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2020-08-12
Che lezione di forza della Royal Navy ai buonisti pro Ong di casa nostra
Steve Finn/Getty Images
Davvero difficile immaginare cosa sarebbe successo se l'allora ministro dell'Interno Matteo Salvini, durante il governo gialloverde, avesse chiesto l'intervento della Marina militare e dell'Aviazione per contrastare il fenomeno dell'immigrazione clandestina. La reazione ad una simile iniziativa avrebbe certamente avuto un'eco internazionale, con lo sdegno unanime dell'universo mondo politically correct. Qualcuno avrebbe persino invocato un intervento dell'Onu contro il ministro più xenofobo del pianeta terra. Peccato, però, che quella inimmaginabile scelta politica possa diventare normalissima se fatta in Paesi forse più civili del nostro.
Giunge da Londra, per esempio, la notizia della decisione del ministro dell'Interno, Priti Patel, di far intervenire la Royal Navy e la Raf per gestire la questione degli sbarchi clandestini sulle coste inglesi. Il ministero della Difesa britannico ha confermato di aver ricevuto dalla collega dell'Interno la richiesta di «sostenere le operazioni delle Guardie di frontiera britannica nello Stretto di Dover». Il fatto che siano state recuperate 200 persone a bordo di diciassette gommoni nel canale della Manica è stato ritenuto un fatto intollerabile di fronte al quale reagire con assoluta fermezza. Ovviamente stiamo parlando di numeri risibili rispetto a quelli cui giornalmente siamo costretti a confrontarci in Italia. Tra l'altro, in Gran Bretagna - a differenza del nostro Paese - esiste un Ministero dell'Immigrazione, guidato dal Ministro Chris Philp, il quale ha definito «inaccettabile» l'aumento nel numero di barche che trasportano migranti attraverso la Manica e ha annunciato la ferma decisione di respingere verso la Francia tutti coloro che tentano di entrare illegalmente.
Il governo di Londra ha ufficialmente dichiarato di rendere questa rotta «impercorribile» per tutti i migranti clandestini.
I buonisti politicamente corretti e relativi parrocchiani sinistroidi di casa nostra devono infatti sapere che i primi giorni di gennaio del 2019, solo perché un centinaio di disgraziati africani aveva tentato di raggiungere la Gran Bretagna attraversando la Manica, l'allora ministro dell'Interno Sajid Javid fu fatto rientrare frettolosamente dalle ferie natalizie che stava trascorrendo in un lussuoso resort in Sud Africa, a causa del malcontento dell'opinione pubblica esploso in quei giorni. Due uomini furono subito arrestati a Manchester con l'accusa di aver organizzato il traffico di quei immigrati clandestini verso la Gran Bretagna, e fu immediatamente disposto lo schieramento delle forze armate a difesa dei confini.
I britannici non hanno tutti i torti. Dovrebbero essere, infatti, le autorità transalpine a fermare le partenze dei migranti, spesso organizzate da trafficanti di uomini, e ad impedire che le imbarcazioni lascino le coste della Bretagna. La Francia, del resto, è un Paese sicuro, per cui i migranti che ne avessero titolo potrebbero chiedere asilo politico lì, senza bisogno di attraversare la Manica. Ma si sa, i francesi sono francesi. Li conosciamo bene e sappiamo come si comportano al confine di Ventimiglia. Quindi, anziché fermare le imbarcazioni dei clandestini, aspettano che queste salpino e le scortano fino all'intervento delle autorità di frontiera britanniche. Un giochino che agli inglesi comincia a stare stretto. Lo stesso Ministro dell'Interno britannico si è recato a Parigi per far comprendere a Macron che loro non sono come gli italiani e non scherzano. Di fronte alle orecchie da mercante dei francesi a Londra hanno quindi deciso di valutare due misure drastiche: lo schieramento delle forze armate e, soprattutto, la rimozione dell'esenzione della quarantena agli arrivi dalla Francia. Il ragionamento è semplice: cari francesini se pensate di fare i furbi con i migranti, noi mettiamo in quarantena, con la scusa del Covid-19, tutti quelli che arrivano dal vostro Paese. Pare che quest'ultima ipotesi, in particolare, preoccupi il governo transalpino che dovrà quindi trovare una soluzione per bloccare il flusso di migranti nella Manica. Eh sì, gli inglesi non scherzano proprio e sanno farsi rispettare. Una bella lezione all'arroganza francese. E anche all'incapacità, all'impreparazione, all'incompetenza e alla codardia dell'attuale governo italiano.
Resta l'amara considerazione che se a difendere la sovranità britannica è un ministro coraggioso come la signora Priti Patel, nessuno osa eccepire nulla in Patria e all'estero, se invece a tutelare la sovranità italiana c'è un ministro come Matteo Salvini, allora tutti si sentono autorizzati a scatenare un'incredibile opera di delegittimazione e di linciaggio mediato in Patria e all'estero. L'altra amara considerazione è che al largo delle acque della Manica se ne vedono ben poche di navi Ong tedesche, olandesi e spagnole. Evidentemente sanno che con gli inglesi non si gioca e che sulle coste di Dover sarebbero accolte a cannonate. È davvero difficile, conoscendo le autorità britanniche, pensare che Capitan Carola, dopo aver osato speronare una motovedetta della Royal Navy, oggi sarebbe ancora a piede libero.
La Lamorgese vola a smontare i dl Sicurezza
Il duo Lamorgese-Di Maio sembra in gara a chi sbaglia più parole, ritmo e tonalità nel tormentone estivo dei nuovi decreti Sicurezza, sempre «quasi» pronti ma non abbastanza. Il ministro degli Esteri qualche giorno fa invitava a non avere fretta, «i tempi in politica sono fondamentali, ora il problema è altrove», riferendosi alle partenze che «dobbiamo bloccare» ed è importante che i migranti comprendano «che nessuno sta parlando di riformare la disciplina della cittadinanza o dei permessi di soggiorno». Il pentastellato alla guida della Farnesina frena.
Invece la collega dem all'Interno accelera, diffonde anticipazioni sulle nuove regole come ha fatto al Caffeina festival nel Castello laziale di Santa Severa, quando intervistata da Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, addirittura ha affermato: «Spero di poter mandare il testo a Palazzo Chigi prima di ferragosto». Il lavoro sull'immigrazione «è chiuso», in attesa del parere dell'Anci in quanto «i centri di accoglienza dovranno essere gestiti dai Comuni». Precisa meglio: «Abbiamo modificato il sistema di accoglienza anche per coloro che sono richiedenti asilo, affinché entrino nel circuito di accoglienza identico a quello che oggi è riservato a coloro che sono titolari di protezione umanitaria, ritornando un po' come era prima».
Dopo qualche ora, coincidenza, scoppiava in Calabria l'ennesimo scandalo migranti. Ancora una volta nel mirino degli investigatori è finita la gestione di un centro di accoglienza nell'ex agriturismo Villa Cristina di Varapodio. Nell'inchiesta risultano indagate sei persone: il sindaco di Varapodio, Orlando Fazzolari, civico, candidato non eletto alle regionali del gennaio scorso con Fdi, il gestore di una società cooperativa, due titolari di impresa di abbigliamento e due funzionari della prefettura di Reggio Calabria. Le accuse, per una gestione «caratterizzata da poca trasparenza e correttezza», sono di abuso d'ufficio, frode nelle pubbliche forniture, corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio, truffa ai danni dello Stato e peculato, falso ideologico (di cui rispondono i due funzionari). Sarebbero emerse irregolarità nell'affidamento di servizi e forniture alle imprese, da scarpe e abbigliamento agli alimenti per i migranti, così pure nell'assunzione di collaboratori. Un vero e proprio «centro di illecito guadagno e di cointeressi», lo descrivono gli inquirenti, per la gestione degli irregolari secondo una convenzione stipulata dal Comune di Varapodio con la prefettura di Reggio Calabria.
Non è che l'ultima, vergognosa vicenda riguardante centri per stranieri richiedenti protezione internazionale. L'ulteriore conferma che il business dell'accoglienza ha trasformato i vari Cara in luoghi degli orrori per i clandestini, mentre consorzi e cooperative continuavano a gestirsi appalti milionari spendendo pochissimo per quei poveracci. Il ministro Lamorgese vuole riaccogliere, non le bastano i centri al collasso nel Sud diventato terra di sbarchi e le strutture in giro per il Paese, costrette a ricevere migranti infetti. Al Coffeina festival, l'ex prefetto che ha preso il posto di Matteo Salvini assicurava: «Da una settimana non stanno arrivando migranti, il momento più difficile è stato quando sono arrivati tutti insieme, oltre 6.000 in un mese. Però possiamo dire che la gestione è andata bene». In Sicilia non la pensano proprio così, con ben 80 arrivi lunedì notte a Lampedusa e 44 nelle ore precedenti, altri 10 ieri mattina a Capo Feto, vicino Mazara del Vallo. Un'invasione continua pure in Sardegna, dove in ventiquattr'ore sono sbarcati 72 migranti sulle coste del sud ovest del Cagliaritano e del Sulcis Iglesiente: non si tratta solo di tunisini, in fuga per «la crisi economica in Tunisia», come sostiene il capo del Viminale, ma anche di algerini che arrivano con diverse imbarcazioni.
Le notizie peggiori sono però quelle che riguardano gli irregolari positivi al Covid-19, ieri nuovi 64 casi sono stati registrati all'hotspot di Pozzallo. Ne ha dato notizia l'assessore alla Salute della Regione Sicilia, Ruggero Razza: «Tutto questo in un solo giorno, spero che adesso si capisca perché da mesi parliamo della necessità di un protocollo sanitario e di pesanti sottovalutazioni da parte di Roma. Le (non) decisioni adottate stanno contribuendo drasticamente al contagio continuo dei migranti tra loro con pesanti ripercussioni in termini di sicurezza. Spero che ora tutti comprendano che nessuno ha mai voluto strumentalizzare alcunché: semmai si sta verificando semplicemente quello che avevamo rappresentato da subito alle autorità competenti».
Proprio da Pozzallo pochi giorni fa erano riusciti a scappare 50 migranti, solo cinque sono stati rintracciati. Lunedì sera c'era stata la fuga di altri 20, due dei quali positivi. Il ministro dell'Interno ha annunciato l'arrivo di una seconda nave quarantena «più piccola, per 300 persone», pronto il commento del leader della Lega, Matteo Salvini: «Chiederemo i danni al governo e alla Lamorgese per un'altra “nave da crociera soggiorno" destinata ai clandestini che sbarcano: paghino i ministri, non gli italiani».
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Il ministro dell'Interno inglese ha detto a chiare lettere ai francesi di stoppare i barchini di clandestini nella Manica. Altrimenti schiererà le forze armate. Da noi Matteo Salvini è stato crocifisso per molto meno. Luciana Lamorgese vola a smontare i dl Sicurezza. Il Viminale annuncia: «Modifiche a Palazzo Chigi prima di ferragosto». L'idea è di equiparare ancora richiesta di asilo e protezione umanitaria. Poi la balla: «Arrivi ridotti». Invece continuano, con altri 64 positivi a Pozzallo. Nuova inchiesta su un centro migranti. Lo speciale comprende due articoli. Davvero difficile immaginare cosa sarebbe successo se l'allora ministro dell'Interno Matteo Salvini, durante il governo gialloverde, avesse chiesto l'intervento della Marina militare e dell'Aviazione per contrastare il fenomeno dell'immigrazione clandestina. La reazione ad una simile iniziativa avrebbe certamente avuto un'eco internazionale, con lo sdegno unanime dell'universo mondo politically correct. Qualcuno avrebbe persino invocato un intervento dell'Onu contro il ministro più xenofobo del pianeta terra. Peccato, però, che quella inimmaginabile scelta politica possa diventare normalissima se fatta in Paesi forse più civili del nostro. Giunge da Londra, per esempio, la notizia della decisione del ministro dell'Interno, Priti Patel, di far intervenire la Royal Navy e la Raf per gestire la questione degli sbarchi clandestini sulle coste inglesi. Il ministero della Difesa britannico ha confermato di aver ricevuto dalla collega dell'Interno la richiesta di «sostenere le operazioni delle Guardie di frontiera britannica nello Stretto di Dover». Il fatto che siano state recuperate 200 persone a bordo di diciassette gommoni nel canale della Manica è stato ritenuto un fatto intollerabile di fronte al quale reagire con assoluta fermezza. Ovviamente stiamo parlando di numeri risibili rispetto a quelli cui giornalmente siamo costretti a confrontarci in Italia. Tra l'altro, in Gran Bretagna - a differenza del nostro Paese - esiste un Ministero dell'Immigrazione, guidato dal Ministro Chris Philp, il quale ha definito «inaccettabile» l'aumento nel numero di barche che trasportano migranti attraverso la Manica e ha annunciato la ferma decisione di respingere verso la Francia tutti coloro che tentano di entrare illegalmente. Il governo di Londra ha ufficialmente dichiarato di rendere questa rotta «impercorribile» per tutti i migranti clandestini. I buonisti politicamente corretti e relativi parrocchiani sinistroidi di casa nostra devono infatti sapere che i primi giorni di gennaio del 2019, solo perché un centinaio di disgraziati africani aveva tentato di raggiungere la Gran Bretagna attraversando la Manica, l'allora ministro dell'Interno Sajid Javid fu fatto rientrare frettolosamente dalle ferie natalizie che stava trascorrendo in un lussuoso resort in Sud Africa, a causa del malcontento dell'opinione pubblica esploso in quei giorni. Due uomini furono subito arrestati a Manchester con l'accusa di aver organizzato il traffico di quei immigrati clandestini verso la Gran Bretagna, e fu immediatamente disposto lo schieramento delle forze armate a difesa dei confini. I britannici non hanno tutti i torti. Dovrebbero essere, infatti, le autorità transalpine a fermare le partenze dei migranti, spesso organizzate da trafficanti di uomini, e ad impedire che le imbarcazioni lascino le coste della Bretagna. La Francia, del resto, è un Paese sicuro, per cui i migranti che ne avessero titolo potrebbero chiedere asilo politico lì, senza bisogno di attraversare la Manica. Ma si sa, i francesi sono francesi. Li conosciamo bene e sappiamo come si comportano al confine di Ventimiglia. Quindi, anziché fermare le imbarcazioni dei clandestini, aspettano che queste salpino e le scortano fino all'intervento delle autorità di frontiera britanniche. Un giochino che agli inglesi comincia a stare stretto. Lo stesso Ministro dell'Interno britannico si è recato a Parigi per far comprendere a Macron che loro non sono come gli italiani e non scherzano. Di fronte alle orecchie da mercante dei francesi a Londra hanno quindi deciso di valutare due misure drastiche: lo schieramento delle forze armate e, soprattutto, la rimozione dell'esenzione della quarantena agli arrivi dalla Francia. Il ragionamento è semplice: cari francesini se pensate di fare i furbi con i migranti, noi mettiamo in quarantena, con la scusa del Covid-19, tutti quelli che arrivano dal vostro Paese. Pare che quest'ultima ipotesi, in particolare, preoccupi il governo transalpino che dovrà quindi trovare una soluzione per bloccare il flusso di migranti nella Manica. Eh sì, gli inglesi non scherzano proprio e sanno farsi rispettare. Una bella lezione all'arroganza francese. E anche all'incapacità, all'impreparazione, all'incompetenza e alla codardia dell'attuale governo italiano. Resta l'amara considerazione che se a difendere la sovranità britannica è un ministro coraggioso come la signora Priti Patel, nessuno osa eccepire nulla in Patria e all'estero, se invece a tutelare la sovranità italiana c'è un ministro come Matteo Salvini, allora tutti si sentono autorizzati a scatenare un'incredibile opera di delegittimazione e di linciaggio mediato in Patria e all'estero. L'altra amara considerazione è che al largo delle acque della Manica se ne vedono ben poche di navi Ong tedesche, olandesi e spagnole. Evidentemente sanno che con gli inglesi non si gioca e che sulle coste di Dover sarebbero accolte a cannonate. È davvero difficile, conoscendo le autorità britanniche, pensare che Capitan Carola, dopo aver osato speronare una motovedetta della Royal Navy, oggi sarebbe ancora a piede libero. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/che-lezione-di-forza-della-royal-navy-ai-buonisti-pro-ong-di-casa-nostra-2646952400.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-lamorgese-vola-a-smontare-i-dl-sicurezza" data-post-id="2646952400" data-published-at="1597179514" data-use-pagination="False"> La Lamorgese vola a smontare i dl Sicurezza Il duo Lamorgese-Di Maio sembra in gara a chi sbaglia più parole, ritmo e tonalità nel tormentone estivo dei nuovi decreti Sicurezza, sempre «quasi» pronti ma non abbastanza. Il ministro degli Esteri qualche giorno fa invitava a non avere fretta, «i tempi in politica sono fondamentali, ora il problema è altrove», riferendosi alle partenze che «dobbiamo bloccare» ed è importante che i migranti comprendano «che nessuno sta parlando di riformare la disciplina della cittadinanza o dei permessi di soggiorno». Il pentastellato alla guida della Farnesina frena. Invece la collega dem all'Interno accelera, diffonde anticipazioni sulle nuove regole come ha fatto al Caffeina festival nel Castello laziale di Santa Severa, quando intervistata da Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, addirittura ha affermato: «Spero di poter mandare il testo a Palazzo Chigi prima di ferragosto». Il lavoro sull'immigrazione «è chiuso», in attesa del parere dell'Anci in quanto «i centri di accoglienza dovranno essere gestiti dai Comuni». Precisa meglio: «Abbiamo modificato il sistema di accoglienza anche per coloro che sono richiedenti asilo, affinché entrino nel circuito di accoglienza identico a quello che oggi è riservato a coloro che sono titolari di protezione umanitaria, ritornando un po' come era prima». Dopo qualche ora, coincidenza, scoppiava in Calabria l'ennesimo scandalo migranti. Ancora una volta nel mirino degli investigatori è finita la gestione di un centro di accoglienza nell'ex agriturismo Villa Cristina di Varapodio. Nell'inchiesta risultano indagate sei persone: il sindaco di Varapodio, Orlando Fazzolari, civico, candidato non eletto alle regionali del gennaio scorso con Fdi, il gestore di una società cooperativa, due titolari di impresa di abbigliamento e due funzionari della prefettura di Reggio Calabria. Le accuse, per una gestione «caratterizzata da poca trasparenza e correttezza», sono di abuso d'ufficio, frode nelle pubbliche forniture, corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio, truffa ai danni dello Stato e peculato, falso ideologico (di cui rispondono i due funzionari). Sarebbero emerse irregolarità nell'affidamento di servizi e forniture alle imprese, da scarpe e abbigliamento agli alimenti per i migranti, così pure nell'assunzione di collaboratori. Un vero e proprio «centro di illecito guadagno e di cointeressi», lo descrivono gli inquirenti, per la gestione degli irregolari secondo una convenzione stipulata dal Comune di Varapodio con la prefettura di Reggio Calabria. Non è che l'ultima, vergognosa vicenda riguardante centri per stranieri richiedenti protezione internazionale. L'ulteriore conferma che il business dell'accoglienza ha trasformato i vari Cara in luoghi degli orrori per i clandestini, mentre consorzi e cooperative continuavano a gestirsi appalti milionari spendendo pochissimo per quei poveracci. Il ministro Lamorgese vuole riaccogliere, non le bastano i centri al collasso nel Sud diventato terra di sbarchi e le strutture in giro per il Paese, costrette a ricevere migranti infetti. Al Coffeina festival, l'ex prefetto che ha preso il posto di Matteo Salvini assicurava: «Da una settimana non stanno arrivando migranti, il momento più difficile è stato quando sono arrivati tutti insieme, oltre 6.000 in un mese. Però possiamo dire che la gestione è andata bene». In Sicilia non la pensano proprio così, con ben 80 arrivi lunedì notte a Lampedusa e 44 nelle ore precedenti, altri 10 ieri mattina a Capo Feto, vicino Mazara del Vallo. Un'invasione continua pure in Sardegna, dove in ventiquattr'ore sono sbarcati 72 migranti sulle coste del sud ovest del Cagliaritano e del Sulcis Iglesiente: non si tratta solo di tunisini, in fuga per «la crisi economica in Tunisia», come sostiene il capo del Viminale, ma anche di algerini che arrivano con diverse imbarcazioni. Le notizie peggiori sono però quelle che riguardano gli irregolari positivi al Covid-19, ieri nuovi 64 casi sono stati registrati all'hotspot di Pozzallo. Ne ha dato notizia l'assessore alla Salute della Regione Sicilia, Ruggero Razza: «Tutto questo in un solo giorno, spero che adesso si capisca perché da mesi parliamo della necessità di un protocollo sanitario e di pesanti sottovalutazioni da parte di Roma. Le (non) decisioni adottate stanno contribuendo drasticamente al contagio continuo dei migranti tra loro con pesanti ripercussioni in termini di sicurezza. Spero che ora tutti comprendano che nessuno ha mai voluto strumentalizzare alcunché: semmai si sta verificando semplicemente quello che avevamo rappresentato da subito alle autorità competenti». Proprio da Pozzallo pochi giorni fa erano riusciti a scappare 50 migranti, solo cinque sono stati rintracciati. Lunedì sera c'era stata la fuga di altri 20, due dei quali positivi. Il ministro dell'Interno ha annunciato l'arrivo di una seconda nave quarantena «più piccola, per 300 persone», pronto il commento del leader della Lega, Matteo Salvini: «Chiederemo i danni al governo e alla Lamorgese per un'altra “nave da crociera soggiorno" destinata ai clandestini che sbarcano: paghino i ministri, non gli italiani».
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 29 maggio con Carlo Cambi
Antonio Tajani (Ansa)
Il gioco del poliziotto buono e del poliziotto cattivo lo fanno la Lega e Forza Italia, con Fratelli d’Italia che veste l’abito del mediatore. «La Lega», recita un comunicato del Carroccio diffuso l’altro ieri, «è assolutamente contraria ad ogni ipotesi di adesione dell’Ucraina all’Unione europea. Oltre a non avere i requisiti necessari, che altri mesi hanno o stanno per ottenere dopo anni di lavoro, Kiev nella Ue rappresenterebbe un danno economico e sociale di enormi proporzioni».
Un «no» lapidario e incondizionato, dunque, da Matteo Salvini. Ma ecco che arriva l’altro vicepremier, Antonio Tajani, a rassicurare gli italiani favorevoli all’ingresso di Kiev nella Ue: «Il governo», sottolinea il ministro degli Esteri, «è favorevole all’adesione dell’Ucraina all’Unione europea, il problema è di tempi. Si sta studiando a livello europeo qual è la formula migliore, ci sono tante proposte sul tavolo, ma ripeto: bene l’Ucraina, noi l’aiuteremo, ma è importante non mettere in un angolo l’adesione dei Balcani occidentali, tenendo presente che per noi è una priorità». Tornando all’Ucraina, «noi», aggiunge Tajani, «dobbiamo cominciare ad aprire i tavoli sui vari settori per aderire all’Unione europea. Abbiamo detto che c’è un tema che riguarda la corruzione. Durante l’incontro che ho avuto con Zelensky un mese fa, ho concordato una partecipazione anche della Guardia di Finanza per aiutare l’Ucraina a contrastare questo fenomeno».
Tocca a Giovanni Donzelli, mediatore per eccellenza di Fdi, dare ragione a tutti e due gli alleati, in perfetto stile democristiano (nella accezione nobile del termine): «Sicuramente», argomenta Donzelli, «il sostegno all’Ucraina è per noi fondamentale. È chiaro che un ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea in questo momento, e non in una condizione di raggiunta pace con la Russia, vorrebbe dire estendere la guerra a tutta l’Europa, per quelle che sono le norme europee e quelli che sono gli accordi internazionali. Quindi, finché non viene raggiunta la pace, è comprensibile la posizione che auspica Salvini. Raggiunta la pace», aggiunge Donzelli, «è invece ben comprensibile la posizione che auspica Tajani di un ingresso dell’Ucraina in Europa. Quindi dipende dal momento in cui si prende in considerazione l’ingresso».
E le opposizioni? Divise pure loro, con la differenza sostanziale che nel centrosinistra le lacerazioni interne non vengono praticamente mai ricomposte: «Fare entrare oggi l’Ucraina in Europa», sottolinea il leader del M5s Giuseppe Conte, «non è all’ordine del giorno. L’Ucraina io credo che non possa entrare in Europa, adesso non ci sono le condizioni. Peraltro c’è un problema serio per l’Europa che non riguarda solo l’Ucraina ma anche gli altri Paesi: un’Europa a 27 già oggi è un’Europa ormai sparita, che non ha voce, che nelle crisi internazionali non è pervenuta. C’è un deficit politico dell’Europa che riguarda anche le regole di funzionamento», aggiunge Conte, «a partire dall’unanimità. Oggi prevedere altri nuovi Paesi senza rivedere il quadro è assolutamente non raccomandabile. Secondo me si può pensare per l’Ucraina e altri Paesi lo statuto in prospettiva di partner privilegiato, che significherebbe avere la possibilità di godere di benefici reciprocamente, ma gestendo queste partnership con molta attenzione. Anche perché», conclude, «sapete che se l’Ucraina domani mattina entrasse in Europa noi avremmo un impatto devastante su alcuni settori di attività a partire dall’agricoltura». E arriva immediatamente la polemica del Pd: «Vedo che, come la Lega», sottolinea il senatore Dem Filippo Sensi, «anche per il M5s per l’ingresso dell’Ucraina nella Ue ci vorrebbero dei requisiti. Immagino non bastino quattro anni di resistenza a difesa dell’Europa dalle bombe russe. Ci vuole una gran fegato per fare il gioco dell’aggressore, appellandosi ai codicilli. Gialloverdi una volta, gialloverdi sempre».
Intanto, piovono critiche su Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione europea, che attraverso una lettera indirizzata ai ministri Ue responsabili della coesione e alle Regioni europee a intraprendere uno sforzo per riprogrammare i fondi per la coesione per far fronte alla crisi energetica. «I fondi di coesione non sono un bancomat», risponde a Fitto la presidente del Comitato europeo delle Regioni, Kata Tutto, «e sono già stati impegnati».
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Donald Trump (Ansa)
Secondo i termini dell’intesa, le due parti prorogherebbero la tregua di 60 giorni: in questa finestra temporale, l’Iran riaprirebbe Hormuz, mentre Washington revocherebbe il blocco navale ai porti della Repubblica islamica. Inizierebbero quindi le trattative sul nucleare, con Teheran che si impegnerebbe a non conseguire la bomba atomica. Dall’altra parte, gli Usa aprirebbero la discussione sul possibile allentamento delle sanzioni. Infine, l’eventuale intesa comporterebbe la conclusione del conflitto tra Israele ed Hezbollah in Libano, mentre sarebbe previsto una sorta di meccanismo di aiuti umanitari a favore dell’Iran. Stando a quanto riferito dal Jerusalem Post, la mancata approvazione di Trump alla bozza d’intesa sarebbe legata al fatto che la Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, non avrebbe ancora dato il proprio ok al documento. Documento che vedrebbe invece favorevoli l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, e il presidente del parlamento di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf.
Nel mentre, il governo di Islamabad continua a premere a favore di una soluzione diplomatica. Non a caso, il ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar, si recherà oggi a Washington, per incontrare il segretario di Stato americano, Marco Rubio. I due parleranno con ogni probabilità del possibile accordo tra Stati Uniti e Iran. Del resto, anche Mosca, ieri, è tornata ad auspicare la diplomazia, con il ministero degli Esteri russo che ha esortato i due contendenti a dialogare, evitando un’escalation.
Il punto è che, sempre ieri, la tensione è tornata a salire, E infatti il cessate il fuoco tra Washington e Teheran ha cominciato seriamente a scricchiolare. Le Guardie della rivoluzione iraniana hanno reso noto di aver condotto un attacco contro una base aerea americana in Kuwait. In particolare, i pasdaran hanno presentato l’operazione bellica come una ritorsione nei confronti degli Stati Uniti, che, oltre ad abbattere quattro droni militari di Teheran nello Stretto di Hormuz, avevano anche colpito il sito militare iraniano di Bandar Abbas. Azioni, quelle di Washington, che un funzionario statunitense aveva definito «misurate, puramente difensive e volte a mantenere il cessate il fuoco». La fibrillazione è rimasta particolarmente alta, anche perché, sempre ieri, le Guardie della rivoluzione hanno minacciato una «risposta ferma» in caso di ulteriori atti militari da parte di Washington. Nel mentre, il Consiglio di cooperazione del Golfo ha condannato quelli che ha definito gli «attacchi criminali iraniani» contro il Kuwait.
D’altronde, al di là del nucleare, Hormuz resta lo scoglio principale per arrivare a un accordo tra Washington e Teheran. L’altro ieri, il Dipartimento del Tesoro americano ha annunciato sanzioni contro l’Autorità per lo Stretto del Golfo Persico: il nuovo ente iraniano che dovrebbe sovrintendere alla gestione dello Stretto. Nelle stesse ore, Trump minacciava di far «saltare in aria» l’Oman, commentando le trattative in corso tra Teheran e Muscat per l’eventuale introduzione di pedaggi a Hormuz. «L’Oman deve sapere che il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti prenderà di mira con fermezza qualsiasi soggetto coinvolto, direttamente o indirettamente, nel facilitare l’imposizione di pedaggi sullo Stretto, e qualsiasi partner che si renda disponibile verrà penalizzato», ha aggiunto, ieri, il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent.
A complicare ulteriormente il quadro sta inoltre la recrudescenza della crisi libanese. Ieri, l’Idf ha effettuato il primo bombardamento su Beirut da tre settimane a questa parte. Non è un mistero che l’Iran abbia sovente legato un eventuale accordo diplomatico con Washington alla risoluzione della questione libanese. Del resto, come abbiamo visto, la bozza d’intesa visionata da Axios comporterebbe anche la cessazione delle ostilità tra Israele ed Hezbollah. Il nuovo attacco israeliano sulla capitale del Paese dei Cedri rischia quindi di rendere ancora più in salita la diplomazia tra Stati Uniti e Iran. Tra l’altro, è abbastanza noto come Benjamin Netanyahu guardi con sospetto ai negoziati tra la Casa Bianca e gli ayatollah. Ieri il premier israeliano ha anche dichiarato di aver ordinato alle forze armate di prendere il controllo del 70% della Striscia di Gaza.
Al netto delle difficoltà, ci sono comunque alcune ragioni di ottimismo per quanto concerne la possibilità di un’intesa. Trump ha bisogno di chiudere il conflitto sia per evitare di impantanarsi sia per far abbassare il costo dell’energia. Dall’altra parte, il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, teme gli effetti economici della pressione statunitense sul regime khomeinista. In particolare, secondo il Wall Street Journal, Teheran starebbe facendo sempre più fatica ad affrontare le conseguenze sia delle sanzioni che del blocco navale statunitense. Il che potrebbe indebolire la posizione dei pasdaran, da sempre favorevoli alla linea dura nei confronti di Washington, rafforzando invece quella di Pezeshkian, che è maggiormente aperto alla possibilità di un’intesa con gli americani.
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Però, se per la Germania c’è solo da guadagnare, per l’Italia c’è solo da perdere e, dunque, il disegno è da respingere in blocco, perché se l’Ucraina diventasse membro della Ue saremmo cornuti e pure mazziati.
Cominciamo col dire che finora Kiev è costata all’Europa una montagna di miliardi e, siccome il nostro Paese è tra i contributori netti, ossia versa nelle casse di Bruxelles più soldi di quelli che riceve, una parte di quel denaro l’abbiamo pagata noi, cioè i contribuenti italiani. E se passasse il piano tedesco, saremmo ancora noi a sostenere la ricostruzione e l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione. Oltre all’assegno di 200 miliardi che la Ue ha già staccato, oltre a quello di 90 che presto staccherà, dovrà aggiungere molte altre decine di miliardi. Nessuno infatti si può illudere che sarà Mosca a finanziare la ricostruzione, né che i soldi arrivino dagli States: Trump lo ha già fatto capire e ha già stretto l’accordo sulle terre rare che più gli interessava.
L’aspetto più paradossale della proposta del cancelliere di latta (così lo chiamano in patria, dove il consenso è ai minimi) è che a Kiev, pur senza diritto di voto, sarebbe concesso ciò che a un Paese fondatore come l’Italia non è consentito, cioè di non rispettare alcun parametro di bilancio. A noi fanno la predica e minacciano sanzioni nel caso i conti pubblici sforino il limite dello zero virgola. Mentre con l’Ucraina - che tecnicamente, se non fosse sostenuta dai fondi europei (cioè nostri) sarebbe fallita - non si chiude un occhio ma tutti e due. Da anni neghiamo l’ingresso nella Ue alla Serbia e ad altri Paesi, ma con Kiev siamo pronti a srotolare i tappeti rossi. Inoltre, quella dei conti non sarebbe la sola eccezione. L’Europa pretende che gli Stati, oltre a soddisfare determinati parametri di bilancio, rispettino anche alcune regole democratiche, come elezioni, libertà di stampa, diritti delle opposizioni, lotta alla corruzione. E come si fa con un Paese dove la democrazia è sospesa dalla legge marziale, non si vota da tempo e l’opposizione, se non piace a Zelensky, non ha diritto di rappresentanza, mentre l’apparato statale è zeppo di ladri? Come si può accogliere a braccia aperte uno Stato che vieta l’espatrio ai propri cittadini che hanno l’età per essere mandati al fronte? Anche un bambino capirebbe che non puoi far entrare in pace un Paese che è in guerra, perché significherebbe portare dentro casa un conflitto. Ma a Merz tutto ciò importa poco. Al cancelliere, che è riuscito nell’incredibile opera di far scavalcare la sua Cdu dal partito di destra Afd, importa di salvare la poltrona con un incredibile gioco di prestigio, ovvero rilanciare un’economia in crisi con la ricostruzione dopo la guerra.
L’ingresso dell’Ucraina, oltre alle incongruenze e ai probabili costi, avrebbe anche un secondo effetto. Kiev ha una importante produzione agricola e domani, se facesse parte della Ue, avrebbe diritto a ricevere i fondi che oggi vengono divisi fra i principali Paesi dell’Unione. In pratica, la torta dei soldi Ue, che già oggi non riesce a soddisfare le esigenze degli agricoltori, dovrebbe essere divisa con il nuovo ospite che, viste le dimensioni della sua produzione, rischia di prendersi la fetta più grossa. Insomma, avete capito. Così come su gas e bollette il sostegno a Kiev non è stato gratis (ricordate la celebre frase di Mario Draghi, «si tratta di scegliere tra pace e aria condizionata»?), così fare entrare l’Ucraina nella Ue e consentirle di beneficiare dei finanziamenti a sostegno della propria economia non sarebbe indolore, bensì una mossa che verrebbe pagata da contribuenti e produttori.
In altre parole, Merz vuole applicare la solita ricetta würstel e crauti, dove noi però saremmo il würstel. Non so voi, ma io di finire nel piatto della Germania non ho alcuna voglia.
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