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2020-08-12
Che lezione di forza della Royal Navy ai buonisti pro Ong di casa nostra
Steve Finn/Getty Images
Davvero difficile immaginare cosa sarebbe successo se l'allora ministro dell'Interno Matteo Salvini, durante il governo gialloverde, avesse chiesto l'intervento della Marina militare e dell'Aviazione per contrastare il fenomeno dell'immigrazione clandestina. La reazione ad una simile iniziativa avrebbe certamente avuto un'eco internazionale, con lo sdegno unanime dell'universo mondo politically correct. Qualcuno avrebbe persino invocato un intervento dell'Onu contro il ministro più xenofobo del pianeta terra. Peccato, però, che quella inimmaginabile scelta politica possa diventare normalissima se fatta in Paesi forse più civili del nostro.
Giunge da Londra, per esempio, la notizia della decisione del ministro dell'Interno, Priti Patel, di far intervenire la Royal Navy e la Raf per gestire la questione degli sbarchi clandestini sulle coste inglesi. Il ministero della Difesa britannico ha confermato di aver ricevuto dalla collega dell'Interno la richiesta di «sostenere le operazioni delle Guardie di frontiera britannica nello Stretto di Dover». Il fatto che siano state recuperate 200 persone a bordo di diciassette gommoni nel canale della Manica è stato ritenuto un fatto intollerabile di fronte al quale reagire con assoluta fermezza. Ovviamente stiamo parlando di numeri risibili rispetto a quelli cui giornalmente siamo costretti a confrontarci in Italia. Tra l'altro, in Gran Bretagna - a differenza del nostro Paese - esiste un Ministero dell'Immigrazione, guidato dal Ministro Chris Philp, il quale ha definito «inaccettabile» l'aumento nel numero di barche che trasportano migranti attraverso la Manica e ha annunciato la ferma decisione di respingere verso la Francia tutti coloro che tentano di entrare illegalmente.
Il governo di Londra ha ufficialmente dichiarato di rendere questa rotta «impercorribile» per tutti i migranti clandestini.
I buonisti politicamente corretti e relativi parrocchiani sinistroidi di casa nostra devono infatti sapere che i primi giorni di gennaio del 2019, solo perché un centinaio di disgraziati africani aveva tentato di raggiungere la Gran Bretagna attraversando la Manica, l'allora ministro dell'Interno Sajid Javid fu fatto rientrare frettolosamente dalle ferie natalizie che stava trascorrendo in un lussuoso resort in Sud Africa, a causa del malcontento dell'opinione pubblica esploso in quei giorni. Due uomini furono subito arrestati a Manchester con l'accusa di aver organizzato il traffico di quei immigrati clandestini verso la Gran Bretagna, e fu immediatamente disposto lo schieramento delle forze armate a difesa dei confini.
I britannici non hanno tutti i torti. Dovrebbero essere, infatti, le autorità transalpine a fermare le partenze dei migranti, spesso organizzate da trafficanti di uomini, e ad impedire che le imbarcazioni lascino le coste della Bretagna. La Francia, del resto, è un Paese sicuro, per cui i migranti che ne avessero titolo potrebbero chiedere asilo politico lì, senza bisogno di attraversare la Manica. Ma si sa, i francesi sono francesi. Li conosciamo bene e sappiamo come si comportano al confine di Ventimiglia. Quindi, anziché fermare le imbarcazioni dei clandestini, aspettano che queste salpino e le scortano fino all'intervento delle autorità di frontiera britanniche. Un giochino che agli inglesi comincia a stare stretto. Lo stesso Ministro dell'Interno britannico si è recato a Parigi per far comprendere a Macron che loro non sono come gli italiani e non scherzano. Di fronte alle orecchie da mercante dei francesi a Londra hanno quindi deciso di valutare due misure drastiche: lo schieramento delle forze armate e, soprattutto, la rimozione dell'esenzione della quarantena agli arrivi dalla Francia. Il ragionamento è semplice: cari francesini se pensate di fare i furbi con i migranti, noi mettiamo in quarantena, con la scusa del Covid-19, tutti quelli che arrivano dal vostro Paese. Pare che quest'ultima ipotesi, in particolare, preoccupi il governo transalpino che dovrà quindi trovare una soluzione per bloccare il flusso di migranti nella Manica. Eh sì, gli inglesi non scherzano proprio e sanno farsi rispettare. Una bella lezione all'arroganza francese. E anche all'incapacità, all'impreparazione, all'incompetenza e alla codardia dell'attuale governo italiano.
Resta l'amara considerazione che se a difendere la sovranità britannica è un ministro coraggioso come la signora Priti Patel, nessuno osa eccepire nulla in Patria e all'estero, se invece a tutelare la sovranità italiana c'è un ministro come Matteo Salvini, allora tutti si sentono autorizzati a scatenare un'incredibile opera di delegittimazione e di linciaggio mediato in Patria e all'estero. L'altra amara considerazione è che al largo delle acque della Manica se ne vedono ben poche di navi Ong tedesche, olandesi e spagnole. Evidentemente sanno che con gli inglesi non si gioca e che sulle coste di Dover sarebbero accolte a cannonate. È davvero difficile, conoscendo le autorità britanniche, pensare che Capitan Carola, dopo aver osato speronare una motovedetta della Royal Navy, oggi sarebbe ancora a piede libero.
La Lamorgese vola a smontare i dl Sicurezza
Il duo Lamorgese-Di Maio sembra in gara a chi sbaglia più parole, ritmo e tonalità nel tormentone estivo dei nuovi decreti Sicurezza, sempre «quasi» pronti ma non abbastanza. Il ministro degli Esteri qualche giorno fa invitava a non avere fretta, «i tempi in politica sono fondamentali, ora il problema è altrove», riferendosi alle partenze che «dobbiamo bloccare» ed è importante che i migranti comprendano «che nessuno sta parlando di riformare la disciplina della cittadinanza o dei permessi di soggiorno». Il pentastellato alla guida della Farnesina frena.
Invece la collega dem all'Interno accelera, diffonde anticipazioni sulle nuove regole come ha fatto al Caffeina festival nel Castello laziale di Santa Severa, quando intervistata da Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, addirittura ha affermato: «Spero di poter mandare il testo a Palazzo Chigi prima di ferragosto». Il lavoro sull'immigrazione «è chiuso», in attesa del parere dell'Anci in quanto «i centri di accoglienza dovranno essere gestiti dai Comuni». Precisa meglio: «Abbiamo modificato il sistema di accoglienza anche per coloro che sono richiedenti asilo, affinché entrino nel circuito di accoglienza identico a quello che oggi è riservato a coloro che sono titolari di protezione umanitaria, ritornando un po' come era prima».
Dopo qualche ora, coincidenza, scoppiava in Calabria l'ennesimo scandalo migranti. Ancora una volta nel mirino degli investigatori è finita la gestione di un centro di accoglienza nell'ex agriturismo Villa Cristina di Varapodio. Nell'inchiesta risultano indagate sei persone: il sindaco di Varapodio, Orlando Fazzolari, civico, candidato non eletto alle regionali del gennaio scorso con Fdi, il gestore di una società cooperativa, due titolari di impresa di abbigliamento e due funzionari della prefettura di Reggio Calabria. Le accuse, per una gestione «caratterizzata da poca trasparenza e correttezza», sono di abuso d'ufficio, frode nelle pubbliche forniture, corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio, truffa ai danni dello Stato e peculato, falso ideologico (di cui rispondono i due funzionari). Sarebbero emerse irregolarità nell'affidamento di servizi e forniture alle imprese, da scarpe e abbigliamento agli alimenti per i migranti, così pure nell'assunzione di collaboratori. Un vero e proprio «centro di illecito guadagno e di cointeressi», lo descrivono gli inquirenti, per la gestione degli irregolari secondo una convenzione stipulata dal Comune di Varapodio con la prefettura di Reggio Calabria.
Non è che l'ultima, vergognosa vicenda riguardante centri per stranieri richiedenti protezione internazionale. L'ulteriore conferma che il business dell'accoglienza ha trasformato i vari Cara in luoghi degli orrori per i clandestini, mentre consorzi e cooperative continuavano a gestirsi appalti milionari spendendo pochissimo per quei poveracci. Il ministro Lamorgese vuole riaccogliere, non le bastano i centri al collasso nel Sud diventato terra di sbarchi e le strutture in giro per il Paese, costrette a ricevere migranti infetti. Al Coffeina festival, l'ex prefetto che ha preso il posto di Matteo Salvini assicurava: «Da una settimana non stanno arrivando migranti, il momento più difficile è stato quando sono arrivati tutti insieme, oltre 6.000 in un mese. Però possiamo dire che la gestione è andata bene». In Sicilia non la pensano proprio così, con ben 80 arrivi lunedì notte a Lampedusa e 44 nelle ore precedenti, altri 10 ieri mattina a Capo Feto, vicino Mazara del Vallo. Un'invasione continua pure in Sardegna, dove in ventiquattr'ore sono sbarcati 72 migranti sulle coste del sud ovest del Cagliaritano e del Sulcis Iglesiente: non si tratta solo di tunisini, in fuga per «la crisi economica in Tunisia», come sostiene il capo del Viminale, ma anche di algerini che arrivano con diverse imbarcazioni.
Le notizie peggiori sono però quelle che riguardano gli irregolari positivi al Covid-19, ieri nuovi 64 casi sono stati registrati all'hotspot di Pozzallo. Ne ha dato notizia l'assessore alla Salute della Regione Sicilia, Ruggero Razza: «Tutto questo in un solo giorno, spero che adesso si capisca perché da mesi parliamo della necessità di un protocollo sanitario e di pesanti sottovalutazioni da parte di Roma. Le (non) decisioni adottate stanno contribuendo drasticamente al contagio continuo dei migranti tra loro con pesanti ripercussioni in termini di sicurezza. Spero che ora tutti comprendano che nessuno ha mai voluto strumentalizzare alcunché: semmai si sta verificando semplicemente quello che avevamo rappresentato da subito alle autorità competenti».
Proprio da Pozzallo pochi giorni fa erano riusciti a scappare 50 migranti, solo cinque sono stati rintracciati. Lunedì sera c'era stata la fuga di altri 20, due dei quali positivi. Il ministro dell'Interno ha annunciato l'arrivo di una seconda nave quarantena «più piccola, per 300 persone», pronto il commento del leader della Lega, Matteo Salvini: «Chiederemo i danni al governo e alla Lamorgese per un'altra “nave da crociera soggiorno" destinata ai clandestini che sbarcano: paghino i ministri, non gli italiani».
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Il ministro dell'Interno inglese ha detto a chiare lettere ai francesi di stoppare i barchini di clandestini nella Manica. Altrimenti schiererà le forze armate. Da noi Matteo Salvini è stato crocifisso per molto meno. Luciana Lamorgese vola a smontare i dl Sicurezza. Il Viminale annuncia: «Modifiche a Palazzo Chigi prima di ferragosto». L'idea è di equiparare ancora richiesta di asilo e protezione umanitaria. Poi la balla: «Arrivi ridotti». Invece continuano, con altri 64 positivi a Pozzallo. Nuova inchiesta su un centro migranti. Lo speciale comprende due articoli. Davvero difficile immaginare cosa sarebbe successo se l'allora ministro dell'Interno Matteo Salvini, durante il governo gialloverde, avesse chiesto l'intervento della Marina militare e dell'Aviazione per contrastare il fenomeno dell'immigrazione clandestina. La reazione ad una simile iniziativa avrebbe certamente avuto un'eco internazionale, con lo sdegno unanime dell'universo mondo politically correct. Qualcuno avrebbe persino invocato un intervento dell'Onu contro il ministro più xenofobo del pianeta terra. Peccato, però, che quella inimmaginabile scelta politica possa diventare normalissima se fatta in Paesi forse più civili del nostro. Giunge da Londra, per esempio, la notizia della decisione del ministro dell'Interno, Priti Patel, di far intervenire la Royal Navy e la Raf per gestire la questione degli sbarchi clandestini sulle coste inglesi. Il ministero della Difesa britannico ha confermato di aver ricevuto dalla collega dell'Interno la richiesta di «sostenere le operazioni delle Guardie di frontiera britannica nello Stretto di Dover». Il fatto che siano state recuperate 200 persone a bordo di diciassette gommoni nel canale della Manica è stato ritenuto un fatto intollerabile di fronte al quale reagire con assoluta fermezza. Ovviamente stiamo parlando di numeri risibili rispetto a quelli cui giornalmente siamo costretti a confrontarci in Italia. Tra l'altro, in Gran Bretagna - a differenza del nostro Paese - esiste un Ministero dell'Immigrazione, guidato dal Ministro Chris Philp, il quale ha definito «inaccettabile» l'aumento nel numero di barche che trasportano migranti attraverso la Manica e ha annunciato la ferma decisione di respingere verso la Francia tutti coloro che tentano di entrare illegalmente. Il governo di Londra ha ufficialmente dichiarato di rendere questa rotta «impercorribile» per tutti i migranti clandestini. I buonisti politicamente corretti e relativi parrocchiani sinistroidi di casa nostra devono infatti sapere che i primi giorni di gennaio del 2019, solo perché un centinaio di disgraziati africani aveva tentato di raggiungere la Gran Bretagna attraversando la Manica, l'allora ministro dell'Interno Sajid Javid fu fatto rientrare frettolosamente dalle ferie natalizie che stava trascorrendo in un lussuoso resort in Sud Africa, a causa del malcontento dell'opinione pubblica esploso in quei giorni. Due uomini furono subito arrestati a Manchester con l'accusa di aver organizzato il traffico di quei immigrati clandestini verso la Gran Bretagna, e fu immediatamente disposto lo schieramento delle forze armate a difesa dei confini. I britannici non hanno tutti i torti. Dovrebbero essere, infatti, le autorità transalpine a fermare le partenze dei migranti, spesso organizzate da trafficanti di uomini, e ad impedire che le imbarcazioni lascino le coste della Bretagna. La Francia, del resto, è un Paese sicuro, per cui i migranti che ne avessero titolo potrebbero chiedere asilo politico lì, senza bisogno di attraversare la Manica. Ma si sa, i francesi sono francesi. Li conosciamo bene e sappiamo come si comportano al confine di Ventimiglia. Quindi, anziché fermare le imbarcazioni dei clandestini, aspettano che queste salpino e le scortano fino all'intervento delle autorità di frontiera britanniche. Un giochino che agli inglesi comincia a stare stretto. Lo stesso Ministro dell'Interno britannico si è recato a Parigi per far comprendere a Macron che loro non sono come gli italiani e non scherzano. Di fronte alle orecchie da mercante dei francesi a Londra hanno quindi deciso di valutare due misure drastiche: lo schieramento delle forze armate e, soprattutto, la rimozione dell'esenzione della quarantena agli arrivi dalla Francia. Il ragionamento è semplice: cari francesini se pensate di fare i furbi con i migranti, noi mettiamo in quarantena, con la scusa del Covid-19, tutti quelli che arrivano dal vostro Paese. Pare che quest'ultima ipotesi, in particolare, preoccupi il governo transalpino che dovrà quindi trovare una soluzione per bloccare il flusso di migranti nella Manica. Eh sì, gli inglesi non scherzano proprio e sanno farsi rispettare. Una bella lezione all'arroganza francese. E anche all'incapacità, all'impreparazione, all'incompetenza e alla codardia dell'attuale governo italiano. Resta l'amara considerazione che se a difendere la sovranità britannica è un ministro coraggioso come la signora Priti Patel, nessuno osa eccepire nulla in Patria e all'estero, se invece a tutelare la sovranità italiana c'è un ministro come Matteo Salvini, allora tutti si sentono autorizzati a scatenare un'incredibile opera di delegittimazione e di linciaggio mediato in Patria e all'estero. L'altra amara considerazione è che al largo delle acque della Manica se ne vedono ben poche di navi Ong tedesche, olandesi e spagnole. Evidentemente sanno che con gli inglesi non si gioca e che sulle coste di Dover sarebbero accolte a cannonate. È davvero difficile, conoscendo le autorità britanniche, pensare che Capitan Carola, dopo aver osato speronare una motovedetta della Royal Navy, oggi sarebbe ancora a piede libero. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/che-lezione-di-forza-della-royal-navy-ai-buonisti-pro-ong-di-casa-nostra-2646952400.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-lamorgese-vola-a-smontare-i-dl-sicurezza" data-post-id="2646952400" data-published-at="1597179514" data-use-pagination="False"> La Lamorgese vola a smontare i dl Sicurezza Il duo Lamorgese-Di Maio sembra in gara a chi sbaglia più parole, ritmo e tonalità nel tormentone estivo dei nuovi decreti Sicurezza, sempre «quasi» pronti ma non abbastanza. Il ministro degli Esteri qualche giorno fa invitava a non avere fretta, «i tempi in politica sono fondamentali, ora il problema è altrove», riferendosi alle partenze che «dobbiamo bloccare» ed è importante che i migranti comprendano «che nessuno sta parlando di riformare la disciplina della cittadinanza o dei permessi di soggiorno». Il pentastellato alla guida della Farnesina frena. Invece la collega dem all'Interno accelera, diffonde anticipazioni sulle nuove regole come ha fatto al Caffeina festival nel Castello laziale di Santa Severa, quando intervistata da Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, addirittura ha affermato: «Spero di poter mandare il testo a Palazzo Chigi prima di ferragosto». Il lavoro sull'immigrazione «è chiuso», in attesa del parere dell'Anci in quanto «i centri di accoglienza dovranno essere gestiti dai Comuni». Precisa meglio: «Abbiamo modificato il sistema di accoglienza anche per coloro che sono richiedenti asilo, affinché entrino nel circuito di accoglienza identico a quello che oggi è riservato a coloro che sono titolari di protezione umanitaria, ritornando un po' come era prima». Dopo qualche ora, coincidenza, scoppiava in Calabria l'ennesimo scandalo migranti. Ancora una volta nel mirino degli investigatori è finita la gestione di un centro di accoglienza nell'ex agriturismo Villa Cristina di Varapodio. Nell'inchiesta risultano indagate sei persone: il sindaco di Varapodio, Orlando Fazzolari, civico, candidato non eletto alle regionali del gennaio scorso con Fdi, il gestore di una società cooperativa, due titolari di impresa di abbigliamento e due funzionari della prefettura di Reggio Calabria. Le accuse, per una gestione «caratterizzata da poca trasparenza e correttezza», sono di abuso d'ufficio, frode nelle pubbliche forniture, corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio, truffa ai danni dello Stato e peculato, falso ideologico (di cui rispondono i due funzionari). Sarebbero emerse irregolarità nell'affidamento di servizi e forniture alle imprese, da scarpe e abbigliamento agli alimenti per i migranti, così pure nell'assunzione di collaboratori. Un vero e proprio «centro di illecito guadagno e di cointeressi», lo descrivono gli inquirenti, per la gestione degli irregolari secondo una convenzione stipulata dal Comune di Varapodio con la prefettura di Reggio Calabria. Non è che l'ultima, vergognosa vicenda riguardante centri per stranieri richiedenti protezione internazionale. L'ulteriore conferma che il business dell'accoglienza ha trasformato i vari Cara in luoghi degli orrori per i clandestini, mentre consorzi e cooperative continuavano a gestirsi appalti milionari spendendo pochissimo per quei poveracci. Il ministro Lamorgese vuole riaccogliere, non le bastano i centri al collasso nel Sud diventato terra di sbarchi e le strutture in giro per il Paese, costrette a ricevere migranti infetti. Al Coffeina festival, l'ex prefetto che ha preso il posto di Matteo Salvini assicurava: «Da una settimana non stanno arrivando migranti, il momento più difficile è stato quando sono arrivati tutti insieme, oltre 6.000 in un mese. Però possiamo dire che la gestione è andata bene». In Sicilia non la pensano proprio così, con ben 80 arrivi lunedì notte a Lampedusa e 44 nelle ore precedenti, altri 10 ieri mattina a Capo Feto, vicino Mazara del Vallo. Un'invasione continua pure in Sardegna, dove in ventiquattr'ore sono sbarcati 72 migranti sulle coste del sud ovest del Cagliaritano e del Sulcis Iglesiente: non si tratta solo di tunisini, in fuga per «la crisi economica in Tunisia», come sostiene il capo del Viminale, ma anche di algerini che arrivano con diverse imbarcazioni. Le notizie peggiori sono però quelle che riguardano gli irregolari positivi al Covid-19, ieri nuovi 64 casi sono stati registrati all'hotspot di Pozzallo. Ne ha dato notizia l'assessore alla Salute della Regione Sicilia, Ruggero Razza: «Tutto questo in un solo giorno, spero che adesso si capisca perché da mesi parliamo della necessità di un protocollo sanitario e di pesanti sottovalutazioni da parte di Roma. Le (non) decisioni adottate stanno contribuendo drasticamente al contagio continuo dei migranti tra loro con pesanti ripercussioni in termini di sicurezza. Spero che ora tutti comprendano che nessuno ha mai voluto strumentalizzare alcunché: semmai si sta verificando semplicemente quello che avevamo rappresentato da subito alle autorità competenti». Proprio da Pozzallo pochi giorni fa erano riusciti a scappare 50 migranti, solo cinque sono stati rintracciati. Lunedì sera c'era stata la fuga di altri 20, due dei quali positivi. Il ministro dell'Interno ha annunciato l'arrivo di una seconda nave quarantena «più piccola, per 300 persone», pronto il commento del leader della Lega, Matteo Salvini: «Chiederemo i danni al governo e alla Lamorgese per un'altra “nave da crociera soggiorno" destinata ai clandestini che sbarcano: paghino i ministri, non gli italiani».
Il motore è un modello di ricavi sempre più orientato ai servizi: «La crescita facile basata sulla forbice degli interessi sta inevitabilmente assottigliandosi, con il margine di interesse aggregato in calo del 5,6% nei primi nove mesi del 2025», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Il settore ha saputo, però, compensare questa dinamica spingendo sul secondo pilastro dei ricavi, le commissioni nette, che sono cresciute del 5,9% nello stesso periodo, grazie soprattutto alla focalizzazione su gestione patrimoniale e bancassurance».
La crescita delle commissioni riflette un’evoluzione strutturale: le banche agiscono sempre più come collocatori di prodotti finanziari e assicurativi. «Questo modello, se da un lato genera profitti elevati e stabili per gli istituti con minori vincoli di capitale e minor rischio di credito rispetto ai prestiti, dall’altro espone una criticità strutturale per i risparmiatori», dice Gaziano. «L’Italia è, infatti, il mercato in Europa in cui il risparmio gestito è il più caro», ricorda. Ne deriva una redditività meno dipendente dal credito, ma con un tema di costo per i clienti. La «corsa turbo» agli utili ha riacceso il dibattito sugli extra-profitti. In Italia, la legge di bilancio chiede un contributo al settore con formule che evitano una nuova tassa esplicita.
«È un dato di fatto che il governo italiano stia cercando una soluzione morbida per incassare liquidità da un settore in forte attivo, mentre in altri Paesi europei si discute apertamente di tassare questi extra-profitti in modo più deciso», dice l’esperto. «Ad esempio, in Polonia il governo ha recentemente aumentato le tasse sulle banche per finanziare le spese per la Difesa. È curioso notare come, alla fine, i governi preferiscano accontentarsi di un contributo una tantum da parte delle banche, piuttosto che intervenire sulle dinamiche che generano questi profitti che ricadono direttamente sui risparmiatori».
Come spiega David Benamou, responsabile investimenti di Axiom alternative investments, «le banche italiane rimangono interessanti grazie ai solidi coefficienti patrimoniali (Cet1 medio superiore al 15%), alle generose distribuzioni agli azionisti (riacquisti di azioni proprie e dividendi che offrono rendimenti del 9-10%) e al consolidamento in corso che rafforza i gruppi leader, Unicredit e Intesa Sanpaolo. Il settore in Italia potrebbe sovraperformare il mercato azionario in generale se le valutazioni rimarranno basse. Non mancano, tuttavia, rischi come un moderato aumento dei crediti in sofferenza o gli choc geopolitici, che smorzano l’ottimismo».
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Il 29 luglio del 2024, infatti, Axel Rudakubana, cittadino britannico con genitori di origini senegalesi, entra in una scuola di danza a Southport con un coltello in mano. Inizia a colpire chiunque gli si pari davanti, principalmente bambine, che provano a difendersi come possono. Invano, però. Rudakubana vuole il sangue. Lo avrà. Sono 12 minuti che durano un’eternità e che provocheranno una carneficina. Rudakubana uccide tre bambine: Alice da Silva Aguiar, di nove anni; Bebe King, di sei ed Elsie Dot Stancombe, di sette. Altri dieci bimbi rimarranno feriti, alcuni in modo molto grave.
Nel Regno Unito cresce lo sdegno per questo ennesimo fatto di sangue che ha come protagonista un uomo di colore. Anche Michael dice la sua con un video di 12 minuti su Facebook. Viene accusato di incitamento all’odio razziale ma, quando va davanti al giudice, viene scagionato in una manciata di minuti. Non ha fatto nulla. Era frustrato, come gran parte dei britannici. Ha espresso la sua opinione. Tutto è bene quel che finisce bene, quindi. O forse no.
Due settimane dopo, infatti, il consiglio di tutela locale, che per legge è responsabile della protezione dei bambini vulnerabili, gli comunica che non è più idoneo a lavorare con i minori. Una decisione che lascia allibiti molti, visto che solitamente punizioni simili vengono riservate ai pedofili. Michael non lo è, ovviamente, ma non può comunque allenare la squadra della figlia. Di fronte a questa decisione, il veterano prova un senso di vergogna. Decide di parlare perché teme che la sua comunità lo consideri un pedofilo quando non lo è. In pochi lo ascoltano, però. Quasi nessuno. Il suo non è un caso isolato. Solamente l’anno scorso, infatti, oltre 12.000 britannici sono stati monitorati per i loro commenti in rete. A finire nel mirino sono soprattutto coloro che hanno idee di destra o che criticano l’immigrazione. Anche perché le istituzioni del Regno Unito cercano di tenere nascoste le notizie che riguardano le violenze dei richiedenti asilo. Qualche giorno fa, per esempio, una studentessa è stata violentata da due afghani, Jan Jahanzeb e Israr Niazal. I due le si avvicinano per portarla in un luogo appartato. La ragazza capisce cosa sta accadendo. Prova a fuggire ma non riesce. Accende la videocamera e registra tutto. La si sente pietosamente dire «mi stuprerai?» e gridare disperatamente aiuto. Che però non arriva. Il video è terribile, tanto che uno degli avvocati degli stupratori ha detto che, se dovesse essere pubblicato, il Regno Unito verrebbe attraversato da un’ondata di proteste. Che già ci sono. Perché l’immigrazione incontrollata sull’isola (e non solo) sta provocando enormi sofferenze alla popolazione locale. Nel Regno, certo. Ma anche da noi. Del resto è stato il questore di Milano a notare come gli stranieri compiano ormai l’80% dei reati predatori. Una vera e propria emergenza che, per motivi ideologici, si finge di non vedere.
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Una fotografia limpida e concreta di imprese, giustizia, legalità e creatività come parti di un’unica storia: quella di un Paese, il nostro, che ogni giorno prova a crescere, migliorarsi e ritrovare fiducia.
Un percorso approfondito in cui ci guida la visione del sottosegretario alle Imprese e al Made in Italy Massimo Bitonci, che ricostruisce lo stato del nostro sistema produttivo e il valore strategico del made in Italy, mettendo in evidenza il ruolo della moda e dell’artigianato come forza identitaria ed economica. Un contributo arricchito dall’esperienza diretta di Giulio Felloni, presidente di Federazione Moda Italia-Confcommercio, e dal suo quadro autentico del rapporto tra imprese e consumatori.
Imprese in cui la creatività italiana emerge, anche attraverso parole diverse ma complementari: quelle di Sara Cavazza Facchini, creative director di Genny, che condivide con il lettore la sua filosofia del valore dell’eleganza italiana come linguaggio culturale e non solo estetico; quelle di Laura Manelli, Ceo di Pinko, che racconta la sua visione di una moda motore di innovazione, competenze e occupazione. A completare questo quadro, la giornalista Mariella Milani approfondisce il cambiamento profondo del fashion system, ponendo l’accento sul rapporto tra brand, qualità e responsabilità sociale. Il tema di responsabilità sociale viene poi ripreso e approfondito, attraverso la chiave della legalità e della trasparenza, dal presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Giuseppe Busia, che vede nella lotta alla corruzione la condizione imprescindibile per la competitività del Paese: norme più semplici, controlli più efficaci e un’amministrazione capace di meritarsi la fiducia di cittadini e aziende. Una prospettiva che si collega alla voce del presidente nazionale di Confartigianato Marco Granelli, che denuncia la crescente vulnerabilità digitale delle imprese italiane e l’urgenza di strumenti condivisi per contrastare truffe, attacchi informatici e forme sempre nuove di criminalità economica.
In questo contesto si introduce una puntuale analisi della riforma della giustizia ad opera del sottosegretario Andrea Ostellari, che illustra i contenuti e le ragioni del progetto di separazione delle carriere, con l’obiettivo di spiegare in modo chiaro ciò che spesso, nel dibattito pubblico, resta semplificato. Il suo intervento si intreccia con il punto di vista del presidente dell’Unione Camere Penali Italiane Francesco Petrelli, che sottolinea il valore delle garanzie e il ruolo dell’avvocatura in un sistema equilibrato; e con quello del penalista Gian Domenico Caiazza, presidente del Comitato «Sì Separa», che richiama l’esigenza di una magistratura indipendente da correnti e condizionamenti. Questa narrazione attenta si arricchisce con le riflessioni del penalista Raffaele Della Valle, che porta nel dibattito l’esperienza di una vita professionale segnata da casi simbolici, e con la voce dell’ex magistrato Antonio Di Pietro, che offre una prospettiva insolita e diretta sui rapporti interni alla magistratura e sul funzionamento del sistema giudiziario.
A chiudere l’approfondimento è il giornalista Fabio Amendolara, che indaga il caso Garlasco e il cosiddetto «sistema Pavia», mostrando come una vicenda giudiziaria complessa possa diventare uno specchio delle fragilità che la riforma tenta oggi di correggere. Una coralità sincera e documentata che invita a guardare l’Italia con più attenzione, con più consapevolezza, e con la certezza che il merito va riconosciuto e difeso, in quanto unica chiave concreta per rendere migliore il Paese. Comprenderlo oggi rappresenta un'opportunità in più per costruire il domani.
Per scaricare il numero di «Osservatorio sul Merito» basta cliccare sul link qui sotto.
Merito-Dicembre-2025.pdf
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