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2021-04-06
La Cina alza il tiro e boicotta i marchi critici sullo sfruttamento degli uiguri
Xi Jinping (Ansa)
Pechino ha messo nel mirino le compagnie d'abbigliamento occidentali. Tutto è cominciato dopo che, a fine marzo, Stati Uniti e Unione europea hanno imposto delle sanzioni a quattro funzionari cinesi per gli abusi che si verificano nello Xinjiang contro gli uiguri: minoranza costretta al lavoro forzato e sottoposta a pervasive misure di sorveglianza. Si è trattato di un passo significativo, visto che gli europei non comminavano alla Cina provvedimenti simili dai tempi di Piazza Tienanmen. La reazione del Dragone non si è fatta comunque attendere.
Non solo la Repubblica popolare ha a sua volta imposto delle sanzioni contro alcuni parlamentari europei e accademici. Ma ha anche adottato delle misure ritorsive verso quelle aziende occidentali che - come Adidas, Converse, Burberry, Nike e H&M - avevano espresso preoccupazione per quanto accade nello Xinjiang (un'area che produce circa l'80% del cotone cinese) aderendo - in alcuni casi - alla Better cotton initiative: un'organizzazione che, secondo la Bbc, ha da alcuni mesi «sospeso le attività nello Xinjiang e la concessione di licenze per il cotone della regione, citando accuse e “rischi crescenti" di lavoro forzato». È quindi in questo complicato quadro che, nelle ultime due settimane, è scattata la rappresaglia del Dragone.
I prodotti di H&M sono per esempio stati ritirati dai principali siti di e-commerce in Cina (come Alibaba, JD.com e Baidu), mentre alcuni suoi punti vendita in loco avrebbero chiuso. Il Financial Times ha tra l'altro riportato come, dieci giorni fa, i media statali cinesi abbiano diffuso un vecchio comunicato della Nike dedicato ai diritti umani degli uiguri, scatenando così durissime proteste sui social network. In tal senso, la popstar cinese e brand ambassador della stessa Nike, Wang Yibo, ha dichiarato di voler tagliare i ponti con l'azienda statunitense, mentre il cantante Eason Chan ha annunciato l'interruzione dei suoi legami con Adidas. Altre celebrità, come Zhang Yixing, Ouyang Nana e Bai Jingting hanno invece reso noto di aver rescisso i contratti di sponsorizzazione con Converse. Pechino punta a esercitare pressione sulle aziende occidentali e vuole mandare un monito contro eventuali intenzioni di boicottaggio delle Olimpiadi invernali del 2022. Tra i gruppi più esposti in questa situazione figurano quelli del lusso (come Burberry) e Nike (di cui la Cina costituisce il terzo mercato principale). D'altronde, la Repubblica popolare non è nuova a queste forme di ritorsione. Si pensi a quando intralciò di fatto le attività del gruppo immobiliare sudcoreano Lotte, «reo» di aver messo a disposizione nel 2017 alcuni terreni fuori Seul per dispiegare il sistema missilistico statunitense Thaad.
Se alcune delle società coinvolte nella bufera stanno cercando di gettare parzialmente acqua sul fuoco, altre hanno invece di fatto ceduto alla pressione. Secondo il Financial Times, è per esempio il caso della statunitense VF Corporation, che ha rimosso un comunicato sul lavoro forzato degli uiguri. In questo clima teso, Pechino non solo ha continuato a negare violazioni dei diritti umani, ma ha fatto anche appello a sentimenti nazionalistici, esortando i cittadini cinesi a «sostenere il cotone dello Xinjiang». Tra l'altro, nel caso di H&M, l'azienda svedese sta affrontando anche un'ulteriore crisi in Vietnam, dopo che, sul suo sito, aveva raffigurato le isole del Mar cinese meridionale come territorio cinese: un affronto per Hanoi, fortemente contraria alle rivendicazioni di Pechino su quelle aree.
È chiaro che i boicottaggi cinesi esacerberanno le tensioni politiche già in atto tra la Repubblica popolare e l'Occidente. Il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ha parlato di «genocidio» ai danni degli uiguri, mentre - sul fronte europeo - si fa ora più probabile un naufragio del trattato sugli investimenti, siglato a dicembre tra Bruxelles e Pechino: un trattato che lasciava aperta la porta a forti apprensioni proprio sulla questione del lavoro forzato nello Xinjiang. D'altronde, il recente scambio di sanzioni ha peggiorato i rapporti tra Pechino e Bruxelles, creando turbolenze diplomatiche con vari Stati europei (tra cui l'Italia). A fine marzo, la Farnesina ha mostrato la sua irritazione convocando l'ambasciatore cinese a Roma: ambasciatore contro cui i deputati della Lega hanno protestato, abbandonando l'aula durante una sua audizione alla Camera. Sempre il Carroccio sta presentando inoltre una risoluzione per denunciare le «misure di carattere genocidario di cui sarebbero vittima le minoranze turchiche residenti nello Xinjiang».
Biden riapre all’Iran sul nucleare
L'amministrazione Biden tira dritto sull'Iran. La Casa Bianca ha confermato che inizieranno oggi colloqui indiretti a Vienna per cercare di rilanciare l'accordo sul nucleare: accordo siglato da Barack Obama nel 2015 e da cui Donald Trump si era ritirato nel 2018. Per quanto la strada non sia in discesa (Teheran ha posto come condizione l'eliminazione completa delle sanzioni americane), è chiaro che la nuova amministrazione statunitense punti molto sul rilancio dell'intesa: un elemento su cui del resto lo stesso Joe Biden aveva ripetutamente battuto in campagna elettorale. Il punto è che la ricerca di questa distensione sembra incorrere in alcuni paradossi.
In primis, il neo presidente americano ha sempre detto di voler impostare la propria politica estera sul tema dei diritti umani. È del resto in tal senso che ha di recente giustificato la sua linea dura contro Russia e Arabia Saudita. Senza dimenticare i (fondati) rimproveri alla Cina su questioni come Hong Kong e lo Xinjiang. Partendo da simili premesse, è difficile spiegare il tentativo di distensione con l'Iran khomeinista, che di certo non è un regime particolarmente in armonia con gli standard delle democrazie liberali. Qualcuno potrebbe ribattere, sottolineando la necessità di approcci pragmatici. Ciononostante non si può invocare il pragmatismo a fasi alterne. Soprattutto quando, come detto, si afferma di voler basare la propria politica estera sulla difesa dei diritti umani. Il pericolo infatti è altrimenti quello dell'incoerenza. Quell'incoerenza che, sul fronte internazionale, rischia di comportare mancanza di credibilità.
In secondo luogo, anche in un'ottica realista questa distensione è problematica. La mossa di Biden rischia infatti di riportare il Medio Oriente nel caos (come ai tempi di Obama). Trump aveva infatti parzialmente stabilizzato l'area seguendo due linee complementari: da una parte aveva favorito una convergenza tra Israele e il mondo sunnita; dall'altra aveva al contempo messo pesantemente sotto pressione l'Iran a suon di sanzioni. Obiettivo dell'allora presidente repubblicano non era quello di arrivare a un regime change a Teheran (come auspicato da qualche neoconservatore) quanto quello di costringere gli ayatollah a una radicale rinegoziazione proprio del trattato del 2015: una rinegoziazione che avrebbe visto gli iraniani in una posizione contrattuale debole, rispetto al blocco relativamente compatto di Stati Uniti, Israele e Paesi sunniti. Biden sta adesso compromettendo quella situazione favorevole. L'approccio immediatamente durissimo da lui riservato a Riad ha reso rapidamente Teheran più baldanzosa e sicura di sé. Una Teheran che si trova ora in una posizione negoziale più forte rispetto all'era Trump, proprio perché i sauditi sono sotto schiaffo e gli israeliani si sentono isolati. «Se questa è la politica americana, siamo preoccupati», ha non a caso riferito ieri un alto funzionario israeliano al Jerusalem Post.
Infine, la distensione con Teheran manda, da parte americana, segnali scoraggianti anche sul fronte cinese. Era lo scorso 27 marzo, quando Iran e Cina hanno siglato un accordo di cooperazione strategica della durata di 25 anni (la prima volta che la Repubblica islamica firma un'intesa che prevede impegni per un arco di tempo così lungo). Il New York Times aveva parlato di 400 miliardi di dollari di investimenti cinesi in Iran: una cifra tuttavia contestata dal Washington Post. Come che sia, si tratta di un accordo che Teheran potrebbe usare per cercare di alleviare il peso delle sanzioni americane. Il che renderebbe, sì, l'Iran più dipendente dalla Cina, ma gli garantirebbe anche più libertà di manovra nei negoziati con Washington. Insomma, Biden rilancia il dialogo con Teheran nel momento in cui il potere contrattuale iraniano si rafforza. Non solo: la Repubblica islamica si lega strettamente a uno Stato, la Cina, che la Casa Bianca sta criticando sui diritti umani e cercando di contenere in aree come l'Indo-pacifico. Probabilmente saremo limitati. Ma facciamo fatica a capire il senso di questa strategia.
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Nel mirino di Pechino H&M, Nike, Adidas, Converse e Burberry. I colossi avevano espresso preoccupazione per gli abusi sulla minoranza musulmana dello Xinjiang, dove viene prodotto l'80% del cotone del Dragone.Al via i colloqui per l'accordo interrotto da Donald Trump. Il dem cerca l'intesa con Teheran, alleata di Xi. A rischio la stabilità in Medio Oriente e le relazioni con lo Stato ebraico.Lo speciale contiene due articoli.Pechino ha messo nel mirino le compagnie d'abbigliamento occidentali. Tutto è cominciato dopo che, a fine marzo, Stati Uniti e Unione europea hanno imposto delle sanzioni a quattro funzionari cinesi per gli abusi che si verificano nello Xinjiang contro gli uiguri: minoranza costretta al lavoro forzato e sottoposta a pervasive misure di sorveglianza. Si è trattato di un passo significativo, visto che gli europei non comminavano alla Cina provvedimenti simili dai tempi di Piazza Tienanmen. La reazione del Dragone non si è fatta comunque attendere. Non solo la Repubblica popolare ha a sua volta imposto delle sanzioni contro alcuni parlamentari europei e accademici. Ma ha anche adottato delle misure ritorsive verso quelle aziende occidentali che - come Adidas, Converse, Burberry, Nike e H&M - avevano espresso preoccupazione per quanto accade nello Xinjiang (un'area che produce circa l'80% del cotone cinese) aderendo - in alcuni casi - alla Better cotton initiative: un'organizzazione che, secondo la Bbc, ha da alcuni mesi «sospeso le attività nello Xinjiang e la concessione di licenze per il cotone della regione, citando accuse e “rischi crescenti" di lavoro forzato». È quindi in questo complicato quadro che, nelle ultime due settimane, è scattata la rappresaglia del Dragone. I prodotti di H&M sono per esempio stati ritirati dai principali siti di e-commerce in Cina (come Alibaba, JD.com e Baidu), mentre alcuni suoi punti vendita in loco avrebbero chiuso. Il Financial Times ha tra l'altro riportato come, dieci giorni fa, i media statali cinesi abbiano diffuso un vecchio comunicato della Nike dedicato ai diritti umani degli uiguri, scatenando così durissime proteste sui social network. In tal senso, la popstar cinese e brand ambassador della stessa Nike, Wang Yibo, ha dichiarato di voler tagliare i ponti con l'azienda statunitense, mentre il cantante Eason Chan ha annunciato l'interruzione dei suoi legami con Adidas. Altre celebrità, come Zhang Yixing, Ouyang Nana e Bai Jingting hanno invece reso noto di aver rescisso i contratti di sponsorizzazione con Converse. Pechino punta a esercitare pressione sulle aziende occidentali e vuole mandare un monito contro eventuali intenzioni di boicottaggio delle Olimpiadi invernali del 2022. Tra i gruppi più esposti in questa situazione figurano quelli del lusso (come Burberry) e Nike (di cui la Cina costituisce il terzo mercato principale). D'altronde, la Repubblica popolare non è nuova a queste forme di ritorsione. Si pensi a quando intralciò di fatto le attività del gruppo immobiliare sudcoreano Lotte, «reo» di aver messo a disposizione nel 2017 alcuni terreni fuori Seul per dispiegare il sistema missilistico statunitense Thaad. Se alcune delle società coinvolte nella bufera stanno cercando di gettare parzialmente acqua sul fuoco, altre hanno invece di fatto ceduto alla pressione. Secondo il Financial Times, è per esempio il caso della statunitense VF Corporation, che ha rimosso un comunicato sul lavoro forzato degli uiguri. In questo clima teso, Pechino non solo ha continuato a negare violazioni dei diritti umani, ma ha fatto anche appello a sentimenti nazionalistici, esortando i cittadini cinesi a «sostenere il cotone dello Xinjiang». Tra l'altro, nel caso di H&M, l'azienda svedese sta affrontando anche un'ulteriore crisi in Vietnam, dopo che, sul suo sito, aveva raffigurato le isole del Mar cinese meridionale come territorio cinese: un affronto per Hanoi, fortemente contraria alle rivendicazioni di Pechino su quelle aree. È chiaro che i boicottaggi cinesi esacerberanno le tensioni politiche già in atto tra la Repubblica popolare e l'Occidente. Il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ha parlato di «genocidio» ai danni degli uiguri, mentre - sul fronte europeo - si fa ora più probabile un naufragio del trattato sugli investimenti, siglato a dicembre tra Bruxelles e Pechino: un trattato che lasciava aperta la porta a forti apprensioni proprio sulla questione del lavoro forzato nello Xinjiang. D'altronde, il recente scambio di sanzioni ha peggiorato i rapporti tra Pechino e Bruxelles, creando turbolenze diplomatiche con vari Stati europei (tra cui l'Italia). A fine marzo, la Farnesina ha mostrato la sua irritazione convocando l'ambasciatore cinese a Roma: ambasciatore contro cui i deputati della Lega hanno protestato, abbandonando l'aula durante una sua audizione alla Camera. Sempre il Carroccio sta presentando inoltre una risoluzione per denunciare le «misure di carattere genocidario di cui sarebbero vittima le minoranze turchiche residenti nello Xinjiang». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cina-boicotta-marchi-sfruttamento-uiguri-2651372265.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="biden-riapre-alliran-sul-nucleare" data-post-id="2651372265" data-published-at="1617659070" data-use-pagination="False"> Biden riapre all’Iran sul nucleare L'amministrazione Biden tira dritto sull'Iran. La Casa Bianca ha confermato che inizieranno oggi colloqui indiretti a Vienna per cercare di rilanciare l'accordo sul nucleare: accordo siglato da Barack Obama nel 2015 e da cui Donald Trump si era ritirato nel 2018. Per quanto la strada non sia in discesa (Teheran ha posto come condizione l'eliminazione completa delle sanzioni americane), è chiaro che la nuova amministrazione statunitense punti molto sul rilancio dell'intesa: un elemento su cui del resto lo stesso Joe Biden aveva ripetutamente battuto in campagna elettorale. Il punto è che la ricerca di questa distensione sembra incorrere in alcuni paradossi. In primis, il neo presidente americano ha sempre detto di voler impostare la propria politica estera sul tema dei diritti umani. È del resto in tal senso che ha di recente giustificato la sua linea dura contro Russia e Arabia Saudita. Senza dimenticare i (fondati) rimproveri alla Cina su questioni come Hong Kong e lo Xinjiang. Partendo da simili premesse, è difficile spiegare il tentativo di distensione con l'Iran khomeinista, che di certo non è un regime particolarmente in armonia con gli standard delle democrazie liberali. Qualcuno potrebbe ribattere, sottolineando la necessità di approcci pragmatici. Ciononostante non si può invocare il pragmatismo a fasi alterne. Soprattutto quando, come detto, si afferma di voler basare la propria politica estera sulla difesa dei diritti umani. Il pericolo infatti è altrimenti quello dell'incoerenza. Quell'incoerenza che, sul fronte internazionale, rischia di comportare mancanza di credibilità. In secondo luogo, anche in un'ottica realista questa distensione è problematica. La mossa di Biden rischia infatti di riportare il Medio Oriente nel caos (come ai tempi di Obama). Trump aveva infatti parzialmente stabilizzato l'area seguendo due linee complementari: da una parte aveva favorito una convergenza tra Israele e il mondo sunnita; dall'altra aveva al contempo messo pesantemente sotto pressione l'Iran a suon di sanzioni. Obiettivo dell'allora presidente repubblicano non era quello di arrivare a un regime change a Teheran (come auspicato da qualche neoconservatore) quanto quello di costringere gli ayatollah a una radicale rinegoziazione proprio del trattato del 2015: una rinegoziazione che avrebbe visto gli iraniani in una posizione contrattuale debole, rispetto al blocco relativamente compatto di Stati Uniti, Israele e Paesi sunniti. Biden sta adesso compromettendo quella situazione favorevole. L'approccio immediatamente durissimo da lui riservato a Riad ha reso rapidamente Teheran più baldanzosa e sicura di sé. Una Teheran che si trova ora in una posizione negoziale più forte rispetto all'era Trump, proprio perché i sauditi sono sotto schiaffo e gli israeliani si sentono isolati. «Se questa è la politica americana, siamo preoccupati», ha non a caso riferito ieri un alto funzionario israeliano al Jerusalem Post. Infine, la distensione con Teheran manda, da parte americana, segnali scoraggianti anche sul fronte cinese. Era lo scorso 27 marzo, quando Iran e Cina hanno siglato un accordo di cooperazione strategica della durata di 25 anni (la prima volta che la Repubblica islamica firma un'intesa che prevede impegni per un arco di tempo così lungo). Il New York Times aveva parlato di 400 miliardi di dollari di investimenti cinesi in Iran: una cifra tuttavia contestata dal Washington Post. Come che sia, si tratta di un accordo che Teheran potrebbe usare per cercare di alleviare il peso delle sanzioni americane. Il che renderebbe, sì, l'Iran più dipendente dalla Cina, ma gli garantirebbe anche più libertà di manovra nei negoziati con Washington. Insomma, Biden rilancia il dialogo con Teheran nel momento in cui il potere contrattuale iraniano si rafforza. Non solo: la Repubblica islamica si lega strettamente a uno Stato, la Cina, che la Casa Bianca sta criticando sui diritti umani e cercando di contenere in aree come l'Indo-pacifico. Probabilmente saremo limitati. Ma facciamo fatica a capire il senso di questa strategia.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».