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2021-04-06
La Cina alza il tiro e boicotta i marchi critici sullo sfruttamento degli uiguri
Xi Jinping (Ansa)
Pechino ha messo nel mirino le compagnie d'abbigliamento occidentali. Tutto è cominciato dopo che, a fine marzo, Stati Uniti e Unione europea hanno imposto delle sanzioni a quattro funzionari cinesi per gli abusi che si verificano nello Xinjiang contro gli uiguri: minoranza costretta al lavoro forzato e sottoposta a pervasive misure di sorveglianza. Si è trattato di un passo significativo, visto che gli europei non comminavano alla Cina provvedimenti simili dai tempi di Piazza Tienanmen. La reazione del Dragone non si è fatta comunque attendere.
Non solo la Repubblica popolare ha a sua volta imposto delle sanzioni contro alcuni parlamentari europei e accademici. Ma ha anche adottato delle misure ritorsive verso quelle aziende occidentali che - come Adidas, Converse, Burberry, Nike e H&M - avevano espresso preoccupazione per quanto accade nello Xinjiang (un'area che produce circa l'80% del cotone cinese) aderendo - in alcuni casi - alla Better cotton initiative: un'organizzazione che, secondo la Bbc, ha da alcuni mesi «sospeso le attività nello Xinjiang e la concessione di licenze per il cotone della regione, citando accuse e “rischi crescenti" di lavoro forzato». È quindi in questo complicato quadro che, nelle ultime due settimane, è scattata la rappresaglia del Dragone.
I prodotti di H&M sono per esempio stati ritirati dai principali siti di e-commerce in Cina (come Alibaba, JD.com e Baidu), mentre alcuni suoi punti vendita in loco avrebbero chiuso. Il Financial Times ha tra l'altro riportato come, dieci giorni fa, i media statali cinesi abbiano diffuso un vecchio comunicato della Nike dedicato ai diritti umani degli uiguri, scatenando così durissime proteste sui social network. In tal senso, la popstar cinese e brand ambassador della stessa Nike, Wang Yibo, ha dichiarato di voler tagliare i ponti con l'azienda statunitense, mentre il cantante Eason Chan ha annunciato l'interruzione dei suoi legami con Adidas. Altre celebrità, come Zhang Yixing, Ouyang Nana e Bai Jingting hanno invece reso noto di aver rescisso i contratti di sponsorizzazione con Converse. Pechino punta a esercitare pressione sulle aziende occidentali e vuole mandare un monito contro eventuali intenzioni di boicottaggio delle Olimpiadi invernali del 2022. Tra i gruppi più esposti in questa situazione figurano quelli del lusso (come Burberry) e Nike (di cui la Cina costituisce il terzo mercato principale). D'altronde, la Repubblica popolare non è nuova a queste forme di ritorsione. Si pensi a quando intralciò di fatto le attività del gruppo immobiliare sudcoreano Lotte, «reo» di aver messo a disposizione nel 2017 alcuni terreni fuori Seul per dispiegare il sistema missilistico statunitense Thaad.
Se alcune delle società coinvolte nella bufera stanno cercando di gettare parzialmente acqua sul fuoco, altre hanno invece di fatto ceduto alla pressione. Secondo il Financial Times, è per esempio il caso della statunitense VF Corporation, che ha rimosso un comunicato sul lavoro forzato degli uiguri. In questo clima teso, Pechino non solo ha continuato a negare violazioni dei diritti umani, ma ha fatto anche appello a sentimenti nazionalistici, esortando i cittadini cinesi a «sostenere il cotone dello Xinjiang». Tra l'altro, nel caso di H&M, l'azienda svedese sta affrontando anche un'ulteriore crisi in Vietnam, dopo che, sul suo sito, aveva raffigurato le isole del Mar cinese meridionale come territorio cinese: un affronto per Hanoi, fortemente contraria alle rivendicazioni di Pechino su quelle aree.
È chiaro che i boicottaggi cinesi esacerberanno le tensioni politiche già in atto tra la Repubblica popolare e l'Occidente. Il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ha parlato di «genocidio» ai danni degli uiguri, mentre - sul fronte europeo - si fa ora più probabile un naufragio del trattato sugli investimenti, siglato a dicembre tra Bruxelles e Pechino: un trattato che lasciava aperta la porta a forti apprensioni proprio sulla questione del lavoro forzato nello Xinjiang. D'altronde, il recente scambio di sanzioni ha peggiorato i rapporti tra Pechino e Bruxelles, creando turbolenze diplomatiche con vari Stati europei (tra cui l'Italia). A fine marzo, la Farnesina ha mostrato la sua irritazione convocando l'ambasciatore cinese a Roma: ambasciatore contro cui i deputati della Lega hanno protestato, abbandonando l'aula durante una sua audizione alla Camera. Sempre il Carroccio sta presentando inoltre una risoluzione per denunciare le «misure di carattere genocidario di cui sarebbero vittima le minoranze turchiche residenti nello Xinjiang».
Biden riapre all’Iran sul nucleare
L'amministrazione Biden tira dritto sull'Iran. La Casa Bianca ha confermato che inizieranno oggi colloqui indiretti a Vienna per cercare di rilanciare l'accordo sul nucleare: accordo siglato da Barack Obama nel 2015 e da cui Donald Trump si era ritirato nel 2018. Per quanto la strada non sia in discesa (Teheran ha posto come condizione l'eliminazione completa delle sanzioni americane), è chiaro che la nuova amministrazione statunitense punti molto sul rilancio dell'intesa: un elemento su cui del resto lo stesso Joe Biden aveva ripetutamente battuto in campagna elettorale. Il punto è che la ricerca di questa distensione sembra incorrere in alcuni paradossi.
In primis, il neo presidente americano ha sempre detto di voler impostare la propria politica estera sul tema dei diritti umani. È del resto in tal senso che ha di recente giustificato la sua linea dura contro Russia e Arabia Saudita. Senza dimenticare i (fondati) rimproveri alla Cina su questioni come Hong Kong e lo Xinjiang. Partendo da simili premesse, è difficile spiegare il tentativo di distensione con l'Iran khomeinista, che di certo non è un regime particolarmente in armonia con gli standard delle democrazie liberali. Qualcuno potrebbe ribattere, sottolineando la necessità di approcci pragmatici. Ciononostante non si può invocare il pragmatismo a fasi alterne. Soprattutto quando, come detto, si afferma di voler basare la propria politica estera sulla difesa dei diritti umani. Il pericolo infatti è altrimenti quello dell'incoerenza. Quell'incoerenza che, sul fronte internazionale, rischia di comportare mancanza di credibilità.
In secondo luogo, anche in un'ottica realista questa distensione è problematica. La mossa di Biden rischia infatti di riportare il Medio Oriente nel caos (come ai tempi di Obama). Trump aveva infatti parzialmente stabilizzato l'area seguendo due linee complementari: da una parte aveva favorito una convergenza tra Israele e il mondo sunnita; dall'altra aveva al contempo messo pesantemente sotto pressione l'Iran a suon di sanzioni. Obiettivo dell'allora presidente repubblicano non era quello di arrivare a un regime change a Teheran (come auspicato da qualche neoconservatore) quanto quello di costringere gli ayatollah a una radicale rinegoziazione proprio del trattato del 2015: una rinegoziazione che avrebbe visto gli iraniani in una posizione contrattuale debole, rispetto al blocco relativamente compatto di Stati Uniti, Israele e Paesi sunniti. Biden sta adesso compromettendo quella situazione favorevole. L'approccio immediatamente durissimo da lui riservato a Riad ha reso rapidamente Teheran più baldanzosa e sicura di sé. Una Teheran che si trova ora in una posizione negoziale più forte rispetto all'era Trump, proprio perché i sauditi sono sotto schiaffo e gli israeliani si sentono isolati. «Se questa è la politica americana, siamo preoccupati», ha non a caso riferito ieri un alto funzionario israeliano al Jerusalem Post.
Infine, la distensione con Teheran manda, da parte americana, segnali scoraggianti anche sul fronte cinese. Era lo scorso 27 marzo, quando Iran e Cina hanno siglato un accordo di cooperazione strategica della durata di 25 anni (la prima volta che la Repubblica islamica firma un'intesa che prevede impegni per un arco di tempo così lungo). Il New York Times aveva parlato di 400 miliardi di dollari di investimenti cinesi in Iran: una cifra tuttavia contestata dal Washington Post. Come che sia, si tratta di un accordo che Teheran potrebbe usare per cercare di alleviare il peso delle sanzioni americane. Il che renderebbe, sì, l'Iran più dipendente dalla Cina, ma gli garantirebbe anche più libertà di manovra nei negoziati con Washington. Insomma, Biden rilancia il dialogo con Teheran nel momento in cui il potere contrattuale iraniano si rafforza. Non solo: la Repubblica islamica si lega strettamente a uno Stato, la Cina, che la Casa Bianca sta criticando sui diritti umani e cercando di contenere in aree come l'Indo-pacifico. Probabilmente saremo limitati. Ma facciamo fatica a capire il senso di questa strategia.
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Nel mirino di Pechino H&M, Nike, Adidas, Converse e Burberry. I colossi avevano espresso preoccupazione per gli abusi sulla minoranza musulmana dello Xinjiang, dove viene prodotto l'80% del cotone del Dragone.Al via i colloqui per l'accordo interrotto da Donald Trump. Il dem cerca l'intesa con Teheran, alleata di Xi. A rischio la stabilità in Medio Oriente e le relazioni con lo Stato ebraico.Lo speciale contiene due articoli.Pechino ha messo nel mirino le compagnie d'abbigliamento occidentali. Tutto è cominciato dopo che, a fine marzo, Stati Uniti e Unione europea hanno imposto delle sanzioni a quattro funzionari cinesi per gli abusi che si verificano nello Xinjiang contro gli uiguri: minoranza costretta al lavoro forzato e sottoposta a pervasive misure di sorveglianza. Si è trattato di un passo significativo, visto che gli europei non comminavano alla Cina provvedimenti simili dai tempi di Piazza Tienanmen. La reazione del Dragone non si è fatta comunque attendere. Non solo la Repubblica popolare ha a sua volta imposto delle sanzioni contro alcuni parlamentari europei e accademici. Ma ha anche adottato delle misure ritorsive verso quelle aziende occidentali che - come Adidas, Converse, Burberry, Nike e H&M - avevano espresso preoccupazione per quanto accade nello Xinjiang (un'area che produce circa l'80% del cotone cinese) aderendo - in alcuni casi - alla Better cotton initiative: un'organizzazione che, secondo la Bbc, ha da alcuni mesi «sospeso le attività nello Xinjiang e la concessione di licenze per il cotone della regione, citando accuse e “rischi crescenti" di lavoro forzato». È quindi in questo complicato quadro che, nelle ultime due settimane, è scattata la rappresaglia del Dragone. I prodotti di H&M sono per esempio stati ritirati dai principali siti di e-commerce in Cina (come Alibaba, JD.com e Baidu), mentre alcuni suoi punti vendita in loco avrebbero chiuso. Il Financial Times ha tra l'altro riportato come, dieci giorni fa, i media statali cinesi abbiano diffuso un vecchio comunicato della Nike dedicato ai diritti umani degli uiguri, scatenando così durissime proteste sui social network. In tal senso, la popstar cinese e brand ambassador della stessa Nike, Wang Yibo, ha dichiarato di voler tagliare i ponti con l'azienda statunitense, mentre il cantante Eason Chan ha annunciato l'interruzione dei suoi legami con Adidas. Altre celebrità, come Zhang Yixing, Ouyang Nana e Bai Jingting hanno invece reso noto di aver rescisso i contratti di sponsorizzazione con Converse. Pechino punta a esercitare pressione sulle aziende occidentali e vuole mandare un monito contro eventuali intenzioni di boicottaggio delle Olimpiadi invernali del 2022. Tra i gruppi più esposti in questa situazione figurano quelli del lusso (come Burberry) e Nike (di cui la Cina costituisce il terzo mercato principale). D'altronde, la Repubblica popolare non è nuova a queste forme di ritorsione. Si pensi a quando intralciò di fatto le attività del gruppo immobiliare sudcoreano Lotte, «reo» di aver messo a disposizione nel 2017 alcuni terreni fuori Seul per dispiegare il sistema missilistico statunitense Thaad. Se alcune delle società coinvolte nella bufera stanno cercando di gettare parzialmente acqua sul fuoco, altre hanno invece di fatto ceduto alla pressione. Secondo il Financial Times, è per esempio il caso della statunitense VF Corporation, che ha rimosso un comunicato sul lavoro forzato degli uiguri. In questo clima teso, Pechino non solo ha continuato a negare violazioni dei diritti umani, ma ha fatto anche appello a sentimenti nazionalistici, esortando i cittadini cinesi a «sostenere il cotone dello Xinjiang». Tra l'altro, nel caso di H&M, l'azienda svedese sta affrontando anche un'ulteriore crisi in Vietnam, dopo che, sul suo sito, aveva raffigurato le isole del Mar cinese meridionale come territorio cinese: un affronto per Hanoi, fortemente contraria alle rivendicazioni di Pechino su quelle aree. È chiaro che i boicottaggi cinesi esacerberanno le tensioni politiche già in atto tra la Repubblica popolare e l'Occidente. Il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ha parlato di «genocidio» ai danni degli uiguri, mentre - sul fronte europeo - si fa ora più probabile un naufragio del trattato sugli investimenti, siglato a dicembre tra Bruxelles e Pechino: un trattato che lasciava aperta la porta a forti apprensioni proprio sulla questione del lavoro forzato nello Xinjiang. D'altronde, il recente scambio di sanzioni ha peggiorato i rapporti tra Pechino e Bruxelles, creando turbolenze diplomatiche con vari Stati europei (tra cui l'Italia). A fine marzo, la Farnesina ha mostrato la sua irritazione convocando l'ambasciatore cinese a Roma: ambasciatore contro cui i deputati della Lega hanno protestato, abbandonando l'aula durante una sua audizione alla Camera. Sempre il Carroccio sta presentando inoltre una risoluzione per denunciare le «misure di carattere genocidario di cui sarebbero vittima le minoranze turchiche residenti nello Xinjiang». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cina-boicotta-marchi-sfruttamento-uiguri-2651372265.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="biden-riapre-alliran-sul-nucleare" data-post-id="2651372265" data-published-at="1617659070" data-use-pagination="False"> Biden riapre all’Iran sul nucleare L'amministrazione Biden tira dritto sull'Iran. La Casa Bianca ha confermato che inizieranno oggi colloqui indiretti a Vienna per cercare di rilanciare l'accordo sul nucleare: accordo siglato da Barack Obama nel 2015 e da cui Donald Trump si era ritirato nel 2018. Per quanto la strada non sia in discesa (Teheran ha posto come condizione l'eliminazione completa delle sanzioni americane), è chiaro che la nuova amministrazione statunitense punti molto sul rilancio dell'intesa: un elemento su cui del resto lo stesso Joe Biden aveva ripetutamente battuto in campagna elettorale. Il punto è che la ricerca di questa distensione sembra incorrere in alcuni paradossi. In primis, il neo presidente americano ha sempre detto di voler impostare la propria politica estera sul tema dei diritti umani. È del resto in tal senso che ha di recente giustificato la sua linea dura contro Russia e Arabia Saudita. Senza dimenticare i (fondati) rimproveri alla Cina su questioni come Hong Kong e lo Xinjiang. Partendo da simili premesse, è difficile spiegare il tentativo di distensione con l'Iran khomeinista, che di certo non è un regime particolarmente in armonia con gli standard delle democrazie liberali. Qualcuno potrebbe ribattere, sottolineando la necessità di approcci pragmatici. Ciononostante non si può invocare il pragmatismo a fasi alterne. Soprattutto quando, come detto, si afferma di voler basare la propria politica estera sulla difesa dei diritti umani. Il pericolo infatti è altrimenti quello dell'incoerenza. Quell'incoerenza che, sul fronte internazionale, rischia di comportare mancanza di credibilità. In secondo luogo, anche in un'ottica realista questa distensione è problematica. La mossa di Biden rischia infatti di riportare il Medio Oriente nel caos (come ai tempi di Obama). Trump aveva infatti parzialmente stabilizzato l'area seguendo due linee complementari: da una parte aveva favorito una convergenza tra Israele e il mondo sunnita; dall'altra aveva al contempo messo pesantemente sotto pressione l'Iran a suon di sanzioni. Obiettivo dell'allora presidente repubblicano non era quello di arrivare a un regime change a Teheran (come auspicato da qualche neoconservatore) quanto quello di costringere gli ayatollah a una radicale rinegoziazione proprio del trattato del 2015: una rinegoziazione che avrebbe visto gli iraniani in una posizione contrattuale debole, rispetto al blocco relativamente compatto di Stati Uniti, Israele e Paesi sunniti. Biden sta adesso compromettendo quella situazione favorevole. L'approccio immediatamente durissimo da lui riservato a Riad ha reso rapidamente Teheran più baldanzosa e sicura di sé. Una Teheran che si trova ora in una posizione negoziale più forte rispetto all'era Trump, proprio perché i sauditi sono sotto schiaffo e gli israeliani si sentono isolati. «Se questa è la politica americana, siamo preoccupati», ha non a caso riferito ieri un alto funzionario israeliano al Jerusalem Post. Infine, la distensione con Teheran manda, da parte americana, segnali scoraggianti anche sul fronte cinese. Era lo scorso 27 marzo, quando Iran e Cina hanno siglato un accordo di cooperazione strategica della durata di 25 anni (la prima volta che la Repubblica islamica firma un'intesa che prevede impegni per un arco di tempo così lungo). Il New York Times aveva parlato di 400 miliardi di dollari di investimenti cinesi in Iran: una cifra tuttavia contestata dal Washington Post. Come che sia, si tratta di un accordo che Teheran potrebbe usare per cercare di alleviare il peso delle sanzioni americane. Il che renderebbe, sì, l'Iran più dipendente dalla Cina, ma gli garantirebbe anche più libertà di manovra nei negoziati con Washington. Insomma, Biden rilancia il dialogo con Teheran nel momento in cui il potere contrattuale iraniano si rafforza. Non solo: la Repubblica islamica si lega strettamente a uno Stato, la Cina, che la Casa Bianca sta criticando sui diritti umani e cercando di contenere in aree come l'Indo-pacifico. Probabilmente saremo limitati. Ma facciamo fatica a capire il senso di questa strategia.
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.