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2021-04-06
La Cina alza il tiro e boicotta i marchi critici sullo sfruttamento degli uiguri
Xi Jinping (Ansa)
Pechino ha messo nel mirino le compagnie d'abbigliamento occidentali. Tutto è cominciato dopo che, a fine marzo, Stati Uniti e Unione europea hanno imposto delle sanzioni a quattro funzionari cinesi per gli abusi che si verificano nello Xinjiang contro gli uiguri: minoranza costretta al lavoro forzato e sottoposta a pervasive misure di sorveglianza. Si è trattato di un passo significativo, visto che gli europei non comminavano alla Cina provvedimenti simili dai tempi di Piazza Tienanmen. La reazione del Dragone non si è fatta comunque attendere.
Non solo la Repubblica popolare ha a sua volta imposto delle sanzioni contro alcuni parlamentari europei e accademici. Ma ha anche adottato delle misure ritorsive verso quelle aziende occidentali che - come Adidas, Converse, Burberry, Nike e H&M - avevano espresso preoccupazione per quanto accade nello Xinjiang (un'area che produce circa l'80% del cotone cinese) aderendo - in alcuni casi - alla Better cotton initiative: un'organizzazione che, secondo la Bbc, ha da alcuni mesi «sospeso le attività nello Xinjiang e la concessione di licenze per il cotone della regione, citando accuse e “rischi crescenti" di lavoro forzato». È quindi in questo complicato quadro che, nelle ultime due settimane, è scattata la rappresaglia del Dragone.
I prodotti di H&M sono per esempio stati ritirati dai principali siti di e-commerce in Cina (come Alibaba, JD.com e Baidu), mentre alcuni suoi punti vendita in loco avrebbero chiuso. Il Financial Times ha tra l'altro riportato come, dieci giorni fa, i media statali cinesi abbiano diffuso un vecchio comunicato della Nike dedicato ai diritti umani degli uiguri, scatenando così durissime proteste sui social network. In tal senso, la popstar cinese e brand ambassador della stessa Nike, Wang Yibo, ha dichiarato di voler tagliare i ponti con l'azienda statunitense, mentre il cantante Eason Chan ha annunciato l'interruzione dei suoi legami con Adidas. Altre celebrità, come Zhang Yixing, Ouyang Nana e Bai Jingting hanno invece reso noto di aver rescisso i contratti di sponsorizzazione con Converse. Pechino punta a esercitare pressione sulle aziende occidentali e vuole mandare un monito contro eventuali intenzioni di boicottaggio delle Olimpiadi invernali del 2022. Tra i gruppi più esposti in questa situazione figurano quelli del lusso (come Burberry) e Nike (di cui la Cina costituisce il terzo mercato principale). D'altronde, la Repubblica popolare non è nuova a queste forme di ritorsione. Si pensi a quando intralciò di fatto le attività del gruppo immobiliare sudcoreano Lotte, «reo» di aver messo a disposizione nel 2017 alcuni terreni fuori Seul per dispiegare il sistema missilistico statunitense Thaad.
Se alcune delle società coinvolte nella bufera stanno cercando di gettare parzialmente acqua sul fuoco, altre hanno invece di fatto ceduto alla pressione. Secondo il Financial Times, è per esempio il caso della statunitense VF Corporation, che ha rimosso un comunicato sul lavoro forzato degli uiguri. In questo clima teso, Pechino non solo ha continuato a negare violazioni dei diritti umani, ma ha fatto anche appello a sentimenti nazionalistici, esortando i cittadini cinesi a «sostenere il cotone dello Xinjiang». Tra l'altro, nel caso di H&M, l'azienda svedese sta affrontando anche un'ulteriore crisi in Vietnam, dopo che, sul suo sito, aveva raffigurato le isole del Mar cinese meridionale come territorio cinese: un affronto per Hanoi, fortemente contraria alle rivendicazioni di Pechino su quelle aree.
È chiaro che i boicottaggi cinesi esacerberanno le tensioni politiche già in atto tra la Repubblica popolare e l'Occidente. Il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ha parlato di «genocidio» ai danni degli uiguri, mentre - sul fronte europeo - si fa ora più probabile un naufragio del trattato sugli investimenti, siglato a dicembre tra Bruxelles e Pechino: un trattato che lasciava aperta la porta a forti apprensioni proprio sulla questione del lavoro forzato nello Xinjiang. D'altronde, il recente scambio di sanzioni ha peggiorato i rapporti tra Pechino e Bruxelles, creando turbolenze diplomatiche con vari Stati europei (tra cui l'Italia). A fine marzo, la Farnesina ha mostrato la sua irritazione convocando l'ambasciatore cinese a Roma: ambasciatore contro cui i deputati della Lega hanno protestato, abbandonando l'aula durante una sua audizione alla Camera. Sempre il Carroccio sta presentando inoltre una risoluzione per denunciare le «misure di carattere genocidario di cui sarebbero vittima le minoranze turchiche residenti nello Xinjiang».
Biden riapre all’Iran sul nucleare
L'amministrazione Biden tira dritto sull'Iran. La Casa Bianca ha confermato che inizieranno oggi colloqui indiretti a Vienna per cercare di rilanciare l'accordo sul nucleare: accordo siglato da Barack Obama nel 2015 e da cui Donald Trump si era ritirato nel 2018. Per quanto la strada non sia in discesa (Teheran ha posto come condizione l'eliminazione completa delle sanzioni americane), è chiaro che la nuova amministrazione statunitense punti molto sul rilancio dell'intesa: un elemento su cui del resto lo stesso Joe Biden aveva ripetutamente battuto in campagna elettorale. Il punto è che la ricerca di questa distensione sembra incorrere in alcuni paradossi.
In primis, il neo presidente americano ha sempre detto di voler impostare la propria politica estera sul tema dei diritti umani. È del resto in tal senso che ha di recente giustificato la sua linea dura contro Russia e Arabia Saudita. Senza dimenticare i (fondati) rimproveri alla Cina su questioni come Hong Kong e lo Xinjiang. Partendo da simili premesse, è difficile spiegare il tentativo di distensione con l'Iran khomeinista, che di certo non è un regime particolarmente in armonia con gli standard delle democrazie liberali. Qualcuno potrebbe ribattere, sottolineando la necessità di approcci pragmatici. Ciononostante non si può invocare il pragmatismo a fasi alterne. Soprattutto quando, come detto, si afferma di voler basare la propria politica estera sulla difesa dei diritti umani. Il pericolo infatti è altrimenti quello dell'incoerenza. Quell'incoerenza che, sul fronte internazionale, rischia di comportare mancanza di credibilità.
In secondo luogo, anche in un'ottica realista questa distensione è problematica. La mossa di Biden rischia infatti di riportare il Medio Oriente nel caos (come ai tempi di Obama). Trump aveva infatti parzialmente stabilizzato l'area seguendo due linee complementari: da una parte aveva favorito una convergenza tra Israele e il mondo sunnita; dall'altra aveva al contempo messo pesantemente sotto pressione l'Iran a suon di sanzioni. Obiettivo dell'allora presidente repubblicano non era quello di arrivare a un regime change a Teheran (come auspicato da qualche neoconservatore) quanto quello di costringere gli ayatollah a una radicale rinegoziazione proprio del trattato del 2015: una rinegoziazione che avrebbe visto gli iraniani in una posizione contrattuale debole, rispetto al blocco relativamente compatto di Stati Uniti, Israele e Paesi sunniti. Biden sta adesso compromettendo quella situazione favorevole. L'approccio immediatamente durissimo da lui riservato a Riad ha reso rapidamente Teheran più baldanzosa e sicura di sé. Una Teheran che si trova ora in una posizione negoziale più forte rispetto all'era Trump, proprio perché i sauditi sono sotto schiaffo e gli israeliani si sentono isolati. «Se questa è la politica americana, siamo preoccupati», ha non a caso riferito ieri un alto funzionario israeliano al Jerusalem Post.
Infine, la distensione con Teheran manda, da parte americana, segnali scoraggianti anche sul fronte cinese. Era lo scorso 27 marzo, quando Iran e Cina hanno siglato un accordo di cooperazione strategica della durata di 25 anni (la prima volta che la Repubblica islamica firma un'intesa che prevede impegni per un arco di tempo così lungo). Il New York Times aveva parlato di 400 miliardi di dollari di investimenti cinesi in Iran: una cifra tuttavia contestata dal Washington Post. Come che sia, si tratta di un accordo che Teheran potrebbe usare per cercare di alleviare il peso delle sanzioni americane. Il che renderebbe, sì, l'Iran più dipendente dalla Cina, ma gli garantirebbe anche più libertà di manovra nei negoziati con Washington. Insomma, Biden rilancia il dialogo con Teheran nel momento in cui il potere contrattuale iraniano si rafforza. Non solo: la Repubblica islamica si lega strettamente a uno Stato, la Cina, che la Casa Bianca sta criticando sui diritti umani e cercando di contenere in aree come l'Indo-pacifico. Probabilmente saremo limitati. Ma facciamo fatica a capire il senso di questa strategia.
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Nel mirino di Pechino H&M, Nike, Adidas, Converse e Burberry. I colossi avevano espresso preoccupazione per gli abusi sulla minoranza musulmana dello Xinjiang, dove viene prodotto l'80% del cotone del Dragone.Al via i colloqui per l'accordo interrotto da Donald Trump. Il dem cerca l'intesa con Teheran, alleata di Xi. A rischio la stabilità in Medio Oriente e le relazioni con lo Stato ebraico.Lo speciale contiene due articoli.Pechino ha messo nel mirino le compagnie d'abbigliamento occidentali. Tutto è cominciato dopo che, a fine marzo, Stati Uniti e Unione europea hanno imposto delle sanzioni a quattro funzionari cinesi per gli abusi che si verificano nello Xinjiang contro gli uiguri: minoranza costretta al lavoro forzato e sottoposta a pervasive misure di sorveglianza. Si è trattato di un passo significativo, visto che gli europei non comminavano alla Cina provvedimenti simili dai tempi di Piazza Tienanmen. La reazione del Dragone non si è fatta comunque attendere. Non solo la Repubblica popolare ha a sua volta imposto delle sanzioni contro alcuni parlamentari europei e accademici. Ma ha anche adottato delle misure ritorsive verso quelle aziende occidentali che - come Adidas, Converse, Burberry, Nike e H&M - avevano espresso preoccupazione per quanto accade nello Xinjiang (un'area che produce circa l'80% del cotone cinese) aderendo - in alcuni casi - alla Better cotton initiative: un'organizzazione che, secondo la Bbc, ha da alcuni mesi «sospeso le attività nello Xinjiang e la concessione di licenze per il cotone della regione, citando accuse e “rischi crescenti" di lavoro forzato». È quindi in questo complicato quadro che, nelle ultime due settimane, è scattata la rappresaglia del Dragone. I prodotti di H&M sono per esempio stati ritirati dai principali siti di e-commerce in Cina (come Alibaba, JD.com e Baidu), mentre alcuni suoi punti vendita in loco avrebbero chiuso. Il Financial Times ha tra l'altro riportato come, dieci giorni fa, i media statali cinesi abbiano diffuso un vecchio comunicato della Nike dedicato ai diritti umani degli uiguri, scatenando così durissime proteste sui social network. In tal senso, la popstar cinese e brand ambassador della stessa Nike, Wang Yibo, ha dichiarato di voler tagliare i ponti con l'azienda statunitense, mentre il cantante Eason Chan ha annunciato l'interruzione dei suoi legami con Adidas. Altre celebrità, come Zhang Yixing, Ouyang Nana e Bai Jingting hanno invece reso noto di aver rescisso i contratti di sponsorizzazione con Converse. Pechino punta a esercitare pressione sulle aziende occidentali e vuole mandare un monito contro eventuali intenzioni di boicottaggio delle Olimpiadi invernali del 2022. Tra i gruppi più esposti in questa situazione figurano quelli del lusso (come Burberry) e Nike (di cui la Cina costituisce il terzo mercato principale). D'altronde, la Repubblica popolare non è nuova a queste forme di ritorsione. Si pensi a quando intralciò di fatto le attività del gruppo immobiliare sudcoreano Lotte, «reo» di aver messo a disposizione nel 2017 alcuni terreni fuori Seul per dispiegare il sistema missilistico statunitense Thaad. Se alcune delle società coinvolte nella bufera stanno cercando di gettare parzialmente acqua sul fuoco, altre hanno invece di fatto ceduto alla pressione. Secondo il Financial Times, è per esempio il caso della statunitense VF Corporation, che ha rimosso un comunicato sul lavoro forzato degli uiguri. In questo clima teso, Pechino non solo ha continuato a negare violazioni dei diritti umani, ma ha fatto anche appello a sentimenti nazionalistici, esortando i cittadini cinesi a «sostenere il cotone dello Xinjiang». Tra l'altro, nel caso di H&M, l'azienda svedese sta affrontando anche un'ulteriore crisi in Vietnam, dopo che, sul suo sito, aveva raffigurato le isole del Mar cinese meridionale come territorio cinese: un affronto per Hanoi, fortemente contraria alle rivendicazioni di Pechino su quelle aree. È chiaro che i boicottaggi cinesi esacerberanno le tensioni politiche già in atto tra la Repubblica popolare e l'Occidente. Il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ha parlato di «genocidio» ai danni degli uiguri, mentre - sul fronte europeo - si fa ora più probabile un naufragio del trattato sugli investimenti, siglato a dicembre tra Bruxelles e Pechino: un trattato che lasciava aperta la porta a forti apprensioni proprio sulla questione del lavoro forzato nello Xinjiang. D'altronde, il recente scambio di sanzioni ha peggiorato i rapporti tra Pechino e Bruxelles, creando turbolenze diplomatiche con vari Stati europei (tra cui l'Italia). A fine marzo, la Farnesina ha mostrato la sua irritazione convocando l'ambasciatore cinese a Roma: ambasciatore contro cui i deputati della Lega hanno protestato, abbandonando l'aula durante una sua audizione alla Camera. Sempre il Carroccio sta presentando inoltre una risoluzione per denunciare le «misure di carattere genocidario di cui sarebbero vittima le minoranze turchiche residenti nello Xinjiang». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cina-boicotta-marchi-sfruttamento-uiguri-2651372265.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="biden-riapre-alliran-sul-nucleare" data-post-id="2651372265" data-published-at="1617659070" data-use-pagination="False"> Biden riapre all’Iran sul nucleare L'amministrazione Biden tira dritto sull'Iran. La Casa Bianca ha confermato che inizieranno oggi colloqui indiretti a Vienna per cercare di rilanciare l'accordo sul nucleare: accordo siglato da Barack Obama nel 2015 e da cui Donald Trump si era ritirato nel 2018. Per quanto la strada non sia in discesa (Teheran ha posto come condizione l'eliminazione completa delle sanzioni americane), è chiaro che la nuova amministrazione statunitense punti molto sul rilancio dell'intesa: un elemento su cui del resto lo stesso Joe Biden aveva ripetutamente battuto in campagna elettorale. Il punto è che la ricerca di questa distensione sembra incorrere in alcuni paradossi. In primis, il neo presidente americano ha sempre detto di voler impostare la propria politica estera sul tema dei diritti umani. È del resto in tal senso che ha di recente giustificato la sua linea dura contro Russia e Arabia Saudita. Senza dimenticare i (fondati) rimproveri alla Cina su questioni come Hong Kong e lo Xinjiang. Partendo da simili premesse, è difficile spiegare il tentativo di distensione con l'Iran khomeinista, che di certo non è un regime particolarmente in armonia con gli standard delle democrazie liberali. Qualcuno potrebbe ribattere, sottolineando la necessità di approcci pragmatici. Ciononostante non si può invocare il pragmatismo a fasi alterne. Soprattutto quando, come detto, si afferma di voler basare la propria politica estera sulla difesa dei diritti umani. Il pericolo infatti è altrimenti quello dell'incoerenza. Quell'incoerenza che, sul fronte internazionale, rischia di comportare mancanza di credibilità. In secondo luogo, anche in un'ottica realista questa distensione è problematica. La mossa di Biden rischia infatti di riportare il Medio Oriente nel caos (come ai tempi di Obama). Trump aveva infatti parzialmente stabilizzato l'area seguendo due linee complementari: da una parte aveva favorito una convergenza tra Israele e il mondo sunnita; dall'altra aveva al contempo messo pesantemente sotto pressione l'Iran a suon di sanzioni. Obiettivo dell'allora presidente repubblicano non era quello di arrivare a un regime change a Teheran (come auspicato da qualche neoconservatore) quanto quello di costringere gli ayatollah a una radicale rinegoziazione proprio del trattato del 2015: una rinegoziazione che avrebbe visto gli iraniani in una posizione contrattuale debole, rispetto al blocco relativamente compatto di Stati Uniti, Israele e Paesi sunniti. Biden sta adesso compromettendo quella situazione favorevole. L'approccio immediatamente durissimo da lui riservato a Riad ha reso rapidamente Teheran più baldanzosa e sicura di sé. Una Teheran che si trova ora in una posizione negoziale più forte rispetto all'era Trump, proprio perché i sauditi sono sotto schiaffo e gli israeliani si sentono isolati. «Se questa è la politica americana, siamo preoccupati», ha non a caso riferito ieri un alto funzionario israeliano al Jerusalem Post. Infine, la distensione con Teheran manda, da parte americana, segnali scoraggianti anche sul fronte cinese. Era lo scorso 27 marzo, quando Iran e Cina hanno siglato un accordo di cooperazione strategica della durata di 25 anni (la prima volta che la Repubblica islamica firma un'intesa che prevede impegni per un arco di tempo così lungo). Il New York Times aveva parlato di 400 miliardi di dollari di investimenti cinesi in Iran: una cifra tuttavia contestata dal Washington Post. Come che sia, si tratta di un accordo che Teheran potrebbe usare per cercare di alleviare il peso delle sanzioni americane. Il che renderebbe, sì, l'Iran più dipendente dalla Cina, ma gli garantirebbe anche più libertà di manovra nei negoziati con Washington. Insomma, Biden rilancia il dialogo con Teheran nel momento in cui il potere contrattuale iraniano si rafforza. Non solo: la Repubblica islamica si lega strettamente a uno Stato, la Cina, che la Casa Bianca sta criticando sui diritti umani e cercando di contenere in aree come l'Indo-pacifico. Probabilmente saremo limitati. Ma facciamo fatica a capire il senso di questa strategia.
Imagoeconomica
Secondo il docente di politica economica, «a questo punto della storia, prendere tempo significa solo perdere tempo. E l’Italia oggi non può permetterselo». Non diversamente la pensa, o per lo meno questo è ciò che sostiene in pubblico, Matteo Renzi, il quale a SkyTg24 ha rilasciato la seguente previsione: «O Giorgia Meloni va a votare subito o sarà un declino costante». Per poi aggiungere, in versione Mago Otelma: «Non escludo che stia pensando alle elezioni».
Che Giavazzi e il senatore semplice di Rignano, insieme ad alcuni altri meno conosciuti, sposino la tesi dell’urgenza di tornare a votare già dovrebbe far riflettere. Se loro sono favorevoli a uno scioglimento anticipato delle Camere c’è un motivo in più per evitare di far finire un anno e mezzo prima la legislatura. Nel caso di Giavazzi perché i consigli dispensati a Draghi (come, ad esempio, quello di staccare un pezzo dei 5 stelle per sostenere il governo) si sono rivelati disastrosi. Per quanto riguarda invece Renzi, poiché le sue indicazioni non sono mai disinteressate, se si vogliono evitare guai è sempre preferibile fare il contrario di quel che dice.
Oltre ai suggerimenti di cui diffidare, a sconsigliare il ricorso alle urne sono anche altri fattori che Giorgia Meloni credo abbia ben presenti e qui cercherò brevemente di riassumere. Prima questione: il presidente del Consiglio si può dimettere ma non può convocare nuove elezioni, perché quella è una prerogativa che compete al capo dello Stato. Il quale, come ho già spiegato, potrebbe prendere atto del fatto che il premier ha gettato la spugna e potrebbe decidere di incaricare qualcun altro. E a questo punto Meloni sarebbe fuori dai giochi. Qualcuno obietta che non ci sono i numeri per fare un governo tecnico o del presidente. Sì, sulla carta sembrerebbe così, ma in pratica potrebbe andare diversamente e non penso che a Giorgia convenga fare una verifica, rischiando una brutta sorpresa. Che cosa mi fa dire che i numeri a sostegno del centrodestra di fronte all’ipotesi di un governissimo potrebbero essere meno granitici? Beh, innanzitutto il calendario: credo che ai parlamentari di prima nomina manchi ancora un anno per maturare la pensione e dunque nessuno di loro sarà contento di lasciare la poltrona. Poi ci sono gli onorevoli di lungo corso, molti dei quali sanno che, per via dei troppi mandati o semplicemente perché si è ristretto il numero di possibili eletti, non saranno ricandidati. Gli uni e gli altri ovviamente hanno buoni motivi per guardare in cagnesco la fine anticipata della legislatura. Se poi consideriamo che, con la guerra in Iran, Sergio Mattarella avrebbe gioco facile a invocare l’interesse nazionale, chiunque può capire che le dimissioni sarebbero per Meloni un salto nel vuoto senza alcuna rete di protezione.
I sostenitori del voto però replicano che Giorgia non può restare a farsi rosolare: deve reagire, perché altrimenti, come dice Renzi, ci sarà un declino costante. Ammettiamo che il Bomba fiorentino abbia ragione e che il premier debba uscire dall’angolo in cui l’ha ficcata la sconfitta e per farlo, invece di rilanciare l’azione di governo, decida di affossare il governo. Ammettiamo pure che il capo dello Stato, invece di fare quello che ha fatto a Renzi, ovvero tirare avanti la legislatura fino alla fine, la sciolga in anticipo. Ma chi garantirà a Meloni, con l’attuale legge elettorale, di poter tornare a Palazzo Chigi? E soprattutto chi le assicurerà di riuscire a tener unita la coalizione? Roberto Vannacci, con Futuro nazionale si è portato via qualche onorevole ma alle elezioni minaccia di sottrarre un po’ di voti. E poi c’è Forza Italia, che di questi tempi è attraversata da strani sommovimenti e non è detto che vadano tutti nella direzione di un sostegno alla leadership di Giorgia. Tra gli azzurri c’è chi vorrebbe tenersi le mani libere, perché un domani chissà… Vi sembra fantapolitica? Beh, in passato il governo è stato sostenuto da Pd, Italia viva, 5 stelle, Articolo uno, e - udite, udite - Forza Italia e Lega. La Lega questa volta di certo non sarà invitata a unirsi all’ammucchiata, ma Forza Italia? Sarà per questo che Giavazzi e Renzi spingono per le elezioni? Ah, saperlo… Di certo, il Bomba toscano non vede l’ora di mandare a casa Meloni. Anche per un fatto personale: ha vietato ai parlamentari i pagamenti provenienti da enti riconducibili a Paesi esteri. Insomma, lo ha colpito nel portafogli e lui, con il suo due per cento, non vede l’ora di colpirla nell’urna.
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Antonio Tajani, Giorgia Meloni e Matteo Salvini (Ansa)
«Giorgia ha perso il tocco magico», «Giorgia naviga a vista», «Le epurazioni di Giorgia sono un segno di debolezza», ripetono a nastro opposizioni e redazioni mainstream (più o meno la stessa cosa). Ma la conseguenza è che la maggioranza ci crede e comincia a guardare l’abisso: dopo tre anni e mezzo di vento in poppa, alla prima tempesta tutti nel panico. Con l’effetto eventualmente più letale: regalare al partito dei magistrati anche la soddisfazione di far cadere il governo.
Venerdì sera, intanto, la Meloni, nella propria residenza romana, ha incontrato i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani per fare il punto e organizzare il rilancio. Già a margine del Cdm i tre si erano fermati a parlare, poi si sono dati appuntamento in serata per una cena, lontano da occhi indiscreti. Ma nella coalizione è comunque caos. Elezioni anticipate o no? Ufficialmente nessuno vorrebbe lasciare ma l’ipotesi è diventata un tema. Dentro l’esecutivo non sarebbe contrario Giancarlo Giorgetti, favorevole a «farla finita subito» per non farsi rosolare per un anno e mezzo dal malpancismo interno e dalla sfavorevole congiuntura economica. Con una controindicazione. Nell’agosto 2019 la pensava allo stesso modo riguardo alla fine del governo Conte 1, con la richiesta di elezioni che Sergio Mattarella non concesse mai.
A tifare per una nuova trappola è Matteo Renzi, che guarda la palla di vetro e vede «un logoramento come accadde a me, lei ha la fiducia in Parlamento ma è sfiduciata dal popolo, si è rotta la connessione sentimentale. A questo punto le strade sono due: spaccare tutto e andare a elezioni anticipate, ma non lo farà perché per dimettersi ci vuole coraggio. Sceglierà la seconda via: sopravvivere un anno mentre tutti attorno a lei si daranno di gomito. Sarà una via crucis molto faticosa». La provocazione è palese in senso renziano: dovresti dimetterti invece galleggi perché sei pusillanime. Quindi, secondo logica, Giorgia Meloni dovrebbe fare esattamente il contrario: lavorare per risalire la china, comportarsi al contrario di Renzi per rimanere dentro la realtà, dentro la politica. Ed evitare di diventare lentamente insignificante, destino che dopo un decennio ancora accompagna l’ex premier.
Mentre in Forza Italia qualcuno comincia ad assaporare l’effetto sganciamento nel segno dei «diritti umani universali» (quando le mode declinano perfino nei campus californiani, diventano meravigliose in Italia), altri consiglieri del malaugurio arrivano da stakeholder pesanti come Confindustria. Il presidente Emanuele Orsini, fino all’altroieri favorevole all’approccio del governo sui dati macroeconomici e tendenziali, ora improvvisamente cavalca la possibile «recessione bellica». E aggiunge: «Rischiamo una crisi energetica come mai l’abbiamo avuta nella storia». Guarda caso se n’è accorto dopo il referendum e adesso vede il baratro: «Galoppiamo verso un contesto di consumi, investimenti, attività più deboli». Conseguenza: fermi tutti e governissimo, con il tradimento degli elettori di centrodestra e il disconoscimento di quasi quattro anni di crescita dopo i disastri contiani (reddito di cittadinanza, superbonus) e il galleggiamento recessivo draghiano. Ieri Orsini ha alzato ancora la voce contro l’esecutivo sulla riduzione - uscita dal decreto Fisco - dei crediti per Transizione 5.0. Il capo degli industriali chiede un tavolo: «A rischio la fiducia». Giorgetti da Cernobbio gli risponde: con la guerra è cambiato tutto e dobbiamo decidere «se le disponibilità devono andare» agli incentivi o «a favore delle imprese energivore, piuttosto che delle aziende di trasporto o per le accise».
Tira aria di spallata anche dalle parti delle redazioni. Il segnavento più indicativo è nell’editoriale del Foglio, sempre molto sensibile a fiutare le brezze provenienti dal Colle, dal titolo «Al voto, al voto». Come se oggi nulla possa essere meglio di una congiura istituzionale. Sarebbe la realizzazione plastica del progetto spiattellato davanti a un buon Chianti prenatalizio da Francesco Saverio Garofani, consigliere di Mattarella. Stai a vedere che lo sgambetto dei pm può diventare una risorsa anche per Claudio Cerasa. Proprio per questo varrebbe la pena riesumare il diktat di un altro Francesco Saverio, quel Borrelli riformista-wagneriano che disse: «Resistere, resistere, resistere». Nel dubbio Fdi tace. Neppure le chat mostrano sussulti. Come conferma l’agenzia Dire, da più di 48 ore la chat dell’esecutivo è muta. È su WhatsApp e si chiama «Consiglio dei ministri». Da mercoledì sera è vuota. Per due motivi. Primo: Daniela Santanchè è ancora nel gruppo e ogni commento sarebbe imbarazzante. Secondo: ogni elucubrazione digitale potrebbe trasformarsi in una polemica. «Ora la strumentalizzazione automatica sarebbe l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno», spiffera il solito saggio.
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Kaja Kallas (Ansa)
«È passato un anno - gli ha rinfacciato la Kallas - e la Russia non ha fatto alcun passo. Quando finirà la vostra pazienza?». Al sarcasmo della «brillante» euroministra degli Esteri, pare che Rubio non abbia reagito elegantemente e avrebbe freddato la signora con un irritato «Stiamo facendo del nostro meglio per porre fine alla guerra. Se pensate di poter ottenere migliori risultati, fate pure. Noi ci faremo da parte». Ovviamente la baldanza retorica è l’unica arma di cui dispone la Commissione europea, il cui valore della classe dirigente impressiona per inadeguatezza di mese in mese.
Quando poi si tratta di mostrare realmente il valore politico dell’Unione, ecco che si arriva alla firma degli accordi relativi ai dazi, il cui peso negoziale è totalmente sbilanciato a favore della Casa Bianca, che aveva fatto intendere: o firmate l’accordo sui dazi oppure vi tagliamo il gas. E ci mancherebbe pure questo. Solo una cosa appare sempre più certa: nei conflitti in corso l’unico sconfitto di peso chiaro si chiama Unione europea. Una sconfitta pesante che gli ultimi botti di euroretorica potranno celare per poco. Tutto ciò su cui l’Ue aveva puntato è miseramente crollato: il mondo perfetto si è girato contro e si è trasformato in incubo.
Pensate allo slogan «grazie all’euro non avremo più guerre in Europa»: ne sono scoppiate due, una a Est e una in quel Mediterraneo sempre sottovalutato da Bruxelles. E quell’«Ue, no borders», l’abbattimento dei confini con cui la generazione Erasmus doveva essere liberata dai nazionalismi? Ci ritroviamo al protagonismo dei confini, sia politici/militari sia economico/finanziari. E pensate ai deliri delle politiche green, dalla riduzione delle emissioni alla retorica delle batterie come nuovo paradigma energetico. Tutto si è rivoltato per via di confini da riprendersi, regimi da rovesciare e combustibili fossili come presidio da controllare. Eh già: si combatte ancora per il petrolio e per il gas.
A Bruxelles non mollano sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica di almeno il 55% entro il 2030 e di cambiamenti climatici da contrastare, mentre missili e droni fanno saltare in aria oleodotti e infrastrutture inquinando cielo, terra e mare. E che dire delle valutazioni sul mercato del carbonio, quando pure in Italia - per far fronte all’emergenza - si riaccendono i motori delle centrali a carbone, nella speranza che mettano sul mercato 30 miliardi di kWh per consentire un «gioco più largo» d’impiego del petrolio? In poche parole: sarebbe meglio che l’Europa se ne stesse zitta e di contro gli Stati tornassero a pensare a come riparare i propri cittadini e curare i propri interessi nazionali. Anche dal punto di vista energetico. Lungi da me proporre piani «sovranisti», ma almeno pensiamo a come avviare immediatamente l’iter per trasformare i rifiuti in energia: sono il nostro oro e dobbiamo fare in fretta per affidarci ai più bravi (in Italia abbiamo top player a livello mondiale) così da riqualificare anche siti industriali dismessi. Altra questione: riallacciare i rapporti con la Russia per non restare gli ultimi del giro visto che lo faranno gli americani (Exxon), i francesi (la Total è già lì) e altri. Questo rapporto va riaperto soprattutto se la chiusura di Hormuz si protraesse; a quel punto non è difficile ipotizzare uno scenario per cui i carichi saranno soggetti ad aste e andranno verso i Paesi disposti a pagare di più (Cina in testa).
Questa considerazione non può non tenere conto della scelta americana di congelare le sanzioni sul petrolio russo: perché non muoverci a riallacciare i rapporti, invece di sparare pure sulle iniziative della Biennale? Ultima suggestione: tutelare il mercato interno, esattamente come gli altri.
La Commissione dovrebbe proibire alle compagnie petrolifere europee di vendere petrolio e gas fuori dall’Europa e garantire così prioritariamente la domanda interna. Se Bruxelles non lo volesse fare e se per l’Italia fossero chiari i prodromi di una grave crisi energetica, il governo italiano potrebbe emanare una normativa di emergenza per tenere le nostre risorse energetiche per il mercato interno. Non esportare nulla, in poche parole. Ovviamente in questa fase gli utili delle compagnie del settore - a maggior ragione le partecipate - saranno usati anche per far fronte alle difficoltà che la crisi provocherà.
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Elly Schlein (Ansa)
Dopo la vittoria del No al referendum sono stato quasi sommerso da domande da parte dei colleghi stranieri, sintetizzabili in una: vincerà la sinistra le elezioni politiche del 2027? Ho promesso una mia stima probabilistica tra qualche settimana per due motivi: avere dati sulla reazione del governo e delle forze politiche di centrodestra di fronte a questo rischio e, soprattutto, sull’impatto e contenimento dell’eventuale crisi inflazionistica/recessiva dovuta al blocco dei transiti nello stretto di Hormuz.
Sto studiando, ma qui ritengo rilevante riportare lo scenario what if (cosa succede se) che è oggetto di studio da parte di alcuni rilevanti colleghi esteri sull’Italia, con enfasi sull’opportunità o meno di investimenti in Italia. Devo sottolineare che la missione valutativa di questi colleghi non è ideologica, ma finalizzata ad individuare in quali nazioni è remunerativo e ragionevolmente sicuro fare investimenti industriali diretti (partecipazioni) o indiretti (azioni quotate) oppure di obbligazioni statali e private.
Fino a prima del referendum la maggior parte delle valutazioni era molto positiva: l’Italia a conduzione Meloni è un business. Per onestà, con punto interrogativo dovuto all’imposizione di una extratassa motivata da extraprofitto sui soggetti bancari e dintorni, annotato (con orrore) come segnale di degenerazione populista. Un meno, ma superato dalle valutazioni positive delle agenzie di rating che hanno aumentato il punteggio di affidabilità finanziaria dell’Italia nel 2025 anche con conseguenze di riduzione del differenziale tra titoli di debito italiani e tedeschi: il governo di centrodestra ha messo in priorità l’equilibrio del bilancio statale e ciò è una condizione essenziale per attrarre investimenti esteri. In verità c’era un altro meno: un eccesso di fiducia da parte del governo di centrodestra sull’effetto stimolativo della spesa e mano pubbliche mentre l’economia tecnica ritiene più produttiva la detassazione, nonché investimenti mirati e non dispersi, come volano di crescita.
Tuttavia, la considerazione di un miglioramento gestionale del sistema economico italiano in relazione a quella disastrosa dei governi di sinistra precedenti ha reso meno importante questo criterio teoretico. L’aumento dell’occupazione, poi, ha corroborato segnali di fiducia sull’Italia. In sintesi, la gestione del governo Meloni è stata valutata dagli analisti esteri un passo importante per invertire il declino economico dell’Italia. In particolare è stato giudicato molto bene l’attivismo in politica estera con conseguenze stimolative per l’export: partenariati strategici bilaterali a raggio globale, postura convergente con la Commissione europea per estendere i trattati doganali a zero o quasi dazi, piano Mattei per l’Africa con azione di avanguardia, ecc.
Dopo il referendum c’è il timore che la sinistra si compatti dando una forza maggiore ai partiti divergenti dalle condizioni di sviluppo economico come i pentastellati e l’estrema sinistra sulla sinistra più moderata e pragmatica. Per inciso, nella maggior parte delle democrazie sono osservabili quattro formazioni: destra e sinistra centriste/moderate ed estreme. Dove l’azione governativa più compatibile con un modello economico razionale, in questa fase storica, è quella centrista combinata con programmi futurizzanti.
In Italia, diversamente da altre nazioni, la destra si è configurata in modo compatibile con un’economia razionale e di sviluppo, nonché con un nazionalismo aperto e collaborativo (moltiplicatore di forza commerciale) e non con uno chiuso mentre la sinistra compatibile con l’economia tecnica è minoritaria nei confronti di quella che non lo è sia per una conduzione inadeguata tecnicamente della prima sia per la postura irrazionale del movimento pentastellato. Bisogna valutare che in molte democrazie è visibile un processo di impoverimento della classe media. Ma la giusta soluzione a questo problema è un «welfare di investimento» che sostituisca gradualmente quello «redistributivo/assistenziale» con la missione di dare più mobilità cognitiva e valore di mercato agli individui, in particolare in un’epoca di rivoluzione tecnologica discontinua.
La sinistra italiana – spiace annotarlo - non è né sarà a breve in grado di produrre innovazioni produttive e competitive. In tal senso comprendo la valutazione di rischio politico da parte degli analisti stranieri detti sopra che valutano di abbandonare l’Italia sul piano degli investimenti nel caso aumenti la probabilità di vittoria delle sinistre. Nei loro scenari, infatti, la sinistra potrà essere maggioritaria solo se sinistra moderata e populisti estremi si compatteranno in coalizione. L’eccitazione dell’esito referendario alza il rischio che tale compattazione avvenga senza una convergenza tecnica che permetta alla sinistra di governare senza eccessi di divergenza dalla razionalità economica e dal requisito dell’equilibrio della finanza pubblica. Per tale motivo, appunto, chiedono quale capacità abbia il centrodestra di riconquistare un consenso maggioritario. Il tema non è ideologico, ma concreto perché riguarda miliardi di investimenti esteri, una posizione forte e non debole nell’Ue e l’inversione del declino attraverso una strategia di Italia globale che la sinistra né propone né è in grado di attuare. Darò le mie idee, ma sono più importanti soluzioni rapide da parte del centrodestra per invertire una profezia di sconfitta con impatto negativo anticipato sugli interessi economici dell’Italia.
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