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2023-02-20
Cibo italiano sotto attacco
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Dal campo (altrui) alla tavola; si chiama Farm to Fork. È la strategia europea per la nuova agricoltura che deve essere assolutamente verde. Ursula von der Leyen, che è andata il 26 ottobre a rendere omaggio a Bill Gates - primo latifondista americano: coltiva su oltre duecentomila ettari anche l’insalata e gli spinaci con incorporati i vaccini, primo sponsor delle bistecche finte e secondo finanziatore dell’Oms -, l’ha affidata al suo vice Frans Timmermans, olandese, amicissimo delle multinazionali della chimica e della nutrizione. L’ordine è: chiudiamo le stalle, via i pesticidi, almeno un quarto di superficie a biologico. Se si smette di coltivare trionfa la natura e così le multinazionali del cibo - sono imparentate con la chimica e con Big pharma - ci sfamano con i prodotti Frankenstein creati in laboratorio, con la zuppa di vermi, con gli integratori. Vogliono impedirci di produrre vino, formaggi e salumi imponendo lo Stato dietetico. O forse c’è un’altra verità che sta nei numeri? Con appena lo 0,4% di superfice coltivabile l’Italia produce un valore aggiunto agricolo di oltre 60 miliardi, ha il record di Dop e Igp (valgono 19 miliardi), un’industria agroalimentare che vale 170 miliardi, ha un export di oltre 60 miliardi che cresce in doppia cifra (17% anno su anno). Sono 4 milioni di occupati, centomila giovani - la stima è di Coldiretti - che possono trovare lavoro nei campi domattina, 55 mila imprese condotte da under 35, di cui uno su 5 è laureato. Divulga ha rilevato che nell’ultimo anno sono nate 17 nuove imprese agricole giovani al giorno: hanno una superficie superiore di oltre il 54% alla media, un fatturato più elevato del 75% e il 50% di occupati in più. Forse disturba che la cucina italiana sia stata proclamata la migliore del mondo, che 8 formaggi sui primi dieci al mondo sono italiani, che nel vino stiamo per sorpassare i francesi (loro 11 miliardi di export, noi 8) acquisendo il primato assoluto. Forse disturba che oltre al Farm to fork un altro mondo è possibile.
Scordamaglia: «I piani dell’Europa favoriscono la Cina e le multinazionali»
«Siamo in una fase critica, se riusciamo a resistere per due o tre mesi a questa deriva ideologica alcuni pericoli li scongiuriamo proponendo le nostre soluzioni. Per esempio l’agricoltura di precisione e la difesa della qualità e della ruralità». Luigi Scordamaglia - consigliere delegato di Filiera Italia, che significa tenere insieme le produzioni agricole e quelle agroalimentari d’eccellenza in un’unica rappresentanza - è appena uscito da un vertice con il Commissario europeo all’agricoltura Janusz Wojciechowski. «Siamo costretti a fare i pendolari con Bruxelles perché da questa Commissione non sai mai cosa aspettarti. Soprattutto dal vicepresidente Frans Timmermans: pare animato da una volontà liquidatoria dell’agricoltura. Ora con la presidenza svedese vuole almeno il suo traguardo minimo: assimilare le piccole stalle alle grandi industrie per il pagamento e i livelli di emissione di Co2. È la fine della zootecnia».
In cosa consiste la deriva ideologica?
«Vogliono abbattere i fitofarmaci fino all’80%, ma non hanno uno studio d’impatto. Non sanno cosa succederà. Questa Commissione ha poco tempo davanti e vuole in tutti i modi forzare la mano sul green anche se le misure non stanno in piedi. Come per il packaging. L’Italia è leader nella plastica riciclata. Ma loro hanno scelto il riuso. Obbligano per esempio chi fa street food a ritirare i contenitori, lavarli, usarli di nuovo anche a rischio di patologie e con sprechi enormi».
Penalizzano l’Italia?
«Abbiamo risultati eccellenti nell’export nonostante la mancata tutela dei nostri prodotti. Potremmo crescere del 20% all’anno arrivando a 120 miliardi di export. Il nostro è un modello virtuoso che per loro deve essere fermato in ogni modo. L’Italia con l’agricoltura di precisione, con l’abilità dei produttori ha gli impatti più bassi e la maggiore valorizzazione delle risorse nel mondo. È pericoloso per chi come la Cina vuole produrre senza vincoli e per le multinazionali che vogliono omologare con i sintetici. Si veda cosa stanno facendo in Africa: o “rubano” la terra come i cinesi o li vogliono nutrire con i cibi chimici. Se passa il modello italiano per loro è finita».
Dunque c’è una volontà precisa?
«È evidente. Non c’è mai stata una coincidenza, e in così poco tempo, di proposte legislative mirate a smantellare la produzione agroalimentare europea e in particolare la zootecnia che significa anche latte e formaggi. In contemporanea si propongono la carne sintetica, i grilli, le proteine alternative. Delle due l’una: o sono poco attenti, o sono in mala fede».
Per il presidente di Coldiretti Ettore Prandini in confronto alle lobby agroalimentari il Qatargate sparisce.
«La McKinsey dice che chi produce carne sintetica ha da mettere sul piatto 25 miliardi di dollari in 5 anni per riuscire nell’impresa d’imporla».
Cosa si dovrebbe fare invece?
«Siamo nel mezzo di una crisi gravissima. Sento finalmente parlare di un fondo di sovranità europea. Bisogna produrre di più e meglio; il modello virtuoso c’è: quello italiano. Al contrario il rischio è che in Europa passi il concetto che si possono delocalizzare le produzioni per risultare virtuosi. Poi per soddisfare i bisogni si fanno entrare dei prodotti che non hanno i nostri standard. Si va verso un periodo di insicurezza alimentare. Ci sono 120 giorni di stock alimentari complessivi, di questi 100 sono già allocati in Cina. Vogliamo continuare col Farm to fork?».
Contro il bicchiere di rosso un’offensiva promossa dai Paesi del Nord
Provano a difendersi col marketing e così Bottega ha scritto sulle bottiglie di Prosecco: non più di due calici. Antonella Viola, la virostar in astinenza catodica, applaude: bravi! Ma come? Ma non è lei a dire che i medici che difendono l’alcol sono come i no vax perché l’alcol fa comunque male? Allora anche due bicchieri.
L’offensiva contro il vino – per noi sono 14 miliardi di fatturato, 1,5 milioni di occupati, 8 miliardi dall’export – parte dai paesi del Nord dove non si beve vino, ma superalcolici, dove non c’è la cultura del bicchiere a pasto, ma solo quella dello sballo. Ci sono migliaia di pareri medici che dicono che il vino assunto in modeste quantità è anzi salutare. Eppure l’Irlanda ha avuto il via libera dalla Commissione europea a scrivere sulle etichette: non lo bevete, fa venire il cancro. Come con le sigarette.
Nonostante il Parlamento europeo avesse esplicitamente respinto questa possibilità. Italia, Francia, Spagna e altri sei Paesi hanno chiesto alla Commissione di fermare Dublino, nessuna risposta. Anzi l’Irlanda ha già depositato il regolamento delle etichette anti-alcol al Wto. Ed è lì che ora bisogna battersi cercando magari alleanze con gli Stati Uniti che sono il nostro primo cliente (importano 1,5 miliardi di bottiglie italiane).
Singolare che mentre si demonizzano le nostre etichette nessuno si preoccupi del decadimento della dieta mediterranea (dove il vino è centrale). Il regime alimentare più sano al mondo è passato di moda e in Europa ci sono 950 mila decessi all’anno legati a diete malsane. Dice Alessandro Miani, presidente della Società Italiana di Medicina Ambientale, che «grazie alla dieta mediterranea l’Italia ha il record di longevità in Europa, ma il primato è minacciato dall’abbandono da parte di almeno il 40% della popolazione». E poi danno la colpa al vino.
Il trattato con il Canada? Pacchia per i contraffattori
La cosiddetta Dop Economy vale 19 miliardi di cui 10,5 fatturati oltreconfine. Ebbene soltanto considerando la contraffazione o imitazione delle nostre 4 Dop più importanti per fatturato (Grana padano, Parmigiano Reggiano, Prosciutto di Parma, Aceto tradizionale di Modena e Reggio) quei miliardi potrebbero diventare trenta. Ad arginare il cosiddetto italian sounding (l’imitazione dei prodotti italiani) ci pensano solo i Consorzi di tutela, l’Europa che pure certifica i marchi non fa nulla. Addirittura nell’accordo col Canada, il Ceta, la Commissione ha sacrificato proprio Grana padano e Parmigiano Reggiano. Dal 2018 al 2019 la produzione in Canada di falsi formaggi italiani è aumentata di 484 tonnellate (più 49%) e l’export è crollato di un terzo.
Secondo Ettore Prandini, presidente di Coldiretti - da sempre «insegue» le frodi - il business del falso vale 120 miliardi. I formaggi sono i più colpiti - dalla Fontina al Pecorino Romano e Toscano, dal Provolone alla Mozzarella che in quantità è il formaggio più esportato - ma in classifica ci sono i prosciutti di Parma e San Daniele, la mortadella Bologna, l’olio extravergine di oliva, le conserve di pomodoro San Marzano e i vini; il Prosecco è il più copiato, segue il Chianti. Il ministro della sovranità alimentare Francesco Lollobrigida (Fdi) ha posto il tema sia in Europa che alla cosiddetta cabina del governo per l’internazionalizzazione. «Il tema dell’Italian sounding», ha detto, «va affrontato anche attraverso il piano diplomatico per sensibilizzare i governi degli altri Paesi a garantire i loro cittadini. Certificare i prodotti italiani non è solo interesse delle nostre imprese ma anche dei consumatori. E in Europa ci batteremo per questo».
La Commissione facilita l’import delle bottiglie della Tunisia. E i nostri marchi vanno a picco
Con 12 litri all’anno a testa siamo i più forti consumatori di olio di oliva ed eravamo anche i primi produttori. Ora l’olivicoltura italiana è in una crisi verticale. Uno studio di Nomisma condotto da Denis Pantini in occasione dell’accordo di filiera Confagricoltura - presieduta da Massimiliano Giansanti - con Carapelli mette in rilievo che siamo ormai di fronte a un settore hobbistico: solo il 2,5% delle nostre aziende ha più di 50 ettari e la produzione è crollata da 500 mila a 270 mila tonnellate. Ne esportiamo quasi la metà, per il nostro fabbisogno siamo quasi totalmente dipendenti dall’estero. Siamo esposti a una concorrenza ferocissima anche perché l’Ue usa l’olio come «prodotto diplomatico» favorendo l’import dalla Tunisia che vende sotto i 2 euro al litro, mentre da noi il costo di produzione è superiore agli 8 euro. Tra il 2011 e il 2021, l’export della Turchia è aumentato del 16,4%, quello del Portogallo del 14,8%, della Tunisia del 9,8%, del Cile del 9,7%, della Francia dell’8,2%. La Spagna è leader del mercato (oltre 1,3 milioni di tonnellate) ed è venuta in Italia ormai da anni a fare shopping dei marchi più prestigiosi. Tutti i Paesi aumentano le superfici coltivate (del 41,6% in Cile, del 39,5% in Argentina, del 22,6% in Marocco, dell’11,4% in Turchia, del 10,9% in Portogallo, del 5,4% in Spagna, dello 0,4% in Francia) tranne noi che abbiamo perso un altro 3,5% di olivete.
Invasi dai prodotti asiatici trattati con sostanze vietate
Siamo il Paese leader sia nell’ortofrutta che nella produzione di riso eppure a successi commerciali importanti si affiancano segnali di crisi derivanti dall’importazione selvaggia spesso non contrasta, e nel caso del riso favorita, dall’Unione europea.
Quest’anno l’ortofrutta italiana ha sfondato il muro dei dieci miliardi di fatturato estero (più 8%). Le pere cinesi Nashi però c’invadono senza che quelle italiane possono andare in Cina. Nonostante l’accordo Ceta tra Ue e Canada, non possiamo esportare i pomodorini perché i canadesi vorrebbero che fossero trattati con il bromuro di metile che da noi è vietato. Niente kiwi - siamo il primo produttore al mondo - in Giappone nonostante l’accordo di libero scambio Jeta. In più - col benestare dell’Ue - il 20% dei prodotti che s’ importano in Europa e ci fanno concorrenza sleale non è a norma: le nocciole dalla Turchia, su cui pende l’accusa di sfruttamento del lavoro delle minoranze curde, l’uva e l’aglio dell’Argentina e le banane del Brasile coltivate con lavoro minorile ma protette dall’accordo Mercosur.
Paradossale è la situazione del riso: siamo il Paese leader in Europa con una produzione di 1,5 milioni di tonnellate. In compenso l’Ue autorizza l’importazione di riso da Cambogia, Myanmar, Vietnam, India e Pakistan ancorché trattato con il Triciclazolo vietato in Europa dal 2016. È prodotto dalla multinazionale DuPont che ha perorato la causa subito accolta a Bruxelles. L ’Efsa - la stessa che liberalizza i vermi nel piatto - ha dato una «franchigia» per i residui di Triciclazolo. Così l’import dal Myanmar è aumentato di trecento volte.
Miliardi a chi alleva insetti, per togliere polli e manzi dai piatti
Chi si occupa di sociologia conosce bene la finestra di Overton: significa con la persuasione o con la paura (vedi Covid e vaccini) convincere le masse che è buono ciò che fino a ieri era inaccettabile. Affacciato a questa finestra c’è un grillo. A Milano già si offrono hamburger d’insetti. Il panino è verde e la polpetta indistinta, ma i media allineati titolano: «Lo abbiamo provato, i clienti lo promuovono».
Perché mangiare insetti? Perché sono sostenibili, mentre maiali, manzo, pollame no. Perché sono una grande riserva proteica. Perché fanno bene a noi e al pianeta! Sicuro? Non ci sono studi sulle possibili zoonosi tra uomo e insetti, non c’è modo di controllare quante proteine si assumono, la stessa Efsa (l’ente europeo che valuta la salubrità) avverte: non dare le larve ai minorenni. Eppure l’Europa ha dato il via libera e ora tutti parlano della farina di insetti. È contro la legge, la farina si fa solo dai cereali, quella delle tarme è polvere. Ma vuoi mettere? Farina fa più fine. Entro l’anno arriverà anche la finta carne da replicazione clonale di cellule staminali.
Ancora una volta servono i numeri. Da qui al 2025 ci saranno circa 3 miliardi di stanziamenti per la promozione e l’incentivazione della produzione d’insetti. Il mercato degli insetti arriverà a 750 milioni di dollari il prossimo anno. In Europa si passerà da 6.000 tonnellate a 3 milioni di tonnellate tra cinque anni. Un chilo di polvere d’insetti costa 100 euro, un chilo di manzo 15. E quanto alla carne sintetica si stima potrebbe toccare i 460 miliardi di dollari nel 2040. Il giro d’affari della carne prodotta in laboratorio potrebbe arrivare a 450 miliardi di dollari nel 2040, cioè il 20% del mercato mondiale della carne. Va detto che la zootecnia italiana è la più sostenibile al mondo (le emissioni di Co2 stanno sotto al 5%), che dalle nostre stalle dipende anche il formaggio (siamo leader con 4 miliardi nell’export) e che da noi stalle, pollai (stop alle uova se spariscono le galline) e porcilaie (senza i maiali addio salumi) muovono oltre 30 miliardi di fatturato. Ma ora c’è un grillo alla finestra.
Ci costringono a ridurre del 4% la coltivazione di mais
Il problema è molto serio. Ed è l’ennesimo braccio di ferro con Bruxelles che insiste perché si mettano terre a riposo. In occasione della crisi ucraina erano stati sbloccati 200.000 ettari per seminativi. Ma la deroga valeva solo per un anno. La guerra però continua e il problema dei cereali diventa esiziale per l’Italia che ha riconvertito una quota rilevante di terra a coltivazione di grano duro per sostenere l’industria della pasta che produce circa 3,3 milioni di tonnellate di spaghetti & Co.
Per il ministro della sovranità alimentare Francesco Lollobrigida c’è almeno un milione di ettari da sbloccare e mettere a coltura. La Commissione vuole che l’Italia riduca del 4% la superficie coltivata (circa 7 milioni di ettari su 30 milioni totali). Ma la crisi ucraina continua e la produzione crolla. A noi interessa il mais per i mangimi degli allevamenti. E che l’Italia debba e possa produrre di più è confermato dai dati dell’import.
Nel 2022 sono in forte aumento gli acquisti di granturco (+1,6 milioni di tonnellate, per un controvalore di 940 milioni di euro di aumento). Abbiamo aumentato anche l’importazione di grano tenero (108.000 tonnellate pari a 3,5 miliardi). Va meglio per il grano duro; ne abbiamo comprate “solo” 555.000 tonnellate (2,3 miliardi di euro): più grano comunitario (217.000 tonnellate) e meno extra Ue (772.000 tonnellate). Col via libera alle larve della farina come alimento si pone un problema: migliaia di tonnellate di grano ammalorato che dovrebbero essere smaltite saranno utilizzate come mangime delle larve ed è possibile che una parte torni sul mercato come sfarinato.
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Con solo lo 0,4% di terre coltivabili, abbiamo un export di 60 miliardi e il record di marchi di qualità. Un modello che la Ue vuole demolire.Lo speciale comprende sette articoli.Dal campo (altrui) alla tavola; si chiama Farm to Fork. È la strategia europea per la nuova agricoltura che deve essere assolutamente verde. Ursula von der Leyen, che è andata il 26 ottobre a rendere omaggio a Bill Gates - primo latifondista americano: coltiva su oltre duecentomila ettari anche l’insalata e gli spinaci con incorporati i vaccini, primo sponsor delle bistecche finte e secondo finanziatore dell’Oms -, l’ha affidata al suo vice Frans Timmermans, olandese, amicissimo delle multinazionali della chimica e della nutrizione. L’ordine è: chiudiamo le stalle, via i pesticidi, almeno un quarto di superficie a biologico. Se si smette di coltivare trionfa la natura e così le multinazionali del cibo - sono imparentate con la chimica e con Big pharma - ci sfamano con i prodotti Frankenstein creati in laboratorio, con la zuppa di vermi, con gli integratori. Vogliono impedirci di produrre vino, formaggi e salumi imponendo lo Stato dietetico. O forse c’è un’altra verità che sta nei numeri? Con appena lo 0,4% di superfice coltivabile l’Italia produce un valore aggiunto agricolo di oltre 60 miliardi, ha il record di Dop e Igp (valgono 19 miliardi), un’industria agroalimentare che vale 170 miliardi, ha un export di oltre 60 miliardi che cresce in doppia cifra (17% anno su anno). Sono 4 milioni di occupati, centomila giovani - la stima è di Coldiretti - che possono trovare lavoro nei campi domattina, 55 mila imprese condotte da under 35, di cui uno su 5 è laureato. Divulga ha rilevato che nell’ultimo anno sono nate 17 nuove imprese agricole giovani al giorno: hanno una superficie superiore di oltre il 54% alla media, un fatturato più elevato del 75% e il 50% di occupati in più. Forse disturba che la cucina italiana sia stata proclamata la migliore del mondo, che 8 formaggi sui primi dieci al mondo sono italiani, che nel vino stiamo per sorpassare i francesi (loro 11 miliardi di export, noi 8) acquisendo il primato assoluto. 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Luigi Scordamaglia - consigliere delegato di Filiera Italia, che significa tenere insieme le produzioni agricole e quelle agroalimentari d’eccellenza in un’unica rappresentanza - è appena uscito da un vertice con il Commissario europeo all’agricoltura Janusz Wojciechowski. «Siamo costretti a fare i pendolari con Bruxelles perché da questa Commissione non sai mai cosa aspettarti. Soprattutto dal vicepresidente Frans Timmermans: pare animato da una volontà liquidatoria dell’agricoltura. Ora con la presidenza svedese vuole almeno il suo traguardo minimo: assimilare le piccole stalle alle grandi industrie per il pagamento e i livelli di emissione di Co2. È la fine della zootecnia». In cosa consiste la deriva ideologica? «Vogliono abbattere i fitofarmaci fino all’80%, ma non hanno uno studio d’impatto. Non sanno cosa succederà. Questa Commissione ha poco tempo davanti e vuole in tutti i modi forzare la mano sul green anche se le misure non stanno in piedi. Come per il packaging. L’Italia è leader nella plastica riciclata. Ma loro hanno scelto il riuso. Obbligano per esempio chi fa street food a ritirare i contenitori, lavarli, usarli di nuovo anche a rischio di patologie e con sprechi enormi». Penalizzano l’Italia? «Abbiamo risultati eccellenti nell’export nonostante la mancata tutela dei nostri prodotti. Potremmo crescere del 20% all’anno arrivando a 120 miliardi di export. Il nostro è un modello virtuoso che per loro deve essere fermato in ogni modo. L’Italia con l’agricoltura di precisione, con l’abilità dei produttori ha gli impatti più bassi e la maggiore valorizzazione delle risorse nel mondo. È pericoloso per chi come la Cina vuole produrre senza vincoli e per le multinazionali che vogliono omologare con i sintetici. Si veda cosa stanno facendo in Africa: o “rubano” la terra come i cinesi o li vogliono nutrire con i cibi chimici. Se passa il modello italiano per loro è finita». Dunque c’è una volontà precisa? «È evidente. Non c’è mai stata una coincidenza, e in così poco tempo, di proposte legislative mirate a smantellare la produzione agroalimentare europea e in particolare la zootecnia che significa anche latte e formaggi. In contemporanea si propongono la carne sintetica, i grilli, le proteine alternative. Delle due l’una: o sono poco attenti, o sono in mala fede». Per il presidente di Coldiretti Ettore Prandini in confronto alle lobby agroalimentari il Qatargate sparisce. «La McKinsey dice che chi produce carne sintetica ha da mettere sul piatto 25 miliardi di dollari in 5 anni per riuscire nell’impresa d’imporla». Cosa si dovrebbe fare invece? «Siamo nel mezzo di una crisi gravissima. Sento finalmente parlare di un fondo di sovranità europea. Bisogna produrre di più e meglio; il modello virtuoso c’è: quello italiano. Al contrario il rischio è che in Europa passi il concetto che si possono delocalizzare le produzioni per risultare virtuosi. Poi per soddisfare i bisogni si fanno entrare dei prodotti che non hanno i nostri standard. Si va verso un periodo di insicurezza alimentare. Ci sono 120 giorni di stock alimentari complessivi, di questi 100 sono già allocati in Cina. Vogliamo continuare col Farm to fork?». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem6" data-id="6" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cibo-italiano-sotto-attacco-2659439558.html?rebelltitem=6#rebelltitem6" data-basename="contro-il-bicchiere-di-rosso-unoffensiva-promossa-dai-paesi-del-nord" data-post-id="2659439558" data-published-at="1676850719" data-use-pagination="False"> Contro il bicchiere di rosso un’offensiva promossa dai Paesi del Nord Provano a difendersi col marketing e così Bottega ha scritto sulle bottiglie di Prosecco: non più di due calici. Antonella Viola, la virostar in astinenza catodica, applaude: bravi! Ma come? Ma non è lei a dire che i medici che difendono l’alcol sono come i no vax perché l’alcol fa comunque male? Allora anche due bicchieri. L’offensiva contro il vino – per noi sono 14 miliardi di fatturato, 1,5 milioni di occupati, 8 miliardi dall’export – parte dai paesi del Nord dove non si beve vino, ma superalcolici, dove non c’è la cultura del bicchiere a pasto, ma solo quella dello sballo. Ci sono migliaia di pareri medici che dicono che il vino assunto in modeste quantità è anzi salutare. Eppure l’Irlanda ha avuto il via libera dalla Commissione europea a scrivere sulle etichette: non lo bevete, fa venire il cancro. Come con le sigarette. Nonostante il Parlamento europeo avesse esplicitamente respinto questa possibilità. Italia, Francia, Spagna e altri sei Paesi hanno chiesto alla Commissione di fermare Dublino, nessuna risposta. Anzi l’Irlanda ha già depositato il regolamento delle etichette anti-alcol al Wto. Ed è lì che ora bisogna battersi cercando magari alleanze con gli Stati Uniti che sono il nostro primo cliente (importano 1,5 miliardi di bottiglie italiane). Singolare che mentre si demonizzano le nostre etichette nessuno si preoccupi del decadimento della dieta mediterranea (dove il vino è centrale). Il regime alimentare più sano al mondo è passato di moda e in Europa ci sono 950 mila decessi all’anno legati a diete malsane. Dice Alessandro Miani, presidente della Società Italiana di Medicina Ambientale, che «grazie alla dieta mediterranea l’Italia ha il record di longevità in Europa, ma il primato è minacciato dall’abbandono da parte di almeno il 40% della popolazione». 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Addirittura nell’accordo col Canada, il Ceta, la Commissione ha sacrificato proprio Grana padano e Parmigiano Reggiano. Dal 2018 al 2019 la produzione in Canada di falsi formaggi italiani è aumentata di 484 tonnellate (più 49%) e l’export è crollato di un terzo. Secondo Ettore Prandini, presidente di Coldiretti - da sempre «insegue» le frodi - il business del falso vale 120 miliardi. I formaggi sono i più colpiti - dalla Fontina al Pecorino Romano e Toscano, dal Provolone alla Mozzarella che in quantità è il formaggio più esportato - ma in classifica ci sono i prosciutti di Parma e San Daniele, la mortadella Bologna, l’olio extravergine di oliva, le conserve di pomodoro San Marzano e i vini; il Prosecco è il più copiato, segue il Chianti. Il ministro della sovranità alimentare Francesco Lollobrigida (Fdi) ha posto il tema sia in Europa che alla cosiddetta cabina del governo per l’internazionalizzazione. «Il tema dell’Italian sounding», ha detto, «va affrontato anche attraverso il piano diplomatico per sensibilizzare i governi degli altri Paesi a garantire i loro cittadini. Certificare i prodotti italiani non è solo interesse delle nostre imprese ma anche dei consumatori. E in Europa ci batteremo per questo». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cibo-italiano-sotto-attacco-2659439558.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="la-commissione-facilita-limport-delle-bottiglie-della-tunisia-e-i-nostri-marchi-vanno-a-picco" data-post-id="2659439558" data-published-at="1676850719" data-use-pagination="False"> La Commissione facilita l’import delle bottiglie della Tunisia. E i nostri marchi vanno a picco Con 12 litri all’anno a testa siamo i più forti consumatori di olio di oliva ed eravamo anche i primi produttori. Ora l’olivicoltura italiana è in una crisi verticale. Uno studio di Nomisma condotto da Denis Pantini in occasione dell’accordo di filiera Confagricoltura - presieduta da Massimiliano Giansanti - con Carapelli mette in rilievo che siamo ormai di fronte a un settore hobbistico: solo il 2,5% delle nostre aziende ha più di 50 ettari e la produzione è crollata da 500 mila a 270 mila tonnellate. Ne esportiamo quasi la metà, per il nostro fabbisogno siamo quasi totalmente dipendenti dall’estero. Siamo esposti a una concorrenza ferocissima anche perché l’Ue usa l’olio come «prodotto diplomatico» favorendo l’import dalla Tunisia che vende sotto i 2 euro al litro, mentre da noi il costo di produzione è superiore agli 8 euro. Tra il 2011 e il 2021, l’export della Turchia è aumentato del 16,4%, quello del Portogallo del 14,8%, della Tunisia del 9,8%, del Cile del 9,7%, della Francia dell’8,2%. La Spagna è leader del mercato (oltre 1,3 milioni di tonnellate) ed è venuta in Italia ormai da anni a fare shopping dei marchi più prestigiosi. Tutti i Paesi aumentano le superfici coltivate (del 41,6% in Cile, del 39,5% in Argentina, del 22,6% in Marocco, dell’11,4% in Turchia, del 10,9% in Portogallo, del 5,4% in Spagna, dello 0,4% in Francia) tranne noi che abbiamo perso un altro 3,5% di olivete. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cibo-italiano-sotto-attacco-2659439558.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="invasi-dai-prodotti-asiatici-trattati-con-sostanze-vietate" data-post-id="2659439558" data-published-at="1676850719" data-use-pagination="False"> Invasi dai prodotti asiatici trattati con sostanze vietate Siamo il Paese leader sia nell’ortofrutta che nella produzione di riso eppure a successi commerciali importanti si affiancano segnali di crisi derivanti dall’importazione selvaggia spesso non contrasta, e nel caso del riso favorita, dall’Unione europea. Quest’anno l’ortofrutta italiana ha sfondato il muro dei dieci miliardi di fatturato estero (più 8%). Le pere cinesi Nashi però c’invadono senza che quelle italiane possono andare in Cina. Nonostante l’accordo Ceta tra Ue e Canada, non possiamo esportare i pomodorini perché i canadesi vorrebbero che fossero trattati con il bromuro di metile che da noi è vietato. Niente kiwi - siamo il primo produttore al mondo - in Giappone nonostante l’accordo di libero scambio Jeta. In più - col benestare dell’Ue - il 20% dei prodotti che s’ importano in Europa e ci fanno concorrenza sleale non è a norma: le nocciole dalla Turchia, su cui pende l’accusa di sfruttamento del lavoro delle minoranze curde, l’uva e l’aglio dell’Argentina e le banane del Brasile coltivate con lavoro minorile ma protette dall’accordo Mercosur. Paradossale è la situazione del riso: siamo il Paese leader in Europa con una produzione di 1,5 milioni di tonnellate. In compenso l’Ue autorizza l’importazione di riso da Cambogia, Myanmar, Vietnam, India e Pakistan ancorché trattato con il Triciclazolo vietato in Europa dal 2016. È prodotto dalla multinazionale DuPont che ha perorato la causa subito accolta a Bruxelles. L ’Efsa - la stessa che liberalizza i vermi nel piatto - ha dato una «franchigia» per i residui di Triciclazolo. Così l’import dal Myanmar è aumentato di trecento volte. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cibo-italiano-sotto-attacco-2659439558.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="miliardi-a-chi-alleva-insetti-per-togliere-polli-e-manzi-dai-piatti" data-post-id="2659439558" data-published-at="1676850719" data-use-pagination="False"> Miliardi a chi alleva insetti, per togliere polli e manzi dai piatti Chi si occupa di sociologia conosce bene la finestra di Overton: significa con la persuasione o con la paura (vedi Covid e vaccini) convincere le masse che è buono ciò che fino a ieri era inaccettabile. Affacciato a questa finestra c’è un grillo. A Milano già si offrono hamburger d’insetti. Il panino è verde e la polpetta indistinta, ma i media allineati titolano: «Lo abbiamo provato, i clienti lo promuovono». Perché mangiare insetti? Perché sono sostenibili, mentre maiali, manzo, pollame no. Perché sono una grande riserva proteica. Perché fanno bene a noi e al pianeta! Sicuro? Non ci sono studi sulle possibili zoonosi tra uomo e insetti, non c’è modo di controllare quante proteine si assumono, la stessa Efsa (l’ente europeo che valuta la salubrità) avverte: non dare le larve ai minorenni. Eppure l’Europa ha dato il via libera e ora tutti parlano della farina di insetti. È contro la legge, la farina si fa solo dai cereali, quella delle tarme è polvere. Ma vuoi mettere? Farina fa più fine. Entro l’anno arriverà anche la finta carne da replicazione clonale di cellule staminali. Ancora una volta servono i numeri. Da qui al 2025 ci saranno circa 3 miliardi di stanziamenti per la promozione e l’incentivazione della produzione d’insetti. Il mercato degli insetti arriverà a 750 milioni di dollari il prossimo anno. In Europa si passerà da 6.000 tonnellate a 3 milioni di tonnellate tra cinque anni. Un chilo di polvere d’insetti costa 100 euro, un chilo di manzo 15. E quanto alla carne sintetica si stima potrebbe toccare i 460 miliardi di dollari nel 2040. Il giro d’affari della carne prodotta in laboratorio potrebbe arrivare a 450 miliardi di dollari nel 2040, cioè il 20% del mercato mondiale della carne. Va detto che la zootecnia italiana è la più sostenibile al mondo (le emissioni di Co2 stanno sotto al 5%), che dalle nostre stalle dipende anche il formaggio (siamo leader con 4 miliardi nell’export) e che da noi stalle, pollai (stop alle uova se spariscono le galline) e porcilaie (senza i maiali addio salumi) muovono oltre 30 miliardi di fatturato. Ma ora c’è un grillo alla finestra. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cibo-italiano-sotto-attacco-2659439558.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ci-costringono-a-ridurre-del-4-la-coltivazione-di-mais" data-post-id="2659439558" data-published-at="1676850719" data-use-pagination="False"> Ci costringono a ridurre del 4% la coltivazione di mais Il problema è molto serio. Ed è l’ennesimo braccio di ferro con Bruxelles che insiste perché si mettano terre a riposo. In occasione della crisi ucraina erano stati sbloccati 200.000 ettari per seminativi. Ma la deroga valeva solo per un anno. La guerra però continua e il problema dei cereali diventa esiziale per l’Italia che ha riconvertito una quota rilevante di terra a coltivazione di grano duro per sostenere l’industria della pasta che produce circa 3,3 milioni di tonnellate di spaghetti & Co. Per il ministro della sovranità alimentare Francesco Lollobrigida c’è almeno un milione di ettari da sbloccare e mettere a coltura. La Commissione vuole che l’Italia riduca del 4% la superficie coltivata (circa 7 milioni di ettari su 30 milioni totali). Ma la crisi ucraina continua e la produzione crolla. A noi interessa il mais per i mangimi degli allevamenti. E che l’Italia debba e possa produrre di più è confermato dai dati dell’import. Nel 2022 sono in forte aumento gli acquisti di granturco (+1,6 milioni di tonnellate, per un controvalore di 940 milioni di euro di aumento). Abbiamo aumentato anche l’importazione di grano tenero (108.000 tonnellate pari a 3,5 miliardi). Va meglio per il grano duro; ne abbiamo comprate “solo” 555.000 tonnellate (2,3 miliardi di euro): più grano comunitario (217.000 tonnellate) e meno extra Ue (772.000 tonnellate). Col via libera alle larve della farina come alimento si pone un problema: migliaia di tonnellate di grano ammalorato che dovrebbero essere smaltite saranno utilizzate come mangime delle larve ed è possibile che una parte torni sul mercato come sfarinato.
Will Smith (Getty Images)
«Le accuse del signor Joseph riguardanti il mio cliente sono false, infondate e sconsiderate. Neghiamo categoricamente ogni addebito e utilizzeremo tutti i mezzi legali disponibili per affrontare questa vicenda e garantire che la verità venga portata alla luce», ha dichiarato alla stampa l’avvocato di Smith, Allen B. Grodsky.
Secondo la sua ricostruzione Joseph, giunto alla ribalta come uno dei primi tre finalisti di America’s Got Talent nel 2018, era stato invitato a casa di Smith a novembre 2024 per suonare per la star di Hollywood. Durante l’incontro era stato poi ingaggiato per suonare al concerto di Smith a San Diego nel dicembre 2024 e poi nel successivo tour. Nell’ambito della relazione professionale, i due uomini sarebbero diventati intimi e avrebbero trascorso «molto tempo da soli». Secondo il musicista, Smith all’inizio della collaborazione avrebbe detto a Joseph: «Tu ed io abbiamo una connessione così speciale che io non ho con nessun altro».
Joseph ha affermato che durante una sosta del tour a Las Vegas nel marzo dello scorso anno, rientrando nella sua stanza d’albergo la sera dopo cena, avrebbe scoperto che qualcuno era «entrato illegittimamente» ma «senza forzare la porta» lasciando un biglietto scritto a mano che recitava: «Brian, tornerò più tardi, alle 5.30, solo noi», con un cuore e la firma «Stone F.». L’attore, che ha precisato che i membri della direzione del tour erano «le uniche persone che avevano accesso alla sua stanza», ha affermato di aver trovato, oltre al biglietto, «alcune salviette, una bottiglia di birra, uno zaino rosso, un flaconcino di farmaci per l’Hiv con il nome di un’altra persona, un orecchino e documenti di dimissione ospedaliera appartenenti a una persona a lui sconosciuta». Temendo che qualcuno «tornasse nella sua stanza» dopo la minaccia di violenza sessuale, Joseph aveva denunciato l’incidente alla sicurezza dell’hotel, alla polizia e al team di Smith, ma era stato «deriso, umiliato e svergognato» dal team dell’attore, quindi licenziato e sostituito con un altro musicista, provocandogli «grave disagio emotivo, perdita economica, danni alla reputazione e altri danni», nonché «Ptsd (sindrome post-traumatica) e altre malattie mentali». Secondo l’accusa, il musicista si sarebbe inoltre fatto carico di «significativi investimenti finanziari in preparazione del tour», che si è svolto da luglio all’inizio di settembre.
La nuova denuncia fa seguito alla causa da 3 milioni di dollari intentata l’1 dicembre dall’ex socio Bilaal Salaam contro la moglie di Smith, Jada Pinkett Smith, che lo avrebbe minacciato verbalmente.
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Russel Crowe in Norimberga, il film
Il fatto è che Norimberga non è un film sul nazismo o sulla seconda guerra mondiale o sullo sterminio degli ebrei. È, invece, una profonda esplorazione delle debolezze e malvagità degli individui, un film sul peccato e sulla disponibilità dell’essere umano a commettere il male. Proprio per questo è un’opera che parla di noi, del nostro tempo, delle nostre tentazioni.
La trama è semplice. Douglas Kelley (interpretato dal premio Oscar Rami Malek) è uno psichiatra in forze all’esercito americano a cui viene chiesto - peraltro senza troppa convinzione - di valutare la condizione mentale di Hermann Göring (il già citato Crowe). Kelley ha così l’occasione di parlare per ore e ore con il secondo in comando di Adolf Hitler, il più importante rappresentante ancora vivente del nazismo. L’obiettivo è il più scontato possibile: capire se Göring sia matto, se commetta il male in virtù di qualche turba mentale o per via di qualche particolarità antropologica o culturale.
Kelley, dal canto suo, nutre sogni di grandezza. Vuole approfittare dell’occasione per scrivere un libro sulla mente dei nazisti e diventare famoso. Facile immaginare quale sia il risultato, visto che il nome di Kelley è sconosciuto ai più, ma non vale la pena di svelare altro.
Il nodo della questione è la pretesa degli americani di definire, circoscrivere e poi asportare chirurgicamente il male. Göring va studiato perché bisogna stabilirne la diversità, bisogna marcare la distanza fra lui, illustre rappresentante del Male Assoluto, e i Buoni che hanno vinto la guerra. Göring va processato - benché già condannato dalla Storia e dal mondo - perché i vincitori possano non tanto definire lui colpevole, ma sé stessi innocenti, migliori.
È una pretesa antica quella di rimuovere chirurgicamente il Male dalla faccia della terra e dall’esistenza umana, a cui Robert Louis Stevenson ha dato corpo nel capolavoro Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, in cui un medico cerca di estrarre l’oscurità da sé stesso e finisce per esserne divorato. Ecco, la vicenda del dottor Kelley e del signor Göring si muove lungo lo stesso, pericolosissimo crinale. Perché, in fondo, la storia è sempre la stessa: il male non si può isolare né cancellare, il legno storto dell’umanità non si raddrizza e ciascuno di noi si riflette nello specchio oscuro.
Lo psichiatra e il maresciallo del Reich si confrontano in scene memorabili, e Crowe assume colori diabolici quando tiene testa al suo avversario e gli insinua il dubbio: noi abbiamo i lager, sorride, voi avete la bomba atomica e Hiroshima e Nagasaki, davvero volete giudicarci?
Kelley scopre che non esiste precisamente un tipo umano sterminatore di ebrei. Esiste un tipo umano, punto. E di questo tipo fanno parte il narcisismo e l’ambizione, la crudeltà e la pretesa di superiorità. La stessa che si manifesta - ovviamente in forme molto diverse - negli imputati di Norimberga e nell’accusa. Ciò non significa, badate bene, che ogni azione si equivalga e che male e bene non esistano. Talvolta, piuttosto, essi sono mortalmente intrecciati, convivono nella stessa persona. La quale può decidere di commettere l’abominio o di fermarsi prima.
Questa scoperta atterrisce il dottor Kelley, il quale cerca disperatamente di convincere il mondo che l’orrore è ricorrente, si può ripetere anche se si è tentato di neutralizzarlo per sempre. Non che veicolare oggi queste idee sia più facile, anzi. Norimberga ci parla perché demolisce il manicheismo da cui ci siamo fatti infettare, sbriciola la pretesa superiorità morale e le divisioni quasi biologiche che in Occidente si usano fare tra buoni e cattivi. Mostra, in aggiunta, che sono le azioni a definirci e non i pensieri o le credenze. Certo, le ideologie possono aiutare, ma non sono sufficienti e soprattutto non ci levano dalle spalle un grammo di responsabilità.
Il processo allestito contro i gerarchi nazisti doveva essere un rito di purificazione, bisognava bruciare le streghe per confermarsi più giusti, più sani. Ma i protagonisti scoprono che le streghe sono sì terribili, ma pure terribilmente somiglianti a loro. Buoni e cattivi esistono, come no, e la linea di demarcazione dovrebbe essere a tutti chiara. Ma la rivelazione terribile è che varcarla è molto facile, la ricerca del potere conduce alla soppressione dell’umano e nessuno può credersi immune, protetto dal contagio. Il Male non è banale, ma è diffuso, e inestirpabile. Si può combattere, ma questo richiede un coraggioso atto di responsabilità (quello che compirà a un certo punto Kelley). Tutto il resto è illusione. È superiorità morale di chi pensa di poter eliminare il Nemico e non si rende conto di essere nemico lui stesso.
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Ansa
Si tratta di un cinquantaseienne peruviano, irregolare e con precedenti per violenza sessuale, che si trova già in carcere per un altro reato. Lo straniero, infatti, è stato fermato due giorni dopo, la sera del 30 dicembre per una tentata rapina compiuta ai danni di una connazionale alla fermata Cimiano del metrò, pochi minuti prima di incontrare la diciannovenne la sera del 28 dicembre. Secondo la ricostruzione sull’episodio che lo ha portato in carcere l’uomo avrebbe aggredito violentemente alle spalle una diciannovenne rimasta sola sulla banchina in attesa del metrò, impossessandosi del suo telefono cellulare. Durante la rapina il cinquantaseienne avrebbe aggredito la connazionale, stringendola al collo con un braccio e tenendole la bocca chiusa con l’altra mano per impedirle di chiedere aiuto. Mentre la stava trascinando in un angolo della stazione, la giovane, vedendo l’arrivo di un treno, ha tentato di divincolarsi, riuscendo a riprendersi il telefono e venendo poi soccorsa dai passanti, mentre il peruviano si dava alla fuga, facendo perdere le proprie tracce. Poco dopo, secondo l’ipotesi degli inquirenti che ne hanno disposto il fermo per l’ipotesi di reato di omicidio, l’uomo avrebbe incontrato Aurora Livoli e i due si sarebbero poi recati nello stabile di via Paruta, dove poi il giorno dopo è stato rinvenuto il corpo senza vita della ragazza.
La giovane era nata a Roma ma a 6 anni era stata adottata da una coppia di professionisti di Fondi, in Provincia di Latina. Aveva lasciato la casa della famiglia adottiva il 4 novembre, e aveva avuto l’ultimo contatto con loro il 26 di quel mese. Il 10 dicembre i genitori adottivi avevano denunciato alle forze dell’ordine l’allontanamento volontario della ragazza, che aveva lasciato casa senza soldi e senza vestiti, ma la maggiore età di Aurora aveva impedito qualsiasi ricerca concreta.
Il corpo di Aurora era stato trovato intorno alle 8.30 di lunedì 29 dicembre nel cortile dello stabile di via Paruta dal portiere del condominio, parzialmente svestito. I pantaloni della tuta erano stati usati per coprire le gambe, mentre un giubbotto adagiato come una coperta nascondeva il torace e l’addome completamente nudi. E soprattutto con ecchimosi sul volto e lividi sul collo, che fanno pensare a una colluttazione e a un possibile strangolamento. Forse dopo una violenza sessuale. La ragazza non aveva con sé telefono né documenti (accanto al corpo sono stati rinvenuti solo un pacchetto di sigarette e la biancheria intima della giovane) ed è stata identificata solo dopo che i suoi genitori adottivi l’avevano riconosciuta in una foto segnaletica diffusa dalle forze dell’ordine, tratta dal video di una telecamera di sorveglianza. Le stesse che hanno portato gli inquirenti a ritenere che peruviano sia l’uomo che, poco prima delle 23 del 28 dicembre è entrato nel cancello, aperto anche di notte, del supercondominio ai civici 74-76 della stradina privata non lontana da via Padova insieme ad Aurora, apparentemente senza alcuna costrizione.
Intorno all’una le telecamere riprendono di nuovo l’uomo, che esce da solo dal complesso residenziale. Dove rientra dopo poco tempo, per poi uscirne, definitivamente, alle 3.30, quando una delle telecamere del sistema di videosorveglianza del palazzo registra la sua seconda uscita. L’uomo si sarebbe poi allontanato su via Padova, percorrendola nella direzione che porta a Cascina Gobba. E proprio sugli orari certificati dalle telecamere stanno lavorando gli inquirenti, che cercano una risposta ai numerosi interrogativi.
A partire dal più importante di tutti: cosa hanno fatto e dov’erano Aurora e il suo presunto assassino tra le 23 e le 3.30? La diciannovenne era ancora viva quando l’uomo è uscito la prima volta? La giovane è veramente stata assassinata? Difficile pensare che i due abbiamo passato più di quattro ore nel cortile senza che nessuno vedesse o sentisse nulla. Per questo le indagini dei carabinieri della Compagnia Monforte e del Nucleo investigativo, coordinati dal pubblico ministero Antonio Pansa, anche se i residenti del palazzo, dopo il ritrovamento del corpo hanno detto di non aver mai visto la ragazza, lavorano per capire se uno dei due avesse in qualche modo la disponibilità di un punto d’appoggio all’interno del grande condominio. Un appartamento o forse una cantina adibita ad abitazione. Altre risposte potrebbero arrivare dai tabulati del cellulare della ragazza, che non è stato ritrovato accanto al corpo, circostanza che, fino alla sua identificazione, ha impedito di ricostruire i contatti di Aurora durante il suo soggiorno a Milano. E soprattutto durante le sue ultime ore di vita.
Il caso ha riacceso il tema politico sulla castrazione chimica. Mara Bizzotto, della Lega rilancia la proposta, chiedendo una risposta «di estrema fermezza» contro i reati sessuali, mentre Forza Italia frena, sollevando dubbi di costituzionalità. «Il nostro ordinamento non ammette pene corporali», avverte il portavoce azzurro Raffaele Nevi.
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Come tante rampolle dei potenti cinesi, compresa la figlia di Xi Jinping, si iscrive a Harvard, dove si laurea in informatica nel 2020, due anni dopo essersi presentata al ballo delle debuttanti. L’evento allo Shangri-La Hotel si tiene il 24 novembre 2018. Pochi giorni dopo, il 1° dicembre, la principessa di Huawei Meng Wanzhou viene arrestata all’aeroporto di Vancouver: comincia il famoso caso di richiesta di estradizione da parte degli Stati Uniti, il «caso Huawei» al centro della guerra tecnologica tra Pechino e Washington. La giovane debuttante non è coinvolta nelle vicende aziendali e la vanità del suo ballo, davanti alla serietà della situazione, sembra ridicola. Nel 2015 era stata diffusa in Occidente una pubblicità di Huawei che raffigurava il piede di una ballerina provato dai tanti allenamenti, per esaltare la fatica necessaria per giungere ai risultati. A volere quell’immagine e stato lo stesso Ren Zhengfei. A gennaio 2021, la piccola principessa Annabel Yao annuncia di voler entrare nel mondo dello spettacolo con un post sulla piattaforma social Weibo. La ragazza pubblica il video della sua prima canzone, volta proprio a sfruttare, come bieca operazione di marketing, la sua nomea di «principessa». Si intitola Backfire. Wang Huning, versato nella cultura pop, può generosamente definirlo «dimenticabile», e senz’altro si colloca ben lontano dalle vette di interesse globale raggiunte dal K-pop. Eppure questa ragazza privilegiata, che sognava di fare la ballerina e invece non balla bene nemmeno nel video, sa prendersi un po’ in giro da sola e gioca con lo stereotipo che le hanno cucito addosso. Tenta l’impresa impossibile di liberarsi dal confronto con la sorellastra. Meng Wanzhou non ha mai dormito per terra, al contrario di migliaia di altri dipendenti di Huawei che hanno donato il loro tempo alla grande rinascita cinese di Ren Zhengfei, e in verità ama passeggiare nella campagna provenzale per respirare il profumo di lavanda. Le vicende storiche l’hanno trasformata in un’eroina di guerra.
A Stanford, nella primavera 2024, Jensen Huang di Nvidia parla agli studenti con addosso il suo proverbiale giubbotto in pelle, l’armatura che sussurra a ogni ragazzo asiatico che studia ingegneria o informatica: «Non sei un perdente, sei un figo». Gli adoranti studenti di Stanford vogliono sapere come si diventa Jensen Huang, come si costruisce Nvidia, come si ottiene un tale successo, come si fanno un sacco di soldi. L’uomo col giubbotto in pelle dice loro: «A voi studenti di Stanford auguro ampie dosi di dolore e sofferenza». Senza il dolore e la sofferenza che ha conosciuto, senza aver pulito i bagni e i pavimenti delle sale da ping pong, senza quelle prove lui non sarebbe dove è. E come possono diventare Jensen Huang quei ragazzi, perlopiù fortunati e privilegiati, che non si sono forgiati nella sofferenza? Echeggiano nella sala di Stanford i versi dell’Agamennone: «Solo a colui che ha sofferto Dike consente di imparare». To pathei mathos.
Echeggiano anche nelle sale del ballo delle debuttanti e nei flash delle fotografie che Annabel Yao ha pagato coi soldi di suo padre. «Cosa e come imparerà, questa generazione?» è una domanda che Wang Huning si pone e alla quale non ha risposta, concentrato a ingabbiare l’inquietudine dei giovani negli schemi del Partito. Quasi tutti loro, i membri della burocrazia celeste che governa la Cina, hanno risposto in modo ipocrita. I loro parenti si sono arricchiti e i loro figli sono andati a studiare a Harvard, come la figlia del segretario generale Xi Jinping. America contro America. Cina contro Cina. La risposta alla domanda su quella generazione sta forse nell’effetto DeepSeek: milioni e milioni di cinesi, compresi i nuovi ricercatori di Nvidia e di tutte le altre aziende americane che dipendono dai cinesi, vedono che puoi essere Liang Wenfeng, e cioè che puoi studiare nelle università cinesi, arricchirti con un hedge fund, poi fondare un laboratorio di intelligenza artificiale di soli ricercatori cinesi e far parlare tutto il mondo di te, umiliando gli americani fino a renderli ridicoli. Milioni e milioni già lavorano, con una mobilitazione soverchiante, per essere Liang Wenfeng, essere il ragazzo con gli occhiali a cui il segretario generale deve stringere la mano per dare un segnale al popolo. Milioni e milioni sognano i robot che fanno le capriole di Unitree di Wang Xingxing. A fare le capriole non sono solo i robot. Sono coloro che li guardano. Ma non basta.
Nessuno può sapere se le nuove generazioni cinesi avranno la ferocia di Ren Zhengfei quando dice alla sua divisione smartphone Honor, che ha dovuto vendere per via delle sanzioni americane: «Da oggi diventate il più forte concorrente di Huawei. Sorpassate Huawei. E, mi raccomando, gridate: abbasso Huawei». Wang Huning pensa: «E tu, grande veterano della guerra con l’America, sapresti gridare: abbasso mia figlia? Sapresti valutare in modo obiettivo e feroce quello che ti riguarda intimamente? Oppure, pensi che il tuo potere e i tuoi sacrifici possano comprare il futuro di chi ami?».
Eppure, il singolo dimenticato di Annabel Yao costruisce, senza volerlo, un pezzo di storia. Per via del suo titolo, Backfire. La piccola principessa non e stata «prigioniera» degli avversari come la sorellastra, che ha avuto il privilegio di soffrire, ma la sua dimenticabile canzone ha descritto, con una parola, ciò che l’America sembra aver fatto all’azienda di suo padre e al processo tecnologico cinese. Backfire: lo sparo che ti si ritorce contro. Nel duello, uno sfodera l’arma per sparare, già vede il viso dell’avversario lacerato, già immagina il proprio inesorabile trionfo, e invece si spara addosso. L’apprendista stregone americano non conosce le potenze che ha evocato, perché non conosce chi sta combattendo. Il capitano Mahan, pensatore del potere marittimo dell’America, scrive all’inizio del Novecento che la Cina sembra incapace di svilupparsi senza aiuti esterni.
Chi è messo all’angolo viene aiutato a industriarsi, soprattutto se dispone della formidabile scala della Cina. Chi segue i reportage delle più brave giornaliste al mondo - le reporter di Nikkei Asia Cheng Ting-Fang e Lauly Li, con base a Taipei - sulla guerra dei chip, sa quello che le strutture degli Stati Uniti, e perfino le antenne del Partito comunista cinese, apprendono solo dopo: tutte le divisioni e sussidiarie di Huawei, tutti i surrogati sono soggetti alle sanzioni, ma spunta sempre un’altra azienda, un’altra linea di produzione, un’altra innovazione, un’altra base a Singapore o nelle altre terre di confine del Sud-Est asiatico, dove l’occhio degli Stati Uniti non arriva.
E poi, una volta che quella nuova azienda viene punita, ne spunta di nuovo un’altra, e il processo non finisce mai. Teoricamente, può avere una fine nel lungo periodo, ma questa fine e come il collasso cinese: nel tempo in cui si fanno i giochi, non arriva mai. Il solo mercato cinese non e abbastanza per tutto, ma è abbastanza per la disponibilità di capitale umano e, se c’è un numero sufficiente di persone che vogliono essere Liang Wenfeng di DeepSeek, l’effetto sarà riproducibile con le parole del pezzo di Annabel Yao: «Baby, I’m a backfire».
Mentre il presidente Trump proclama nel 2025 la nuova età dell’oro circondato dai suoi capitalisti, dai suoi sostenitori provvisori, pronti ad applaudire a ogni cosa e al suo contrario, Jensen Huang si trova in Cina. Certo, anche la sua Nvidia ha pagato l’obolo della cerimonia del 20 gennaio, come tutte le altre. «Perché è in Cina?», si chiede Wang Huning. Il Partito ha i mezzi per seguire Jensen Huang, per conoscere i dettagli dei suoi incontri, sapere a quali clienti e fornitori e interessato. Il Partito, in Cina, può sapere quello che gli americani, poveri di antenne nel vasto territorio cinese, non sapranno mai. Ma resta una domanda, in mezzo a tante, troppe informazioni, che confondono sempre rispetto all’essenziale: perché? Il fondatore di Nvidia, osserva Wang Huning, ha detto che Huawei è l’azienda tecnologica più formidabile della Cina, perché ha conquistato ogni mercato in cui è entrata. «La sua presenza nell’intelligenza artificiale aumenta ogni anno», ha sottolineato Jensen Huang, che quando è andato all’università di Hong Kong per ricevere un dottorato ha elogiato la Greater Bay Area, il suo ecosistema di talenti e di startup, e ha voluto ricordare che i centri di design di Hong Kong, Pechino e Shenzhen l’hanno aiutato a costruire la sua azienda, mentre costruivano il grande ecosistema della Cina. Un esercito di costruttori. Quando Jensen Huang si toglie il giubbotto in pelle e va a Washington, ai politici degli Stati Uniti ripete incessantemente un dato: «Il 50% dei ricercatori di intelligenza artificiale al mondo è cinese». «Del resto, anche lui è cinese», conclude Wang Huning.
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