire armamenti agli Huthi solleva interrogativi sulle dinamiche geopolitiche della regione, mettendo ulteriormente in discussione gli sforzi internazionali per garantire la sicurezza delle rotte marittime strategiche. Ma ancora più preoccupante è il fatto che i leader Huthi stanno pianificando di fabbricare centinaia di missili da crociera in grado di colpire gli Stati del Golfo Persico, utilizzando gli stessi componenti cinesi. Washington ha ripetutamente trasmesso queste informazioni a Pechino da settembre, compresi elenchi dettagliati delle aziende cinesi coinvolte in questo meccanismo di armi. Una qualificata fonte di intelligence ci conferma le manovre sull’asse Sanaa-Pechino: «Rilevanti figure degli Huthi hanno visitato la Cina diverse volte la scorsa estate e in autunno, quasi certamente per incontri con funzionari di alto rango della Repubblica popolare compresi alti gradi dell’esercito». Ora, di fronte alla totale inazione di Pechino, gli Stati Uniti minacciano di agire congiuntamente con Israele per tagliare fuori queste reti commerciali cinesi dal sistema finanziario globale e per Pechino sarebbe un disastro. Che tra gli Stati e la Cina il rapporto stia tornando burrascoso lo mostra il fatto che qualche giorno fa Washington ha inserito nella lista nera la più grande compagnia di navigazione cinese, Cosco Shipping Holdings Co., e due importanti costruttori navali, la China State Shipbuilding Corp. e la China Shipbuilding Trading Co., per presunti legami con l’Esercito popolare di liberazione. La decisione, pubblicata martedì scorso sul Federal Register, identifica queste società come entità militari cinesi, secondo una classificazione del Pentagono. Come scrive Bloomberg anche se la lista nera non prevede sanzioni specifiche, l’inclusione scoraggia le aziende statunitensi dal collaborare con tali società, segnalando un crescente controllo sul settore marittimo e sulla costruzione navale cinese. Questa misura arriva in un momento in cui gli Stati Uniti intensificano il monitoraggio delle attività marittime della Cina, la nazione con il più grande settore della costruzione navale al mondo, responsabile di oltre la metà della produzione globale di navi mercantili. L’industria statunitense della costruzione navale, invece, ha subito un drastico declino nell’ultima generazione. La mossa di Washington potrebbe indicare un cambio di strategia, mentre l’ex presidente Donald Trump sta per sedersi nuovamente sulla poltrona della Casa Bianca con tutto ciò che comporterà per i nemici dell’America.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cina-huthi-2670805782.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="droni-e-missili-forniti-da-teheran-hanno-gia-una-gittata-di-2-000-km" data-post-id="2670805782" data-published-at="1736777911" data-use-pagination="False"> Droni e missili forniti da Teheran hanno già una gittata di 2.000 km Gli Huthi, noti anche come Ansar Allah (Sostenitori di Dio), sono un gruppo armato che attualmente domina gran parte dello Yemen settentrionale. Fondato negli anni Novanta da Hussein Badreddin al-Houthi, il movimento segue il ramo zaidita dell’islam sciita, che rappresenta circa il 20-30% della popolazione. La guida del gruppo proviene dalla tribù Huthi che appartiene alla confederazione tribale Bakil, la più numerosa tra le tre principali confederazioni tribali dello Yemen, insieme agli Hashid e i Madhaj. Oggi, gli Huthi contano circa 20.000 combattenti. Dopo la morte di Hussein Badreddin al-Houthi, la leadership del movimento è passata principalmente a suo fratello, Abdul-Malik al-Houthi, il quale ha affermato di essere pronto a colpire gli Usa e i loro alleati senza esitazione. Dall’inizio del 2009 l’Iran ha sostenuto gli Huthi in Yemen attraverso il contrabbando di armi sempre più avanzate e letali. Nel 2015, la Forza Qods, l’unità operativa esterna delle Guardie rivoluzionarie iraniane, aveva iniziato a fornire componenti missilistici per l’assemblaggio in loco. Questo supporto, combinato con l’addestramento militare e l’assistenza strategica di consiglieri iraniani, ha trasformato la milizia tribale Huthi in una forza combattente altamente efficace, organizzata, ben equipaggiata e disciplinata. La Forza Qods si avvaleva principalmente dei dhow, piccole imbarcazioni da pesca, per contrabbandare componenti di armamenti. Queste imbarcazioni seguivano rotte attraverso il Mar Arabico, il Golfo di Aden e il Corno d’Africa, cercando di eludere le interdizioni delle forze statunitensi e dei loro alleati. Secondo Farzin Nadimi, ricercatore senior presso il Washington Institute for Near East Policy, «gli iraniani hanno fatto notevoli sforzi per fornire alcune delle loro armi più efficaci, nonostante le difficoltà logistiche». Nadimi ha evidenziato che l’Iran ha fornito sistemi d’arma di semplice utilizzo, che non richiedono operatori altamente qualificati, permettendo così agli Huthi di impiegare rapidamente equipaggiamenti avanzati. Inoltre, il gruppo ha accumulato armi confiscate all’Esercito yemenita, ottenute da altre tribù o acquistate sul mercato nero. Tuttavia, le armi più avanzate dal punto di vista tecnologico sono state fornite direttamente dall’Iran. Entro la fine del 2023 gli Huthi avevano raggiunto un livello di organizzazione e armamento tale da essere in grado di colpire le navi da guerra statunitensi nel Mar Rosso. Sono diventati il primo gruppo a utilizzare missili balistici antinave, anche se gran parte degli attacchi contro navi commerciali e militari non ha avuto successo A metà del 2024 gli Huthi avevano già effettuato oltre 100 attacchi contro obiettivi in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Israele e contro i loro avversari yemeniti, oltre a numerosi attacchi contro navi nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, impiegando armamenti di provenienza iraniana. Quello che sappiamo è che gli Huthi posseggono missili con una gittata dichiarata di 2.000 chilometri e droni aerei con una capacità di volo dichiarata fino a 2.500 chilometri. Armamenti che utilizzano una combinazione di componenti provenienti dall’Iran e parti o materiali disponibili in commercio per fabbricare i droni localmente. Il 19 luglio 2024, gli Huthi hanno lanciato un attacco senza precedenti su Tel Aviv utilizzando un drone suicida che fortunatamente non ha fatto una strage. Il Samad-3 è stato modificato in modo da poter volare su una rotta indiretta di circa 1.615 chilometri dallo Yemen e avvicinarsi da ovest. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cina-huthi-2670805782.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="in-occidente-molti-hanno-chiuso-gli-occhi-davanti-alla-minaccia" data-post-id="2670805782" data-published-at="1736777911" data-use-pagination="False"> «In Occidente molti hanno chiuso gli occhi davanti alla minaccia» Nadja A. Bar-Ner è un analista israeliana che si occupa del rischio geopolitico con competenze in materia di terrorismo islamico, manipolazione cognitiva/narrativa e guerra ibrida. Da oltre un anno gli Huthi lanciano missili contro Israele e attaccano le navi nello stretto di Bab el Mandeb. «Dal punto di vista israeliano, gli Huthi sono i meno minacciosi tra le varie milizie sostenute dall’Iran, soprattutto a causa della distanza geografica. La rappresaglia israeliana contro gli Huthi è stata relativamente contenuta, anche perché la distanza limita le opzioni disponibili per contrattacchi efficaci. Gli attacchi degli Huthi contro Israele dopo il 7 ottobre miravano inizialmente a interrompere la navigazione e a colpire la punta più meridionale di Israele, Eilat, con droni, missili da crociera e balistici, il tutto con un successo limitato. La situazione si è aggravata nel luglio 2024, dopo che una persona è stata uccisa a Tel Aviv da un drone suicida degli Huthi, a seguito del quale Israele ha iniziato a contrattaccare prendendo di mira depositi di armi, infrastrutture energetiche, porti e presunti siti di lancio. Gli attacchi strategici dell’Iaf, unilateralmente e in collaborazione con Usa e Regno Unito, hanno inflitto danni significativi, ma restano tutt’altro che decisivi». La comunità internazionale ha sottovalutato i terroristi yemeniti? «I continui attacchi degli Huthi indicano politiche carenti da parte della comunità internazionale. La risposta tiepida e silenziosa degli Stati Uniti, dell’Ue, dell’Egitto, degli Stati arabi e dell’Onu non dissuade gli Huthi e l’Iran dal cambiare il loro approccio - al contrario, può essere interpretata come un margine per spingere ulteriormente i limiti. Inoltre, l’approccio amichevole di Cina e Russia verso gli Huthi indica le realtà/limiti di un mondo multipolare, in quanto le loro azioni ignorano o lavorano contro gli interessi commerciali ed economici globali comuni. Ad esempio la Cina presumibilmente stringe accordi con gli Huthi per evitare danni alle proprie navi mentre la Russia continua a fornire armi e addestramento alle milizie Huthi». Negli anni il gruppo terroristico sciita ha ricevuto missili e armi sotto gli occhi della comunità internazionale. «In alcuni ambienti, soprattutto al di fuori del Medio Oriente, gli Huthi sono stati liquidati come una banda di straccioni, mentre altri hanno volontariamente ignorato la crescente minaccia. La gestione proattiva dei rischi è passata di moda da tempo, sostituita da un atteggiamento “laisser faire”: finché i conflitti e le minacce non interferiscono direttamente con lo stile di vita in Occidente, non vengono affrontati. Considerando che le capacità missilistiche e di armamento degli Huthi risalgono agli acquisti degli anni Novanta dalla Corea del Nord e dagli Stati ex sovietici, compresi gli Scud, e che sono state costantemente allargate soprattutto con l’aiuto di Iran e Russia, sembra che si tratti più di un’ignoranza intenzionale della crescente minaccia Houthi, piuttosto che di una sottovalutazione. I rapporti che risalgono al 2014 riportano armi e missili (componenti) provenienti da Iran, Russia e Cina contrabbandati via mare, terra e, si può presumere, via aerea, attraverso l’uso di proxy come Hezbollah. Da allora, gli Huthi sembrano aver sviluppato la capacità di produrre parti di Uav, principalmente sulla base di progetti iraniani. I recenti e crescenti attacchi di droni contro Israele illustrano la crescente sofisticazione e le capacità incontrollate». Ormai non è un segreto che gli Huthi siano una propaggine dell’Iran, che li arma e li finanzia, ma c’è chi sostiene che Teheran non li controlli completamente. È così? «Gli Huthi sono un gruppo sciita locale, con l’obiettivo primario di governare lo Yemen, cioè di estromettere il governo ufficiale yemenita, sostenuto da Usa, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. L’Iran diventa quindi un alleato logico per raggiungere i loro obiettivi. Tuttavia, la mentalità degli Huthi è più vicina a quella delle popolazioni del Corno d’Africa che a quella del Medio Oriente. Il popolo yemenita ha una storia e una reputazione di feroce indipendenza, di tribalismo aggressivo e non teme di impegnarsi in conflitti, grandi o piccoli che siano. Un popolo simile non diventa un proxy disciplinato - in ultima analisi, combatte per sé stesso, non per l’Iran. I recenti rapporti di collaborazione/scambio con l’organizzazione terroristica somala Al-Shabaab ne sono un esempio». Passando a Gaza, secondo recenti stime israeliane, Hamas sta reclutando nuovi combattenti, rendendo difficile la distruzione del gruppo terroristico. «Non è sorprendente. Una popolazione radicalizzata e indottrinata per generazioni produce bambini e giovani che conoscono solo la violenza e il terrorismo per esprimersi. Inoltre, la rigida dottrina islamista insegnata nelle scuole e nelle moschee, che sottolinea la lotta e l’odio contro gli ebrei, fornisce il quadro psicologico per l’estremismo che permea tutti gli ambiti della vita e della società. La manipolazione della storia e della narrativa, perpetuata ad esempio dall’Unrwa, fornisce un’ulteriore conferma ai palestinesi/gazani che un percorso di violenza e terrorismo è accettabile. Questa convinzione è rafforzata dalla posizione di molti governi e persone occidentali, che omettono di denunciare il terrorismo in modo incondizionato. Allo stesso modo, l’incapacità dei potenziali Stati arabi moderati partecipanti agli Accordi di Abramo di condannare chiaramente il terrorismo come mezzo per raggiungere obiettivi politici, alimenta l’illusione di molti giovani di Gaza che il terrorismo sia una strada percorribile. Mantenere le capacità militari di Hamas al di sotto di una soglia critica (ancora da raggiungere), insieme alla rieducazione della popolazione, sarà imperativo per raggiungere una stabilità praticabile a Gaza».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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