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2025-01-13
L'asse Cina-Huthi
(Ansa)
Lo scorso 11 gennaio la radio dell’esercito israeliano (Idf) ha riferito che l’aviazione militare dello Stato ebraico ha condotto un attacco in Yemen utilizzando 20 aerei da combattimento. Questo raid rappresenta il quinto round di bombardamenti condotti da Israele dall’ottobre 2023, quando gli Huthi hanno iniziato ad attaccare obiettivi israeliani. L’obiettivo dichiarato delle Idf è quello di danneggiare le infrastrutture del gruppo sciita, interrompere il flusso di armi provenienti dall’Iran e limitare la capacità degli Huthi di importare petrolio. Tuttavia, nonostante i raid aerei, i terroristi yemeniti sembrano determinati a continuare le ostilità. Infatti, meno di 24 ore dopo gli ultimi attacchi, il gruppo ha ripreso a lanciare missili contro Israele.
Gli Huthi, una fazione radicale sciita sostenuta dall’Iran, hanno preso il controllo dello Yemen nel 2015 e agiscono come il principale proxy iraniano nella regione. Dall’inizio del conflitto con Hamas ed Hezbollah, gli Huthi hanno intensificato i loro attacchi contro Israele, lanciando centinaia di droni e razzi. Contestualmente, anche la loro aggressività in mare è aumentata significativamente. Lo stretto di Bab al-Mandeb, una cruciale via d’acqua situata tra Gibuti e Yemen, sta diventando un nodo strategico sempre più vulnerabile. Questo passaggio naturale, che collega il Mar Rosso all’ingresso meridionale del Canale di Suez, ha visto una significativa riduzione del traffico navale nell’ultimo anno, con un calo di oltre il 50%. La posizione geografica dello stretto lo rende un punto di strozzatura chiave per la navigazione internazionale. Tuttavia, la crescente instabilità nella regione e l’intensificazione dei conflitti stanno mettendo a rischio non solo il commercio globale, ma anche la sicurezza energetica mondiale. Bab al-Mandeb, già teatro di tensioni geopolitiche, rappresenta ora un campo di battaglia per il controllo delle rotte marittime.
Nel gennaio 2024 l’Unione europea ha lanciato l’Operazione Aspides, ufficialmente denominata Eunavfor Aspides, una missione di sicurezza marittima progettata per contrastare gli attacchi degli Huthi contro le navi in transito nel Mar Rosso. La missione, di natura diplomatico-militare, mira a garantire la protezione delle rotte commerciali strategiche verso i porti europei. A differenza dell’operazione statunitense Prosperity Guardian iniziata nel dicembre 2023, caratterizzata da un approccio più interventista, Aspides si distingue per essere «puramente difensiva». L’obiettivo principale è scortare le navi mercantili, difenderle dagli attacchi e potenziare la sorveglianza marittima nella regione.
Gli Huthi finora sono stati molto attenti a non colpire le navi russe e quelle cinesi, tanto che il 19 gennaio 2024 è stato annunciato che le navi cinesi e quelle russe sarebbero state autorizzate a transitare in sicurezza nel Mar Rosso e lo stesso giorno, il ministero del Commercio cinese ha esortato gli Huthi «a cessare le molestie contro le spedizioni commerciali» e ha promesso sforzi futuri, mai specificati, per proteggere il commercio marittimo nell’area.
A un anno dalle dichiarazioni cinesi un’indagine dell’intelligence americana, rivelata da i24News, ha portato alla luce una collaborazione segreta tra Pechino e il gruppo terroristico yemenita degli Huthi. Secondo le fonti, gli Huthi starebbero utilizzando armamenti sofisticati di fabbricazione cinese nei loro attacchi nel Mar Rosso, in cambio della sostanziale immunità per le navi che battono bandiera cinese. Le indagini hanno svelato una complessa rete di fornitura che gli Huthi avrebbero stabilito in Cina fin dall’inizio delle ostilità nel Mar Rosso. Questa rete consente loro di ottenere componenti avanzati e apparecchiature di guida per missili balistici e da crociera, rappresentando una minaccia diretta alla stabilità della regione. Il coinvolgimento cinese nel fornire armamenti agli Huthi solleva interrogativi sulle dinamiche geopolitiche della regione, mettendo ulteriormente in discussione gli sforzi internazionali per garantire la sicurezza delle rotte marittime strategiche. Ma ancora più preoccupante è il fatto che i leader Huthi stanno pianificando di fabbricare centinaia di missili da crociera in grado di colpire gli Stati del Golfo Persico, utilizzando gli stessi componenti cinesi. Washington ha ripetutamente trasmesso queste informazioni a Pechino da settembre, compresi elenchi dettagliati delle aziende cinesi coinvolte in questo meccanismo di armi. Una qualificata fonte di intelligence ci conferma le manovre sull’asse Sanaa-Pechino: «Rilevanti figure degli Huthi hanno visitato la Cina diverse volte la scorsa estate e in autunno, quasi certamente per incontri con funzionari di alto rango della Repubblica popolare compresi alti gradi dell’esercito».
Ora, di fronte alla totale inazione di Pechino, gli Stati Uniti minacciano di agire congiuntamente con Israele per tagliare fuori queste reti commerciali cinesi dal sistema finanziario globale e per Pechino sarebbe un disastro. Che tra gli Stati e la Cina il rapporto stia tornando burrascoso lo mostra il fatto che qualche giorno fa Washington ha inserito nella lista nera la più grande compagnia di navigazione cinese, Cosco Shipping Holdings Co., e due importanti costruttori navali, la China State Shipbuilding Corp. e la China Shipbuilding Trading Co., per presunti legami con l’Esercito popolare di liberazione. La decisione, pubblicata martedì scorso sul Federal Register, identifica queste società come entità militari cinesi, secondo una classificazione del Pentagono. Come scrive Bloomberg anche se la lista nera non prevede sanzioni specifiche, l’inclusione scoraggia le aziende statunitensi dal collaborare con tali società, segnalando un crescente controllo sul settore marittimo e sulla costruzione navale cinese.
Questa misura arriva in un momento in cui gli Stati Uniti intensificano il monitoraggio delle attività marittime della Cina, la nazione con il più grande settore della costruzione navale al mondo, responsabile di oltre la metà della produzione globale di navi mercantili. L’industria statunitense della costruzione navale, invece, ha subito un drastico declino nell’ultima generazione. La mossa di Washington potrebbe indicare un cambio di strategia, mentre l’ex presidente Donald Trump sta per sedersi nuovamente sulla poltrona della Casa Bianca con tutto ciò che comporterà per i nemici dell’America.
Droni e missili forniti da Teheran hanno già una gittata di 2.000 km
Gli Huthi, noti anche come Ansar Allah (Sostenitori di Dio), sono un gruppo armato che attualmente domina gran parte dello Yemen settentrionale. Fondato negli anni Novanta da Hussein Badreddin al-Houthi, il movimento segue il ramo zaidita dell’islam sciita, che rappresenta circa il 20-30% della popolazione. La guida del gruppo proviene dalla tribù Huthi che appartiene alla confederazione tribale Bakil, la più numerosa tra le tre principali confederazioni tribali dello Yemen, insieme agli Hashid e i Madhaj. Oggi, gli Huthi contano circa 20.000 combattenti. Dopo la morte di Hussein Badreddin al-Houthi, la leadership del movimento è passata principalmente a suo fratello, Abdul-Malik al-Houthi, il quale ha affermato di essere pronto a colpire gli Usa e i loro alleati senza esitazione.
Dall’inizio del 2009 l’Iran ha sostenuto gli Huthi in Yemen attraverso il contrabbando di armi sempre più avanzate e letali. Nel 2015, la Forza Qods, l’unità operativa esterna delle Guardie rivoluzionarie iraniane, aveva iniziato a fornire componenti missilistici per l’assemblaggio in loco. Questo supporto, combinato con l’addestramento militare e l’assistenza strategica di consiglieri iraniani, ha trasformato la milizia tribale Huthi in una forza combattente altamente efficace, organizzata, ben equipaggiata e disciplinata.
La Forza Qods si avvaleva principalmente dei dhow, piccole imbarcazioni da pesca, per contrabbandare componenti di armamenti. Queste imbarcazioni seguivano rotte attraverso il Mar Arabico, il Golfo di Aden e il Corno d’Africa, cercando di eludere le interdizioni delle forze statunitensi e dei loro alleati. Secondo Farzin Nadimi, ricercatore senior presso il Washington Institute for Near East Policy, «gli iraniani hanno fatto notevoli sforzi per fornire alcune delle loro armi più efficaci, nonostante le difficoltà logistiche». Nadimi ha evidenziato che l’Iran ha fornito sistemi d’arma di semplice utilizzo, che non richiedono operatori altamente qualificati, permettendo così agli Huthi di impiegare rapidamente equipaggiamenti avanzati. Inoltre, il gruppo ha accumulato armi confiscate all’Esercito yemenita, ottenute da altre tribù o acquistate sul mercato nero. Tuttavia, le armi più avanzate dal punto di vista tecnologico sono state fornite direttamente dall’Iran.
Entro la fine del 2023 gli Huthi avevano raggiunto un livello di organizzazione e armamento tale da essere in grado di colpire le navi da guerra statunitensi nel Mar Rosso. Sono diventati il primo gruppo a utilizzare missili balistici antinave, anche se gran parte degli attacchi contro navi commerciali e militari non ha avuto successo A metà del 2024 gli Huthi avevano già effettuato oltre 100 attacchi contro obiettivi in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Israele e contro i loro avversari yemeniti, oltre a numerosi attacchi contro navi nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, impiegando armamenti di provenienza iraniana. Quello che sappiamo è che gli Huthi posseggono missili con una gittata dichiarata di 2.000 chilometri e droni aerei con una capacità di volo dichiarata fino a 2.500 chilometri. Armamenti che utilizzano una combinazione di componenti provenienti dall’Iran e parti o materiali disponibili in commercio per fabbricare i droni localmente. Il 19 luglio 2024, gli Huthi hanno lanciato un attacco senza precedenti su Tel Aviv utilizzando un drone suicida che fortunatamente non ha fatto una strage. Il Samad-3 è stato modificato in modo da poter volare su una rotta indiretta di circa 1.615 chilometri dallo Yemen e avvicinarsi da ovest.
«In Occidente molti hanno chiuso gli occhi davanti alla minaccia»
Nadja A. Bar-Ner è un analista israeliana che si occupa del rischio geopolitico con competenze in materia di terrorismo islamico, manipolazione cognitiva/narrativa e guerra ibrida.
Da oltre un anno gli Huthi lanciano missili contro Israele e attaccano le navi nello stretto di Bab el Mandeb.
«Dal punto di vista israeliano, gli Huthi sono i meno minacciosi tra le varie milizie sostenute dall’Iran, soprattutto a causa della distanza geografica. La rappresaglia israeliana contro gli Huthi è stata relativamente contenuta, anche perché la distanza limita le opzioni disponibili per contrattacchi efficaci. Gli attacchi degli Huthi contro Israele dopo il 7 ottobre miravano inizialmente a interrompere la navigazione e a colpire la punta più meridionale di Israele, Eilat, con droni, missili da crociera e balistici, il tutto con un successo limitato. La situazione si è aggravata nel luglio 2024, dopo che una persona è stata uccisa a Tel Aviv da un drone suicida degli Huthi, a seguito del quale Israele ha iniziato a contrattaccare prendendo di mira depositi di armi, infrastrutture energetiche, porti e presunti siti di lancio. Gli attacchi strategici dell’Iaf, unilateralmente e in collaborazione con Usa e Regno Unito, hanno inflitto danni significativi, ma restano tutt’altro che decisivi».
La comunità internazionale ha sottovalutato i terroristi yemeniti?
«I continui attacchi degli Huthi indicano politiche carenti da parte della comunità internazionale. La risposta tiepida e silenziosa degli Stati Uniti, dell’Ue, dell’Egitto, degli Stati arabi e dell’Onu non dissuade gli Huthi e l’Iran dal cambiare il loro approccio - al contrario, può essere interpretata come un margine per spingere ulteriormente i limiti. Inoltre, l’approccio amichevole di Cina e Russia verso gli Huthi indica le realtà/limiti di un mondo multipolare, in quanto le loro azioni ignorano o lavorano contro gli interessi commerciali ed economici globali comuni. Ad esempio la Cina presumibilmente stringe accordi con gli Huthi per evitare danni alle proprie navi mentre la Russia continua a fornire armi e addestramento alle milizie Huthi».
Negli anni il gruppo terroristico sciita ha ricevuto missili e armi sotto gli occhi della comunità internazionale.
«In alcuni ambienti, soprattutto al di fuori del Medio Oriente, gli Huthi sono stati liquidati come una banda di straccioni, mentre altri hanno volontariamente ignorato la crescente minaccia. La gestione proattiva dei rischi è passata di moda da tempo, sostituita da un atteggiamento “laisser faire”: finché i conflitti e le minacce non interferiscono direttamente con lo stile di vita in Occidente, non vengono affrontati. Considerando che le capacità missilistiche e di armamento degli Huthi risalgono agli acquisti degli anni Novanta dalla Corea del Nord e dagli Stati ex sovietici, compresi gli Scud, e che sono state costantemente allargate soprattutto con l’aiuto di Iran e Russia, sembra che si tratti più di un’ignoranza intenzionale della crescente minaccia Houthi, piuttosto che di una sottovalutazione. I rapporti che risalgono al 2014 riportano armi e missili (componenti) provenienti da Iran, Russia e Cina contrabbandati via mare, terra e, si può presumere, via aerea, attraverso l’uso di proxy come Hezbollah. Da allora, gli Huthi sembrano aver sviluppato la capacità di produrre parti di Uav, principalmente sulla base di progetti iraniani. I recenti e crescenti attacchi di droni contro Israele illustrano la crescente sofisticazione e le capacità incontrollate».
Ormai non è un segreto che gli Huthi siano una propaggine dell’Iran, che li arma e li finanzia, ma c’è chi sostiene che Teheran non li controlli completamente. È così?
«Gli Huthi sono un gruppo sciita locale, con l’obiettivo primario di governare lo Yemen, cioè di estromettere il governo ufficiale yemenita, sostenuto da Usa, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. L’Iran diventa quindi un alleato logico per raggiungere i loro obiettivi. Tuttavia, la mentalità degli Huthi è più vicina a quella delle popolazioni del Corno d’Africa che a quella del Medio Oriente. Il popolo yemenita ha una storia e una reputazione di feroce indipendenza, di tribalismo aggressivo e non teme di impegnarsi in conflitti, grandi o piccoli che siano. Un popolo simile non diventa un proxy disciplinato - in ultima analisi, combatte per sé stesso, non per l’Iran. I recenti rapporti di collaborazione/scambio con l’organizzazione terroristica somala Al-Shabaab ne sono un esempio».
Passando a Gaza, secondo recenti stime israeliane, Hamas sta reclutando nuovi combattenti, rendendo difficile la distruzione del gruppo terroristico.
«Non è sorprendente. Una popolazione radicalizzata e indottrinata per generazioni produce bambini e giovani che conoscono solo la violenza e il terrorismo per esprimersi. Inoltre, la rigida dottrina islamista insegnata nelle scuole e nelle moschee, che sottolinea la lotta e l’odio contro gli ebrei, fornisce il quadro psicologico per l’estremismo che permea tutti gli ambiti della vita e della società. La manipolazione della storia e della narrativa, perpetuata ad esempio dall’Unrwa, fornisce un’ulteriore conferma ai palestinesi/gazani che un percorso di violenza e terrorismo è accettabile. Questa convinzione è rafforzata dalla posizione di molti governi e persone occidentali, che omettono di denunciare il terrorismo in modo incondizionato. Allo stesso modo, l’incapacità dei potenziali Stati arabi moderati partecipanti agli Accordi di Abramo di condannare chiaramente il terrorismo come mezzo per raggiungere obiettivi politici, alimenta l’illusione di molti giovani di Gaza che il terrorismo sia una strada percorribile. Mantenere le capacità militari di Hamas al di sotto di una soglia critica (ancora da raggiungere), insieme alla rieducazione della popolazione, sarà imperativo per raggiungere una stabilità praticabile a Gaza».
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L’intelligence americana ha portato alla luce il patto tra Pechino e i terroristi yemeniti: armi sofisticate in cambio del lasciapassare alle navi del Dragone attraverso lo strategico stretto di Bab el-Mandeb. Allarme tra i Paesi arabi del Golfo.Gli ayatollah hanno trasformato un gruppo tribale in un serio pericolo per Usa e Israele.L’analista Nadja A. Bar-Ner : «I miliziani si stanno armando dagli anni Novanta. L’Iran è un alleato, ma loro giocano una partita autonoma».Lo speciale contiene tre articoli.Lo scorso 11 gennaio la radio dell’esercito israeliano (Idf) ha riferito che l’aviazione militare dello Stato ebraico ha condotto un attacco in Yemen utilizzando 20 aerei da combattimento. Questo raid rappresenta il quinto round di bombardamenti condotti da Israele dall’ottobre 2023, quando gli Huthi hanno iniziato ad attaccare obiettivi israeliani. L’obiettivo dichiarato delle Idf è quello di danneggiare le infrastrutture del gruppo sciita, interrompere il flusso di armi provenienti dall’Iran e limitare la capacità degli Huthi di importare petrolio. Tuttavia, nonostante i raid aerei, i terroristi yemeniti sembrano determinati a continuare le ostilità. Infatti, meno di 24 ore dopo gli ultimi attacchi, il gruppo ha ripreso a lanciare missili contro Israele. Gli Huthi, una fazione radicale sciita sostenuta dall’Iran, hanno preso il controllo dello Yemen nel 2015 e agiscono come il principale proxy iraniano nella regione. Dall’inizio del conflitto con Hamas ed Hezbollah, gli Huthi hanno intensificato i loro attacchi contro Israele, lanciando centinaia di droni e razzi. Contestualmente, anche la loro aggressività in mare è aumentata significativamente. Lo stretto di Bab al-Mandeb, una cruciale via d’acqua situata tra Gibuti e Yemen, sta diventando un nodo strategico sempre più vulnerabile. Questo passaggio naturale, che collega il Mar Rosso all’ingresso meridionale del Canale di Suez, ha visto una significativa riduzione del traffico navale nell’ultimo anno, con un calo di oltre il 50%. La posizione geografica dello stretto lo rende un punto di strozzatura chiave per la navigazione internazionale. Tuttavia, la crescente instabilità nella regione e l’intensificazione dei conflitti stanno mettendo a rischio non solo il commercio globale, ma anche la sicurezza energetica mondiale. Bab al-Mandeb, già teatro di tensioni geopolitiche, rappresenta ora un campo di battaglia per il controllo delle rotte marittime. Nel gennaio 2024 l’Unione europea ha lanciato l’Operazione Aspides, ufficialmente denominata Eunavfor Aspides, una missione di sicurezza marittima progettata per contrastare gli attacchi degli Huthi contro le navi in transito nel Mar Rosso. La missione, di natura diplomatico-militare, mira a garantire la protezione delle rotte commerciali strategiche verso i porti europei. A differenza dell’operazione statunitense Prosperity Guardian iniziata nel dicembre 2023, caratterizzata da un approccio più interventista, Aspides si distingue per essere «puramente difensiva». L’obiettivo principale è scortare le navi mercantili, difenderle dagli attacchi e potenziare la sorveglianza marittima nella regione. Gli Huthi finora sono stati molto attenti a non colpire le navi russe e quelle cinesi, tanto che il 19 gennaio 2024 è stato annunciato che le navi cinesi e quelle russe sarebbero state autorizzate a transitare in sicurezza nel Mar Rosso e lo stesso giorno, il ministero del Commercio cinese ha esortato gli Huthi «a cessare le molestie contro le spedizioni commerciali» e ha promesso sforzi futuri, mai specificati, per proteggere il commercio marittimo nell’area. A un anno dalle dichiarazioni cinesi un’indagine dell’intelligence americana, rivelata da i24News, ha portato alla luce una collaborazione segreta tra Pechino e il gruppo terroristico yemenita degli Huthi. Secondo le fonti, gli Huthi starebbero utilizzando armamenti sofisticati di fabbricazione cinese nei loro attacchi nel Mar Rosso, in cambio della sostanziale immunità per le navi che battono bandiera cinese. Le indagini hanno svelato una complessa rete di fornitura che gli Huthi avrebbero stabilito in Cina fin dall’inizio delle ostilità nel Mar Rosso. Questa rete consente loro di ottenere componenti avanzati e apparecchiature di guida per missili balistici e da crociera, rappresentando una minaccia diretta alla stabilità della regione. Il coinvolgimento cinese nel fornire armamenti agli Huthi solleva interrogativi sulle dinamiche geopolitiche della regione, mettendo ulteriormente in discussione gli sforzi internazionali per garantire la sicurezza delle rotte marittime strategiche. Ma ancora più preoccupante è il fatto che i leader Huthi stanno pianificando di fabbricare centinaia di missili da crociera in grado di colpire gli Stati del Golfo Persico, utilizzando gli stessi componenti cinesi. Washington ha ripetutamente trasmesso queste informazioni a Pechino da settembre, compresi elenchi dettagliati delle aziende cinesi coinvolte in questo meccanismo di armi. Una qualificata fonte di intelligence ci conferma le manovre sull’asse Sanaa-Pechino: «Rilevanti figure degli Huthi hanno visitato la Cina diverse volte la scorsa estate e in autunno, quasi certamente per incontri con funzionari di alto rango della Repubblica popolare compresi alti gradi dell’esercito». Ora, di fronte alla totale inazione di Pechino, gli Stati Uniti minacciano di agire congiuntamente con Israele per tagliare fuori queste reti commerciali cinesi dal sistema finanziario globale e per Pechino sarebbe un disastro. Che tra gli Stati e la Cina il rapporto stia tornando burrascoso lo mostra il fatto che qualche giorno fa Washington ha inserito nella lista nera la più grande compagnia di navigazione cinese, Cosco Shipping Holdings Co., e due importanti costruttori navali, la China State Shipbuilding Corp. e la China Shipbuilding Trading Co., per presunti legami con l’Esercito popolare di liberazione. La decisione, pubblicata martedì scorso sul Federal Register, identifica queste società come entità militari cinesi, secondo una classificazione del Pentagono. Come scrive Bloomberg anche se la lista nera non prevede sanzioni specifiche, l’inclusione scoraggia le aziende statunitensi dal collaborare con tali società, segnalando un crescente controllo sul settore marittimo e sulla costruzione navale cinese. Questa misura arriva in un momento in cui gli Stati Uniti intensificano il monitoraggio delle attività marittime della Cina, la nazione con il più grande settore della costruzione navale al mondo, responsabile di oltre la metà della produzione globale di navi mercantili. L’industria statunitense della costruzione navale, invece, ha subito un drastico declino nell’ultima generazione. La mossa di Washington potrebbe indicare un cambio di strategia, mentre l’ex presidente Donald Trump sta per sedersi nuovamente sulla poltrona della Casa Bianca con tutto ciò che comporterà per i nemici dell’America.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cina-huthi-2670805782.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="droni-e-missili-forniti-da-teheran-hanno-gia-una-gittata-di-2-000-km" data-post-id="2670805782" data-published-at="1736777911" data-use-pagination="False"> Droni e missili forniti da Teheran hanno già una gittata di 2.000 km Gli Huthi, noti anche come Ansar Allah (Sostenitori di Dio), sono un gruppo armato che attualmente domina gran parte dello Yemen settentrionale. Fondato negli anni Novanta da Hussein Badreddin al-Houthi, il movimento segue il ramo zaidita dell’islam sciita, che rappresenta circa il 20-30% della popolazione. La guida del gruppo proviene dalla tribù Huthi che appartiene alla confederazione tribale Bakil, la più numerosa tra le tre principali confederazioni tribali dello Yemen, insieme agli Hashid e i Madhaj. Oggi, gli Huthi contano circa 20.000 combattenti. Dopo la morte di Hussein Badreddin al-Houthi, la leadership del movimento è passata principalmente a suo fratello, Abdul-Malik al-Houthi, il quale ha affermato di essere pronto a colpire gli Usa e i loro alleati senza esitazione. Dall’inizio del 2009 l’Iran ha sostenuto gli Huthi in Yemen attraverso il contrabbando di armi sempre più avanzate e letali. Nel 2015, la Forza Qods, l’unità operativa esterna delle Guardie rivoluzionarie iraniane, aveva iniziato a fornire componenti missilistici per l’assemblaggio in loco. Questo supporto, combinato con l’addestramento militare e l’assistenza strategica di consiglieri iraniani, ha trasformato la milizia tribale Huthi in una forza combattente altamente efficace, organizzata, ben equipaggiata e disciplinata. La Forza Qods si avvaleva principalmente dei dhow, piccole imbarcazioni da pesca, per contrabbandare componenti di armamenti. Queste imbarcazioni seguivano rotte attraverso il Mar Arabico, il Golfo di Aden e il Corno d’Africa, cercando di eludere le interdizioni delle forze statunitensi e dei loro alleati. Secondo Farzin Nadimi, ricercatore senior presso il Washington Institute for Near East Policy, «gli iraniani hanno fatto notevoli sforzi per fornire alcune delle loro armi più efficaci, nonostante le difficoltà logistiche». Nadimi ha evidenziato che l’Iran ha fornito sistemi d’arma di semplice utilizzo, che non richiedono operatori altamente qualificati, permettendo così agli Huthi di impiegare rapidamente equipaggiamenti avanzati. Inoltre, il gruppo ha accumulato armi confiscate all’Esercito yemenita, ottenute da altre tribù o acquistate sul mercato nero. Tuttavia, le armi più avanzate dal punto di vista tecnologico sono state fornite direttamente dall’Iran. Entro la fine del 2023 gli Huthi avevano raggiunto un livello di organizzazione e armamento tale da essere in grado di colpire le navi da guerra statunitensi nel Mar Rosso. Sono diventati il primo gruppo a utilizzare missili balistici antinave, anche se gran parte degli attacchi contro navi commerciali e militari non ha avuto successo A metà del 2024 gli Huthi avevano già effettuato oltre 100 attacchi contro obiettivi in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Israele e contro i loro avversari yemeniti, oltre a numerosi attacchi contro navi nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, impiegando armamenti di provenienza iraniana. Quello che sappiamo è che gli Huthi posseggono missili con una gittata dichiarata di 2.000 chilometri e droni aerei con una capacità di volo dichiarata fino a 2.500 chilometri. Armamenti che utilizzano una combinazione di componenti provenienti dall’Iran e parti o materiali disponibili in commercio per fabbricare i droni localmente. Il 19 luglio 2024, gli Huthi hanno lanciato un attacco senza precedenti su Tel Aviv utilizzando un drone suicida che fortunatamente non ha fatto una strage. Il Samad-3 è stato modificato in modo da poter volare su una rotta indiretta di circa 1.615 chilometri dallo Yemen e avvicinarsi da ovest. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cina-huthi-2670805782.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="in-occidente-molti-hanno-chiuso-gli-occhi-davanti-alla-minaccia" data-post-id="2670805782" data-published-at="1736777911" data-use-pagination="False"> «In Occidente molti hanno chiuso gli occhi davanti alla minaccia» Nadja A. Bar-Ner è un analista israeliana che si occupa del rischio geopolitico con competenze in materia di terrorismo islamico, manipolazione cognitiva/narrativa e guerra ibrida. Da oltre un anno gli Huthi lanciano missili contro Israele e attaccano le navi nello stretto di Bab el Mandeb. «Dal punto di vista israeliano, gli Huthi sono i meno minacciosi tra le varie milizie sostenute dall’Iran, soprattutto a causa della distanza geografica. La rappresaglia israeliana contro gli Huthi è stata relativamente contenuta, anche perché la distanza limita le opzioni disponibili per contrattacchi efficaci. Gli attacchi degli Huthi contro Israele dopo il 7 ottobre miravano inizialmente a interrompere la navigazione e a colpire la punta più meridionale di Israele, Eilat, con droni, missili da crociera e balistici, il tutto con un successo limitato. La situazione si è aggravata nel luglio 2024, dopo che una persona è stata uccisa a Tel Aviv da un drone suicida degli Huthi, a seguito del quale Israele ha iniziato a contrattaccare prendendo di mira depositi di armi, infrastrutture energetiche, porti e presunti siti di lancio. Gli attacchi strategici dell’Iaf, unilateralmente e in collaborazione con Usa e Regno Unito, hanno inflitto danni significativi, ma restano tutt’altro che decisivi». La comunità internazionale ha sottovalutato i terroristi yemeniti? «I continui attacchi degli Huthi indicano politiche carenti da parte della comunità internazionale. La risposta tiepida e silenziosa degli Stati Uniti, dell’Ue, dell’Egitto, degli Stati arabi e dell’Onu non dissuade gli Huthi e l’Iran dal cambiare il loro approccio - al contrario, può essere interpretata come un margine per spingere ulteriormente i limiti. Inoltre, l’approccio amichevole di Cina e Russia verso gli Huthi indica le realtà/limiti di un mondo multipolare, in quanto le loro azioni ignorano o lavorano contro gli interessi commerciali ed economici globali comuni. Ad esempio la Cina presumibilmente stringe accordi con gli Huthi per evitare danni alle proprie navi mentre la Russia continua a fornire armi e addestramento alle milizie Huthi». Negli anni il gruppo terroristico sciita ha ricevuto missili e armi sotto gli occhi della comunità internazionale. «In alcuni ambienti, soprattutto al di fuori del Medio Oriente, gli Huthi sono stati liquidati come una banda di straccioni, mentre altri hanno volontariamente ignorato la crescente minaccia. La gestione proattiva dei rischi è passata di moda da tempo, sostituita da un atteggiamento “laisser faire”: finché i conflitti e le minacce non interferiscono direttamente con lo stile di vita in Occidente, non vengono affrontati. Considerando che le capacità missilistiche e di armamento degli Huthi risalgono agli acquisti degli anni Novanta dalla Corea del Nord e dagli Stati ex sovietici, compresi gli Scud, e che sono state costantemente allargate soprattutto con l’aiuto di Iran e Russia, sembra che si tratti più di un’ignoranza intenzionale della crescente minaccia Houthi, piuttosto che di una sottovalutazione. I rapporti che risalgono al 2014 riportano armi e missili (componenti) provenienti da Iran, Russia e Cina contrabbandati via mare, terra e, si può presumere, via aerea, attraverso l’uso di proxy come Hezbollah. Da allora, gli Huthi sembrano aver sviluppato la capacità di produrre parti di Uav, principalmente sulla base di progetti iraniani. I recenti e crescenti attacchi di droni contro Israele illustrano la crescente sofisticazione e le capacità incontrollate». Ormai non è un segreto che gli Huthi siano una propaggine dell’Iran, che li arma e li finanzia, ma c’è chi sostiene che Teheran non li controlli completamente. È così? «Gli Huthi sono un gruppo sciita locale, con l’obiettivo primario di governare lo Yemen, cioè di estromettere il governo ufficiale yemenita, sostenuto da Usa, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. L’Iran diventa quindi un alleato logico per raggiungere i loro obiettivi. Tuttavia, la mentalità degli Huthi è più vicina a quella delle popolazioni del Corno d’Africa che a quella del Medio Oriente. Il popolo yemenita ha una storia e una reputazione di feroce indipendenza, di tribalismo aggressivo e non teme di impegnarsi in conflitti, grandi o piccoli che siano. Un popolo simile non diventa un proxy disciplinato - in ultima analisi, combatte per sé stesso, non per l’Iran. I recenti rapporti di collaborazione/scambio con l’organizzazione terroristica somala Al-Shabaab ne sono un esempio». Passando a Gaza, secondo recenti stime israeliane, Hamas sta reclutando nuovi combattenti, rendendo difficile la distruzione del gruppo terroristico. «Non è sorprendente. Una popolazione radicalizzata e indottrinata per generazioni produce bambini e giovani che conoscono solo la violenza e il terrorismo per esprimersi. Inoltre, la rigida dottrina islamista insegnata nelle scuole e nelle moschee, che sottolinea la lotta e l’odio contro gli ebrei, fornisce il quadro psicologico per l’estremismo che permea tutti gli ambiti della vita e della società. La manipolazione della storia e della narrativa, perpetuata ad esempio dall’Unrwa, fornisce un’ulteriore conferma ai palestinesi/gazani che un percorso di violenza e terrorismo è accettabile. Questa convinzione è rafforzata dalla posizione di molti governi e persone occidentali, che omettono di denunciare il terrorismo in modo incondizionato. Allo stesso modo, l’incapacità dei potenziali Stati arabi moderati partecipanti agli Accordi di Abramo di condannare chiaramente il terrorismo come mezzo per raggiungere obiettivi politici, alimenta l’illusione di molti giovani di Gaza che il terrorismo sia una strada percorribile. Mantenere le capacità militari di Hamas al di sotto di una soglia critica (ancora da raggiungere), insieme alla rieducazione della popolazione, sarà imperativo per raggiungere una stabilità praticabile a Gaza».
L'abbordaggio di una nave della Flotilla da parte dell'Idf (Ansa)
Che quella della Global Sumud Flotilla sia una missione politica e non umanitaria è ormai certezza. Lo dicono gli stessi attivisti, lo dimostrano i cortei pro Pal a sostegno delle imbarcazioni con le foto del presidente del Consiglio Giorgia Meloni a testa in giù o persino imbrattate o bruciate. E infine lo si evince dai fiumi di comunicati battuti dalle opposizioni nelle ultime ore dopo il fermo delle navi da parte dell’Idf, l’esercito israeliano. «Stiamo seguendo la vicenda da questa notte con la nostra ambasciata a Tel Aviv, con il nostro consolato, con l’ambasciata italiana a Cipro. Abbiamo già mandato i nostri messaggi. Chiediamo e abbiamo chiesto che venissero comunque tutelati i nostri concittadini, liberati il prima possibile così come è accaduto per l’episodio di qualche settimana fa» ha dichiarato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, dimostrando di intervenire prontamente anche in questa ennesima occasione. E poi severo, non ha mancato di commentare l’azione di Israele: «Abbiamo mandato un messaggio chiaro a Israele: devono fare in modo di rispettare le regole e il diritto internazionale». Già al mattino il vicepremier aveva chiesto all’Unità di crisi, alle ambasciate d’Italia a Tel Aviv, Ankara e Nicosia di effettuare tutti i passi necessari «per tutelare l’incolumità degli italiani e assisterli in caso di sbarco». Dodici le persone fermate dei 35 connazionali imbarcati e come sempre accaduto, lo Stato si è messo in moto per tutelarli. Insomma tanto lavoro per una missione che mette in pericolo la sicurezza di molte persone con il solo fine di innescare un moto di proteste da parte delle opposizioni contro il governo italiano.
Così anche questa volta: il copione è già scritto. A cominciare dalla segretaria del Partito democratico Elly Schlein. «Il nuovo attacco contro la Flotilla rappresenta l’ennesimo atto di pirateria in acque internazionali del governo israeliano. Il governo italiano e l’Unione europea devono lavorare con ogni canale per la liberazione immediata di tutti gli attivisti sequestrati, che non devono essere portati in Israele. E devono lavorare anche per sbloccare tutti gli aiuti umanitari necessari ai palestinesi, che non stanno arrivando. Ma ricordiamolo ancora una volta: non bastano le parole, se non arriveranno sanzioni vere, il governo israeliano continuerà a violare il diritto internazionale con un inaccettabile senso di impunità». Il più scatenato è Nicola Fratoianni, leader di Alleanza Verdi Sinistra, che parla persino di «atto di terrorismo internazionale». Parole che per chi il terrorismo lo conosce davvero, come il popolo ebraico, risultano rivoltanti. «Israele abbordando la flottiglia conferma il suo disprezzo nei confronti del diritto internazionale» ha proseguito Fratoianni, «non basta una blanda condanna, serve che il governo italiano si attivi subito per garantire l’incolumità degli equipaggi».
Non mancano tre le decine di comunicati, anche quelle del Movimento 5 stelle che ha uno dei suoi esponenti a bordo, il parlamentare Dario Carotenuto. «Il governo italiano, mostrando ancora una volta mancanza totale di dignità e coraggio, non condanna l’ennesimo atto illegale di pirateria condotto da Israele» denunciano i deputati e i senatori del M5s. «Tajani si è limitato a chiedere garanzie sull’incolumità dei nostri concittadini, tacendo su tutto il resto e quindi implicitamente approvando l’azione criminale di Israele». E poi immancabile il commento dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini, oggi parlamentare del Pd che però se la prende con l’Unione europea: «L’Ue tace, quindi acconsente. Non è accettabile che il governo israeliano goda di totale impunità qualsiasi cosa faccia contro chiunque la faccia e ovunque la faccia. Netanyahu e il suo governo vanno fermati con tutti i mezzi economici, diplomatici e politici».
E mentre si levavano le proteste delle opposizioni che invocano il rispetto del diritto internazionale, a Milano durante il corteo a sostegno della Flotilla, sfilavano cartelli con la bandiera di Israele, il simbolo della Nato e le immagini di Giorgia Meloni e del ministro della Difesa Guido Crosetto imbrattati con vernice rossa. Dal palco gli organizzatori hanno detto: «Contro le barbarie, contro questo impero, la resistenza è l’unica cosa che ci può salvare. Resistenza è Palestina, è Libano, è Iran».
Il corteo era organizzato per lo sciopero generale indetto della Usb in solidarietà alla Flotilla. «Sciopero generale. Nemmeno un chiodo per il genocidio. Insorgiamo, resistiamo, blocchiamo tutto. Rompere ogni rapporto con il sionismo» si leggeva su uno striscione mentre si scandivano slogan contro Meloni, il governo italiano e il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Per quello che è successo a Modena, per le novità emerse, invece, piazze vuote e zero comunicati dalle opposizioni. Le missioni dei fricchettoni pro Pal sembrano essere l’unica priorità di questa sinistra.
Nel blitz di Israele fermati 12 nostri connazionali
Ieri le forze speciali israeliane hanno fermato e preso il controllo di parte della Global Sumud Flotilla, il convoglio navale partito dalla Turchia con l’obiettivo dichiarato di raggiungere la Striscia di Gaza. L’operazione è avvenuta al largo di Cipro e ha coinvolto decine di imbarcazioni con a bordo centinaia di attivisti filopalestinesi. A quanto si apprende, sono 12 gli italiani intercettati nell’operazione dell’Idf contro la Flotilla, sui 35 connazionali presenti su 21 imbarcazioni. Secondo quanto mostrato dalle dirette streaming diffuse dagli organizzatori, i militari dell’Idf sono saliti a bordo delle navi in assetto tattico mentre gli attivisti, indossando giubbotti di salvataggio, alzavano le mani in segno di resa. Dettaglio non secondario è il fatto che in molti casi si tratta di persone che si sono imbarcate per la seconda o terza volta. Insomma, si tratta di professionisti ormai rodati.
Israele ha scelto di bloccare la flottiglia lontano dalle coste di Gaza, replicando uno schema già adottato in passato contro convogli diretti verso l’enclave palestinese. Gli attivisti fermati sono stati trasferiti su una nave utilizzata come centro di detenzione temporaneo in mare, in attesa del successivo trasferimento nel porto israeliano di Ashdod. Alcune imbarcazioni, però, continuavano ancora a trasmettere immagini in diretta mentre l’operazione era in corso. Nei filmati pubblicati online si vedono diversi attivisti gettare i telefoni cellulari in acqua poco prima dell’abbordaggio da parte delle unità israeliane armate. Alla missione avrebbero preso parte circa 50 barche e almeno 500 persone provenienti da diversi Paesi, Italia compresa. L’agenzia di stampa statale turca ha riferito che i responsabili della spedizione avevano perso i contatti con almeno 23 imbarcazioni dopo l’intervento della marina israeliana. Secondo fonti della sicurezza di Gerusalemme, l’obiettivo iniziale non era sequestrare l’intera flottiglia, ma concentrarsi sulle circa venti navi considerate principali, nella convinzione che le altre avrebbero invertito la rotta una volta compreso che l’operazione israeliana era in corso. Alcune delle imbarcazioni sono riuscite a evitare l’intercettazione israeliana e si stanno dirigendo verso l’Egitto. La decisione, presa dagli organizzatori della Global Sumud Flotilla, sarebbe servita a consentire alle barche ancora operative di riorganizzarsi prima delle prossime iniziative. Tra le navi dirette verso le coste egiziane c’è anche quella su cui si trova il deputato del Movimento 5 stelle Dario Carotenuto, unico esponente politico italiano presente nella spedizione.
Una portavoce della flottiglia, intervistata dall’emittente qatariota Al-Araby, ha confermato di aver perso i collegamenti con gran parte delle imbarcazioni fermate. «Ci aspettavamo che Israele intervenisse per impedire alla flottiglia di raggiungere Gaza», ha dichiarato, accusando lo Stato ebraico di «violazione del diritto marittimo internazionale» e di «pirateria contro navi civili». Prima dell’operazione, il ministero degli Esteri israeliano aveva definito la flottiglia una «provocazione politica» più che una reale missione umanitaria, sostenendo che il convoglio avesse l’obiettivo di favorire Hamas sul piano mediatico e politico. Nel comunicato venivano citati anche i gruppi turchi Mavi Marmara e Ihh, quest’ultimo considerato da Israele un’organizzazione terroristica. Tel Aviv ha ribadito che non consentirà violazioni del blocco navale su Gaza e aveva avvertito del rischio di possibili tensioni durante gli abbordaggi. Israele aveva inoltre tentato, senza successo, di fermare la missione attraverso pressioni diplomatiche sulla Turchia. Nelle settimane precedenti la marina israeliana aveva già bloccato un’altra flottiglia vicino a Creta e, secondo fonti della sicurezza, questa volta i partecipanti fermati potrebbero restare detenuti più a lungo.
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«La navigazione entro i confini dello Stretto di Hormuz, precedentemente stabiliti dalle Forze armate e dalle autorità della Repubblica islamica dell’Iran, è subordinata al pieno coordinamento con tali entità e il passaggio senza autorizzazione sarà considerato illegale», ha dichiarato il nuovo ente. Non solo. I pasdaran hanno anche minacciato di far pagare l’uso dei cavi sottomarini che attraversano lo Stretto. Dall’altra parte, Centcom ha fatto sapere che sono finora 84 le navi «reindirizzate» a causa del blocco statunitense imposto ai porti iraniani.
In serata è arrivato un ulteriore sviluppo: Donald Trump ha sospeso l’attacco contro l’Iran previsto per il 19 maggio, una decisione maturata su richiesta degli alleati del Golfo e alla luce dei contatti diplomatici in corso. Secondo indiscrezioni rilanciate da Al Arabiya, Teheran avrebbe avanzato una proposta che include una tregua articolata in più fasi, una riapertura graduale dello Stretto di Hormuz e la disponibilità a un lungo congelamento del programma nucleare, eventualmente con trasferimento delle attività in Russia. Il presidente americano, tuttavia, ha ribadito la linea dura: «Non sono aperto a concessioni, l’Iran sa cosa accadrà a breve».
Nel frattempo, il processo diplomatico tra Washington e Teheran continua a navigare nell’incertezza. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha reso noto che la Repubblica islamica ha risposto a una nuova proposta di pace statunitense tramite la mediazione di Islamabad. «Come annunciato, le nostre preoccupazioni sono state comunicate alla parte americana», ha dichiarato. Secondo l’agenzia di stampa iraniana (e vicina ai pasdaran) Tasnim, l’ultima proposta di Teheran risulterebbe articolata in 14 punti. In particolare la testata, citando una fonte, ha riportato che il piano iraniano si concentrerebbe sui «negoziati per porre fine alla guerra e sulle misure di rafforzamento della fiducia da parte americana».
Sempre Tasnim ha riferito che Washington avrebbe acconsentito a congelare le sanzioni contro Teheran durante il processo negoziale. Una fonte iraniana ha anche rivelato che gli Stati Uniti avrebbero aperto alla possibilità che la Repubblica islamica possa mantenere una limitata attività nucleare a scopo pacifico, purché posta sotto la supervisione dell’Aiea. Dall’altra parte, secondo Al Arabiya, la proposta in 14 punti prevedrebbe una riapertura graduale di Hormuz, oltre a vedere l’Iran disposto a congelare per un lungo periodo il proprio programma atomico. Tuttavia, secondo Axios, Washington riterrebbe la nuova posizione iraniana «insufficiente per raggiungere un accordo». In particolare, la Casa Bianca lamenterebbe scarsi progressi sulla spinosa questione dell’uranio arricchito. «È ora che gli iraniani facciano un po' di promesse. Abbiamo bisogno di un dialogo reale, concreto e dettagliato sul programma nucleare. Se ciò non accadrà, saremo costretti a dialogare attraverso le bombe, il che sarà un vero peccato», ha affermato un funzionario americano alla testata.
Non a caso, oggi - mentre il Pakistan, la Turchia e il Qatar spingevano a favore della diplomazia - due funzionari mediorientali hanno detto al New York Times che gli Usa e Israele si starebbero preparando all’eventualità di riprendere, in settimana, gli attacchi militari contro il regime khomeinista. In tal senso, Axios aveva riferito che, domani, Donald Trump avrebbe tenuto una riunione di sicurezza nella situation room per discutere della possibilità di lanciare nuove azioni belliche contro la Repubblica islamica. Nel frattempo, un crescente numero di aerei cargo statunitensi si sta spostando dalla Germania verso il Medio Oriente. «Al momento non sono aperto a nulla», ha detto il presidente americano, stasera, al New York Post. «Vogliono concludere un accordo più che mai, perché sanno cosa succederà presto», ha aggiunto, riferendosi agli iraniani. Trump deve d’altronde gestire spinte contrastanti. Se Israele, Emirati, Bahrein e il capo del Pentagono Pete Hegseth auspicano il ritorno alla linea dura, il vicepresidente statunitense, JD Vance, appare maggiormente incline a mantenere in piedi il processo diplomatico. Il presidente americano non può ritirarsi con Hormuz ancora chiuso, ma, dall’altra parte, ha urgenza di contrastare l’aumento dei prezzi dell’energia. In questo quadro, ieri, il Dipartimento del Tesoro di Washington ha prorogato la deroga alle sanzioni imposte al petrolio russo trasportato via mare.
Al contempo, anche il regime khomeinista continua a essere internamente spaccato tra un’ala dura, che fa capo ai pasdaran, e una dialogante, gravitante attorno al presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. «Dobbiamo anche affrontare la realtà: non è vero che non abbiamo subito danni», ha dichiarato lo stesso Pezeshkian, per poi aggiungere: «Informazioni fuorvianti, messaggi falsi o la rappresentazione di una realtà in cui “loro stanno crollando mentre noi prosperiamo” sono inaccettabili. La verità è che sia noi che gli altri ci troviamo ad affrontare delle sfide». Si è trattato di una stoccata, neanche troppo implicita, ai Guardiani della rivoluzione. E proprio vicino ai pasdaran è storicamente l’attuale Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei. Ebbene, oggi, un funzionario di Teheran ha escluso che quest’ultimo sia rimasto gravemente ferito durante il bombardamento che ha ucciso suo padre. «Le ferite non erano tali da sfigurare il volto della Guida Suprema, né da renderlo invalido o da richiedere l’amputazione di un arto», ha dichiarato. Insomma, la situazione complessiva resta intricata: in bilico tra diplomazia e ripresa dei combattimenti.
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(IStock)
Ciò che vediamo nello scaffale del supermercato è arrivato da poco in Italia e comunque non è l’intera pianta, ma un estratto. Conosciamo la stevia per gradi. La stevia porta il nome botanico di Stevia rebaudiana ed è una pianta angiosperma (sono le piante con fiore vero e con seme protetto da un frutto), dicoletidone (sono le piante il cui seme ha due foglie embrionali o cotiledoni), erbacea (sono i vegetali con fusto tenero, verde e flessibile, privo di parti legnose o corteccia), perenne (è perenne la pianta che vive oltre due anni, diversamente dall’annuale che ne vive uno e la biennale che ne vive due). Appartiene alla famiglia delle Asteracee ed è originaria dell’area montuosa sita tra Brasile e Paraguay.
Abbiamo detto che il dolcificante stevia appare in Italia a un certo punto, ma esisteva già da un pezzo come pianta e infatti le sue proprietà dolcificanti erano già note agli abitanti del suo territorio originario. La stevia rebaudiana, infatti, è stata sempre usata dal popolo Guaraní, gruppo indigeno sudamericano che da millenni vive tra Brasile, Paraguay, Argentina e Bolivia. Con la stevia rebudiana che essi chiamano kaʼa heʼe che significa erba dolce, addolciscono il mate, usandone le foglie come dolcificante naturale, e poi la usano anche come medicina naturale, per le sue proprietà antinfiammatorie e antiossidanti. Noi non siamo Guaraní e ci interessa solo per l’aspetto dolcificante.
In Europa, la pianta è conosciuta da un secolo e mezzo soltanto. Fu il botanico svizzero Mosè Giacomo Bertoni che la descrisse, alla fine dell’Ottocento, come pianta del Paraguay caratterizzata da un sapore dolce, delle foglie soprattutto.
Bertoni gli attribuì - in linea con le conoscenze empiriche dei Guaraní - anche effetti digestivo, ipotensivo, energizzante, ipoglicemizzante, regolatore dell’omeostasi glucidica, digestivo, riequilibratore di cute e mucose e del cavo orale.
Dopo un cinquantennio, negli anni Trenta del secolo successivo, i chimici M. Bridel e R. Lavielle riuscirono ad isolare in laboratorio i responsabili del potere dolcificante della stevia: i due glicosidi stevioside e rebaudioside, che sono la ragione del sapore dolce delle foglie. Sono dolci solo le foglie? No. Anche lo stelo è dolce, ma la concentrazione maggiore dei due glicosidi è nelle foglie. Il contenuto totale di glicosidi steviolici può superare il 10% del peso della massa secca (cioè delle foglie essiccate e tritate). Lo stevioside è il 2-10% della foglia, il rebaudioside A è il 2-4%, poi ci sono anche i rebaudiosidi C, D, E, dulcoside A e steviolbioside. Sintetizzando, i glicosidi sono una parte importante del peso secco della foglia, il 10% circa. Il contenuto di glicosidi è al massimo nelle foglie poco prima della fioritura della pianta e si capisce perché i Guaraní chiamino la pianta «erba dolce». Pensate che le foglie, essiccate o fresche, sono da 30 a 40 volte più dolci dello zucchero comune, mentre l’estratto concentrato può esserlo tra 100 e 400 volte (secondo alcuni studi lo stevioside è tra 110 e 270 volte più dolce del saccarosio, il rebaudioside A da 150 a 320 volte, il rebaudioside C da 40 a 60 volte). Inoltre, i glicosidi steviolici estratti dalle foglie sono considerati stabili al calore, rendendo la stevia adatta all’uso in cottura e nelle bevande calde (l’aspartame, per esempio, subisce degradazione). La stevia, infine, presenta zero calorie, ben diversamente dallo zucchero, e non ha alcun impatto sulla glicemia, non la alza. Per questi numeri e per le prestazioni, si capisce come la stevia sia considerata un dolcificante naturale superiore a quelli di sintesi poiché naturale e al contempo pari allo zucchero - naturale anch’esso - per la dolcificazione, ma, ancora, superiore allo zucchero per l’apporto calorico pari a zero.
Tornando alla storia del suo arrivo nei supermercati, quando il mondo scopre le proprietà della stevia, inizia a volerla. È nel 1960 che inizia la sua coltivazione a scopo commerciale, poi si diffonde in Giappone, nel sud-est dell’Asia e negli Stati Uniti. La pianta ama il clima caldo umido e soleggiato, infatti attecchisce anche in climi appena tropicali nelle zone collinari del Nepal o dell’India (regione dell’Assam). E siccome non sopravvive al gelo in inverno, in Europa è solitamente coltivata in serra. Si usa anche la pacciamatura, che protegge la base della pianta che poi, arrivata la primavera, rivegeterà. La stevia si può coltivare anche in vaso e nel caso, dopo averla riparata in casa se siete in un punto freddo, rimettetela fuori all’arrivo della primavera.
Pare che gli steviosidi servano a proteggere le parti aeree della pianta dai predatori e sono stati condotti studi che hanno evidenziato sostanze antifungine e antimicrobiche, ciò che i Guaraní sapevano e che rende le parti aeree della stevia anche possibili sostitutivi degli antibiotici negli allevamenti di polli.
L’arrivo della stevia nei supermercati ha visto varie tappe. All’inizio, in Europa e negli Stati Uniti l’uso della stevia nei prodotti alimentari è stato limitato, perché ad alte dosi alcuni componenti come lo stevioside erano stati giudicati genotossici. Poi, la Fda americana (Food and Drug Administration) ne permise l’uso solo come integratore dietetico, ma non come ingrediente o additivo alimentare. Poi, dopo la domanda di Cargill e di Whole Earth Sweetener Company Llc, nel 2008 è stato approvato il rebaudioside come food additive e poco dopo, nel 2010, l’Europa ha approvato anch’essa l’uso della stevia come food additive, come già era in Svizzera e in tutti i Paesi latinoamericani. Quindi ora, nei nostri famosi supermercati, possiamo trovare la stevia (in forma di estratto) per dolcificare e prodotti dolci dolcificati con stevia. Sulla base delle dichiarazioni dell’Oms, il consumo di glicosidi steviolici considerato sicuro per l’uomo è di 4 mg per kg di peso corporeo al giorno. Si chiama Dga e ci ricorda - e impone - di non esagerare con l’assunzione. I glicosidi steviolici sono indicati nelle etichette con la sigla E960.
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La filiale italiana del gruppo del controllo dei fluidi sale da 8 a 29 milioni di fatturato tra il 2020 e il 2025. Da Milano arriva il nuovo indicatore KRP25 e un cambio di approccio: meno standardizzazione, più soluzioni personalizzate per i clienti industriali globali.
Un marchio storico dell’industria europea che negli ultimi anni ha trovato in Italia uno dei suoi principali motori di crescita. Klinger, gruppo internazionale attivo nel controllo dei fluidi industriali, rafforza la propria presenza nel nostro Paese e rilancia la strategia globale puntando su innovazione e soluzioni personalizzate.
Fondata a Vienna nel 1886 da Richard Klinger, l’azienda ha costruito la propria reputazione a partire da un’invenzione destinata a segnare la storia dell’industria: l’indicatore di livello per liquidi, brevettato oltre 140 anni fa dalla famiglia Klinger. Da allora il gruppo è cresciuto fino a diventare una realtà globale da 686 milioni di euro di fatturato, 2.900 dipendenti e una presenza in 80 Paesi, con un posizionamento consolidato nei settori delle valvole, degli indicatori di livello e delle guarnizioni industriali.
Accanto alla dimensione internazionale, negli ultimi anni si è rafforzato in modo significativo il ruolo della filiale italiana. Klinger Italy, con sede nell’area milanese, ha infatti registrato una crescita rilevante: dai circa 8 milioni di euro di fatturato nel 2020 è passata a 29 milioni nel 2025, con una redditività a doppia cifra e una struttura finanziaria solida. Un percorso sostenuto da crescita organica, acquisizioni mirate e investimenti su competenze tecniche e capacità produttiva.
È proprio dall’Italia che arriva ora una delle principali novità strategiche del gruppo. Un progetto sviluppato interamente nel nostro Paese introduce un cambio di approccio industriale: non più solo prodotti standardizzati, ma soluzioni progettate su misura per specifici segmenti di mercato.
Tra queste, il KRP25, nuovo indicatore di livello pensato per i costruttori di caldaie industriali, rappresenta il primo esempio concreto di questa evoluzione verso applicazioni dedicate. Una soluzione che punta a rafforzare il posizionamento del gruppo ampliandone il portafoglio prodotti.
L'amministratore delegato di Klinger Italy, Peppino Sampietro
Secondo l’amministratore delegato di Klinger Italy, Peppino Sampietro, la direzione è chiara: «Partiamo dalle esigenze concrete dei clienti per sviluppare soluzioni più semplici, efficienti e competitive. È un approccio che rafforza il nostro posizionamento come partner tecnologico a livello internazionale».
L’obiettivo dichiarato è quello di migliorare efficienza operativa e sicurezza, semplificando i processi produttivi e riducendo i costi lungo la filiera, in un contesto industriale sempre più competitivo e orientato all’ottimizzazione.
La strategia italiana si inserisce in un disegno più ampio del gruppo, che punta allo sviluppo di tecnologie dedicate per comparti industriali complessi come energia, chimica e farmaceutico, rafforzando la propria presenza nei mercati globali.
In questo quadro, l’Italia assume un ruolo sempre più centrale non solo come base produttiva, ma anche come polo di sviluppo e innovazione. Un’evoluzione che si riflette in ricadute attese su export, occupazione qualificata e trasferimento tecnologico.
A oltre un secolo e mezzo dalla sua fondazione, Klinger prova così a rilanciare la propria crescita globale partendo proprio dal Made in Italy, sempre più al centro della strategia industriale del gruppo.
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