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2021-03-21
Chi era Casini, leader della lotta all’aborto
Carlo Casini (Ansa)
Un anno fa faceva ritorno alla casa del Padre Carlo Casini, dopo una lunga e dolorosa malattia durata due anni, con il sostegno di accudimento devoto e amore totale della moglie Maria e della figlia Marina. Ho avuto l'onore e la fortuna di conoscerlo personalmente, condividendo tante battaglie nel nome della difesa della vita, della difesa del più debole, innocente e vulnerabile degli esseri umani: il concepito, il bimbo che sta crescendo nel seno materno. L'eredità umana e culturale che ci ha lasciato è tanto grande che noi possiamo solo riconoscerci come suoi piccoli ed inadeguati discepoli, ma ricchi di quella certezza che ci viene dalla Rivelazione: «Quando siamo deboli, è allora che siamo forti». Carlo Casini nel 1975, quando era pubblico ministero a Firenze, ebbe il coraggio di prendere in mano il dossier della denuncia di aborti clandestini che venivano praticati in una «clinica degli aborti» che aveva sul campanello il nome del Partito Radicale. Fu fatto oggetto di insulti e minacce di ogni genere, ma non si tirò indietro neppure di un passo, facendo arrestare, tra gli altri, l'allora segretario radicale Gianfranco Spadaccia. Nacque proprio in quegli anni la consapevolezza che si doveva fare qualcosa di concreto per aiutare e sostenere le donne gravide, che - in condizioni spesso di grande precarietà economica, sociale, esistenziale - imboccavano la strada dell'aborto, nell'illusione che potesse essere l'unica via d'uscita dai loro problemi. Il 15 gennaio 1980 nasce così il Movimento per la Vita, e con esso i Cav (Centri Aiuto alla Vita), il Progetto Gemma, le case di accoglienza per i bambini e le loro mamme: una meravigliosa opera che ha consentito ad oggi di venire alla luce a più di 200.000 bimbi, con la gioia - si badi bene! - delle loro mamme. Come amava dire Carlo, «le donne sono forti e coraggiose, molto più degli uomini. Se si dice loro la verità sul bimbo che hanno in grembo e si tende loro una mano, salviamo loro e il loro figliolo… C'è bisogno di un nuovo femminismo, che aiuti le mamme ad incontrare lo sguardo del loro bimbo». Nel 2015, al termine di una manifestazione per la difesa della vita nascente, ci sedemmo in un bar di Roma e mi disse che l'iniqua legge 194 è stato il frutto di un momento storico che descrisse con tre parole d'ordine: tragicità, fretta, bugie. Il maggio del 1978 è una pagina intrisa di sangue per la storia del nostro Paese: Aldo Moro viene rapito ed ucciso dalla Brigate Rosse. Si tentò dunque di far argine al terrorismo con un patto di «solidarietà nazionale» di tutte le forze politiche e si decise, quindi, di velocizzare i tempi di approvazione di quella legge 194 che stava pericolosamente dividendo i partiti ed il Paese. Il relatore di maggioranza dell'epoca, Giovanni Berlinguer, dichiarò: «Siamo costretti ad approvarla per evitare il referendum. Poi ci penseremo». Si intensificò, così, una vergognosa campagna propagandistica alimentata da una vera montagna di bugie: 25.000 donne all'anno morte nelle mani delle «mammane» a causa di aborti clandestini (i dati ufficiali Istat di quegli anni documentavano circa 9.000 donne morte in età fertile, ogni anno per le ragioni più diverse!); i feti deformi di Seveso e diossina (non un solo feto abortito era risultato portatore di malformazioni!); la legge nasce per soccorrere le donne vittime di stupro, con gravidanze frutto di violenza carnale (e così, si arrivò ai numeri tragici del 1982/83: più di 230.000 aborti. Tutti stupri?!). Tutti coloro che sono credenti sanno bene chi è il «padre della menzogna» e, ahinoi, questa iniqua legge porta l'inequivocabile timbro della sua opera. Dal 1978 ad oggi in Italia sono più di 6 milioni i bimbi abortiti, e moltissimi di questi - con una virtuosa politica che si prende sulle spalle mamme e bimbi, lontano da ogni demagogia, nel rispetto della vita del bimbo e della donna - potevano essere salvati ed essere oggi fra noi, in questo gelido Paese piegato da una tragica denatalità. A questo proposito è bene che tutti si sappia la dimensione di questo tragico trend culturale nel mondo, che spaccia per «diritto umano» la soppressione del bimbo che porta in grembo: in piena pandemia, dal primo gennaio al primo maggio 2020, nel mondo, a fronte di 237.469 morti per Covid, ci sono stati 14.184.388 aborti (fonte: Organizzazione Mondiale della Sanità, worldometers.info)! Una società che uccide gli innocenti si avvia al proprio destino di morte. Tutto questo intuì e comprese con lucidità Carlo Casini, rivelandosi un vero «apostolo» della vita e - a mio parere - un «profeta» del nostro tempo. Il nostro ricordo, la nostra illimitata riconoscenza, la nostra gratitudine sono doverose, ma comunque sempre molto inadeguate rispetto all'opera che egli ha sostenuto in anni e anni di vera militanza culturale, sociale e politica, partendo dall'assunto, assolutamente scientifico e razionale, che «il concepito è uno di noi» e in quanto tale va difeso, aiutato e rispettato come ogni essere umano. Spesso mi citava il Preambolo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo: «Il riconoscimento della dignità di tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo». Carlo Casini è stato un testimone ed un militante onesto e coerente del «vangelo della vita» e a lui si addicono perfettamente le parole della Scrittura «servo buono e fedele, prendi parte alla gioia del tuo padrone» (Mt.25). Oggi abbiamo un'occasione d'oro per onorare la sua memoria: il mondo dell'associazionismo propone al Paese, alle sue istituzioni, ai partiti di ogni schieramento, alla cultura di ogni tendenza di istituire una «Giornata Nazionale della Vita Nascente» che ci aiuti ad uscire dalla morsa della denatalità. Il prossimo 27 marzo lanceremo questo appello a tutte le donne e gli uomini di buona volontà, con la certezza che l'intero Paese si arricchisce se nasce una vita in più. Grazie Carlo.
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Il ricordo, a un anno dalla sua scomparsa, dell'uomo che si oppose con tutte le sue forze all'ondata abortista che da fine anni Settanta travolse il nostro Paese. Magistrato senza paura di andare controcorrente, si deve a lui l'esistenza del Movimento per la vita. Un anno fa faceva ritorno alla casa del Padre Carlo Casini, dopo una lunga e dolorosa malattia durata due anni, con il sostegno di accudimento devoto e amore totale della moglie Maria e della figlia Marina. Ho avuto l'onore e la fortuna di conoscerlo personalmente, condividendo tante battaglie nel nome della difesa della vita, della difesa del più debole, innocente e vulnerabile degli esseri umani: il concepito, il bimbo che sta crescendo nel seno materno. L'eredità umana e culturale che ci ha lasciato è tanto grande che noi possiamo solo riconoscerci come suoi piccoli ed inadeguati discepoli, ma ricchi di quella certezza che ci viene dalla Rivelazione: «Quando siamo deboli, è allora che siamo forti». Carlo Casini nel 1975, quando era pubblico ministero a Firenze, ebbe il coraggio di prendere in mano il dossier della denuncia di aborti clandestini che venivano praticati in una «clinica degli aborti» che aveva sul campanello il nome del Partito Radicale. Fu fatto oggetto di insulti e minacce di ogni genere, ma non si tirò indietro neppure di un passo, facendo arrestare, tra gli altri, l'allora segretario radicale Gianfranco Spadaccia. Nacque proprio in quegli anni la consapevolezza che si doveva fare qualcosa di concreto per aiutare e sostenere le donne gravide, che - in condizioni spesso di grande precarietà economica, sociale, esistenziale - imboccavano la strada dell'aborto, nell'illusione che potesse essere l'unica via d'uscita dai loro problemi. Il 15 gennaio 1980 nasce così il Movimento per la Vita, e con esso i Cav (Centri Aiuto alla Vita), il Progetto Gemma, le case di accoglienza per i bambini e le loro mamme: una meravigliosa opera che ha consentito ad oggi di venire alla luce a più di 200.000 bimbi, con la gioia - si badi bene! - delle loro mamme. Come amava dire Carlo, «le donne sono forti e coraggiose, molto più degli uomini. Se si dice loro la verità sul bimbo che hanno in grembo e si tende loro una mano, salviamo loro e il loro figliolo… C'è bisogno di un nuovo femminismo, che aiuti le mamme ad incontrare lo sguardo del loro bimbo». Nel 2015, al termine di una manifestazione per la difesa della vita nascente, ci sedemmo in un bar di Roma e mi disse che l'iniqua legge 194 è stato il frutto di un momento storico che descrisse con tre parole d'ordine: tragicità, fretta, bugie. Il maggio del 1978 è una pagina intrisa di sangue per la storia del nostro Paese: Aldo Moro viene rapito ed ucciso dalla Brigate Rosse. Si tentò dunque di far argine al terrorismo con un patto di «solidarietà nazionale» di tutte le forze politiche e si decise, quindi, di velocizzare i tempi di approvazione di quella legge 194 che stava pericolosamente dividendo i partiti ed il Paese. Il relatore di maggioranza dell'epoca, Giovanni Berlinguer, dichiarò: «Siamo costretti ad approvarla per evitare il referendum. Poi ci penseremo». Si intensificò, così, una vergognosa campagna propagandistica alimentata da una vera montagna di bugie: 25.000 donne all'anno morte nelle mani delle «mammane» a causa di aborti clandestini (i dati ufficiali Istat di quegli anni documentavano circa 9.000 donne morte in età fertile, ogni anno per le ragioni più diverse!); i feti deformi di Seveso e diossina (non un solo feto abortito era risultato portatore di malformazioni!); la legge nasce per soccorrere le donne vittime di stupro, con gravidanze frutto di violenza carnale (e così, si arrivò ai numeri tragici del 1982/83: più di 230.000 aborti. Tutti stupri?!). Tutti coloro che sono credenti sanno bene chi è il «padre della menzogna» e, ahinoi, questa iniqua legge porta l'inequivocabile timbro della sua opera. Dal 1978 ad oggi in Italia sono più di 6 milioni i bimbi abortiti, e moltissimi di questi - con una virtuosa politica che si prende sulle spalle mamme e bimbi, lontano da ogni demagogia, nel rispetto della vita del bimbo e della donna - potevano essere salvati ed essere oggi fra noi, in questo gelido Paese piegato da una tragica denatalità. A questo proposito è bene che tutti si sappia la dimensione di questo tragico trend culturale nel mondo, che spaccia per «diritto umano» la soppressione del bimbo che porta in grembo: in piena pandemia, dal primo gennaio al primo maggio 2020, nel mondo, a fronte di 237.469 morti per Covid, ci sono stati 14.184.388 aborti (fonte: Organizzazione Mondiale della Sanità, worldometers.info)! Una società che uccide gli innocenti si avvia al proprio destino di morte. Tutto questo intuì e comprese con lucidità Carlo Casini, rivelandosi un vero «apostolo» della vita e - a mio parere - un «profeta» del nostro tempo. Il nostro ricordo, la nostra illimitata riconoscenza, la nostra gratitudine sono doverose, ma comunque sempre molto inadeguate rispetto all'opera che egli ha sostenuto in anni e anni di vera militanza culturale, sociale e politica, partendo dall'assunto, assolutamente scientifico e razionale, che «il concepito è uno di noi» e in quanto tale va difeso, aiutato e rispettato come ogni essere umano. Spesso mi citava il Preambolo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo: «Il riconoscimento della dignità di tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo». Carlo Casini è stato un testimone ed un militante onesto e coerente del «vangelo della vita» e a lui si addicono perfettamente le parole della Scrittura «servo buono e fedele, prendi parte alla gioia del tuo padrone» (Mt.25). Oggi abbiamo un'occasione d'oro per onorare la sua memoria: il mondo dell'associazionismo propone al Paese, alle sue istituzioni, ai partiti di ogni schieramento, alla cultura di ogni tendenza di istituire una «Giornata Nazionale della Vita Nascente» che ci aiuti ad uscire dalla morsa della denatalità. Il prossimo 27 marzo lanceremo questo appello a tutte le donne e gli uomini di buona volontà, con la certezza che l'intero Paese si arricchisce se nasce una vita in più. Grazie Carlo.
Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara
Ansa
Trattasi dell’evento in programma sabato a Bologna, piazza Galvani, organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista e regolarmente autorizzato dalle autorità. Cosa di cui, però, alla sinistra emiliana sembra non importare nulla. Maurizio Gaigher, consigliere comunale del Pd, dice in consiglio comunale che bisognerebbe «impedire» la manifestazione. A suo dire, essa «non costituisce un fatto isolato ma fa riferimento a una precisa operazione politica, che prova a spostare i confini del dibattito pubblico legittimando parole e concetti che fino a poco tempo fa sarebbero stati considerati inaccettabili. [...] Non stiamo discutendo solo di ordine pubblico o della gestione di un semplice e banale corteo: stiamo discutendo di quale idea di società vogliamo legittimare e qui la politica non può nascondersi».
Gaigher rivolge dunque «un appello a tutte le forze politiche, senza eccezioni anche quelle come la Lega e Fdi, che oggi troppo spesso scelgono il silenzio e l’ambiguità: unitevi all’appello delle forze democratiche della città, chiediamo insieme che questo corteo non si svolga, perché i suoi contenuti non sono neutri e rischiano di produrre conseguenze molto concrete sul piano della convivenza civile. Non è una questione ideologica, è una questione di responsabilità istituzionale».
Come al solito è tutto straordinario: in nome della libertà e della democrazia pretendono di vietare un presidio. Meraviglioso, a tale riguardo, il ragionamento di un’altra esponente del Pd, Mery De Martino. Costei, evidentemente ignara di che cosa sia la remigrazione, la definisce una «teoria razzista e disumana. La buona notizia è che questa roba può fare un po’ di rumore ma a Bologna non passa davvero». Poi la sincera democratica aggiunge: il 9 maggio «non diventi il palcoscenico di una mera provocazione mentre la città sarà impegnata nelle iniziative istituzionali per la festa dell’Europa, organizzata dal Comune e dal Tavolo Europa voluto dalla cittadinanza». Capito? Bisogna oscurare la manifestazione contro l’immigrazione di massa per non togliere visibilità alla festa dell’Europa prevista per lo stesso giorno.
Decisamente più minaccioso è il tono utilizzato da Giacomo Tarsitano della Lista Lepore che fa capo al sindaco di Bologna. «Iniziative come quella annunciata da un piccolo numero di estremisti, certamente fascisti», dice, «non possono essere ben accette in questa città, perché sono offensive non solo verso le comunità di origine straniera ma anche verso i valori che la stessa città ha, conserva e tenta di promuovere nelle esperienze quotidiane». Quali sarebbero questi valori? La censura e la prevaricazione? Altri consiglieri parlano dei manifestanti per la remigrazione come di fascisti che devono tornare nelle fogne, minacce che in altri tempi si sarebbero tradotte in azioni violente. Ma a quanto pare a sinistra tutto è concesso: sono leciti insulti, intimidazioni e forzature immotivate.
Il problema è che le frasi dei progressisti intolleranti, purtroppo, sembrano ottenere effetti. La stampa di sinistra bolognese infatti scrive che la manifestazione potrebbe in effetti essere spostata, cioè tolta da una piazza centrale e confinata altrove. Se così fosse, sarebbe estremamente grave. Forse il centro di Bologna deve essere accessibile solo ai progressisti? Negli ultimi giorni abbiamo raccontato quali siano le strategie della provocazione messe in atto dai movimenti antagonisti della sinistra radicale nelle più svariate occasioni: a costoro tuttavia non viene impedito di marciare. Perché allora chi esprime una visione diversa dovrebbe essere ostacolato?
«Abbiamo deciso di organizzare questa iniziativa di piazza per pubblicizzare la proposta di legge sulla remigrazione, con cui abbiamo fatto anche una raccolta di firme che sarà portata in Parlamento nei prossimi giorni», dice Stefano Colato del comitato remigrazione. «Abbiamo presentato regolare avviso in data 24 aprile per avere appunto una piazza centrale di Bologna, precisamente Piazza Galvani. Poi però abbiamo letto sulla cronaca locale di Repubblica che la nostra piazza sarebbe stata spostata, che ci sarebbe stata assegnata un’altra piazza perché quella è troppo centrale. Ovviamente siamo rimasti un po’ stupiti dalle modalità di comunicazione della questura di Bologna che non ha neanche fatto una telefonata o una Pec per comunicarci che la manifestazione sarebbe stata spostata. Leggere cose riguardanti la nostra iniziativa sulla Repubblica ci lascia basiti, come se decidesse quel giornale chi a Bologna ha diritto di parlare».
Secondo Colato, «anche le motivazioni di questo presunto spostamento ci sono sembrate risibili: la questura avrebbe avanzato un allarme riguardante la situazione internazionale, ma il nostro comitato si occupa esclusivamente di una raccolta di firme per una legge che riguarda la politica interna, non ci azzecca niente con la politica internazionale. E poi, tra parentesi, noi non dovremmo neanche avere paura di tensioni con i pro Pal o simili, dato che la nostra associazione di Bologna, che fa parte del comitato Remigrazione, ha sempre espresso solidarietà al popolo palestinese. Un’altra perplessità», continua Colato, «è sicuramente relativa al fatto che le altre iniziative che abbiamo organizzato a Bologna sono sempre state sottoposte a restrizioni dopo qualche annuncio di contestazioni. Ebbene, questa volta non c’è ombra di contestazione da parte di antagonisti o simili: ci vogliono vietare il centro cittadino in virtù di un allarme che non c’è?».
Di comunicazioni ufficiali, in ogni caso, non ne sono arrivate. Per questo motivo il comitato Remigrazione afferma che i suoi «simpatizzanti sono mobilitati sulla stessa piazza e allo stesso orario, le 16 di sabato, poi vedremo in questi giorni se saremo contattati».
Spostamento o meno, a emergere con chiarezza è la proverbiale intolleranza progressista. A conferma che in Italia il problema vero, ancora più dell’immigrazione, è la sinistra.
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